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2018-08-13
La May chiama Conte e cerca un alleato per la «sua» Brexit
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Ansa
Un primo approccio, l'hanno definito negli ambienti britannici. Come rivelato da Alberto Nardelli, Europe editor della testata online Buzzfeed, e confermato alla Verità da fonti di Palazzo Chigi, il premier britannico, Theresa May, e il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, hanno avuto una conversazione telefonica giovedì scorso. In precedenza, i due si erano sentiti all'ingresso di Conte a Palazzo Chigi il 3 giugno scorso per poi vedersi pochi giorni dopo al G7 di Charlevoix, in Canada. Ma sembra essere stato il colloquio telefonico di giovedì quello più denso di contenuti.
A incuriosire Nardelli e diversi analisti della Brexit è stata l'assenza sul sito Web del governo britannico di notizie in merito alla chiacchierata. I giornalisti che seguono il numero 10 di Downing Street non hanno neppure ricevuto alert via mail, come d'uso in questi casi e come fatto dall'ufficio del primo ministro per le telefonate con il presidente colombiano, Andrés Manuel López Obrador, e quello messicano, Iván Duque, del 9 agosto, il giorno prima del colloquio con Conte. Non stupisce però che, mentre è stata data pubblicità alle conversazioni con leader oltreoceano, quella con il capo dell'esecutivo di un Paese dell'Unione europea sia stata taciuta. E, ha rivelato Nardelli, quella con Conte non sembra essere stata l'unica telefonata recente della May a leader europei di cui il governo di Londra non ha dato notizia.
Theresa May sembra quindi aver scelto la strada bilaterale per superare le due proposte sulle Brexit avanzate da Michel Barnier, caponegoziatore dell'Ue, che non soddisfano Londra. Il governo britannico, infatti, non pare disposto ad accettare né l'ipotesi dell'accordo di libero scambio (Fta) sul modello dell'intesa Ue-Canada, che avrebbe tempi lunghi per la negoziazione e rischierebbe di privilegiare i beni (principale fonte di export dei Paesi Ue nel Regno Unito) lasciando fuori i servizi (principale «merce» venduta dai britannici al continente); né quella dell'accordo sulla base dello Spazio economico europeo (Eea) su modello norvegese, che terrebbe Londra troppo legata - cioè, direbbero i sovranisti d'oltremanica, assoggettata - alle leggi comunitarie in materia di libera circolazione delle persone.
Fonti di entrambi i governi confermano alla Verità che nei suoi giorni di vacanza a fine luglio sul lago di Garda, Theresa May non ha avuto incontri con rappresentati dell'esecutivo italiano. Quelle vacanze, però, furono interrotte da un invito del presidente francese, Emmanuel Macron, per un vertice «cordiale» a Fort Bregançon, la residenza mediterranea dei leader dell'Eliseo. Sembra infatti essere nata recentemente l'idea di Londra di cercare intese bilaterali per superare le proposte di Barnier, visti anche visti i tempi stretti e le difficoltà a dialogare con l'Ue a 27. Prima il vertice con Macron, poi le telefonate con Conte e altri leader europei, i cui nomi però rimangono avvolti nell'oscurità. Con Conte, raccontano fonti italiane, la May ha parlato di Brexit facendo leva sul settore della Difesa, tema già al centro dell'incontro un mese fa tra il nostro ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, e l'ambasciatore britannico in Italia, Jill Morris. In questo ambito, infatti, i legami tra i due Paesi sono molto forti, a partire dagli interessi di Leonardo nel Regno Unito fino al nuovo asse che lega Washington, Londra e Roma nel progetto del nuovo caccia britannico Tempest. L'obiettivo della May è chiaro: evitare il «no deal» che susciterebbe ulteriori preoccupazioni sui mercati e gli investitori e ottenere, attraverso i colloqui bilaterali, un ammorbidimento della linea dell'Ue sui negoziati per poter riprendere il controllo sull'immigrazione ma rimanere partner centrale negli scambi commerciali europei.
La prima fase di negoziati è agli sgoccioli: il 29 marzo 2019 sarà l'ultimo giorno del Regno Unito nell'Unione europea, i cui leader chiedono un accordo entro novembre. Anche se Londra e Bruxelles hanno già raggiunto l'intesa su un periodo di transizione fino al 31 dicembre 2020, serve trovare una soluzione al divorzio. La May ha spesso detto che «serve creatività» visto il rapporto speciale ed unico che lega Regno Unito e Unione europea. Ma questa creatività ha due problemi. Il primo: non sembra aver ancora convinto i leader europei che, impegnati nella formulazione di proposte per la riforma dell'Ue, non vogliono cedere sull'indissolubilità delle quattro libertà dello Spazio economico europea (libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali) davanti alle richieste di chi ha deciso di abbandonare il progetto comunitario. Il secondo: quando la «creatività» della May si è trasformata in una proposta il suo governo si è ribellato. È stato il caso degli accordi dei Chequers di un mese fa: festeggiati dal premier come simbolo della ritrovata unità del governo, dopo pochissime ore hanno innescato una crisi di governo, con gli addii di pesi massimi come David Davis, ministro per la Brexit, e Boris Johnson, ministro degli Esteri, che ha rischiato di far affondare l'interno governo May. La ragione dei ribelli: gli accordi dei Chequers sono troppo deboli e la Brexit che ne risulterebbe sarebbe una «soft Brexit», un tradimento, secondo loro, delle richieste del popolo britannico.
Londra è pronta a sparare altre cartucce per raggiungere un accordo sulla Brexit, oltre ai bilaterali del suo primo ministro. E sempre sull'asse che porta a Roma, è sufficiente guardare agli sforzi dell'ambasciata guidata da Jill Morris. Non c'è soltanto la Brexit delle merci, ma anche quella delle persone. Così, la rappresentata ha deciso di aprire un canale, UKinItaly, sulla piattaforma di podcast Spreaker per raccontare il successo degli italiani nel Regno Unito (sono circa 600.000). Al microfono del portavoce della sede diplomatica, Pierluigi Puglia, si sono alternativi imprenditori, professionisti, giornalisti, ricercatori e scienziati che hanno raccontato con la loro voce il successo conquistato oltremanica. Tra questi Deborah Bonetti, la prima giornalista non britannica a dirigere la storica associazione della stampa estera di Londra, la Foreign press association, e l'imprenditrice Sabrina Corbo. Perché, come ripete spesso l'ambasciatore Morris, Londra con la Brexit esce dall'Ue ma non dall'Europa. Non rimane che vedere se questo gioco di sponde darà i suoi frutti.
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Il premier britannico ha telefonato all'omologo italiano senza darne notizia ai media, dopo aver incontrato il francese Emmanuel Macron. Si è parlato anche di cooperazione in materia di difesa con la sponda Usa. È la nuova strategia di Londra: contatti bilaterali con i leader Ue per cercare intese con i singoli Stati membri e superare il muro di Bruxelles nei negoziati. Si è messa in moto pure la rete diplomatica a Roma.Un primo approccio, l'hanno definito negli ambienti britannici. Come rivelato da Alberto Nardelli, Europe editor della testata online Buzzfeed, e confermato alla Verità da fonti di Palazzo Chigi, il premier britannico, Theresa May, e il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, hanno avuto una conversazione telefonica giovedì scorso. In precedenza, i due si erano sentiti all'ingresso di Conte a Palazzo Chigi il 3 giugno scorso per poi vedersi pochi giorni dopo al G7 di Charlevoix, in Canada. Ma sembra essere stato il colloquio telefonico di giovedì quello più denso di contenuti.A incuriosire Nardelli e diversi analisti della Brexit è stata l'assenza sul sito Web del governo britannico di notizie in merito alla chiacchierata. I giornalisti che seguono il numero 10 di Downing Street non hanno neppure ricevuto alert via mail, come d'uso in questi casi e come fatto dall'ufficio del primo ministro per le telefonate con il presidente colombiano, Andrés Manuel López Obrador, e quello messicano, Iván Duque, del 9 agosto, il giorno prima del colloquio con Conte. Non stupisce però che, mentre è stata data pubblicità alle conversazioni con leader oltreoceano, quella con il capo dell'esecutivo di un Paese dell'Unione europea sia stata taciuta. E, ha rivelato Nardelli, quella con Conte non sembra essere stata l'unica telefonata recente della May a leader europei di cui il governo di Londra non ha dato notizia.Theresa May sembra quindi aver scelto la strada bilaterale per superare le due proposte sulle Brexit avanzate da Michel Barnier, caponegoziatore dell'Ue, che non soddisfano Londra. Il governo britannico, infatti, non pare disposto ad accettare né l'ipotesi dell'accordo di libero scambio (Fta) sul modello dell'intesa Ue-Canada, che avrebbe tempi lunghi per la negoziazione e rischierebbe di privilegiare i beni (principale fonte di export dei Paesi Ue nel Regno Unito) lasciando fuori i servizi (principale «merce» venduta dai britannici al continente); né quella dell'accordo sulla base dello Spazio economico europeo (Eea) su modello norvegese, che terrebbe Londra troppo legata - cioè, direbbero i sovranisti d'oltremanica, assoggettata - alle leggi comunitarie in materia di libera circolazione delle persone.Fonti di entrambi i governi confermano alla Verità che nei suoi giorni di vacanza a fine luglio sul lago di Garda, Theresa May non ha avuto incontri con rappresentati dell'esecutivo italiano. Quelle vacanze, però, furono interrotte da un invito del presidente francese, Emmanuel Macron, per un vertice «cordiale» a Fort Bregançon, la residenza mediterranea dei leader dell'Eliseo. Sembra infatti essere nata recentemente l'idea di Londra di cercare intese bilaterali per superare le proposte di Barnier, visti anche visti i tempi stretti e le difficoltà a dialogare con l'Ue a 27. Prima il vertice con Macron, poi le telefonate con Conte e altri leader europei, i cui nomi però rimangono avvolti nell'oscurità. Con Conte, raccontano fonti italiane, la May ha parlato di Brexit facendo leva sul settore della Difesa, tema già al centro dell'incontro un mese fa tra il nostro ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, e l'ambasciatore britannico in Italia, Jill Morris. In questo ambito, infatti, i legami tra i due Paesi sono molto forti, a partire dagli interessi di Leonardo nel Regno Unito fino al nuovo asse che lega Washington, Londra e Roma nel progetto del nuovo caccia britannico Tempest. L'obiettivo della May è chiaro: evitare il «no deal» che susciterebbe ulteriori preoccupazioni sui mercati e gli investitori e ottenere, attraverso i colloqui bilaterali, un ammorbidimento della linea dell'Ue sui negoziati per poter riprendere il controllo sull'immigrazione ma rimanere partner centrale negli scambi commerciali europei.La prima fase di negoziati è agli sgoccioli: il 29 marzo 2019 sarà l'ultimo giorno del Regno Unito nell'Unione europea, i cui leader chiedono un accordo entro novembre. Anche se Londra e Bruxelles hanno già raggiunto l'intesa su un periodo di transizione fino al 31 dicembre 2020, serve trovare una soluzione al divorzio. La May ha spesso detto che «serve creatività» visto il rapporto speciale ed unico che lega Regno Unito e Unione europea. Ma questa creatività ha due problemi. Il primo: non sembra aver ancora convinto i leader europei che, impegnati nella formulazione di proposte per la riforma dell'Ue, non vogliono cedere sull'indissolubilità delle quattro libertà dello Spazio economico europea (libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali) davanti alle richieste di chi ha deciso di abbandonare il progetto comunitario. Il secondo: quando la «creatività» della May si è trasformata in una proposta il suo governo si è ribellato. È stato il caso degli accordi dei Chequers di un mese fa: festeggiati dal premier come simbolo della ritrovata unità del governo, dopo pochissime ore hanno innescato una crisi di governo, con gli addii di pesi massimi come David Davis, ministro per la Brexit, e Boris Johnson, ministro degli Esteri, che ha rischiato di far affondare l'interno governo May. La ragione dei ribelli: gli accordi dei Chequers sono troppo deboli e la Brexit che ne risulterebbe sarebbe una «soft Brexit», un tradimento, secondo loro, delle richieste del popolo britannico.Londra è pronta a sparare altre cartucce per raggiungere un accordo sulla Brexit, oltre ai bilaterali del suo primo ministro. E sempre sull'asse che porta a Roma, è sufficiente guardare agli sforzi dell'ambasciata guidata da Jill Morris. Non c'è soltanto la Brexit delle merci, ma anche quella delle persone. Così, la rappresentata ha deciso di aprire un canale, UKinItaly, sulla piattaforma di podcast Spreaker per raccontare il successo degli italiani nel Regno Unito (sono circa 600.000). Al microfono del portavoce della sede diplomatica, Pierluigi Puglia, si sono alternativi imprenditori, professionisti, giornalisti, ricercatori e scienziati che hanno raccontato con la loro voce il successo conquistato oltremanica. Tra questi Deborah Bonetti, la prima giornalista non britannica a dirigere la storica associazione della stampa estera di Londra, la Foreign press association, e l'imprenditrice Sabrina Corbo. Perché, come ripete spesso l'ambasciatore Morris, Londra con la Brexit esce dall'Ue ma non dall'Europa. Non rimane che vedere se questo gioco di sponde darà i suoi frutti.
Elly Schlein, Maurizio Landini e Giuseppe Conte (Ansa)
Giorgia Meloni aspetta il tardo pomeriggio di ieri per far conoscere il suo pensiero sull’operazione, attraverso una nota di Palazzo Chigi all’insegna del più sano equilibrismo: «L’Italia», recita, «ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto. Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico». La Meloni, che non cita mai né gli Usa né Trump, critica quindi il ricorso all’«azione militare esterna» ma il succo politico è che legittima, seppure con un giro di parole, l’attacco Usa a Caracas. «In raccordo con il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Antonio Tajani», prosegue il comunicato, «il presidente Meloni continua a seguire con particolare attenzione la situazione della comunità italiana in Venezuela, la cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo».
Elly Schlein, segretaria del Pd, aspetta la posizione della Meloni per diffondere una sua dichiarazione, al termine della segreteria convocata in via straordinaria: «L’attacco militare di Trump non ha alcuna base legale», argomenta la Schlein, «e rischia di legittimare altre azioni unilaterali che possono generare ulteriori conflitti e caos a livello regionale e globale. Non ci rassegniamo a un ordine mondiale che sostituisca la legalità internazionale con la legge del più forte e del più ricco. Per questo riteniamo grave la posizione del governo italiano nella parte in cui definisce legittima l’azione militare di Trump in Venezuela». Una posizione dura e pura, quella della Schlein, costretta ancora una volta a inseguire Giuseppe Conte, la Cgil e la sinistra radicale, sin da ieri mattina schierati senza se e senza ma contro gli States. «L’aggressione americana al Venezuela», scrive sui social il leader del M5s Giuseppe Conte, «non ha nessuna base giuridica. Siamo di fronte a una palese violazione del diritto internazionale, che certifica il predominio del più forte e meglio equipaggiato militarmente. Né può valere di per sé a giustificare l’attacco a uno stato sovrano la natura illiberale del suo governo. Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto». Le prese di posizione più dure arrivano dalla galassia di sigle sindacali e associazioni della sinistra radicale: «La Cgil», sottolinea il segretario generale Maurizio Landini, «condanna con fermezza la violazione della sovranità nazionale della Repubblica del Venezuela da parte degli Stati Uniti d’America, con l’attacco militare, l’isolamento del sistema di comunicazione, fino alla annunciata cattura del presidente Maduro. Ancora una volta si fa carta straccia del diritto internazionale e si fa prevalere la logica della guerra e della forza, in un momento in cui a livello globale non ci sono mai stati tanti conflitti armati in corso». Landini sottolinea che «il quadro internazionale si fa sempre più drammatico» e ribadisce che «la pace, la sicurezza comune, la democrazia, i diritti e le libertà sono indivisibili dal rispetto dei diritti umani e dall’applicazione del diritto internazionale».
Ancora più dura la Fiom che, attraverso una nota della segreteria nazionale, «esprime la propria piena solidarietà e vicinanza al popolo venezuelano e condanna duramente gli attacchi contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, avvenuti in palese violazione del diritto internazionale e dei principi fondamentali sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. L’attacco è chiaramente determinato dagli interessi economici degli Usa». Le organizzazioni di estrema sinistra annunciano un presidio per domani a Roma: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», scrivono in una nota congiunta Anpi comitato provinciale di Roma, Cgil Roma e Lazio, Rete numeri pari, Rete italiana pace e disarmo, Rete #no bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente, Nicolás Maduro, e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati».
Sulla stessa linea le Acli, che attraverso una nota esprimono «ferma condanna per l’attacco aereo condotto nella notte dall’Amministrazione statunitense contro il Venezuela e per il successivo rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Si tratta di un atto che appare privo di qualsiasi legittimazione sul piano del diritto internazionale e che configura, nei fatti, una grave aggressione alla sovranità di uno Stato».
Tajani al lavoro sul caso Trentini
L’Italia è in apprensione per le sorti di Alberto Trentini, il cooperante veneziano detenuto da oltre 400 giorni nel carcere El Rodeo di Caracas. I genitori del quarantaseienne stanno seguendo con grande preoccupazione quanto sta avvenendo in Venezuela dopo l’attacco americano nella notte tra venerdì e sabato. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, stanno seguendo con particolare attenzione non solo la situazione di Trentini (arrestato a novembre 2024), ma anche le sorti di tutta la comunità italiana in Venezuela, la «cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo». «Noi seguiamo con grande attenzione tutto, soprattutto, ripeto, preoccupandoci delle condizioni dei nostri concittadini», ha ribadito ieri più volte Tajani. «Abbiamo anche italiani detenuti, a cominciare da Trentini, ma con lui c’è un’altra dozzina, quindi anche quello è un tema che ci preoccupa e stiamo lavorando al massimo». Nel primo pomeriggio di ieri, il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha chiamato il ministro Tajani per informarsi su Alberto Trentini: «Pur nella complessità degli eventi di queste ore, il ministro e le competenti autorità stanno collaborando col massimo impegno per tutelare l’incolumità di Trentini e di tutti i veneti residenti in Venezuela». In tutto il Paese gli italiani presenti sono circa 160.000, come riferito dall’ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito, da ieri in costante contatto con Tajani. «La nostra prioritaria preoccupazione è ovviamente l’incolumità dei nostri connazionali, a cui raccomandiamo di restare in casa», ha detto a RaiNews24 l’ambasciatore: «Siamo in contatto e siamo mobilitati attraverso i due consolati, quello di Caracas e quello di Maracaibo. Per il momento non abbiamo particolari segnali da parte dei connazionali e stiamo monitorando costantemente la situazione. È chiaro che in questo momento quello che noi raccomandiamo è di rimanere nelle abitazioni, quindi di non uscire per strada. La situazione è talmente fluida e incerta, che noi raccomandiamo vivamente di tenersi in contatto con l’ambasciata, con i consolati, ma di non uscire per strada e evitare qualsiasi spostamento in questo momento». La comunità degli italiani, come detto, è molto numerosa, circa 160.000 persone. «La maggior parte sono doppi cittadini, ma ci sono anche alcuni expat che sono qui per motivi di lavoro, anche per turismo», ha spiegato l’ambasciatore. «Quindi la nostra priorità è assolutamente garantire la loro incolumità e fare tutto il possibile per dare ogni eventuale assistenza. Quanto a eventuali voli per riportarli in Italia, non parlerei di questo perché lo spazio aereo è chiuso e non c’è proprio la possibilità materiale di organizzare dei voli in questo momento». Ieri, dopo la riunione del Pd, la segretaria del Pd Elly Schlein ha espresso «grande preoccupazione» anche «per i nostri numerosi connazionali in Venezuela e per i prigionieri italiani tra cui Alberto Trentini, di cui abbiamo chiesto in questi mesi la liberazione».
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Nicolas Maduro (Getty Images)
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
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Donald Trump (Getty Images)
«Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ha affermato ieri, durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non vogliamo ritrovarci coinvolti nell’ingresso di qualcun altro e nella stessa situazione che abbiamo avuto negli ultimi lunghi anni». «Le compagnie petrolifere americane andranno in Venezuela e investiranno miliardi di dollari», ha anche detto, per poi precisare: «Siamo pronti a lanciare una seconda ondata di attacchi, molto più grande, se necessario». «La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto. Ora la chiamano Dottrina Donroe», ha continuato, proponendo una fusione tra i nomi «Donald» e «Monroe».
Trump ha poi parlato di Maduro, da lui bollato come «dittatore e terrorista», che ha corso il rischio di rimanere ucciso durante l’operazione. «Poteva succedere», ha sottolineato. In particolare, il tycoon ha detto che il leader venezuelano ieri era in viaggio verso New York e che, insieme a sua moglie, dovrà «affrontare tutta la potenza della giustizia americana». L’inquilino della Casa Bianca ha accusato di nuovo Maduro di essere implicato in attività di narcotraffico, ma ha anche trattato la questione sul piano della geopolitica. «Maduro è rimasto al potere e ha condotto una campagna incessante di violenza, terrore e sovversione contro gli Usa, minacciando non solo il nostro popolo, ma la stabilità dell’intera regione, e voi tutti lo avete visto», ha tuonato Trump che, oltre a non escludere l’invio di truppe in territorio venezuelano, ha tacciato il regime chavista di «ospitare sempre più avversari stranieri nella nostra regione e di acquisire armi offensive minacciose che potrebbero mettere a repentaglio gli interessi e le vite degli Stati Uniti». Il presidente americano ha anche sottolineato che l’embargo al petrolio venezuelano resterà per ora in vigore. E ha lanciato un monito agli altri esponenti del regime di Caracas. «Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro, e succederà anche a loro se non saranno giusti, anche nei confronti del loro popolo», ha detto, per poi rendere noto che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, avrebbe accettato di collaborare con Washington.
La cattura di Maduro, che secondo Marco Rubio avrebbe rifiutato delle offerte «molto generose» per lasciare il potere, viene a inserirsi nel solco della strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato il mese scorso. In quel documento, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la necessità di rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale sia per arginare i flussi di droga e di immigrati clandestini sia per contrastare la concorrenza di potenze ostili. Sotto questo aspetto, non va trascurato che il regime di Maduro rappresentava uno dei principali punti di riferimento, in America Latina, di Mosca, Teheran e, soprattutto, Pechino. Quella Pechino che risulta, tra l’altro, il principale acquirente di petrolio venezuelano. La partita energetica si lega d’altronde inscindibilmente a quella geopolitica. Il che evidenzia anche la miopia di chi ha sempre definito Trump un «isolazionista» o un «pacifista». Trump è semplicemente un realista: punta, sì, a ricalibrare l’uso della forza statunitense nello scacchiere internazionale ma non ha mai escluso l’opzione militare per salvaguardare quelli che considera gli interessi di Washington. Non a caso, proprio ieri, ha ricordato quando ordinò l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 e di Qasem Soleimani nel 2020.
A questo punto sorge una domanda. Quando Cina e Russia hanno protestato contro la cattura di Maduro erano sincere? È vero: come detto, Mosca e Pechino sono storicamente assai legate al regime chavista. È però anche vero che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è che negli ultimi quattro mesi abbiano fatto granché per supportare concretamente Maduro nel suo duello con la Casa Bianca. Una situazione, questa, che era stata sottolineata già a dicembre dalla Bbc. E allora le ipotesi di scenario sono due. La prima è che l’operazione di ieri sia avvenuta nel tacito quadro di una Jalta 2.0: il quadro, cioè, di una spartizione dello scacchiere internazionale in varie zone d’influenza. Uno scenario, questo, che potrebbe aver convinto russi e cinesi a mollare la presa sull’America latina per ottenere benefici altrove (dal Donbass a Taiwan). La seconda ipotesi invece è che, dopo quanto accaduto a Caracas, la tensione di Washington con Mosca e Pechino aumenterà. La Cina potrebbe, in particolare, cercare di rompere le uova nel paniere a Trump in Medio Oriente e in Africa, accusandolo di condurre delle politiche neocon. Ma Trump, dal canto suo, potrebbe usare l’operazione contro Maduro come un monito per incrementare la pressione tanto su Mosca quanto su Pechino.
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Getty Images
Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
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