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2020-03-15
La Lombardia decide di curarsi da sola e chiama Bertolaso
Guido Bertolaso (Ansa)
La Regione Lombardia, esasperata dai ritardi e dalle promesse mancate della Protezione civile nazionale guidata da Angelo Borrelli, «ingaggia» a titolo gratuito Guido Bertolaso. La notizia arriva al termine di una giornata ad altissima tensione tra la giunta lombarda e la Protezione civile, che sta inviando alle Regioni mascherine non a norma. La denuncia dell'assessore lombardo al Bilancio, Davide Caparini, scatena infatti una vera e propria bufera su Borrelli e compagnia parlante: «La Protezione civile», scrive Caparini su Facebook, «invia queste mascherine alla Regione Lombardia da destinare ai medici e paramedici impegnati nella guerra al coronavirus. Il peggior materiale possibile, non nello standard previsto nei casi di pandemia. In ritardo di settimane e per di più non a norma e intanto le persone si ammalano e muoiono! Borrelli vergogna», attacca Caparini, «dimissioni subito! Il personale sanitario in Lombardia costituisce il 12% dei contagiati da coronavirus e il governo lo “protegge" con gli stracci per la polvere! Questo tipo di mascherina non è un presidio ospedaliero, non ha certificazioni».
Caparini è scatenato. La delusione per il modo in cui la Protezione civile nazionale sta affrontando l'emergenza è più che comprensibile. La promessa mancata relativa all'ospedale da campo è stata una vera e propria batosta. «La Protezione civile», ha rivelato il governatore Attilio Fontana, «non è nelle condizioni di rispettare quello che ci aveva promesso sull'allestimento di un ospedale da campo nella Fiera di Milano. Non è in condizione di fornirci né il personale medico infermieristico, né i letti di terapia intensiva e la strumentazione necessaria per allestire i padiglioni. L'accordo era che la Regione fornisse gli spazi mentre l'ente nazionale personale e macchinari, ma non si può fare». Fontana così decide di fare da sé, e nomina l'ex capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, «come suo consulente personale», recita una nota della Regione, «per la realizzazione del progetto riguardante la costruzione di un ospedale dedicato ai pazienti Covid presso le strutture messe a disposizione della Fondazione Fiera di Milano al Portello. Fontana ha ringraziato Bertolaso per aver accettato l'incarico per il quale riceverà un compenso simbolico pari a 1 euro». «Come potevo», dichiara Bertolaso, «non aderire alla richieste del presidente della Lombardia di dare una mano nella epocale battaglia contro il Covid-19 se la mia storia, tutta la mia vita è stata dedicata ad aiutare chi è in difficoltà e a servire il mio Paese?».
La Lombardia è allo stremo, il compito di Bertolaso si annuncia difficile: «Abbiamo pochissimi posti liberi nelle terapie intensive», avverte l'assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera, «ormai siamo nell'ordine di 15 o 20 a disposizione». Da indiscrezioni attendibili, risulta che Silvio Berlusconi ha avuto un ruolo nella decisione di Fontana di richiamare in servizio Bertolaso. Il leader di Forza Italia, che proprio ieri ha sentito al telefono tutti i presidenti di Regione del centrodestra, già martedì scorso, attraverso il suo vice, Antonio Tajani, aveva suggerito al premier, Giuseppe Conte, di nominare Bertolaso supercommissario all'emergenza, ricevendo un rifiuto.
Giulio Gallera perde la pazienza sul caso delle mascherine non a norma: «Le mascherine che possono essere utilizzate dagli operatori sanitari», dice Gallera a Sky Tg24, «sono mascherine o FFP2 o FFP3, oppure quelle chirurgiche. Ci hanno mandato delle mascherine che sono un foglio di carta igienica che viene unito. Inoltre non sono marchiate Ce e i nostri operatori ci hanno detto che non possono utilizzarle. I sindacati dei medici ci hanno detto che sono totalmente inadeguate».
Gallera rivela che la direzione ospedaliera Rhodense ha avvertito la Regione che le mascherine non sono idonee, e che i sanitari si rifiutano di usarle: «Sono state tutte ritirate perché non vanno in alcun modo bene per infermieri e medici, potranno essere usate ad esempio da volontari che portano la spesa a casa ad anziani. Non butteremo niente», conclude Gallera, «ma non sono idonee per i sanitari».
In serata, arriva la risposta di Borrelli: «Il fabbisogno di mascherine su base mensile», dice il capo della Protezione civile, «è di circa 90 milioni, noi abbiamo effettuato contratti per oltre 55 milioni. Si sta verificando nel mondo una chiusura delle frontiere alle esportazioni. È un problema non solo italiano ma internazionale, le polemiche sono infondate». Dunque, l'Italia non riesce a fornire protezioni adeguate a medici, infermieri e operatori sanitari, figuriamoci ai cittadini, mentre da Nord a Sud si moltiplicano le notizie di sequestri di mascherine non conformi alle norme, e di speculazioni da parte di chi le ha e le vende a prezzi da capogiro.
Ma Conte brinda al «lavoro sicuro»
Il campionato è fermo, ma ieri mattina una ola quasi calcistica ha salutato l'intesa sulla sicurezza dei lavoratori ai tempi del coronavirus. L'accordo è stato firmato alle 8.30, dopo lungo e serrato confronto a distanza tra sindacati, imprese e governo: in videoconferenza, come impone il drammatico frangente. La rabbia e gli scioperi dei giorni scorsi nelle fabbriche hanno convinto i giallorossi all'ennesimo intervento a scoppio ritardato. Gli operai urlavano: «Non siamo carne da macello»? Giuseppe Conte, il Churchill tricolore, anche stavolta ha messo a posto le cose: «Per il bene del Paese, per la tutela della salute di lavoratrici e lavoratori. L'Italia non si ferma», commenta il premier, dopo la firma del protocollo. Anche il ministro della Salute, Roberto Speranza, è trionfante: «Paese più unito che mai». Così come la collega alla guida del Lavoro, Nunzia Catalfo: «Le aziende potranno garantire più sicurezza». Graziano Delrio, capogruppo dem alla Camera, suggella: «La salute prima di tutto». Senza dimenticare i sindacati, soddisfatti pure loro.
Per Giuseppi, un'altra missione è compiuta. La sua strada, direzione emergenza coronavirus, è ormai lastricata di successi. Del resto, due giorni fa, aveva rassicurato quei pochi che continuano a tirare la carretta, «le colonne portanti su cui si regge l'Italia». Dunque, «abbiamo il vincolo morale e giuridico di garantire loro condizioni di massima sicurezza». Quindi, la Protezione civile sta «compiendo sforzi straordinari per distribuire gratuitamente a tutti i lavoratori, già nei prossimi giorni, dispositivi di protezione individuale. Vale a dire, guanti e mascherine».
Era questo, d'altronde, quello che chiedevano operai e inservienti. E difatti, nei 13 punti dell'accordo tra Confindustria e sindacati, non è previsto alcun obbligo per chi non manifesta sintomi. L'uso di «dispositivi di protezione» diventa obbligatorio soltanto se il tipo di mansione richiede di stare a meno di un metro l'uno dall'altro. In quel caso, cari sottoposti, ci pensa la nostra cavalleria governativa a mettervi al sicuro. La stessa che non riesce a mandare le mascherine nemmeno a tanti medici e infermieri in prima linea. E quando riesce nell'intento, lo fa all'italiana. Come accusa Davide Caparini, assessore al Bilancio della Lombardia: «La Protezione civile ci invia mascherine del peggior materiale possibile, in ritardo di settimane e per di più non a norma».
Stavolta però, in ossequio all'epocale protocollo, le cose andranno diversamente: guanti e mascherine gratis per tutti, rassicura il premier. O meglio, solo per quelli costretti a lavorare guancia a guancia. Chi può mantenere il raccomandato metro di distanza, cosa volete infatti che rischi? Potrà andare ogni mattina in fabbrica sereno: Giuseppi vigila sulla sua salute. Grazie anche all'accordo siglato ieri: prevede la misurazione all'ingresso della temperatura dei dipendenti, che devono comunicare sintomi sospetti e restare a casa con febbre oltre i 37,5. L'azienda garantirà la sanificazione degli ambienti e i saponi detergenti. Poi chiusura dei reparti diversi dalla produzione, rimodulazione dei turni, accesso contingentato a mense e spogliatoi, obbligo di lavarsi le mani. E distanza di almeno un metro. Chi non può mantenerla, potrà sempre contare sulla solerzia della Protezione civile.
Nell'attesa, però, meglio arrangiarsi. La direzione di una catena commerciale ha già avvisato i suoi collaboratori: «Le mascherine ancora non ci sono per tutti, usate i panni Swiffer».
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Giulio Gallera: «Ci danno mascherine di carta igienica». Angelo Borrelli: «No a polemiche». Poi la svolta del Pirellone, facilitata da Silvio Berlusconi.Giuseppe Conte annuncia trionfante il patto siglato da imprese e sindacati contro il Covid-19. Avrà diritto alle protezioni soltanto chi non potrà rispettare la distanza di un metro.Lo speciale contiene due articoli.La Regione Lombardia, esasperata dai ritardi e dalle promesse mancate della Protezione civile nazionale guidata da Angelo Borrelli, «ingaggia» a titolo gratuito Guido Bertolaso. La notizia arriva al termine di una giornata ad altissima tensione tra la giunta lombarda e la Protezione civile, che sta inviando alle Regioni mascherine non a norma. La denuncia dell'assessore lombardo al Bilancio, Davide Caparini, scatena infatti una vera e propria bufera su Borrelli e compagnia parlante: «La Protezione civile», scrive Caparini su Facebook, «invia queste mascherine alla Regione Lombardia da destinare ai medici e paramedici impegnati nella guerra al coronavirus. Il peggior materiale possibile, non nello standard previsto nei casi di pandemia. In ritardo di settimane e per di più non a norma e intanto le persone si ammalano e muoiono! Borrelli vergogna», attacca Caparini, «dimissioni subito! Il personale sanitario in Lombardia costituisce il 12% dei contagiati da coronavirus e il governo lo “protegge" con gli stracci per la polvere! Questo tipo di mascherina non è un presidio ospedaliero, non ha certificazioni».Caparini è scatenato. La delusione per il modo in cui la Protezione civile nazionale sta affrontando l'emergenza è più che comprensibile. La promessa mancata relativa all'ospedale da campo è stata una vera e propria batosta. «La Protezione civile», ha rivelato il governatore Attilio Fontana, «non è nelle condizioni di rispettare quello che ci aveva promesso sull'allestimento di un ospedale da campo nella Fiera di Milano. Non è in condizione di fornirci né il personale medico infermieristico, né i letti di terapia intensiva e la strumentazione necessaria per allestire i padiglioni. L'accordo era che la Regione fornisse gli spazi mentre l'ente nazionale personale e macchinari, ma non si può fare». Fontana così decide di fare da sé, e nomina l'ex capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, «come suo consulente personale», recita una nota della Regione, «per la realizzazione del progetto riguardante la costruzione di un ospedale dedicato ai pazienti Covid presso le strutture messe a disposizione della Fondazione Fiera di Milano al Portello. Fontana ha ringraziato Bertolaso per aver accettato l'incarico per il quale riceverà un compenso simbolico pari a 1 euro». «Come potevo», dichiara Bertolaso, «non aderire alla richieste del presidente della Lombardia di dare una mano nella epocale battaglia contro il Covid-19 se la mia storia, tutta la mia vita è stata dedicata ad aiutare chi è in difficoltà e a servire il mio Paese?». La Lombardia è allo stremo, il compito di Bertolaso si annuncia difficile: «Abbiamo pochissimi posti liberi nelle terapie intensive», avverte l'assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera, «ormai siamo nell'ordine di 15 o 20 a disposizione». Da indiscrezioni attendibili, risulta che Silvio Berlusconi ha avuto un ruolo nella decisione di Fontana di richiamare in servizio Bertolaso. Il leader di Forza Italia, che proprio ieri ha sentito al telefono tutti i presidenti di Regione del centrodestra, già martedì scorso, attraverso il suo vice, Antonio Tajani, aveva suggerito al premier, Giuseppe Conte, di nominare Bertolaso supercommissario all'emergenza, ricevendo un rifiuto. Giulio Gallera perde la pazienza sul caso delle mascherine non a norma: «Le mascherine che possono essere utilizzate dagli operatori sanitari», dice Gallera a Sky Tg24, «sono mascherine o FFP2 o FFP3, oppure quelle chirurgiche. Ci hanno mandato delle mascherine che sono un foglio di carta igienica che viene unito. Inoltre non sono marchiate Ce e i nostri operatori ci hanno detto che non possono utilizzarle. I sindacati dei medici ci hanno detto che sono totalmente inadeguate». Gallera rivela che la direzione ospedaliera Rhodense ha avvertito la Regione che le mascherine non sono idonee, e che i sanitari si rifiutano di usarle: «Sono state tutte ritirate perché non vanno in alcun modo bene per infermieri e medici, potranno essere usate ad esempio da volontari che portano la spesa a casa ad anziani. Non butteremo niente», conclude Gallera, «ma non sono idonee per i sanitari».In serata, arriva la risposta di Borrelli: «Il fabbisogno di mascherine su base mensile», dice il capo della Protezione civile, «è di circa 90 milioni, noi abbiamo effettuato contratti per oltre 55 milioni. Si sta verificando nel mondo una chiusura delle frontiere alle esportazioni. È un problema non solo italiano ma internazionale, le polemiche sono infondate». Dunque, l'Italia non riesce a fornire protezioni adeguate a medici, infermieri e operatori sanitari, figuriamoci ai cittadini, mentre da Nord a Sud si moltiplicano le notizie di sequestri di mascherine non conformi alle norme, e di speculazioni da parte di chi le ha e le vende a prezzi da capogiro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lombardia-decide-di-curarsi-da-sola-e-chiama-bertolaso-2645489241.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-conte-brinda-al-lavoro-sicuro" data-post-id="2645489241" data-published-at="1770917104" data-use-pagination="False"> Ma Conte brinda al «lavoro sicuro» Il campionato è fermo, ma ieri mattina una ola quasi calcistica ha salutato l'intesa sulla sicurezza dei lavoratori ai tempi del coronavirus. L'accordo è stato firmato alle 8.30, dopo lungo e serrato confronto a distanza tra sindacati, imprese e governo: in videoconferenza, come impone il drammatico frangente. La rabbia e gli scioperi dei giorni scorsi nelle fabbriche hanno convinto i giallorossi all'ennesimo intervento a scoppio ritardato. Gli operai urlavano: «Non siamo carne da macello»? Giuseppe Conte, il Churchill tricolore, anche stavolta ha messo a posto le cose: «Per il bene del Paese, per la tutela della salute di lavoratrici e lavoratori. L'Italia non si ferma», commenta il premier, dopo la firma del protocollo. Anche il ministro della Salute, Roberto Speranza, è trionfante: «Paese più unito che mai». Così come la collega alla guida del Lavoro, Nunzia Catalfo: «Le aziende potranno garantire più sicurezza». Graziano Delrio, capogruppo dem alla Camera, suggella: «La salute prima di tutto». Senza dimenticare i sindacati, soddisfatti pure loro. Per Giuseppi, un'altra missione è compiuta. La sua strada, direzione emergenza coronavirus, è ormai lastricata di successi. Del resto, due giorni fa, aveva rassicurato quei pochi che continuano a tirare la carretta, «le colonne portanti su cui si regge l'Italia». Dunque, «abbiamo il vincolo morale e giuridico di garantire loro condizioni di massima sicurezza». Quindi, la Protezione civile sta «compiendo sforzi straordinari per distribuire gratuitamente a tutti i lavoratori, già nei prossimi giorni, dispositivi di protezione individuale. Vale a dire, guanti e mascherine». Era questo, d'altronde, quello che chiedevano operai e inservienti. E difatti, nei 13 punti dell'accordo tra Confindustria e sindacati, non è previsto alcun obbligo per chi non manifesta sintomi. L'uso di «dispositivi di protezione» diventa obbligatorio soltanto se il tipo di mansione richiede di stare a meno di un metro l'uno dall'altro. In quel caso, cari sottoposti, ci pensa la nostra cavalleria governativa a mettervi al sicuro. La stessa che non riesce a mandare le mascherine nemmeno a tanti medici e infermieri in prima linea. E quando riesce nell'intento, lo fa all'italiana. Come accusa Davide Caparini, assessore al Bilancio della Lombardia: «La Protezione civile ci invia mascherine del peggior materiale possibile, in ritardo di settimane e per di più non a norma». Stavolta però, in ossequio all'epocale protocollo, le cose andranno diversamente: guanti e mascherine gratis per tutti, rassicura il premier. O meglio, solo per quelli costretti a lavorare guancia a guancia. Chi può mantenere il raccomandato metro di distanza, cosa volete infatti che rischi? Potrà andare ogni mattina in fabbrica sereno: Giuseppi vigila sulla sua salute. Grazie anche all'accordo siglato ieri: prevede la misurazione all'ingresso della temperatura dei dipendenti, che devono comunicare sintomi sospetti e restare a casa con febbre oltre i 37,5. L'azienda garantirà la sanificazione degli ambienti e i saponi detergenti. Poi chiusura dei reparti diversi dalla produzione, rimodulazione dei turni, accesso contingentato a mense e spogliatoi, obbligo di lavarsi le mani. E distanza di almeno un metro. Chi non può mantenerla, potrà sempre contare sulla solerzia della Protezione civile. Nell'attesa, però, meglio arrangiarsi. La direzione di una catena commerciale ha già avvisato i suoi collaboratori: «Le mascherine ancora non ci sono per tutti, usate i panni Swiffer».
Giorgia Meloni (Ansa)
Il vertice informale dei capi di governo, che si terrà oggi in Belgio nel castello di Alden Biesen, può essere inquadrato con una similitudine: affidare a Ursula von der Leyen, Enrico Letta e Mario Draghi soluzioni per migliorare la competitività della Ue è come affidare al capocantiere la ristrutturazione della vostra abitazione. Dimenticandosi che è lo stesso che vi aveva chiesto le chiavi di casa, promettendovi di riconsegnarvela più bella di prima, ma ve l’ha devastata.
La Von der Leyen è il presidente della Commissione che all’inizio del suo primo mandato ha varato il Green deal che ha azzoppato mezza industria continentale seppellendola sotto burocrazia e regole e inseguendo il mito della coesistenza tra competitività e decarbonizzazione. Di Enrico Letta ricordiamo ancora con un brivido di paura i 300 giorni del suo governo tra 2013 e 2014, con il Pil in calo rispettivamente del 1,9% e 0,4%. Di Mario Draghi non possiamo scordare la lettera dell’agosto 2011 al governo Berlusconi, con l’intimazione ad attuare una serie di misure di politica economica che fecero precipitare il Paese in anni di recessione e stagnazione, interrotti solo dalla ripresa post Covid. Per non parlare del famoso «pace o condizionatore acceso?», quando era capo del governo; abbiamo spento i condizionatori (e le fabbriche, con il gas oltre i 300 €/mwh nel 2022) senza ottenere la pace.
Da questo punto di vista sarà molto interessante misurare concretamente il possibile attrito tra il nuovo asse Roma-Berlino e la linea dettagliata ieri dalla stessa Von der Leyen, che ha parlato davanti all’Europarlamento in plenaria a Strasburgo e, a distanza di poche ore, ad Anversa per il tradizionale summit annuale degli industriali europei. Per sommi capi la linea della Commissione è questa: ampia deregolamentazione e semplificazione, apertura a grandi mercati internazionali (Mercosur, India, Messico, Indonesia) attraverso accordi di libero scambio, eliminazione delle barriere all’interno del mercato unico, unione del mercato dei capitali. Il tutto spinto dalla necessità di «fare presto» - che, per esperienza diretta, noi italiani sappiamo bene quanto sia diverso da «fare bene» - e dalla minaccia di andare avanti con chi ci sta. Cioè attivare la cosiddetta «cooperazione rafforzata», con un minimo di nove Stati aderenti, come già accaduto di recente in occasione delle garanzie per il prestito all’Ucraina.
Nemmeno una parola sugli Eurobond, su cui si era speso proprio due giorni fa Emmanuel Macron intervenendo su numerosi quotidiani europei. Un’idea, nemmeno così originale, che i tedeschi avevano prontamente respinto al mittente, cosa che fanno regolarmente da anni e che la loro Corte costituzionale non farebbe mai passare, tanti e tali sono i paletti che ha già posto in occasione dell’iniziativa una-tantum del Next Generation Eu. La posizione di Macron è peraltro comprensibile, considerato il modesto o nullo spazio di manovra offerto dal bilancio francese che, nonostante mesi di trattative e tentativi di contenimento, nel 2026 è previsto attestarsi al 5% di deficit/Pil e con una traiettoria di debito/Pil fuori controllo. Meno comprensibile è che, in Italia, Elly Schlein e Giuseppe Conte si siano subito precipitati ieri a sostenere questa causa persa.
Con queste premesse, e con le presidenziali francesi del 2027 già in vista e Macron fuori gioco, è normale che il Cancelliere Friedrich Merz abbia cercato una sponda con il presidente Giorgia Meloni. Per quanto le soluzioni - a trazione tedesca - siano per definizione da prendere con le pinze, l’accordo con l’Italia sulla possibilità di restituire poteri agli Stati nazionali pare cozzare con il famigerato «federalismo pragmatico» accentratore di Draghi, e può costituire un tentativo promettente di allentare la morsa di potere della Commissione.
Il cui presidente, ieri, si è ben guardata dal precisare che le «ricette» presentate servirebbero a correggere i frutti avvelenati del suo precedente mandato di presidente. Invece, ha addirittura accusato gli Stati membri di essere i colpevoli delle complicazioni perché spesso le direttive Ue sono state recepite aggiungendo regole, obblighi o controlli più severi di quelli minimi richiesti dalle Ue. Insomma, cornuti e mazziati. La Von der Leyen ha annunciato la proposta per il cosiddetto «ventottesimo regime»: come leggete anche qui sotto, si tratta di un corpo di regole applicabile uniformemente a qualsiasi impresa stabilita nei 27 Paesi, per costituirsi, finanziarsi, gestire le crisi. Decenni di stratificazione di diritto commerciale, civile, fallimentare, tipici di ogni Stato membro, all’improvviso messi da parte per consentire l’accesso a un nuovo corpo di regole tutto da scrivere in poche settimane. Non osiamo nemmeno immaginare la confusione che ne deriverà: altro che semplificazione.
Mani (quasi) libere sugli aiuti di Stato, con la scusa dei progetti «green» e grande attenzione per la spesa pubblica che privilegerà prodotti europei. Due misure protezioniste molto care a Berlino, che però mandano in soffitta anni di retorica sulle virtù del libero mercato. Attenzione riservata anche al sistema di scambio delle quote di CO2, con la promessa di restituire all’industria quei proventi. Pochi ripensamenti sul fronte delle energie rinnovabili, ma focus sull’interconnessione delle reti, anche questo un tema su cui Berlino e Parigi potrebbero non essere d’accordo.
L’industria italiana potrebbe trarne dei vantaggi, ma è meglio non illudersi troppo: i tedeschi ovviamente privilegeranno i loro interessi.
«Registrare un’impresa? In 48 ore». Un’altra promessa campata per aria
Il molto annunciato ventottesimo regime ipotizzato dall’Unione europea per le imprese sta per arrivare. «Il mese prossimo proporremo il ventottesimo regime: si chiamerà Eu Inc, un insieme unico e semplice di regole che si applicherà senza soluzione di continuità in tutta l’Unione, in modo che le imprese possano operare molto più facilmente in tutti gli Stati membri», ha detto ieri Ursula von der Leyen davanti al Parlamento europeo in seduta plenaria, nel corso del dibattito sulla competitività. Gli imprenditori potranno «registrare una società in qualsiasi Stato membro entro 48 ore, online», mentre il nuovo regime legale «consentirà operazioni transfrontaliere senza intoppi e permetterà una rapida liquidazione in caso di fallimento di un’impresa».L’iniziativa era già stata presentata al forum di Davos il 20 gennaio scorso, ma ora Von der Leyen l’ha annunciata al Parlamento europeo. Si parla di ventottesimo regime perché si tratta di un gruppo di regole che si aggiungerà ai 27 sistemi giuridici nazionali esistenti nell’Unione e che le imprese potrebbero liberamente scegliere, optando per questo nuovo regime. Pensato per le aziende di nuova costituzione, dovrebbe essere aperto anche a quelle già esistenti, anche se ancora non si conoscono i dettagli.Il progetto, proposto da un think tank e ripreso dai rapporti su mercato unico e competitività di Enrico Letta e Mario Draghi, è già noto. Le tasse e le leggi sul lavoro resterebbero nazionali, mentre il livello aziendale diventerebbe comune ai 27 Paesi membri dell’Unione. Il rapporto Letta, in realtà, proponeva una massiccia unificazione del diritto commerciale e societario, del diritto fallimentare, del lavoro, dei mercati finanziari, bancario e della fiscalità d’impresa. Un’impresa titanica e destinata al fallimento. Draghi, più prudentemente, proponeva una cooperazione rafforzata solo su alcuni aspetti (fiscale, societario, fallimentare). Va detto che esistono già due ventottesimi regimi, quello della società europea e quello della società cooperativa europea, assai poco diffusi e ormai superati.Del resto, l’Ue non ha competenza per la costituzione di nuovi tipi di imprese, essendo questo argomento di competenza degli Stati. Il Consiglio, però, può promuovere azioni specifiche «per realizzare uno degli obiettivi di cui ai trattati senza che questi ultimi abbiano previsto i poteri di azione richiesti a tal fine», secondo l’articolo 352 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Ne consegue che il ventottesimo regime dovrà essere sancito con un Regolamento del Consiglio che dovrà essere approvato con l’unanimità degli Stati membri, dopo trilogo con Parlamento e Commissione. Percorso molto lungo e accidentato.Si tratterebbe, in realtà, di un regime armonizzato per la registrazione digitale, il riconoscimento transfrontaliero e gli standard di governance e finanziamento, mentre le questioni fiscali, del lavoro e della responsabilità resterebbero nel livello nazionale.Le parole di Von der Leyen sul diritto fallimentare che regolerebbe le Eu Inc, però, aprono diversi interrogativi. Non è chiaro, ad esempio, come si possa conciliare una procedura fallimentare «europea» con le protezioni sociali legate al privilegio dei crediti verso i dipendenti dell’azienda fallita, istituto del diritto fallimentare nazionale. Più ancora, la questione fiscale resta indeterminata. Se i regimi fiscali restano quelli nazionali, aprire una società è già molto conveniente in Olanda o in Estonia, ad esempio, e non si vede il vantaggio di costituire un nuovo regime giuridico non territoriale. Si tratta solo di uno snellimento burocratico? Se è così, l’enfasi sul progetto Eu Inc appare a dire poco eccessiva. Se, invece, prima o poi il nodo fiscale verrà al pettine, il rischio è che si crei una sorta di area franca fiscale, che dovrà essere più conveniente dei regimi nazionali per essere attrattiva, altrimenti il tutto perde di senso. Ma è molto difficile che gli Stati vogliano perdere entrate fiscali. Neppure è chiaro come sarebbero trattati i rapporti contrattuali con imprese nei regimi nazionali ed anche sul diritto del lavoro occorre prestare attenzione, poiché esso è regolato sempre dalle norme del luogo in cui l’attività di svolge. Il ventottesimo regime fornirà una sorta di scudo sulle normative del lavoro? Lo vedremo, ma la sensazione è che la Eu Inc nasca soprattutto per le start-up tecnologiche e per le relative necessità di raccolta dei fondi e di finanziamento. L’idea sembra più essere quella di scimmiottare il capitalismo americano, fatta di venture capital e fondi di investimento che non hanno particolari vincoli o obblighi legali. I singoli Stati hanno normative particolari e diverse su come sono regolate le stock option, ad esempio, o i requisiti patrimoniali dei fondi e delle società, le partecipazioni azionarie, o la concessione di azioni ai dipendenti. Un regime che uniformi questi diversi sistemi sarebbe ben vista dagli investitori. La Eu Inc, cioè, sembra pensata più per favorire i flussi finanziari verso imprese tecnologiche incorporate in Europa, per competere con le start-up americane o cinesi, che non per dare fiato al mercato unico o alla competitività.Al di là della fattibilità di questa nuova Eu Inc, comunque, vi è a monte un problema che riguarda la responsabilità delle imprese nei confronti dello stato. Nel caso di un ventottesimo regime pervasivo, e non limitato alle questioni di finanziamento, sarebbero le aziende a scegliere il regime giuridico a loro applicabile, con ciò scegliendo anche quali rapporti avere con la società circostante, fatta di lavoratori, clienti, ambiente. La Apple europea del futuro nata nel ventottesimo regime, per capirsi, alle leggi di quale Stato risponderà?
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Andrea Venanzoni (Imagoeconomica)
A poco più di un anno dall’elezione di Trump, come è cambiata la destra americana?
«La destra americana è molto cambiata in questi mesi e il vero turning point è stata la morte di Charlie Kirk. L’ala intransigente dei Maga, che ha reso popolare Donald Trump, si è ritrovata senza il freno di Kirk che a suo modo ne aveva domato gli estremismi e ora il movimento più radicale si è imposto con forza. Fino alla morte di Kirk, in pratica, le frange di estrema destra erano marginalizzate, ma ora sembrano risorgere».
E chi è il riferimento politico di questa fronda di estrema destra?
«Lo abbiamo visto in Italia proprio in questi giorni, si tratta di J.D. Vance: con la sua politica non interventista, concentrata sui confini nazionali e molto comprensiva nei confronti della Russia, il vicepremier Usa è in sintonia con questa frangia. È lui che ha consigliato a Trump di temporeggiare in Iran, per esempio. Questo proprio perché Vance è molto attento al mondo Maga che non considera l’Iran una priorità e tanto meno un nemico. C’è una faglia, una divaricazione oggi nella destra americana: l’altra faccia della luna è Marco Rubio, repubblicano più classico. Rubio è il volto emerso dall’ala di destra più moderata, chiamiamola più istituzionale e liberale».
In pratica si sta giocando un derby,,,per la successione a Trump?
«Sì, da una parte i Maga nazional populisti di Vance, dall’altra i moderati e tradizionalisti di Rubio. Quest’ultimo è il regista dell’operazione Maduro che, dopo la caduta del regime venezuelano, ora fa tremare Messico e Cuba. La sua però non è una politica neoconservatrice, ovvero non c’è la ricerca dell’esportazione della democrazia e del modello americano come fu per l’Iraq, per esempio. La visione di Rubio è più analitica, inquadra le minacce globali e per gli Usa. Per esempio, il Venezuela rappresentava un hub geopolitico per lo smercio della droga, a differenza dell’Iran dove si sono inoculati i cartelli del narcotraffico messicano e colombiano: questo per dire che Rubio ha una visione interventista, quando e se necessario».
La minaccia alla Groenlandia è tra queste necessità?
«No, e infatti non se ne sta più parlando. La Groenlandia, non da oggi, è oggettivamente uno snodo fondamentale per gli Usa, soprattutto per il valore delle terre rare. E si potrà anche arrivare a una trattativa ma i modi trumpiani hanno portato a un inasprimento sul tema. Ritengo che in futuro l’approccio Rubio possa pagare di più in termini di obiettivo finale».
Ci sta dicendo che l’Europa dovrebbe trattare con Rubio?
«Chiunque voglia ragionare sul lungo periodo deve sapere che il movimento Maga ha il respiro corto: stanno emergendo nuovi think tank che vanno oltre la destra che ha portato Trump alla Casa Bianca. Dagli incidenti con l’Ice, agli Epstein files, il partito repubblicano sta vivendo un momento di difficoltà. A dimostrazione di questo subbuglio, c’è la ridefinizione e la crisi della Heritage Foundation, in principio uno dei punti di forza di Trump e di Vance, ora molto indebolita a vantaggio della Advancing American Freedom di Mike Pence. A livello economico, inoltre, basti pensare ai dazi. C’è grande attesa per il pronunciamento della Corte suprema a riguardo, ma è in ogni caso una dottrina protezionista molto lontana dalle coordinate di Reagan e dalla sfera repubblicana. Possiamo dire che è in atto una brusca limitazione della libertà economica americana legata alla mentalità Maga. In questo contesto Giorgia Meloni fa bene a non sbilanciarsi troppo nei rapporti tra Rubio e Vance, fischi a parte…».
A proposito, non abbiamo ancora parlato del presidente Trump: dal video sugli Obama, alle atlete trans fino alle giornaliste, nessuno si salva: Trump è fuori controllo?
«Trump è una stella polare che brilla sempre di meno, anche se in realtà le uscite sono dettate dalla preoccupazione sul fronte interno: la vittoria dei democratici alle elezioni supplettive nel repubblicanissimo Texas, la rimozione di Bovino dal suo incarico nell’Ice e la rinuncia a centinaia di agenti sono segnali di possibile declino e questo aumenta l’aggressività mediatica di Trump in modo esponenziale».
Musk in questo scenario dove si colloca?
«Musk è tornato semplicemente a fare il suo mestiere, ovvero l’imprenditore. Rispetto a un primo tempo del governo che lo ha visto protagonista oggi Musk è tornato a occuparsi dei suoi satelliti, mentre gli americani per l’analisi dei dati si affida sempre di più alla Palantir Technologies».
Se dovesse scommettere 10 dollari, su chi li punterebbe tra Vance e Rubio?
«I due si contendono il trono ma mi rifaccio a un recente sondaggio Paymarket, dove Rubio vince su Vance».
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(Ansa)
Nel verde dei campi e sulle colline coltivate dell’Alta Valtiberina, a cavallo tra Umbria, Toscana e Marche, la Storia ha consegnato uno dei casi più singolari dal punto di vista geopolitico: quello della micro-repubblica di Cospaia, paese di poche anime tra Sansepolcro e Città di Castello. Dai primi documenti risalenti al 1360, il borgo contadino risultava appartenere alla comunità di Città di Castello facente parte dello Stato della Chiesa anche se contesa da Borgo San Sepolcro, allora governato dai Malatesta di Rimini. La svolta che segnerà la storia di Cospaia giunse nel 1440, anno della battaglia di Anghiari. Il periodo segnò anche una fase di crisi finanziaria per lo Stato Pontificio, che il Papa Eugenio IV (il nobile veneziano Gabriele Condulmer) cercò di sanare attraverso la vendita di beni e terreni. Nelle alienazioni cadde anche il territorio di Cospaia, legata alla vendita di Borgo San Sepolcro ai fiorentini di Cosimo Maria de’Medici per 25.000 fiorini. Di fronte alla spartizione del piccolo borgo umbro tra le due grandi potenze, fu la particolare geomorfologia del territorio di Cospaia a cambiarne il destino. Gli incaricati dello Stato Pontificio e quelli di Firenze si diedero appuntamento nel territorio di Cospaia al fine di segnare i nuovi confini tra i due Stati. I nuovi limiti si sarebbero dovuti stabilire lungo il corso del torrente chiamato semplicemente «Rio». Nella realtà Cospaia era lambita da due corsi d’acqua, il «Rio della Gorgaccia» e il Rio detto «Riascolo». Mentre i fiorentini misurarono il torrente posto a Nord (il Gorgaccia), gli uomini del Papa considerarono confine il torrente meridionale, il Riascolo. Le misurazioni tagliarono quindi fuori una parte di territorio di forma triangolare con il vertice verso Nord, che diventò una sorta di «terra di nessuno» e che includeva l’abitato del borgo umbro. Quella fetta di terreno ritagliata per errore diventò una zona libera, non più soggetta al Papa né ceduta ad una Signorìa. La «Repubblica Libera di Cospaia», abitata da poche famiglie contadine divenne una realtà di fatto anche perché i due Stati che la avevano erroneamente creata giudicarono antieconomico iniziare contese per una così piccola parte di territorio. La repubblica non ebbe mai una forma giuridico-istituzionale ben definita. Non aveva giudici, tribunali e carceri. E neppure un parlamento né un esercito. Si basava piuttosto su una forma di autogoverno della «consuetudine», le cui regole erano quelle della secolare vita dei campi, dei casolari contadini, del lavoro scandito dalle stagioni, così come era sempre stato anche sotto un governante esterno. Pertanto non si può giudicarla neppure «anarchia», non certo nel senso moderno del termine. Ciò che fece la differenza e che per i quasi 4 secoli della sua esistenza fu che il territorio libero di Cospaia non pagò più tasse né gabelle, né tributi. Per le contese giuridiche, gli abitanti si rivolgevano ai tribunali di San Sepolcro oppure di Città di Castello. Solo con il tempo si istituì un Consiglio degli anziani e dei capifamiglia, spesso affiancato dalla figura del parroco, l’unico alfabetizzato. A partire dalla metà del Cinquecento Cospaia prosperò grazie all’introduzione della coltivazione estensiva del tabacco introdotta per la prima volta in Italia da Alfonso Tornabuoni, il quale scelse il territorio della microrepubblica per gli evidenti vantaggi della sua natura di porto franco. Ancora oggi il tabacco di Cospaia è considerato tra i più prestigiosi al mondo.
La Repubblica Libera di Cospaia durò fino al 1826, quando in virtù di un accordo fra il Granduca di Toscana Leopoldo II e il Papa Leone XII il territorio fu spartito tra i due Stati pre-unitari.
Le immagini e le mappe della ex Repubblica Libera di Cospaia
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