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2020-03-15
La Lombardia decide di curarsi da sola e chiama Bertolaso
Guido Bertolaso (Ansa)
La Regione Lombardia, esasperata dai ritardi e dalle promesse mancate della Protezione civile nazionale guidata da Angelo Borrelli, «ingaggia» a titolo gratuito Guido Bertolaso. La notizia arriva al termine di una giornata ad altissima tensione tra la giunta lombarda e la Protezione civile, che sta inviando alle Regioni mascherine non a norma. La denuncia dell'assessore lombardo al Bilancio, Davide Caparini, scatena infatti una vera e propria bufera su Borrelli e compagnia parlante: «La Protezione civile», scrive Caparini su Facebook, «invia queste mascherine alla Regione Lombardia da destinare ai medici e paramedici impegnati nella guerra al coronavirus. Il peggior materiale possibile, non nello standard previsto nei casi di pandemia. In ritardo di settimane e per di più non a norma e intanto le persone si ammalano e muoiono! Borrelli vergogna», attacca Caparini, «dimissioni subito! Il personale sanitario in Lombardia costituisce il 12% dei contagiati da coronavirus e il governo lo “protegge" con gli stracci per la polvere! Questo tipo di mascherina non è un presidio ospedaliero, non ha certificazioni».
Caparini è scatenato. La delusione per il modo in cui la Protezione civile nazionale sta affrontando l'emergenza è più che comprensibile. La promessa mancata relativa all'ospedale da campo è stata una vera e propria batosta. «La Protezione civile», ha rivelato il governatore Attilio Fontana, «non è nelle condizioni di rispettare quello che ci aveva promesso sull'allestimento di un ospedale da campo nella Fiera di Milano. Non è in condizione di fornirci né il personale medico infermieristico, né i letti di terapia intensiva e la strumentazione necessaria per allestire i padiglioni. L'accordo era che la Regione fornisse gli spazi mentre l'ente nazionale personale e macchinari, ma non si può fare». Fontana così decide di fare da sé, e nomina l'ex capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, «come suo consulente personale», recita una nota della Regione, «per la realizzazione del progetto riguardante la costruzione di un ospedale dedicato ai pazienti Covid presso le strutture messe a disposizione della Fondazione Fiera di Milano al Portello. Fontana ha ringraziato Bertolaso per aver accettato l'incarico per il quale riceverà un compenso simbolico pari a 1 euro». «Come potevo», dichiara Bertolaso, «non aderire alla richieste del presidente della Lombardia di dare una mano nella epocale battaglia contro il Covid-19 se la mia storia, tutta la mia vita è stata dedicata ad aiutare chi è in difficoltà e a servire il mio Paese?».
La Lombardia è allo stremo, il compito di Bertolaso si annuncia difficile: «Abbiamo pochissimi posti liberi nelle terapie intensive», avverte l'assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera, «ormai siamo nell'ordine di 15 o 20 a disposizione». Da indiscrezioni attendibili, risulta che Silvio Berlusconi ha avuto un ruolo nella decisione di Fontana di richiamare in servizio Bertolaso. Il leader di Forza Italia, che proprio ieri ha sentito al telefono tutti i presidenti di Regione del centrodestra, già martedì scorso, attraverso il suo vice, Antonio Tajani, aveva suggerito al premier, Giuseppe Conte, di nominare Bertolaso supercommissario all'emergenza, ricevendo un rifiuto.
Giulio Gallera perde la pazienza sul caso delle mascherine non a norma: «Le mascherine che possono essere utilizzate dagli operatori sanitari», dice Gallera a Sky Tg24, «sono mascherine o FFP2 o FFP3, oppure quelle chirurgiche. Ci hanno mandato delle mascherine che sono un foglio di carta igienica che viene unito. Inoltre non sono marchiate Ce e i nostri operatori ci hanno detto che non possono utilizzarle. I sindacati dei medici ci hanno detto che sono totalmente inadeguate».
Gallera rivela che la direzione ospedaliera Rhodense ha avvertito la Regione che le mascherine non sono idonee, e che i sanitari si rifiutano di usarle: «Sono state tutte ritirate perché non vanno in alcun modo bene per infermieri e medici, potranno essere usate ad esempio da volontari che portano la spesa a casa ad anziani. Non butteremo niente», conclude Gallera, «ma non sono idonee per i sanitari».
In serata, arriva la risposta di Borrelli: «Il fabbisogno di mascherine su base mensile», dice il capo della Protezione civile, «è di circa 90 milioni, noi abbiamo effettuato contratti per oltre 55 milioni. Si sta verificando nel mondo una chiusura delle frontiere alle esportazioni. È un problema non solo italiano ma internazionale, le polemiche sono infondate». Dunque, l'Italia non riesce a fornire protezioni adeguate a medici, infermieri e operatori sanitari, figuriamoci ai cittadini, mentre da Nord a Sud si moltiplicano le notizie di sequestri di mascherine non conformi alle norme, e di speculazioni da parte di chi le ha e le vende a prezzi da capogiro.
Ma Conte brinda al «lavoro sicuro»
Il campionato è fermo, ma ieri mattina una ola quasi calcistica ha salutato l'intesa sulla sicurezza dei lavoratori ai tempi del coronavirus. L'accordo è stato firmato alle 8.30, dopo lungo e serrato confronto a distanza tra sindacati, imprese e governo: in videoconferenza, come impone il drammatico frangente. La rabbia e gli scioperi dei giorni scorsi nelle fabbriche hanno convinto i giallorossi all'ennesimo intervento a scoppio ritardato. Gli operai urlavano: «Non siamo carne da macello»? Giuseppe Conte, il Churchill tricolore, anche stavolta ha messo a posto le cose: «Per il bene del Paese, per la tutela della salute di lavoratrici e lavoratori. L'Italia non si ferma», commenta il premier, dopo la firma del protocollo. Anche il ministro della Salute, Roberto Speranza, è trionfante: «Paese più unito che mai». Così come la collega alla guida del Lavoro, Nunzia Catalfo: «Le aziende potranno garantire più sicurezza». Graziano Delrio, capogruppo dem alla Camera, suggella: «La salute prima di tutto». Senza dimenticare i sindacati, soddisfatti pure loro.
Per Giuseppi, un'altra missione è compiuta. La sua strada, direzione emergenza coronavirus, è ormai lastricata di successi. Del resto, due giorni fa, aveva rassicurato quei pochi che continuano a tirare la carretta, «le colonne portanti su cui si regge l'Italia». Dunque, «abbiamo il vincolo morale e giuridico di garantire loro condizioni di massima sicurezza». Quindi, la Protezione civile sta «compiendo sforzi straordinari per distribuire gratuitamente a tutti i lavoratori, già nei prossimi giorni, dispositivi di protezione individuale. Vale a dire, guanti e mascherine».
Era questo, d'altronde, quello che chiedevano operai e inservienti. E difatti, nei 13 punti dell'accordo tra Confindustria e sindacati, non è previsto alcun obbligo per chi non manifesta sintomi. L'uso di «dispositivi di protezione» diventa obbligatorio soltanto se il tipo di mansione richiede di stare a meno di un metro l'uno dall'altro. In quel caso, cari sottoposti, ci pensa la nostra cavalleria governativa a mettervi al sicuro. La stessa che non riesce a mandare le mascherine nemmeno a tanti medici e infermieri in prima linea. E quando riesce nell'intento, lo fa all'italiana. Come accusa Davide Caparini, assessore al Bilancio della Lombardia: «La Protezione civile ci invia mascherine del peggior materiale possibile, in ritardo di settimane e per di più non a norma».
Stavolta però, in ossequio all'epocale protocollo, le cose andranno diversamente: guanti e mascherine gratis per tutti, rassicura il premier. O meglio, solo per quelli costretti a lavorare guancia a guancia. Chi può mantenere il raccomandato metro di distanza, cosa volete infatti che rischi? Potrà andare ogni mattina in fabbrica sereno: Giuseppi vigila sulla sua salute. Grazie anche all'accordo siglato ieri: prevede la misurazione all'ingresso della temperatura dei dipendenti, che devono comunicare sintomi sospetti e restare a casa con febbre oltre i 37,5. L'azienda garantirà la sanificazione degli ambienti e i saponi detergenti. Poi chiusura dei reparti diversi dalla produzione, rimodulazione dei turni, accesso contingentato a mense e spogliatoi, obbligo di lavarsi le mani. E distanza di almeno un metro. Chi non può mantenerla, potrà sempre contare sulla solerzia della Protezione civile.
Nell'attesa, però, meglio arrangiarsi. La direzione di una catena commerciale ha già avvisato i suoi collaboratori: «Le mascherine ancora non ci sono per tutti, usate i panni Swiffer».
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Giulio Gallera: «Ci danno mascherine di carta igienica». Angelo Borrelli: «No a polemiche». Poi la svolta del Pirellone, facilitata da Silvio Berlusconi.Giuseppe Conte annuncia trionfante il patto siglato da imprese e sindacati contro il Covid-19. Avrà diritto alle protezioni soltanto chi non potrà rispettare la distanza di un metro.Lo speciale contiene due articoli.La Regione Lombardia, esasperata dai ritardi e dalle promesse mancate della Protezione civile nazionale guidata da Angelo Borrelli, «ingaggia» a titolo gratuito Guido Bertolaso. La notizia arriva al termine di una giornata ad altissima tensione tra la giunta lombarda e la Protezione civile, che sta inviando alle Regioni mascherine non a norma. La denuncia dell'assessore lombardo al Bilancio, Davide Caparini, scatena infatti una vera e propria bufera su Borrelli e compagnia parlante: «La Protezione civile», scrive Caparini su Facebook, «invia queste mascherine alla Regione Lombardia da destinare ai medici e paramedici impegnati nella guerra al coronavirus. Il peggior materiale possibile, non nello standard previsto nei casi di pandemia. In ritardo di settimane e per di più non a norma e intanto le persone si ammalano e muoiono! Borrelli vergogna», attacca Caparini, «dimissioni subito! Il personale sanitario in Lombardia costituisce il 12% dei contagiati da coronavirus e il governo lo “protegge" con gli stracci per la polvere! Questo tipo di mascherina non è un presidio ospedaliero, non ha certificazioni».Caparini è scatenato. La delusione per il modo in cui la Protezione civile nazionale sta affrontando l'emergenza è più che comprensibile. La promessa mancata relativa all'ospedale da campo è stata una vera e propria batosta. «La Protezione civile», ha rivelato il governatore Attilio Fontana, «non è nelle condizioni di rispettare quello che ci aveva promesso sull'allestimento di un ospedale da campo nella Fiera di Milano. Non è in condizione di fornirci né il personale medico infermieristico, né i letti di terapia intensiva e la strumentazione necessaria per allestire i padiglioni. L'accordo era che la Regione fornisse gli spazi mentre l'ente nazionale personale e macchinari, ma non si può fare». Fontana così decide di fare da sé, e nomina l'ex capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, «come suo consulente personale», recita una nota della Regione, «per la realizzazione del progetto riguardante la costruzione di un ospedale dedicato ai pazienti Covid presso le strutture messe a disposizione della Fondazione Fiera di Milano al Portello. Fontana ha ringraziato Bertolaso per aver accettato l'incarico per il quale riceverà un compenso simbolico pari a 1 euro». «Come potevo», dichiara Bertolaso, «non aderire alla richieste del presidente della Lombardia di dare una mano nella epocale battaglia contro il Covid-19 se la mia storia, tutta la mia vita è stata dedicata ad aiutare chi è in difficoltà e a servire il mio Paese?». La Lombardia è allo stremo, il compito di Bertolaso si annuncia difficile: «Abbiamo pochissimi posti liberi nelle terapie intensive», avverte l'assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera, «ormai siamo nell'ordine di 15 o 20 a disposizione». Da indiscrezioni attendibili, risulta che Silvio Berlusconi ha avuto un ruolo nella decisione di Fontana di richiamare in servizio Bertolaso. Il leader di Forza Italia, che proprio ieri ha sentito al telefono tutti i presidenti di Regione del centrodestra, già martedì scorso, attraverso il suo vice, Antonio Tajani, aveva suggerito al premier, Giuseppe Conte, di nominare Bertolaso supercommissario all'emergenza, ricevendo un rifiuto. Giulio Gallera perde la pazienza sul caso delle mascherine non a norma: «Le mascherine che possono essere utilizzate dagli operatori sanitari», dice Gallera a Sky Tg24, «sono mascherine o FFP2 o FFP3, oppure quelle chirurgiche. Ci hanno mandato delle mascherine che sono un foglio di carta igienica che viene unito. Inoltre non sono marchiate Ce e i nostri operatori ci hanno detto che non possono utilizzarle. I sindacati dei medici ci hanno detto che sono totalmente inadeguate». Gallera rivela che la direzione ospedaliera Rhodense ha avvertito la Regione che le mascherine non sono idonee, e che i sanitari si rifiutano di usarle: «Sono state tutte ritirate perché non vanno in alcun modo bene per infermieri e medici, potranno essere usate ad esempio da volontari che portano la spesa a casa ad anziani. Non butteremo niente», conclude Gallera, «ma non sono idonee per i sanitari».In serata, arriva la risposta di Borrelli: «Il fabbisogno di mascherine su base mensile», dice il capo della Protezione civile, «è di circa 90 milioni, noi abbiamo effettuato contratti per oltre 55 milioni. Si sta verificando nel mondo una chiusura delle frontiere alle esportazioni. È un problema non solo italiano ma internazionale, le polemiche sono infondate». Dunque, l'Italia non riesce a fornire protezioni adeguate a medici, infermieri e operatori sanitari, figuriamoci ai cittadini, mentre da Nord a Sud si moltiplicano le notizie di sequestri di mascherine non conformi alle norme, e di speculazioni da parte di chi le ha e le vende a prezzi da capogiro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lombardia-decide-di-curarsi-da-sola-e-chiama-bertolaso-2645489241.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-conte-brinda-al-lavoro-sicuro" data-post-id="2645489241" data-published-at="1777391929" data-use-pagination="False"> Ma Conte brinda al «lavoro sicuro» Il campionato è fermo, ma ieri mattina una ola quasi calcistica ha salutato l'intesa sulla sicurezza dei lavoratori ai tempi del coronavirus. L'accordo è stato firmato alle 8.30, dopo lungo e serrato confronto a distanza tra sindacati, imprese e governo: in videoconferenza, come impone il drammatico frangente. La rabbia e gli scioperi dei giorni scorsi nelle fabbriche hanno convinto i giallorossi all'ennesimo intervento a scoppio ritardato. Gli operai urlavano: «Non siamo carne da macello»? Giuseppe Conte, il Churchill tricolore, anche stavolta ha messo a posto le cose: «Per il bene del Paese, per la tutela della salute di lavoratrici e lavoratori. L'Italia non si ferma», commenta il premier, dopo la firma del protocollo. Anche il ministro della Salute, Roberto Speranza, è trionfante: «Paese più unito che mai». Così come la collega alla guida del Lavoro, Nunzia Catalfo: «Le aziende potranno garantire più sicurezza». Graziano Delrio, capogruppo dem alla Camera, suggella: «La salute prima di tutto». Senza dimenticare i sindacati, soddisfatti pure loro. Per Giuseppi, un'altra missione è compiuta. La sua strada, direzione emergenza coronavirus, è ormai lastricata di successi. Del resto, due giorni fa, aveva rassicurato quei pochi che continuano a tirare la carretta, «le colonne portanti su cui si regge l'Italia». Dunque, «abbiamo il vincolo morale e giuridico di garantire loro condizioni di massima sicurezza». Quindi, la Protezione civile sta «compiendo sforzi straordinari per distribuire gratuitamente a tutti i lavoratori, già nei prossimi giorni, dispositivi di protezione individuale. Vale a dire, guanti e mascherine». Era questo, d'altronde, quello che chiedevano operai e inservienti. E difatti, nei 13 punti dell'accordo tra Confindustria e sindacati, non è previsto alcun obbligo per chi non manifesta sintomi. L'uso di «dispositivi di protezione» diventa obbligatorio soltanto se il tipo di mansione richiede di stare a meno di un metro l'uno dall'altro. In quel caso, cari sottoposti, ci pensa la nostra cavalleria governativa a mettervi al sicuro. La stessa che non riesce a mandare le mascherine nemmeno a tanti medici e infermieri in prima linea. E quando riesce nell'intento, lo fa all'italiana. Come accusa Davide Caparini, assessore al Bilancio della Lombardia: «La Protezione civile ci invia mascherine del peggior materiale possibile, in ritardo di settimane e per di più non a norma». Stavolta però, in ossequio all'epocale protocollo, le cose andranno diversamente: guanti e mascherine gratis per tutti, rassicura il premier. O meglio, solo per quelli costretti a lavorare guancia a guancia. Chi può mantenere il raccomandato metro di distanza, cosa volete infatti che rischi? Potrà andare ogni mattina in fabbrica sereno: Giuseppi vigila sulla sua salute. Grazie anche all'accordo siglato ieri: prevede la misurazione all'ingresso della temperatura dei dipendenti, che devono comunicare sintomi sospetti e restare a casa con febbre oltre i 37,5. L'azienda garantirà la sanificazione degli ambienti e i saponi detergenti. Poi chiusura dei reparti diversi dalla produzione, rimodulazione dei turni, accesso contingentato a mense e spogliatoi, obbligo di lavarsi le mani. E distanza di almeno un metro. Chi non può mantenerla, potrà sempre contare sulla solerzia della Protezione civile. Nell'attesa, però, meglio arrangiarsi. La direzione di una catena commerciale ha già avvisato i suoi collaboratori: «Le mascherine ancora non ci sono per tutti, usate i panni Swiffer».
Maurizio Landini
Si tratta di decisioni da adottare in una fase molto complicata, perché il tema delle risorse finanziare resta centrale in un quadro di forte incertezza, causata dall’impatto economico e energetico del conflitto in Medio Oriente e dal mancato rispetto dell’obiettivo di deficit al 3%. Che come è noto comporta il mantenimento della procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea nei confronti dell’Italia e lascia aperta la possibilità, da parte del nostro governo, di valutare un possibile scostamento di bilancio. Tutte questioni che dovranno essere oggetto di un auspicabile confronto con la Commissione europea, con l’obiettivo di ottenere una maggiore flessibilità finanziaria.
Immaginiamo già le critiche dell’opposizione di sinistra nei confronti del governo reo di non aver fatto nulla per impedire questo stato di cose e persino di aver strumentalmente convocato il cdm per assumere le decisioni sul lavoro a ridosso del Primo Maggio, solo per silenziare i sindacati e i lavoratori, saturando lo spazio mediatico, e inviando messaggi rassicuranti per garantire in qualche modo che il potere d’acquisto non sarà ulteriormente intaccato dall’onda lunga delle speculazioni.
La verità è che l’anno appena trascorso ha segnato un punto di svolta nel modo in cui la questione salariale è stata affrontata nel dibattito pubblico italiano. Dopo anni di attenzione discontinua, il tema è emerso come problema strutturale. Anche nelle zone economicamente più avanzate del Paese, la dinamica salariale è oggi al centro delle attenzioni non solo perché è una questione nazionale ma anche perché è sempre più evidente che non riguarda soltanto l’equità sociale, ma incide direttamente sulla competitività del sistema economico.
Ma al di là dei compiti che un governo deve avere nell’attivare politiche fiscali a favore del lavoro e nella predisposizione di un quadro macroeconomico che permetta al sistema produttivo di operare nel migliore dei modi, vi è da dire che l’esecutivo, in quanto datore di lavoro pubblico, ha agito relativamente bene, rinnovando i contratti della scuola e degli enti locali e predisponendo il tavolo per il rinnovo del contratto della sanità pubblica. Possiamo dire altrettanto delle organizzazioni sindacali e datoriali?
Non sarebbe davvero stato male se nel recente dibattito il segretario Cgil e il presidente di Confindustria avessero preso coscienza dei loro compiti e delle loro responsabilità nell’affrontare i problemi del mondo del lavoro e dei lavoratori. Ad esempio prendendo atto che nonostante il sistema contrattuale italiano sia da considerarsi tra i migliori in Europa, in realtà la contrattazione ha mostrato limiti strutturali: oltre agli enormi ritardi nei rinnovi del settore privato, non è riuscita a garantire aumenti adeguati, spesso legati a una produttività ferma a diversi anni fa. Sindacati e imprese dovrebbero sapere che le ragioni di questo ritardo persistente sono note e strutturali: il peso elevato delle pmi, la centralità di settori a basso valore aggiunto come il turismo, edilizia e i servizi alla persona, un sistema di relazioni industriali frammentato e in alcuni comparti molto debole, livelli di competenze ancora insufficienti - sia dal lato dei lavoratori sia dei manager - e un passaggio scuola-lavoro ampiamente migliorabile - continuano a comprimere la dinamica delle retribuzioni.
Soprattutto appare evidente l’incapacità di adattarsi alle trasformazioni tecnologiche e di mercato e di conseguenza mantenendosi non raramente minimi retributivi molto bassi. Inoltre in questi anni si è assistito ad una proliferazione di contratti siglati da organizzazioni sindacali e datoriali con una bassa rappresentatività, generando effetti perversi di «dumping salariale e contrattuale».
A queste criticità si aggiunge un paradosso, ovvero che i record occupazionali possono costituire il terreno per una nuova stagnazione salariale. Con l’aumento del costo del capitale, molte imprese hanno scelto di espandere il fattore lavoro rinviando investimenti e digitalizzazione. In definitiva sé si vuole affrontare la questione salariale, il governo dovrà fare la sua parte ma le parti sociali, sindacato e datori di lavoro, non possono essere da meno e dovrebbero mostrare più coraggio e lungimiranza. Ingredienti che finora hanno dimostrato di non avere.
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L’operazione, coordinata dalla Questura di Roma, è stata preceduta da un’attività di analisi informativa e di mappatura delle criticità, con particolare attenzione alle dinamiche di occupazione abusiva stratificatesi nel tempo all’interno del complesso di proprietà di Ater Roma. Subito dopo l’accesso allo stabile da parte delle forze dell’ordine, i tecnici di Ater hanno avviato le operazioni di bonifica degli spazi. Durante l’intervento non è stato trovato alcun occupante all’interno della struttura. Un gruppo iniziale di una decina di attivisti, poi cresciuto fino a quasi un centinaio, si è arrampicato sul tetto in segno di protesta.
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Alla fine degli anni ’40 la Vespa ebbe la sua veste definitiva, con caratteristiche che manterrà per i decenni a venire. Nell’ultimo scorcio del decennio, a pochi anni dalla fine della guerra, Piaggio aveva riguadagnato anche i macchinari per la produzione in serie, persi sotto le bombe alleate negli stabilimenti di Pontedera. Il decennio si era concluso con l’introduzione della «125», evoluzione della prima e più spartana «98» del 1946. Nel 1951 la casa presentò la nuova Vespa «ottavo di litro», con notevoli migliorie tecniche nei cavi del cambio, nella sospensione anteriore e nella riduzione delle vibrazioni garantite dalla presenza di silent block. Lo stampaggio realizzato da moderne presse americane permise anche di abbassare i listini, dando di fatto uno slancio inarrestabile alla motorizzazione dell’Italia postbellica. Accanto alla rinnovata «125» la casa di Pontedera lanciò nel 1952 un modello ancora più economico, la oggi rarissima «125 U», dove la lettera «U» stava per «utilitaria». Lo scooter era riconoscibile dal cofano motore ridotto a semplice copertura degli organi, aperto lateralmente e dal faro anteriore di dimensioni ridotte. In Italia non ebbe grandissimo successo, mentre fu più apprezzata all’estero dove furono esportate in Svezia, Venezuela e Iran (in Venezuela furono adottate dalla polizia, in Iran dalle poste). Anche in Italia, la Vespa fu compagna del lavoro quotidiano dei difficili anni della ricostruzione, con la versione motocarro presentata già nel 1948 (con il nome provvisorio di TriVespa), poi diventata sempre più diffusa con il nome di «Ape».
Nel 1953 la Vespa fu consacrata sul grande schermo nel film culto «Vacanze romane» con Gregory Peck e Audrey Hepburn. L’attore americano guidava una «125» (V31T) faro basso del 1951 che fece il primo giro «virtuale» del mondo. Gli anni ’50 catapultano la Vespa in cima ai desideri degli italiani, seguita dalla rivale Lambretta Innocenti. Con la crescita delle vendite (500.000 esemplari alla fine del 1953) si alza anche la cilindrata. La «150 GS» del 1955 è la prima ad avere velleità sportive, con una potenza di 8 Cv e il cambio a 4 marce che permetteva alla GS di infrangere il muro dei 100 km/h. Fu messa in listino anche la vespa 150 «VL», una versione più tranquilla della GS, ribattezzata «struzzo» per la particolare forma della carenatura del faro anteriore al manubrio. Nel 1958 sarà rinnovata anche la «125» con l’adozione dei semigusci e dei comandi nascosti nel manubrio. Questo modello fu utilizzato nelle scene degli inseguimenti dei paparazzi ne «La Dolce Vita» di Federico Fellini.
All’inizio degli anni Sessanta la spinta del boom economico comincia a ridursi, mentre la motorizzazione degli italiani passa dalle 2 alle 4 ruote (con l’immissione sul mercato delle utilitarie Fiat «600» e «500» dalla metà del decennio precedente). Piaggio risponde alla contrazione con un’altra idea vincente. Nel 1963 presenta la prima Vespa «50», caratterizzata dalle dimensioni ridotte, dando vita alla generazione delle «small frame». Fu l'ultima Vespa firmata da Corradino D'Ascanio. Guidabile senza patente e a partire dai 14 anni, la nuova «50» si inserì nel mondo dei ciclomotori scalando in pochissimo tempo le classifiche di vendita. Nelle cilindrate più alte, per la prima volta la Vespa si presentò al pubblico con un motore da 180cc. Nel 1964 esce la «180 Super Sport», uno degli scooter più veloci sul mercato con i suoi 105 km/h di punta. Anche le linee sono rinnovate, con il faro trapezoidale e un disegno più squadrato, che porrà fine alle bombature accentuate della prima generazione dello scooter Piaggio. Anche la serie «piccola» vedrà evoluzioni a partire dalla metà del decennio. Nel 1965 vengono presentate due meteore da 90cc. con il telaio della «50», di cui una sportiva, la 90 «SS» caratterizzata da un finto serbatoio tra sellino e manubrio, che in realtà è un portaoggetti. Il manubrio, più stretto e inclinato verso il basso ricordava quelli utilizzati sulle moto sportive. Nello stesso anno viene lanciata la «125 Nuova», base small frame per quella che nel 1967 inizierà la serie best seller delle piccole targate, la «Primavera». Alla fine degli anni Sessanta Piaggio presenta una rinnovata 180cc, la «Rally», dotata di un faro di grandi dimensioni e per la prima volta del bauletto portaoggetti dietro la scocca anteriore. Il decennio si chiude con l’ampliamento dell’offerta sui »Vespini» da 50cc, con la nuova «50 N» dal telaio allungato per un maggiore confort di marcia e con la versione lusso con cromature, la «50 L». Nel 1969 Piaggio presenta una delle Vespa più iconiche della sua lunga storia: al Salone del Ciclo e Motociclo di Milano compare una Vespa 50 dal faro rettangolare, così come il fanalino posteriore ed il sellino a «gobba». E’ la «50 Special», il sogno dei ragazzi degli anni Settanta.
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Nella Giornata mondiale per la sicurezza sul lavoro, alla Torre dei Conti di Roma si è tenuta una commemorazione per Octav Stroici, l’operaio deceduto dopo ore di attesa sotto le macerie in seguito al crollo del 3 novembre 2025. «Noi siamo qui perché il sacrificio di Octav non sia vano», ha dichiarato a margine della cerimonia Natale Di Cola, segretario di CGIL Roma e Lazio. «Ci manca tantissimo e non lo dimenticheremo mai», ha detto alla stampa la figlia della vittima, Alina Stroici.