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2020-03-15
La Lombardia decide di curarsi da sola e chiama Bertolaso
Guido Bertolaso (Ansa)
La Regione Lombardia, esasperata dai ritardi e dalle promesse mancate della Protezione civile nazionale guidata da Angelo Borrelli, «ingaggia» a titolo gratuito Guido Bertolaso. La notizia arriva al termine di una giornata ad altissima tensione tra la giunta lombarda e la Protezione civile, che sta inviando alle Regioni mascherine non a norma. La denuncia dell'assessore lombardo al Bilancio, Davide Caparini, scatena infatti una vera e propria bufera su Borrelli e compagnia parlante: «La Protezione civile», scrive Caparini su Facebook, «invia queste mascherine alla Regione Lombardia da destinare ai medici e paramedici impegnati nella guerra al coronavirus. Il peggior materiale possibile, non nello standard previsto nei casi di pandemia. In ritardo di settimane e per di più non a norma e intanto le persone si ammalano e muoiono! Borrelli vergogna», attacca Caparini, «dimissioni subito! Il personale sanitario in Lombardia costituisce il 12% dei contagiati da coronavirus e il governo lo “protegge" con gli stracci per la polvere! Questo tipo di mascherina non è un presidio ospedaliero, non ha certificazioni».
Caparini è scatenato. La delusione per il modo in cui la Protezione civile nazionale sta affrontando l'emergenza è più che comprensibile. La promessa mancata relativa all'ospedale da campo è stata una vera e propria batosta. «La Protezione civile», ha rivelato il governatore Attilio Fontana, «non è nelle condizioni di rispettare quello che ci aveva promesso sull'allestimento di un ospedale da campo nella Fiera di Milano. Non è in condizione di fornirci né il personale medico infermieristico, né i letti di terapia intensiva e la strumentazione necessaria per allestire i padiglioni. L'accordo era che la Regione fornisse gli spazi mentre l'ente nazionale personale e macchinari, ma non si può fare». Fontana così decide di fare da sé, e nomina l'ex capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, «come suo consulente personale», recita una nota della Regione, «per la realizzazione del progetto riguardante la costruzione di un ospedale dedicato ai pazienti Covid presso le strutture messe a disposizione della Fondazione Fiera di Milano al Portello. Fontana ha ringraziato Bertolaso per aver accettato l'incarico per il quale riceverà un compenso simbolico pari a 1 euro». «Come potevo», dichiara Bertolaso, «non aderire alla richieste del presidente della Lombardia di dare una mano nella epocale battaglia contro il Covid-19 se la mia storia, tutta la mia vita è stata dedicata ad aiutare chi è in difficoltà e a servire il mio Paese?».
La Lombardia è allo stremo, il compito di Bertolaso si annuncia difficile: «Abbiamo pochissimi posti liberi nelle terapie intensive», avverte l'assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera, «ormai siamo nell'ordine di 15 o 20 a disposizione». Da indiscrezioni attendibili, risulta che Silvio Berlusconi ha avuto un ruolo nella decisione di Fontana di richiamare in servizio Bertolaso. Il leader di Forza Italia, che proprio ieri ha sentito al telefono tutti i presidenti di Regione del centrodestra, già martedì scorso, attraverso il suo vice, Antonio Tajani, aveva suggerito al premier, Giuseppe Conte, di nominare Bertolaso supercommissario all'emergenza, ricevendo un rifiuto.
Giulio Gallera perde la pazienza sul caso delle mascherine non a norma: «Le mascherine che possono essere utilizzate dagli operatori sanitari», dice Gallera a Sky Tg24, «sono mascherine o FFP2 o FFP3, oppure quelle chirurgiche. Ci hanno mandato delle mascherine che sono un foglio di carta igienica che viene unito. Inoltre non sono marchiate Ce e i nostri operatori ci hanno detto che non possono utilizzarle. I sindacati dei medici ci hanno detto che sono totalmente inadeguate».
Gallera rivela che la direzione ospedaliera Rhodense ha avvertito la Regione che le mascherine non sono idonee, e che i sanitari si rifiutano di usarle: «Sono state tutte ritirate perché non vanno in alcun modo bene per infermieri e medici, potranno essere usate ad esempio da volontari che portano la spesa a casa ad anziani. Non butteremo niente», conclude Gallera, «ma non sono idonee per i sanitari».
In serata, arriva la risposta di Borrelli: «Il fabbisogno di mascherine su base mensile», dice il capo della Protezione civile, «è di circa 90 milioni, noi abbiamo effettuato contratti per oltre 55 milioni. Si sta verificando nel mondo una chiusura delle frontiere alle esportazioni. È un problema non solo italiano ma internazionale, le polemiche sono infondate». Dunque, l'Italia non riesce a fornire protezioni adeguate a medici, infermieri e operatori sanitari, figuriamoci ai cittadini, mentre da Nord a Sud si moltiplicano le notizie di sequestri di mascherine non conformi alle norme, e di speculazioni da parte di chi le ha e le vende a prezzi da capogiro.
Ma Conte brinda al «lavoro sicuro»
Il campionato è fermo, ma ieri mattina una ola quasi calcistica ha salutato l'intesa sulla sicurezza dei lavoratori ai tempi del coronavirus. L'accordo è stato firmato alle 8.30, dopo lungo e serrato confronto a distanza tra sindacati, imprese e governo: in videoconferenza, come impone il drammatico frangente. La rabbia e gli scioperi dei giorni scorsi nelle fabbriche hanno convinto i giallorossi all'ennesimo intervento a scoppio ritardato. Gli operai urlavano: «Non siamo carne da macello»? Giuseppe Conte, il Churchill tricolore, anche stavolta ha messo a posto le cose: «Per il bene del Paese, per la tutela della salute di lavoratrici e lavoratori. L'Italia non si ferma», commenta il premier, dopo la firma del protocollo. Anche il ministro della Salute, Roberto Speranza, è trionfante: «Paese più unito che mai». Così come la collega alla guida del Lavoro, Nunzia Catalfo: «Le aziende potranno garantire più sicurezza». Graziano Delrio, capogruppo dem alla Camera, suggella: «La salute prima di tutto». Senza dimenticare i sindacati, soddisfatti pure loro.
Per Giuseppi, un'altra missione è compiuta. La sua strada, direzione emergenza coronavirus, è ormai lastricata di successi. Del resto, due giorni fa, aveva rassicurato quei pochi che continuano a tirare la carretta, «le colonne portanti su cui si regge l'Italia». Dunque, «abbiamo il vincolo morale e giuridico di garantire loro condizioni di massima sicurezza». Quindi, la Protezione civile sta «compiendo sforzi straordinari per distribuire gratuitamente a tutti i lavoratori, già nei prossimi giorni, dispositivi di protezione individuale. Vale a dire, guanti e mascherine».
Era questo, d'altronde, quello che chiedevano operai e inservienti. E difatti, nei 13 punti dell'accordo tra Confindustria e sindacati, non è previsto alcun obbligo per chi non manifesta sintomi. L'uso di «dispositivi di protezione» diventa obbligatorio soltanto se il tipo di mansione richiede di stare a meno di un metro l'uno dall'altro. In quel caso, cari sottoposti, ci pensa la nostra cavalleria governativa a mettervi al sicuro. La stessa che non riesce a mandare le mascherine nemmeno a tanti medici e infermieri in prima linea. E quando riesce nell'intento, lo fa all'italiana. Come accusa Davide Caparini, assessore al Bilancio della Lombardia: «La Protezione civile ci invia mascherine del peggior materiale possibile, in ritardo di settimane e per di più non a norma».
Stavolta però, in ossequio all'epocale protocollo, le cose andranno diversamente: guanti e mascherine gratis per tutti, rassicura il premier. O meglio, solo per quelli costretti a lavorare guancia a guancia. Chi può mantenere il raccomandato metro di distanza, cosa volete infatti che rischi? Potrà andare ogni mattina in fabbrica sereno: Giuseppi vigila sulla sua salute. Grazie anche all'accordo siglato ieri: prevede la misurazione all'ingresso della temperatura dei dipendenti, che devono comunicare sintomi sospetti e restare a casa con febbre oltre i 37,5. L'azienda garantirà la sanificazione degli ambienti e i saponi detergenti. Poi chiusura dei reparti diversi dalla produzione, rimodulazione dei turni, accesso contingentato a mense e spogliatoi, obbligo di lavarsi le mani. E distanza di almeno un metro. Chi non può mantenerla, potrà sempre contare sulla solerzia della Protezione civile.
Nell'attesa, però, meglio arrangiarsi. La direzione di una catena commerciale ha già avvisato i suoi collaboratori: «Le mascherine ancora non ci sono per tutti, usate i panni Swiffer».
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Giulio Gallera: «Ci danno mascherine di carta igienica». Angelo Borrelli: «No a polemiche». Poi la svolta del Pirellone, facilitata da Silvio Berlusconi.Giuseppe Conte annuncia trionfante il patto siglato da imprese e sindacati contro il Covid-19. Avrà diritto alle protezioni soltanto chi non potrà rispettare la distanza di un metro.Lo speciale contiene due articoli.La Regione Lombardia, esasperata dai ritardi e dalle promesse mancate della Protezione civile nazionale guidata da Angelo Borrelli, «ingaggia» a titolo gratuito Guido Bertolaso. La notizia arriva al termine di una giornata ad altissima tensione tra la giunta lombarda e la Protezione civile, che sta inviando alle Regioni mascherine non a norma. La denuncia dell'assessore lombardo al Bilancio, Davide Caparini, scatena infatti una vera e propria bufera su Borrelli e compagnia parlante: «La Protezione civile», scrive Caparini su Facebook, «invia queste mascherine alla Regione Lombardia da destinare ai medici e paramedici impegnati nella guerra al coronavirus. Il peggior materiale possibile, non nello standard previsto nei casi di pandemia. In ritardo di settimane e per di più non a norma e intanto le persone si ammalano e muoiono! Borrelli vergogna», attacca Caparini, «dimissioni subito! Il personale sanitario in Lombardia costituisce il 12% dei contagiati da coronavirus e il governo lo “protegge" con gli stracci per la polvere! Questo tipo di mascherina non è un presidio ospedaliero, non ha certificazioni».Caparini è scatenato. La delusione per il modo in cui la Protezione civile nazionale sta affrontando l'emergenza è più che comprensibile. La promessa mancata relativa all'ospedale da campo è stata una vera e propria batosta. «La Protezione civile», ha rivelato il governatore Attilio Fontana, «non è nelle condizioni di rispettare quello che ci aveva promesso sull'allestimento di un ospedale da campo nella Fiera di Milano. Non è in condizione di fornirci né il personale medico infermieristico, né i letti di terapia intensiva e la strumentazione necessaria per allestire i padiglioni. L'accordo era che la Regione fornisse gli spazi mentre l'ente nazionale personale e macchinari, ma non si può fare». Fontana così decide di fare da sé, e nomina l'ex capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, «come suo consulente personale», recita una nota della Regione, «per la realizzazione del progetto riguardante la costruzione di un ospedale dedicato ai pazienti Covid presso le strutture messe a disposizione della Fondazione Fiera di Milano al Portello. Fontana ha ringraziato Bertolaso per aver accettato l'incarico per il quale riceverà un compenso simbolico pari a 1 euro». «Come potevo», dichiara Bertolaso, «non aderire alla richieste del presidente della Lombardia di dare una mano nella epocale battaglia contro il Covid-19 se la mia storia, tutta la mia vita è stata dedicata ad aiutare chi è in difficoltà e a servire il mio Paese?». La Lombardia è allo stremo, il compito di Bertolaso si annuncia difficile: «Abbiamo pochissimi posti liberi nelle terapie intensive», avverte l'assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera, «ormai siamo nell'ordine di 15 o 20 a disposizione». Da indiscrezioni attendibili, risulta che Silvio Berlusconi ha avuto un ruolo nella decisione di Fontana di richiamare in servizio Bertolaso. Il leader di Forza Italia, che proprio ieri ha sentito al telefono tutti i presidenti di Regione del centrodestra, già martedì scorso, attraverso il suo vice, Antonio Tajani, aveva suggerito al premier, Giuseppe Conte, di nominare Bertolaso supercommissario all'emergenza, ricevendo un rifiuto. Giulio Gallera perde la pazienza sul caso delle mascherine non a norma: «Le mascherine che possono essere utilizzate dagli operatori sanitari», dice Gallera a Sky Tg24, «sono mascherine o FFP2 o FFP3, oppure quelle chirurgiche. Ci hanno mandato delle mascherine che sono un foglio di carta igienica che viene unito. Inoltre non sono marchiate Ce e i nostri operatori ci hanno detto che non possono utilizzarle. I sindacati dei medici ci hanno detto che sono totalmente inadeguate». Gallera rivela che la direzione ospedaliera Rhodense ha avvertito la Regione che le mascherine non sono idonee, e che i sanitari si rifiutano di usarle: «Sono state tutte ritirate perché non vanno in alcun modo bene per infermieri e medici, potranno essere usate ad esempio da volontari che portano la spesa a casa ad anziani. Non butteremo niente», conclude Gallera, «ma non sono idonee per i sanitari».In serata, arriva la risposta di Borrelli: «Il fabbisogno di mascherine su base mensile», dice il capo della Protezione civile, «è di circa 90 milioni, noi abbiamo effettuato contratti per oltre 55 milioni. Si sta verificando nel mondo una chiusura delle frontiere alle esportazioni. È un problema non solo italiano ma internazionale, le polemiche sono infondate». Dunque, l'Italia non riesce a fornire protezioni adeguate a medici, infermieri e operatori sanitari, figuriamoci ai cittadini, mentre da Nord a Sud si moltiplicano le notizie di sequestri di mascherine non conformi alle norme, e di speculazioni da parte di chi le ha e le vende a prezzi da capogiro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lombardia-decide-di-curarsi-da-sola-e-chiama-bertolaso-2645489241.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-conte-brinda-al-lavoro-sicuro" data-post-id="2645489241" data-published-at="1781791307" data-use-pagination="False"> Ma Conte brinda al «lavoro sicuro» Il campionato è fermo, ma ieri mattina una ola quasi calcistica ha salutato l'intesa sulla sicurezza dei lavoratori ai tempi del coronavirus. L'accordo è stato firmato alle 8.30, dopo lungo e serrato confronto a distanza tra sindacati, imprese e governo: in videoconferenza, come impone il drammatico frangente. La rabbia e gli scioperi dei giorni scorsi nelle fabbriche hanno convinto i giallorossi all'ennesimo intervento a scoppio ritardato. Gli operai urlavano: «Non siamo carne da macello»? Giuseppe Conte, il Churchill tricolore, anche stavolta ha messo a posto le cose: «Per il bene del Paese, per la tutela della salute di lavoratrici e lavoratori. L'Italia non si ferma», commenta il premier, dopo la firma del protocollo. Anche il ministro della Salute, Roberto Speranza, è trionfante: «Paese più unito che mai». Così come la collega alla guida del Lavoro, Nunzia Catalfo: «Le aziende potranno garantire più sicurezza». Graziano Delrio, capogruppo dem alla Camera, suggella: «La salute prima di tutto». Senza dimenticare i sindacati, soddisfatti pure loro. Per Giuseppi, un'altra missione è compiuta. La sua strada, direzione emergenza coronavirus, è ormai lastricata di successi. Del resto, due giorni fa, aveva rassicurato quei pochi che continuano a tirare la carretta, «le colonne portanti su cui si regge l'Italia». Dunque, «abbiamo il vincolo morale e giuridico di garantire loro condizioni di massima sicurezza». Quindi, la Protezione civile sta «compiendo sforzi straordinari per distribuire gratuitamente a tutti i lavoratori, già nei prossimi giorni, dispositivi di protezione individuale. Vale a dire, guanti e mascherine». Era questo, d'altronde, quello che chiedevano operai e inservienti. E difatti, nei 13 punti dell'accordo tra Confindustria e sindacati, non è previsto alcun obbligo per chi non manifesta sintomi. L'uso di «dispositivi di protezione» diventa obbligatorio soltanto se il tipo di mansione richiede di stare a meno di un metro l'uno dall'altro. In quel caso, cari sottoposti, ci pensa la nostra cavalleria governativa a mettervi al sicuro. La stessa che non riesce a mandare le mascherine nemmeno a tanti medici e infermieri in prima linea. E quando riesce nell'intento, lo fa all'italiana. Come accusa Davide Caparini, assessore al Bilancio della Lombardia: «La Protezione civile ci invia mascherine del peggior materiale possibile, in ritardo di settimane e per di più non a norma». Stavolta però, in ossequio all'epocale protocollo, le cose andranno diversamente: guanti e mascherine gratis per tutti, rassicura il premier. O meglio, solo per quelli costretti a lavorare guancia a guancia. Chi può mantenere il raccomandato metro di distanza, cosa volete infatti che rischi? Potrà andare ogni mattina in fabbrica sereno: Giuseppi vigila sulla sua salute. Grazie anche all'accordo siglato ieri: prevede la misurazione all'ingresso della temperatura dei dipendenti, che devono comunicare sintomi sospetti e restare a casa con febbre oltre i 37,5. L'azienda garantirà la sanificazione degli ambienti e i saponi detergenti. Poi chiusura dei reparti diversi dalla produzione, rimodulazione dei turni, accesso contingentato a mense e spogliatoi, obbligo di lavarsi le mani. E distanza di almeno un metro. Chi non può mantenerla, potrà sempre contare sulla solerzia della Protezione civile. Nell'attesa, però, meglio arrangiarsi. La direzione di una catena commerciale ha già avvisato i suoi collaboratori: «Le mascherine ancora non ci sono per tutti, usate i panni Swiffer».
Imagoeconomica. Nel riquadro, la locandina della mostra su Castro a Jesi
Così, un luogo storico patrimonio universale (non solo per il riconoscimento dell’Unesco) è divenuto un luogo di fanatismo politico, di discriminazione dei lavoratori, un luogo di divisione, un luogo da sporcare con l’infamante rifiuto da parte dell’Asbl «Le Bois du Cazier», l’ente gestore del sito, di aprire le porte ad un sindacato. La colpa dell’Ugl? Essere collocato nell’area politica del conservatorismo anche se sul campo si ritrova spesso accanto anche a sigle come Usb (com’è accaduto recentemente a Roma in alcune manifestazioni di lavoratori). L’Ugl non potrà apporre una targa commemorativa sul Muro del Ricordo della miniera di Bois du Cazier, perché i casellanti della Storia hanno negato il timbro democratico. La risposta ufficiale dell’ente gestore del sito «è particolarmente allarmante», ha dichiarato il segretario dell’Ugl Francesco Capone. «Nella comunicazione inviata al nostro incaricato viene infatti affermato che il rifiuto sarebbe stato deciso in ragione della presunta "tendenza di estrema destra" attribuita alla nostra organizzazione. Marcinelle non appartiene a una parte politica, a una sigla o a un fronte sindacale: appartiene alla storia del lavoro, al sacrificio degli italiani emigrati, al dolore delle famiglie e alla coscienza civile dell’Europa. Siamo davanti a un cortocircuito democratico», ha concluso il capo dell’Ugl, «si pretende di difendere i valori della memoria e del pluralismo negando, proprio in quel luogo, il pluralismo e la libertà di espressione».
Qualcuno potrebbe ricordare a questi hooligan della memoria che negli anni Ottanta nelle fabbriche del Nord molti tesserati della rossissima Fiom erano anche militanti della Lega. Qualcosa si è clamorosamente inceppato se in Europa il ricordo e la difesa dei diritti dipendono da passaporti politici timbrati da censori evidentemente intossicati da un concetto di libertà appreso negli anni di abbeveraggio dai rubinetti sovietici o affini.
Così Marcinelle diventa un pezzo della traiettoria che tocca la rassegna «Più Libri più Liberi» e si allunga a Jesi dove gli stessi gendarmi della libertà hanno deciso di dedicare una grande mostra a Fidel Castro! L’Ugl non può ricordare gli italiani morti a Marcinelle, ma la Fondazione Cassa di risparmio di Jesi in collaborazione con il Centro Fidel Castro Ruz de L’Avana può osannare a Palazzo Bisaccioni in Jesi (città dove nacque Federico II di Svevia…) Castro. «Il leader che sfidò il secolo» viene celebrato «con fotografie, documenti come l’atto di nascita, manifesti, telegrammi, proclami, ritagli di giornali e perfino il camicione bianco che indossava nel tempo libero». Una «pisciata» di retorica che sicuramente farà sbrodolare i compagni col culto nostalgico di Fidel, di Stalin, di Mao, di Pol Pot e compagnia cantante.
Ma ritorniamo alla vicenda di Marcinelle perché è decisamente più grave rispetto all’esaltazione di uno spompato castrismo: nel luogo dove settant’anni fa morirono 136 minatori italiani, sui 262 lavoratori, coloro che dovrebbero garantire la memoria di quella tragedia, si arrogano - non si sa con quale autorità - il diritto di chiedere un «passaporto politico» all’Ugl, escludendo un sindacato pienamente legittimo, attivo in Italia a ogni livello. Quell’Ugl che i lavoratori hanno scelto come opzione di garanzia e come loro interlocutore negoziale in difesa di diritti, salario, libertà, non avrebbe l’agibilità storica e lo standing morale per commemorare altri lavoratori, che in quel pezzo di Belgio non trovarono sufficiente protezione.
E allora non possiamo che domandare al presidente Sergio Mattarella se un sindacato italiano possa essere discriminato e umiliato, e se non ritiene di esporsi di fronte all’arroganza di chi alza o abbassa la barriera della memoria con imbarazzante superficialità.
Ma quand’anche affermiamo che l’Ugl non fa parte del giro dei compagni, perché un sindacato conservatore non avrebbe la liceità di commemorare la tragedia di Marcinelle? Che cosa c’entra il «passaporto politico» con una tragica e sottovalutata dinamica di sicurezza all’interno della miniera? I minatori rimasero intrappolati a quasi mille metri di profondità; non c’erano porte stagne per isolare il fumo e l’impianto possedeva strutture in legno che bruciarono rapidamente. Le squadre di soccorso, inoltre, non poterono intervenire tempestivamente a causa dell’aria resa irrespirabile. Che senso ha il passaggio (tra l’altro falso) sulla «tendenza di estrema destra»? Marcinelle è una ferita collettiva, una ferita per tutta la comunità italiana. Fa bene l’Ugl a sottolineare la discriminazione ricevuta e farebbe bene il nostro Capo dello Stato a spendere una parola di sostegno.
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Valentina Tereshkova e Sally K.Ride (Getty Images/Nasa)
Due storie parallele di donne che viaggiarono in orbita negli stessi giorni, a distanza di 20 anni esatti. Sono quelle dell’astronauta sovietica Valentina Tereshkova e della sua omologa americana Sally K.Ride, in orbita con la Nasa.
Entrambe si trovarono a migliaia di chilometri dalla terra il giorno 18 giugno. La Tereskova nel 1963, la Ride nel 1983, agli estremi temporali della corsa allo spazio che caratterizzò gli anni della Guerra fredda.
All’inizio degli anni Sessanta, sembrò che l’Unione Sovietica potesse prevalere sugli Stati Uniti in campo spaziale. Nel 1957 lo Sputnik era stata la prima missione di successo: per la prima volta un oggetto costruito dall’uomo aveva superato l’atmosfera. Nel 1961 Juri Gagarin fu il primo uomo in orbita a bordo della Vostok 1. Fu nel clima di entusiasmo per l’impresa che si aprì la strada di Valentina Tereshkova, pilota e paracadutista. Di origini bielorusse, nata nel 1937, orfana di guerra ed ex operaia e studentessa lavoratrice, dopo il brevetto da paracadutista si candidò quale prima donna nello Spazio all’interno del programma Vostok, lo stesso di Gagarin. Passata la selezione, si addestrò per un anno prima di essere confermata come membro dell’equipaggio del Vostok 6. Il programma prevedeva il lancio di due vettori ad due giorni di distanza l’uno dall’altro. Per prima fu lanciata la Vostok 5 con l’astronauta Valery Bykovski, mentre il 16 giugno 1963 fu la volta della Vostok 6 con a bordo la Tereshkova. L’obbiettivo della missione era il rendez-vous tra le due navicelle, secondo un calcolo della rotta studiato da terra (per i due astronauti non era possibile intervenire in alcun modo). Il lancio non presentò problemi e «Chaika» (gabbiano, nome in codice della Tereskova) fu la prima donna nello spazio. La Vostok 6, dopo numerose orbitazioni incontrò la gemella Vostok 5 il 18 giugno 1963, anche se il rendez-vous non fu completato ma comunque un successo, perché le due navicelle si avvicinarono a meno di 5 chilometri l’una dall’altra. Il 19 giugno la Tereskova compì le manovre di rientro e, come previsto allora, si paracadutò in una landa del Kazhakistan dove fu recuperata da un gruppo di contadini e nutrita. La missione fu trasmessa dalla televisione sovietica e sfruttata dal presidente Nikita Krushev come battaglia vinta nella guerra spaziale con gli Usa. L’eco dell’impresa della Tereshkova fu globale e l’astronauta fu mandata dal partito in tournée nei paesi Europei. Visitò Londra e la regina Elisabetta. In Italia fu a Roma, Milano e in altri capoluoghi per raccontare la sua impresa. Dopo la fine della carriera l’astronauta entrò nella dirigenza del Pcus e alla caduta dell’Urss proseguì con il partito Russia Unita di Vladimir Putin. Nel 2022 è stata una delle più convinte sostenitrici dell’«Operazione speciale» in Ucraina.
Erano passati esattamente vent’anni dal viaggio della Tereshkova e il mondo era ancora diviso nei due blocchi contrapposti separati dalla Cortina di ferro, anche se di lì a poco la Perestrojika di Michail Gorbaciov avrebbe spinto verso la fine della Guerra fredda e alla successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il mondo della corsa allo spazio era cambiato, vinto alla fine dagli Usa con la conquista della Luna e le successive missioni Apollo dal 1969 al 1972. Nel 1983 la Nasa aveva da poco iniziato le missioni STS (Space Transportation System) con lo Space Shuttle. Già nel 1978 lo sviluppo del nuovo velivolo spaziale era in pieno sviluppo. Fu in quell’anno che la Nasa incluse per la prima volta una donna come candidata ai voli spaziali. Sally K.Ride, californiana allora ventisettenne, aveva avuto una storia personale molto diversa da quella della pioniera Tereshkova. Astrofisica, rispose all’appello dell’agenzia spaziale americana e fu selezionata per l’addestramento ai voli STS, che avevano l’obiettivo di lanciare satelliti e condurre esperimenti scientifici. Sally fu destinata alla missione STS-7 sullo Shuttle «Challenger», che aveva come ulteriore compito quello di testare per la prima volta il braccio robotico «Canadarm». Il lancio avvenne il 18 giugno 1983, con la Ride accompagnata dagli astronauti Robert Crippen, Frederick Hauck, John Fabian e Norman Thagard dal Kennedy Space Center. Durante la missione furono portati a termine 10 esperimenti scientifici, tra cui lo studio degli effetti dello spazio sulle formiche, e lanciati i satelliti Anik C-2 di Telesat Canada e l’indonesiano Palapa-B1. Lo Shuttle con a bordo la Ride compì 98 orbitazioni terrestri prima dell’atterraggio (lo Shuttle atterrava come un aereo di linea) sulla pista della Edwards Air Force Base in California il 24 giugno 1983. L’esito della missione fu positivo, anche se al rientro fu notata una dispersione di schiuma isolante dalla carlinga del velivolo. Lo stesso problema fu la causa alla base del tragico incidente che coinvolse anni dopo lo Shuttle «Columbia» quando un pezzo di schiuma danneggiò la struttura durante il rientro. Il gas plasma penetrò in un’ala e distrusse lo Shuttle uccidendo tutto l’equipaggio. L'incidente si verificò il 1°febbraio 2003, vent’anni dopo il volo di Sally Ride che fu nominata membro della CAIB, la commissione d’inchiesta sul disastro. La prima americana nello Spazio fu chiamata in causa anche tre anni dopo il suo primo volo quando lo Shuttle che l’aveva portata in orbita, il «Challenger» esplose poco dopo il lancio. La Ride ebbe il merito di evidenziare le cause della sciagura causata dalla mancata tenuta degli «O-rings», gli anelli di congiunzione dei serbatoi e di mettere in luce i difetti di progettazione e le responsabilità dell’incidente.
Sally Ride è mancata prematuramente nel 2012, sopraffatta da una malattia incurabile.
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Agenti della polizia britannica (Ansa)
Il numero scioccante è contenuto nel report The Rape Gang Inquiry di Rupert Lowe, parlamentare di Restore UK. Studio che viaggia in parallelo a quella della commissione d’inchiesta governativa che dallo scorso marzo indaga su abusi sessuali di gruppo e sfruttamento dei minori. Lavori ancora nelle fasi preliminari che tra documenti e testimonianze andranno avanti per tre anni.
Nonostante la cifra citata da Lowe sia controversa e per ora non vi siano ancora dati ufficiali, il tema è da tempo all’attenzione della politica e dei media inglesi. Se The Indipendent conteggia circa 19.000 vittime in un solo anno, nel 2025 è il «Rapporto Casey» sullo sfruttamento sessuale dei minori a fare rumore, arrivando all’attenzione anche di Elon Musk. Secondo l’inchiesta, considerata un riferimento sul tema, tra i sospettati di sfruttamento sessuale minorile di gruppo vi sarebbe un numero sproporzionato di uomini di «origine etnica asiatica», e una parte significativa di pakistani musulmani tra i condannati. A detta di Lowe, però, le stime che circolano nel dibattito inglese sarebbero al ribasso. A partire dal mezzo milione di vittime il cui copyright si deve al Barone di Rannoch durante un discorso alla Camera dei Lord nel 2019. Questo perché il fenomeno sarebbe cresciuto sotto traccia, da un lato protetto dalla paura delle istituzioni inglesi di fomentare razzismo e islamofobia, e dall’altro, contando su una sorta di corporativismo interno alla comunità musulmana, dove la lealtà tra simili viene prima di tutto. Specialmente se «minoranza in società ospitanti non musulmane».
Un’accusa che chiama in causa Tony Blair e il suo Equality Act, il multiculturalismo e punta dritta a City Hall, dove dal 2016 siede il sindaco di Londra, Sadiq Khan, musulmano di origini pachistane. Secondo Lowe, il primo cittadino avrebbe negato per anni l’esistenza di bande dedite allo sfruttamento sessuale di minori. Non solo, avrebbe definito le testimonianze delle vittime come false e politicamente motivate. Contro Khan punta il dito anche il ministro degli Interni ombra, Chris Philp, convinto che l’insabbiamento del fenomeno sia stato portato avanti per motivi elettorali, visto che Londra ha la più grande popolazione musulmana della Gran Bretagna. Conferme del fenomeno arrivano però anche da voci indipendenti. Da un’analisi sui casi in tribunale tra il 1997 e il 2018 realizzata dal ricercatore Peter McLoughlin, emerge che l’87% degli appartenenti alle gang sarebbero musulmani.
Mentre secondo Taj Hargey, accademico presso l’Oxford Islamic Congregation e considerato un «imam liberale», la percentuale sarebbe addirittura del 95%. Dati allarmanti se si considera che i musulmani sono il 6% della popolazione. E che secondo gli analisti del report, chiamano in causa un ruolo specifico giocato dalla matrice religiosa. Il senso di superiorità verso i non musulmani nonché dell’uomo sulla donna. «Spazzatura bianca» o «infedele», sarebbero alcuni degli epiteti riportati con più frequenza dalle vittime. Molte di queste attirate con l’offerta di alcool, droga e sigarette. Portate a case delle gang e poi violentate. Un fenomeno che un’inchiesta della Bbc del 2021 avrebbe documentato anche in Pakistan. Abusi perpetrati da uomini musulmani nei confronti di ragazzine cristiane neanche dodicenni. Poi costrette a convertirsi e a sposarsi. Lo stesso copione. Motivo per cui, si legge nel report, «nonostante la questione islamica, sia profondamente scomoda per l’Occidente liberale, merita un’attenta analisi». A dir poco.
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«Si sono appena chiusi i lavori di un vertice molto importante dei cui risultati sono soddisfatta». Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio al termine del G7. Il premier ha riferito di aver trovato «un ottimo clima» e ha sottolineato che i leader hanno approfondito i principali temi dell’agenda internazionale: dalla guerra in Ucraina alla situazione in Medio Oriente, dalle partnership globali alla crescita economica, fino allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
«Abbiamo lavorato bene insieme» ha aggiunto Meloni, evidenziando che gli esiti del vertice sono stati raccolti in otto dichiarazioni tematiche. Giorgia Meloni ha inoltre ricordato che, per il terzo anno consecutivo, la lotta all’immigrazione illegale è entrata nei lavori del G7: «Il governo dei flussi migratori è ormai un tema stabile di questo formato ed è un lascito della Presidenza italiana».