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2020-03-15
La Lombardia decide di curarsi da sola e chiama Bertolaso
Guido Bertolaso (Ansa)
La Regione Lombardia, esasperata dai ritardi e dalle promesse mancate della Protezione civile nazionale guidata da Angelo Borrelli, «ingaggia» a titolo gratuito Guido Bertolaso. La notizia arriva al termine di una giornata ad altissima tensione tra la giunta lombarda e la Protezione civile, che sta inviando alle Regioni mascherine non a norma. La denuncia dell'assessore lombardo al Bilancio, Davide Caparini, scatena infatti una vera e propria bufera su Borrelli e compagnia parlante: «La Protezione civile», scrive Caparini su Facebook, «invia queste mascherine alla Regione Lombardia da destinare ai medici e paramedici impegnati nella guerra al coronavirus. Il peggior materiale possibile, non nello standard previsto nei casi di pandemia. In ritardo di settimane e per di più non a norma e intanto le persone si ammalano e muoiono! Borrelli vergogna», attacca Caparini, «dimissioni subito! Il personale sanitario in Lombardia costituisce il 12% dei contagiati da coronavirus e il governo lo “protegge" con gli stracci per la polvere! Questo tipo di mascherina non è un presidio ospedaliero, non ha certificazioni».
Caparini è scatenato. La delusione per il modo in cui la Protezione civile nazionale sta affrontando l'emergenza è più che comprensibile. La promessa mancata relativa all'ospedale da campo è stata una vera e propria batosta. «La Protezione civile», ha rivelato il governatore Attilio Fontana, «non è nelle condizioni di rispettare quello che ci aveva promesso sull'allestimento di un ospedale da campo nella Fiera di Milano. Non è in condizione di fornirci né il personale medico infermieristico, né i letti di terapia intensiva e la strumentazione necessaria per allestire i padiglioni. L'accordo era che la Regione fornisse gli spazi mentre l'ente nazionale personale e macchinari, ma non si può fare». Fontana così decide di fare da sé, e nomina l'ex capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, «come suo consulente personale», recita una nota della Regione, «per la realizzazione del progetto riguardante la costruzione di un ospedale dedicato ai pazienti Covid presso le strutture messe a disposizione della Fondazione Fiera di Milano al Portello. Fontana ha ringraziato Bertolaso per aver accettato l'incarico per il quale riceverà un compenso simbolico pari a 1 euro». «Come potevo», dichiara Bertolaso, «non aderire alla richieste del presidente della Lombardia di dare una mano nella epocale battaglia contro il Covid-19 se la mia storia, tutta la mia vita è stata dedicata ad aiutare chi è in difficoltà e a servire il mio Paese?».
La Lombardia è allo stremo, il compito di Bertolaso si annuncia difficile: «Abbiamo pochissimi posti liberi nelle terapie intensive», avverte l'assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera, «ormai siamo nell'ordine di 15 o 20 a disposizione». Da indiscrezioni attendibili, risulta che Silvio Berlusconi ha avuto un ruolo nella decisione di Fontana di richiamare in servizio Bertolaso. Il leader di Forza Italia, che proprio ieri ha sentito al telefono tutti i presidenti di Regione del centrodestra, già martedì scorso, attraverso il suo vice, Antonio Tajani, aveva suggerito al premier, Giuseppe Conte, di nominare Bertolaso supercommissario all'emergenza, ricevendo un rifiuto.
Giulio Gallera perde la pazienza sul caso delle mascherine non a norma: «Le mascherine che possono essere utilizzate dagli operatori sanitari», dice Gallera a Sky Tg24, «sono mascherine o FFP2 o FFP3, oppure quelle chirurgiche. Ci hanno mandato delle mascherine che sono un foglio di carta igienica che viene unito. Inoltre non sono marchiate Ce e i nostri operatori ci hanno detto che non possono utilizzarle. I sindacati dei medici ci hanno detto che sono totalmente inadeguate».
Gallera rivela che la direzione ospedaliera Rhodense ha avvertito la Regione che le mascherine non sono idonee, e che i sanitari si rifiutano di usarle: «Sono state tutte ritirate perché non vanno in alcun modo bene per infermieri e medici, potranno essere usate ad esempio da volontari che portano la spesa a casa ad anziani. Non butteremo niente», conclude Gallera, «ma non sono idonee per i sanitari».
In serata, arriva la risposta di Borrelli: «Il fabbisogno di mascherine su base mensile», dice il capo della Protezione civile, «è di circa 90 milioni, noi abbiamo effettuato contratti per oltre 55 milioni. Si sta verificando nel mondo una chiusura delle frontiere alle esportazioni. È un problema non solo italiano ma internazionale, le polemiche sono infondate». Dunque, l'Italia non riesce a fornire protezioni adeguate a medici, infermieri e operatori sanitari, figuriamoci ai cittadini, mentre da Nord a Sud si moltiplicano le notizie di sequestri di mascherine non conformi alle norme, e di speculazioni da parte di chi le ha e le vende a prezzi da capogiro.
Ma Conte brinda al «lavoro sicuro»
Il campionato è fermo, ma ieri mattina una ola quasi calcistica ha salutato l'intesa sulla sicurezza dei lavoratori ai tempi del coronavirus. L'accordo è stato firmato alle 8.30, dopo lungo e serrato confronto a distanza tra sindacati, imprese e governo: in videoconferenza, come impone il drammatico frangente. La rabbia e gli scioperi dei giorni scorsi nelle fabbriche hanno convinto i giallorossi all'ennesimo intervento a scoppio ritardato. Gli operai urlavano: «Non siamo carne da macello»? Giuseppe Conte, il Churchill tricolore, anche stavolta ha messo a posto le cose: «Per il bene del Paese, per la tutela della salute di lavoratrici e lavoratori. L'Italia non si ferma», commenta il premier, dopo la firma del protocollo. Anche il ministro della Salute, Roberto Speranza, è trionfante: «Paese più unito che mai». Così come la collega alla guida del Lavoro, Nunzia Catalfo: «Le aziende potranno garantire più sicurezza». Graziano Delrio, capogruppo dem alla Camera, suggella: «La salute prima di tutto». Senza dimenticare i sindacati, soddisfatti pure loro.
Per Giuseppi, un'altra missione è compiuta. La sua strada, direzione emergenza coronavirus, è ormai lastricata di successi. Del resto, due giorni fa, aveva rassicurato quei pochi che continuano a tirare la carretta, «le colonne portanti su cui si regge l'Italia». Dunque, «abbiamo il vincolo morale e giuridico di garantire loro condizioni di massima sicurezza». Quindi, la Protezione civile sta «compiendo sforzi straordinari per distribuire gratuitamente a tutti i lavoratori, già nei prossimi giorni, dispositivi di protezione individuale. Vale a dire, guanti e mascherine».
Era questo, d'altronde, quello che chiedevano operai e inservienti. E difatti, nei 13 punti dell'accordo tra Confindustria e sindacati, non è previsto alcun obbligo per chi non manifesta sintomi. L'uso di «dispositivi di protezione» diventa obbligatorio soltanto se il tipo di mansione richiede di stare a meno di un metro l'uno dall'altro. In quel caso, cari sottoposti, ci pensa la nostra cavalleria governativa a mettervi al sicuro. La stessa che non riesce a mandare le mascherine nemmeno a tanti medici e infermieri in prima linea. E quando riesce nell'intento, lo fa all'italiana. Come accusa Davide Caparini, assessore al Bilancio della Lombardia: «La Protezione civile ci invia mascherine del peggior materiale possibile, in ritardo di settimane e per di più non a norma».
Stavolta però, in ossequio all'epocale protocollo, le cose andranno diversamente: guanti e mascherine gratis per tutti, rassicura il premier. O meglio, solo per quelli costretti a lavorare guancia a guancia. Chi può mantenere il raccomandato metro di distanza, cosa volete infatti che rischi? Potrà andare ogni mattina in fabbrica sereno: Giuseppi vigila sulla sua salute. Grazie anche all'accordo siglato ieri: prevede la misurazione all'ingresso della temperatura dei dipendenti, che devono comunicare sintomi sospetti e restare a casa con febbre oltre i 37,5. L'azienda garantirà la sanificazione degli ambienti e i saponi detergenti. Poi chiusura dei reparti diversi dalla produzione, rimodulazione dei turni, accesso contingentato a mense e spogliatoi, obbligo di lavarsi le mani. E distanza di almeno un metro. Chi non può mantenerla, potrà sempre contare sulla solerzia della Protezione civile.
Nell'attesa, però, meglio arrangiarsi. La direzione di una catena commerciale ha già avvisato i suoi collaboratori: «Le mascherine ancora non ci sono per tutti, usate i panni Swiffer».
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Giulio Gallera: «Ci danno mascherine di carta igienica». Angelo Borrelli: «No a polemiche». Poi la svolta del Pirellone, facilitata da Silvio Berlusconi.Giuseppe Conte annuncia trionfante il patto siglato da imprese e sindacati contro il Covid-19. Avrà diritto alle protezioni soltanto chi non potrà rispettare la distanza di un metro.Lo speciale contiene due articoli.La Regione Lombardia, esasperata dai ritardi e dalle promesse mancate della Protezione civile nazionale guidata da Angelo Borrelli, «ingaggia» a titolo gratuito Guido Bertolaso. La notizia arriva al termine di una giornata ad altissima tensione tra la giunta lombarda e la Protezione civile, che sta inviando alle Regioni mascherine non a norma. La denuncia dell'assessore lombardo al Bilancio, Davide Caparini, scatena infatti una vera e propria bufera su Borrelli e compagnia parlante: «La Protezione civile», scrive Caparini su Facebook, «invia queste mascherine alla Regione Lombardia da destinare ai medici e paramedici impegnati nella guerra al coronavirus. Il peggior materiale possibile, non nello standard previsto nei casi di pandemia. In ritardo di settimane e per di più non a norma e intanto le persone si ammalano e muoiono! Borrelli vergogna», attacca Caparini, «dimissioni subito! Il personale sanitario in Lombardia costituisce il 12% dei contagiati da coronavirus e il governo lo “protegge" con gli stracci per la polvere! Questo tipo di mascherina non è un presidio ospedaliero, non ha certificazioni».Caparini è scatenato. La delusione per il modo in cui la Protezione civile nazionale sta affrontando l'emergenza è più che comprensibile. La promessa mancata relativa all'ospedale da campo è stata una vera e propria batosta. «La Protezione civile», ha rivelato il governatore Attilio Fontana, «non è nelle condizioni di rispettare quello che ci aveva promesso sull'allestimento di un ospedale da campo nella Fiera di Milano. Non è in condizione di fornirci né il personale medico infermieristico, né i letti di terapia intensiva e la strumentazione necessaria per allestire i padiglioni. L'accordo era che la Regione fornisse gli spazi mentre l'ente nazionale personale e macchinari, ma non si può fare». Fontana così decide di fare da sé, e nomina l'ex capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, «come suo consulente personale», recita una nota della Regione, «per la realizzazione del progetto riguardante la costruzione di un ospedale dedicato ai pazienti Covid presso le strutture messe a disposizione della Fondazione Fiera di Milano al Portello. Fontana ha ringraziato Bertolaso per aver accettato l'incarico per il quale riceverà un compenso simbolico pari a 1 euro». «Come potevo», dichiara Bertolaso, «non aderire alla richieste del presidente della Lombardia di dare una mano nella epocale battaglia contro il Covid-19 se la mia storia, tutta la mia vita è stata dedicata ad aiutare chi è in difficoltà e a servire il mio Paese?». La Lombardia è allo stremo, il compito di Bertolaso si annuncia difficile: «Abbiamo pochissimi posti liberi nelle terapie intensive», avverte l'assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera, «ormai siamo nell'ordine di 15 o 20 a disposizione». Da indiscrezioni attendibili, risulta che Silvio Berlusconi ha avuto un ruolo nella decisione di Fontana di richiamare in servizio Bertolaso. Il leader di Forza Italia, che proprio ieri ha sentito al telefono tutti i presidenti di Regione del centrodestra, già martedì scorso, attraverso il suo vice, Antonio Tajani, aveva suggerito al premier, Giuseppe Conte, di nominare Bertolaso supercommissario all'emergenza, ricevendo un rifiuto. Giulio Gallera perde la pazienza sul caso delle mascherine non a norma: «Le mascherine che possono essere utilizzate dagli operatori sanitari», dice Gallera a Sky Tg24, «sono mascherine o FFP2 o FFP3, oppure quelle chirurgiche. Ci hanno mandato delle mascherine che sono un foglio di carta igienica che viene unito. Inoltre non sono marchiate Ce e i nostri operatori ci hanno detto che non possono utilizzarle. I sindacati dei medici ci hanno detto che sono totalmente inadeguate». Gallera rivela che la direzione ospedaliera Rhodense ha avvertito la Regione che le mascherine non sono idonee, e che i sanitari si rifiutano di usarle: «Sono state tutte ritirate perché non vanno in alcun modo bene per infermieri e medici, potranno essere usate ad esempio da volontari che portano la spesa a casa ad anziani. Non butteremo niente», conclude Gallera, «ma non sono idonee per i sanitari».In serata, arriva la risposta di Borrelli: «Il fabbisogno di mascherine su base mensile», dice il capo della Protezione civile, «è di circa 90 milioni, noi abbiamo effettuato contratti per oltre 55 milioni. Si sta verificando nel mondo una chiusura delle frontiere alle esportazioni. È un problema non solo italiano ma internazionale, le polemiche sono infondate». Dunque, l'Italia non riesce a fornire protezioni adeguate a medici, infermieri e operatori sanitari, figuriamoci ai cittadini, mentre da Nord a Sud si moltiplicano le notizie di sequestri di mascherine non conformi alle norme, e di speculazioni da parte di chi le ha e le vende a prezzi da capogiro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lombardia-decide-di-curarsi-da-sola-e-chiama-bertolaso-2645489241.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-conte-brinda-al-lavoro-sicuro" data-post-id="2645489241" data-published-at="1778710384" data-use-pagination="False"> Ma Conte brinda al «lavoro sicuro» Il campionato è fermo, ma ieri mattina una ola quasi calcistica ha salutato l'intesa sulla sicurezza dei lavoratori ai tempi del coronavirus. L'accordo è stato firmato alle 8.30, dopo lungo e serrato confronto a distanza tra sindacati, imprese e governo: in videoconferenza, come impone il drammatico frangente. La rabbia e gli scioperi dei giorni scorsi nelle fabbriche hanno convinto i giallorossi all'ennesimo intervento a scoppio ritardato. Gli operai urlavano: «Non siamo carne da macello»? Giuseppe Conte, il Churchill tricolore, anche stavolta ha messo a posto le cose: «Per il bene del Paese, per la tutela della salute di lavoratrici e lavoratori. L'Italia non si ferma», commenta il premier, dopo la firma del protocollo. Anche il ministro della Salute, Roberto Speranza, è trionfante: «Paese più unito che mai». Così come la collega alla guida del Lavoro, Nunzia Catalfo: «Le aziende potranno garantire più sicurezza». Graziano Delrio, capogruppo dem alla Camera, suggella: «La salute prima di tutto». Senza dimenticare i sindacati, soddisfatti pure loro. Per Giuseppi, un'altra missione è compiuta. La sua strada, direzione emergenza coronavirus, è ormai lastricata di successi. Del resto, due giorni fa, aveva rassicurato quei pochi che continuano a tirare la carretta, «le colonne portanti su cui si regge l'Italia». Dunque, «abbiamo il vincolo morale e giuridico di garantire loro condizioni di massima sicurezza». Quindi, la Protezione civile sta «compiendo sforzi straordinari per distribuire gratuitamente a tutti i lavoratori, già nei prossimi giorni, dispositivi di protezione individuale. Vale a dire, guanti e mascherine». Era questo, d'altronde, quello che chiedevano operai e inservienti. E difatti, nei 13 punti dell'accordo tra Confindustria e sindacati, non è previsto alcun obbligo per chi non manifesta sintomi. L'uso di «dispositivi di protezione» diventa obbligatorio soltanto se il tipo di mansione richiede di stare a meno di un metro l'uno dall'altro. In quel caso, cari sottoposti, ci pensa la nostra cavalleria governativa a mettervi al sicuro. La stessa che non riesce a mandare le mascherine nemmeno a tanti medici e infermieri in prima linea. E quando riesce nell'intento, lo fa all'italiana. Come accusa Davide Caparini, assessore al Bilancio della Lombardia: «La Protezione civile ci invia mascherine del peggior materiale possibile, in ritardo di settimane e per di più non a norma». Stavolta però, in ossequio all'epocale protocollo, le cose andranno diversamente: guanti e mascherine gratis per tutti, rassicura il premier. O meglio, solo per quelli costretti a lavorare guancia a guancia. Chi può mantenere il raccomandato metro di distanza, cosa volete infatti che rischi? Potrà andare ogni mattina in fabbrica sereno: Giuseppi vigila sulla sua salute. Grazie anche all'accordo siglato ieri: prevede la misurazione all'ingresso della temperatura dei dipendenti, che devono comunicare sintomi sospetti e restare a casa con febbre oltre i 37,5. L'azienda garantirà la sanificazione degli ambienti e i saponi detergenti. Poi chiusura dei reparti diversi dalla produzione, rimodulazione dei turni, accesso contingentato a mense e spogliatoi, obbligo di lavarsi le mani. E distanza di almeno un metro. Chi non può mantenerla, potrà sempre contare sulla solerzia della Protezione civile. Nell'attesa, però, meglio arrangiarsi. La direzione di una catena commerciale ha già avvisato i suoi collaboratori: «Le mascherine ancora non ci sono per tutti, usate i panni Swiffer».
Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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