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2022-04-09
La linea vaticana: «Inviare armi? Terribile»
Per quanto si tenti di arruolare papa Francesco in una parte precisa, quella accanto al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, rispetto alla guerra in Ucraina la Chiesa continua ad avere una sola pozione: quella di contrarietà al conflitto e di ricerca di negoziati che possano portare alla cessazione delle ostilità; e questo senza alcuna concessione alle armi, il cui generoso invio all’esercito di Kiev per combattere i soldati di Putin è, da ormai settimane, la linea politica europea e americana.
Che questo sia l’orientamento della Santa Sede, decisa così a non prendere le parti di alcun contendente, è stato suffragato nelle scorse ore da almeno un paio di posizioni di assoluto rilievo ecclesiale. Anzitutto, meritano d’essere sottolineate le parole, riprese ieri sulla Stampa, del segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, il quale si è anzitutto pronunciato sulla possibilità di un viaggio del pontefice in Ucraina, scenario che non si può escludere ma, ha precisato il porporato, «ci devono essere le condizioni» adeguate. «Da parte ucraina sembrano esserci», ha inoltre aggiunto Parolin, «perché è stata data ampia assicurazione che non ci sarebbero pericoli. E si fa riferimento anche ai vari viaggi che sono stati fatti da altri leader e che si faranno. Quindi questa visita alla fine si può fare». Tuttavia, ha voluto sottolineare ulteriormente il cardinale, «certamente il Papa non andrebbe a Kiev per prendere posizioni né a favore dell’uno né in favore dell’altro, come ha sempre fatto».
Considerando quanto i leader politici occidentali facciano quasi a gara, da settimane, per dichiarare la propria vicinanza al presidente Zelensky, quella del segretario di Stato Vaticano è una puntualizzazione di peso. E che vale sia per ciò che farà papa Bergoglio, per il quale si parla di un possibile incontro con patriarca di Mosca, Kirill, in Libano, sia per la visita che, sempre a Kiev, potrebbe fare a breve il «ministro degli Esteri» vaticano, monsignor Paul Richard Gallagher.
Non è finita. Per chiarire meglio la propria posizione, dialogando col portale cattolico Aci Stampa, il Segretario di Stato ha sottolineato la propria preoccupazione per la politica, ampiamente sposata anche dal governo italiano, dell’invio di armamenti in Ucraina. «Vedo molti che inviano armi», sono per l’esattezza state le parole di Parolin, che ha aggiungo: «Questo è terribile da pensare, potrebbe provocare una escalation che non si potrà controllare».
Un’altra conferma di quale sia la linea del Vaticano rispetto al conflitto iniziato lo scorso 24 febbraio si è avuta, ieri mattina, con le parole dell’arcivescovo di Bologna, il cardinale Matteo Zuppi, intervenuto all’incontro organizzato dall’istituto Salvemini su questo tema, al quale erano presenti anche due studenti ucraini scappati dal loro Paese e accolti a Bologna, che oggi frequentano quella scuola.
Ebbene, Zuppi, molto vicino a papa Francesco e da alcuni considerato papabile in un futuro conclave, ha bocciato apertamente la corsa al riarmo («è la cosa peggiore che possiamo fare»), senza peraltro far sconti al Cremlino. «Non c’è mai alcuna giustificazione per la guerra», ha infatti chiarito il porporato, aggiungendo che «si può forse discutere se la Russia avesse qualche ragione, ma ora le ha perse tutte facendo quello che ha fatto. Perché è un massacro e basta».
Se ogni guerra è assurda, il cardinale di Bologna ha fatto presente come quella in corso lo sia doppiamente, anche per ragioni religiose. «È una guerra tra cristiani», ha ricordato Zuppi, a detta del quale «questa è una cosa che dispiace ancora di più» dato che, se nessun conflitto è giustificabile, «tra cristiani, noi che abbiamo uno che ha detto che dobbiamo amare i nemici, è una vera bestemmia». Perciò, ha chiosato l’arcivescovo riferendosi al conflitto, «dobbiamo trovare il modo perché finisca quanto prima». Ma quel modo non contempla il fatto di armare ulteriormente gli ucraini. «Certo», ha spiegato Zuppi, «c’è un problema puntuale oggi che riguarda l’Ucraina e che si riassume nel diritto alla difesa. Che è una cosa. Ma correre al riarmo no».
Che dire, se non che sono considerazioni sovrapponibili, nel loro significato, a quelle del cardinale Parolin, che a sua volta, per ovvie ragioni legate al suo ruolo, è portavoce del pensiero di papa Francesco. Tuttavia sono decenni, almeno dalla Guerra fredda, che la Santa Sede ha compreso che ogni conflitto di questi anni, oltre a mietere vittime innocenti, si trascina dietro l’ombra più inquietante: quella della catastrofe nucleare.
Quello che insomma si rischia, per dirla con quanto denunciò papa Giovanni Paolo II nel 1991, in occasione del centenario della Rerum novarum, è una guerra che «può terminare senza vincitori né vinti in un suicidio dell’umanità». Anche per questo papa Francesco e i cardinali a lui più vicini, pure a costo di scontentare i governanti occidentali, restano sulla loro linea di contrarietà ad ogni invio di armi e di ricerca della pace. Quella vera.
Da Katyn a Bucha: se l’orrore finisce nel tritacarne delle bugie di guerra
Bucha, diventata la capitale mondiale dell’orrore con le sue fosse comuni e le strade ricoperte di morti, è a qualche centinaio di chilometri dal villaggio di Gnezdovo, sobborghi di Smolensk, Russia europea. Qui, nel 1943 furono scoperte le fosse di Katyn e 22.000 cadaveri di polacchi ammazzati con un colpo alla nuca. Ventiduemila. Ufficiali, giornalisti, politici; 7.000 venivano dalle prigioni dell’Ucraina e della Biellorussia. Praticamente una buona parte della classe dirigente. La scoperta fu fatta dai tedeschi e siccome i nazisti erano brutti, sporchi e cattivissimi la colpa per anni fu data a loro. Poi una commissione internazionale sotto l’egida della Croce rossa accertò che la mattanza era opera dei sovietici, dell’Nkvd, l’antesignano del Kgb, per ordine di Stalin, pianificata per schiacciare ogni identità nazionale.
Le atrocità di oggi in Ucraina affondano nelle atrocità di ieri. Hanno origine nei nodi irrisolti della seconda guerra mondiale. E Toni Capuozzo, cui va tutta la solidarietà, diventato bersaglio solo per aver messo in dubbio la sequenza dei fatti, è la prova che anche noi ormai siamo sprofondati nella guerra. In queste faccende per avere la verità, di solito una verità parziale, ci vogliono anni.
Nell’aprile del 1943, durante l’invasione nazista dell’Urss, su segnalazione di alcuni contadini nella foresta di Katyn le truppe tedesche scoprirono le prime fosse. Radio Berlino diede la notizia il 13 aprile 1943, chiamando in causa i sovietici. Già, perché quei territori in precedenza erano stati occupati dall’Armata Rossa, in base all’accordo Ribentropp-Molotov di spartizione del Paese tra Berlino e Mosca. C’era però un problemino. Tutte le vittime risultavano uccise da un colpo alla nuca, le mani legate dietro alla schiena, con proiettili esplosi da pistole Walther Ppk: armi e munizioni inesorabilmente di fabbricazione tedesca. In base alle divise degli ufficiali trucidati, analisi dei corpi, eccetera, la commissione internazionale stabilì tuttavia che l’eccidio era avvenuto prima, nei primi mesi del 1940, quando appunto c’erano i sovietici. Le armi e i proiettili tedeschi erano stati utilizzati proprio per far ricadere la colpa sui soldati della Wermacht.
Dalla documentazione emersa, solo una parte, risulta che fin dal giorno dopo l’invasione tedesca della Polonia il 19 settembre 1939, nella spartizione del Paese, l’Urss aprì campi di concentramento e carceri in Ucraina e Biellorussia dove internare i «nemici del popolo». Il 5 marzo 1940 Lavrentij Beria, il capo della polizia segreta sovietica, con un ordine che per li rami della catena gerarchica arrivava al dittatore Josif Stalin, diede il via allo sterminio di «nazionalisti e controrivoluzionari». Il massacro andò avanti con cadenza industriale per settimane; unico giorno di pausa il 1° maggio. Anche quello dei boia è un lavoro.
Insomma, i russi in queste cose hanno il know how. Consolidato. E possiamo capire meglio gli orrori dell’Ucraina di oggi..
Quanto ai processi e alle corti internazionali, non è il caso di avere troppe aspettative. Al processo di Norimberga il pubblico ministero capo Roman Rudenko, in rappresentanza dell’Unione sovietica, per Katyn accusò la Germania e riuscì perfino ad estorcere qualche confessione. A Stati Uniti e Gran Bretagna, che coprirono in tutto e per tutto Mosca, dovette sembrare eccessivo e la cosa finì lì. Nessuno ha mai pagato per quei 22.000 morti.
Solo nel 1990 Gorbaciov ha ammesso le responsabilità sovietiche e ha chiesto scusa alla Polonia. Con Eltsin furono desegretati in parte – molto in parte - i documenti. Il 10 aprile 2010 a Smolensk avrebbe dovuto tenersi una solenne commemorazione delle vittime con le massime autorità polacche e russe insieme. Come riconciliazione definitiva. Non si è mai tenuta. In fase di atterraggio si è schiantato sulla pista il Tupolev presidenziale dell’Aeronautica polacca, con il vicepresidente della Polonia Lech Kaczynski e 95 persone. Tutti morti. Per Mosca e Putin è stato un incidente (i resti dell’aereo ce li hanno loro), per la Polonia un attentato. Adesso forse è più chiaro perché Varsavia è la più decisa nel sostenere Kiev.
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Anche se in molti provano ad arruolare il Papa nella crociata anti russa, il segretario di Stato, Pietro Parolin, ribadisce: «Il Pontefice potrebbe andare a Kiev, ma non per sostenere una delle parti». Il cardinale Matteo Zuppi: «Il riarmo è la cosa peggiore da fare».Da Katyn a Bucha: se l’orrore finisce nel tritacarne delle bugie di guerra. I conflitti sono anche lotte tra propagande opposte, come nel caso della strage del 1943. Lo speciale comprende due articoli.Per quanto si tenti di arruolare papa Francesco in una parte precisa, quella accanto al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, rispetto alla guerra in Ucraina la Chiesa continua ad avere una sola pozione: quella di contrarietà al conflitto e di ricerca di negoziati che possano portare alla cessazione delle ostilità; e questo senza alcuna concessione alle armi, il cui generoso invio all’esercito di Kiev per combattere i soldati di Putin è, da ormai settimane, la linea politica europea e americana.Che questo sia l’orientamento della Santa Sede, decisa così a non prendere le parti di alcun contendente, è stato suffragato nelle scorse ore da almeno un paio di posizioni di assoluto rilievo ecclesiale. Anzitutto, meritano d’essere sottolineate le parole, riprese ieri sulla Stampa, del segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, il quale si è anzitutto pronunciato sulla possibilità di un viaggio del pontefice in Ucraina, scenario che non si può escludere ma, ha precisato il porporato, «ci devono essere le condizioni» adeguate. «Da parte ucraina sembrano esserci», ha inoltre aggiunto Parolin, «perché è stata data ampia assicurazione che non ci sarebbero pericoli. E si fa riferimento anche ai vari viaggi che sono stati fatti da altri leader e che si faranno. Quindi questa visita alla fine si può fare». Tuttavia, ha voluto sottolineare ulteriormente il cardinale, «certamente il Papa non andrebbe a Kiev per prendere posizioni né a favore dell’uno né in favore dell’altro, come ha sempre fatto». Considerando quanto i leader politici occidentali facciano quasi a gara, da settimane, per dichiarare la propria vicinanza al presidente Zelensky, quella del segretario di Stato Vaticano è una puntualizzazione di peso. E che vale sia per ciò che farà papa Bergoglio, per il quale si parla di un possibile incontro con patriarca di Mosca, Kirill, in Libano, sia per la visita che, sempre a Kiev, potrebbe fare a breve il «ministro degli Esteri» vaticano, monsignor Paul Richard Gallagher.Non è finita. Per chiarire meglio la propria posizione, dialogando col portale cattolico Aci Stampa, il Segretario di Stato ha sottolineato la propria preoccupazione per la politica, ampiamente sposata anche dal governo italiano, dell’invio di armamenti in Ucraina. «Vedo molti che inviano armi», sono per l’esattezza state le parole di Parolin, che ha aggiungo: «Questo è terribile da pensare, potrebbe provocare una escalation che non si potrà controllare».Un’altra conferma di quale sia la linea del Vaticano rispetto al conflitto iniziato lo scorso 24 febbraio si è avuta, ieri mattina, con le parole dell’arcivescovo di Bologna, il cardinale Matteo Zuppi, intervenuto all’incontro organizzato dall’istituto Salvemini su questo tema, al quale erano presenti anche due studenti ucraini scappati dal loro Paese e accolti a Bologna, che oggi frequentano quella scuola. Ebbene, Zuppi, molto vicino a papa Francesco e da alcuni considerato papabile in un futuro conclave, ha bocciato apertamente la corsa al riarmo («è la cosa peggiore che possiamo fare»), senza peraltro far sconti al Cremlino. «Non c’è mai alcuna giustificazione per la guerra», ha infatti chiarito il porporato, aggiungendo che «si può forse discutere se la Russia avesse qualche ragione, ma ora le ha perse tutte facendo quello che ha fatto. Perché è un massacro e basta».Se ogni guerra è assurda, il cardinale di Bologna ha fatto presente come quella in corso lo sia doppiamente, anche per ragioni religiose. «È una guerra tra cristiani», ha ricordato Zuppi, a detta del quale «questa è una cosa che dispiace ancora di più» dato che, se nessun conflitto è giustificabile, «tra cristiani, noi che abbiamo uno che ha detto che dobbiamo amare i nemici, è una vera bestemmia». Perciò, ha chiosato l’arcivescovo riferendosi al conflitto, «dobbiamo trovare il modo perché finisca quanto prima». Ma quel modo non contempla il fatto di armare ulteriormente gli ucraini. «Certo», ha spiegato Zuppi, «c’è un problema puntuale oggi che riguarda l’Ucraina e che si riassume nel diritto alla difesa. Che è una cosa. Ma correre al riarmo no».Che dire, se non che sono considerazioni sovrapponibili, nel loro significato, a quelle del cardinale Parolin, che a sua volta, per ovvie ragioni legate al suo ruolo, è portavoce del pensiero di papa Francesco. Tuttavia sono decenni, almeno dalla Guerra fredda, che la Santa Sede ha compreso che ogni conflitto di questi anni, oltre a mietere vittime innocenti, si trascina dietro l’ombra più inquietante: quella della catastrofe nucleare.Quello che insomma si rischia, per dirla con quanto denunciò papa Giovanni Paolo II nel 1991, in occasione del centenario della Rerum novarum, è una guerra che «può terminare senza vincitori né vinti in un suicidio dell’umanità». Anche per questo papa Francesco e i cardinali a lui più vicini, pure a costo di scontentare i governanti occidentali, restano sulla loro linea di contrarietà ad ogni invio di armi e di ricerca della pace. Quella vera. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-linea-vaticana-inviare-armi-terribile-2657124919.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-katyn-a-bucha-se-lorrore-finisce-nel-tritacarne-delle-bugie-di-guerra" data-post-id="2657124919" data-published-at="1649447137" data-use-pagination="False"> Da Katyn a Bucha: se l’orrore finisce nel tritacarne delle bugie di guerra Bucha, diventata la capitale mondiale dell’orrore con le sue fosse comuni e le strade ricoperte di morti, è a qualche centinaio di chilometri dal villaggio di Gnezdovo, sobborghi di Smolensk, Russia europea. Qui, nel 1943 furono scoperte le fosse di Katyn e 22.000 cadaveri di polacchi ammazzati con un colpo alla nuca. Ventiduemila. Ufficiali, giornalisti, politici; 7.000 venivano dalle prigioni dell’Ucraina e della Biellorussia. Praticamente una buona parte della classe dirigente. La scoperta fu fatta dai tedeschi e siccome i nazisti erano brutti, sporchi e cattivissimi la colpa per anni fu data a loro. Poi una commissione internazionale sotto l’egida della Croce rossa accertò che la mattanza era opera dei sovietici, dell’Nkvd, l’antesignano del Kgb, per ordine di Stalin, pianificata per schiacciare ogni identità nazionale. Le atrocità di oggi in Ucraina affondano nelle atrocità di ieri. Hanno origine nei nodi irrisolti della seconda guerra mondiale. E Toni Capuozzo, cui va tutta la solidarietà, diventato bersaglio solo per aver messo in dubbio la sequenza dei fatti, è la prova che anche noi ormai siamo sprofondati nella guerra. In queste faccende per avere la verità, di solito una verità parziale, ci vogliono anni. Nell’aprile del 1943, durante l’invasione nazista dell’Urss, su segnalazione di alcuni contadini nella foresta di Katyn le truppe tedesche scoprirono le prime fosse. Radio Berlino diede la notizia il 13 aprile 1943, chiamando in causa i sovietici. Già, perché quei territori in precedenza erano stati occupati dall’Armata Rossa, in base all’accordo Ribentropp-Molotov di spartizione del Paese tra Berlino e Mosca. C’era però un problemino. Tutte le vittime risultavano uccise da un colpo alla nuca, le mani legate dietro alla schiena, con proiettili esplosi da pistole Walther Ppk: armi e munizioni inesorabilmente di fabbricazione tedesca. In base alle divise degli ufficiali trucidati, analisi dei corpi, eccetera, la commissione internazionale stabilì tuttavia che l’eccidio era avvenuto prima, nei primi mesi del 1940, quando appunto c’erano i sovietici. Le armi e i proiettili tedeschi erano stati utilizzati proprio per far ricadere la colpa sui soldati della Wermacht. Dalla documentazione emersa, solo una parte, risulta che fin dal giorno dopo l’invasione tedesca della Polonia il 19 settembre 1939, nella spartizione del Paese, l’Urss aprì campi di concentramento e carceri in Ucraina e Biellorussia dove internare i «nemici del popolo». Il 5 marzo 1940 Lavrentij Beria, il capo della polizia segreta sovietica, con un ordine che per li rami della catena gerarchica arrivava al dittatore Josif Stalin, diede il via allo sterminio di «nazionalisti e controrivoluzionari». Il massacro andò avanti con cadenza industriale per settimane; unico giorno di pausa il 1° maggio. Anche quello dei boia è un lavoro. Insomma, i russi in queste cose hanno il know how. Consolidato. E possiamo capire meglio gli orrori dell’Ucraina di oggi.. Quanto ai processi e alle corti internazionali, non è il caso di avere troppe aspettative. Al processo di Norimberga il pubblico ministero capo Roman Rudenko, in rappresentanza dell’Unione sovietica, per Katyn accusò la Germania e riuscì perfino ad estorcere qualche confessione. A Stati Uniti e Gran Bretagna, che coprirono in tutto e per tutto Mosca, dovette sembrare eccessivo e la cosa finì lì. Nessuno ha mai pagato per quei 22.000 morti. Solo nel 1990 Gorbaciov ha ammesso le responsabilità sovietiche e ha chiesto scusa alla Polonia. Con Eltsin furono desegretati in parte – molto in parte - i documenti. Il 10 aprile 2010 a Smolensk avrebbe dovuto tenersi una solenne commemorazione delle vittime con le massime autorità polacche e russe insieme. Come riconciliazione definitiva. Non si è mai tenuta. In fase di atterraggio si è schiantato sulla pista il Tupolev presidenziale dell’Aeronautica polacca, con il vicepresidente della Polonia Lech Kaczynski e 95 persone. Tutti morti. Per Mosca e Putin è stato un incidente (i resti dell’aereo ce li hanno loro), per la Polonia un attentato. Adesso forse è più chiaro perché Varsavia è la più decisa nel sostenere Kiev.
Barbara Fabbroni (Getty Images)
Ne parliamo con Barbara Fabbroni, criminologa e scrittrice, che ci offre una prospettiva unica sull’intersezione tra moda, crimine sociale e cultura contemporanea e come questo possa incidere sull’evoluzione del nostro modo di vestire, pensare e, soprattutto, resistere.
C’è sempre un maggiore interesse per i temi sociali nella moda, in particolare per quelli legati alla violenza di genere e alle disuguaglianze. Come vede questa evoluzione?
«Come una reazione necessaria, quasi inevitabile, prima ancora che come una scelta estetica. La moda, storicamente, è sempre stata uno specchio del tempo, ma oggi quello specchio si è incrinato. Non riflette più solo desideri o status, riflette fratture sociali, ferite collettive, urgenze non risolte. Quando la violenza di genere e le disuguaglianze entrano nelle collezioni, non è perché “fanno tendenza” ma perché non possono più essere ignorate. È un tentativo di rendere visibile ciò che per troppo tempo è rimasto sommerso, normalizzato, silenziato. Il rischio, semmai - ed è un rischio reale - è che questa visibilità resti superficiale. Ma il movimento, in sé, è già un segnale di consapevolezza sociale».
Come pensa che la moda stia trasformando il concetto di «empowerment femminile»? In che modo le collezioni stanno affrontando la violenza di genere e le disuguaglianze in modo diverso rispetto al passato?
«L’empowerment femminile, oggi, non passa più solo dall’immagine della donna forte, invincibile. Sta emergendo un concetto più maturo: il potere come possibilità di essere complesse, non perfette. Io amo dire che “la perfezione sta sempre nell’imperfezione di ciascuna individualità”. Le collezioni più interessanti non celebrano più un femminile idealizzato, ma raccontano corpi reali, storie ferite. È una rottura rispetto al passato, dove la moda parlava sulle donne; oggi, quando funziona davvero, parla con le donne. Anche la violenza di genere non viene più trattata come choc visivo, ma come processo culturale, come sistema che va decostruito, non semplicemente denunciato».
Molti brand e designer stanno utilizzando la moda come strumento per trasmettere messaggi sociali. Qual è il ruolo della moda come linguaggio anche di protesta?
«La moda è un linguaggio silenzioso ma, proprio per questo, potentissimo. Non argomenta: mostra. Non convince: disturba. In una società sempre più polarizzata, la moda può diventare uno spazio di resistenza simbolica, perché agisce sull’immaginario, non sull’ideologia. Un abito può essere un manifesto ma anche e, forse, soprattutto una domanda aperta. Il suo ruolo più importante non è schierarsi, ma rompere la neutralità apparente, che spesso è la forma più subdola di complicità. La moda, quando è autentica, non pacifica: mette a disagio, costringe a guardare».
C’è un legame tra l’evoluzione estetica della moda e l’analisi criminologica dei crimini sociali?
«Sì e credo sia un legame profondo. La criminologia studia le dinamiche invisibili: potere, controllo, esclusione, normalizzazione della violenza. La moda, spesso senza rendersene conto, mette in scena gli stessi meccanismi: chi è visibile, chi è escluso, quali corpi sono legittimi e quali restano marginalizzati. Nell’incrocio tra questi ambiti, vedo una possibilità importante: usare l’estetica non per occultare il conflitto, ma per renderlo leggibile. La moda può diventare una mappa emotiva dei crimini sociali, se accetta di non essere rassicurante».
Come pensa che i giovani stiano interpretando questi messaggi? C’è una relazione tra il modo in cui si vestono e come percepiscono il mondo che li circonda?
«I giovani usano il corpo come spazio di incontro, spesso più consapevolmente degli adulti. Il modo in cui si vestono è una forma di posizionamento nel mondo: identitario, relazionale, valoriale, esistenziale. Non è solo stile. È presa di parola, è comunicazione di sé all’altro e al mondo. Attraverso l’abbigliamento esprimono conflitto, rifiuto, ricerca di senso, possibilità. È un linguaggio immediato, ma tutt’altro che superficiale. Spesso racconta proprio quello spazio che non trovano altrove e che, allora, cercano di costruire. Ignorarlo significa non ascoltare una generazione che sta cercando nuovi codici per interpretare una realtà complessa come quella che stiamo vivendo».
Quali sfide ritiene che la moda debba affrontare per essere davvero un catalizzatore di cambiamento sociale?
«La sfida principale è non fermarsi all’immagine. Il rischio più grande è la neutralizzazione del messaggio: trasformare il pensiero del cambiamento in stile, l’empowerment in branding, il dolore in trend. Per evitarlo servono coerenza, continuità, responsabilità. La moda può essere catalizzatore di cambiamento solo se accetta di lasciare andare qualcosa. E non è poco: consenso, comodità, neutralità. Il cambiamento non è mai esteticamente semplice. E, forse, è proprio lì che la moda deve avere il coraggio di stare».
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Al levar del sole, si faceva accompagnare dalla sua borsa blu (conservata, poi, come una sorta di reliquia per anni) che, con pochi chili di acquisto, gli permetteva di gestire la cucina. Nel contempo, con l’amico macellaio Emilio Hen andava «a studiare» le cucine dei locali che allora, nel territorio, risultavano tra i più rinomati. «Davo un’occhiata per imparare a copiare qualche piatto, era una sorta di spionaggio industriale», diceva. A trovare la quadra gli viene in aiuto, nel suo pellegrinaggio mattutino al mercato del pesce mestrino, il signor Galvani, che ne intuisce le potenzialità. «Dia un’occhiata a quello che mangia la gente qui per strada». In primis i folpetti caldi ripescati al momento dal pentolone in bella vista. Da lì l’intuizione conseguente.
All’entrata del suo locale ecco un carrello tentatore con il meglio dei cicheti (i piccoli assaggi di street food locale) della tradizione, a iniziare da quelli freddi: gamberi, uova di seppia, alici marinate. Il passaggio conseguente a tavola, con quelli caldi in arrivo dalla cucina, dagli immancabili folpetti ai peoci (le cozze) e molto altro. Su queste basi, sior Dino ottimizza la sua filosofia, ovvero quella di conservare e valorizzare il passato, in una Venezia patrimonio secolare, con uno sguardo continuamente rivolto al futuro ma sempre rimanendo nel solco della tradizione, di un territorio con molte storie da offrire, se non da riscoprire, in un tempo in cui, con il boom economico, anche la cucina seguiva nuove mode, a prevalenza transalpina ma un po’ «senz’anima», ovvero proponibili un po’ ovunque. Su queste basi trovare la quadra è indispensabile, a partire da chi sappia gestire la regia ai fornelli con talento e spirito conseguente.
Era il tempo in cui, il lunedì mattina, con un’ombra e due cicheti passava a salutare il fratello Bepi, cuoco in carica, Federico «Rico» Spolaore, con diverse esperienze in importanti cucine d’albergo della catena Ciga. Dino lo annusa e butta l’esca: «Non le chiedo quanto mi costa, ma soltanto di applicare la sua bravura a questa cucina», magari con qualche piccola invenzione, ma sempre nel solco della tradizione. Chef «Rico» lo guarda, paga il conto e se ne va senza rispondere. Dopo qualche giorno ritorna, stavolta non per salutare il fratello Bepi, ma per confrontarsi, occhi negli occhi, con un Boscarato felicemente rincuorato dall’aver scommesso per la giusta causa. Dall’Amelia comincia a prendere il volo. Il passaparola va oltre i confini locali e i suoi piatti hanno un primo riconoscimento con l’entrata nel circuito dei Ristoranti del Buon ricordo, nato dalla felice intuizione di Dino Villani, tra i fondatori dell’Accademia italiana della cucina. Un primo riconoscimento con il Fogher d’Oro, nel 1969, al tempo uno dei maggiori tra quelli riservati a quei locali che, tra Veneto e Friuli, nel rispetto della qualità, sapevano valorizzare al meglio le rispettive cucine locali. Nel 1970 altro cambio di passo. Parte la ristrutturazione della vecchia Amelia, grazie all’architetto Luigi Carrer che, oltre a decorare gli interni con un tratto personale, si inventa il logo che poi diventerà un’icona conosciuta e ambita dai vari pellegrini golosi. Un pesce con un bel cappellone da chef. Messaggio neanche tanto subliminale per far intendere che, dall’Amelia, la cucina di pesce viaggia a paso doble.
Iniziano le missioni all’estero, come ad esempio a New York. Nella preparazione della lista della spesa, un involontario qui pro quo linguistico: il tradizionale stoccafisso, ovvero il merluzzo essiccato al vento delle Lofoten, nel Veneto è tradotto come baccalà mentre invece, come tale, nel resto del mondo si intende quello conservato sotto sale. Due preparazioni che richiedono un trattamento completamente diverso. Giunti alla vigilia del grande evento, i cuochi amelioti non sanno più che fare. Partono telefonate a tutti i fornitori della Grande mela ma niente da fare. Poi, all’ultimo, il miracolo: in un negozietto di Little Italy, gestito da una famiglia calabrese, ci sono dei mini stoccafissi, poco più grandi di sardine, «ma piccoli e duri come il marmo».
Bisogna fare il miracolo. I Boscarato boys vanno nell’officina meccanica dell’albergo e lì procedono alla battitura di rito usando una pressa metallica destinata ad altri usi, ma il risultato al piatto risulterà molto gradito al centinaio di convitati curiosi di scoprire le vere specialità della cucina veneziana. Il giorno dopo, per premiarsi della fatica, Dino e i suoi ragazzi vanno nell’ambasciata culinaria italiana di Manhattan, «Le Cirque», di quel toscanaccio di Sirio Maccioni. E chi ti incontrano? Enzo Biagi, anche lui in trasferta yankee, che offrirà loro il pranzo, per ringraziare sior Dino di avergli assegnato, qualche mese prima, il prestigioso premio «Tavola all’Amelia». In sostanza, era successo questo. Dall’Amelia, nel tempo, diventa sempre più centro di golosità permanente del meglio dell’intellighenzia dapprima veneta e poi nazionale. Nel 1965, dalla collaborazione con il gallerista Mario Lucchesi, si pensò di dare un premio a chi si era distinto in vari settori della cultura, dalla letteratura all’arte nelle sue varie declinazioni. Come premio, la riproduzione di una scultura di Salvatore Messina.
Nell’albo d’oro ci sono nomi che hanno fatto la storia sella cultura italiana: Dino Buzzati, Leonardo Sciascia, Enzo Biagi, Uto Ughi, Carlo Rubbia, Ottavio Missoni, Ermanno Olmi. Con la possibilità, per il pubblico, sempre più fidelizzato alla «missione Amelia» di conoscerli in diretta, almeno per una sera. La gemmazione conseguente con «A Tavola con l’autore». Il tutto è nato un po’ per caso, ma bisogna avere talento per cogliere quell’occasione che può fare la differenza. Siamo nel 1983. Dall’Amelia, oramai, è un mito consolidato. Una serata è dedicata alla presentazione dell’ultima creatura editoriale di Bepi Maffioli, un gigante del connubio tra cucina, storia e cultura, La cucina veneziana, per i tipi di Franco Muzzio Editore. Come rendere il meritato onore a cotanta firma? Elementare, Watson: Boscarato si incuriosisce a ricercare tra le pagine di Maffioli lo spunto per proporre qualche ricetta originale, magari un po’ dimenticata dallo scorrere del tempo. Ed ecco riemergere un piatto del XVIII secolo, il baccalà in turbante, un’eredità del ghetto sepolta nella memoria. Uno stoccafisso messo a sobbollire lentamente con burro e latte, cui vengono poi aggiunti spinaci lessati, uova e noce moscata. Il tutto messo in forno entro uno stampo rotondo con il buco in mezzo. Ne deriva, servito al piatto, come un turbante goloso. È facile immaginarsi lo stupore dei commensali e dello stesso Maffioli. Così come il riso e fagioli con i gò, piccoli pesciolini della laguna che vivono prudentemente nascondendosi sotto i fondali per sfuggire alle reti dei piccoli veneziani che così venivano addestrati dai nonni all’arte della pesca.
Un format, quello de A tavola con l’autore» che avrà oltre 100 repliche nel corso del tempo, ad esempio con il polesano Gian Antonio Cibotto, in una serata in cui il pubblico ha scoperto quali fossero le radici del popolare riso a la sbiraglia» Durante il dominio austriaco gli sbiri (ovvero i gendarmi) di Cecco Beppe, predavano le campagne delle famiglie rurali di quanto trovavano, in primis i polli. Poi entravano in qualche osteria con sorriso sornione: «O mi cuoci bene questi polli, o ti rubo anche i tuoi». Era conseguente che la cuoca vittima di tale approccio era quanto mai generosa nel condire il tutto con quanto offrivano le risaie del vicino delta del Po.
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Narendra Modi (Ansa)
Dal 1° gennaio l’India ha assunto la presidenza dei Brics, per la prima volta alla guida del formato allargato a dieci Paesi. Narendra Modi propone una visione «humanity-first», mentre sullo sfondo pesano le tensioni commerciali con gli Stati Uniti e la sfida di rafforzare il ruolo del Global South in un contesto geopolitico instabile.
L’India ha assunto ufficialmente la presidenza dei Brics il 1° gennaio 2026, prendendo il timone del gruppo in una fase segnata da forti tensioni commerciali globali e da un quadro geopolitico in rapido mutamento. Il passaggio di consegne è avvenuto dal Brasile e affida ora a Nuova Delhi la guida di un blocco allargato a dieci Paesi, chiamato a muoversi in un contesto economico instabile.
Il primo ministro Narendra Modi ha delineato per il mandato indiano una visione definita «humanity-first», proponendo una rilettura dell’acronimo Brics come Building Resilience and Innovation for Cooperation and Sustainability. Un’impostazione che punta a rafforzare il ruolo e la voce del cosiddetto Global South, in continuità con l’approccio adottato dall’India durante la sua presidenza del G20, fortemente orientata ai temi dello sviluppo.
La leadership indiana si inserisce inoltre in un momento di rapporti commerciali tesi con gli Stati Uniti, deterioratisi dopo la rielezione di Donald Trump. Nel 2025, l’amministrazione americana ha imposto dazi elevati su alcune esportazioni indiane, un fattore che spinge Nuova Delhi a utilizzare il foro Brics per promuovere una linea di «realismo commerciale». Tra i punti chiave figurano il ricorso a regolamenti in valuta locale, la riduzione della dipendenza dal dollaro statunitense e la contrarietà a barriere commerciali unilaterali.
La presidenza del 2026 assume un peso particolare perché è la prima esercitata dall’India alla guida del formato Brics+, ampliato con l’ingresso di Egitto, Etiopia, Indonesia, Iran ed Emirati Arabi Uniti, che si affiancano ai membri fondatori Russia, Cina e Sudafrica. Nuova Delhi ha individuato quattro priorità centrali per il suo mandato: resilienza, innovazione, cooperazione e sostenibilità. Tra i dossier su cui concentrare l’azione figurano lo sviluppo delle infrastrutture pubbliche digitali, il finanziamento climatico a favore dei Paesi in via di sviluppo e la riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio.
Il banco di prova politico sarà il 18° vertice Brics, atteso nel corso dell’anno proprio a New Delhi. L’appuntamento servirà a misurare la capacità dell’India di mantenere la propria autonomia strategica, bilanciando i rapporti con le grandi potenze e proponendosi al tempo stesso come ponte tra il mondo sviluppato e il Global South.
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Will Smith (Getty Images)
«Le accuse del signor Joseph riguardanti il mio cliente sono false, infondate e sconsiderate. Neghiamo categoricamente ogni addebito e utilizzeremo tutti i mezzi legali disponibili per affrontare questa vicenda e garantire che la verità venga portata alla luce», ha dichiarato alla stampa l’avvocato di Smith, Allen B. Grodsky.
Secondo la sua ricostruzione Joseph, giunto alla ribalta come uno dei primi tre finalisti di America’s Got Talent nel 2018, era stato invitato a casa di Smith a novembre 2024 per suonare per la star di Hollywood. Durante l’incontro era stato poi ingaggiato per suonare al concerto di Smith a San Diego nel dicembre 2024 e poi nel successivo tour. Nell’ambito della relazione professionale, i due uomini sarebbero diventati intimi e avrebbero trascorso «molto tempo da soli». Secondo il musicista, Smith all’inizio della collaborazione avrebbe detto a Joseph: «Tu ed io abbiamo una connessione così speciale che io non ho con nessun altro».
Joseph ha affermato che durante una sosta del tour a Las Vegas nel marzo dello scorso anno, rientrando nella sua stanza d’albergo la sera dopo cena, avrebbe scoperto che qualcuno era «entrato illegittimamente» ma «senza forzare la porta» lasciando un biglietto scritto a mano che recitava: «Brian, tornerò più tardi, alle 5.30, solo noi», con un cuore e la firma «Stone F.». L’attore, che ha precisato che i membri della direzione del tour erano «le uniche persone che avevano accesso alla sua stanza», ha affermato di aver trovato, oltre al biglietto, «alcune salviette, una bottiglia di birra, uno zaino rosso, un flaconcino di farmaci per l’Hiv con il nome di un’altra persona, un orecchino e documenti di dimissione ospedaliera appartenenti a una persona a lui sconosciuta». Temendo che qualcuno «tornasse nella sua stanza» dopo la minaccia di violenza sessuale, Joseph aveva denunciato l’incidente alla sicurezza dell’hotel, alla polizia e al team di Smith, ma era stato «deriso, umiliato e svergognato» dal team dell’attore, quindi licenziato e sostituito con un altro musicista, provocandogli «grave disagio emotivo, perdita economica, danni alla reputazione e altri danni», nonché «Ptsd (sindrome post-traumatica) e altre malattie mentali». Secondo l’accusa, il musicista si sarebbe inoltre fatto carico di «significativi investimenti finanziari in preparazione del tour», che si è svolto da luglio all’inizio di settembre.
La nuova denuncia fa seguito alla causa da 3 milioni di dollari intentata l’1 dicembre dall’ex socio Bilaal Salaam contro la moglie di Smith, Jada Pinkett Smith, che lo avrebbe minacciato verbalmente.
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