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2022-04-09
La linea vaticana: «Inviare armi? Terribile»
Per quanto si tenti di arruolare papa Francesco in una parte precisa, quella accanto al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, rispetto alla guerra in Ucraina la Chiesa continua ad avere una sola pozione: quella di contrarietà al conflitto e di ricerca di negoziati che possano portare alla cessazione delle ostilità; e questo senza alcuna concessione alle armi, il cui generoso invio all’esercito di Kiev per combattere i soldati di Putin è, da ormai settimane, la linea politica europea e americana.
Che questo sia l’orientamento della Santa Sede, decisa così a non prendere le parti di alcun contendente, è stato suffragato nelle scorse ore da almeno un paio di posizioni di assoluto rilievo ecclesiale. Anzitutto, meritano d’essere sottolineate le parole, riprese ieri sulla Stampa, del segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, il quale si è anzitutto pronunciato sulla possibilità di un viaggio del pontefice in Ucraina, scenario che non si può escludere ma, ha precisato il porporato, «ci devono essere le condizioni» adeguate. «Da parte ucraina sembrano esserci», ha inoltre aggiunto Parolin, «perché è stata data ampia assicurazione che non ci sarebbero pericoli. E si fa riferimento anche ai vari viaggi che sono stati fatti da altri leader e che si faranno. Quindi questa visita alla fine si può fare». Tuttavia, ha voluto sottolineare ulteriormente il cardinale, «certamente il Papa non andrebbe a Kiev per prendere posizioni né a favore dell’uno né in favore dell’altro, come ha sempre fatto».
Considerando quanto i leader politici occidentali facciano quasi a gara, da settimane, per dichiarare la propria vicinanza al presidente Zelensky, quella del segretario di Stato Vaticano è una puntualizzazione di peso. E che vale sia per ciò che farà papa Bergoglio, per il quale si parla di un possibile incontro con patriarca di Mosca, Kirill, in Libano, sia per la visita che, sempre a Kiev, potrebbe fare a breve il «ministro degli Esteri» vaticano, monsignor Paul Richard Gallagher.
Non è finita. Per chiarire meglio la propria posizione, dialogando col portale cattolico Aci Stampa, il Segretario di Stato ha sottolineato la propria preoccupazione per la politica, ampiamente sposata anche dal governo italiano, dell’invio di armamenti in Ucraina. «Vedo molti che inviano armi», sono per l’esattezza state le parole di Parolin, che ha aggiungo: «Questo è terribile da pensare, potrebbe provocare una escalation che non si potrà controllare».
Un’altra conferma di quale sia la linea del Vaticano rispetto al conflitto iniziato lo scorso 24 febbraio si è avuta, ieri mattina, con le parole dell’arcivescovo di Bologna, il cardinale Matteo Zuppi, intervenuto all’incontro organizzato dall’istituto Salvemini su questo tema, al quale erano presenti anche due studenti ucraini scappati dal loro Paese e accolti a Bologna, che oggi frequentano quella scuola.
Ebbene, Zuppi, molto vicino a papa Francesco e da alcuni considerato papabile in un futuro conclave, ha bocciato apertamente la corsa al riarmo («è la cosa peggiore che possiamo fare»), senza peraltro far sconti al Cremlino. «Non c’è mai alcuna giustificazione per la guerra», ha infatti chiarito il porporato, aggiungendo che «si può forse discutere se la Russia avesse qualche ragione, ma ora le ha perse tutte facendo quello che ha fatto. Perché è un massacro e basta».
Se ogni guerra è assurda, il cardinale di Bologna ha fatto presente come quella in corso lo sia doppiamente, anche per ragioni religiose. «È una guerra tra cristiani», ha ricordato Zuppi, a detta del quale «questa è una cosa che dispiace ancora di più» dato che, se nessun conflitto è giustificabile, «tra cristiani, noi che abbiamo uno che ha detto che dobbiamo amare i nemici, è una vera bestemmia». Perciò, ha chiosato l’arcivescovo riferendosi al conflitto, «dobbiamo trovare il modo perché finisca quanto prima». Ma quel modo non contempla il fatto di armare ulteriormente gli ucraini. «Certo», ha spiegato Zuppi, «c’è un problema puntuale oggi che riguarda l’Ucraina e che si riassume nel diritto alla difesa. Che è una cosa. Ma correre al riarmo no».
Che dire, se non che sono considerazioni sovrapponibili, nel loro significato, a quelle del cardinale Parolin, che a sua volta, per ovvie ragioni legate al suo ruolo, è portavoce del pensiero di papa Francesco. Tuttavia sono decenni, almeno dalla Guerra fredda, che la Santa Sede ha compreso che ogni conflitto di questi anni, oltre a mietere vittime innocenti, si trascina dietro l’ombra più inquietante: quella della catastrofe nucleare.
Quello che insomma si rischia, per dirla con quanto denunciò papa Giovanni Paolo II nel 1991, in occasione del centenario della Rerum novarum, è una guerra che «può terminare senza vincitori né vinti in un suicidio dell’umanità». Anche per questo papa Francesco e i cardinali a lui più vicini, pure a costo di scontentare i governanti occidentali, restano sulla loro linea di contrarietà ad ogni invio di armi e di ricerca della pace. Quella vera.
Da Katyn a Bucha: se l’orrore finisce nel tritacarne delle bugie di guerra
Bucha, diventata la capitale mondiale dell’orrore con le sue fosse comuni e le strade ricoperte di morti, è a qualche centinaio di chilometri dal villaggio di Gnezdovo, sobborghi di Smolensk, Russia europea. Qui, nel 1943 furono scoperte le fosse di Katyn e 22.000 cadaveri di polacchi ammazzati con un colpo alla nuca. Ventiduemila. Ufficiali, giornalisti, politici; 7.000 venivano dalle prigioni dell’Ucraina e della Biellorussia. Praticamente una buona parte della classe dirigente. La scoperta fu fatta dai tedeschi e siccome i nazisti erano brutti, sporchi e cattivissimi la colpa per anni fu data a loro. Poi una commissione internazionale sotto l’egida della Croce rossa accertò che la mattanza era opera dei sovietici, dell’Nkvd, l’antesignano del Kgb, per ordine di Stalin, pianificata per schiacciare ogni identità nazionale.
Le atrocità di oggi in Ucraina affondano nelle atrocità di ieri. Hanno origine nei nodi irrisolti della seconda guerra mondiale. E Toni Capuozzo, cui va tutta la solidarietà, diventato bersaglio solo per aver messo in dubbio la sequenza dei fatti, è la prova che anche noi ormai siamo sprofondati nella guerra. In queste faccende per avere la verità, di solito una verità parziale, ci vogliono anni.
Nell’aprile del 1943, durante l’invasione nazista dell’Urss, su segnalazione di alcuni contadini nella foresta di Katyn le truppe tedesche scoprirono le prime fosse. Radio Berlino diede la notizia il 13 aprile 1943, chiamando in causa i sovietici. Già, perché quei territori in precedenza erano stati occupati dall’Armata Rossa, in base all’accordo Ribentropp-Molotov di spartizione del Paese tra Berlino e Mosca. C’era però un problemino. Tutte le vittime risultavano uccise da un colpo alla nuca, le mani legate dietro alla schiena, con proiettili esplosi da pistole Walther Ppk: armi e munizioni inesorabilmente di fabbricazione tedesca. In base alle divise degli ufficiali trucidati, analisi dei corpi, eccetera, la commissione internazionale stabilì tuttavia che l’eccidio era avvenuto prima, nei primi mesi del 1940, quando appunto c’erano i sovietici. Le armi e i proiettili tedeschi erano stati utilizzati proprio per far ricadere la colpa sui soldati della Wermacht.
Dalla documentazione emersa, solo una parte, risulta che fin dal giorno dopo l’invasione tedesca della Polonia il 19 settembre 1939, nella spartizione del Paese, l’Urss aprì campi di concentramento e carceri in Ucraina e Biellorussia dove internare i «nemici del popolo». Il 5 marzo 1940 Lavrentij Beria, il capo della polizia segreta sovietica, con un ordine che per li rami della catena gerarchica arrivava al dittatore Josif Stalin, diede il via allo sterminio di «nazionalisti e controrivoluzionari». Il massacro andò avanti con cadenza industriale per settimane; unico giorno di pausa il 1° maggio. Anche quello dei boia è un lavoro.
Insomma, i russi in queste cose hanno il know how. Consolidato. E possiamo capire meglio gli orrori dell’Ucraina di oggi..
Quanto ai processi e alle corti internazionali, non è il caso di avere troppe aspettative. Al processo di Norimberga il pubblico ministero capo Roman Rudenko, in rappresentanza dell’Unione sovietica, per Katyn accusò la Germania e riuscì perfino ad estorcere qualche confessione. A Stati Uniti e Gran Bretagna, che coprirono in tutto e per tutto Mosca, dovette sembrare eccessivo e la cosa finì lì. Nessuno ha mai pagato per quei 22.000 morti.
Solo nel 1990 Gorbaciov ha ammesso le responsabilità sovietiche e ha chiesto scusa alla Polonia. Con Eltsin furono desegretati in parte – molto in parte - i documenti. Il 10 aprile 2010 a Smolensk avrebbe dovuto tenersi una solenne commemorazione delle vittime con le massime autorità polacche e russe insieme. Come riconciliazione definitiva. Non si è mai tenuta. In fase di atterraggio si è schiantato sulla pista il Tupolev presidenziale dell’Aeronautica polacca, con il vicepresidente della Polonia Lech Kaczynski e 95 persone. Tutti morti. Per Mosca e Putin è stato un incidente (i resti dell’aereo ce li hanno loro), per la Polonia un attentato. Adesso forse è più chiaro perché Varsavia è la più decisa nel sostenere Kiev.
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Anche se in molti provano ad arruolare il Papa nella crociata anti russa, il segretario di Stato, Pietro Parolin, ribadisce: «Il Pontefice potrebbe andare a Kiev, ma non per sostenere una delle parti». Il cardinale Matteo Zuppi: «Il riarmo è la cosa peggiore da fare».Da Katyn a Bucha: se l’orrore finisce nel tritacarne delle bugie di guerra. I conflitti sono anche lotte tra propagande opposte, come nel caso della strage del 1943. Lo speciale comprende due articoli.Per quanto si tenti di arruolare papa Francesco in una parte precisa, quella accanto al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, rispetto alla guerra in Ucraina la Chiesa continua ad avere una sola pozione: quella di contrarietà al conflitto e di ricerca di negoziati che possano portare alla cessazione delle ostilità; e questo senza alcuna concessione alle armi, il cui generoso invio all’esercito di Kiev per combattere i soldati di Putin è, da ormai settimane, la linea politica europea e americana.Che questo sia l’orientamento della Santa Sede, decisa così a non prendere le parti di alcun contendente, è stato suffragato nelle scorse ore da almeno un paio di posizioni di assoluto rilievo ecclesiale. Anzitutto, meritano d’essere sottolineate le parole, riprese ieri sulla Stampa, del segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, il quale si è anzitutto pronunciato sulla possibilità di un viaggio del pontefice in Ucraina, scenario che non si può escludere ma, ha precisato il porporato, «ci devono essere le condizioni» adeguate. «Da parte ucraina sembrano esserci», ha inoltre aggiunto Parolin, «perché è stata data ampia assicurazione che non ci sarebbero pericoli. E si fa riferimento anche ai vari viaggi che sono stati fatti da altri leader e che si faranno. Quindi questa visita alla fine si può fare». Tuttavia, ha voluto sottolineare ulteriormente il cardinale, «certamente il Papa non andrebbe a Kiev per prendere posizioni né a favore dell’uno né in favore dell’altro, come ha sempre fatto». Considerando quanto i leader politici occidentali facciano quasi a gara, da settimane, per dichiarare la propria vicinanza al presidente Zelensky, quella del segretario di Stato Vaticano è una puntualizzazione di peso. E che vale sia per ciò che farà papa Bergoglio, per il quale si parla di un possibile incontro con patriarca di Mosca, Kirill, in Libano, sia per la visita che, sempre a Kiev, potrebbe fare a breve il «ministro degli Esteri» vaticano, monsignor Paul Richard Gallagher.Non è finita. Per chiarire meglio la propria posizione, dialogando col portale cattolico Aci Stampa, il Segretario di Stato ha sottolineato la propria preoccupazione per la politica, ampiamente sposata anche dal governo italiano, dell’invio di armamenti in Ucraina. «Vedo molti che inviano armi», sono per l’esattezza state le parole di Parolin, che ha aggiungo: «Questo è terribile da pensare, potrebbe provocare una escalation che non si potrà controllare».Un’altra conferma di quale sia la linea del Vaticano rispetto al conflitto iniziato lo scorso 24 febbraio si è avuta, ieri mattina, con le parole dell’arcivescovo di Bologna, il cardinale Matteo Zuppi, intervenuto all’incontro organizzato dall’istituto Salvemini su questo tema, al quale erano presenti anche due studenti ucraini scappati dal loro Paese e accolti a Bologna, che oggi frequentano quella scuola. Ebbene, Zuppi, molto vicino a papa Francesco e da alcuni considerato papabile in un futuro conclave, ha bocciato apertamente la corsa al riarmo («è la cosa peggiore che possiamo fare»), senza peraltro far sconti al Cremlino. «Non c’è mai alcuna giustificazione per la guerra», ha infatti chiarito il porporato, aggiungendo che «si può forse discutere se la Russia avesse qualche ragione, ma ora le ha perse tutte facendo quello che ha fatto. Perché è un massacro e basta».Se ogni guerra è assurda, il cardinale di Bologna ha fatto presente come quella in corso lo sia doppiamente, anche per ragioni religiose. «È una guerra tra cristiani», ha ricordato Zuppi, a detta del quale «questa è una cosa che dispiace ancora di più» dato che, se nessun conflitto è giustificabile, «tra cristiani, noi che abbiamo uno che ha detto che dobbiamo amare i nemici, è una vera bestemmia». Perciò, ha chiosato l’arcivescovo riferendosi al conflitto, «dobbiamo trovare il modo perché finisca quanto prima». Ma quel modo non contempla il fatto di armare ulteriormente gli ucraini. «Certo», ha spiegato Zuppi, «c’è un problema puntuale oggi che riguarda l’Ucraina e che si riassume nel diritto alla difesa. Che è una cosa. Ma correre al riarmo no».Che dire, se non che sono considerazioni sovrapponibili, nel loro significato, a quelle del cardinale Parolin, che a sua volta, per ovvie ragioni legate al suo ruolo, è portavoce del pensiero di papa Francesco. Tuttavia sono decenni, almeno dalla Guerra fredda, che la Santa Sede ha compreso che ogni conflitto di questi anni, oltre a mietere vittime innocenti, si trascina dietro l’ombra più inquietante: quella della catastrofe nucleare.Quello che insomma si rischia, per dirla con quanto denunciò papa Giovanni Paolo II nel 1991, in occasione del centenario della Rerum novarum, è una guerra che «può terminare senza vincitori né vinti in un suicidio dell’umanità». Anche per questo papa Francesco e i cardinali a lui più vicini, pure a costo di scontentare i governanti occidentali, restano sulla loro linea di contrarietà ad ogni invio di armi e di ricerca della pace. Quella vera. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-linea-vaticana-inviare-armi-terribile-2657124919.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-katyn-a-bucha-se-lorrore-finisce-nel-tritacarne-delle-bugie-di-guerra" data-post-id="2657124919" data-published-at="1649447137" data-use-pagination="False"> Da Katyn a Bucha: se l’orrore finisce nel tritacarne delle bugie di guerra Bucha, diventata la capitale mondiale dell’orrore con le sue fosse comuni e le strade ricoperte di morti, è a qualche centinaio di chilometri dal villaggio di Gnezdovo, sobborghi di Smolensk, Russia europea. Qui, nel 1943 furono scoperte le fosse di Katyn e 22.000 cadaveri di polacchi ammazzati con un colpo alla nuca. Ventiduemila. Ufficiali, giornalisti, politici; 7.000 venivano dalle prigioni dell’Ucraina e della Biellorussia. Praticamente una buona parte della classe dirigente. La scoperta fu fatta dai tedeschi e siccome i nazisti erano brutti, sporchi e cattivissimi la colpa per anni fu data a loro. Poi una commissione internazionale sotto l’egida della Croce rossa accertò che la mattanza era opera dei sovietici, dell’Nkvd, l’antesignano del Kgb, per ordine di Stalin, pianificata per schiacciare ogni identità nazionale. Le atrocità di oggi in Ucraina affondano nelle atrocità di ieri. Hanno origine nei nodi irrisolti della seconda guerra mondiale. E Toni Capuozzo, cui va tutta la solidarietà, diventato bersaglio solo per aver messo in dubbio la sequenza dei fatti, è la prova che anche noi ormai siamo sprofondati nella guerra. In queste faccende per avere la verità, di solito una verità parziale, ci vogliono anni. Nell’aprile del 1943, durante l’invasione nazista dell’Urss, su segnalazione di alcuni contadini nella foresta di Katyn le truppe tedesche scoprirono le prime fosse. Radio Berlino diede la notizia il 13 aprile 1943, chiamando in causa i sovietici. Già, perché quei territori in precedenza erano stati occupati dall’Armata Rossa, in base all’accordo Ribentropp-Molotov di spartizione del Paese tra Berlino e Mosca. C’era però un problemino. Tutte le vittime risultavano uccise da un colpo alla nuca, le mani legate dietro alla schiena, con proiettili esplosi da pistole Walther Ppk: armi e munizioni inesorabilmente di fabbricazione tedesca. In base alle divise degli ufficiali trucidati, analisi dei corpi, eccetera, la commissione internazionale stabilì tuttavia che l’eccidio era avvenuto prima, nei primi mesi del 1940, quando appunto c’erano i sovietici. Le armi e i proiettili tedeschi erano stati utilizzati proprio per far ricadere la colpa sui soldati della Wermacht. Dalla documentazione emersa, solo una parte, risulta che fin dal giorno dopo l’invasione tedesca della Polonia il 19 settembre 1939, nella spartizione del Paese, l’Urss aprì campi di concentramento e carceri in Ucraina e Biellorussia dove internare i «nemici del popolo». Il 5 marzo 1940 Lavrentij Beria, il capo della polizia segreta sovietica, con un ordine che per li rami della catena gerarchica arrivava al dittatore Josif Stalin, diede il via allo sterminio di «nazionalisti e controrivoluzionari». Il massacro andò avanti con cadenza industriale per settimane; unico giorno di pausa il 1° maggio. Anche quello dei boia è un lavoro. Insomma, i russi in queste cose hanno il know how. Consolidato. E possiamo capire meglio gli orrori dell’Ucraina di oggi.. Quanto ai processi e alle corti internazionali, non è il caso di avere troppe aspettative. Al processo di Norimberga il pubblico ministero capo Roman Rudenko, in rappresentanza dell’Unione sovietica, per Katyn accusò la Germania e riuscì perfino ad estorcere qualche confessione. A Stati Uniti e Gran Bretagna, che coprirono in tutto e per tutto Mosca, dovette sembrare eccessivo e la cosa finì lì. Nessuno ha mai pagato per quei 22.000 morti. Solo nel 1990 Gorbaciov ha ammesso le responsabilità sovietiche e ha chiesto scusa alla Polonia. Con Eltsin furono desegretati in parte – molto in parte - i documenti. Il 10 aprile 2010 a Smolensk avrebbe dovuto tenersi una solenne commemorazione delle vittime con le massime autorità polacche e russe insieme. Come riconciliazione definitiva. Non si è mai tenuta. In fase di atterraggio si è schiantato sulla pista il Tupolev presidenziale dell’Aeronautica polacca, con il vicepresidente della Polonia Lech Kaczynski e 95 persone. Tutti morti. Per Mosca e Putin è stato un incidente (i resti dell’aereo ce li hanno loro), per la Polonia un attentato. Adesso forse è più chiaro perché Varsavia è la più decisa nel sostenere Kiev.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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