True
2022-04-09
La linea vaticana: «Inviare armi? Terribile»
Per quanto si tenti di arruolare papa Francesco in una parte precisa, quella accanto al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, rispetto alla guerra in Ucraina la Chiesa continua ad avere una sola pozione: quella di contrarietà al conflitto e di ricerca di negoziati che possano portare alla cessazione delle ostilità; e questo senza alcuna concessione alle armi, il cui generoso invio all’esercito di Kiev per combattere i soldati di Putin è, da ormai settimane, la linea politica europea e americana.
Che questo sia l’orientamento della Santa Sede, decisa così a non prendere le parti di alcun contendente, è stato suffragato nelle scorse ore da almeno un paio di posizioni di assoluto rilievo ecclesiale. Anzitutto, meritano d’essere sottolineate le parole, riprese ieri sulla Stampa, del segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, il quale si è anzitutto pronunciato sulla possibilità di un viaggio del pontefice in Ucraina, scenario che non si può escludere ma, ha precisato il porporato, «ci devono essere le condizioni» adeguate. «Da parte ucraina sembrano esserci», ha inoltre aggiunto Parolin, «perché è stata data ampia assicurazione che non ci sarebbero pericoli. E si fa riferimento anche ai vari viaggi che sono stati fatti da altri leader e che si faranno. Quindi questa visita alla fine si può fare». Tuttavia, ha voluto sottolineare ulteriormente il cardinale, «certamente il Papa non andrebbe a Kiev per prendere posizioni né a favore dell’uno né in favore dell’altro, come ha sempre fatto».
Considerando quanto i leader politici occidentali facciano quasi a gara, da settimane, per dichiarare la propria vicinanza al presidente Zelensky, quella del segretario di Stato Vaticano è una puntualizzazione di peso. E che vale sia per ciò che farà papa Bergoglio, per il quale si parla di un possibile incontro con patriarca di Mosca, Kirill, in Libano, sia per la visita che, sempre a Kiev, potrebbe fare a breve il «ministro degli Esteri» vaticano, monsignor Paul Richard Gallagher.
Non è finita. Per chiarire meglio la propria posizione, dialogando col portale cattolico Aci Stampa, il Segretario di Stato ha sottolineato la propria preoccupazione per la politica, ampiamente sposata anche dal governo italiano, dell’invio di armamenti in Ucraina. «Vedo molti che inviano armi», sono per l’esattezza state le parole di Parolin, che ha aggiungo: «Questo è terribile da pensare, potrebbe provocare una escalation che non si potrà controllare».
Un’altra conferma di quale sia la linea del Vaticano rispetto al conflitto iniziato lo scorso 24 febbraio si è avuta, ieri mattina, con le parole dell’arcivescovo di Bologna, il cardinale Matteo Zuppi, intervenuto all’incontro organizzato dall’istituto Salvemini su questo tema, al quale erano presenti anche due studenti ucraini scappati dal loro Paese e accolti a Bologna, che oggi frequentano quella scuola.
Ebbene, Zuppi, molto vicino a papa Francesco e da alcuni considerato papabile in un futuro conclave, ha bocciato apertamente la corsa al riarmo («è la cosa peggiore che possiamo fare»), senza peraltro far sconti al Cremlino. «Non c’è mai alcuna giustificazione per la guerra», ha infatti chiarito il porporato, aggiungendo che «si può forse discutere se la Russia avesse qualche ragione, ma ora le ha perse tutte facendo quello che ha fatto. Perché è un massacro e basta».
Se ogni guerra è assurda, il cardinale di Bologna ha fatto presente come quella in corso lo sia doppiamente, anche per ragioni religiose. «È una guerra tra cristiani», ha ricordato Zuppi, a detta del quale «questa è una cosa che dispiace ancora di più» dato che, se nessun conflitto è giustificabile, «tra cristiani, noi che abbiamo uno che ha detto che dobbiamo amare i nemici, è una vera bestemmia». Perciò, ha chiosato l’arcivescovo riferendosi al conflitto, «dobbiamo trovare il modo perché finisca quanto prima». Ma quel modo non contempla il fatto di armare ulteriormente gli ucraini. «Certo», ha spiegato Zuppi, «c’è un problema puntuale oggi che riguarda l’Ucraina e che si riassume nel diritto alla difesa. Che è una cosa. Ma correre al riarmo no».
Che dire, se non che sono considerazioni sovrapponibili, nel loro significato, a quelle del cardinale Parolin, che a sua volta, per ovvie ragioni legate al suo ruolo, è portavoce del pensiero di papa Francesco. Tuttavia sono decenni, almeno dalla Guerra fredda, che la Santa Sede ha compreso che ogni conflitto di questi anni, oltre a mietere vittime innocenti, si trascina dietro l’ombra più inquietante: quella della catastrofe nucleare.
Quello che insomma si rischia, per dirla con quanto denunciò papa Giovanni Paolo II nel 1991, in occasione del centenario della Rerum novarum, è una guerra che «può terminare senza vincitori né vinti in un suicidio dell’umanità». Anche per questo papa Francesco e i cardinali a lui più vicini, pure a costo di scontentare i governanti occidentali, restano sulla loro linea di contrarietà ad ogni invio di armi e di ricerca della pace. Quella vera.
Da Katyn a Bucha: se l’orrore finisce nel tritacarne delle bugie di guerra
Bucha, diventata la capitale mondiale dell’orrore con le sue fosse comuni e le strade ricoperte di morti, è a qualche centinaio di chilometri dal villaggio di Gnezdovo, sobborghi di Smolensk, Russia europea. Qui, nel 1943 furono scoperte le fosse di Katyn e 22.000 cadaveri di polacchi ammazzati con un colpo alla nuca. Ventiduemila. Ufficiali, giornalisti, politici; 7.000 venivano dalle prigioni dell’Ucraina e della Biellorussia. Praticamente una buona parte della classe dirigente. La scoperta fu fatta dai tedeschi e siccome i nazisti erano brutti, sporchi e cattivissimi la colpa per anni fu data a loro. Poi una commissione internazionale sotto l’egida della Croce rossa accertò che la mattanza era opera dei sovietici, dell’Nkvd, l’antesignano del Kgb, per ordine di Stalin, pianificata per schiacciare ogni identità nazionale.
Le atrocità di oggi in Ucraina affondano nelle atrocità di ieri. Hanno origine nei nodi irrisolti della seconda guerra mondiale. E Toni Capuozzo, cui va tutta la solidarietà, diventato bersaglio solo per aver messo in dubbio la sequenza dei fatti, è la prova che anche noi ormai siamo sprofondati nella guerra. In queste faccende per avere la verità, di solito una verità parziale, ci vogliono anni.
Nell’aprile del 1943, durante l’invasione nazista dell’Urss, su segnalazione di alcuni contadini nella foresta di Katyn le truppe tedesche scoprirono le prime fosse. Radio Berlino diede la notizia il 13 aprile 1943, chiamando in causa i sovietici. Già, perché quei territori in precedenza erano stati occupati dall’Armata Rossa, in base all’accordo Ribentropp-Molotov di spartizione del Paese tra Berlino e Mosca. C’era però un problemino. Tutte le vittime risultavano uccise da un colpo alla nuca, le mani legate dietro alla schiena, con proiettili esplosi da pistole Walther Ppk: armi e munizioni inesorabilmente di fabbricazione tedesca. In base alle divise degli ufficiali trucidati, analisi dei corpi, eccetera, la commissione internazionale stabilì tuttavia che l’eccidio era avvenuto prima, nei primi mesi del 1940, quando appunto c’erano i sovietici. Le armi e i proiettili tedeschi erano stati utilizzati proprio per far ricadere la colpa sui soldati della Wermacht.
Dalla documentazione emersa, solo una parte, risulta che fin dal giorno dopo l’invasione tedesca della Polonia il 19 settembre 1939, nella spartizione del Paese, l’Urss aprì campi di concentramento e carceri in Ucraina e Biellorussia dove internare i «nemici del popolo». Il 5 marzo 1940 Lavrentij Beria, il capo della polizia segreta sovietica, con un ordine che per li rami della catena gerarchica arrivava al dittatore Josif Stalin, diede il via allo sterminio di «nazionalisti e controrivoluzionari». Il massacro andò avanti con cadenza industriale per settimane; unico giorno di pausa il 1° maggio. Anche quello dei boia è un lavoro.
Insomma, i russi in queste cose hanno il know how. Consolidato. E possiamo capire meglio gli orrori dell’Ucraina di oggi..
Quanto ai processi e alle corti internazionali, non è il caso di avere troppe aspettative. Al processo di Norimberga il pubblico ministero capo Roman Rudenko, in rappresentanza dell’Unione sovietica, per Katyn accusò la Germania e riuscì perfino ad estorcere qualche confessione. A Stati Uniti e Gran Bretagna, che coprirono in tutto e per tutto Mosca, dovette sembrare eccessivo e la cosa finì lì. Nessuno ha mai pagato per quei 22.000 morti.
Solo nel 1990 Gorbaciov ha ammesso le responsabilità sovietiche e ha chiesto scusa alla Polonia. Con Eltsin furono desegretati in parte – molto in parte - i documenti. Il 10 aprile 2010 a Smolensk avrebbe dovuto tenersi una solenne commemorazione delle vittime con le massime autorità polacche e russe insieme. Come riconciliazione definitiva. Non si è mai tenuta. In fase di atterraggio si è schiantato sulla pista il Tupolev presidenziale dell’Aeronautica polacca, con il vicepresidente della Polonia Lech Kaczynski e 95 persone. Tutti morti. Per Mosca e Putin è stato un incidente (i resti dell’aereo ce li hanno loro), per la Polonia un attentato. Adesso forse è più chiaro perché Varsavia è la più decisa nel sostenere Kiev.
Continua a leggereRiduci
Anche se in molti provano ad arruolare il Papa nella crociata anti russa, il segretario di Stato, Pietro Parolin, ribadisce: «Il Pontefice potrebbe andare a Kiev, ma non per sostenere una delle parti». Il cardinale Matteo Zuppi: «Il riarmo è la cosa peggiore da fare».Da Katyn a Bucha: se l’orrore finisce nel tritacarne delle bugie di guerra. I conflitti sono anche lotte tra propagande opposte, come nel caso della strage del 1943. Lo speciale comprende due articoli.Per quanto si tenti di arruolare papa Francesco in una parte precisa, quella accanto al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, rispetto alla guerra in Ucraina la Chiesa continua ad avere una sola pozione: quella di contrarietà al conflitto e di ricerca di negoziati che possano portare alla cessazione delle ostilità; e questo senza alcuna concessione alle armi, il cui generoso invio all’esercito di Kiev per combattere i soldati di Putin è, da ormai settimane, la linea politica europea e americana.Che questo sia l’orientamento della Santa Sede, decisa così a non prendere le parti di alcun contendente, è stato suffragato nelle scorse ore da almeno un paio di posizioni di assoluto rilievo ecclesiale. Anzitutto, meritano d’essere sottolineate le parole, riprese ieri sulla Stampa, del segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, il quale si è anzitutto pronunciato sulla possibilità di un viaggio del pontefice in Ucraina, scenario che non si può escludere ma, ha precisato il porporato, «ci devono essere le condizioni» adeguate. «Da parte ucraina sembrano esserci», ha inoltre aggiunto Parolin, «perché è stata data ampia assicurazione che non ci sarebbero pericoli. E si fa riferimento anche ai vari viaggi che sono stati fatti da altri leader e che si faranno. Quindi questa visita alla fine si può fare». Tuttavia, ha voluto sottolineare ulteriormente il cardinale, «certamente il Papa non andrebbe a Kiev per prendere posizioni né a favore dell’uno né in favore dell’altro, come ha sempre fatto». Considerando quanto i leader politici occidentali facciano quasi a gara, da settimane, per dichiarare la propria vicinanza al presidente Zelensky, quella del segretario di Stato Vaticano è una puntualizzazione di peso. E che vale sia per ciò che farà papa Bergoglio, per il quale si parla di un possibile incontro con patriarca di Mosca, Kirill, in Libano, sia per la visita che, sempre a Kiev, potrebbe fare a breve il «ministro degli Esteri» vaticano, monsignor Paul Richard Gallagher.Non è finita. Per chiarire meglio la propria posizione, dialogando col portale cattolico Aci Stampa, il Segretario di Stato ha sottolineato la propria preoccupazione per la politica, ampiamente sposata anche dal governo italiano, dell’invio di armamenti in Ucraina. «Vedo molti che inviano armi», sono per l’esattezza state le parole di Parolin, che ha aggiungo: «Questo è terribile da pensare, potrebbe provocare una escalation che non si potrà controllare».Un’altra conferma di quale sia la linea del Vaticano rispetto al conflitto iniziato lo scorso 24 febbraio si è avuta, ieri mattina, con le parole dell’arcivescovo di Bologna, il cardinale Matteo Zuppi, intervenuto all’incontro organizzato dall’istituto Salvemini su questo tema, al quale erano presenti anche due studenti ucraini scappati dal loro Paese e accolti a Bologna, che oggi frequentano quella scuola. Ebbene, Zuppi, molto vicino a papa Francesco e da alcuni considerato papabile in un futuro conclave, ha bocciato apertamente la corsa al riarmo («è la cosa peggiore che possiamo fare»), senza peraltro far sconti al Cremlino. «Non c’è mai alcuna giustificazione per la guerra», ha infatti chiarito il porporato, aggiungendo che «si può forse discutere se la Russia avesse qualche ragione, ma ora le ha perse tutte facendo quello che ha fatto. Perché è un massacro e basta».Se ogni guerra è assurda, il cardinale di Bologna ha fatto presente come quella in corso lo sia doppiamente, anche per ragioni religiose. «È una guerra tra cristiani», ha ricordato Zuppi, a detta del quale «questa è una cosa che dispiace ancora di più» dato che, se nessun conflitto è giustificabile, «tra cristiani, noi che abbiamo uno che ha detto che dobbiamo amare i nemici, è una vera bestemmia». Perciò, ha chiosato l’arcivescovo riferendosi al conflitto, «dobbiamo trovare il modo perché finisca quanto prima». Ma quel modo non contempla il fatto di armare ulteriormente gli ucraini. «Certo», ha spiegato Zuppi, «c’è un problema puntuale oggi che riguarda l’Ucraina e che si riassume nel diritto alla difesa. Che è una cosa. Ma correre al riarmo no».Che dire, se non che sono considerazioni sovrapponibili, nel loro significato, a quelle del cardinale Parolin, che a sua volta, per ovvie ragioni legate al suo ruolo, è portavoce del pensiero di papa Francesco. Tuttavia sono decenni, almeno dalla Guerra fredda, che la Santa Sede ha compreso che ogni conflitto di questi anni, oltre a mietere vittime innocenti, si trascina dietro l’ombra più inquietante: quella della catastrofe nucleare.Quello che insomma si rischia, per dirla con quanto denunciò papa Giovanni Paolo II nel 1991, in occasione del centenario della Rerum novarum, è una guerra che «può terminare senza vincitori né vinti in un suicidio dell’umanità». Anche per questo papa Francesco e i cardinali a lui più vicini, pure a costo di scontentare i governanti occidentali, restano sulla loro linea di contrarietà ad ogni invio di armi e di ricerca della pace. Quella vera. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-linea-vaticana-inviare-armi-terribile-2657124919.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-katyn-a-bucha-se-lorrore-finisce-nel-tritacarne-delle-bugie-di-guerra" data-post-id="2657124919" data-published-at="1649447137" data-use-pagination="False"> Da Katyn a Bucha: se l’orrore finisce nel tritacarne delle bugie di guerra Bucha, diventata la capitale mondiale dell’orrore con le sue fosse comuni e le strade ricoperte di morti, è a qualche centinaio di chilometri dal villaggio di Gnezdovo, sobborghi di Smolensk, Russia europea. Qui, nel 1943 furono scoperte le fosse di Katyn e 22.000 cadaveri di polacchi ammazzati con un colpo alla nuca. Ventiduemila. Ufficiali, giornalisti, politici; 7.000 venivano dalle prigioni dell’Ucraina e della Biellorussia. Praticamente una buona parte della classe dirigente. La scoperta fu fatta dai tedeschi e siccome i nazisti erano brutti, sporchi e cattivissimi la colpa per anni fu data a loro. Poi una commissione internazionale sotto l’egida della Croce rossa accertò che la mattanza era opera dei sovietici, dell’Nkvd, l’antesignano del Kgb, per ordine di Stalin, pianificata per schiacciare ogni identità nazionale. Le atrocità di oggi in Ucraina affondano nelle atrocità di ieri. Hanno origine nei nodi irrisolti della seconda guerra mondiale. E Toni Capuozzo, cui va tutta la solidarietà, diventato bersaglio solo per aver messo in dubbio la sequenza dei fatti, è la prova che anche noi ormai siamo sprofondati nella guerra. In queste faccende per avere la verità, di solito una verità parziale, ci vogliono anni. Nell’aprile del 1943, durante l’invasione nazista dell’Urss, su segnalazione di alcuni contadini nella foresta di Katyn le truppe tedesche scoprirono le prime fosse. Radio Berlino diede la notizia il 13 aprile 1943, chiamando in causa i sovietici. Già, perché quei territori in precedenza erano stati occupati dall’Armata Rossa, in base all’accordo Ribentropp-Molotov di spartizione del Paese tra Berlino e Mosca. C’era però un problemino. Tutte le vittime risultavano uccise da un colpo alla nuca, le mani legate dietro alla schiena, con proiettili esplosi da pistole Walther Ppk: armi e munizioni inesorabilmente di fabbricazione tedesca. In base alle divise degli ufficiali trucidati, analisi dei corpi, eccetera, la commissione internazionale stabilì tuttavia che l’eccidio era avvenuto prima, nei primi mesi del 1940, quando appunto c’erano i sovietici. Le armi e i proiettili tedeschi erano stati utilizzati proprio per far ricadere la colpa sui soldati della Wermacht. Dalla documentazione emersa, solo una parte, risulta che fin dal giorno dopo l’invasione tedesca della Polonia il 19 settembre 1939, nella spartizione del Paese, l’Urss aprì campi di concentramento e carceri in Ucraina e Biellorussia dove internare i «nemici del popolo». Il 5 marzo 1940 Lavrentij Beria, il capo della polizia segreta sovietica, con un ordine che per li rami della catena gerarchica arrivava al dittatore Josif Stalin, diede il via allo sterminio di «nazionalisti e controrivoluzionari». Il massacro andò avanti con cadenza industriale per settimane; unico giorno di pausa il 1° maggio. Anche quello dei boia è un lavoro. Insomma, i russi in queste cose hanno il know how. Consolidato. E possiamo capire meglio gli orrori dell’Ucraina di oggi.. Quanto ai processi e alle corti internazionali, non è il caso di avere troppe aspettative. Al processo di Norimberga il pubblico ministero capo Roman Rudenko, in rappresentanza dell’Unione sovietica, per Katyn accusò la Germania e riuscì perfino ad estorcere qualche confessione. A Stati Uniti e Gran Bretagna, che coprirono in tutto e per tutto Mosca, dovette sembrare eccessivo e la cosa finì lì. Nessuno ha mai pagato per quei 22.000 morti. Solo nel 1990 Gorbaciov ha ammesso le responsabilità sovietiche e ha chiesto scusa alla Polonia. Con Eltsin furono desegretati in parte – molto in parte - i documenti. Il 10 aprile 2010 a Smolensk avrebbe dovuto tenersi una solenne commemorazione delle vittime con le massime autorità polacche e russe insieme. Come riconciliazione definitiva. Non si è mai tenuta. In fase di atterraggio si è schiantato sulla pista il Tupolev presidenziale dell’Aeronautica polacca, con il vicepresidente della Polonia Lech Kaczynski e 95 persone. Tutti morti. Per Mosca e Putin è stato un incidente (i resti dell’aereo ce li hanno loro), per la Polonia un attentato. Adesso forse è più chiaro perché Varsavia è la più decisa nel sostenere Kiev.
iStock
L’indagine è nata dalle querele presentate dalle donne vittime di atti sessuali, subiti in occasione della consegna dei prodotti alimentari richiesti online tramite la piattaforma per cui l’uomo lavorava.
Dagli accertamenti è emerso che, l’8 febbraio scorso, il rider, utilizzando l’account di una terza persona, ha appoggiato la bicicletta e ha consegnato a una giovane donna due casse d’acqua all’ingresso dello stabile: a quel punto ha iniziato a palpeggiarle il seno e altre parti del corpo. In un primo momento la vittima è rimasta impietrita e incapace di reagire, poi è riuscita a divincolarsi, scappando nell’androne condominiale ed entrando in ascensore. Ma l’uomo non ha desistito e ha lasciato il condominio solo dopo qualche minuto in cui la ragazza è rimasta chiusa in ascensore.
Successivamente, il 13 febbraio, il rider ha effettuato una consegna all’interno di un palazzo e, con il pretesto di richiedere alla ragazza destinataria dell’ordine una recensione sul cellulare, si è avvicinato e le ha palpeggiato il seno con entrambe le mani. Anche il 16 marzo, sempre all’ingresso di un condominio, l’uomo, impugnando la busta contenente l’ordine, ha infilato la mano sinistra sotto al sacchetto e ha palpeggiato il seno della ragazza davanti a lui. Sono in corso accertamenti relativi ad almeno altri sette episodi, del tutto simili per modalità d’azione.
Le segnalazioni arrivate in merito al rider arrestato, oltre ad essere numerose, risalgono a episodi avvenuti almeno da maggio 2025, un periodo di tempo molto lungo. Per questo, le forze dell’ordine ritengono che i comportamenti penalmente rilevanti dell’uomo appaiano abituali e, pertanto, invitano eventuali altre vittime a farsi avanti e denuciare le molestie subite.
In Toscana, invece, sta per andare a processo un tentativo di stupro ai danni di una novantenne da parte di un tunisino di 59 anni, accoltellato da un familiare sessantaduenne della vittima.
L’incredibile episodio di violenza contro l’anziana è avvenuto a Montespertoli, tranquillo Comune di 13.000 abitanti immerso nelle campagne tra Firenze e Siena.
La vicenda risale alla prima metà dello scorso anno, quando, secondo quanto ricostruito dalle indagini, il tunisino, residente a Colle Val D’Elsa, in Provincia di Siena, aveva accesso all’abitazione della pensionata, dove lavorava come operaio, intento a effettuare alcuni lavori di ristrutturazione all’immobile nel quale viveva la donna. È in quel contesto che l’uomo, stando alla ricostruzione della Procura di Firenze, avrebbe abusato della novantenne. Secondo quanto riporta il quotidiano La Nazione, che cita alcuni virgolettati degli atti d’indagine, la violenza sarebbe consistita «nell’afferrarle la testa con entrambe le mani e nell’iniziare a baciarla sull’orecchio per poi spostarsi verso la bocca», nonché «nel palpeggiarle e stringerle al contempo il seno destro» e a costringerla a subire tali atti sessuali contro la propria volontà.
Venuto a conoscenza dello stupro, il nipote dell’anziana avrebbe affrontato l’operaio tunisino e, dopo aver gridato «cosa hai fatto alla nonna?», lo avrebbe colpito due volte al torace con un coltello lungo 18 centimetri, causandogli ferite guaribili in dieci giorni.
Naturalmente la rissa tra i due non è passata inosservata nella pacifica cittadina e ha portato all’intervento delle forze dell’ordine, dando il via a una doppia indagine da parte della Procura di Firenze, sia sull’accoltellamento che sullo stupro. Nei mesi scorsi il pubblico ministero titolare del fascicolo d’indagine ha chiesto il rinvio a giudizio per entrambi. Il nordafricano è accusato di violenza sessuale ai danni della novantenne, con l’aggravante di aver commesso il fatto approfittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la pubblica e la privata difesa, nonché con abuso di relazioni domestiche e di prestazioni d’opera.
Al nipote della donna, invece, dalla Procura viene contestata l’accusa di lesioni personali aggravate dall’utilizzo del coltello, considerato un’arma bianca. I due si incontreranno di nuovo durante l’udienza preliminare, fissata per il prossimo 7 ottobre presso il tribunale di Firenze. E quasi certamente dovranno affrontare un processo a tratti kafkiano, che potrebbe portare alla condanna di entrambi.
Continua a leggereRiduci
(iStock)
Non aveva alcuna intenzione di rapire la piccola, ma voleva soltanto allontanarla dal bordo del marciapiede. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Perugia ha rimesso in libertà il ventinovenne del Gambia, che nella serata di mercoledì aveva strappato dalle braccia della madre una bambina di appena cinque anni che si trovava alla stazione ferroviaria di Fontivegge, quartiere di Perugia. Nell’immediatezza dei fatti, il giovane, con diversi precedenti penali, è stato arrestato per tentato sequestro di persona aggravato. Ma, ieri mattina, al termine dell’udienza di convalida il gip ha rimesso in libertà l’uomo per mancanza di elementi «inequivocabili».
Da quanto era stato raccontato dalla donna, di origini aretine, lei si trovava con la bimba nel piazzale della stazione in attesa di prendere il pullman quando, all’improvviso, si è avvicinato il giovane gambiano che ha afferrato la piccola strappandola alla mamma. A quel punto la mamma ha iniziato a urlare e la bimba a piangere, mentre l’uomo si allontanava con lei. La mamma ha iniziato a inseguirlo, chiamando le forze dell’ordine che poi lo hanno bloccato. Quando gli agenti della Volante sono arrivati hanno trovato la bimba spaventata e in stato di choc. I poliziotti lo hanno bloccato e portato in Questura dove è stato identificato e portato in carcere. Nell’immediatezza dei fatti nei suoi confronti pendeva l’accusa di tentato rapimento di persona aggravato dall’età della vittima, trattandosi di una minore.
Gli inquirenti erano arrivati a questa ricostruzione della vicenda attraverso la visione delle immagini di videosorveglianza, ma anche analizzando il racconto della mamma della piccola e controllando il cellulare dell’uomo. Infatti, era stata proprio la madre della bimba a raccontare agli investigatori che l’uomo avrebbe continuato a infastidire la piccola scattandole diverse fotografie con il cellulare. Da quanto si è appreso, gli inquirenti hanno analizzato le foto presenti sul cellulare dell’arrestato. Ma, ieri mattina, è arrivata la decisione del gip che ha sorpreso un po’ tutti: il ventinovenne viene liberato perché, difatti, non avrebbe messo in atto alcun rapimento, ma avrebbe solo voluto spostarla dal marciapiede.
Il giudice per le indagini preliminari non ha convalidato l’arresto perché ha ritenuto che non si sia trattato di un tentato rapimento né di violenza privata. La Procura aveva chiesto che il reato venisse derubricato da tentato sequestro di persona a violenza privata. Il gip, invece, ha condiviso la ricostruzione della vicenda resa nota dal difensore dell’uomo, l’avvocato Luca Aiello, che ha riportato il racconto del gambiano: il giovane non avrebbe mai avuto alcuna intenzione di rapire la piccola, anzi si era accorto che la bimba stava giocando ai bordi del marciapiede e l’avrebbe presa per evitare che potesse farsi male. Per l’avvocato questa ricostruzione dell’accaduto troverebbe riscontro sia nelle immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza che nelle testimonianze delle persone che si trovavano in zona. Il legale ha insistito sul fatto che non si sia trattato di un rapimento perché dai frame delle telecamere si vede - è il racconto del difensore - il giovane gambiano non ha strappato dalle mani della mamma la bimba e anzi l’avrebbe subito riconsegnata al genitore.
L’arrestato ha risposto a tutte le domande del gip negando ogni accusa e ribadendo di averla presa solo per evitare che si potesse fare male. E ha riferito che cosa è successo: la mamma si sarebbe avvicinata allarmata e la bimba piangeva, la donna gli urlava contro e lui avrebbe preso il cellulare non per fotografare la piccola, bensì per riprendere la madre che lo «aggrediva» per avere in futuro, qualora fosse stato necessario, «una prova» proprio per dimostrare quello che era successo.
Da quanto si è appreso, la decisione del giudice per le indagini preliminari è stata presa proprio dopo un’attenta analisi di ogni frame di quei video. Il giovane (noto alle forze dell’ordine per diversi precedenti penali) è tornato subito in libertà, non essendo stato emesso nei suoi confronti alcun provvedimento. Non è escluso che la Questura possa valutare la sua posizione e a breve emettere un provvedimento di espulsione dall’Italia. Il ventinovenne, infatti, è stato più volte beccato dalle forze dell’ordine in giro ubriaco e «intento» a molestare le persone. Per tale motivo, era stato arrestato e condannato. In particolare, lo scorso mese di maggio il giovane gambiano è finito in manette per aver aggredito una passeggera alla stazione. Anzi, in quell’occasione, nelle concitate fasi dell’arresto, ferì un poliziotto causandogli una frattura al dito. Per questo episodio era stato condannato a un anno e quattro mesi, ma rimesso in libertà con obbligo di firma alla polizia giudiziaria. Ma il suo «curriculum» è più lungo: la scorsa settimana era stato denunciato perché minacciava con un bastone alcune persone sedute sui gradini del Duomo di Perugia e, sempre con il bastone, avrebbe colpito più volte il portone della Cattedrale. Infine, nei suoi confronti è stato emesso un Daspo urbano perché l’uomo è stato più volte trovato con oggetti «atti a offendere». Da ieri è tornato in libertà pure per il tentato sequestro della piccola. La decisione del gip ha indignato l’opinione pubblica. Da quanto si è appreso, anche la mamma della piccola è rimasta sorpresa dalla scarcerazione e si è detta molto preoccupata perché teme di poterlo nuovamente vedere in giro e mettere in pericolo la sua bambina.
Continua a leggereRiduci
La panzanella è una ricetta di recupero identitaria della Toscana, dove il pane raffermo è una sorta di rimedio per ogni occasione, che va fatta secondo regole precise. Noi ci siamo presi però la libertà di reinterpretarla per renderla ancora più semplice. Ma il risultato non cambia: è perfetta come spuntino per una cena estiva, va benissimo se ve la volete portare in spiaggia.
Ingredienti – 4 fette ampie di pane raffermo (meglio se è quello sciapo toscano, oppure un pugliese di Altamura), due pomodori costoluti o occhio di bue maturi, ma sodi (circa 250 gr), due cipollotti generosi meglio se rossi, due coste di sedano, due cucchiai abbondanti di olive taggiasche in conserva, alcune foglie di basilico, 8 cucchiai di olio extravergine di oliva, 2 cucchiai di aceto di vino bianco, sale e pepe qb.
Procedimento – Fate a cubetti le fette di pane e tostatele in padella in quattro cucchiai di olio extravergine di oliva. Fateli diventare belli croccanti. Nel frattempo fate a cubetti i pomodori, a fettine sottili le cipolle e il sedano. In una capace zuppiera mettete tutte le verdure, conditele con sale, pepe, olio extravergine, aceto (se piace) sale e pepe. Aggiungete le olive sgocciolate e mescolate bene. Quando il pane è bello croccante aggiungetelo alle verdure, rigirate e completate con le foglie di basilico sminuzzate.
Come far divertire i bambini – Date loro il compito di mescolare più e più volte la panzanella sbagliata.
Abbinamento – Per stare sulla costa toscana un ottimo Vermentino, oppure un Trebbiano o un Ansonica dell’Argentario. Altrimenti scegliete un qualsiasi bianco sapido e minerale italiano.
Continua a leggereRiduci