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2019-02-19
La legge per farla finita con l’utero in affitto
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Vedremo chi avrà il coraggio di appoggiarlo, questo disegno di legge. Vedremo chi sarà capace di dare un calcio all'ideologia e di schierarsi a favore di una causa sacrosanta. Il nuovo testo che ha per primo firmatario il senatore leghista Simone Pillon è, a tutti gli effetti, uno spartiacque. Approvarlo significa bloccare una volta per tutte quella pratica ignobile chiamata, in tragico burocratese, «maternità surrogata». Una pratica proibita dalla legge italiana, condannata dai legislatori, da numerosi giudici e pure dal buonsenso, ma che è in corso di sdoganamento grazie ai volonterosi difensori dei diritti arcobaleno.
«Le tristi pratiche dell'utero in affitto e della compravendita di gameti umani», si legge nel testo del disegno di legge, «pur essendo considerate delittuose dal nostro ordinamento (legge n. 40 del 2004) sono purtroppo impunemente utilizzate da alcuni nostri connazionali che non si fanno scrupolo di acquistare gameti umani scelti su veri e propri cataloghi online, impiegando poi le donne quali autentiche incubatrici».
Come noto, infatti, sono numerose le coppie (sia gay sia eterosessuali) che fanno ricorso alla surrogazione all'estero, per poi tornare in Italia e registrare all'anagrafe i bambini. Purtroppo, come notano Pillon e i suoi colleghi, «non è possibile per il giudice italiano sanzionare tali reati commessi all'estero in quanto non rientrano nella previsione di cui all'articolo 7 del codice penale». Il nuovo disegno di legge serve proprio a colmare questo vuoto e a porre un freno «al triste fenomeno del cosiddetto “turismo riproduttivo", inasprendo inoltre le rispettive pene onde aumentare l'effetto deterrente della norma».
Le pene previste, infatti, sono severe. All'articolo due si legge: «Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre a sei anni e con la multa da 800.000 a un milione di euro».
Sono misure più che condivisibili. Del resto, è stata la Corte costituzionale, nel 2017, a ribadire che la maternità surrogata «offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane». E, pochi giorni fa, è stata la Cassazione a spiegare che il ricorso all'utero in affitto è comunque un reato, anche se non c'è stato passaggio di denaro.
Non è finita, però. Questo disegno di legge ha un ulteriore obiettivo, cioè quello di rendere «impossibile iscrivere o trascrivere atti di nascita di minori con due padri o con due madri, in violazione delle più elementari esigenze naturali oltre che del primario e superiore interesse del minore a non essere separato dai propri genitori naturali, come previsto dalla Convenzione Onu sui diritti dell'infanzia».
Questo, ovviamente, è il punto più delicato. Da parecchi mesi, vari Comuni italiani hanno cominciato a registrare i bambini delle coppie arcobaleno come «figli di due padri o due madri». Come sempre accade, sono stati tirati in ballo i «diritti» degli omosessuali. La registrazione si è trasformata in una sorta di battaglia di civiltà contro i bigotti cattivi che non vogliono rassegnarsi al progresso. Sotto le frasi commoventi e dietro le parole altisonanti, tuttavia, si cela la truffa. Registrare i «figli di due padri» significa, nei fatti, legittimare il ricorso all'utero in affitto. Ovvero aggirare la legge italiana, fingendo che le coppie arcobaleno abbiano trovato i pargoli sotto un cavolo durante un viaggio oltre confine.
Possiamo già prevedere quello che succederà. Gli attivisti Lgbt diranno che il ddl proposto da Pillon è omofobo e retrogrado, che punta alla discriminazione delle «famiglie omogenitoriali» e via dicendo. Ecco perché questo disegno di legge è fondamentale: permetterà di scoprire finalmente tutte le carte. Come voteranno i 5 stelle? Come si schiererà il Partito democratico? Staranno dalla parte dell'ordinamento italiano, dalla parte della Cassazione e della Consulta, oppure chiameranno in causa l'omofobia e difenderanno lo sfruttamento del corpo femminile per non fare dispetto agli amici rainbow? Sceglieranno di tutelare le donne e i bambini oppure respingeranno il testo perché lo ha proposto un leghista cattivo?
Il fronte che si oppone all'utero in affitto è molto ampio. Ci sono i cattolici e i conservatori, ma anche femministe, attiviste lesbiche, pensatori di sinistra. Per esempio la autorevole sociologa Daniela Danna, le cui parole andrebbero scolpite nella pietra: «Che cosa dà diritto ai medici di disporre di alcuni corpi femminile come “terapia" per l'incapacità di altri di avere dei figli?», scrive la studiosa. «Che cosa dà loro diritto di impiantare embrioni in una donna dicendo che sono di altri? Nulla, se non leggi ingiuste che configurano un nuovo campo di potere e un nuovo mercato che, come tutti i mercati, in parte risponde alla domanda e in parte la crea».
Ecco, è il momento di farla finita con questo mercato orrendo. È il momento di fermare una volta per tutte l'utero in affitto. La legge è scritta, sono appena tre articoletti. Basta semplicemente approvarla. Vedremo chi avrà il coraggio di farlo, chi oserà andare oltre l'appartenenza politica e schierarsi a favore di una buona battaglia. Una lotta per i diritti: ma i diritti veri, questa volta.
Francesco Borgonovo
Navratilova campionessa contro il pensiero unico: «Niente trans in campo»
Una tennista lesbica contro gli atleti transessuali. Martina Navratilova, leggenda del tennis, sul Sunday Times si è scagliata contro la moda di far gareggiare i trans con le donne. Secondo la sportiva, questa regola «ricompensa gli imbrogli e punisce l'innocente». La Navratilova non è andata per il sottile: «Lasciare che degli uomini gareggino come donne semplicemente perché hanno cambiato nome e assumono ormoni è ingiusto». Equiparare atleti trans ad atlete donne, in definitiva, è «una pratica folle».
Parole di buon senso. Perché il fisico di un transessuale rimane pur sempre quello di un uomo, anche se con i farmaci spunta il seno e si perde la peluria in eccesso. Le prestazioni non sono equiparabili: rimane un vantaggio strutturale che penalizza una donna, solo in quanto biologicamente tale. Il tutto, nel nome dell'ideologia arcobaleno, che pretende di costringere la realtà ad adeguarsi alla sua farneticazione sui «generi» distinti dai «sessi». Niente più maschi e femmine per volere divino o, semplicemente, per caso. Al posto della natura e della biologia, la fantasia al potere: ognuno può essere quel che preferisce, uomo, donna, transgender, non binario... A New York, già da parecchi mesi l'anagrafe propone oltre trenta opzioni diverse.
La tesi della Navratilova, però, assume una particolare rilevanza non solamente per la sua storia sportiva, ma anche e soprattutto perché la tennista con doppia nazionalità, statunitense e ceca, è un'icona gay. Fece coming out negli anni Ottanta, si è battuta per i diritti degli omosessuali ed è sposata con una donna, la modella russa Julia Lemigova. Inevitabilmente, se è lei a dire che bisogna «deplorare la tirannia» degli attivisti trans, i quali «denunciano chiunque si opponga a loro», la stoccata fa più effetto. Set, game, match, come si dice nella disciplina che l'ha resa celebre. La Navratilova è l'atleta più anziana ad aver vinto una prova del Grande slam: nel 2006, quasi cinquantenne, trionfò nel doppio misto agli Us open. A metà degli anni Settanta, si trasferì negli Stati Uniti, di cui divenne cittadina nel 1981. Dato che si rincorrevano le indiscrezioni su una sua relazione saffica con la scrittrice Rita Mae Brown, poco dopo aver ottenuto la cittadinanza americana, la Navratilova ammise di essere lesbica. Questo la rese un mito per la comunità omosessuale, mentre la turbolenta separazione dalla compagna Judy Nelson, avvenuta dopo una relazione durata otto anni, contribuì a tenere la sua vita privata sotto i riflettori.
In teoria, alla Navratilova non manca nessun requisito per conservare la sua aura di eroina Lgbt. È stata anche un'attivista dei diritti degli animali, per un certo periodo ha scelto un regime alimentare vegetariano e alla fine si è convertita al «pescetarianismo». Le carte del politicamente corretto, in breve, parrebbero tutte in regola. Eppure, l'idea che bastino la bizzarra dicotomia tra sesso e genere e qualche artificio legale per consentire a un uomo di gareggiare contro atlete donne, strutturalmente svantaggiate, proprio non le va giù. E non le va giù che chi esige quest'equiparazione, proprio perché è un'operazione che cozza con qualunque evidenza scientifica, pretenda di imporla attraverso la censura ideologica.
La battaglia della Navratilova contro quelli che vogliono vincere facile, per usare lo slogan di una nota pubblicità, dura in effetti già da qualche mese. Lo scorso dicembre, una delle sue seguaci su Twitter le aveva chiesto un parere sui transgender nello sport. Evidentemente, gli atleti arcobaleno si aspettavano una convinta sponsorizzazione da un'animalista lesbica sposata con una donna. E invece, lei aveva risposto così: «Chiaramente non può essere giusto. Non puoi semplicemente proclamarti una femmina e competere con le donne. Ci devono essere degli standard e avere un pene e competere come una donna non sarebbe adatto a quello standard». Paradosso esistenziale: un'omosessuale che scrive cose omofobe. Tipo che gli uomini hanno un pene. E che nello sport servono degli standard, affinché si possa gareggiare in condizioni di parità. Dinanzi a un tale saggio di intolleranza, la comunità transgender non poteva restare in silenzio.
Rachel McKinnon, ciclista trans che - coincidenza - a ottobre aveva vinto il titolo femminile iridato della pista ai campionati mondiali di Los Angeles, si era subito ribellata: «Martina è gravemente responsabile dei commenti transfobici pubblici fatti contro persone di sesso alternativo alla nascita. La incito a chiedere pubblicamente scusa, non si gioca a tennis con i genitali». Un perfetto esempio di inquisizione Lgbt. Parola d'ordine: sesso alternativo. Capo d'imputazione: transfobia. Condanna: pubblica ammenda. Pena tutto sommato indulgente, forse per i trascorsi meriti della rea. La quale, infatti, cancellò il tweet e si scusò: «Sono dispiaciuta se ho detto qualcosa di transfobico, non volevo offendere nessuno, cercherò di informarmi meglio e, nel frattempo, non ne parlerò più». Perché chi, nonostante le dosi quotidiane di propaganda Lgbt, ha un'idea diversa, per la lobby arcobaleno fa meglio a stare zitto. Ma il silenzio non si confaceva alla Navratilova, che domenica è tornata a dire la sua, osando stigmatizzare la furia censoria degli attivisti transgender. Ora, vista la reiterazione del reato, la punizione rischia di essere molto più severa.
Alessandro Rico
Luxuria debutta come cantante a colpi di insulti rivolti ai maschi
Vladimir Luxuria si è reiventata cantante. L'ex parlamentare, che a fine gennaio ha tentato di infarcire le testoline dei bambini Rai con favole su uccelli in gabbia e vecchie cattive, ha pubblicato oggi il suo primo singolo. E al diavolo chiunque le dica che il troppo stroppia.
«Sicuramente qualcuno penserà: “Questa ha fatto la parlamentare, la televisione, le battaglie per i diritti civili e ora vuole fare pure la cantante?". Ebbene sì, voglio fare anche la cantante», ha dichiarato Luxuria a VanityFair.it, presentando l'ultima sua fatica. Sono un uomo, brano deputato ad anticipare l'album Vladyland, è stato definito una «ballata ironica sulla retorica machista». Ma ad ascoltare il singolo e a guardarne il video, recitato da un Ken di Barbie con mutandina e divisa daranger, di ironico vi si ritrova ben poco. Protetta dallo spauracchio del sarcasmo, Luxuria ha potuto riversare in musica una morale spiccia, per cui l'uomo è un essere di caratura infima, «stravaccato sul divano» con «sei telecomandi in mano».
«Vorrei non banalizzare, dir qualcosa di speciale, ma sono un uomo e non credo che l'amore vada oltre un bel sedere», ha cantato, sciorinandoli tutti i luoghi comuni sull'universo maschile. La birra, le suocere, le fidanzate.
E, ancora, l'incapacità di ascoltare, la fobia del medico, la matrice spaccona che ogni maschio degno di un tale epiteto dovrebbe sentire connaturata al proprio io. Luxuria ha passato in rassegna ogni stereotipo associato all'uomo. Peccato solo si sia data la pena di farlo nell'era di Facebook, quando tutto è già stato meme e nulla è più capace di produrre un sorriso.
Sono un uomo, di cui VanityFair.it ha tenuto a mettere in luce l'origine satirica, l'intento parodistico, non è riuscito ad assolvere il proprio compito. Non ha divertito e nemmeno intrattenuto. Anzi. Quasi si è prodotto nell'effetto opposto, sostanziando l'ipotesi di una Luxuria certa della propria invincibilità.
L'ex parlamentare, nell'arco di un mese, ha tenuto la propria lezione sul gender ai bambini di Alla Lavagna!, su Rai3, e poi ne ha rivendicato la bontà a Non è l'Arena, su La7, imbarcandosi in una diatriba con Daniela Santanchè culminata in un elegante: «Sei più trans di me». La Santanchè, al cospetto di Massimo Giletti, aveva osato chiamare in causa la natura, associando un pene al sesso maschile e una vagina al sesso femminile. Di qui la logica conclusione: «Con tutto il rispetto, lei ha il pene e quindi è un uomo». Banalizzazione, questa, che a Luxuria è risultata indigesta.
L'attivista, che su Twitter non lesina ramanzine sull'importanza delle parole e l'orrore del bullismo, ha liquidato la Santanchè con una frase non esattamente di classe: «Non mi parli di natura proprio lei che ha fatto molti più interventi estetici di me». Come se, in un dibattito ponderato sull'identità sessuale, potesse giocare un qualche ruolo l'esistenza del filler per le labbra.
Luxuria, su La7, ha rivendicato il proprio diritto di essere donna. Poi, però, ha negato quello della Santanchè alla cura della propria immagine. L'ha denigrata perché rifatta, Luxuria, protetta da una gonna in nome della quale non tutto può essere detto e perdonato.
L'impressione, infatti, è che Vladimir Luxuria usi sé stessa, l'identità sessuale per la quale ha lottato fuori e dentro le piazze, (anche) per dire quel che a nessun uomo sarebbe mai scusato. E il debutto musicale non eccede la regola. Sono un uomo, canzone banale che alla bonaria rivalità tra sessi non è stata capace di aggiungere alcunché, è giudicata ironica perché cantata da una donna e rivolta all'uomo balordo.
Ma se, per assurdo, il progetto fosse stato inverso, se fosse stato un uomo a cantare, parodiandole, le donne, il cielo si sarebbe aperto e uno sciame di piccole Boldrini inferocite sarebbe calato sull'umanità. Se la canzone si fosse chiamata Sono una donna e avesse irriso, con tanto di Barbie, bionda e seminuda, nel video, l'incapacità femminile di parcheggiare, il ciclo mestruale e i telefoni roventi, la bandiera della satira sarebbe stata bruciata al grido di #MeToo.
Federico Rossi
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Il leghista Simone Pillon primo firmatario di una proposta che prevede il carcere da 3 a 6 anni e multe fino a 1 milione di euro per chi sfrutta il corpo femminile. Verranno puniti anche i «turisti della riproduzione» che vanno all'estero per aggirare le norme italiane.Sul Times, la tennista lesbica scrive: «È un imbroglio farli gareggiare con le donne». Mesi fa l'aveva detto in tweet ma fu costretta a rimuoverlo.L'ex parlamentare ha presentato «Sono un uomo», il brano singolo che anticipa l'album «Vladyland». Vorrebbe essere un pezzo satirico, ma si rivela una rassegna di banalità.Lo speciale contiene tre articoli.Vedremo chi avrà il coraggio di appoggiarlo, questo disegno di legge. Vedremo chi sarà capace di dare un calcio all'ideologia e di schierarsi a favore di una causa sacrosanta. Il nuovo testo che ha per primo firmatario il senatore leghista Simone Pillon è, a tutti gli effetti, uno spartiacque. Approvarlo significa bloccare una volta per tutte quella pratica ignobile chiamata, in tragico burocratese, «maternità surrogata». Una pratica proibita dalla legge italiana, condannata dai legislatori, da numerosi giudici e pure dal buonsenso, ma che è in corso di sdoganamento grazie ai volonterosi difensori dei diritti arcobaleno. «Le tristi pratiche dell'utero in affitto e della compravendita di gameti umani», si legge nel testo del disegno di legge, «pur essendo considerate delittuose dal nostro ordinamento (legge n. 40 del 2004) sono purtroppo impunemente utilizzate da alcuni nostri connazionali che non si fanno scrupolo di acquistare gameti umani scelti su veri e propri cataloghi online, impiegando poi le donne quali autentiche incubatrici». Come noto, infatti, sono numerose le coppie (sia gay sia eterosessuali) che fanno ricorso alla surrogazione all'estero, per poi tornare in Italia e registrare all'anagrafe i bambini. Purtroppo, come notano Pillon e i suoi colleghi, «non è possibile per il giudice italiano sanzionare tali reati commessi all'estero in quanto non rientrano nella previsione di cui all'articolo 7 del codice penale». Il nuovo disegno di legge serve proprio a colmare questo vuoto e a porre un freno «al triste fenomeno del cosiddetto “turismo riproduttivo", inasprendo inoltre le rispettive pene onde aumentare l'effetto deterrente della norma».Le pene previste, infatti, sono severe. All'articolo due si legge: «Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre a sei anni e con la multa da 800.000 a un milione di euro». Sono misure più che condivisibili. Del resto, è stata la Corte costituzionale, nel 2017, a ribadire che la maternità surrogata «offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane». E, pochi giorni fa, è stata la Cassazione a spiegare che il ricorso all'utero in affitto è comunque un reato, anche se non c'è stato passaggio di denaro. Non è finita, però. Questo disegno di legge ha un ulteriore obiettivo, cioè quello di rendere «impossibile iscrivere o trascrivere atti di nascita di minori con due padri o con due madri, in violazione delle più elementari esigenze naturali oltre che del primario e superiore interesse del minore a non essere separato dai propri genitori naturali, come previsto dalla Convenzione Onu sui diritti dell'infanzia».Questo, ovviamente, è il punto più delicato. Da parecchi mesi, vari Comuni italiani hanno cominciato a registrare i bambini delle coppie arcobaleno come «figli di due padri o due madri». Come sempre accade, sono stati tirati in ballo i «diritti» degli omosessuali. La registrazione si è trasformata in una sorta di battaglia di civiltà contro i bigotti cattivi che non vogliono rassegnarsi al progresso. Sotto le frasi commoventi e dietro le parole altisonanti, tuttavia, si cela la truffa. Registrare i «figli di due padri» significa, nei fatti, legittimare il ricorso all'utero in affitto. Ovvero aggirare la legge italiana, fingendo che le coppie arcobaleno abbiano trovato i pargoli sotto un cavolo durante un viaggio oltre confine. Possiamo già prevedere quello che succederà. Gli attivisti Lgbt diranno che il ddl proposto da Pillon è omofobo e retrogrado, che punta alla discriminazione delle «famiglie omogenitoriali» e via dicendo. Ecco perché questo disegno di legge è fondamentale: permetterà di scoprire finalmente tutte le carte. Come voteranno i 5 stelle? Come si schiererà il Partito democratico? Staranno dalla parte dell'ordinamento italiano, dalla parte della Cassazione e della Consulta, oppure chiameranno in causa l'omofobia e difenderanno lo sfruttamento del corpo femminile per non fare dispetto agli amici rainbow? Sceglieranno di tutelare le donne e i bambini oppure respingeranno il testo perché lo ha proposto un leghista cattivo?Il fronte che si oppone all'utero in affitto è molto ampio. Ci sono i cattolici e i conservatori, ma anche femministe, attiviste lesbiche, pensatori di sinistra. Per esempio la autorevole sociologa Daniela Danna, le cui parole andrebbero scolpite nella pietra: «Che cosa dà diritto ai medici di disporre di alcuni corpi femminile come “terapia" per l'incapacità di altri di avere dei figli?», scrive la studiosa. «Che cosa dà loro diritto di impiantare embrioni in una donna dicendo che sono di altri? Nulla, se non leggi ingiuste che configurano un nuovo campo di potere e un nuovo mercato che, come tutti i mercati, in parte risponde alla domanda e in parte la crea». Ecco, è il momento di farla finita con questo mercato orrendo. È il momento di fermare una volta per tutte l'utero in affitto. La legge è scritta, sono appena tre articoletti. Basta semplicemente approvarla. Vedremo chi avrà il coraggio di farlo, chi oserà andare oltre l'appartenenza politica e schierarsi a favore di una buona battaglia. Una lotta per i diritti: ma i diritti veri, questa volta.Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-legge-per-farla-finita-con-lutero-in-affitto-2629319529.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="navratilova-campionessa-contro-il-pensiero-unico-niente-trans-in-campo" data-post-id="2629319529" data-published-at="1780433287" data-use-pagination="False"> Navratilova campionessa contro il pensiero unico: «Niente trans in campo» Una tennista lesbica contro gli atleti transessuali. Martina Navratilova, leggenda del tennis, sul Sunday Times si è scagliata contro la moda di far gareggiare i trans con le donne. Secondo la sportiva, questa regola «ricompensa gli imbrogli e punisce l'innocente». La Navratilova non è andata per il sottile: «Lasciare che degli uomini gareggino come donne semplicemente perché hanno cambiato nome e assumono ormoni è ingiusto». Equiparare atleti trans ad atlete donne, in definitiva, è «una pratica folle». Parole di buon senso. Perché il fisico di un transessuale rimane pur sempre quello di un uomo, anche se con i farmaci spunta il seno e si perde la peluria in eccesso. Le prestazioni non sono equiparabili: rimane un vantaggio strutturale che penalizza una donna, solo in quanto biologicamente tale. Il tutto, nel nome dell'ideologia arcobaleno, che pretende di costringere la realtà ad adeguarsi alla sua farneticazione sui «generi» distinti dai «sessi». Niente più maschi e femmine per volere divino o, semplicemente, per caso. Al posto della natura e della biologia, la fantasia al potere: ognuno può essere quel che preferisce, uomo, donna, transgender, non binario... A New York, già da parecchi mesi l'anagrafe propone oltre trenta opzioni diverse. La tesi della Navratilova, però, assume una particolare rilevanza non solamente per la sua storia sportiva, ma anche e soprattutto perché la tennista con doppia nazionalità, statunitense e ceca, è un'icona gay. Fece coming out negli anni Ottanta, si è battuta per i diritti degli omosessuali ed è sposata con una donna, la modella russa Julia Lemigova. Inevitabilmente, se è lei a dire che bisogna «deplorare la tirannia» degli attivisti trans, i quali «denunciano chiunque si opponga a loro», la stoccata fa più effetto. Set, game, match, come si dice nella disciplina che l'ha resa celebre. La Navratilova è l'atleta più anziana ad aver vinto una prova del Grande slam: nel 2006, quasi cinquantenne, trionfò nel doppio misto agli Us open. A metà degli anni Settanta, si trasferì negli Stati Uniti, di cui divenne cittadina nel 1981. Dato che si rincorrevano le indiscrezioni su una sua relazione saffica con la scrittrice Rita Mae Brown, poco dopo aver ottenuto la cittadinanza americana, la Navratilova ammise di essere lesbica. Questo la rese un mito per la comunità omosessuale, mentre la turbolenta separazione dalla compagna Judy Nelson, avvenuta dopo una relazione durata otto anni, contribuì a tenere la sua vita privata sotto i riflettori. In teoria, alla Navratilova non manca nessun requisito per conservare la sua aura di eroina Lgbt. È stata anche un'attivista dei diritti degli animali, per un certo periodo ha scelto un regime alimentare vegetariano e alla fine si è convertita al «pescetarianismo». Le carte del politicamente corretto, in breve, parrebbero tutte in regola. Eppure, l'idea che bastino la bizzarra dicotomia tra sesso e genere e qualche artificio legale per consentire a un uomo di gareggiare contro atlete donne, strutturalmente svantaggiate, proprio non le va giù. E non le va giù che chi esige quest'equiparazione, proprio perché è un'operazione che cozza con qualunque evidenza scientifica, pretenda di imporla attraverso la censura ideologica. La battaglia della Navratilova contro quelli che vogliono vincere facile, per usare lo slogan di una nota pubblicità, dura in effetti già da qualche mese. Lo scorso dicembre, una delle sue seguaci su Twitter le aveva chiesto un parere sui transgender nello sport. Evidentemente, gli atleti arcobaleno si aspettavano una convinta sponsorizzazione da un'animalista lesbica sposata con una donna. E invece, lei aveva risposto così: «Chiaramente non può essere giusto. Non puoi semplicemente proclamarti una femmina e competere con le donne. Ci devono essere degli standard e avere un pene e competere come una donna non sarebbe adatto a quello standard». Paradosso esistenziale: un'omosessuale che scrive cose omofobe. Tipo che gli uomini hanno un pene. E che nello sport servono degli standard, affinché si possa gareggiare in condizioni di parità. Dinanzi a un tale saggio di intolleranza, la comunità transgender non poteva restare in silenzio. Rachel McKinnon, ciclista trans che - coincidenza - a ottobre aveva vinto il titolo femminile iridato della pista ai campionati mondiali di Los Angeles, si era subito ribellata: «Martina è gravemente responsabile dei commenti transfobici pubblici fatti contro persone di sesso alternativo alla nascita. La incito a chiedere pubblicamente scusa, non si gioca a tennis con i genitali». Un perfetto esempio di inquisizione Lgbt. Parola d'ordine: sesso alternativo. Capo d'imputazione: transfobia. Condanna: pubblica ammenda. Pena tutto sommato indulgente, forse per i trascorsi meriti della rea. La quale, infatti, cancellò il tweet e si scusò: «Sono dispiaciuta se ho detto qualcosa di transfobico, non volevo offendere nessuno, cercherò di informarmi meglio e, nel frattempo, non ne parlerò più». Perché chi, nonostante le dosi quotidiane di propaganda Lgbt, ha un'idea diversa, per la lobby arcobaleno fa meglio a stare zitto. Ma il silenzio non si confaceva alla Navratilova, che domenica è tornata a dire la sua, osando stigmatizzare la furia censoria degli attivisti transgender. Ora, vista la reiterazione del reato, la punizione rischia di essere molto più severa. Alessandro Rico <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-legge-per-farla-finita-con-lutero-in-affitto-2629319529.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="luxuria-debutta-come-cantante-a-colpi-di-insulti-rivolti-ai-maschi" data-post-id="2629319529" data-published-at="1780433287" data-use-pagination="False"> Luxuria debutta come cantante a colpi di insulti rivolti ai maschi Vladimir Luxuria si è reiventata cantante. L'ex parlamentare, che a fine gennaio ha tentato di infarcire le testoline dei bambini Rai con favole su uccelli in gabbia e vecchie cattive, ha pubblicato oggi il suo primo singolo. E al diavolo chiunque le dica che il troppo stroppia. «Sicuramente qualcuno penserà: “Questa ha fatto la parlamentare, la televisione, le battaglie per i diritti civili e ora vuole fare pure la cantante?". Ebbene sì, voglio fare anche la cantante», ha dichiarato Luxuria a VanityFair.it, presentando l'ultima sua fatica. Sono un uomo, brano deputato ad anticipare l'album Vladyland, è stato definito una «ballata ironica sulla retorica machista». Ma ad ascoltare il singolo e a guardarne il video, recitato da un Ken di Barbie con mutandina e divisa daranger, di ironico vi si ritrova ben poco. Protetta dallo spauracchio del sarcasmo, Luxuria ha potuto riversare in musica una morale spiccia, per cui l'uomo è un essere di caratura infima, «stravaccato sul divano» con «sei telecomandi in mano». «Vorrei non banalizzare, dir qualcosa di speciale, ma sono un uomo e non credo che l'amore vada oltre un bel sedere», ha cantato, sciorinandoli tutti i luoghi comuni sull'universo maschile. La birra, le suocere, le fidanzate. E, ancora, l'incapacità di ascoltare, la fobia del medico, la matrice spaccona che ogni maschio degno di un tale epiteto dovrebbe sentire connaturata al proprio io. Luxuria ha passato in rassegna ogni stereotipo associato all'uomo. Peccato solo si sia data la pena di farlo nell'era di Facebook, quando tutto è già stato meme e nulla è più capace di produrre un sorriso. Sono un uomo, di cui VanityFair.it ha tenuto a mettere in luce l'origine satirica, l'intento parodistico, non è riuscito ad assolvere il proprio compito. Non ha divertito e nemmeno intrattenuto. Anzi. Quasi si è prodotto nell'effetto opposto, sostanziando l'ipotesi di una Luxuria certa della propria invincibilità. L'ex parlamentare, nell'arco di un mese, ha tenuto la propria lezione sul gender ai bambini di Alla Lavagna!, su Rai3, e poi ne ha rivendicato la bontà a Non è l'Arena, su La7, imbarcandosi in una diatriba con Daniela Santanchè culminata in un elegante: «Sei più trans di me». La Santanchè, al cospetto di Massimo Giletti, aveva osato chiamare in causa la natura, associando un pene al sesso maschile e una vagina al sesso femminile. Di qui la logica conclusione: «Con tutto il rispetto, lei ha il pene e quindi è un uomo». Banalizzazione, questa, che a Luxuria è risultata indigesta. L'attivista, che su Twitter non lesina ramanzine sull'importanza delle parole e l'orrore del bullismo, ha liquidato la Santanchè con una frase non esattamente di classe: «Non mi parli di natura proprio lei che ha fatto molti più interventi estetici di me». Come se, in un dibattito ponderato sull'identità sessuale, potesse giocare un qualche ruolo l'esistenza del filler per le labbra. Luxuria, su La7, ha rivendicato il proprio diritto di essere donna. Poi, però, ha negato quello della Santanchè alla cura della propria immagine. L'ha denigrata perché rifatta, Luxuria, protetta da una gonna in nome della quale non tutto può essere detto e perdonato. L'impressione, infatti, è che Vladimir Luxuria usi sé stessa, l'identità sessuale per la quale ha lottato fuori e dentro le piazze, (anche) per dire quel che a nessun uomo sarebbe mai scusato. E il debutto musicale non eccede la regola. Sono un uomo, canzone banale che alla bonaria rivalità tra sessi non è stata capace di aggiungere alcunché, è giudicata ironica perché cantata da una donna e rivolta all'uomo balordo. Ma se, per assurdo, il progetto fosse stato inverso, se fosse stato un uomo a cantare, parodiandole, le donne, il cielo si sarebbe aperto e uno sciame di piccole Boldrini inferocite sarebbe calato sull'umanità. Se la canzone si fosse chiamata Sono una donna e avesse irriso, con tanto di Barbie, bionda e seminuda, nel video, l'incapacità femminile di parcheggiare, il ciclo mestruale e i telefoni roventi, la bandiera della satira sarebbe stata bruciata al grido di #MeToo. Federico Rossi
I protagonisti di quello che sta per accadere prendono posto sugli spalti, che nel frattempo si sono trasformati in un golfo mistico. In pochi minuti, 459 cori provenienti da tutta Italia si sciolgono e ne formano uno enorme. Per essere precisi, bisogna contare anche 696 cantori «freelance» e 116 bambini. Il totale fa 3.546 voci e 7.092 occhi puntati verso il palcoscenico, nell’attesa che compaia Riccardo Muti. Tutti - dai 6 anni di Carlotta (da Cagliari) ai 93 di Benito (da Budrio, nel Bolognese) - sono qui per il Maestro, che ha concesso il bis dopo il successo della prima edizione di Cantare amantis est dell’anno scorso (uno degli eventi più visionari del Ravenna Festival, nato dall’intuizione di Cristina Mazzavillani e oggi sotto la guida di Anna Leonardi). Dal coro del Conservatorio di Trieste a quello degli Stonati di Bologna qualche professionista si è imbucato, ma nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di amatori in purezza, alla maniera di Agostino (il motto «Cantare è proprio di chi ama» porta la firma del santo d’Ippona).
Pronti, via, si inizia a lavorare (altro che ponte del 2 giugno!) su un gioiello di apparente semplicità: l’Ave Verum Corpus di Wolfgang Amadeus Mozart (dedicato a un martire della libertà come don Giovanni Minzoni). I coristi hanno in mano uno spartito di due paginette. Sono 46 battute per quattro minuti scarsi di musica. Eppure, quel breve mottetto, spiega Muti, «è una delle pagine piovute su Mozart dal cielo (era il 18 giugno del 1791, ndr), qualche mese prima di morire». Un regalo del compositore alla minuscola parrocchia di Baden per la festa del Corpus Domini, mentre la moglie Constanze, incinta, veniva assistita. «Bravissimi», sottolinea il direttore d’orchestra, «senza che vi dicessi nulla, l’avete cantato con amore. Adesso però cerchiamo l’infinito tra le note». Il Maestro si siede al pianoforte e in un istante quei suoni appena accennati acquistano un significato nuovo che, col senno di poi, era lampante fin dall’inizio.
La breve introduzione orchestrale? «Non è un caso che punti verso l’alto. È un’ascensione: dalla Terra al cospetto di Cristo». Ave verum Corpus. Vi siete accorti che Mozart decide di ripetere due volte “Ave”? La seconda dev’essere più piano. Bisogna ritirarsi, come se avessimo osato troppo». Natum de Maria Virgine. «Qui la tonalità è stabile, ferma, la musica afferma una sicurezza». Vere passum, immolatum in cruce pro homine. «Ascoltate questo intervallo: esprime il dolore di chi patì per gli uomini. Le avvertite queste dissonanze? Sono i chiodi della croce». Cujus latus perforatum. «A livello tonale, dovreste percepire una virata, come se osservassimo una parte del corpo di Cristo». Dal costato sgorgarono sangue e acqua. «Dopo aver sottolineato la sofferenza di Gesù, da questo punto - Esto nobis praegustatum in mortis examine - il genio di Mozart abbandona le quattro parti che cantano insieme, verticalmente. Il coro si sdoppia, si allarga all’umanità perché “tutti noi” possiamo “gustare il Paradiso nell’ora della morte”. Certo, sarebbe bello se fosse così semplice. Quando il compositore affronta per la prima volta questa verità spunta una cadenza evitata. È il dubbio che si insinua ancora, ma poi lascia spazio alla certezza». Parole che acquisiscono un altro peso quando il Maestro chiede che l’ultima esecuzione diventi un omaggio a Riccardo Minghetti, morto a 16 anni nel tragico rogo di Crans-Montana. Il padre Massimo - rivela Muti - è parte di questo popolo che canta e, «davanti a una tragedia immane, ha trovato conforto nella musica».
Gli stessi enigmi insondabili emergeranno poco dopo nel Requiem di Giuseppe Verdi. Nella mattinata della Festa della Repubblica, però, un ripasso dell’Inno di Mameli era d’obbligo. E quindi: «Alzino le mani quelli che son davvero “pronti alla morte”?». Gelo. «Lo sapevo: bisogna cambiare il testo!». Risate liberatorie. Se l’anno scorso le fatiche della leggendaria bacchetta si erano concentrate nella lotta per espungere il «Sì!» dal finale, oggi la raccomandazione del direttore è una lezione di vita: «Non frantumate mai la frase, non sillabate! Va sempre condotta nella sua arcata. Serve nobiltà. Non siamo il Paese delle marcette!». Ma Muti ne ha anche per il Palazzo: «Cari politici, l’inno dev’essere cantato da una moltitudine, non da una persona sola. Cos’è questa moda, copiata dagli americani?». Ovazione. Poteva finire lì, ma dopo qualche ora su 3.546 smartphone iniziano a rimbalzare le immagini di Andrea Bocelli che intona Fratelli d’Italia ai Fori imperiali, solissimo, davanti alle più alte cariche dello Stato. «Non voglio prendermela con il cantante, ma le autorità restituiscano l’inno agli italiani!».
Dai melismi di Casta Diva di Bellini - «un altro tipo di preghiera, alla Luna» - al timore delle schiere dei cherubini che leva il fiato nel Mefistofele di Boito, Muti non si stanca di sporcarsi le mani con i suoi amati «dilettanti» ed è un vulcano di insegnamenti e di domande esistenziali. «Il Requiem di Brahms è una consolazione. In Verdi prevale il punto interrogativo: “Mi salverai, Signore?”». Nell’ora dell’arrivederci, l’ultimo (infinito) rito è l’autografo per tutti i partecipanti. «Iniziando con l’Ave Verum mozartiano e finendo con Verdi il nostro messaggio di cultura, spiritualità e pace l’abbiamo inviato. Ci rivedremo l’anno prossimo? Porta patet sed cor magis. La porta è aperta, ma il cuore ancora di più».
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Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci, Papa Leone XIII dal 1878 al 1903 (Getty Images)
Com’era prevedibile, non è passata inosservata, negli organi di stampa, la parte dell’enciclica Magnifica humanitas nella quale papa Leone XIV, a nome della Chiesa, chiede perdono per l’asserito «ritardo con cui la Chiesa e la società hanno condannato il flagello della schiavitù», essendosi dovuto attendere - egli afferma - «il XIX secolo per trovare una condanna formale, assoluta e universale della schiavitù, in particolare con Leone XIII». Il Messaggero di Roma e Famiglia cristiana, in particolare, hanno messo in luce come il Papa abbia soprattutto inteso porre in guardia contro il pericolo di una nuova forma di schiavitù derivante da un uso improprio e non controllato dell’intelligenza artificiale. Sul che, in effetti, non si può che concordare. Lascia però perplessi la ritenuta opportunità di rivangare, nell’enciclica, per sottoporlo a condanna, l’atteggiamento avuto dalla Chiesa, nei secoli passati, nei confronti della schiavitù, quasi che, altrimenti, la segnalazione del pericolo attuale di una nuova schiavitù - ben diversa, comunque, dall’antica - fosse destinata a perdere efficacia. E ancor più perplessi lascia l’assolutezza di detta condanna, basata soltanto sul richiamo, nella nota n. 174, alle due bolle pontificie del papa Eugenio IV Sicut dudum del 13 gennaio 1435 ed Etsi suscepti del 9 gennaio 1442, e alle altre due del papa Niccolò V Dum diversas del 18 giugno 1452 e Romanus Pontifex dell’8 gennaio 1455.
Richiamo, quello ora detto, da riguardarsi, peraltro, come non del tutto felice, per cui sarebbe forse bene che il papa ne individuasse il responsabile e gli tirasse un po’ le orecchie. La prima, infatti, delle suddette bolle, riguardante le isole Canarie, allora venute da poco in possesso della Spagna, lungi dal minimamente giustificare la schiavitù alla quale gli originari abitanti erano stati sottoposti, imponeva, invece, sotto pena di scomunica, di farla immediatamente cessare, vietandola anche per il futuro. Il che, peraltro, era già stato stabilito - senza gran successo - dallo stesso papa Eugenio IV con la precedente bolla Regimini gregis del 29 settembre 1434 e fu poi ribadito, sempre con riguardo alle popolazioni delle isole Canarie, dal papa Pio II con la bolla Pastor bonus del 7 ottobre 1462. Quanto, poi, alle altre bolle citate nella nota summenzionata, soltanto le due del papa Niccolò V presentano specifica attinenza alla questione della schiavitù, in quanto effettivamente conferivano al re di Portogallo Alfonso V il diritto esclusivo non solo di acquisire il controllo dei territori dell’Africa sub sahariana che si affacciano sull’Atlantico, ma anche di ridurre in «perpetua servitù» saraceni, pagani e altri «infedeli» che li abitavano.
Risulta, però, incredibilmente e inspiegabilmente passato sotto silenzio il fatto che la schiavitù, con particolare riferimento alle popolazioni delle Americhe, fu poi ripetutamente condannata, in modo assoluto e sempre sotto pena di scomunica, dai pontefici Paolo III, Urbano VIII e Benedetto XIV rispettivamente con la bolla Sublimis Deus (o Veritas ipsa) del 2 giugno 1537 e con i brevi Commissum nobis del 22 aprile 1639 e Immensa pastorum del 20 dicembre 1741. Di particolare interesse appare la motivazione della Sublimis Deus, essenzialmente basata sul rilievo che Gesù Cristo aveva dato mandato agli apostoli di predicare il vangelo a tutti i popoli della terra, senza eccezione, ritenendoli quindi tutti capaci di ricevere il dono della fede, e che veniva dal Demonio, nemico del genere umano, l’idea che di quella capacità fossero privi, per loro natura, gli abitanti delle Americhe, tanto da poter essere sottoposti a schiavitù. Da ricordare, inoltre, la bolla Cum sicuti di Gregorio XIV, del 18 aprile 1591, con la quale, in linea con la Sublimis Deus, si vietava la riduzione in schiavitù delle popolazioni delle isole Filippine, recentemente venute in possesso della corona spagnola.
Il fatto che, nei documenti anzidetti, non si parlasse della schiavitù con riguardo alle popolazioni africane facilmente si spiega con la considerazione che l’Africa era, all’epoca, in gran parte sottratta al dominio di nazioni europee, per cui del tutto inutile sarebbe stato che il Papa imponesse divieti che nessuno sarebbe stato poi tenuto ad osservare. È però significativo che il papa Gregorio XVI, con il breve In supremo del 3 dicembre 1839, si fosse preoccupato di vietare «l’indegno mercato dei Neri e di qualsiasi altro essere umano» del quale indicava come responsabili taluni cristiani che «accecati dalla bramosia di uno sporco guadagno, in lontane e inaccessibili regioni ridussero in schiavitù Indiani, Negri e altre miserabili creature, oppure, con un sempre maggiore e organizzato commercio, non esitarono ad alimentare l’indegna compravendita di coloro che erano stati catturati da altri». Non è certo per caso, quindi, che la condanna della schiavitù in assoluto (ma con esplicito riferimento, tuttavia, alle particolari condizioni dell’Africa) sia intervenuta, da parte del papa Leone XIII, solo in un periodo storico (fine del XIX secolo) in cui l’Africa era quasi totalmente sotto il dominio di nazioni europee. È ad esse, infatti, che veniva in tal modo fatto carico non certo di astenersi dal ridurre formalmente in schiavitù le popolazioni africane soggette alla loro sovranità (cosa che nessuna potenza coloniale si sognava neppure lontanamente di fare) ma piuttosto di adoperarsi con la massima energia perché la schiavitù, endemica da sempre nel continente africano, venisse totalmente estirpata. E infatti - come osserva Rossella Bottoni nel suo I popoli indigeni nel magistero della Chiesa cattolica, Ledizioni, 2024 - «I governi degli Stati cattolici apprezzarono molto tale sostegno alla causa contro la schiavitù, che essi vedevano come ragione legittimante della loro politica nel continente. Dunque, colonizzatori e missionari si “incontrarono” sul terreno dell’antischiavismo». Conclusione, questa, che potrebbe creare, nell’attuale contesto culturale di cui è partecipe anche il mondo cattolico, un qualche imbarazzo che però, in chi amasse veramente la Chiesa, dovrebbe trovare più che adeguato compenso nel constatare che si pone del tutto in contrasto con la verità storica Famiglia cristiana quando afferma, nel commentare l’enciclica di Leone XIV, che la condotta della Chiesa, «per diciotto secoli», sarebbe stata solo quella di avere «tollerato pratiche oggi considerate abominevoli».
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Papa Leone XIV (Ansa)
In filigrana, dietro alle parole di elogio rivolte ieri da papa Leone XIV per il metodo Fse, si è così intravista un’analisi antropologica profonda che sembra rispondere appunto alle recenti e discusse novità dell’Agesci.
Il pontefice ha esordito ricordando che il metodo scout non è un semplice passatempo, ma uno strumento che «mette al centro la persona, curandone tutti gli aspetti relazionali e la ricchezza umana». In questo contesto, Leone XIV ha lodato esplicitamente la scelta della Fse di educare i ragazzi in «distinte sezioni maschili e femminili», spiegando che questa non è una separazione anacronistica, ma una strategia mirata per «dedicare ai ragazzi e alle ragazze un’attenzione specifica».
Secondo il papa, questa distinzione è la chiave di volta per una crescita armonica: «Esplorare in questo modo le caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere uomo è una dinamica propedeutica all’incontro autentico e consapevole con l’altro, che può favorire la reciproca maturazione». Per Leone XIV, dunque, l’identità biologica maschile e femminile non è un dato accessorio, ma un pilastro necessario per crescere e prepararsi all’incontro con il prossimo.
È impossibile non leggere in queste riflessioni perlomeno un richiamo alle cronache recenti che hanno visto protagonista l’Agesci. L’associazione, dopo tre anni di dibattiti interni, ha infatti approvato il documento «Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo», sancendo che tali aspetti «non sono e non possono essere criteri di esclusione nella selezione degli educatori». Una decisione definita come una «svolta storica» e una «rivoluzione» mossa dalla volontà di dare «ulteriore concretezza ai nostri valori di accoglienza».
Un cortocircuito spiegato con molte parole, ma che non cancella la preoccupazione principale che riguarda appunto la coerenza educativa: può un’associazione che si definisce cattolica prescindere dalla visione antropologica della Chiesa?
Il papa ieri ha ribadito che «la formazione di buoni cristiani e buoni cittadini rappresenta il fine del metodo scout», un obiettivo che in fondo si raggiunge solo attraverso l’«intesa pedagogica dei capi con ogni ragazza e ragazzo». Qui si inserisce il dubbio antropologico che emerge dalle parole di Leone XIV: può una donna che si considera uomo, o un uomo che vive pubblicamente una relazione con un altro uomo, farsi portatore di quella «dinamica propedeutica» basata sulle «caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere uomo» citate dal papa?
Leone XIV è stato chiaro nel ricordare ai capi che di fronte ai ragazzi loro affidati emerge la testimonianza della «coerenza della vostra vita e la maturità delle vostre scelte» che «sono ai loro occhi un esempio molto importante che li aiuta a crescere». Se il riferimento dottrinale cattolico definisce le tendenze omosessuali profondamente radicate come «oggettivamente disordinate» (Catechismo n. 2.357) e gli atti tra persone dello stesso sesso come «intrinsecamente disordinate» (Catechismo n. 2.358), la domanda sulla garanzia di quell’intesa pedagogica diventa ineludibile. Come può un educatore che rivendica una visione dell’identità fluida o soggettiva guidare un ragazzo alla scoperta della propria identità maschile o femminile secondo i binari tracciati dalla tradizione cristiana?
Quindi, il discorso del papa di ieri ai capi scout potrebbe apparire, conoscendo peraltro il felpato linguaggio intraecclesiale, come l’applicazione pratica del proverbio italiano: ha parlato ai capi della Fse (la «nuora») perché i vertici dell’Agesci (la «suocera») intendessero il messaggio. Mentre l’Agesci sembra aver intrapreso una «marcia sostenuta dal basso», il papa ha scelto di rimettere al centro il «Vangelo - vera mappa della vita», che è la persona stessa di Cristo, «buona notizia per un’umanità confusa».
Forse in casa Agesci faranno orecchie da mercante. Magari diranno che il papa stava parlando ad altri, diversi da loro. E loro resteranno fieri delle loro differenze, delle loro piste, delle loro strade. Ognuno convinto di lasciare il mondo un po’ meglio di come lo ha trovato. Perché, in fondo, «todos, todos, todos», come diceva papa Francesco. Lo stesso papa però che, quando parlava di educazione che non tenesse in debito conto la «feconda tensione» tra uomo e donna, la considerava una «colonizzazione ideologica».
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Il monumento alle vittime della Kamloops Residential School in British Columbia, Canada (Getty Images)
Per comprendere la portata della vicenda, occorre fare un passo indietro. Per oltre un secolo il Canada gestì, insieme a Chiese cristiane di varie confessioni, un sistema di scuole residenziali destinate ai bambini amerindi. Lo scopo era quello di assimilarli alla cultura dominante, allontanandoli dalle famiglie e scoraggiando o vietando l’uso delle lingue e delle tradizioni native. Circa 150.000 minori passarono attraverso questi istituti. Molti subirono maltrattamenti, abusi fisici e sessuali, mentre migliaia morirono a causa di malattie, denutrizione e condizioni di vita spesso precarie. Nel 2015, la Commissione canadese per la verità e la riconciliazione definì questo sistema una forma di «genocidio culturale».
Su questi fatti storici esiste ormai un ampio consenso. La questione di Kamloops, però, è un’altra. Il 27 maggio 2021 una comunità indigena annunciò che un’indagine effettuata con il georadar aveva individuato nel sottosuolo 215 anomalie nei pressi dell’ex Kamloops indian residential school, attiva dal 1893 al 1969. Nel giro di poche ore, tuttavia, quelle anomalie furono trasformate dai media occidentali in qualcosa di molto diverso: i resti di 215 bambini indiani.
Anche in Italia la notizia fu presentata in termini categorici. Vatican News parlò delle «spoglie di 215 bambini» venute alla luce nei pressi dell’ex scuola, mentre il Corriere della Sera scrisse del «ritrovamento» di centinaia di tombe anonime e dei «resti» dei piccoli alunni. Lo stesso lessico venne adottato da televisioni, agenzie di stampa e quotidiani di mezzo mondo. In pochi giorni, insomma, quella che era nata come un’indagine geofisica diventò nell’immaginario collettivo la scoperta di una gigantesca fossa comune.
Le reazioni politiche furono altrettanto tempestive e perentorie. L’allora primo ministro, Justin Trudeau, ordinò che le bandiere sugli edifici federali venissero esposte a mezz’asta in onore dei «215 bambini» di Kamloops. Il premier della Columbia britannica, John Horgan, parlò di «una tragedia di proporzioni inimmaginabili». Anche papa Francesco, senz’alcuna prudenza gesuitica, intervenne rapidamente per esprimere il proprio «dolore». Nel frattempo, però, l’indignazione collettiva si era trasformata in rabbia: nei mesi successivi, decine di chiese cattoliche in Canada furono incendiate o vandalizzate.
Eppure, il georadar non aveva portato alla luce alcun corpo. Aveva semplicemente rilevato anomalie nel terreno che si potevano prestare a diverse interpretazioni. Con il passare del tempo, peraltro, gli stessi specialisti coinvolti nelle indagini chiarirono i limiti della tecnologia utilizzata. Il linguaggio cominciò così a cambiare. Dai «resti di 215 bambini» si passò alle «possibili tombe», poi alle «probabili sepolture», sino alle più recenti formulazioni che parlano soltanto di «potenziali sepolture».
A mettere in discussione quella narrazione è stata ora una fonte difficilmente sospettabile di simpatie revisioniste: il Globe and Mail, il più importante quotidiano canadese. In un duro editoriale, il giornale ha ammesso che nel 2021 i media, compreso lo stesso Globe, non sottoposero la notizia ad alcuna verifica: «I media, incluso il Globe and Mail, non esaminarono criticamente quell’affermazione e tantomeno la misero in discussione», scrive il quotidiano, riconoscendo che i primi articoli presentarono come un fatto accertato il ritrovamento dei resti dei bambini.
L’editoriale riserva critiche altrettanto severe alla classe politica. Secondo il giornale canadese, leader come Trudeau contribuirono ad alimentare nell’opinione pubblica la convinzione che fossero stati scoperti i corpi di centinaia di minori, quando una simile conclusione non era stata affatto dimostrata. Ancora oggi, osserva il Globe, la politica canadese non ha chiarito perché affermazioni così categoriche siano state formulate in assenza di prove reali: «A differenza dell’ex premier della Columbia Britannica, morto nel 2024, Trudeau ha ancora la possibilità di correggere il quadro dei fatti. Non l’ha fatto, e non l’ha fatto nemmeno l’attuale governo liberale», è la denuncia del Globe.
Cinque anni dopo Kamloops, insomma, la domanda non è se le scuole residenziali per amerindi abbiano rappresentato una pagina oscura della storia canadese. La domanda, semmai, è un’altra: come è stato possibile che una mera ipotesi venisse trasformata, nel giro di pochi giorni, in una certezza assoluta da media, governi e istituzioni religiose? Ma soprattutto: perché, ad oggi, ancora nessuno è riuscito a chiedere scusa?
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