True
2018-04-21
I sospetti del Carroccio per l’accordo sfumato puntano sulla «farfallina»
ANSA
Cercate la spilla a forma di farfalla, e capirete il retroscena della trattativa fallita. «Certo che se anche chi dovrebbe fare la mediazione poi non media...». È amarissimo
Matteo Salvini, con i suoi, riferendo a caldo del tentativo andato a vuoto - proprio a un passo dall'accordo - a suo dire per via dell'intervento della presidente del Senato Elisabetta Casellati. Fino a un attimo dal deragliamento, per giunta, giovedì sembrava tutto a posto: dichiarazioni preparatorie e propiziatorie, una lunga telefonata tra il leader del Carroccio e il capo politico del M5s, toni cordiali, diplomazia generazionale e tambureggiamento su Whatsapp. Era questa la tela visibile di un patto in cui Forza Italia avrebbe dato, formalmente, il suo appoggio esterno a un governo di coalizione giallo-verde, salvando tutte le apparenze. Poi nel momento cruciale il gelo, l'incomprensione e la rottura, con i suoi strascichi avvelenati, compresa quella frase dell'esploratrice che è rimasta appesa come una corda in casa dell'impiccato: «Per i ministeri si pensa a nomi come Mara Carfagna, o Lucio Malan...». Ovvero a forzisti doc, ancorché prestigiosi, ma visibili e riconoscibili con bollo e timbro di partito.
E che dire poi delle altre frasi che avevano fatto rabbrividire i pentastellati, quelle sull'impraticabilità della flat tax e del reddito di cittadinanza? Vere e proprie docce scozzesi, per chi sognava un patto da comunicare già al pubblico dopo le consultazioni. Tutto il contrario - cioè - di quello che prevedeva l'accordo stabilito tra i due leader, quello che in origine prevedeva personalità «vicine agli azzurri», che sarebbero state nominate, teoricamente in quota
Salvini, per non complicare la già difficilissima diplomazia con Di Maio. Ma la Casellati, in quel momento, parlava come rappresentante di Forza Italia o come mediatrice su mandato del Quirinale? Chi dava corpo a quella terza persona apparentemente impersonale? Ovvio che il dilemma interpretativo oggi si ponga, soprattutto in vista del futuro, con Salvini che minaccioso promette «scendo in campo io», proprio perché deluso da ogni mediazione. Cercate la spilla a farfallina di conio arcoriano, che nell'iconografia di questi giorni è rimasta visivamente - come sempre accade in politica - come il simbolo di una doppia appartenenza in una partita complessa. Le pesanti porte dorate ottocentesche del Senato, e il monile di pregio che il Cavaliere regalava come se fosse la sua legion d'onore a fedelissimi e fedelissime (Olgettine incluse), mal si conciliano tra di loro. E infatti siccome tutti conoscono le doti di mediazione della Casellati, sulle frasi che hanno segnato la rottura l'interrogativo si pone: sono state dette con leggerezza (fatto assai improbabile) oppure l'esploratrice azzurra aveva davvero in animo di marcare il territorio, e di porre l'asticella in un livello invalicabile? Il sospetto di Salvini nel giorno del patatrac era esattamente questo, e l'espressione di sconcerto era ben leggibile sul suo volto quando, appena arrivato in Molise, per telefono gli veniva relazionato l'accaduto. Prima che il leader del centrodestra potesse dire una sola parola - altro dettaglio rivelatore - era già in rete un comunicato ufficiale di Forza Italia. Troppa sintonia tra quei colloqui, quelle frasi apparentemente improvvide, e la nota di partito azzurra, diffusa a tempo di record. Troppo sibillina la frase di Di Maio: «Noi siamo il M5s, oltre una certa soglia non possiamo andare». Più netta l'enunciazione strategica di Rocco Casalino, capo della comunicazione del Movimento, nel giorno dell'elezione di Fico: «Chi pensa che noi ci mettiamo a fare trattative per i ministri con il pallottoliere non ha capito nulla, né di noi, né dei nostri elettori!».
E così, alla fine, è toccato alla
Casellati - ironia della sorte - riferire della posizione ormai irremovibile di Di Maio: «Mai con Berlusconi, sì a un governo con Salvini e appoggio esterno di Fi-Fdi». Forse la presidente del Senato ha avuto un eccesso di zelo, uno scrupolo trattativista segnato dalla sua appartenenza. Oppure - ed è questo il sospetto più nero di Salvini - la farfallina azzurra si è posata esattamente dove voleva: una frase di troppo per poter ottenere un risultato in più, ma desiderato. Far saltare quel governo con appoggio esterno di Forza Italia, e personalità non direttamente riconducibili al Cavaliere, che tanto faceva soffrire lo stato maggiore berlusconiano.
Luca Telese
Mattarella prende altro tempo e scalda il fornello ai democratici
«Ringrazio tutti i leader per avere avviato una discussione che pur nella diversità di opinioni ha consentito di evidenziare spunti di riflessione politica. Sono certa che il presidente Sergio Mattarella saprà individuare il percorso migliore da intraprendere». All'uscita dall'incontro al Quirinale con il presidente della Repubblica la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, pronuncia parole che stridono con la caciara di insulti incrociati che Fi e M5s si stanno scambiando in quegli stessi minuti. La Casellati ha esposto a Mattarella il risultato della sua missione da esploratrice: la possibilità di una maggioranza di governo composta da M5s e centrodestra c'è, anche se la strada per giungere all'obiettivo è assai dissestata. Mattarella ascolta e decide, per ora, di non decidere. Due giorni di riflessione, poi il capo dello Stato archivierà definitivamente la possibilità di mettere in piedi una maggioranza, anzi una «coalizione» come da lui esplicitamente richiesto, che sarebbe stata larghissima numericamente, ma che mai vedrà la luce a causa dei veti e dei controveti.
Il prossimo passo di Mattarella? Il Colle, nella giornata di ieri, ha avuto modo di confrontarsi con i suoi consiglieri. La base dalla quale partire non sono certo gli insulti che Silvio Berlusconi e il M5s si sono scambiati in questo venerdì di torrida campagna elettorale, ma le posizioni espresse ufficialmente dai grillini e dal centrodestra alla Casellati. La chiusura di Luigi Di Maio a ogni ipotesi di concedere pari dignità agli eventuali alleati è un ostacolo difficile da superare, tanto più che il «veto», ora, non riguarda più solo Forza Italia, ma anche Fratelli d'Italia. Di Maio, in sostanza, vuole che Matteo Salvini «scarichi» mezza coalizione. Il leader leghista, ieri, ha chiesto l'incarico. Ma a nome di chi? Della Lega? Del centrodestra? Della Lega e di Fratelli d'Italia? Della Lega e del M5s? «Centrodestra e sinistra sono categorie superate», ha detto Salvini, «aspettiamo Mattarella, io mi metterò a disposizione, spero con tutta la squadra, se qualcuno guarda a sinistra tanti auguri. Aspettiamo la riflessione. Spero di essere oggetto di questa riflessione ma non so se posso ambire a tanto». Toni sarcastici, quelli del leader leghista nei confronti di Mattarella, che il capo dello Stato non può certamente apprezzare. Tanto più che, al Colle, risuonano come una forzatura. Salvini non può reclamare un incarico pieno, finché non dimostrerà di avere i numeri per formare una maggioranza. Se l'accordo M5s - centrodestra non è praticabile, l'ipotesi di un incarico per verificare la possibilità di far nascere una «coalizione» Lega-M5s potrebbe basarsi solo su una rottura del centrodestra. Rottura che a leggere le dichiarazioni c'è, ma che ufficialmente non è mai stata certificata: appena l'altro ieri Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi sono stati insieme dalla Casellati. La Lega dovrebbe sancire in maniera formale l'addio agli alleati e la volontà di raggiungere l'intesa con il M5s prima di rivendicare un incarico di governo per varare l'esecutivo legastellato. In quel caso, però, Salvini sarebbe semplicemente il segretario di un partito del 17%, alleato con uno, il M5s, che ha il 32%. Quindi, secondo le logiche rigorose del Quirinale, se proprio un incarico esplorativo per verificare la possibilità di un governo Lega-M5s dovesse essere conferito, il destinatario sarebbe Di Maio e non Salvini.
È molto probabile che, nell'attesa che Salvini decida se continuare a presentarsi al Colle come leader del centrodestra (come avvenuto la scorsa settimana) o indossare esclusivamente i panni di segretario della Lega, Mattarella proseguirà sul percorso previsto, ovvero conferirà al presidente della Camera, Roberto Fico, un mandato esplorativo analogo a quello ricevuto dalla Casellati, per verificare se è possibile formare una maggioranza di governo Pd-M5s-Leu. Di Maio ha ripetuto in ogni circostanza che per lui Lega e Pd pari sono, e quindi, per Mattarella, la strada è spianata. L'unica possibilità che hanno i «ragazzi», ovvero Salvini e Di Maio, di evitare questo scenario, per entrambi catastro(fico), è comunicare ufficialmente a Mattarella, nelle prossime 36 ore, di aver raggiunto un'intesa su programma e premier, e soprattutto, cosa che il presidente della Repubblica considera indispensabile, sulla collocazione dell'Italia nello scenario internazionale. Salvini, quindi, dovrebbe ufficializzare l'addio a Berlusconi tra oggi e domani, a urne aperte in Molise e a una settimana dal voto in Friuli Venezia Giulia.
Carlo Tarallo
Berlusconi archivia i 5 stelle: «Li manderei a pulire i cessi»

LaPresse
Peggio di un caterpillar in azione, Silvio Berlusconi pare aver deciso che è arrivato il momento di buttare giù tutto, azzerando ogni possibilità di un accordo per formare il governo tra l'intero centrodestra e il Movimento 5 stelle. E nel giorno in cui Matteo Salvini fa capire che è ancora in atto un confronto con Luigi Di Maio, nonostante il mandato esplorativo affidato dal Quirinale al presidente del Senato si sia risolto con un nulla di fatto, il Cavaliere sale su un palco a Larino, in provincia di Campobasso, nel Molise diventato capitale della politica nazionale, e manda all'aria tutto, confermando di non aver ancora digerito la leadership leghista nel centrodestra: «Nessun accordo è possibile con i 5 stelle, un partito che non conosce l'Abc della democrazia, che prova invidia sociale, formato solo da disoccupati, e che rappresenta un pericolo per l'Italia. Di Maio ha una buona parlantina, non posso negarlo, ma non ha mai combinato niente di buono per sé, per la sua famiglia, per il Paese. Non possiamo affidare l'Italia a gente come lui». Un attacco frontale, insomma. Che arriva dopo la richiesta ad avere «pari dignità» formulata nei confronti di Luigi Di Maio, sempre contrario all'ingresso di Forza Italia nel governo. Giudizio ribaltato in meno di 24 ore: «Gli italiani hanno votato molto male. Seguo tutto con disgusto».
Urla rabbia, Berlusconi. E quando la fedelissima Licia Ronzulli prova a sottrarlo dall'assalto dei cronisti, è lui ad allontanare in maniera brusca la senatrice e ad affondare nuovi colpi. Eccola, l'insofferenza del leader di Forza Italia. Nessuna delle ipotesi in campo sembra soddisfarlo: «Non so di cosa si parli. Io credo che la soluzione sia un governo di centrodestra che trovi in Parlamento persone responsabili che diano loro i voti necessari. Tutte le altre soluzioni sono dannose per l'Italia». Un nuovo incarico esplorativo affidato stavolta al pentastellato Roberto Fico?: «Già il fatto di dare un incarico a uno così la dice lunga…».
Sugli altri scenari per la formazione di un nuovo esecutivo, il leader di Forza Italia vede un'altra strada percorribile da parte del centrodestra: «Il governo del centrodestra potrebbe concretamente fare accordi con uomini saggi, con i parlamentari dei gruppi Misti e anche esponenti del Pd». Un'apertura, quella rivolta ai dem, però bocciata senza appello da Salvini: «Piuttosto che riportare al governo il Pd, faccio tre passi avanti io. Sono a disposizione personalmente e direttamente».
Ma nella lunga invettiva, segno del nervosismo che accompagna questi giorni di grandi trattative, Berlusconi si spinge davvero oltre: «Che stanno a fare questi qui che non hanno mai fatto niente della vita? Ma dai… Prendiamo consapevolezza di chi sono e con chi abbiamo a che fare. Uno: 5 stelle è il partito dei disoccupati. Due: è il partito di chi vuole raggiungere il potere per togliere a chi ha e prendere per sé. Io davvero mi trovo di fronte a questo destino: a 12 anni sono dovuto scendere in piazza ad attaccare i manifesti perché ero contro i comunisti, nel 1994 scesi in campo per tutelare l'Italia dagli ex comunisti e oggi, alla mia età, devo tornare in campo per difendere il mio paese da M5s. Mi sono abbastanza rotto». La conclusione è ancora più dura nei toni: «È gente che non ha mai fatto niente nella vita: nella mia azienda li manderei a pulire i cessi».
La replica dei pentastellati è affidata al senatore Nicola Morra, rappresentante dell'ala ortodossa del Movimento. «Meglio vivere onestamente, magari grazie al “pulire i cessi", piuttosto che accordarsi con la mafia. Capito, Silvio?», scrive su Twitter il rappresentante del M5s.
Le frasi pronunciate durante il tour elettorale molisano squassano i già fragili equilibri su cui si regge il centrodestra. Appena le agenzie battono i primi take con le parole del Cavaliere, sono tanti i big che si aggrappano al telefono per provare a capirne di più. Stupore e sconcerto sono i sentimenti più diffusi tra molti big di Forza Italia, consapevoli che dopo questa sortita l'unità con la Lega è davvero a rischio.
Non è un caso che tra i primi a buttare acqua sul fuoco delle polemiche ci sia il governatore ligure Giovanni Toti, uno dei più strenui sostenitori dell'alleanza con il Carroccio e della necessità di aprire al dialogo con il M5s: «La dichiarazioni di Berlusconi sui 5 stelle sono semplicemente annoverabili tra i cosiddetti falli di reazione sul campo. Non c'è mai stato un veto da parte di Forza Italia ad alcun accordo con i 5 stelle. È vero l'esatto contrario». Prova a mediare, Toti, in una situazione che giorno dopo giorno diventa sempre più complicata da gestire: «Il presidente Berlusconi ha parlato durante la chiusura di una campagna elettorale in una regione dove si vota, quindi è evidente che parlava più agli elettori che non alle fini strategie di Palazzo. Se un accordo di governo non si potrà fare tra il centrodestra e il M5s in tutta franchezza sarà colpa dei 5 stelle, non certo di Forza Italia o Fratelli d'Italia».
Antonio Ricchio
Salvini avverte l'alleato azzurro: «Sei tu quello che si sfila»
«La mia pazienza è finita». Fra i comodini hi-tech della Fiera del mobile di Milano, Matteo Salvini misura il grado di attitudine zen dopo le ultime bordate fra Movimento 5 stelle e Forza Italia, e scopre di essere in riserva. Spia rossa fissa. Troppi veti incrociati, troppi litigi da ballatoio davanti a milioni di elettori esterrefatti. E poiché il leader della Lega tiene in somma considerazione il sentimento della base, decide di puntare il dito non contro Luigi Di Maio che un'offerta l'ha fatta, ma contro Silvio Berlusconi che continua a rifiutarle tutte.
L'alleato «sbaglia e risbaglia». Tre volte colpevole, il sommo Cavaliere, per il numero uno leghista. «Leggo con dispiacere di reciproci insulti e veti fra opposte fazioni che non portano da nessuna parte. Sbaglia Berlusconi quando dice che gli italiani non capiscono niente, hanno votato male e mostra disgusto per questo. Sbaglia Berlusconi quando dice che ci sono partiti pericolosi per la democrazia perché non ci sono partiti pericolosi e non mi piace che parli male di un partito votato da un terzo degli elettori. E risbaglia ancora quando pensa che si possa riportare al governo il Pd. Ecco, se qualcuno dalle parti di Arcore pensa di far saltare altre trattative per andare al governo con Matteo Renzi e con il Partito democratico, non è rispettoso del voto degli italiani. E lo fa senza la Lega. Se Silvio vuole andare col Pd ci vada da solo».
Salvini non era mai stato così esplicito e l'alleanza non era mai stata così in bilico. Nonostante le pressioni di una fetta crescente del partito (un sondaggio Ipsos rileva che il 48% dei sostenitori della Lega sarebbe per rompere con Berlusconi), finora lui ha creduto e crede ancora nel centrodestra unito. Ma unito nelle duttilità, nelle diverse posizioni, nella valorizzazione delle differenze. La guerra di posizione di Berlusconi contro Di Maio e la ferma volontà di tenere aperta la porta ad ogni trattativa con il Pd renziano lo hanno spiazzato. Salvini era sinceramente convinto che il risultato del 4 marzo fosse metabolizzato da tutti come l'inizio di una nuova era in cui trasparenza e gioventù sono ritenute valori. Gli smarcamenti dorotei, le penombre da sacrestia, i bilancini socialisti non li regge.
«La mia pazienza è finita», ribadisce Salvini mostrando una certa stanchezza. «Adesso aspetto le scelte del presidente della Repubblica. Dopo mi sentirò libero di mettermi direttamente a disposizione. Perché questi veti incrociati, queste perdite di tempo, questi ammiccamenti al Pd sia da parte di Berlusconi, sia da parte di Di Maio non hanno senso. Se serve a dare uno scrollone mi assumo direttamente la responsabilità. Se questo per me è un bene o un male non lo so. Io voglio fare un governo che rappresenti quello che gli italiani hanno votato poco tempo fa, partendo da una coalizione fino a ieri compatta. Se qualcuno se ne tira fuori, insultando e guardando a sinistra, la scelta è di questo qualcuno».
Salvini ha davanti a sé due strade. La prima è contenuta nella frase: «Se Silvio vuole andare col Pd, ci vada da solo». La guerra di trincea contro Di Maio e a difesa del governissimo pone la Lega in una posizione vantaggiosa in caso di divorzio: non sarebbe più Salvini a lasciare il Cavaliere, ma il Cavaliere ad allontanarsi da lui per questa fregola di esplorare alleanze «contro natura con Matteo Renzi, Boschi, Maria Elena Banca Etruria e Mps», frase spesso usata per sintetizzare il Giglio magico. La seconda strada, appunto, è quella di chiedere l'incarico e poi cercare i voti ai 5 stelle e, bontà loro, agli alleati storici. L'urgenza sarebbe determinata da un sospetto che nella testa del leader leghista comincia a farsi largo: «Ho la netta sensazione che c'è qualcuno che vuole un governo tecnico alla Mario Monti chiesto da Bruxelles, che vuole spennare gli italiani. Per evitare questa fregatura io farò qualunque cosa, anche scendere in campo».
Se lo stallo perdura si aprono scenari nuovi per Fdi, forte di un 4,3% su base nazionale e 50 parlamentari utili per una maggioranza. Ieri Giorgia Meloni ha ribadito tutta la sua contrarietà nei confronti dei diktat di Di Maio, dedicandogli una canzone di Cesare Cremonini (le vie della politica sono infinite) e chiosando su Facebook: «Nessuno vuol essere Robin, ma per essere Batman devi vincere le elezioni. L'Italia è ostaggio del disperato bisogno di Di Maio di sedere sulla poltrona da premier. È arrivato secondo alle elezioni e pretende di dettare le regole, con buona pace di quelli che raccontavano di voler cambiare le cose e si sono dimostrati attaccati alla poltrona peggio dei vecchi politicanti».
Da qualche tempo lo chiama Giggino Pomicino, ma non è per niente sicuro che in caso di un «liberi tutti» del centrodestra, lei porti il partito dove vuole Berlusconi. La sintonia personale con Salvini è ottima, la consonanza di programmi verificata. Per contro, un accordo col Pd sarebbe irrealistico. L'unica risposta alla domanda «che farete?» in queste ore è: «Argomento non trattato». Per ora l'obiettivo dichiarato è l'unità del centrodestra, ma il destino di quel 4,3% è tutt'altro che scontato.
In uno scenario così liquido domani arrivano le regionali del Molise, in attesa di quelle del Friuli Venezia Giulia di domenica prossima. Difficile che il risultato cambi gli equilibri, se non quelli tra Lega e Forza Italia. Se il Carroccio s'impone anche a Campobasso, dove Berlusconi si è speso moltissimo suonando perfino il bufù (un tamburo a frizione) con un gruppo folk, potrebbe essere più facile per Salvini trattare da posizione di vantaggio all'interno della coalizione. Sempre che abbia vita lunga e non venga tumulata. Eventualmente sulla lapide verrebbe incisa una micidiale battuta attribuita a Winston Churchill che comincia a girare all'interno della Lega e che Berlusconi usò 24 anni fa con Umberto Bossi durante il ribaltone: «Con amici come te non ho bisogno dei nemici».
Giorgio Gandola
I grillini giocano sporco sulla mafia

LaPresse
A questo punto Matteo Salvini ha solo l'imbarazzo della scelta. Tra i 5 stelle e Forza Italia? «No, tra i motivi per mollare Silvio Berlusconi al suo destino». Poco prima di cena, i vertici del Movimento fanno il punto della situazione dopo la «storica sentenza» di Palermo sulla trattativa Stato-mafia e sul ruolo di Marcello Dell'Utri come collegamento tra i boss e il primo governo Berlusconi. Luigi Di Maio twitta che «è finita la Seconda Repubblica», ma con i suoi collaboratori va più al sodo: «Questa sentenza cambia il film delle consultazioni e Salvini lo sa». E i capi di M5s si ribadiscono l'un l'altro che dopo «la tentata fregatura» del mandato Casellati c'è solo un modo per uscire dalla crisi: «L'incarico a Luigi». Quanto al pm siciliano Nino Di Matteo, anche grazie agli insulti del Cavaliere ai 5 stelle, lo aspetta un ministero di peso. Sintesi di una giornata sfigata come poche, per il capo di Forza Italia.
Non poteva esserci giorno peggiore, del resto, per dire che i grillini possono al massimo pulire i cessi nelle aziende del Cavaliere. «È gente che non ha mai fatto nulla nella vita: nella mia azienda li prenderei per pulire i cessi», così scivola la frizione a Berlusconi, in un comizio a Casacalenda, in Molise. E mentre il senatore Massimo Bugani gli risponde con il sorriso, postando una foto intento a pulire i gabinetti, la sentenza palermitana cambia il clima. Un altro senatore, Nicola Morra, apre le raffiche di rappresaglia su Twitter: «Meglio vivere onestamente, magari grazie al “pulire i cessi", piuttosto che accordarsi con la #mafia. Capito, Silvio?». Riccardo Fraccaro lega i fatti dei primi anni Novanta a presunti legami oscuri che ancora si opporrebbero al cambiamento: «La sentenza cade come un macigno su un sistema di potere che tenta ancora di avvinghiare il Paese nei suoi tentacoli». Un altro degli esponenti più esperti, Carlo Sibilia, mira dritto su Arcore: «Dell'Utri è colui il quale trattava con Cosa nostra durante il governo Berlusconi. C'è bisogno di altro per spiegare che Berlusconi è una persona che deve sparire dalla scena politica nazionale?». E alla fine arriva Luigi Di Maio, il moderato della compagnia: «La trattativa Stato-mafia c'è stata. Con le condanne di oggi muore definitivamente la Seconda Repubblica. Grazie ai magistrati di Palermo che hanno lavorato per la verità».
E tra coloro che «hanno lavorato per la verità» c'è Di Matteo, due settimane fa acclamato relatore a Ivrea nel convegno dedicato a Gianroberto Casaleggio. Il pm prende metaforicamente l'evidenziatore e segnala al popolo grillino il significato «storico» della sentenza di ieri: «Prima si era messa in correlazione Cosa nostra con il Silvio Berlusconi imprenditore, adesso questa sentenza per la prima volta la mette in correlazione col Berlusconi politico». E l'assoluzione di Nicola Mancino? In casa pentastellata fanno notare che «è arrivata solo perché sono state cancellate le telefonate con Giorgio Napolitano». Già, l'ex presidente della Repubblica. Meglio non nominarlo ai vari Beppe Grillo o Di Maio o Davide Casaleggio. Sono tutti convinti che si stia dando molto da fare per spingere il Pd tra le braccia del centrodestra, non potendo i numeri risicati escludere anche la Lega. «Ma tutto, pur di tenerci lontano da certe stanze, come il Viminale, i servizi, Via Arenula, la Difesa che deve comprare gli aerei che decidono gli altri», riassume un senatore grillino. Quando parla di «tentacoli che tentano ancora di avvinghiare», M5s ha le idee più chiare di quanto sembri.
Ma a parte i rapporti tra Cosa nostra e Forza Italia, a ben 24 anni di distanza dai fatti giudicati a Palermo è inutile negare che i problemi dell'Italia siano altri, Berlusconi compreso, che ha pure 82 anni. E nonostante la recente campagna per la scarcerazione di Dell'Utri. Di Maio vuole andare a tutti i costi a Palazzo Chigi e continua a pensare che l'alleato giusto sia la Lega. Ai suoi ha detto anche ieri che il capo del Carroccio potrebbe anche solo limitarsi ad andare ad Arcore e dire all'ex alleato: «Nulla di personale, ma sei divisivo». Ma gli altri big del Movimento si spingono oltre e credono che la base leghista, «come la nostra, sia pulita e intransigente, e quindi non possa perdonare l'accostamento tra Forza Italia e i boss». E Fratelli d'Italia? Non c'è nessun veto sul partito di Giorgia Meloni e, anzi, Guido Crosetto è ritenuto un po' il Giorgetti di Fdi, «affidabile e perbene». Mentre sul fronte del famoso «secondo forno» tutto tace. Al Movimento è arrivata voce che giovedì mattina presto, Berlusconi e Matteo Renzi si sarebbero incontrati in gran segreto. Se fosse confermato, sarebbe la pietra tombale sul dialogo con il Pd.
Francesco Bonazzi
Related Articles Around the Web
Continua a leggereRiduci
I leghisti sono persuasi che l'uscita del presidente del Senato sui ministri azzurri sia arrivata apposta per far saltare il banco.Il capo dello Stato deciderà solo lunedì come muoversi dopo il flop della Casellati. Matteo Salvini si è autocandidato per un pre incarico. Più probabile che il Quirinale affidi l'esplorazione a Roberto Fico per tastare il terreno con il Pd.Nel tour elettorale in Molise Silvio Berlusconi spara sui pentastellati: «È il partito dei disoccupati. La gente ha votato male». E disegna un'altra alleanza: «Con Misto e saggi del Pd».Ma il segretario dei lumbard è al limite: «Voglio fare un governo con una coalizione fino a ieri compatta e se qualcuno se ne tira fuori per andare con i dem la responsabilità è sua». La strada è chiedere l'incarico «da solo» con i grillini. E valutare le scelte di Fratelli d'ItaliaIntanto il Movimento 5 stelle usa le condanne del processo sulla trattativa contro Forza Italia: «Cambiato il film delle consultazioni». La voce: incontro segreto tra il leader di forzista e Matteo Renzi. Lo speciale contiene cinque articoli. Cercate la spilla a forma di farfalla, e capirete il retroscena della trattativa fallita. «Certo che se anche chi dovrebbe fare la mediazione poi non media...». È amarissimo Matteo Salvini, con i suoi, riferendo a caldo del tentativo andato a vuoto - proprio a un passo dall'accordo - a suo dire per via dell'intervento della presidente del Senato Elisabetta Casellati. Fino a un attimo dal deragliamento, per giunta, giovedì sembrava tutto a posto: dichiarazioni preparatorie e propiziatorie, una lunga telefonata tra il leader del Carroccio e il capo politico del M5s, toni cordiali, diplomazia generazionale e tambureggiamento su Whatsapp. Era questa la tela visibile di un patto in cui Forza Italia avrebbe dato, formalmente, il suo appoggio esterno a un governo di coalizione giallo-verde, salvando tutte le apparenze. Poi nel momento cruciale il gelo, l'incomprensione e la rottura, con i suoi strascichi avvelenati, compresa quella frase dell'esploratrice che è rimasta appesa come una corda in casa dell'impiccato: «Per i ministeri si pensa a nomi come Mara Carfagna, o Lucio Malan...». Ovvero a forzisti doc, ancorché prestigiosi, ma visibili e riconoscibili con bollo e timbro di partito. E che dire poi delle altre frasi che avevano fatto rabbrividire i pentastellati, quelle sull'impraticabilità della flat tax e del reddito di cittadinanza? Vere e proprie docce scozzesi, per chi sognava un patto da comunicare già al pubblico dopo le consultazioni. Tutto il contrario - cioè - di quello che prevedeva l'accordo stabilito tra i due leader, quello che in origine prevedeva personalità «vicine agli azzurri», che sarebbero state nominate, teoricamente in quota Salvini, per non complicare la già difficilissima diplomazia con Di Maio. Ma la Casellati, in quel momento, parlava come rappresentante di Forza Italia o come mediatrice su mandato del Quirinale? Chi dava corpo a quella terza persona apparentemente impersonale? Ovvio che il dilemma interpretativo oggi si ponga, soprattutto in vista del futuro, con Salvini che minaccioso promette «scendo in campo io», proprio perché deluso da ogni mediazione. Cercate la spilla a farfallina di conio arcoriano, che nell'iconografia di questi giorni è rimasta visivamente - come sempre accade in politica - come il simbolo di una doppia appartenenza in una partita complessa. Le pesanti porte dorate ottocentesche del Senato, e il monile di pregio che il Cavaliere regalava come se fosse la sua legion d'onore a fedelissimi e fedelissime (Olgettine incluse), mal si conciliano tra di loro. E infatti siccome tutti conoscono le doti di mediazione della Casellati, sulle frasi che hanno segnato la rottura l'interrogativo si pone: sono state dette con leggerezza (fatto assai improbabile) oppure l'esploratrice azzurra aveva davvero in animo di marcare il territorio, e di porre l'asticella in un livello invalicabile? Il sospetto di Salvini nel giorno del patatrac era esattamente questo, e l'espressione di sconcerto era ben leggibile sul suo volto quando, appena arrivato in Molise, per telefono gli veniva relazionato l'accaduto. Prima che il leader del centrodestra potesse dire una sola parola - altro dettaglio rivelatore - era già in rete un comunicato ufficiale di Forza Italia. Troppa sintonia tra quei colloqui, quelle frasi apparentemente improvvide, e la nota di partito azzurra, diffusa a tempo di record. Troppo sibillina la frase di Di Maio: «Noi siamo il M5s, oltre una certa soglia non possiamo andare». Più netta l'enunciazione strategica di Rocco Casalino, capo della comunicazione del Movimento, nel giorno dell'elezione di Fico: «Chi pensa che noi ci mettiamo a fare trattative per i ministri con il pallottoliere non ha capito nulla, né di noi, né dei nostri elettori!». E così, alla fine, è toccato alla Casellati - ironia della sorte - riferire della posizione ormai irremovibile di Di Maio: «Mai con Berlusconi, sì a un governo con Salvini e appoggio esterno di Fi-Fdi». Forse la presidente del Senato ha avuto un eccesso di zelo, uno scrupolo trattativista segnato dalla sua appartenenza. Oppure - ed è questo il sospetto più nero di Salvini - la farfallina azzurra si è posata esattamente dove voleva: una frase di troppo per poter ottenere un risultato in più, ma desiderato. Far saltare quel governo con appoggio esterno di Forza Italia, e personalità non direttamente riconducibili al Cavaliere, che tanto faceva soffrire lo stato maggiore berlusconiano.Luca Telese<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lega-sospetta-la-casellati-2561820847.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mattarella-prende-altro-tempo-e-scalda-il-fornello-ai-democratici" data-post-id="2561820847" data-published-at="1777012778" data-use-pagination="False"> Mattarella prende altro tempo e scalda il fornello ai democratici «Ringrazio tutti i leader per avere avviato una discussione che pur nella diversità di opinioni ha consentito di evidenziare spunti di riflessione politica. Sono certa che il presidente Sergio Mattarella saprà individuare il percorso migliore da intraprendere». All'uscita dall'incontro al Quirinale con il presidente della Repubblica la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, pronuncia parole che stridono con la caciara di insulti incrociati che Fi e M5s si stanno scambiando in quegli stessi minuti. La Casellati ha esposto a Mattarella il risultato della sua missione da esploratrice: la possibilità di una maggioranza di governo composta da M5s e centrodestra c'è, anche se la strada per giungere all'obiettivo è assai dissestata. Mattarella ascolta e decide, per ora, di non decidere. Due giorni di riflessione, poi il capo dello Stato archivierà definitivamente la possibilità di mettere in piedi una maggioranza, anzi una «coalizione» come da lui esplicitamente richiesto, che sarebbe stata larghissima numericamente, ma che mai vedrà la luce a causa dei veti e dei controveti. Il prossimo passo di Mattarella? Il Colle, nella giornata di ieri, ha avuto modo di confrontarsi con i suoi consiglieri. La base dalla quale partire non sono certo gli insulti che Silvio Berlusconi e il M5s si sono scambiati in questo venerdì di torrida campagna elettorale, ma le posizioni espresse ufficialmente dai grillini e dal centrodestra alla Casellati. La chiusura di Luigi Di Maio a ogni ipotesi di concedere pari dignità agli eventuali alleati è un ostacolo difficile da superare, tanto più che il «veto», ora, non riguarda più solo Forza Italia, ma anche Fratelli d'Italia. Di Maio, in sostanza, vuole che Matteo Salvini «scarichi» mezza coalizione. Il leader leghista, ieri, ha chiesto l'incarico. Ma a nome di chi? Della Lega? Del centrodestra? Della Lega e di Fratelli d'Italia? Della Lega e del M5s? «Centrodestra e sinistra sono categorie superate», ha detto Salvini, «aspettiamo Mattarella, io mi metterò a disposizione, spero con tutta la squadra, se qualcuno guarda a sinistra tanti auguri. Aspettiamo la riflessione. Spero di essere oggetto di questa riflessione ma non so se posso ambire a tanto». Toni sarcastici, quelli del leader leghista nei confronti di Mattarella, che il capo dello Stato non può certamente apprezzare. Tanto più che, al Colle, risuonano come una forzatura. Salvini non può reclamare un incarico pieno, finché non dimostrerà di avere i numeri per formare una maggioranza. Se l'accordo M5s - centrodestra non è praticabile, l'ipotesi di un incarico per verificare la possibilità di far nascere una «coalizione» Lega-M5s potrebbe basarsi solo su una rottura del centrodestra. Rottura che a leggere le dichiarazioni c'è, ma che ufficialmente non è mai stata certificata: appena l'altro ieri Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi sono stati insieme dalla Casellati. La Lega dovrebbe sancire in maniera formale l'addio agli alleati e la volontà di raggiungere l'intesa con il M5s prima di rivendicare un incarico di governo per varare l'esecutivo legastellato. In quel caso, però, Salvini sarebbe semplicemente il segretario di un partito del 17%, alleato con uno, il M5s, che ha il 32%. Quindi, secondo le logiche rigorose del Quirinale, se proprio un incarico esplorativo per verificare la possibilità di un governo Lega-M5s dovesse essere conferito, il destinatario sarebbe Di Maio e non Salvini. È molto probabile che, nell'attesa che Salvini decida se continuare a presentarsi al Colle come leader del centrodestra (come avvenuto la scorsa settimana) o indossare esclusivamente i panni di segretario della Lega, Mattarella proseguirà sul percorso previsto, ovvero conferirà al presidente della Camera, Roberto Fico, un mandato esplorativo analogo a quello ricevuto dalla Casellati, per verificare se è possibile formare una maggioranza di governo Pd-M5s-Leu. Di Maio ha ripetuto in ogni circostanza che per lui Lega e Pd pari sono, e quindi, per Mattarella, la strada è spianata. L'unica possibilità che hanno i «ragazzi», ovvero Salvini e Di Maio, di evitare questo scenario, per entrambi catastro(fico), è comunicare ufficialmente a Mattarella, nelle prossime 36 ore, di aver raggiunto un'intesa su programma e premier, e soprattutto, cosa che il presidente della Repubblica considera indispensabile, sulla collocazione dell'Italia nello scenario internazionale. Salvini, quindi, dovrebbe ufficializzare l'addio a Berlusconi tra oggi e domani, a urne aperte in Molise e a una settimana dal voto in Friuli Venezia Giulia. Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/la-lega-sospetta-la-casellati-2561820847.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="berlusconi-archivia-i-5-stelle-li-manderei-a-pulire-i-cessi" data-post-id="2561820847" data-published-at="1777012778" data-use-pagination="False"> Berlusconi archivia i 5 stelle: «Li manderei a pulire i cessi» LaPresse Peggio di un caterpillar in azione, Silvio Berlusconi pare aver deciso che è arrivato il momento di buttare giù tutto, azzerando ogni possibilità di un accordo per formare il governo tra l'intero centrodestra e il Movimento 5 stelle. E nel giorno in cui Matteo Salvini fa capire che è ancora in atto un confronto con Luigi Di Maio, nonostante il mandato esplorativo affidato dal Quirinale al presidente del Senato si sia risolto con un nulla di fatto, il Cavaliere sale su un palco a Larino, in provincia di Campobasso, nel Molise diventato capitale della politica nazionale, e manda all'aria tutto, confermando di non aver ancora digerito la leadership leghista nel centrodestra: «Nessun accordo è possibile con i 5 stelle, un partito che non conosce l'Abc della democrazia, che prova invidia sociale, formato solo da disoccupati, e che rappresenta un pericolo per l'Italia. Di Maio ha una buona parlantina, non posso negarlo, ma non ha mai combinato niente di buono per sé, per la sua famiglia, per il Paese. Non possiamo affidare l'Italia a gente come lui». Un attacco frontale, insomma. Che arriva dopo la richiesta ad avere «pari dignità» formulata nei confronti di Luigi Di Maio, sempre contrario all'ingresso di Forza Italia nel governo. Giudizio ribaltato in meno di 24 ore: «Gli italiani hanno votato molto male. Seguo tutto con disgusto». Urla rabbia, Berlusconi. E quando la fedelissima Licia Ronzulli prova a sottrarlo dall'assalto dei cronisti, è lui ad allontanare in maniera brusca la senatrice e ad affondare nuovi colpi. Eccola, l'insofferenza del leader di Forza Italia. Nessuna delle ipotesi in campo sembra soddisfarlo: «Non so di cosa si parli. Io credo che la soluzione sia un governo di centrodestra che trovi in Parlamento persone responsabili che diano loro i voti necessari. Tutte le altre soluzioni sono dannose per l'Italia». Un nuovo incarico esplorativo affidato stavolta al pentastellato Roberto Fico?: «Già il fatto di dare un incarico a uno così la dice lunga…». Sugli altri scenari per la formazione di un nuovo esecutivo, il leader di Forza Italia vede un'altra strada percorribile da parte del centrodestra: «Il governo del centrodestra potrebbe concretamente fare accordi con uomini saggi, con i parlamentari dei gruppi Misti e anche esponenti del Pd». Un'apertura, quella rivolta ai dem, però bocciata senza appello da Salvini: «Piuttosto che riportare al governo il Pd, faccio tre passi avanti io. Sono a disposizione personalmente e direttamente». Ma nella lunga invettiva, segno del nervosismo che accompagna questi giorni di grandi trattative, Berlusconi si spinge davvero oltre: «Che stanno a fare questi qui che non hanno mai fatto niente della vita? Ma dai… Prendiamo consapevolezza di chi sono e con chi abbiamo a che fare. Uno: 5 stelle è il partito dei disoccupati. Due: è il partito di chi vuole raggiungere il potere per togliere a chi ha e prendere per sé. Io davvero mi trovo di fronte a questo destino: a 12 anni sono dovuto scendere in piazza ad attaccare i manifesti perché ero contro i comunisti, nel 1994 scesi in campo per tutelare l'Italia dagli ex comunisti e oggi, alla mia età, devo tornare in campo per difendere il mio paese da M5s. Mi sono abbastanza rotto». La conclusione è ancora più dura nei toni: «È gente che non ha mai fatto niente nella vita: nella mia azienda li manderei a pulire i cessi». La replica dei pentastellati è affidata al senatore Nicola Morra, rappresentante dell'ala ortodossa del Movimento. «Meglio vivere onestamente, magari grazie al “pulire i cessi", piuttosto che accordarsi con la mafia. Capito, Silvio?», scrive su Twitter il rappresentante del M5s. Le frasi pronunciate durante il tour elettorale molisano squassano i già fragili equilibri su cui si regge il centrodestra. Appena le agenzie battono i primi take con le parole del Cavaliere, sono tanti i big che si aggrappano al telefono per provare a capirne di più. Stupore e sconcerto sono i sentimenti più diffusi tra molti big di Forza Italia, consapevoli che dopo questa sortita l'unità con la Lega è davvero a rischio. Non è un caso che tra i primi a buttare acqua sul fuoco delle polemiche ci sia il governatore ligure Giovanni Toti, uno dei più strenui sostenitori dell'alleanza con il Carroccio e della necessità di aprire al dialogo con il M5s: «La dichiarazioni di Berlusconi sui 5 stelle sono semplicemente annoverabili tra i cosiddetti falli di reazione sul campo. Non c'è mai stato un veto da parte di Forza Italia ad alcun accordo con i 5 stelle. È vero l'esatto contrario». Prova a mediare, Toti, in una situazione che giorno dopo giorno diventa sempre più complicata da gestire: «Il presidente Berlusconi ha parlato durante la chiusura di una campagna elettorale in una regione dove si vota, quindi è evidente che parlava più agli elettori che non alle fini strategie di Palazzo. Se un accordo di governo non si potrà fare tra il centrodestra e il M5s in tutta franchezza sarà colpa dei 5 stelle, non certo di Forza Italia o Fratelli d'Italia». Antonio Ricchio <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lega-sospetta-la-casellati-2561820847.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="salvini-avverte-lalleato-azzurro-sei-tu-quello-che-si-sfila" data-post-id="2561820847" data-published-at="1777012778" data-use-pagination="False"> Salvini avverte l'alleato azzurro: «Sei tu quello che si sfila» «La mia pazienza è finita». Fra i comodini hi-tech della Fiera del mobile di Milano, Matteo Salvini misura il grado di attitudine zen dopo le ultime bordate fra Movimento 5 stelle e Forza Italia, e scopre di essere in riserva. Spia rossa fissa. Troppi veti incrociati, troppi litigi da ballatoio davanti a milioni di elettori esterrefatti. E poiché il leader della Lega tiene in somma considerazione il sentimento della base, decide di puntare il dito non contro Luigi Di Maio che un'offerta l'ha fatta, ma contro Silvio Berlusconi che continua a rifiutarle tutte. L'alleato «sbaglia e risbaglia». Tre volte colpevole, il sommo Cavaliere, per il numero uno leghista. «Leggo con dispiacere di reciproci insulti e veti fra opposte fazioni che non portano da nessuna parte. Sbaglia Berlusconi quando dice che gli italiani non capiscono niente, hanno votato male e mostra disgusto per questo. Sbaglia Berlusconi quando dice che ci sono partiti pericolosi per la democrazia perché non ci sono partiti pericolosi e non mi piace che parli male di un partito votato da un terzo degli elettori. E risbaglia ancora quando pensa che si possa riportare al governo il Pd. Ecco, se qualcuno dalle parti di Arcore pensa di far saltare altre trattative per andare al governo con Matteo Renzi e con il Partito democratico, non è rispettoso del voto degli italiani. E lo fa senza la Lega. Se Silvio vuole andare col Pd ci vada da solo». Salvini non era mai stato così esplicito e l'alleanza non era mai stata così in bilico. Nonostante le pressioni di una fetta crescente del partito (un sondaggio Ipsos rileva che il 48% dei sostenitori della Lega sarebbe per rompere con Berlusconi), finora lui ha creduto e crede ancora nel centrodestra unito. Ma unito nelle duttilità, nelle diverse posizioni, nella valorizzazione delle differenze. La guerra di posizione di Berlusconi contro Di Maio e la ferma volontà di tenere aperta la porta ad ogni trattativa con il Pd renziano lo hanno spiazzato. Salvini era sinceramente convinto che il risultato del 4 marzo fosse metabolizzato da tutti come l'inizio di una nuova era in cui trasparenza e gioventù sono ritenute valori. Gli smarcamenti dorotei, le penombre da sacrestia, i bilancini socialisti non li regge. «La mia pazienza è finita», ribadisce Salvini mostrando una certa stanchezza. «Adesso aspetto le scelte del presidente della Repubblica. Dopo mi sentirò libero di mettermi direttamente a disposizione. Perché questi veti incrociati, queste perdite di tempo, questi ammiccamenti al Pd sia da parte di Berlusconi, sia da parte di Di Maio non hanno senso. Se serve a dare uno scrollone mi assumo direttamente la responsabilità. Se questo per me è un bene o un male non lo so. Io voglio fare un governo che rappresenti quello che gli italiani hanno votato poco tempo fa, partendo da una coalizione fino a ieri compatta. Se qualcuno se ne tira fuori, insultando e guardando a sinistra, la scelta è di questo qualcuno». Salvini ha davanti a sé due strade. La prima è contenuta nella frase: «Se Silvio vuole andare col Pd, ci vada da solo». La guerra di trincea contro Di Maio e a difesa del governissimo pone la Lega in una posizione vantaggiosa in caso di divorzio: non sarebbe più Salvini a lasciare il Cavaliere, ma il Cavaliere ad allontanarsi da lui per questa fregola di esplorare alleanze «contro natura con Matteo Renzi, Boschi, Maria Elena Banca Etruria e Mps», frase spesso usata per sintetizzare il Giglio magico. La seconda strada, appunto, è quella di chiedere l'incarico e poi cercare i voti ai 5 stelle e, bontà loro, agli alleati storici. L'urgenza sarebbe determinata da un sospetto che nella testa del leader leghista comincia a farsi largo: «Ho la netta sensazione che c'è qualcuno che vuole un governo tecnico alla Mario Monti chiesto da Bruxelles, che vuole spennare gli italiani. Per evitare questa fregatura io farò qualunque cosa, anche scendere in campo». Se lo stallo perdura si aprono scenari nuovi per Fdi, forte di un 4,3% su base nazionale e 50 parlamentari utili per una maggioranza. Ieri Giorgia Meloni ha ribadito tutta la sua contrarietà nei confronti dei diktat di Di Maio, dedicandogli una canzone di Cesare Cremonini (le vie della politica sono infinite) e chiosando su Facebook: «Nessuno vuol essere Robin, ma per essere Batman devi vincere le elezioni. L'Italia è ostaggio del disperato bisogno di Di Maio di sedere sulla poltrona da premier. È arrivato secondo alle elezioni e pretende di dettare le regole, con buona pace di quelli che raccontavano di voler cambiare le cose e si sono dimostrati attaccati alla poltrona peggio dei vecchi politicanti». Da qualche tempo lo chiama Giggino Pomicino, ma non è per niente sicuro che in caso di un «liberi tutti» del centrodestra, lei porti il partito dove vuole Berlusconi. La sintonia personale con Salvini è ottima, la consonanza di programmi verificata. Per contro, un accordo col Pd sarebbe irrealistico. L'unica risposta alla domanda «che farete?» in queste ore è: «Argomento non trattato». Per ora l'obiettivo dichiarato è l'unità del centrodestra, ma il destino di quel 4,3% è tutt'altro che scontato. In uno scenario così liquido domani arrivano le regionali del Molise, in attesa di quelle del Friuli Venezia Giulia di domenica prossima. Difficile che il risultato cambi gli equilibri, se non quelli tra Lega e Forza Italia. Se il Carroccio s'impone anche a Campobasso, dove Berlusconi si è speso moltissimo suonando perfino il bufù (un tamburo a frizione) con un gruppo folk, potrebbe essere più facile per Salvini trattare da posizione di vantaggio all'interno della coalizione. Sempre che abbia vita lunga e non venga tumulata. Eventualmente sulla lapide verrebbe incisa una micidiale battuta attribuita a Winston Churchill che comincia a girare all'interno della Lega e che Berlusconi usò 24 anni fa con Umberto Bossi durante il ribaltone: «Con amici come te non ho bisogno dei nemici». Giorgio Gandola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/la-lega-sospetta-la-casellati-2561820847.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-grillini-giocano-sporco-sulla-mafia" data-post-id="2561820847" data-published-at="1777012778" data-use-pagination="False"> I grillini giocano sporco sulla mafia LaPresse A questo punto Matteo Salvini ha solo l'imbarazzo della scelta. Tra i 5 stelle e Forza Italia? «No, tra i motivi per mollare Silvio Berlusconi al suo destino». Poco prima di cena, i vertici del Movimento fanno il punto della situazione dopo la «storica sentenza» di Palermo sulla trattativa Stato-mafia e sul ruolo di Marcello Dell'Utri come collegamento tra i boss e il primo governo Berlusconi. Luigi Di Maio twitta che «è finita la Seconda Repubblica», ma con i suoi collaboratori va più al sodo: «Questa sentenza cambia il film delle consultazioni e Salvini lo sa». E i capi di M5s si ribadiscono l'un l'altro che dopo «la tentata fregatura» del mandato Casellati c'è solo un modo per uscire dalla crisi: «L'incarico a Luigi». Quanto al pm siciliano Nino Di Matteo, anche grazie agli insulti del Cavaliere ai 5 stelle, lo aspetta un ministero di peso. Sintesi di una giornata sfigata come poche, per il capo di Forza Italia. Non poteva esserci giorno peggiore, del resto, per dire che i grillini possono al massimo pulire i cessi nelle aziende del Cavaliere. «È gente che non ha mai fatto nulla nella vita: nella mia azienda li prenderei per pulire i cessi», così scivola la frizione a Berlusconi, in un comizio a Casacalenda, in Molise. E mentre il senatore Massimo Bugani gli risponde con il sorriso, postando una foto intento a pulire i gabinetti, la sentenza palermitana cambia il clima. Un altro senatore, Nicola Morra, apre le raffiche di rappresaglia su Twitter: «Meglio vivere onestamente, magari grazie al “pulire i cessi", piuttosto che accordarsi con la #mafia. Capito, Silvio?». Riccardo Fraccaro lega i fatti dei primi anni Novanta a presunti legami oscuri che ancora si opporrebbero al cambiamento: «La sentenza cade come un macigno su un sistema di potere che tenta ancora di avvinghiare il Paese nei suoi tentacoli». Un altro degli esponenti più esperti, Carlo Sibilia, mira dritto su Arcore: «Dell'Utri è colui il quale trattava con Cosa nostra durante il governo Berlusconi. C'è bisogno di altro per spiegare che Berlusconi è una persona che deve sparire dalla scena politica nazionale?». E alla fine arriva Luigi Di Maio, il moderato della compagnia: «La trattativa Stato-mafia c'è stata. Con le condanne di oggi muore definitivamente la Seconda Repubblica. Grazie ai magistrati di Palermo che hanno lavorato per la verità». E tra coloro che «hanno lavorato per la verità» c'è Di Matteo, due settimane fa acclamato relatore a Ivrea nel convegno dedicato a Gianroberto Casaleggio. Il pm prende metaforicamente l'evidenziatore e segnala al popolo grillino il significato «storico» della sentenza di ieri: «Prima si era messa in correlazione Cosa nostra con il Silvio Berlusconi imprenditore, adesso questa sentenza per la prima volta la mette in correlazione col Berlusconi politico». E l'assoluzione di Nicola Mancino? In casa pentastellata fanno notare che «è arrivata solo perché sono state cancellate le telefonate con Giorgio Napolitano». Già, l'ex presidente della Repubblica. Meglio non nominarlo ai vari Beppe Grillo o Di Maio o Davide Casaleggio. Sono tutti convinti che si stia dando molto da fare per spingere il Pd tra le braccia del centrodestra, non potendo i numeri risicati escludere anche la Lega. «Ma tutto, pur di tenerci lontano da certe stanze, come il Viminale, i servizi, Via Arenula, la Difesa che deve comprare gli aerei che decidono gli altri», riassume un senatore grillino. Quando parla di «tentacoli che tentano ancora di avvinghiare», M5s ha le idee più chiare di quanto sembri. Ma a parte i rapporti tra Cosa nostra e Forza Italia, a ben 24 anni di distanza dai fatti giudicati a Palermo è inutile negare che i problemi dell'Italia siano altri, Berlusconi compreso, che ha pure 82 anni. E nonostante la recente campagna per la scarcerazione di Dell'Utri. Di Maio vuole andare a tutti i costi a Palazzo Chigi e continua a pensare che l'alleato giusto sia la Lega. Ai suoi ha detto anche ieri che il capo del Carroccio potrebbe anche solo limitarsi ad andare ad Arcore e dire all'ex alleato: «Nulla di personale, ma sei divisivo». Ma gli altri big del Movimento si spingono oltre e credono che la base leghista, «come la nostra, sia pulita e intransigente, e quindi non possa perdonare l'accostamento tra Forza Italia e i boss». E Fratelli d'Italia? Non c'è nessun veto sul partito di Giorgia Meloni e, anzi, Guido Crosetto è ritenuto un po' il Giorgetti di Fdi, «affidabile e perbene». Mentre sul fronte del famoso «secondo forno» tutto tace. Al Movimento è arrivata voce che giovedì mattina presto, Berlusconi e Matteo Renzi si sarebbero incontrati in gran segreto. Se fosse confermato, sarebbe la pietra tombale sul dialogo con il Pd. Francesco Bonazzi
Navi ormeggiate a un'imbarcazione ancorata vicino alla costa a Bandar Abbas, città portuale affacciata sul Golfo Persico e sullo Stretto di Hormuz (Getty Images)
La crisi nello Stretto di Hormuz si intensifica in una sequenza di mosse militari, dichiarazioni politiche e operazioni sul campo che delineano uno scenario sempre più teso tra Stati Uniti e Iran. Nelle ultime ore, Washington ha rafforzato la propria postura operativa nell’area. Il Comando centrale statunitense ha confermato di aver imposto a 31 navi di invertire la rotta o rientrare in porto, nell’ambito del blocco navale contro Teheran, mentre la Marina americana ha condotto un’operazione nell’Oceano Indiano, fermando la petroliera senza bandiera M/T Majestic X, accusata di trasportare greggio iraniano. Secondo il Dipartimento della Difesa, si è trattato di un’interdizione marittima con ispezione, inserita in una strategia più ampia per interrompere le reti di commercio illegale legate all’Iran. Il Centcom ha inoltre reso noti i nomi di due delle oltre 30 navi a cui le sue forze hanno ordinato di invertire la rotta o di tornare in porto nell’ambito del blocco contro l’Iran. Le due petroliere iraniane, la Hero II e la Hedy, sono «ancorate a Chah Bahar, in Iran, dopo essere state intercettate dalle forze statunitensi all’inizio di questa settimana», ha dichiarato il Centcom, smentendo le notizie secondo cui le due navi avrebbero violato il blocco. Il messaggio di Washington è netto: le acque internazionali non possono essere utilizzate come rifugio per attività sanzionate. Il Pentagono ha ribadito l’intenzione di limitare la libertà di movimento delle navi coinvolte in traffici ritenuti illeciti, sottolineando che le operazioni proseguiranno su scala globale.
Sul piano politico, il presidente Donald Trump ha rivendicato un controllo totale sullo Stretto di Hormuz, sostenendo che nessuna imbarcazione può transitare senza autorizzazione americana. In una serie di dichiarazioni, ha inoltre ordinato alla Marina di colpire e distruggere qualsiasi mezzo sospettato di posare mine nelle acque dello stretto, senza alcuna esitazione. Lo stesso Trump ha poi annunciato il potenziamento delle operazioni di sminamento, chiedendo che le attività vengano intensificate fino a triplicarne l’intensità. Il tema delle mine è centrale nella gestione della crisi. Le operazioni di bonifica si basano su tecnologie avanzate: droni di superficie dotati di sonar, come il Common Uncrewed Surface Vessel, scandagliano il fondale marino individuando eventuali ordigni. A questi si affiancano sistemi subacquei autonomi, tra cui i modelli MK18 Mod 2 Kingfish e Knifefish, capaci di esplorare aree prestabilite e segnalare la presenza di mine. Una volta localizzate, le cariche possono essere neutralizzate attraverso robot telecomandati o mediante detonazioni controllate. In questo contesto, anche altri attori internazionali iniziano a prepararsi a un possibile coinvolgimento diretto. Il comandante della Marina tedesca, Inka von Puttkamer, ha dichiarato: «Le squadre di sminamento si preparino per essere dispiegate a Hormuz». Gli equipaggi del terzo Squadrone di dragaggio mine della Marina tedesca si stanno infatti attualmente preparando per un potenziale dispiegamento nello Stretto. La Marina tedesca dispone di «dieci cacciamine di classe Frankenthal» e un terzo delle navi e delle imbarcazioni «è sempre pronto per il dispiegamento». Le unità, secondo quanto dichiarato dal comandante, sono «equipaggiate con droni in grado di localizzare vari tipi di oggetti, come le mine, e possono esplorare in modo indipendente una specifica area del mare».
Secondo analisti militari, la fase di individuazione degli ordigni potrebbe essere relativamente rapida, mentre la loro distruzione richiede operazioni più complesse e articolate. In questo contesto, il Pentagono ha smentito le indiscrezioni secondo cui sarebbero necessari sei mesi per completare la bonifica dello Stretto. Il portavoce Sean Parnell ha definito tali valutazioni non plausibili e ha accusato parte dei media di aver diffuso informazioni distorte provenienti da briefing riservati. Sul fronte opposto, anche Teheran si muove sul piano politico ed economico. Il Parlamento iraniano e il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale stanno esaminando un piano per assumere il controllo sovrano dello Stretto di Hormuz, anche se la decisione finale non è ancora stata presa. Intanto, l’Iran ha riscosso i primi introiti dai pedaggi imposti sullo Stretto di Hormuz, ha dichiarato un parlamentare iraniano. Hamid Reza Haji Babaei, vicepresidente del Parlamento, ha affermato che i fondi ricavati dal transito delle navi attraverso lo stretto sono stati depositati sul conto del Tesoro, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa semi-ufficiale Tasnim. L’Iran non ha specificato l’ammontare del pedaggio riscosso, che contravviene a una convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, non ratificata dall’Iran. La tensione si riflette anche negli episodi operativi registrati negli ultimi giorni. La nave Epaminondas, battente bandiera liberiana e di proprietà greca, è stata oggetto di un’azione da parte delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, che ne avevano bloccato la navigazione e condotto ispezioni a bordo. Secondo il ministro degli Esteri greco, l’imbarcazione è ora ferma e non vi sarebbero più cittadini iraniani a bordo, segno che l’operazione si è conclusa. Questi eventi si inseriscono in una dinamica più ampia di sequestri e contro-sequestri che stanno trasformando lo stretto in un punto critico del commercio globale. Le Guardie Rivoluzionarie hanno già fermato altre navi commerciali, mentre gli Stati Uniti proseguono con operazioni di interdizione.
Donald proroga la tregua sine die
L’incertezza è ancora la protagonista delle trattative tra l’Iran e gli Stati Uniti. Oltre a non esserci una data sul prossimo round di colloqui, non è dato sapere quanto tempo Washington abbia concesso a Teheran per presentare una proposta.
La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha infatti riferito che «il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non ha fissato una scadenza precisa per ricevere una proposta iraniana» e quindi anche per il cessate il fuoco. Il tycoon alla Bbc ha ribadito: «Abbiamo annientato l’Iran». E non ha ancora digerito il mancato intervento degli alleati della Nato al suo fianco: «Non ho mai avuto bisogno di loro, ma avrebbero dovuto esserci. Ho voluto vedere se volessero essere coinvolti o meno, è stato più che altro un test». Intanto Israele, insofferente alla via diplomatica, è pronto a riprendere i bombardamenti: il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha affermato che Tel Aviv «attende il via libera degli Stati Uniti per completare l’eliminazione della dinastia Khamenei» e «per riportare l’Iran all’età della pietra».
Certo è che i colloqui sono in una fase di stallo. A parlarne all’emittente Al Arabiya è stato un diplomatico pachistano: «I progressi sono estremamente limitati». Ha spiegato che Washington vuole mantenere le sanzioni imposte contro l’Iran. Dall’altra parte, per Teheran, il blocco navale americano ai porti del regime «costituisce l’ostacolo alla partecipazione iraniana ai negoziati». I mediatori di Islamabad stanno quindi «cercando di convincere l’Iran a recarsi» nella capitale del Pakistan «per ottenere un allentamento del blocco navale».
Ma le dichiarazioni rilasciate ieri non mostrano flessibilità. Il parlamentare iraniano Ali Khezrian ha infatti commentato che la Guida suprema Mojtaba Khamenei «si oppone fermamente a qualsiasi prolungamento dei negoziati alle condizioni attuali». A dire che Teheran non ha intenzione di trattare è stato anche il vicepresidente del Parlamento iraniano, Hamidreza Haji Babaei: «Qualsiasi negoziato è vietato finché gli Stati Uniti non ammetteranno la sconfitta».
Tra l’altro, sono emersi alcuni dettagli sui motivi che hanno portato all’annullamento martedì del secondo round di colloqui. Secondo quanto riportato da Iran International, a far saltare le trattative sono state le spaccature all’interno della leadership iraniana. Si parla di tensioni tra i sostenitori del presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, e le figure vicine all’Ufficio di Khamenei. Pare che la delegazione iraniana fosse pronta a partire alla volta di Islamabad, ma un messaggio proveniente dall’entourage di Khamenei ha bloccato tutto: ha messo il veto alle discussioni sulla questione nucleare. E ha pure rimproverato la squadra iraniana per i colloqui precedenti. Ed ecco quindi che il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha riconosciuto che sarebbe stato inutile partecipare alle trattative.
Nel frattempo, Al Arabiya ha svelato che a Islamabad sono sempre presenti le delegazioni tecniche deputate a preparare i negoziati. Che il Pakistan sia pronto a ospitare i colloqui in qualsiasi momento è evidente dalle misure di sicurezza ancora presenti nella capitale: le strade sono deserte, i negozi sono chiusi, gli impiegati lavorano da casa. Ieri, intanto, Islamabad è stata la sede dell’incontro tra il ministro dell’Interno pachistano, Mohsin Naqvi, e l’ambasciatrice statunitense Natalie Baker: i due hanno discusso «degli sforzi diplomatici» per organizzare gli eventuali negoziati.
Capo della Marina Usa silurato nel bel mezzo di un blocco navale
Nuovo scossone al Pentagono. Il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha di fatto silurato il segretario alla Marina, John Phelan. La mossa è arrivata mentre gli Stati Uniti stanno implementando un blocco ai porti iraniani. Tutto questo, mentre ieri Donald Trump ha ordinato alle navi statunitensi di distruggere le imbarcazioni posamine che Teheran sta usando nello Stretto di Hormuz. Secondo quanto riferito dalla Cnn, sarebbero principalmente due le ragioni del siluramento di Phelan. Hegseth avrebbe convinto Trump della necessità del suo allontanamento a causa delle lungaggini che stanno caratterizzando le riforme della cantieristica navale. Tuttavia, più in profondità, la testata ha riferito che il capo del Pentagono non vedeva di buon occhio il rapporto diretto che Phelan, storico finanziatore di Trump, intratteneva con lo stesso inquilino della Casa Bianca. «Phelan non capiva di non essere il capo. Il suo compito è eseguire gli ordini ricevuti, non eseguire gli ordini che lui ritiene debbano essere dati», ha dichiarato una fonte ad Axios, confermando così che Hegseth si sentiva in qualche modo scavalcato dal segretario alla Marina.
Non è del resto una novità che il capo del Pentagono tema per la sua poltrona. A inizio aprile, Hegseth silurò il capo di Stato maggiore degli Stati Uniti, Randy George: una figura che era assai vicina all’attuale segretario all’Esercito, Dan Driscoll, il quale è a sua volta un fedelissimo del vicepresidente statunitense, JD Vance. I rapporti tra Hegseth e Driscoll erano d’altronde tesi già dallo scorso settembre: in particolare, il capo del Pentagono ha sempre temuto l’eventualità che il segretario all’Esercito potesse prima o poi fargli le scarpe. Lo scontro tra i due si è acuito con la guerra in Iran, soprattutto mentre Vance acquisiva peso nella gestione della crisi. Trump ha infatti incaricato il suo vice di supervisionare il processo diplomatico con Teheran: è d’altronde noto come il numero due della Casa Bianca fosse originariamente scettico verso un’operazione militare su larga scala contro il regime khomeinista. E infatti, all’interno dell’amministrazione statunitense, Vance è forse la voce maggiormente propensa a una soluzione diplomatica per la crisi iraniana. Di contro, Hegseth, nelle scorse settimane, ha mostrato fastidio verso le prospettive di un cessate il fuoco con Teheran e, ai vertici di Washington, rappresenta l’ala più battagliera nei confronti degli ayatollah.
Ecco che quindi il «caso Driscoll» è venuto a inserirsi in un quadro più ampio, che trascende la sola questione delle gelosie di Hegseth. E attenzione: la tensione sta aumentando. La scorsa settimana il segretario all’Esercito, parlando in audizione alla Camera, si è detto «dispiaciuto» per il siluramento di George. Una presa di posizione significativa, con cui Driscoll ha preso esplicitamente le distanze dal capo del Pentagono. Nell’occasione, secondo il Washington Post, i deputati repubblicani presenti si sarebbero schierati con il segretario all’Esercito, deplorando il licenziamento di George. Questo significa che il malumore verso Hegseth sta crescendo anche nella pattuglia parlamentare del Gop. Un segnale, questo, che è abbastanza inquietante per il capo del Pentagono. Ricordiamo che il recente siluramento di Kristi Noem da segretario per la Sicurezza interna è stato preceduto da critiche che le erano arrivate da alcuni parlamentari del Partito repubblicano. Tutto questo potrebbe aver ulteriormente alimentato i timori di Hegseth. E potrebbe anche contribuire a spiegare il licenziamento di Phelan.
Continua a leggereRiduci
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Così le manovre del centrodestra sono state scritte con l’inchiostro di Bruxelles: nessuna sbavatura circa gli impegni economico/finanziari, sguardo sul contenimento della spesa pubblica, a maggior ragione dopo la riforma del Patto di stabilità votato da questo esecutivo. Poche concessioni alle promesse elettorali, se non qualcosa sul taglio delle tasse a favore dei più deboli.
Per dirla in breve, il ministro dell’Economia, Giorgetti, ha agito in linea di continuità con lo spirito di Mario Draghi, del quale è stato ministro dello Sviluppo economico ed è amico. Più gli chiedevano di allargare i cordoni della borsa e più il Mef si trincerava dietro il rigore dei conti. Chi conosce le cose interne dei Palazzi ci dice che tanto rigore nascondeva una strategia: far fieno in cascina da liberare con l’ultima manovra, quella del rush finale elettorale. «Speravamo di poter essere tranquilli per un’operazione sulla falsariga dei fuochi d’artificio tipo gli 80 euro di Renzi».
Invece, cosa è accaduto è noto: non bastando la guerra in Ucraina, si è messo pure l’«amico» Donald Trump a complicare le cose andando a bombardare l’Iran, creando lo strozzamento nello Stretto di Hormuz con quel cortocircuito che ora preoccupa imprese e famiglie. Soprattutto sul fronte energetico, cioè le bollette.
A complicare ancor più il quadro ci si è messa infine l’Unione europea con la sua intransigenza contabile, negando di derogare il Patto di stabilità. Era stato il lettone Valdis Dombrovskis, all’inizio del mese, a sbattere la porta in faccia a chi chiedeva maggiore elasticità: «Le condizioni per attivare una clausola generale di salvaguardia per sospendere il Patto di stabilità debbono avere una grave recessione economica e attualmente non siamo in questo scenario». Come a dire, siccome non siamo ancora in rianimazione, le regole non si toccano e il tabù non si infrange.
E così per un pelino contabile (un deficit pubblico leggermente superiore al 3% del Pil) ci ritroviamo ancora dentro la procedura d’infrazione e quindi ancora sotto osservazione per tutto il 2026. Noi come dieci altri Stati della Ue. Sorvegliati speciali, dicono, per un fanatismo fiscale che a Bruxelles non ammette deroghe e sbavature. Ma quel che in Europa non capiscono è che la concessione di una deroga coincideva con un rilancio dell’economia, delle imprese, delle famiglie, dei consumi. Invece no: intransigenza assoluta. Ma non è tutto. Laddove fossimo stati bravi coi conticini e quindi fossimo usciti dalla procedura d’infrazione, la Commissione ci avrebbe «obbligati» a indebitarci per comprare in primis le armi e poi dare un po’ di fiato sulle bollette.
Una assurdità totale. Tanto che persino il mite e misurato Giorgetti alla fine ha perso quella pazienza trasmessa dal papà pescatore, il mitico Natale, presidente della Cooperativa. E, con eleganza, ha fatto capire le prossime intenzioni del governo nella premessa del Documento di finanza pubblica (cioè l’intesa che definisce il perimetro della prossima manovra). «I margini di bilancio risultano particolarmente assottigliati in ragione sia del lieve deterioramento dei principali indicatori di finanza pubblica, sia della necessità di intervenire in maniera ancora più decisa per contrastare con interventi mirati gli effetti del rincaro delle materie prime energetiche. Di conseguenza, sarà necessario ridefinire le priorità e riprogrammare gli aumenti previsti in altri ambiti, ivi inclusa la Difesa».
Una glossa in perfetto vocabolario finanziario, una bella avvertenza politica che noi gazzettieri populisti così traduciamo: al diavolo le armi. Le parole di Giorgetti rappresentano il nuovo paradigma del governo Meloni: i soldi li metteremo per alleggerire le bollette degli italiani e non per comprare armi come da intese di Ursula Von der Leyen. Da Roma il messaggio verso la Commissione sta partendo forte e chiaro: se lo capiscono bene, altrimenti si arrangiassero perché noi faremo così lo stesso. Non si può morire per andar dietro alle fisime contabili della Ue.
Mi sembra un cambio di passo notevole, una spallata a quelle regole assurde che difendono come il Sacro Graal. Non so se questa nuova dimensione è il ripristino delle vecchie regole della casa «sovranista» che tanto piacquero nel 2022 alla maggioranza degli elettori, ma è un bene che nelle stanze del Mef si siano convinti che essere troppo ligi non serve a niente e che i compitini ci hanno rovinato. Ha ragione Gabriele Guzzi, autore del prezioso libro EuroSuicidio: «Le regole di bilancio sono il simbolo massimo del suicidio dell’Europa. Negli ultimi 30 anni l’Italia ha fatto oltre 1.000 miliardi di avanzo primario per seguire queste regole, e ci hanno portato meno crescita e più debito in rapporto al Pil. Ma non sono il frutto di un errore: sono servite sempre a favorire le nazioni più potenti e la loro egemonia, anche quando venivano applicate ai nemici e condonate agli amici. Ma forse il gioco gli si sta rompendo in mano».
Continua a leggereRiduci
Giuseppe Conte (Ansa)
Peccato che i numeri e le relazioni delle autorità finanziarie dicano altro e cioè da tempo abbiano riconosciuto che il provvedimento introdotto da Conte e da lui più volte sventolato in campagna elettorale abbia creato gravi problemi di finanza pubblica. Ve lo ricordate quando l’ex premier concludeva i comizi dicendo che grazie a lui gli italiani avevano la possibilità di ristrutturare la casa gratuitamente? Scandiva con forza l’avverbio perché avesse più presa sull’elettorato: gra-tui-ta-men-te. In realtà il bonus 110 per cento non era affatto gratuito. A pagare era lo Stato e di conseguenza i contribuenti. Così si sono scaricati sui conti pubblici gli affari di alcune centinaia di migliaia di famiglie che con il denaro statale si sono rifatti casa.
Conte si nasconde dietro la scusa che questo è servito a rilanciare l’economia nazionale dopo il Covid. Gli studi di Banca d’Italia - istituto indipendente - hanno già abbondantemente smentito questa frottola. L’aumento del Pil ottenuto con il Superbonus non solo è stato più basso di quanto viene detto, e dunque non è stato ripagato da un aumento delle entrate, ma almeno la metà dei lavori sussidiati con denaro pubblico sarebbero stati fatti ugualmente, perché i proprietari degli immobili erano già intenzionati a farli. Dunque, quello di Conte e dei 5 stelle è stato un autentico regalo, fatto utilizzando risorse che potevano essere destinate a sostenere sanità e scuola, ma anche la riduzione delle tasse. Cito non a caso settori che avrebbero potuto beneficiare dei soldi sprecati con il Superbonus, perché sono quelli su cui la coalizione giallorossa oggi all’opposizione insiste di più, accusando l’attuale maggioranza di non aver fatto nulla per migliorare istruzione, liste d’attesa negli ospedali e pressione fiscale. Che cosa sarebbe stato possibile finanziare con 120 miliardi, cifra che è pari al bilancio dell’intero settore scolastico e poco di meno di quello della salute? Aggiungo di più. Le ricerche di Banca d’Italia e dell’Ufficio parlamentare di bilancio, altra authority indipendente, hanno chiarito che il Superbonus è andato a vantaggio dei ceti più abbienti e questo mentre l’opposizione giallorossa continua a parlare di un aumento della povertà in Italia (per altro smentita dall’Istat). Quante famiglie avrebbero potuto essere aiutate con i fondi regalati a chi si è ristrutturato il castello a spese dello Stato?
Infine, due ultime osservazioni. Pagella politica, sito indipendente di fact checking, ha passato al setaccio le dichiarazioni dei leader sulla questione del Superbonus. Quella che riporto è la sintesi pubblicata a dicembre 2025: «Il peso del Superbonus continua a farsi sentire, anche se non influisce direttamente sul deficit. Lo Stato ha accumulato oltre 100 miliardi di debito aggiuntivo e dovrà gradualmente far fronte a una raccolta delle tasse più bassa a mano a mano che i crediti da ripagare maturano. È vero che lo Stato non deve più “scrivere” che ha speso un certo numero di miliardi in più, perché lo ha già fatto nel momento in cui ha concesso il credito. Ma questo non toglie che è proprio quest’anno che dovrà rinunciare a delle risorse dal punto di vista finanziario a causa delle mancate entrate fiscali».
Ultima citazione da Liberi oltre le illusioni, associazione che promuove il pensiero critico e la divulgazione scientifica: «Il Rapporto sulla politica di bilancio 2025 dell’Ufficio parlamentare di bilancio e numerose fonti indipendenti mostrano che il Superbonus è stato caratterizzato da inefficienza economica, effetti regressivi, inflazione settoriale e un’eredità fiscale pesantissima. Questa misura non è un modello da imitare, ma un caso scuola di come l’emergenza può essere usata per giustificare interventi populisti, con benefici di breve periodo e costi che ci accompagneranno per decenni».
Che altro c’è da dire? Caro Conte, basta balle, ne abbiamo sentite troppe.
Continua a leggereRiduci
Andrea Orcel (Ansa)
Un semplice investimento in un gruppo come Generali che assicura grandi rendimenti. Sono in pochi però a crederci. Il mercato si interroga visto che, con questa iniziativa, la banca guidata da Andrea Orcel diventa il terzo azionista del colosso triestino. Generali non è una società qualunque. È il centro di gravità permanente del capitalismo italiano. Gestisce montagne di risparmio, compra debito pubblico, distribuisce potere. Chi conta in Generali, conta anche altrove. Per questo Trieste non è periferia: è centrocampo. Per decenni Enrico Cuccia l’ha presidiato con feroce determinazione. La sua eredità è il 13,2% del gruppo assicurativo di proprietà di Mediobanca. Poi c’è Delfin, la holding degli eredi Del Vecchio, che presidia caselle e snodi vitali in Mps, in Mediobanca e con il 10,2% anche Generali. C’è il 6,6% di Francesco Gaetano Caltagirone, che quando entra in una partita lo fa per cambiare il gioco.
Il tempismo di Unicredit non è casuale. Solo pochi giorni fa il sistema bancario aveva assistito al nuovo ribaltone. L’assemblea di Monte dei Paschi ha confermato contro ogni pronostico Luigi Lovaglio come amministratore delegato e rimesso in movimento equilibri che molti consideravano definitivi. Ieri le nomine che segnano la vittoria della nuova governance interamente assegnata alla lista che ha vinto in assemblea: Cesare Bisoni alla presidenza e due vice, Flavia Mazzarella e Carlo Corradini. Nulla alle minoranze: Corrado Passera, considerato in pole position per una delle vicepresidenze, resta consigliere. Doveva essere il ponte fra maggioranza e minoranza. Invece nulla. Il risiko, dunque, riparte da dove si era interrotto: Siena, Milano, Trieste. Da Roma, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti osserva la scacchiera con l’aria di chi vorrebbe mettere ordine in una stanza dove tutti spostano i mobili. Il progetto preferito del Tesoro resta una qualche forma di integrazione tra Banco Bpm e Mps: dimensioni maggiori, razionalizzazione industriale, un’uscita più elegante dello Stato dal capitale del gruppo toscano Peccato che tra i desideri del governo e la realtà si frappongano fondazioni, azionisti irrequieti, personalismi, veti incrociati. E poi c’è il convitato di pietra. O meglio, di granito. Si chiama Intesa Sanpaolo. Il primo gruppo bancario del Paese osserva in apparente immobilità. l’amministratore delegato Carlo Messina ha ripetuto più volte di non voler partecipare al Far West delle aggregazioni. Ma spesso quando il leader di mercato dice di non voler ballare, probabilmente sta solo scegliendo quale musica ballare. Per ora tutti fermi e tutti in allerta.
Unicredit sale in Generali e sostiene che si tratta solo di investimento finanziario. Il mercato ascolta e annuisce con la stessa convinzione con cui a Capodanno si fanno le promesse per la dieta definitiva. Possibile, certo. Credibile, meno. Come se non bastasse, Orcel gioca su due tavoli contemporaneamente. Perché mentre entra con più decisione nel cuore del capitalismo italiano, rafforza anche la presenza in Germania. Unicredit ha infatti aumentato leggermente la partecipazione diretta con diritto di voto in Commerzbank al 26,77%, mentre la quota potenziale complessiva sale al 32,64%, grazie anche a strumenti derivati pari al 5,87% del capitale. Tradotto: mentre a casa tutti guardano Generali, Orcel allunga la mano anche su Berlino. Tutto questo perché le vecchie rendite di posizione si assottigliano, i margini si stringono, la tecnologia costa, l’Europa spinge verso campioni più grandi e il risiko non è più un capriccio da salotto: è una necessità industriale.
Continua a leggereRiduci