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2018-04-21
I sospetti del Carroccio per l’accordo sfumato puntano sulla «farfallina»
ANSA
Cercate la spilla a forma di farfalla, e capirete il retroscena della trattativa fallita. «Certo che se anche chi dovrebbe fare la mediazione poi non media...». È amarissimo
Matteo Salvini, con i suoi, riferendo a caldo del tentativo andato a vuoto - proprio a un passo dall'accordo - a suo dire per via dell'intervento della presidente del Senato Elisabetta Casellati. Fino a un attimo dal deragliamento, per giunta, giovedì sembrava tutto a posto: dichiarazioni preparatorie e propiziatorie, una lunga telefonata tra il leader del Carroccio e il capo politico del M5s, toni cordiali, diplomazia generazionale e tambureggiamento su Whatsapp. Era questa la tela visibile di un patto in cui Forza Italia avrebbe dato, formalmente, il suo appoggio esterno a un governo di coalizione giallo-verde, salvando tutte le apparenze. Poi nel momento cruciale il gelo, l'incomprensione e la rottura, con i suoi strascichi avvelenati, compresa quella frase dell'esploratrice che è rimasta appesa come una corda in casa dell'impiccato: «Per i ministeri si pensa a nomi come Mara Carfagna, o Lucio Malan...». Ovvero a forzisti doc, ancorché prestigiosi, ma visibili e riconoscibili con bollo e timbro di partito.
E che dire poi delle altre frasi che avevano fatto rabbrividire i pentastellati, quelle sull'impraticabilità della flat tax e del reddito di cittadinanza? Vere e proprie docce scozzesi, per chi sognava un patto da comunicare già al pubblico dopo le consultazioni. Tutto il contrario - cioè - di quello che prevedeva l'accordo stabilito tra i due leader, quello che in origine prevedeva personalità «vicine agli azzurri», che sarebbero state nominate, teoricamente in quota
Salvini, per non complicare la già difficilissima diplomazia con Di Maio. Ma la Casellati, in quel momento, parlava come rappresentante di Forza Italia o come mediatrice su mandato del Quirinale? Chi dava corpo a quella terza persona apparentemente impersonale? Ovvio che il dilemma interpretativo oggi si ponga, soprattutto in vista del futuro, con Salvini che minaccioso promette «scendo in campo io», proprio perché deluso da ogni mediazione. Cercate la spilla a farfallina di conio arcoriano, che nell'iconografia di questi giorni è rimasta visivamente - come sempre accade in politica - come il simbolo di una doppia appartenenza in una partita complessa. Le pesanti porte dorate ottocentesche del Senato, e il monile di pregio che il Cavaliere regalava come se fosse la sua legion d'onore a fedelissimi e fedelissime (Olgettine incluse), mal si conciliano tra di loro. E infatti siccome tutti conoscono le doti di mediazione della Casellati, sulle frasi che hanno segnato la rottura l'interrogativo si pone: sono state dette con leggerezza (fatto assai improbabile) oppure l'esploratrice azzurra aveva davvero in animo di marcare il territorio, e di porre l'asticella in un livello invalicabile? Il sospetto di Salvini nel giorno del patatrac era esattamente questo, e l'espressione di sconcerto era ben leggibile sul suo volto quando, appena arrivato in Molise, per telefono gli veniva relazionato l'accaduto. Prima che il leader del centrodestra potesse dire una sola parola - altro dettaglio rivelatore - era già in rete un comunicato ufficiale di Forza Italia. Troppa sintonia tra quei colloqui, quelle frasi apparentemente improvvide, e la nota di partito azzurra, diffusa a tempo di record. Troppo sibillina la frase di Di Maio: «Noi siamo il M5s, oltre una certa soglia non possiamo andare». Più netta l'enunciazione strategica di Rocco Casalino, capo della comunicazione del Movimento, nel giorno dell'elezione di Fico: «Chi pensa che noi ci mettiamo a fare trattative per i ministri con il pallottoliere non ha capito nulla, né di noi, né dei nostri elettori!».
E così, alla fine, è toccato alla
Casellati - ironia della sorte - riferire della posizione ormai irremovibile di Di Maio: «Mai con Berlusconi, sì a un governo con Salvini e appoggio esterno di Fi-Fdi». Forse la presidente del Senato ha avuto un eccesso di zelo, uno scrupolo trattativista segnato dalla sua appartenenza. Oppure - ed è questo il sospetto più nero di Salvini - la farfallina azzurra si è posata esattamente dove voleva: una frase di troppo per poter ottenere un risultato in più, ma desiderato. Far saltare quel governo con appoggio esterno di Forza Italia, e personalità non direttamente riconducibili al Cavaliere, che tanto faceva soffrire lo stato maggiore berlusconiano.
Luca Telese
Mattarella prende altro tempo e scalda il fornello ai democratici
«Ringrazio tutti i leader per avere avviato una discussione che pur nella diversità di opinioni ha consentito di evidenziare spunti di riflessione politica. Sono certa che il presidente Sergio Mattarella saprà individuare il percorso migliore da intraprendere». All'uscita dall'incontro al Quirinale con il presidente della Repubblica la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, pronuncia parole che stridono con la caciara di insulti incrociati che Fi e M5s si stanno scambiando in quegli stessi minuti. La Casellati ha esposto a Mattarella il risultato della sua missione da esploratrice: la possibilità di una maggioranza di governo composta da M5s e centrodestra c'è, anche se la strada per giungere all'obiettivo è assai dissestata. Mattarella ascolta e decide, per ora, di non decidere. Due giorni di riflessione, poi il capo dello Stato archivierà definitivamente la possibilità di mettere in piedi una maggioranza, anzi una «coalizione» come da lui esplicitamente richiesto, che sarebbe stata larghissima numericamente, ma che mai vedrà la luce a causa dei veti e dei controveti.
Il prossimo passo di Mattarella? Il Colle, nella giornata di ieri, ha avuto modo di confrontarsi con i suoi consiglieri. La base dalla quale partire non sono certo gli insulti che Silvio Berlusconi e il M5s si sono scambiati in questo venerdì di torrida campagna elettorale, ma le posizioni espresse ufficialmente dai grillini e dal centrodestra alla Casellati. La chiusura di Luigi Di Maio a ogni ipotesi di concedere pari dignità agli eventuali alleati è un ostacolo difficile da superare, tanto più che il «veto», ora, non riguarda più solo Forza Italia, ma anche Fratelli d'Italia. Di Maio, in sostanza, vuole che Matteo Salvini «scarichi» mezza coalizione. Il leader leghista, ieri, ha chiesto l'incarico. Ma a nome di chi? Della Lega? Del centrodestra? Della Lega e di Fratelli d'Italia? Della Lega e del M5s? «Centrodestra e sinistra sono categorie superate», ha detto Salvini, «aspettiamo Mattarella, io mi metterò a disposizione, spero con tutta la squadra, se qualcuno guarda a sinistra tanti auguri. Aspettiamo la riflessione. Spero di essere oggetto di questa riflessione ma non so se posso ambire a tanto». Toni sarcastici, quelli del leader leghista nei confronti di Mattarella, che il capo dello Stato non può certamente apprezzare. Tanto più che, al Colle, risuonano come una forzatura. Salvini non può reclamare un incarico pieno, finché non dimostrerà di avere i numeri per formare una maggioranza. Se l'accordo M5s - centrodestra non è praticabile, l'ipotesi di un incarico per verificare la possibilità di far nascere una «coalizione» Lega-M5s potrebbe basarsi solo su una rottura del centrodestra. Rottura che a leggere le dichiarazioni c'è, ma che ufficialmente non è mai stata certificata: appena l'altro ieri Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi sono stati insieme dalla Casellati. La Lega dovrebbe sancire in maniera formale l'addio agli alleati e la volontà di raggiungere l'intesa con il M5s prima di rivendicare un incarico di governo per varare l'esecutivo legastellato. In quel caso, però, Salvini sarebbe semplicemente il segretario di un partito del 17%, alleato con uno, il M5s, che ha il 32%. Quindi, secondo le logiche rigorose del Quirinale, se proprio un incarico esplorativo per verificare la possibilità di un governo Lega-M5s dovesse essere conferito, il destinatario sarebbe Di Maio e non Salvini.
È molto probabile che, nell'attesa che Salvini decida se continuare a presentarsi al Colle come leader del centrodestra (come avvenuto la scorsa settimana) o indossare esclusivamente i panni di segretario della Lega, Mattarella proseguirà sul percorso previsto, ovvero conferirà al presidente della Camera, Roberto Fico, un mandato esplorativo analogo a quello ricevuto dalla Casellati, per verificare se è possibile formare una maggioranza di governo Pd-M5s-Leu. Di Maio ha ripetuto in ogni circostanza che per lui Lega e Pd pari sono, e quindi, per Mattarella, la strada è spianata. L'unica possibilità che hanno i «ragazzi», ovvero Salvini e Di Maio, di evitare questo scenario, per entrambi catastro(fico), è comunicare ufficialmente a Mattarella, nelle prossime 36 ore, di aver raggiunto un'intesa su programma e premier, e soprattutto, cosa che il presidente della Repubblica considera indispensabile, sulla collocazione dell'Italia nello scenario internazionale. Salvini, quindi, dovrebbe ufficializzare l'addio a Berlusconi tra oggi e domani, a urne aperte in Molise e a una settimana dal voto in Friuli Venezia Giulia.
Carlo Tarallo
Berlusconi archivia i 5 stelle: «Li manderei a pulire i cessi»

LaPresse
Peggio di un caterpillar in azione, Silvio Berlusconi pare aver deciso che è arrivato il momento di buttare giù tutto, azzerando ogni possibilità di un accordo per formare il governo tra l'intero centrodestra e il Movimento 5 stelle. E nel giorno in cui Matteo Salvini fa capire che è ancora in atto un confronto con Luigi Di Maio, nonostante il mandato esplorativo affidato dal Quirinale al presidente del Senato si sia risolto con un nulla di fatto, il Cavaliere sale su un palco a Larino, in provincia di Campobasso, nel Molise diventato capitale della politica nazionale, e manda all'aria tutto, confermando di non aver ancora digerito la leadership leghista nel centrodestra: «Nessun accordo è possibile con i 5 stelle, un partito che non conosce l'Abc della democrazia, che prova invidia sociale, formato solo da disoccupati, e che rappresenta un pericolo per l'Italia. Di Maio ha una buona parlantina, non posso negarlo, ma non ha mai combinato niente di buono per sé, per la sua famiglia, per il Paese. Non possiamo affidare l'Italia a gente come lui». Un attacco frontale, insomma. Che arriva dopo la richiesta ad avere «pari dignità» formulata nei confronti di Luigi Di Maio, sempre contrario all'ingresso di Forza Italia nel governo. Giudizio ribaltato in meno di 24 ore: «Gli italiani hanno votato molto male. Seguo tutto con disgusto».
Urla rabbia, Berlusconi. E quando la fedelissima Licia Ronzulli prova a sottrarlo dall'assalto dei cronisti, è lui ad allontanare in maniera brusca la senatrice e ad affondare nuovi colpi. Eccola, l'insofferenza del leader di Forza Italia. Nessuna delle ipotesi in campo sembra soddisfarlo: «Non so di cosa si parli. Io credo che la soluzione sia un governo di centrodestra che trovi in Parlamento persone responsabili che diano loro i voti necessari. Tutte le altre soluzioni sono dannose per l'Italia». Un nuovo incarico esplorativo affidato stavolta al pentastellato Roberto Fico?: «Già il fatto di dare un incarico a uno così la dice lunga…».
Sugli altri scenari per la formazione di un nuovo esecutivo, il leader di Forza Italia vede un'altra strada percorribile da parte del centrodestra: «Il governo del centrodestra potrebbe concretamente fare accordi con uomini saggi, con i parlamentari dei gruppi Misti e anche esponenti del Pd». Un'apertura, quella rivolta ai dem, però bocciata senza appello da Salvini: «Piuttosto che riportare al governo il Pd, faccio tre passi avanti io. Sono a disposizione personalmente e direttamente».
Ma nella lunga invettiva, segno del nervosismo che accompagna questi giorni di grandi trattative, Berlusconi si spinge davvero oltre: «Che stanno a fare questi qui che non hanno mai fatto niente della vita? Ma dai… Prendiamo consapevolezza di chi sono e con chi abbiamo a che fare. Uno: 5 stelle è il partito dei disoccupati. Due: è il partito di chi vuole raggiungere il potere per togliere a chi ha e prendere per sé. Io davvero mi trovo di fronte a questo destino: a 12 anni sono dovuto scendere in piazza ad attaccare i manifesti perché ero contro i comunisti, nel 1994 scesi in campo per tutelare l'Italia dagli ex comunisti e oggi, alla mia età, devo tornare in campo per difendere il mio paese da M5s. Mi sono abbastanza rotto». La conclusione è ancora più dura nei toni: «È gente che non ha mai fatto niente nella vita: nella mia azienda li manderei a pulire i cessi».
La replica dei pentastellati è affidata al senatore Nicola Morra, rappresentante dell'ala ortodossa del Movimento. «Meglio vivere onestamente, magari grazie al “pulire i cessi", piuttosto che accordarsi con la mafia. Capito, Silvio?», scrive su Twitter il rappresentante del M5s.
Le frasi pronunciate durante il tour elettorale molisano squassano i già fragili equilibri su cui si regge il centrodestra. Appena le agenzie battono i primi take con le parole del Cavaliere, sono tanti i big che si aggrappano al telefono per provare a capirne di più. Stupore e sconcerto sono i sentimenti più diffusi tra molti big di Forza Italia, consapevoli che dopo questa sortita l'unità con la Lega è davvero a rischio.
Non è un caso che tra i primi a buttare acqua sul fuoco delle polemiche ci sia il governatore ligure Giovanni Toti, uno dei più strenui sostenitori dell'alleanza con il Carroccio e della necessità di aprire al dialogo con il M5s: «La dichiarazioni di Berlusconi sui 5 stelle sono semplicemente annoverabili tra i cosiddetti falli di reazione sul campo. Non c'è mai stato un veto da parte di Forza Italia ad alcun accordo con i 5 stelle. È vero l'esatto contrario». Prova a mediare, Toti, in una situazione che giorno dopo giorno diventa sempre più complicata da gestire: «Il presidente Berlusconi ha parlato durante la chiusura di una campagna elettorale in una regione dove si vota, quindi è evidente che parlava più agli elettori che non alle fini strategie di Palazzo. Se un accordo di governo non si potrà fare tra il centrodestra e il M5s in tutta franchezza sarà colpa dei 5 stelle, non certo di Forza Italia o Fratelli d'Italia».
Antonio Ricchio
Salvini avverte l'alleato azzurro: «Sei tu quello che si sfila»
«La mia pazienza è finita». Fra i comodini hi-tech della Fiera del mobile di Milano, Matteo Salvini misura il grado di attitudine zen dopo le ultime bordate fra Movimento 5 stelle e Forza Italia, e scopre di essere in riserva. Spia rossa fissa. Troppi veti incrociati, troppi litigi da ballatoio davanti a milioni di elettori esterrefatti. E poiché il leader della Lega tiene in somma considerazione il sentimento della base, decide di puntare il dito non contro Luigi Di Maio che un'offerta l'ha fatta, ma contro Silvio Berlusconi che continua a rifiutarle tutte.
L'alleato «sbaglia e risbaglia». Tre volte colpevole, il sommo Cavaliere, per il numero uno leghista. «Leggo con dispiacere di reciproci insulti e veti fra opposte fazioni che non portano da nessuna parte. Sbaglia Berlusconi quando dice che gli italiani non capiscono niente, hanno votato male e mostra disgusto per questo. Sbaglia Berlusconi quando dice che ci sono partiti pericolosi per la democrazia perché non ci sono partiti pericolosi e non mi piace che parli male di un partito votato da un terzo degli elettori. E risbaglia ancora quando pensa che si possa riportare al governo il Pd. Ecco, se qualcuno dalle parti di Arcore pensa di far saltare altre trattative per andare al governo con Matteo Renzi e con il Partito democratico, non è rispettoso del voto degli italiani. E lo fa senza la Lega. Se Silvio vuole andare col Pd ci vada da solo».
Salvini non era mai stato così esplicito e l'alleanza non era mai stata così in bilico. Nonostante le pressioni di una fetta crescente del partito (un sondaggio Ipsos rileva che il 48% dei sostenitori della Lega sarebbe per rompere con Berlusconi), finora lui ha creduto e crede ancora nel centrodestra unito. Ma unito nelle duttilità, nelle diverse posizioni, nella valorizzazione delle differenze. La guerra di posizione di Berlusconi contro Di Maio e la ferma volontà di tenere aperta la porta ad ogni trattativa con il Pd renziano lo hanno spiazzato. Salvini era sinceramente convinto che il risultato del 4 marzo fosse metabolizzato da tutti come l'inizio di una nuova era in cui trasparenza e gioventù sono ritenute valori. Gli smarcamenti dorotei, le penombre da sacrestia, i bilancini socialisti non li regge.
«La mia pazienza è finita», ribadisce Salvini mostrando una certa stanchezza. «Adesso aspetto le scelte del presidente della Repubblica. Dopo mi sentirò libero di mettermi direttamente a disposizione. Perché questi veti incrociati, queste perdite di tempo, questi ammiccamenti al Pd sia da parte di Berlusconi, sia da parte di Di Maio non hanno senso. Se serve a dare uno scrollone mi assumo direttamente la responsabilità. Se questo per me è un bene o un male non lo so. Io voglio fare un governo che rappresenti quello che gli italiani hanno votato poco tempo fa, partendo da una coalizione fino a ieri compatta. Se qualcuno se ne tira fuori, insultando e guardando a sinistra, la scelta è di questo qualcuno».
Salvini ha davanti a sé due strade. La prima è contenuta nella frase: «Se Silvio vuole andare col Pd, ci vada da solo». La guerra di trincea contro Di Maio e a difesa del governissimo pone la Lega in una posizione vantaggiosa in caso di divorzio: non sarebbe più Salvini a lasciare il Cavaliere, ma il Cavaliere ad allontanarsi da lui per questa fregola di esplorare alleanze «contro natura con Matteo Renzi, Boschi, Maria Elena Banca Etruria e Mps», frase spesso usata per sintetizzare il Giglio magico. La seconda strada, appunto, è quella di chiedere l'incarico e poi cercare i voti ai 5 stelle e, bontà loro, agli alleati storici. L'urgenza sarebbe determinata da un sospetto che nella testa del leader leghista comincia a farsi largo: «Ho la netta sensazione che c'è qualcuno che vuole un governo tecnico alla Mario Monti chiesto da Bruxelles, che vuole spennare gli italiani. Per evitare questa fregatura io farò qualunque cosa, anche scendere in campo».
Se lo stallo perdura si aprono scenari nuovi per Fdi, forte di un 4,3% su base nazionale e 50 parlamentari utili per una maggioranza. Ieri Giorgia Meloni ha ribadito tutta la sua contrarietà nei confronti dei diktat di Di Maio, dedicandogli una canzone di Cesare Cremonini (le vie della politica sono infinite) e chiosando su Facebook: «Nessuno vuol essere Robin, ma per essere Batman devi vincere le elezioni. L'Italia è ostaggio del disperato bisogno di Di Maio di sedere sulla poltrona da premier. È arrivato secondo alle elezioni e pretende di dettare le regole, con buona pace di quelli che raccontavano di voler cambiare le cose e si sono dimostrati attaccati alla poltrona peggio dei vecchi politicanti».
Da qualche tempo lo chiama Giggino Pomicino, ma non è per niente sicuro che in caso di un «liberi tutti» del centrodestra, lei porti il partito dove vuole Berlusconi. La sintonia personale con Salvini è ottima, la consonanza di programmi verificata. Per contro, un accordo col Pd sarebbe irrealistico. L'unica risposta alla domanda «che farete?» in queste ore è: «Argomento non trattato». Per ora l'obiettivo dichiarato è l'unità del centrodestra, ma il destino di quel 4,3% è tutt'altro che scontato.
In uno scenario così liquido domani arrivano le regionali del Molise, in attesa di quelle del Friuli Venezia Giulia di domenica prossima. Difficile che il risultato cambi gli equilibri, se non quelli tra Lega e Forza Italia. Se il Carroccio s'impone anche a Campobasso, dove Berlusconi si è speso moltissimo suonando perfino il bufù (un tamburo a frizione) con un gruppo folk, potrebbe essere più facile per Salvini trattare da posizione di vantaggio all'interno della coalizione. Sempre che abbia vita lunga e non venga tumulata. Eventualmente sulla lapide verrebbe incisa una micidiale battuta attribuita a Winston Churchill che comincia a girare all'interno della Lega e che Berlusconi usò 24 anni fa con Umberto Bossi durante il ribaltone: «Con amici come te non ho bisogno dei nemici».
Giorgio Gandola
I grillini giocano sporco sulla mafia

LaPresse
A questo punto Matteo Salvini ha solo l'imbarazzo della scelta. Tra i 5 stelle e Forza Italia? «No, tra i motivi per mollare Silvio Berlusconi al suo destino». Poco prima di cena, i vertici del Movimento fanno il punto della situazione dopo la «storica sentenza» di Palermo sulla trattativa Stato-mafia e sul ruolo di Marcello Dell'Utri come collegamento tra i boss e il primo governo Berlusconi. Luigi Di Maio twitta che «è finita la Seconda Repubblica», ma con i suoi collaboratori va più al sodo: «Questa sentenza cambia il film delle consultazioni e Salvini lo sa». E i capi di M5s si ribadiscono l'un l'altro che dopo «la tentata fregatura» del mandato Casellati c'è solo un modo per uscire dalla crisi: «L'incarico a Luigi». Quanto al pm siciliano Nino Di Matteo, anche grazie agli insulti del Cavaliere ai 5 stelle, lo aspetta un ministero di peso. Sintesi di una giornata sfigata come poche, per il capo di Forza Italia.
Non poteva esserci giorno peggiore, del resto, per dire che i grillini possono al massimo pulire i cessi nelle aziende del Cavaliere. «È gente che non ha mai fatto nulla nella vita: nella mia azienda li prenderei per pulire i cessi», così scivola la frizione a Berlusconi, in un comizio a Casacalenda, in Molise. E mentre il senatore Massimo Bugani gli risponde con il sorriso, postando una foto intento a pulire i gabinetti, la sentenza palermitana cambia il clima. Un altro senatore, Nicola Morra, apre le raffiche di rappresaglia su Twitter: «Meglio vivere onestamente, magari grazie al “pulire i cessi", piuttosto che accordarsi con la #mafia. Capito, Silvio?». Riccardo Fraccaro lega i fatti dei primi anni Novanta a presunti legami oscuri che ancora si opporrebbero al cambiamento: «La sentenza cade come un macigno su un sistema di potere che tenta ancora di avvinghiare il Paese nei suoi tentacoli». Un altro degli esponenti più esperti, Carlo Sibilia, mira dritto su Arcore: «Dell'Utri è colui il quale trattava con Cosa nostra durante il governo Berlusconi. C'è bisogno di altro per spiegare che Berlusconi è una persona che deve sparire dalla scena politica nazionale?». E alla fine arriva Luigi Di Maio, il moderato della compagnia: «La trattativa Stato-mafia c'è stata. Con le condanne di oggi muore definitivamente la Seconda Repubblica. Grazie ai magistrati di Palermo che hanno lavorato per la verità».
E tra coloro che «hanno lavorato per la verità» c'è Di Matteo, due settimane fa acclamato relatore a Ivrea nel convegno dedicato a Gianroberto Casaleggio. Il pm prende metaforicamente l'evidenziatore e segnala al popolo grillino il significato «storico» della sentenza di ieri: «Prima si era messa in correlazione Cosa nostra con il Silvio Berlusconi imprenditore, adesso questa sentenza per la prima volta la mette in correlazione col Berlusconi politico». E l'assoluzione di Nicola Mancino? In casa pentastellata fanno notare che «è arrivata solo perché sono state cancellate le telefonate con Giorgio Napolitano». Già, l'ex presidente della Repubblica. Meglio non nominarlo ai vari Beppe Grillo o Di Maio o Davide Casaleggio. Sono tutti convinti che si stia dando molto da fare per spingere il Pd tra le braccia del centrodestra, non potendo i numeri risicati escludere anche la Lega. «Ma tutto, pur di tenerci lontano da certe stanze, come il Viminale, i servizi, Via Arenula, la Difesa che deve comprare gli aerei che decidono gli altri», riassume un senatore grillino. Quando parla di «tentacoli che tentano ancora di avvinghiare», M5s ha le idee più chiare di quanto sembri.
Ma a parte i rapporti tra Cosa nostra e Forza Italia, a ben 24 anni di distanza dai fatti giudicati a Palermo è inutile negare che i problemi dell'Italia siano altri, Berlusconi compreso, che ha pure 82 anni. E nonostante la recente campagna per la scarcerazione di Dell'Utri. Di Maio vuole andare a tutti i costi a Palazzo Chigi e continua a pensare che l'alleato giusto sia la Lega. Ai suoi ha detto anche ieri che il capo del Carroccio potrebbe anche solo limitarsi ad andare ad Arcore e dire all'ex alleato: «Nulla di personale, ma sei divisivo». Ma gli altri big del Movimento si spingono oltre e credono che la base leghista, «come la nostra, sia pulita e intransigente, e quindi non possa perdonare l'accostamento tra Forza Italia e i boss». E Fratelli d'Italia? Non c'è nessun veto sul partito di Giorgia Meloni e, anzi, Guido Crosetto è ritenuto un po' il Giorgetti di Fdi, «affidabile e perbene». Mentre sul fronte del famoso «secondo forno» tutto tace. Al Movimento è arrivata voce che giovedì mattina presto, Berlusconi e Matteo Renzi si sarebbero incontrati in gran segreto. Se fosse confermato, sarebbe la pietra tombale sul dialogo con il Pd.
Francesco Bonazzi
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I leghisti sono persuasi che l'uscita del presidente del Senato sui ministri azzurri sia arrivata apposta per far saltare il banco.Il capo dello Stato deciderà solo lunedì come muoversi dopo il flop della Casellati. Matteo Salvini si è autocandidato per un pre incarico. Più probabile che il Quirinale affidi l'esplorazione a Roberto Fico per tastare il terreno con il Pd.Nel tour elettorale in Molise Silvio Berlusconi spara sui pentastellati: «È il partito dei disoccupati. La gente ha votato male». E disegna un'altra alleanza: «Con Misto e saggi del Pd».Ma il segretario dei lumbard è al limite: «Voglio fare un governo con una coalizione fino a ieri compatta e se qualcuno se ne tira fuori per andare con i dem la responsabilità è sua». La strada è chiedere l'incarico «da solo» con i grillini. E valutare le scelte di Fratelli d'ItaliaIntanto il Movimento 5 stelle usa le condanne del processo sulla trattativa contro Forza Italia: «Cambiato il film delle consultazioni». La voce: incontro segreto tra il leader di forzista e Matteo Renzi. Lo speciale contiene cinque articoli. Cercate la spilla a forma di farfalla, e capirete il retroscena della trattativa fallita. «Certo che se anche chi dovrebbe fare la mediazione poi non media...». È amarissimo Matteo Salvini, con i suoi, riferendo a caldo del tentativo andato a vuoto - proprio a un passo dall'accordo - a suo dire per via dell'intervento della presidente del Senato Elisabetta Casellati. Fino a un attimo dal deragliamento, per giunta, giovedì sembrava tutto a posto: dichiarazioni preparatorie e propiziatorie, una lunga telefonata tra il leader del Carroccio e il capo politico del M5s, toni cordiali, diplomazia generazionale e tambureggiamento su Whatsapp. Era questa la tela visibile di un patto in cui Forza Italia avrebbe dato, formalmente, il suo appoggio esterno a un governo di coalizione giallo-verde, salvando tutte le apparenze. Poi nel momento cruciale il gelo, l'incomprensione e la rottura, con i suoi strascichi avvelenati, compresa quella frase dell'esploratrice che è rimasta appesa come una corda in casa dell'impiccato: «Per i ministeri si pensa a nomi come Mara Carfagna, o Lucio Malan...». Ovvero a forzisti doc, ancorché prestigiosi, ma visibili e riconoscibili con bollo e timbro di partito. E che dire poi delle altre frasi che avevano fatto rabbrividire i pentastellati, quelle sull'impraticabilità della flat tax e del reddito di cittadinanza? Vere e proprie docce scozzesi, per chi sognava un patto da comunicare già al pubblico dopo le consultazioni. Tutto il contrario - cioè - di quello che prevedeva l'accordo stabilito tra i due leader, quello che in origine prevedeva personalità «vicine agli azzurri», che sarebbero state nominate, teoricamente in quota Salvini, per non complicare la già difficilissima diplomazia con Di Maio. Ma la Casellati, in quel momento, parlava come rappresentante di Forza Italia o come mediatrice su mandato del Quirinale? Chi dava corpo a quella terza persona apparentemente impersonale? Ovvio che il dilemma interpretativo oggi si ponga, soprattutto in vista del futuro, con Salvini che minaccioso promette «scendo in campo io», proprio perché deluso da ogni mediazione. Cercate la spilla a farfallina di conio arcoriano, che nell'iconografia di questi giorni è rimasta visivamente - come sempre accade in politica - come il simbolo di una doppia appartenenza in una partita complessa. Le pesanti porte dorate ottocentesche del Senato, e il monile di pregio che il Cavaliere regalava come se fosse la sua legion d'onore a fedelissimi e fedelissime (Olgettine incluse), mal si conciliano tra di loro. E infatti siccome tutti conoscono le doti di mediazione della Casellati, sulle frasi che hanno segnato la rottura l'interrogativo si pone: sono state dette con leggerezza (fatto assai improbabile) oppure l'esploratrice azzurra aveva davvero in animo di marcare il territorio, e di porre l'asticella in un livello invalicabile? Il sospetto di Salvini nel giorno del patatrac era esattamente questo, e l'espressione di sconcerto era ben leggibile sul suo volto quando, appena arrivato in Molise, per telefono gli veniva relazionato l'accaduto. Prima che il leader del centrodestra potesse dire una sola parola - altro dettaglio rivelatore - era già in rete un comunicato ufficiale di Forza Italia. Troppa sintonia tra quei colloqui, quelle frasi apparentemente improvvide, e la nota di partito azzurra, diffusa a tempo di record. Troppo sibillina la frase di Di Maio: «Noi siamo il M5s, oltre una certa soglia non possiamo andare». Più netta l'enunciazione strategica di Rocco Casalino, capo della comunicazione del Movimento, nel giorno dell'elezione di Fico: «Chi pensa che noi ci mettiamo a fare trattative per i ministri con il pallottoliere non ha capito nulla, né di noi, né dei nostri elettori!». E così, alla fine, è toccato alla Casellati - ironia della sorte - riferire della posizione ormai irremovibile di Di Maio: «Mai con Berlusconi, sì a un governo con Salvini e appoggio esterno di Fi-Fdi». Forse la presidente del Senato ha avuto un eccesso di zelo, uno scrupolo trattativista segnato dalla sua appartenenza. Oppure - ed è questo il sospetto più nero di Salvini - la farfallina azzurra si è posata esattamente dove voleva: una frase di troppo per poter ottenere un risultato in più, ma desiderato. Far saltare quel governo con appoggio esterno di Forza Italia, e personalità non direttamente riconducibili al Cavaliere, che tanto faceva soffrire lo stato maggiore berlusconiano.Luca Telese<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lega-sospetta-la-casellati-2561820847.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mattarella-prende-altro-tempo-e-scalda-il-fornello-ai-democratici" data-post-id="2561820847" data-published-at="1770506544" data-use-pagination="False"> Mattarella prende altro tempo e scalda il fornello ai democratici «Ringrazio tutti i leader per avere avviato una discussione che pur nella diversità di opinioni ha consentito di evidenziare spunti di riflessione politica. Sono certa che il presidente Sergio Mattarella saprà individuare il percorso migliore da intraprendere». All'uscita dall'incontro al Quirinale con il presidente della Repubblica la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, pronuncia parole che stridono con la caciara di insulti incrociati che Fi e M5s si stanno scambiando in quegli stessi minuti. La Casellati ha esposto a Mattarella il risultato della sua missione da esploratrice: la possibilità di una maggioranza di governo composta da M5s e centrodestra c'è, anche se la strada per giungere all'obiettivo è assai dissestata. Mattarella ascolta e decide, per ora, di non decidere. Due giorni di riflessione, poi il capo dello Stato archivierà definitivamente la possibilità di mettere in piedi una maggioranza, anzi una «coalizione» come da lui esplicitamente richiesto, che sarebbe stata larghissima numericamente, ma che mai vedrà la luce a causa dei veti e dei controveti. Il prossimo passo di Mattarella? Il Colle, nella giornata di ieri, ha avuto modo di confrontarsi con i suoi consiglieri. La base dalla quale partire non sono certo gli insulti che Silvio Berlusconi e il M5s si sono scambiati in questo venerdì di torrida campagna elettorale, ma le posizioni espresse ufficialmente dai grillini e dal centrodestra alla Casellati. La chiusura di Luigi Di Maio a ogni ipotesi di concedere pari dignità agli eventuali alleati è un ostacolo difficile da superare, tanto più che il «veto», ora, non riguarda più solo Forza Italia, ma anche Fratelli d'Italia. Di Maio, in sostanza, vuole che Matteo Salvini «scarichi» mezza coalizione. Il leader leghista, ieri, ha chiesto l'incarico. Ma a nome di chi? Della Lega? Del centrodestra? Della Lega e di Fratelli d'Italia? Della Lega e del M5s? «Centrodestra e sinistra sono categorie superate», ha detto Salvini, «aspettiamo Mattarella, io mi metterò a disposizione, spero con tutta la squadra, se qualcuno guarda a sinistra tanti auguri. Aspettiamo la riflessione. Spero di essere oggetto di questa riflessione ma non so se posso ambire a tanto». Toni sarcastici, quelli del leader leghista nei confronti di Mattarella, che il capo dello Stato non può certamente apprezzare. Tanto più che, al Colle, risuonano come una forzatura. Salvini non può reclamare un incarico pieno, finché non dimostrerà di avere i numeri per formare una maggioranza. Se l'accordo M5s - centrodestra non è praticabile, l'ipotesi di un incarico per verificare la possibilità di far nascere una «coalizione» Lega-M5s potrebbe basarsi solo su una rottura del centrodestra. Rottura che a leggere le dichiarazioni c'è, ma che ufficialmente non è mai stata certificata: appena l'altro ieri Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi sono stati insieme dalla Casellati. La Lega dovrebbe sancire in maniera formale l'addio agli alleati e la volontà di raggiungere l'intesa con il M5s prima di rivendicare un incarico di governo per varare l'esecutivo legastellato. In quel caso, però, Salvini sarebbe semplicemente il segretario di un partito del 17%, alleato con uno, il M5s, che ha il 32%. Quindi, secondo le logiche rigorose del Quirinale, se proprio un incarico esplorativo per verificare la possibilità di un governo Lega-M5s dovesse essere conferito, il destinatario sarebbe Di Maio e non Salvini. È molto probabile che, nell'attesa che Salvini decida se continuare a presentarsi al Colle come leader del centrodestra (come avvenuto la scorsa settimana) o indossare esclusivamente i panni di segretario della Lega, Mattarella proseguirà sul percorso previsto, ovvero conferirà al presidente della Camera, Roberto Fico, un mandato esplorativo analogo a quello ricevuto dalla Casellati, per verificare se è possibile formare una maggioranza di governo Pd-M5s-Leu. Di Maio ha ripetuto in ogni circostanza che per lui Lega e Pd pari sono, e quindi, per Mattarella, la strada è spianata. L'unica possibilità che hanno i «ragazzi», ovvero Salvini e Di Maio, di evitare questo scenario, per entrambi catastro(fico), è comunicare ufficialmente a Mattarella, nelle prossime 36 ore, di aver raggiunto un'intesa su programma e premier, e soprattutto, cosa che il presidente della Repubblica considera indispensabile, sulla collocazione dell'Italia nello scenario internazionale. Salvini, quindi, dovrebbe ufficializzare l'addio a Berlusconi tra oggi e domani, a urne aperte in Molise e a una settimana dal voto in Friuli Venezia Giulia. Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/la-lega-sospetta-la-casellati-2561820847.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="berlusconi-archivia-i-5-stelle-li-manderei-a-pulire-i-cessi" data-post-id="2561820847" data-published-at="1770506544" data-use-pagination="False"> Berlusconi archivia i 5 stelle: «Li manderei a pulire i cessi» LaPresse Peggio di un caterpillar in azione, Silvio Berlusconi pare aver deciso che è arrivato il momento di buttare giù tutto, azzerando ogni possibilità di un accordo per formare il governo tra l'intero centrodestra e il Movimento 5 stelle. E nel giorno in cui Matteo Salvini fa capire che è ancora in atto un confronto con Luigi Di Maio, nonostante il mandato esplorativo affidato dal Quirinale al presidente del Senato si sia risolto con un nulla di fatto, il Cavaliere sale su un palco a Larino, in provincia di Campobasso, nel Molise diventato capitale della politica nazionale, e manda all'aria tutto, confermando di non aver ancora digerito la leadership leghista nel centrodestra: «Nessun accordo è possibile con i 5 stelle, un partito che non conosce l'Abc della democrazia, che prova invidia sociale, formato solo da disoccupati, e che rappresenta un pericolo per l'Italia. Di Maio ha una buona parlantina, non posso negarlo, ma non ha mai combinato niente di buono per sé, per la sua famiglia, per il Paese. Non possiamo affidare l'Italia a gente come lui». Un attacco frontale, insomma. Che arriva dopo la richiesta ad avere «pari dignità» formulata nei confronti di Luigi Di Maio, sempre contrario all'ingresso di Forza Italia nel governo. Giudizio ribaltato in meno di 24 ore: «Gli italiani hanno votato molto male. Seguo tutto con disgusto». Urla rabbia, Berlusconi. E quando la fedelissima Licia Ronzulli prova a sottrarlo dall'assalto dei cronisti, è lui ad allontanare in maniera brusca la senatrice e ad affondare nuovi colpi. Eccola, l'insofferenza del leader di Forza Italia. Nessuna delle ipotesi in campo sembra soddisfarlo: «Non so di cosa si parli. Io credo che la soluzione sia un governo di centrodestra che trovi in Parlamento persone responsabili che diano loro i voti necessari. Tutte le altre soluzioni sono dannose per l'Italia». Un nuovo incarico esplorativo affidato stavolta al pentastellato Roberto Fico?: «Già il fatto di dare un incarico a uno così la dice lunga…». Sugli altri scenari per la formazione di un nuovo esecutivo, il leader di Forza Italia vede un'altra strada percorribile da parte del centrodestra: «Il governo del centrodestra potrebbe concretamente fare accordi con uomini saggi, con i parlamentari dei gruppi Misti e anche esponenti del Pd». Un'apertura, quella rivolta ai dem, però bocciata senza appello da Salvini: «Piuttosto che riportare al governo il Pd, faccio tre passi avanti io. Sono a disposizione personalmente e direttamente». Ma nella lunga invettiva, segno del nervosismo che accompagna questi giorni di grandi trattative, Berlusconi si spinge davvero oltre: «Che stanno a fare questi qui che non hanno mai fatto niente della vita? Ma dai… Prendiamo consapevolezza di chi sono e con chi abbiamo a che fare. Uno: 5 stelle è il partito dei disoccupati. Due: è il partito di chi vuole raggiungere il potere per togliere a chi ha e prendere per sé. Io davvero mi trovo di fronte a questo destino: a 12 anni sono dovuto scendere in piazza ad attaccare i manifesti perché ero contro i comunisti, nel 1994 scesi in campo per tutelare l'Italia dagli ex comunisti e oggi, alla mia età, devo tornare in campo per difendere il mio paese da M5s. Mi sono abbastanza rotto». La conclusione è ancora più dura nei toni: «È gente che non ha mai fatto niente nella vita: nella mia azienda li manderei a pulire i cessi». La replica dei pentastellati è affidata al senatore Nicola Morra, rappresentante dell'ala ortodossa del Movimento. «Meglio vivere onestamente, magari grazie al “pulire i cessi", piuttosto che accordarsi con la mafia. Capito, Silvio?», scrive su Twitter il rappresentante del M5s. Le frasi pronunciate durante il tour elettorale molisano squassano i già fragili equilibri su cui si regge il centrodestra. Appena le agenzie battono i primi take con le parole del Cavaliere, sono tanti i big che si aggrappano al telefono per provare a capirne di più. Stupore e sconcerto sono i sentimenti più diffusi tra molti big di Forza Italia, consapevoli che dopo questa sortita l'unità con la Lega è davvero a rischio. Non è un caso che tra i primi a buttare acqua sul fuoco delle polemiche ci sia il governatore ligure Giovanni Toti, uno dei più strenui sostenitori dell'alleanza con il Carroccio e della necessità di aprire al dialogo con il M5s: «La dichiarazioni di Berlusconi sui 5 stelle sono semplicemente annoverabili tra i cosiddetti falli di reazione sul campo. Non c'è mai stato un veto da parte di Forza Italia ad alcun accordo con i 5 stelle. È vero l'esatto contrario». Prova a mediare, Toti, in una situazione che giorno dopo giorno diventa sempre più complicata da gestire: «Il presidente Berlusconi ha parlato durante la chiusura di una campagna elettorale in una regione dove si vota, quindi è evidente che parlava più agli elettori che non alle fini strategie di Palazzo. Se un accordo di governo non si potrà fare tra il centrodestra e il M5s in tutta franchezza sarà colpa dei 5 stelle, non certo di Forza Italia o Fratelli d'Italia». Antonio Ricchio <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lega-sospetta-la-casellati-2561820847.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="salvini-avverte-lalleato-azzurro-sei-tu-quello-che-si-sfila" data-post-id="2561820847" data-published-at="1770506544" data-use-pagination="False"> Salvini avverte l'alleato azzurro: «Sei tu quello che si sfila» «La mia pazienza è finita». Fra i comodini hi-tech della Fiera del mobile di Milano, Matteo Salvini misura il grado di attitudine zen dopo le ultime bordate fra Movimento 5 stelle e Forza Italia, e scopre di essere in riserva. Spia rossa fissa. Troppi veti incrociati, troppi litigi da ballatoio davanti a milioni di elettori esterrefatti. E poiché il leader della Lega tiene in somma considerazione il sentimento della base, decide di puntare il dito non contro Luigi Di Maio che un'offerta l'ha fatta, ma contro Silvio Berlusconi che continua a rifiutarle tutte. L'alleato «sbaglia e risbaglia». Tre volte colpevole, il sommo Cavaliere, per il numero uno leghista. «Leggo con dispiacere di reciproci insulti e veti fra opposte fazioni che non portano da nessuna parte. Sbaglia Berlusconi quando dice che gli italiani non capiscono niente, hanno votato male e mostra disgusto per questo. Sbaglia Berlusconi quando dice che ci sono partiti pericolosi per la democrazia perché non ci sono partiti pericolosi e non mi piace che parli male di un partito votato da un terzo degli elettori. E risbaglia ancora quando pensa che si possa riportare al governo il Pd. Ecco, se qualcuno dalle parti di Arcore pensa di far saltare altre trattative per andare al governo con Matteo Renzi e con il Partito democratico, non è rispettoso del voto degli italiani. E lo fa senza la Lega. Se Silvio vuole andare col Pd ci vada da solo». Salvini non era mai stato così esplicito e l'alleanza non era mai stata così in bilico. Nonostante le pressioni di una fetta crescente del partito (un sondaggio Ipsos rileva che il 48% dei sostenitori della Lega sarebbe per rompere con Berlusconi), finora lui ha creduto e crede ancora nel centrodestra unito. Ma unito nelle duttilità, nelle diverse posizioni, nella valorizzazione delle differenze. La guerra di posizione di Berlusconi contro Di Maio e la ferma volontà di tenere aperta la porta ad ogni trattativa con il Pd renziano lo hanno spiazzato. Salvini era sinceramente convinto che il risultato del 4 marzo fosse metabolizzato da tutti come l'inizio di una nuova era in cui trasparenza e gioventù sono ritenute valori. Gli smarcamenti dorotei, le penombre da sacrestia, i bilancini socialisti non li regge. «La mia pazienza è finita», ribadisce Salvini mostrando una certa stanchezza. «Adesso aspetto le scelte del presidente della Repubblica. Dopo mi sentirò libero di mettermi direttamente a disposizione. Perché questi veti incrociati, queste perdite di tempo, questi ammiccamenti al Pd sia da parte di Berlusconi, sia da parte di Di Maio non hanno senso. Se serve a dare uno scrollone mi assumo direttamente la responsabilità. Se questo per me è un bene o un male non lo so. Io voglio fare un governo che rappresenti quello che gli italiani hanno votato poco tempo fa, partendo da una coalizione fino a ieri compatta. Se qualcuno se ne tira fuori, insultando e guardando a sinistra, la scelta è di questo qualcuno». Salvini ha davanti a sé due strade. La prima è contenuta nella frase: «Se Silvio vuole andare col Pd, ci vada da solo». La guerra di trincea contro Di Maio e a difesa del governissimo pone la Lega in una posizione vantaggiosa in caso di divorzio: non sarebbe più Salvini a lasciare il Cavaliere, ma il Cavaliere ad allontanarsi da lui per questa fregola di esplorare alleanze «contro natura con Matteo Renzi, Boschi, Maria Elena Banca Etruria e Mps», frase spesso usata per sintetizzare il Giglio magico. La seconda strada, appunto, è quella di chiedere l'incarico e poi cercare i voti ai 5 stelle e, bontà loro, agli alleati storici. L'urgenza sarebbe determinata da un sospetto che nella testa del leader leghista comincia a farsi largo: «Ho la netta sensazione che c'è qualcuno che vuole un governo tecnico alla Mario Monti chiesto da Bruxelles, che vuole spennare gli italiani. Per evitare questa fregatura io farò qualunque cosa, anche scendere in campo». Se lo stallo perdura si aprono scenari nuovi per Fdi, forte di un 4,3% su base nazionale e 50 parlamentari utili per una maggioranza. Ieri Giorgia Meloni ha ribadito tutta la sua contrarietà nei confronti dei diktat di Di Maio, dedicandogli una canzone di Cesare Cremonini (le vie della politica sono infinite) e chiosando su Facebook: «Nessuno vuol essere Robin, ma per essere Batman devi vincere le elezioni. L'Italia è ostaggio del disperato bisogno di Di Maio di sedere sulla poltrona da premier. È arrivato secondo alle elezioni e pretende di dettare le regole, con buona pace di quelli che raccontavano di voler cambiare le cose e si sono dimostrati attaccati alla poltrona peggio dei vecchi politicanti». Da qualche tempo lo chiama Giggino Pomicino, ma non è per niente sicuro che in caso di un «liberi tutti» del centrodestra, lei porti il partito dove vuole Berlusconi. La sintonia personale con Salvini è ottima, la consonanza di programmi verificata. Per contro, un accordo col Pd sarebbe irrealistico. L'unica risposta alla domanda «che farete?» in queste ore è: «Argomento non trattato». Per ora l'obiettivo dichiarato è l'unità del centrodestra, ma il destino di quel 4,3% è tutt'altro che scontato. In uno scenario così liquido domani arrivano le regionali del Molise, in attesa di quelle del Friuli Venezia Giulia di domenica prossima. Difficile che il risultato cambi gli equilibri, se non quelli tra Lega e Forza Italia. Se il Carroccio s'impone anche a Campobasso, dove Berlusconi si è speso moltissimo suonando perfino il bufù (un tamburo a frizione) con un gruppo folk, potrebbe essere più facile per Salvini trattare da posizione di vantaggio all'interno della coalizione. Sempre che abbia vita lunga e non venga tumulata. Eventualmente sulla lapide verrebbe incisa una micidiale battuta attribuita a Winston Churchill che comincia a girare all'interno della Lega e che Berlusconi usò 24 anni fa con Umberto Bossi durante il ribaltone: «Con amici come te non ho bisogno dei nemici». Giorgio Gandola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/la-lega-sospetta-la-casellati-2561820847.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-grillini-giocano-sporco-sulla-mafia" data-post-id="2561820847" data-published-at="1770506544" data-use-pagination="False"> I grillini giocano sporco sulla mafia LaPresse A questo punto Matteo Salvini ha solo l'imbarazzo della scelta. Tra i 5 stelle e Forza Italia? «No, tra i motivi per mollare Silvio Berlusconi al suo destino». Poco prima di cena, i vertici del Movimento fanno il punto della situazione dopo la «storica sentenza» di Palermo sulla trattativa Stato-mafia e sul ruolo di Marcello Dell'Utri come collegamento tra i boss e il primo governo Berlusconi. Luigi Di Maio twitta che «è finita la Seconda Repubblica», ma con i suoi collaboratori va più al sodo: «Questa sentenza cambia il film delle consultazioni e Salvini lo sa». E i capi di M5s si ribadiscono l'un l'altro che dopo «la tentata fregatura» del mandato Casellati c'è solo un modo per uscire dalla crisi: «L'incarico a Luigi». Quanto al pm siciliano Nino Di Matteo, anche grazie agli insulti del Cavaliere ai 5 stelle, lo aspetta un ministero di peso. Sintesi di una giornata sfigata come poche, per il capo di Forza Italia. Non poteva esserci giorno peggiore, del resto, per dire che i grillini possono al massimo pulire i cessi nelle aziende del Cavaliere. «È gente che non ha mai fatto nulla nella vita: nella mia azienda li prenderei per pulire i cessi», così scivola la frizione a Berlusconi, in un comizio a Casacalenda, in Molise. E mentre il senatore Massimo Bugani gli risponde con il sorriso, postando una foto intento a pulire i gabinetti, la sentenza palermitana cambia il clima. Un altro senatore, Nicola Morra, apre le raffiche di rappresaglia su Twitter: «Meglio vivere onestamente, magari grazie al “pulire i cessi", piuttosto che accordarsi con la #mafia. Capito, Silvio?». Riccardo Fraccaro lega i fatti dei primi anni Novanta a presunti legami oscuri che ancora si opporrebbero al cambiamento: «La sentenza cade come un macigno su un sistema di potere che tenta ancora di avvinghiare il Paese nei suoi tentacoli». Un altro degli esponenti più esperti, Carlo Sibilia, mira dritto su Arcore: «Dell'Utri è colui il quale trattava con Cosa nostra durante il governo Berlusconi. C'è bisogno di altro per spiegare che Berlusconi è una persona che deve sparire dalla scena politica nazionale?». E alla fine arriva Luigi Di Maio, il moderato della compagnia: «La trattativa Stato-mafia c'è stata. Con le condanne di oggi muore definitivamente la Seconda Repubblica. Grazie ai magistrati di Palermo che hanno lavorato per la verità». E tra coloro che «hanno lavorato per la verità» c'è Di Matteo, due settimane fa acclamato relatore a Ivrea nel convegno dedicato a Gianroberto Casaleggio. Il pm prende metaforicamente l'evidenziatore e segnala al popolo grillino il significato «storico» della sentenza di ieri: «Prima si era messa in correlazione Cosa nostra con il Silvio Berlusconi imprenditore, adesso questa sentenza per la prima volta la mette in correlazione col Berlusconi politico». E l'assoluzione di Nicola Mancino? In casa pentastellata fanno notare che «è arrivata solo perché sono state cancellate le telefonate con Giorgio Napolitano». Già, l'ex presidente della Repubblica. Meglio non nominarlo ai vari Beppe Grillo o Di Maio o Davide Casaleggio. Sono tutti convinti che si stia dando molto da fare per spingere il Pd tra le braccia del centrodestra, non potendo i numeri risicati escludere anche la Lega. «Ma tutto, pur di tenerci lontano da certe stanze, come il Viminale, i servizi, Via Arenula, la Difesa che deve comprare gli aerei che decidono gli altri», riassume un senatore grillino. Quando parla di «tentacoli che tentano ancora di avvinghiare», M5s ha le idee più chiare di quanto sembri. Ma a parte i rapporti tra Cosa nostra e Forza Italia, a ben 24 anni di distanza dai fatti giudicati a Palermo è inutile negare che i problemi dell'Italia siano altri, Berlusconi compreso, che ha pure 82 anni. E nonostante la recente campagna per la scarcerazione di Dell'Utri. Di Maio vuole andare a tutti i costi a Palazzo Chigi e continua a pensare che l'alleato giusto sia la Lega. Ai suoi ha detto anche ieri che il capo del Carroccio potrebbe anche solo limitarsi ad andare ad Arcore e dire all'ex alleato: «Nulla di personale, ma sei divisivo». Ma gli altri big del Movimento si spingono oltre e credono che la base leghista, «come la nostra, sia pulita e intransigente, e quindi non possa perdonare l'accostamento tra Forza Italia e i boss». E Fratelli d'Italia? Non c'è nessun veto sul partito di Giorgia Meloni e, anzi, Guido Crosetto è ritenuto un po' il Giorgetti di Fdi, «affidabile e perbene». Mentre sul fronte del famoso «secondo forno» tutto tace. Al Movimento è arrivata voce che giovedì mattina presto, Berlusconi e Matteo Renzi si sarebbero incontrati in gran segreto. Se fosse confermato, sarebbe la pietra tombale sul dialogo con il Pd. Francesco Bonazzi
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Verdura antica e di poco costo («tre palanche al mazz»), il ramolaccio un tempo era assai più diffuso. Poi, come accade ai poveri in un Paese diventato ricco, il ramolaccio è finito ai margini della società orticola che mira più ai consumi nei supermercati che al bene prezioso della biodiversità.
Originario dell’Est dell’Europa, conosciuto già da Egizi, Greci e Romani che lo apprezzavano per le notevoli proprietà salutari, il ramolaccio invernale, Raphanus sativus, è un ravanello superdotato, di colore nero. Ci sono diverse varietà di Raphanus, differenti tra loro per forma, colore e sapore: piccole, grandi, giganti, allungate, tonde, a candela, rosse, gialle, nere. A noi, qui, interessa il niger, nero, bello grassoccio, rotondo come l’«O» di Giotto, ma con il codino. È molto bello da vedere. Anche se è un ortaggio piuttosto sconosciuto e poco coltivato, capita ancora di adocchiarlo sui banchi del mercato cittadino o in uno dei vari mercatini della terra o in un negozio di ortofrutta il cui proprietario sia particolarmente sensibile alla biodiversità. Quando, pulito dalla terra e ben lavato, si taglia a fette, il forte contrasto che oppone la scorza corvina dalla polpa candida è uno spettacolo. Notte e giorno. Neve e carbone. Corpo scuro, anima candida.
Il ramolaccio invernale è decisamente piccante e questo, presso il consumatore italiano, non depone purtroppo a suo favore. Ma è un ortaggio che fa un monte di bene e si presta a molti usi in cucina: tagliato a striscioline o a fettine sottili in carpaccio o abbinato ad altre verdure crude; cucinato come i crauti; adoperato come ingrediente per salse piccanti; conservato sotto aceto. È utilizzato anche per zuppe e pare impossibile come una radice così acre, così spicy, riesca a trasformarsi in deliziosa e morbida vellutata.
Nella civiltà contadina era famoso come rimedio naturale antitosse e antinfiammatorio per le vie respiratorie. Qualche nonna avanti con gli anni lo consiglia ancora. E non solo lei, come vedremo più sotto. Una ricetta popolare suggerisce di scavare la rapa, farcirla di zucchero o miele e lasciarla riposare per 24 ore: si ottiene così uno sciroppo naturale espettorante. Il ramolaccio invernale è noto anche per la sua capacità di drenare le tossine e stimolare la produzione di bile, migliorando la digestione dei grassi. Per questo la tradizione popolare consiglia di consumarlo dopo pasti abbondanti. Il consiglio vale anche per chi eccede con il vino. Il medico di Alessandro Magno, il pitagorico Androcide, ne consigliava l’uso al suo poco docile paziente, grande condottiero e grande bevitore, per evitare le conseguenze dannose dell’uso eccessivo del «sangue della terra». Pare che l’antico medico vissuto a cavallo tra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo, si basasse sull’osservazione che la vite si ritraeva o non fruttava bene se piantata accanto alle coltivazioni di rafani. È Plinio il Vecchio che ci racconta l’episodio. Il suggerimento di Androcide deve funzionare se dopo 2.000 e passa anni è arrivato fino alla soglia dei nostri giorni, fino all’altroieri. Nelle osterie dei nostri nonni era facile trovare una terrina di rapanelli sul bancone di mescita come rimedio popolare contro gli effetti dell’eccesso di vino. L’usanza si basava, appunto, sull’antica convinzione che i rapanelli, grazie alle loro proprietà rinfrescanti e depurative, potessero aiutare a mitigare i postumi di una sbornia o comunque favorire il benessere dopo aver tracannato parecchio.
Oltre alle proprietà medicinali, i Romani apprezzavano le qualità alimentari del ramolaccio invernale: lo dimostrano gli scritti di Columella e dello stesso Plinio, ma anche i moderni studi storici sulle risorse alimentari delle popolazioni vesuviane compiuti, tra gli altri, da Annamaria Ciarallo, compianta archeologa e botanica, autrice di numerosi libri sul «verde» pompeiano mediante la ricostruzione degli horti in base ai calchi delle radici.
Pare che i Romani facessero anche un terribile uso improprio - almeno quando Roma viveva tempi più casti e castigati moralmente - del ramolaccio. Una legge non scritta, ma crudelmente applicata, permetteva al marito tradito, in caso di flagrante adulterio, di sodomizzare con la radice piccante di un raphanus (la storia non ne specifica la varietà, ma sicuramente non era un rapanello) l’amante della moglie colto in fallo.
Durante il Medioevo il raphanus, probabilmente per la sua piccantezza, era considerato simbolo della lite. Aveva, quindi, valore negativo ma si poteva neutralizzarlo e consumare benissimo l’ortaggio purché, prima di mangiarlo, lo si benedicesse.
Come detto, il ramolaccio invernale ha stretti legami di parentela con il ravanello (Raphanus Sativus): appartengono entrambi alla famiglia delle Brassicaceae. Il niger rispetto al cuginetto rosso ha foglie e radici molto più grandi e resiste bene al freddo. L’apparato fogliare può raggiungere i 30 cm di altezza; la radice può arrivare anche al mezzo chilo. Ci sono diversi tipi di ramolaccio invernale nero: rotondi, conici e allungati a cilindro, di grosso o medio calibro.
Per la buona presenza di vitamine e la lunga conservabilità, veniva stivato in botti sulle navi per combattere lo scorbuto, terribile malattia che affliggeva i marinai causata dalla prolungata carenza di vitamina C. A confermare i rimedi della nonna a base di ramolaccio, ci sono le attestazioni degli studiosi moderni: il raphanus stimola l’appetito, la tonicità dell’apparato respiratorio e l’attivazione delle cellule epatiche; è diuretico, antiallergico. Il ravanello nero, in particolare, è utile nel curare bronchiti, tosse convulsa, reumatismi, malattie dell’apparato genito-urinario e coliche epatiche. A quanto pare fa bene anche ai giovani che patiscono la stanchezza. Mangiare ramolacci sotto esami o nei periodi di stress scolastico o di cambio di stagione, aiuta l’organismo a tener duro. A ulteriore conferma delle virtù salutari del ramolaccio nero c’è anche un modo di dire lituano che corrisponde al nostro «sano come un pesce». Nel Paese baltico, per descrivere lo stato di ottima salute di un individuo, dicono: «È sano come un ravanello nero».
Concludiamo suggerendo il più semplice dei modi di mangiare il Raphanus sativus niger: la sua preparazione al carpaccio. Per due persone basteranno due ramolacci invernali neri di media grossezza. Dopo averli lavati - se si vuole togliere un po’ di piccantezza basta lavarli ancora sotto acqua corrente - e sbucciati (volendo si può tenere anche la buccia nera, che fa un bell’effetto, ma in questo caso si deve strofinare ben bene il rafano per togliere tutta la terra), si affettano a rondelle sottili e si stendono su un piatto di portata. A questo punto si usa il sale q.b. sul carpaccio in modo che faccia perdere all’ortaggio acqua e piccantezza. Buttata l’acqua in eccesso e benedetto il ramolaccio con una emulsione di olio d’oliva extravergine buono (due terzi), aceto balsamico (un terzo), senape e un pizzichino di pepe, il carpaccio è pronto. È un buon abbinamento per i piatti di carne.
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Ovs
Sotto la sua guida, Ovs ha superato la logica della semplice insegna per evolversi in una piattaforma di marche, capace di coniugare accessibilità, qualità e identità. Una svolta costruita nel tempo, investendo su persone, stile, organizzazione e innovazione operativa, senza mai perdere di vista la sostenibilità economica per valorizzare ogni brand del gruppo, da Upim a Croff, da Stefanel a Goldenpoint. In un settore attraversato da forti discontinuità, Beraldo ha dimostrato che la crescita non è il frutto di scorciatoie, ma di una gestione coerente e di lungo periodo. È da questa traiettoria che prende le mosse questa chiacchierata con La Verità, in cui l’amministratore delegato racconta i risultati, le scelte e le priorità future di un gruppo che continua a crescere controcorrente.
In un mercato definito ancora debole, Ovs ha chiuso il 2025 con vendite in crescita del 7% e un Ebitda atteso a +11%. Che cosa vi ha permesso di fare meglio del mercato?
«Negli ultimi anni abbiamo lavorato per trasformare Ovs da semplice insegna a piattaforma di marche. Oggi il cliente non entra solo per cercare un prezzo o un prodotto funzionale, ma perché si riconosce in un’identità: Piombo, Les Copains, Altavia, B.Angel sono trattate come vere marche, con uno stile, una comunicazione e una relazione emotiva con il consumatore. A questo si aggiunge un forte lavoro sul prodotto: qualità dei materiali, attenzione ai fit, chiarezza di assortimento. È questa combinazione che ci consente di crescere più del mercato».
Tutte le insegne crescono anche nel perimetro like-for-like. È un segnale strutturale?
«In Italia il mercato non offre spinte strutturali: la crescita è il risultato di scelte molto mirate. Se cresciamo trimestre dopo trimestre è perché la progettualità messa in campo viene premiata dai clienti. Non è un automatismo, è una conquista continua».
Donna e Beauty sono indicati come i segmenti più dinamici. Perché?
«Nel womenswear cresciamo perché siamo migliorati molto rispetto al passato. Il mercato donna è fermo, ma è grande, e stiamo guadagnando quote grazie al rafforzamento del prodotto e del team stile. Nel beauty, invece, cresciamo anche perché il mercato è strutturalmente in espansione, trainato dalla skincare, e intercetta una domanda legata alla cura di sé. Ovs è diventata una destinazione riconosciuta anche per questa categoria».
Ci sono segmenti più in difficoltà?
«Se il segmento «donna» cresce leggermente e quello «uomo» rimane stabile, la fascia «kids» è in calo. La nostra risposta è duplice: da un lato riduciamo la dipendenza dal bambino grazie alla crescita della donna; dall’altro difendiamo il kidswear puntando sulla qualità, soprattutto nel neonato, dove cresciamo nonostante il mercato in contrazione».
L’apertura del primo negozio diretto in India ha dato segnali molto positivi. È l’inizio di una strategia più ampia?
«Sì. Dopo un primo tentativo in joint venture, abbiamo deciso di investire direttamente creando una filiale e un team locale. Il primo negozio sta performando molto bene e abbiamo già acquisito la location per il secondo, a Mumbai. I primi mesi confermano che l’India è pronta per un progetto strategico di Ovs».
L’Ebitda cresce nonostante l’inflazione sui costi. Quanto conta l’efficienza operativa?
«È fondamentale, ma non può sostituire il valore del prodotto. L’efficienza è una leva, ma la crescita nasce dalla capacità di offrire qualità, design e identità di marca a prezzi accessibili».
La generazione di cassa è aumentata di oltre il 20%. Come la utilizzerete?
«In modo equilibrato: investimenti, remunerazione degli azionisti e rafforzamento della struttura finanziaria. La solidità raggiunta ci consente di sostenere lo sviluppo e riconoscere il valore creato».
Parlate di innovazione digitale nelle operations. Qual è il progetto chiave?
«Non esiste un singolo progetto, ma molti interventi diffusi: logistica, previsione della domanda, distribuzione in-season e post-distribuzione. Grazie ad algoritmi avanzati possiamo riallocare i prodotti in tempo reale tra i negozi, migliorando l’efficienza e riducendo gli sprechi».
Quanto sono centrali dati e Intelligenza artificiale?
«Sono centrali soprattutto nella gestione delle scorte. L’Ia applicata ai dati ci consente di capire perché un prodotto funziona in un punto vendita e non in un altro e di intervenire in modo sempre più mirato. È utilizzata anche nei contenuti, nelle immagini e nella personalizzazione dell’esperienza cliente».
Quanto incide il fattore cambio, in particolare il dollaro?
«Molto. Chi opera nel segmento dei prezzi accessibili ed è attento alla qualità deve produrre fuori dai mercati maturi. Gran parte degli acquisti è denominata in dollari, quindi il cambio incide direttamente su costi e competitività».
Goldenpoint cresce del 10% nei primi sette mesi di consolidamento. Che ruolo avrà?
«Goldenpoint è uno dei pilastri della crescita futura. È un marchio noto, con buone posizioni retail e poca concorrenza strutturata. Siamo intervenuti sul ringiovanimento del prodotto, soprattutto in intimo e leggings, abbiamo visto una risposta immediata del mercato. Dove il prodotto è stato rinnovato, la crescita è stata evidente. Il lavoro continuerà».
Guardando al 2026, una sola priorità strategica?
«Crescita, redditività e rafforzamento del posizionamento di lungo periodo. Sono obiettivi interconnessi, non alternativi».
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I risultati dell’ultima semestrale registrano ricavi per 74,3 miliardi di euro e perdite nette per 2,3 miliardi. L’utile operativo adjusted è stato di 500 milioni, il cash flow delle attività industriali è andato in negativo per 2,3 miliardi, mentre le consegne sono scese del 6% rispetto al medesimo periodo del 2024. Non è che le aspettative fossero molto migliori, ma Stellantis ha spiegato che anche per il 2026 sospenderà le previsioni, oltre a sospendere i dividendi. Qui gli analisti si aspettavano una cedola simbolica, ma non lo zero assoluto.
Il gruppo guidato da Antonio Filosa ha voluto fare pulizia e ha deciso di mettere a bilancio 22,5 miliardi di oneri di ristrutturazione. Di questi, ben 14 sono per rimettersi in carreggiata negli Stati Uniti, dove la dottrina Trump, che ha tolto gli incentivi all’elettrico e penalizza le delocalizzazioni dei colossi dell’auto, ha già portato Ford e Gm a «riconvertirsi» alle benzine e a riportare in patria le produzioni spostate in Messico e in Canada. Negli Stati Uniti, primo mercato di sbocco del gruppo, le consegne di Stellantis sono scese del 25% su base annua. Mentre in Europa, c’è stato un calo un calo del 6%, spiegato con problemi nella transizione dei vari modelli. Vanno bene, invece, i mercati di Medio Oriente e Africa (+30% entrambi) e il Sud America, che cresce del 20%.
Filosa però vede una ripresa del mercato, con le consegne cresciute del 9% nel terzo trimestre del 2025 e il portafoglio ordini Usa in forte ripresa (+150% nel 2025 sul 2024). Del resto Stellantis ha investito 13 miliardi di dollari negli Stati Uniti, proprio per adattarsi alle politiche di Donald Trump, e altri 10 miliardi in Europa, dove nell’ultimo anno ha lanciato dieci modelli nuovi.
Sono numeri che sembrano confermare la strategia per la quale è stato scelto, a metà dello scorso anno, un manager come Filosa: focalizzarsi sugli Usa e tenere le posizioni in Europa, ma chiarendo ai governi e a Bruxelles che, senza incentivi e regole certe, salta tutto. Il manager è stato esplicito anche ieri: «La principale differenza tra il mercato americano e quello europeo sta proprio nella regolamentazione. Noi continueremo a investire in Ue, ma potremmo fare di più ed è difficile, perché le regole imposte non sono chiare e penalizzano le case europee». Case europee, va ricordato, che però si sono già ampiamente tutelate con il ricorso a Pechino. I tedeschi di Audi, Volkswagen e Mercedes montano già componenti cinesi e Vw andrà in Cina a costruire auto, mentre chiude stabilimenti in Germania. Quanto a Stellantis, ha varato una joint venture con i cinesi di Leapmotor, che stanno invadendo il mercato italiano usando la rete vendite ex Fiat e con modelli clamorosamente simili (ma elettrici).
Filosa ha anche puntato il dito su «criticità pregresse» e su una «sovrastima del ritmo della transizione ecologica». E ha spiegato che in passato, «abbiamo tagliato costi in maniera eccessiva, licenziando ad esempio molti ingegneri che invece ci aiutano a sviluppare prodotti innovativi». Tanto che lui ha fatto subito assumere 2.000 ingegneri, ovviamente in gran parte negli Stati Uniti. Al netto della normale enfasi sugli errori dei predecessori, va ricordato che Tavares ha lasciato la guida di Stellantis il 3 dicembre 2024 con una liquidazione di quasi 80 milioni di euro e dopo aver riempito la famiglia Agnelli-Elkann di dividendi. Da allora il gruppo è stato gestito dal presidente John Elkann, che poi ha nominato Filosa il 28 maggio 2025. Elkann, che attraverso Exor controlla il 14% di Stellantis, oggi deve accettare una cura da cavallo che richiede un grosso sforzo negli Stati Uniti. Lo fa dopo aver puntato tutto su Trump, dal quale è andato in visita lo scorso primo aprile. Ora lo scherzetto anti elettrico del presidente Usa costa a Stellantis 14 miliardi negli Usa, il tutto dopo che negli anni scorsi la stessa Stellantis era stata tra le case automobilistiche più favorevoli alla transizione ecologica. Dalla nascita di Stellantis (2021) a oggi, Exor ha incassato cedole per oltre 2 miliardi, mentre nei quattro anni di Tavares (2021-2024) sono stati prodotti 55 miliardi di utili e distribuiti in totale 14 miliardi di dividendi. Per Exor (ieri -2,3% ad Amsterdam), questa semestrale è una brutta notizia, anche se molto meno di un tempo. A fine settembre, con il titolo poco sopra gli 8 euro, il valore netto di Stellantis era di 3,8 miliardi e pesava per il 10% sugli asset totali dei Exor. Oggi, con l’azione scesa a 6,2 euro, la capitalizzazione di mercato è sprofondata a 18,1 miliardi e si è dimezzata in un solo anno. Servirebbe forse un aumento di capitale, per Stellantis, ma per ora si è optato per un bond da 5 miliardi, perché i grandi soci non si vogliono diluirsi. Anche questo non deve essere piaciuto molto, in Borsa. Intanto, sembra avverarsi sempre più la profezia consegnata a Ferragosto a un settimanale portoghese da Tavares: «Alla fine l’auto la faranno solo gli Usa e la Cina». Dimenticò di dire che gli ha dato una bella mano.
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Il consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva 2023/970 del Parlamento europeo e del consiglio del 10 maggio 2023, sulla trasparenza salariale che mira a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, tramite la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione.
Secondo il ministro del Lavoro, Marina Calderone, il provvedimento «rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale. Il testo potrà arricchirsi nel passaggio parlamentare e gli ulteriori confronti con le parti sociali, perché la valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo».
L’obiettivo è eliminare il divario salariale di genere (gender pay gap) attraverso una maggiore trasparenza e strumenti di tutela. Si applica a datori di lavoro pubblici e privati e riguarda, salvo alcune esclusioni, i lavoratori subordinati (inclusi dirigenti e contratti a termine), estendendosi per alcuni aspetti anche ai candidati durante la fase di selezione. Secondo dati Eurostat del 2023 le donne guadagnano in media il 12% in meno rispetto agli uomini. Peraltro, questo divario ha ripercussioni trasformandosi in un gap pensionistico rilevante (oltre il 26% in media Ue secondo dati Eurostat del 2024). Se quindi il punto di partenza è condivisibile, quello che fa discutere sono gli strumenti e il rischio di indesiderati effetti collaterali. In base alle nuove norme i datori di lavoro avranno l’obbligo di fornire alle persone in cerca di occupazione informazioni sulla retribuzione iniziale e sulla fascia retributiva dei posti vacanti pubblicati. Ai datori di lavoro è fatto divieto di chiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti rapporti professionali. Ma soprattutto, una volta assunti, i lavoratori avranno il diritto di chiedere ai loro datori di lavoro, informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie che svolgono analoghe attività o di pari valore. Potranno anche essere richiesti i criteri utilizzati per determinare la progressione retributiva e di carriera che devono essere, dice la direttiva Ue, oggettivi e neutri sotto il profilo del genere. Le imprese con più di 500 dipendenti dovranno riferire annualmente all’autorità nazionale competente, sul divario retributivo di genere all’interno. Per le imprese tra 100 e 250 dipendenti questa comunicazione avverrà ogni tre anni. Quando l’organico è sotto i 100 dipendenti non c’è obbligo di comunicazione. Se dovesse emergere un divario retributivo superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi e neutri dal punto di vista del genere, le imprese saranno obbligate a intervenire svolgendo una valutazione delle retribuzioni con i sindacati. I dipendenti che dovessero aver subito discriminazioni retributive potranno avere un risarcimento, compresi gli stipendi arretrati e i relativi bonus.
Questo significa un aggravio organizzativo importante per l’azienda che potrebbe dover fronteggiare una raffica di contestazioni. E soprattutto si apre il tema delle risorse necessarie per raggiungere l’obiettivo della parità salariale. Sarà interessante vedere se anche i contratti collettivi dovranno tenere conto del fatto che i rinnovi dovranno essere modulati per colmare il divario esistente. Al tempo stesso c’è il rischio che si scateni un vespaio di invidie e gelosie mettendo uomini e donne l’uno contro l’altro nella gestione degli incrementi salariali aziendali.
Per quelle aziende tenute alla comunicazione, nel caso emerga una differenza del livello retributivo tra uomini e donne pari o superiore al 5%, il datore di lavoro avrebbe sei mesi di tempo per rimediare.
Il tema è capire come dare le giuste risposte a una questione sulla quale tutti sono d’accordo in termini di principio ma che andrà gestita con attenzione ed equilibrio. C’è insomma da evitare il rischio di «eccesso di reazione», tema che si è posto all’attenzione in questi giorni con la notizia riportata dal New York Times secondo cui le iniziative dell’azienda Nike a favore della diversità potrebbero aver rappresentato una discriminazione a danno dei lavoratori bianchi. La Enoc (la commissione americana per le pari opportunità) sta indagando su «accuse sistemiche di discriminazione razziale intenzionale legate ai programmi di diversità, equità e inclusione «nei confronti dei dipendenti bianchi del gruppo di abbigliamento sportivo».
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