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2018-04-21
I sospetti del Carroccio per l’accordo sfumato puntano sulla «farfallina»
ANSA
Cercate la spilla a forma di farfalla, e capirete il retroscena della trattativa fallita. «Certo che se anche chi dovrebbe fare la mediazione poi non media...». È amarissimo
Matteo Salvini, con i suoi, riferendo a caldo del tentativo andato a vuoto - proprio a un passo dall'accordo - a suo dire per via dell'intervento della presidente del Senato Elisabetta Casellati. Fino a un attimo dal deragliamento, per giunta, giovedì sembrava tutto a posto: dichiarazioni preparatorie e propiziatorie, una lunga telefonata tra il leader del Carroccio e il capo politico del M5s, toni cordiali, diplomazia generazionale e tambureggiamento su Whatsapp. Era questa la tela visibile di un patto in cui Forza Italia avrebbe dato, formalmente, il suo appoggio esterno a un governo di coalizione giallo-verde, salvando tutte le apparenze. Poi nel momento cruciale il gelo, l'incomprensione e la rottura, con i suoi strascichi avvelenati, compresa quella frase dell'esploratrice che è rimasta appesa come una corda in casa dell'impiccato: «Per i ministeri si pensa a nomi come Mara Carfagna, o Lucio Malan...». Ovvero a forzisti doc, ancorché prestigiosi, ma visibili e riconoscibili con bollo e timbro di partito.
E che dire poi delle altre frasi che avevano fatto rabbrividire i pentastellati, quelle sull'impraticabilità della flat tax e del reddito di cittadinanza? Vere e proprie docce scozzesi, per chi sognava un patto da comunicare già al pubblico dopo le consultazioni. Tutto il contrario - cioè - di quello che prevedeva l'accordo stabilito tra i due leader, quello che in origine prevedeva personalità «vicine agli azzurri», che sarebbero state nominate, teoricamente in quota
Salvini, per non complicare la già difficilissima diplomazia con Di Maio. Ma la Casellati, in quel momento, parlava come rappresentante di Forza Italia o come mediatrice su mandato del Quirinale? Chi dava corpo a quella terza persona apparentemente impersonale? Ovvio che il dilemma interpretativo oggi si ponga, soprattutto in vista del futuro, con Salvini che minaccioso promette «scendo in campo io», proprio perché deluso da ogni mediazione. Cercate la spilla a farfallina di conio arcoriano, che nell'iconografia di questi giorni è rimasta visivamente - come sempre accade in politica - come il simbolo di una doppia appartenenza in una partita complessa. Le pesanti porte dorate ottocentesche del Senato, e il monile di pregio che il Cavaliere regalava come se fosse la sua legion d'onore a fedelissimi e fedelissime (Olgettine incluse), mal si conciliano tra di loro. E infatti siccome tutti conoscono le doti di mediazione della Casellati, sulle frasi che hanno segnato la rottura l'interrogativo si pone: sono state dette con leggerezza (fatto assai improbabile) oppure l'esploratrice azzurra aveva davvero in animo di marcare il territorio, e di porre l'asticella in un livello invalicabile? Il sospetto di Salvini nel giorno del patatrac era esattamente questo, e l'espressione di sconcerto era ben leggibile sul suo volto quando, appena arrivato in Molise, per telefono gli veniva relazionato l'accaduto. Prima che il leader del centrodestra potesse dire una sola parola - altro dettaglio rivelatore - era già in rete un comunicato ufficiale di Forza Italia. Troppa sintonia tra quei colloqui, quelle frasi apparentemente improvvide, e la nota di partito azzurra, diffusa a tempo di record. Troppo sibillina la frase di Di Maio: «Noi siamo il M5s, oltre una certa soglia non possiamo andare». Più netta l'enunciazione strategica di Rocco Casalino, capo della comunicazione del Movimento, nel giorno dell'elezione di Fico: «Chi pensa che noi ci mettiamo a fare trattative per i ministri con il pallottoliere non ha capito nulla, né di noi, né dei nostri elettori!».
E così, alla fine, è toccato alla
Casellati - ironia della sorte - riferire della posizione ormai irremovibile di Di Maio: «Mai con Berlusconi, sì a un governo con Salvini e appoggio esterno di Fi-Fdi». Forse la presidente del Senato ha avuto un eccesso di zelo, uno scrupolo trattativista segnato dalla sua appartenenza. Oppure - ed è questo il sospetto più nero di Salvini - la farfallina azzurra si è posata esattamente dove voleva: una frase di troppo per poter ottenere un risultato in più, ma desiderato. Far saltare quel governo con appoggio esterno di Forza Italia, e personalità non direttamente riconducibili al Cavaliere, che tanto faceva soffrire lo stato maggiore berlusconiano.
Luca Telese
Mattarella prende altro tempo e scalda il fornello ai democratici
«Ringrazio tutti i leader per avere avviato una discussione che pur nella diversità di opinioni ha consentito di evidenziare spunti di riflessione politica. Sono certa che il presidente Sergio Mattarella saprà individuare il percorso migliore da intraprendere». All'uscita dall'incontro al Quirinale con il presidente della Repubblica la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, pronuncia parole che stridono con la caciara di insulti incrociati che Fi e M5s si stanno scambiando in quegli stessi minuti. La Casellati ha esposto a Mattarella il risultato della sua missione da esploratrice: la possibilità di una maggioranza di governo composta da M5s e centrodestra c'è, anche se la strada per giungere all'obiettivo è assai dissestata. Mattarella ascolta e decide, per ora, di non decidere. Due giorni di riflessione, poi il capo dello Stato archivierà definitivamente la possibilità di mettere in piedi una maggioranza, anzi una «coalizione» come da lui esplicitamente richiesto, che sarebbe stata larghissima numericamente, ma che mai vedrà la luce a causa dei veti e dei controveti.
Il prossimo passo di Mattarella? Il Colle, nella giornata di ieri, ha avuto modo di confrontarsi con i suoi consiglieri. La base dalla quale partire non sono certo gli insulti che Silvio Berlusconi e il M5s si sono scambiati in questo venerdì di torrida campagna elettorale, ma le posizioni espresse ufficialmente dai grillini e dal centrodestra alla Casellati. La chiusura di Luigi Di Maio a ogni ipotesi di concedere pari dignità agli eventuali alleati è un ostacolo difficile da superare, tanto più che il «veto», ora, non riguarda più solo Forza Italia, ma anche Fratelli d'Italia. Di Maio, in sostanza, vuole che Matteo Salvini «scarichi» mezza coalizione. Il leader leghista, ieri, ha chiesto l'incarico. Ma a nome di chi? Della Lega? Del centrodestra? Della Lega e di Fratelli d'Italia? Della Lega e del M5s? «Centrodestra e sinistra sono categorie superate», ha detto Salvini, «aspettiamo Mattarella, io mi metterò a disposizione, spero con tutta la squadra, se qualcuno guarda a sinistra tanti auguri. Aspettiamo la riflessione. Spero di essere oggetto di questa riflessione ma non so se posso ambire a tanto». Toni sarcastici, quelli del leader leghista nei confronti di Mattarella, che il capo dello Stato non può certamente apprezzare. Tanto più che, al Colle, risuonano come una forzatura. Salvini non può reclamare un incarico pieno, finché non dimostrerà di avere i numeri per formare una maggioranza. Se l'accordo M5s - centrodestra non è praticabile, l'ipotesi di un incarico per verificare la possibilità di far nascere una «coalizione» Lega-M5s potrebbe basarsi solo su una rottura del centrodestra. Rottura che a leggere le dichiarazioni c'è, ma che ufficialmente non è mai stata certificata: appena l'altro ieri Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi sono stati insieme dalla Casellati. La Lega dovrebbe sancire in maniera formale l'addio agli alleati e la volontà di raggiungere l'intesa con il M5s prima di rivendicare un incarico di governo per varare l'esecutivo legastellato. In quel caso, però, Salvini sarebbe semplicemente il segretario di un partito del 17%, alleato con uno, il M5s, che ha il 32%. Quindi, secondo le logiche rigorose del Quirinale, se proprio un incarico esplorativo per verificare la possibilità di un governo Lega-M5s dovesse essere conferito, il destinatario sarebbe Di Maio e non Salvini.
È molto probabile che, nell'attesa che Salvini decida se continuare a presentarsi al Colle come leader del centrodestra (come avvenuto la scorsa settimana) o indossare esclusivamente i panni di segretario della Lega, Mattarella proseguirà sul percorso previsto, ovvero conferirà al presidente della Camera, Roberto Fico, un mandato esplorativo analogo a quello ricevuto dalla Casellati, per verificare se è possibile formare una maggioranza di governo Pd-M5s-Leu. Di Maio ha ripetuto in ogni circostanza che per lui Lega e Pd pari sono, e quindi, per Mattarella, la strada è spianata. L'unica possibilità che hanno i «ragazzi», ovvero Salvini e Di Maio, di evitare questo scenario, per entrambi catastro(fico), è comunicare ufficialmente a Mattarella, nelle prossime 36 ore, di aver raggiunto un'intesa su programma e premier, e soprattutto, cosa che il presidente della Repubblica considera indispensabile, sulla collocazione dell'Italia nello scenario internazionale. Salvini, quindi, dovrebbe ufficializzare l'addio a Berlusconi tra oggi e domani, a urne aperte in Molise e a una settimana dal voto in Friuli Venezia Giulia.
Carlo Tarallo
Berlusconi archivia i 5 stelle: «Li manderei a pulire i cessi»

LaPresse
Peggio di un caterpillar in azione, Silvio Berlusconi pare aver deciso che è arrivato il momento di buttare giù tutto, azzerando ogni possibilità di un accordo per formare il governo tra l'intero centrodestra e il Movimento 5 stelle. E nel giorno in cui Matteo Salvini fa capire che è ancora in atto un confronto con Luigi Di Maio, nonostante il mandato esplorativo affidato dal Quirinale al presidente del Senato si sia risolto con un nulla di fatto, il Cavaliere sale su un palco a Larino, in provincia di Campobasso, nel Molise diventato capitale della politica nazionale, e manda all'aria tutto, confermando di non aver ancora digerito la leadership leghista nel centrodestra: «Nessun accordo è possibile con i 5 stelle, un partito che non conosce l'Abc della democrazia, che prova invidia sociale, formato solo da disoccupati, e che rappresenta un pericolo per l'Italia. Di Maio ha una buona parlantina, non posso negarlo, ma non ha mai combinato niente di buono per sé, per la sua famiglia, per il Paese. Non possiamo affidare l'Italia a gente come lui». Un attacco frontale, insomma. Che arriva dopo la richiesta ad avere «pari dignità» formulata nei confronti di Luigi Di Maio, sempre contrario all'ingresso di Forza Italia nel governo. Giudizio ribaltato in meno di 24 ore: «Gli italiani hanno votato molto male. Seguo tutto con disgusto».
Urla rabbia, Berlusconi. E quando la fedelissima Licia Ronzulli prova a sottrarlo dall'assalto dei cronisti, è lui ad allontanare in maniera brusca la senatrice e ad affondare nuovi colpi. Eccola, l'insofferenza del leader di Forza Italia. Nessuna delle ipotesi in campo sembra soddisfarlo: «Non so di cosa si parli. Io credo che la soluzione sia un governo di centrodestra che trovi in Parlamento persone responsabili che diano loro i voti necessari. Tutte le altre soluzioni sono dannose per l'Italia». Un nuovo incarico esplorativo affidato stavolta al pentastellato Roberto Fico?: «Già il fatto di dare un incarico a uno così la dice lunga…».
Sugli altri scenari per la formazione di un nuovo esecutivo, il leader di Forza Italia vede un'altra strada percorribile da parte del centrodestra: «Il governo del centrodestra potrebbe concretamente fare accordi con uomini saggi, con i parlamentari dei gruppi Misti e anche esponenti del Pd». Un'apertura, quella rivolta ai dem, però bocciata senza appello da Salvini: «Piuttosto che riportare al governo il Pd, faccio tre passi avanti io. Sono a disposizione personalmente e direttamente».
Ma nella lunga invettiva, segno del nervosismo che accompagna questi giorni di grandi trattative, Berlusconi si spinge davvero oltre: «Che stanno a fare questi qui che non hanno mai fatto niente della vita? Ma dai… Prendiamo consapevolezza di chi sono e con chi abbiamo a che fare. Uno: 5 stelle è il partito dei disoccupati. Due: è il partito di chi vuole raggiungere il potere per togliere a chi ha e prendere per sé. Io davvero mi trovo di fronte a questo destino: a 12 anni sono dovuto scendere in piazza ad attaccare i manifesti perché ero contro i comunisti, nel 1994 scesi in campo per tutelare l'Italia dagli ex comunisti e oggi, alla mia età, devo tornare in campo per difendere il mio paese da M5s. Mi sono abbastanza rotto». La conclusione è ancora più dura nei toni: «È gente che non ha mai fatto niente nella vita: nella mia azienda li manderei a pulire i cessi».
La replica dei pentastellati è affidata al senatore Nicola Morra, rappresentante dell'ala ortodossa del Movimento. «Meglio vivere onestamente, magari grazie al “pulire i cessi", piuttosto che accordarsi con la mafia. Capito, Silvio?», scrive su Twitter il rappresentante del M5s.
Le frasi pronunciate durante il tour elettorale molisano squassano i già fragili equilibri su cui si regge il centrodestra. Appena le agenzie battono i primi take con le parole del Cavaliere, sono tanti i big che si aggrappano al telefono per provare a capirne di più. Stupore e sconcerto sono i sentimenti più diffusi tra molti big di Forza Italia, consapevoli che dopo questa sortita l'unità con la Lega è davvero a rischio.
Non è un caso che tra i primi a buttare acqua sul fuoco delle polemiche ci sia il governatore ligure Giovanni Toti, uno dei più strenui sostenitori dell'alleanza con il Carroccio e della necessità di aprire al dialogo con il M5s: «La dichiarazioni di Berlusconi sui 5 stelle sono semplicemente annoverabili tra i cosiddetti falli di reazione sul campo. Non c'è mai stato un veto da parte di Forza Italia ad alcun accordo con i 5 stelle. È vero l'esatto contrario». Prova a mediare, Toti, in una situazione che giorno dopo giorno diventa sempre più complicata da gestire: «Il presidente Berlusconi ha parlato durante la chiusura di una campagna elettorale in una regione dove si vota, quindi è evidente che parlava più agli elettori che non alle fini strategie di Palazzo. Se un accordo di governo non si potrà fare tra il centrodestra e il M5s in tutta franchezza sarà colpa dei 5 stelle, non certo di Forza Italia o Fratelli d'Italia».
Antonio Ricchio
Salvini avverte l'alleato azzurro: «Sei tu quello che si sfila»
«La mia pazienza è finita». Fra i comodini hi-tech della Fiera del mobile di Milano, Matteo Salvini misura il grado di attitudine zen dopo le ultime bordate fra Movimento 5 stelle e Forza Italia, e scopre di essere in riserva. Spia rossa fissa. Troppi veti incrociati, troppi litigi da ballatoio davanti a milioni di elettori esterrefatti. E poiché il leader della Lega tiene in somma considerazione il sentimento della base, decide di puntare il dito non contro Luigi Di Maio che un'offerta l'ha fatta, ma contro Silvio Berlusconi che continua a rifiutarle tutte.
L'alleato «sbaglia e risbaglia». Tre volte colpevole, il sommo Cavaliere, per il numero uno leghista. «Leggo con dispiacere di reciproci insulti e veti fra opposte fazioni che non portano da nessuna parte. Sbaglia Berlusconi quando dice che gli italiani non capiscono niente, hanno votato male e mostra disgusto per questo. Sbaglia Berlusconi quando dice che ci sono partiti pericolosi per la democrazia perché non ci sono partiti pericolosi e non mi piace che parli male di un partito votato da un terzo degli elettori. E risbaglia ancora quando pensa che si possa riportare al governo il Pd. Ecco, se qualcuno dalle parti di Arcore pensa di far saltare altre trattative per andare al governo con Matteo Renzi e con il Partito democratico, non è rispettoso del voto degli italiani. E lo fa senza la Lega. Se Silvio vuole andare col Pd ci vada da solo».
Salvini non era mai stato così esplicito e l'alleanza non era mai stata così in bilico. Nonostante le pressioni di una fetta crescente del partito (un sondaggio Ipsos rileva che il 48% dei sostenitori della Lega sarebbe per rompere con Berlusconi), finora lui ha creduto e crede ancora nel centrodestra unito. Ma unito nelle duttilità, nelle diverse posizioni, nella valorizzazione delle differenze. La guerra di posizione di Berlusconi contro Di Maio e la ferma volontà di tenere aperta la porta ad ogni trattativa con il Pd renziano lo hanno spiazzato. Salvini era sinceramente convinto che il risultato del 4 marzo fosse metabolizzato da tutti come l'inizio di una nuova era in cui trasparenza e gioventù sono ritenute valori. Gli smarcamenti dorotei, le penombre da sacrestia, i bilancini socialisti non li regge.
«La mia pazienza è finita», ribadisce Salvini mostrando una certa stanchezza. «Adesso aspetto le scelte del presidente della Repubblica. Dopo mi sentirò libero di mettermi direttamente a disposizione. Perché questi veti incrociati, queste perdite di tempo, questi ammiccamenti al Pd sia da parte di Berlusconi, sia da parte di Di Maio non hanno senso. Se serve a dare uno scrollone mi assumo direttamente la responsabilità. Se questo per me è un bene o un male non lo so. Io voglio fare un governo che rappresenti quello che gli italiani hanno votato poco tempo fa, partendo da una coalizione fino a ieri compatta. Se qualcuno se ne tira fuori, insultando e guardando a sinistra, la scelta è di questo qualcuno».
Salvini ha davanti a sé due strade. La prima è contenuta nella frase: «Se Silvio vuole andare col Pd, ci vada da solo». La guerra di trincea contro Di Maio e a difesa del governissimo pone la Lega in una posizione vantaggiosa in caso di divorzio: non sarebbe più Salvini a lasciare il Cavaliere, ma il Cavaliere ad allontanarsi da lui per questa fregola di esplorare alleanze «contro natura con Matteo Renzi, Boschi, Maria Elena Banca Etruria e Mps», frase spesso usata per sintetizzare il Giglio magico. La seconda strada, appunto, è quella di chiedere l'incarico e poi cercare i voti ai 5 stelle e, bontà loro, agli alleati storici. L'urgenza sarebbe determinata da un sospetto che nella testa del leader leghista comincia a farsi largo: «Ho la netta sensazione che c'è qualcuno che vuole un governo tecnico alla Mario Monti chiesto da Bruxelles, che vuole spennare gli italiani. Per evitare questa fregatura io farò qualunque cosa, anche scendere in campo».
Se lo stallo perdura si aprono scenari nuovi per Fdi, forte di un 4,3% su base nazionale e 50 parlamentari utili per una maggioranza. Ieri Giorgia Meloni ha ribadito tutta la sua contrarietà nei confronti dei diktat di Di Maio, dedicandogli una canzone di Cesare Cremonini (le vie della politica sono infinite) e chiosando su Facebook: «Nessuno vuol essere Robin, ma per essere Batman devi vincere le elezioni. L'Italia è ostaggio del disperato bisogno di Di Maio di sedere sulla poltrona da premier. È arrivato secondo alle elezioni e pretende di dettare le regole, con buona pace di quelli che raccontavano di voler cambiare le cose e si sono dimostrati attaccati alla poltrona peggio dei vecchi politicanti».
Da qualche tempo lo chiama Giggino Pomicino, ma non è per niente sicuro che in caso di un «liberi tutti» del centrodestra, lei porti il partito dove vuole Berlusconi. La sintonia personale con Salvini è ottima, la consonanza di programmi verificata. Per contro, un accordo col Pd sarebbe irrealistico. L'unica risposta alla domanda «che farete?» in queste ore è: «Argomento non trattato». Per ora l'obiettivo dichiarato è l'unità del centrodestra, ma il destino di quel 4,3% è tutt'altro che scontato.
In uno scenario così liquido domani arrivano le regionali del Molise, in attesa di quelle del Friuli Venezia Giulia di domenica prossima. Difficile che il risultato cambi gli equilibri, se non quelli tra Lega e Forza Italia. Se il Carroccio s'impone anche a Campobasso, dove Berlusconi si è speso moltissimo suonando perfino il bufù (un tamburo a frizione) con un gruppo folk, potrebbe essere più facile per Salvini trattare da posizione di vantaggio all'interno della coalizione. Sempre che abbia vita lunga e non venga tumulata. Eventualmente sulla lapide verrebbe incisa una micidiale battuta attribuita a Winston Churchill che comincia a girare all'interno della Lega e che Berlusconi usò 24 anni fa con Umberto Bossi durante il ribaltone: «Con amici come te non ho bisogno dei nemici».
Giorgio Gandola
I grillini giocano sporco sulla mafia

LaPresse
A questo punto Matteo Salvini ha solo l'imbarazzo della scelta. Tra i 5 stelle e Forza Italia? «No, tra i motivi per mollare Silvio Berlusconi al suo destino». Poco prima di cena, i vertici del Movimento fanno il punto della situazione dopo la «storica sentenza» di Palermo sulla trattativa Stato-mafia e sul ruolo di Marcello Dell'Utri come collegamento tra i boss e il primo governo Berlusconi. Luigi Di Maio twitta che «è finita la Seconda Repubblica», ma con i suoi collaboratori va più al sodo: «Questa sentenza cambia il film delle consultazioni e Salvini lo sa». E i capi di M5s si ribadiscono l'un l'altro che dopo «la tentata fregatura» del mandato Casellati c'è solo un modo per uscire dalla crisi: «L'incarico a Luigi». Quanto al pm siciliano Nino Di Matteo, anche grazie agli insulti del Cavaliere ai 5 stelle, lo aspetta un ministero di peso. Sintesi di una giornata sfigata come poche, per il capo di Forza Italia.
Non poteva esserci giorno peggiore, del resto, per dire che i grillini possono al massimo pulire i cessi nelle aziende del Cavaliere. «È gente che non ha mai fatto nulla nella vita: nella mia azienda li prenderei per pulire i cessi», così scivola la frizione a Berlusconi, in un comizio a Casacalenda, in Molise. E mentre il senatore Massimo Bugani gli risponde con il sorriso, postando una foto intento a pulire i gabinetti, la sentenza palermitana cambia il clima. Un altro senatore, Nicola Morra, apre le raffiche di rappresaglia su Twitter: «Meglio vivere onestamente, magari grazie al “pulire i cessi", piuttosto che accordarsi con la #mafia. Capito, Silvio?». Riccardo Fraccaro lega i fatti dei primi anni Novanta a presunti legami oscuri che ancora si opporrebbero al cambiamento: «La sentenza cade come un macigno su un sistema di potere che tenta ancora di avvinghiare il Paese nei suoi tentacoli». Un altro degli esponenti più esperti, Carlo Sibilia, mira dritto su Arcore: «Dell'Utri è colui il quale trattava con Cosa nostra durante il governo Berlusconi. C'è bisogno di altro per spiegare che Berlusconi è una persona che deve sparire dalla scena politica nazionale?». E alla fine arriva Luigi Di Maio, il moderato della compagnia: «La trattativa Stato-mafia c'è stata. Con le condanne di oggi muore definitivamente la Seconda Repubblica. Grazie ai magistrati di Palermo che hanno lavorato per la verità».
E tra coloro che «hanno lavorato per la verità» c'è Di Matteo, due settimane fa acclamato relatore a Ivrea nel convegno dedicato a Gianroberto Casaleggio. Il pm prende metaforicamente l'evidenziatore e segnala al popolo grillino il significato «storico» della sentenza di ieri: «Prima si era messa in correlazione Cosa nostra con il Silvio Berlusconi imprenditore, adesso questa sentenza per la prima volta la mette in correlazione col Berlusconi politico». E l'assoluzione di Nicola Mancino? In casa pentastellata fanno notare che «è arrivata solo perché sono state cancellate le telefonate con Giorgio Napolitano». Già, l'ex presidente della Repubblica. Meglio non nominarlo ai vari Beppe Grillo o Di Maio o Davide Casaleggio. Sono tutti convinti che si stia dando molto da fare per spingere il Pd tra le braccia del centrodestra, non potendo i numeri risicati escludere anche la Lega. «Ma tutto, pur di tenerci lontano da certe stanze, come il Viminale, i servizi, Via Arenula, la Difesa che deve comprare gli aerei che decidono gli altri», riassume un senatore grillino. Quando parla di «tentacoli che tentano ancora di avvinghiare», M5s ha le idee più chiare di quanto sembri.
Ma a parte i rapporti tra Cosa nostra e Forza Italia, a ben 24 anni di distanza dai fatti giudicati a Palermo è inutile negare che i problemi dell'Italia siano altri, Berlusconi compreso, che ha pure 82 anni. E nonostante la recente campagna per la scarcerazione di Dell'Utri. Di Maio vuole andare a tutti i costi a Palazzo Chigi e continua a pensare che l'alleato giusto sia la Lega. Ai suoi ha detto anche ieri che il capo del Carroccio potrebbe anche solo limitarsi ad andare ad Arcore e dire all'ex alleato: «Nulla di personale, ma sei divisivo». Ma gli altri big del Movimento si spingono oltre e credono che la base leghista, «come la nostra, sia pulita e intransigente, e quindi non possa perdonare l'accostamento tra Forza Italia e i boss». E Fratelli d'Italia? Non c'è nessun veto sul partito di Giorgia Meloni e, anzi, Guido Crosetto è ritenuto un po' il Giorgetti di Fdi, «affidabile e perbene». Mentre sul fronte del famoso «secondo forno» tutto tace. Al Movimento è arrivata voce che giovedì mattina presto, Berlusconi e Matteo Renzi si sarebbero incontrati in gran segreto. Se fosse confermato, sarebbe la pietra tombale sul dialogo con il Pd.
Francesco Bonazzi
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I leghisti sono persuasi che l'uscita del presidente del Senato sui ministri azzurri sia arrivata apposta per far saltare il banco.Il capo dello Stato deciderà solo lunedì come muoversi dopo il flop della Casellati. Matteo Salvini si è autocandidato per un pre incarico. Più probabile che il Quirinale affidi l'esplorazione a Roberto Fico per tastare il terreno con il Pd.Nel tour elettorale in Molise Silvio Berlusconi spara sui pentastellati: «È il partito dei disoccupati. La gente ha votato male». E disegna un'altra alleanza: «Con Misto e saggi del Pd».Ma il segretario dei lumbard è al limite: «Voglio fare un governo con una coalizione fino a ieri compatta e se qualcuno se ne tira fuori per andare con i dem la responsabilità è sua». La strada è chiedere l'incarico «da solo» con i grillini. E valutare le scelte di Fratelli d'ItaliaIntanto il Movimento 5 stelle usa le condanne del processo sulla trattativa contro Forza Italia: «Cambiato il film delle consultazioni». La voce: incontro segreto tra il leader di forzista e Matteo Renzi. Lo speciale contiene cinque articoli. Cercate la spilla a forma di farfalla, e capirete il retroscena della trattativa fallita. «Certo che se anche chi dovrebbe fare la mediazione poi non media...». È amarissimo Matteo Salvini, con i suoi, riferendo a caldo del tentativo andato a vuoto - proprio a un passo dall'accordo - a suo dire per via dell'intervento della presidente del Senato Elisabetta Casellati. Fino a un attimo dal deragliamento, per giunta, giovedì sembrava tutto a posto: dichiarazioni preparatorie e propiziatorie, una lunga telefonata tra il leader del Carroccio e il capo politico del M5s, toni cordiali, diplomazia generazionale e tambureggiamento su Whatsapp. Era questa la tela visibile di un patto in cui Forza Italia avrebbe dato, formalmente, il suo appoggio esterno a un governo di coalizione giallo-verde, salvando tutte le apparenze. Poi nel momento cruciale il gelo, l'incomprensione e la rottura, con i suoi strascichi avvelenati, compresa quella frase dell'esploratrice che è rimasta appesa come una corda in casa dell'impiccato: «Per i ministeri si pensa a nomi come Mara Carfagna, o Lucio Malan...». Ovvero a forzisti doc, ancorché prestigiosi, ma visibili e riconoscibili con bollo e timbro di partito. E che dire poi delle altre frasi che avevano fatto rabbrividire i pentastellati, quelle sull'impraticabilità della flat tax e del reddito di cittadinanza? Vere e proprie docce scozzesi, per chi sognava un patto da comunicare già al pubblico dopo le consultazioni. Tutto il contrario - cioè - di quello che prevedeva l'accordo stabilito tra i due leader, quello che in origine prevedeva personalità «vicine agli azzurri», che sarebbero state nominate, teoricamente in quota Salvini, per non complicare la già difficilissima diplomazia con Di Maio. Ma la Casellati, in quel momento, parlava come rappresentante di Forza Italia o come mediatrice su mandato del Quirinale? Chi dava corpo a quella terza persona apparentemente impersonale? Ovvio che il dilemma interpretativo oggi si ponga, soprattutto in vista del futuro, con Salvini che minaccioso promette «scendo in campo io», proprio perché deluso da ogni mediazione. Cercate la spilla a farfallina di conio arcoriano, che nell'iconografia di questi giorni è rimasta visivamente - come sempre accade in politica - come il simbolo di una doppia appartenenza in una partita complessa. Le pesanti porte dorate ottocentesche del Senato, e il monile di pregio che il Cavaliere regalava come se fosse la sua legion d'onore a fedelissimi e fedelissime (Olgettine incluse), mal si conciliano tra di loro. E infatti siccome tutti conoscono le doti di mediazione della Casellati, sulle frasi che hanno segnato la rottura l'interrogativo si pone: sono state dette con leggerezza (fatto assai improbabile) oppure l'esploratrice azzurra aveva davvero in animo di marcare il territorio, e di porre l'asticella in un livello invalicabile? Il sospetto di Salvini nel giorno del patatrac era esattamente questo, e l'espressione di sconcerto era ben leggibile sul suo volto quando, appena arrivato in Molise, per telefono gli veniva relazionato l'accaduto. Prima che il leader del centrodestra potesse dire una sola parola - altro dettaglio rivelatore - era già in rete un comunicato ufficiale di Forza Italia. Troppa sintonia tra quei colloqui, quelle frasi apparentemente improvvide, e la nota di partito azzurra, diffusa a tempo di record. Troppo sibillina la frase di Di Maio: «Noi siamo il M5s, oltre una certa soglia non possiamo andare». Più netta l'enunciazione strategica di Rocco Casalino, capo della comunicazione del Movimento, nel giorno dell'elezione di Fico: «Chi pensa che noi ci mettiamo a fare trattative per i ministri con il pallottoliere non ha capito nulla, né di noi, né dei nostri elettori!». E così, alla fine, è toccato alla Casellati - ironia della sorte - riferire della posizione ormai irremovibile di Di Maio: «Mai con Berlusconi, sì a un governo con Salvini e appoggio esterno di Fi-Fdi». Forse la presidente del Senato ha avuto un eccesso di zelo, uno scrupolo trattativista segnato dalla sua appartenenza. Oppure - ed è questo il sospetto più nero di Salvini - la farfallina azzurra si è posata esattamente dove voleva: una frase di troppo per poter ottenere un risultato in più, ma desiderato. Far saltare quel governo con appoggio esterno di Forza Italia, e personalità non direttamente riconducibili al Cavaliere, che tanto faceva soffrire lo stato maggiore berlusconiano.Luca Telese<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lega-sospetta-la-casellati-2561820847.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mattarella-prende-altro-tempo-e-scalda-il-fornello-ai-democratici" data-post-id="2561820847" data-published-at="1781513720" data-use-pagination="False"> Mattarella prende altro tempo e scalda il fornello ai democratici «Ringrazio tutti i leader per avere avviato una discussione che pur nella diversità di opinioni ha consentito di evidenziare spunti di riflessione politica. Sono certa che il presidente Sergio Mattarella saprà individuare il percorso migliore da intraprendere». All'uscita dall'incontro al Quirinale con il presidente della Repubblica la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, pronuncia parole che stridono con la caciara di insulti incrociati che Fi e M5s si stanno scambiando in quegli stessi minuti. La Casellati ha esposto a Mattarella il risultato della sua missione da esploratrice: la possibilità di una maggioranza di governo composta da M5s e centrodestra c'è, anche se la strada per giungere all'obiettivo è assai dissestata. Mattarella ascolta e decide, per ora, di non decidere. Due giorni di riflessione, poi il capo dello Stato archivierà definitivamente la possibilità di mettere in piedi una maggioranza, anzi una «coalizione» come da lui esplicitamente richiesto, che sarebbe stata larghissima numericamente, ma che mai vedrà la luce a causa dei veti e dei controveti. Il prossimo passo di Mattarella? Il Colle, nella giornata di ieri, ha avuto modo di confrontarsi con i suoi consiglieri. La base dalla quale partire non sono certo gli insulti che Silvio Berlusconi e il M5s si sono scambiati in questo venerdì di torrida campagna elettorale, ma le posizioni espresse ufficialmente dai grillini e dal centrodestra alla Casellati. La chiusura di Luigi Di Maio a ogni ipotesi di concedere pari dignità agli eventuali alleati è un ostacolo difficile da superare, tanto più che il «veto», ora, non riguarda più solo Forza Italia, ma anche Fratelli d'Italia. Di Maio, in sostanza, vuole che Matteo Salvini «scarichi» mezza coalizione. Il leader leghista, ieri, ha chiesto l'incarico. Ma a nome di chi? Della Lega? Del centrodestra? Della Lega e di Fratelli d'Italia? Della Lega e del M5s? «Centrodestra e sinistra sono categorie superate», ha detto Salvini, «aspettiamo Mattarella, io mi metterò a disposizione, spero con tutta la squadra, se qualcuno guarda a sinistra tanti auguri. Aspettiamo la riflessione. Spero di essere oggetto di questa riflessione ma non so se posso ambire a tanto». Toni sarcastici, quelli del leader leghista nei confronti di Mattarella, che il capo dello Stato non può certamente apprezzare. Tanto più che, al Colle, risuonano come una forzatura. Salvini non può reclamare un incarico pieno, finché non dimostrerà di avere i numeri per formare una maggioranza. Se l'accordo M5s - centrodestra non è praticabile, l'ipotesi di un incarico per verificare la possibilità di far nascere una «coalizione» Lega-M5s potrebbe basarsi solo su una rottura del centrodestra. Rottura che a leggere le dichiarazioni c'è, ma che ufficialmente non è mai stata certificata: appena l'altro ieri Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi sono stati insieme dalla Casellati. La Lega dovrebbe sancire in maniera formale l'addio agli alleati e la volontà di raggiungere l'intesa con il M5s prima di rivendicare un incarico di governo per varare l'esecutivo legastellato. In quel caso, però, Salvini sarebbe semplicemente il segretario di un partito del 17%, alleato con uno, il M5s, che ha il 32%. Quindi, secondo le logiche rigorose del Quirinale, se proprio un incarico esplorativo per verificare la possibilità di un governo Lega-M5s dovesse essere conferito, il destinatario sarebbe Di Maio e non Salvini. È molto probabile che, nell'attesa che Salvini decida se continuare a presentarsi al Colle come leader del centrodestra (come avvenuto la scorsa settimana) o indossare esclusivamente i panni di segretario della Lega, Mattarella proseguirà sul percorso previsto, ovvero conferirà al presidente della Camera, Roberto Fico, un mandato esplorativo analogo a quello ricevuto dalla Casellati, per verificare se è possibile formare una maggioranza di governo Pd-M5s-Leu. Di Maio ha ripetuto in ogni circostanza che per lui Lega e Pd pari sono, e quindi, per Mattarella, la strada è spianata. L'unica possibilità che hanno i «ragazzi», ovvero Salvini e Di Maio, di evitare questo scenario, per entrambi catastro(fico), è comunicare ufficialmente a Mattarella, nelle prossime 36 ore, di aver raggiunto un'intesa su programma e premier, e soprattutto, cosa che il presidente della Repubblica considera indispensabile, sulla collocazione dell'Italia nello scenario internazionale. Salvini, quindi, dovrebbe ufficializzare l'addio a Berlusconi tra oggi e domani, a urne aperte in Molise e a una settimana dal voto in Friuli Venezia Giulia. Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/la-lega-sospetta-la-casellati-2561820847.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="berlusconi-archivia-i-5-stelle-li-manderei-a-pulire-i-cessi" data-post-id="2561820847" data-published-at="1781513720" data-use-pagination="False"> Berlusconi archivia i 5 stelle: «Li manderei a pulire i cessi» LaPresse Peggio di un caterpillar in azione, Silvio Berlusconi pare aver deciso che è arrivato il momento di buttare giù tutto, azzerando ogni possibilità di un accordo per formare il governo tra l'intero centrodestra e il Movimento 5 stelle. E nel giorno in cui Matteo Salvini fa capire che è ancora in atto un confronto con Luigi Di Maio, nonostante il mandato esplorativo affidato dal Quirinale al presidente del Senato si sia risolto con un nulla di fatto, il Cavaliere sale su un palco a Larino, in provincia di Campobasso, nel Molise diventato capitale della politica nazionale, e manda all'aria tutto, confermando di non aver ancora digerito la leadership leghista nel centrodestra: «Nessun accordo è possibile con i 5 stelle, un partito che non conosce l'Abc della democrazia, che prova invidia sociale, formato solo da disoccupati, e che rappresenta un pericolo per l'Italia. Di Maio ha una buona parlantina, non posso negarlo, ma non ha mai combinato niente di buono per sé, per la sua famiglia, per il Paese. Non possiamo affidare l'Italia a gente come lui». Un attacco frontale, insomma. Che arriva dopo la richiesta ad avere «pari dignità» formulata nei confronti di Luigi Di Maio, sempre contrario all'ingresso di Forza Italia nel governo. Giudizio ribaltato in meno di 24 ore: «Gli italiani hanno votato molto male. Seguo tutto con disgusto». Urla rabbia, Berlusconi. E quando la fedelissima Licia Ronzulli prova a sottrarlo dall'assalto dei cronisti, è lui ad allontanare in maniera brusca la senatrice e ad affondare nuovi colpi. Eccola, l'insofferenza del leader di Forza Italia. Nessuna delle ipotesi in campo sembra soddisfarlo: «Non so di cosa si parli. Io credo che la soluzione sia un governo di centrodestra che trovi in Parlamento persone responsabili che diano loro i voti necessari. Tutte le altre soluzioni sono dannose per l'Italia». Un nuovo incarico esplorativo affidato stavolta al pentastellato Roberto Fico?: «Già il fatto di dare un incarico a uno così la dice lunga…». Sugli altri scenari per la formazione di un nuovo esecutivo, il leader di Forza Italia vede un'altra strada percorribile da parte del centrodestra: «Il governo del centrodestra potrebbe concretamente fare accordi con uomini saggi, con i parlamentari dei gruppi Misti e anche esponenti del Pd». Un'apertura, quella rivolta ai dem, però bocciata senza appello da Salvini: «Piuttosto che riportare al governo il Pd, faccio tre passi avanti io. Sono a disposizione personalmente e direttamente». Ma nella lunga invettiva, segno del nervosismo che accompagna questi giorni di grandi trattative, Berlusconi si spinge davvero oltre: «Che stanno a fare questi qui che non hanno mai fatto niente della vita? Ma dai… Prendiamo consapevolezza di chi sono e con chi abbiamo a che fare. Uno: 5 stelle è il partito dei disoccupati. Due: è il partito di chi vuole raggiungere il potere per togliere a chi ha e prendere per sé. Io davvero mi trovo di fronte a questo destino: a 12 anni sono dovuto scendere in piazza ad attaccare i manifesti perché ero contro i comunisti, nel 1994 scesi in campo per tutelare l'Italia dagli ex comunisti e oggi, alla mia età, devo tornare in campo per difendere il mio paese da M5s. Mi sono abbastanza rotto». La conclusione è ancora più dura nei toni: «È gente che non ha mai fatto niente nella vita: nella mia azienda li manderei a pulire i cessi». La replica dei pentastellati è affidata al senatore Nicola Morra, rappresentante dell'ala ortodossa del Movimento. «Meglio vivere onestamente, magari grazie al “pulire i cessi", piuttosto che accordarsi con la mafia. Capito, Silvio?», scrive su Twitter il rappresentante del M5s. Le frasi pronunciate durante il tour elettorale molisano squassano i già fragili equilibri su cui si regge il centrodestra. Appena le agenzie battono i primi take con le parole del Cavaliere, sono tanti i big che si aggrappano al telefono per provare a capirne di più. Stupore e sconcerto sono i sentimenti più diffusi tra molti big di Forza Italia, consapevoli che dopo questa sortita l'unità con la Lega è davvero a rischio. Non è un caso che tra i primi a buttare acqua sul fuoco delle polemiche ci sia il governatore ligure Giovanni Toti, uno dei più strenui sostenitori dell'alleanza con il Carroccio e della necessità di aprire al dialogo con il M5s: «La dichiarazioni di Berlusconi sui 5 stelle sono semplicemente annoverabili tra i cosiddetti falli di reazione sul campo. Non c'è mai stato un veto da parte di Forza Italia ad alcun accordo con i 5 stelle. È vero l'esatto contrario». Prova a mediare, Toti, in una situazione che giorno dopo giorno diventa sempre più complicata da gestire: «Il presidente Berlusconi ha parlato durante la chiusura di una campagna elettorale in una regione dove si vota, quindi è evidente che parlava più agli elettori che non alle fini strategie di Palazzo. Se un accordo di governo non si potrà fare tra il centrodestra e il M5s in tutta franchezza sarà colpa dei 5 stelle, non certo di Forza Italia o Fratelli d'Italia». Antonio Ricchio <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lega-sospetta-la-casellati-2561820847.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="salvini-avverte-lalleato-azzurro-sei-tu-quello-che-si-sfila" data-post-id="2561820847" data-published-at="1781513720" data-use-pagination="False"> Salvini avverte l'alleato azzurro: «Sei tu quello che si sfila» «La mia pazienza è finita». Fra i comodini hi-tech della Fiera del mobile di Milano, Matteo Salvini misura il grado di attitudine zen dopo le ultime bordate fra Movimento 5 stelle e Forza Italia, e scopre di essere in riserva. Spia rossa fissa. Troppi veti incrociati, troppi litigi da ballatoio davanti a milioni di elettori esterrefatti. E poiché il leader della Lega tiene in somma considerazione il sentimento della base, decide di puntare il dito non contro Luigi Di Maio che un'offerta l'ha fatta, ma contro Silvio Berlusconi che continua a rifiutarle tutte. L'alleato «sbaglia e risbaglia». Tre volte colpevole, il sommo Cavaliere, per il numero uno leghista. «Leggo con dispiacere di reciproci insulti e veti fra opposte fazioni che non portano da nessuna parte. Sbaglia Berlusconi quando dice che gli italiani non capiscono niente, hanno votato male e mostra disgusto per questo. Sbaglia Berlusconi quando dice che ci sono partiti pericolosi per la democrazia perché non ci sono partiti pericolosi e non mi piace che parli male di un partito votato da un terzo degli elettori. E risbaglia ancora quando pensa che si possa riportare al governo il Pd. Ecco, se qualcuno dalle parti di Arcore pensa di far saltare altre trattative per andare al governo con Matteo Renzi e con il Partito democratico, non è rispettoso del voto degli italiani. E lo fa senza la Lega. Se Silvio vuole andare col Pd ci vada da solo». Salvini non era mai stato così esplicito e l'alleanza non era mai stata così in bilico. Nonostante le pressioni di una fetta crescente del partito (un sondaggio Ipsos rileva che il 48% dei sostenitori della Lega sarebbe per rompere con Berlusconi), finora lui ha creduto e crede ancora nel centrodestra unito. Ma unito nelle duttilità, nelle diverse posizioni, nella valorizzazione delle differenze. La guerra di posizione di Berlusconi contro Di Maio e la ferma volontà di tenere aperta la porta ad ogni trattativa con il Pd renziano lo hanno spiazzato. Salvini era sinceramente convinto che il risultato del 4 marzo fosse metabolizzato da tutti come l'inizio di una nuova era in cui trasparenza e gioventù sono ritenute valori. Gli smarcamenti dorotei, le penombre da sacrestia, i bilancini socialisti non li regge. «La mia pazienza è finita», ribadisce Salvini mostrando una certa stanchezza. «Adesso aspetto le scelte del presidente della Repubblica. Dopo mi sentirò libero di mettermi direttamente a disposizione. Perché questi veti incrociati, queste perdite di tempo, questi ammiccamenti al Pd sia da parte di Berlusconi, sia da parte di Di Maio non hanno senso. Se serve a dare uno scrollone mi assumo direttamente la responsabilità. Se questo per me è un bene o un male non lo so. Io voglio fare un governo che rappresenti quello che gli italiani hanno votato poco tempo fa, partendo da una coalizione fino a ieri compatta. Se qualcuno se ne tira fuori, insultando e guardando a sinistra, la scelta è di questo qualcuno». Salvini ha davanti a sé due strade. La prima è contenuta nella frase: «Se Silvio vuole andare col Pd, ci vada da solo». La guerra di trincea contro Di Maio e a difesa del governissimo pone la Lega in una posizione vantaggiosa in caso di divorzio: non sarebbe più Salvini a lasciare il Cavaliere, ma il Cavaliere ad allontanarsi da lui per questa fregola di esplorare alleanze «contro natura con Matteo Renzi, Boschi, Maria Elena Banca Etruria e Mps», frase spesso usata per sintetizzare il Giglio magico. La seconda strada, appunto, è quella di chiedere l'incarico e poi cercare i voti ai 5 stelle e, bontà loro, agli alleati storici. L'urgenza sarebbe determinata da un sospetto che nella testa del leader leghista comincia a farsi largo: «Ho la netta sensazione che c'è qualcuno che vuole un governo tecnico alla Mario Monti chiesto da Bruxelles, che vuole spennare gli italiani. Per evitare questa fregatura io farò qualunque cosa, anche scendere in campo». Se lo stallo perdura si aprono scenari nuovi per Fdi, forte di un 4,3% su base nazionale e 50 parlamentari utili per una maggioranza. Ieri Giorgia Meloni ha ribadito tutta la sua contrarietà nei confronti dei diktat di Di Maio, dedicandogli una canzone di Cesare Cremonini (le vie della politica sono infinite) e chiosando su Facebook: «Nessuno vuol essere Robin, ma per essere Batman devi vincere le elezioni. L'Italia è ostaggio del disperato bisogno di Di Maio di sedere sulla poltrona da premier. È arrivato secondo alle elezioni e pretende di dettare le regole, con buona pace di quelli che raccontavano di voler cambiare le cose e si sono dimostrati attaccati alla poltrona peggio dei vecchi politicanti». Da qualche tempo lo chiama Giggino Pomicino, ma non è per niente sicuro che in caso di un «liberi tutti» del centrodestra, lei porti il partito dove vuole Berlusconi. La sintonia personale con Salvini è ottima, la consonanza di programmi verificata. Per contro, un accordo col Pd sarebbe irrealistico. L'unica risposta alla domanda «che farete?» in queste ore è: «Argomento non trattato». Per ora l'obiettivo dichiarato è l'unità del centrodestra, ma il destino di quel 4,3% è tutt'altro che scontato. In uno scenario così liquido domani arrivano le regionali del Molise, in attesa di quelle del Friuli Venezia Giulia di domenica prossima. Difficile che il risultato cambi gli equilibri, se non quelli tra Lega e Forza Italia. Se il Carroccio s'impone anche a Campobasso, dove Berlusconi si è speso moltissimo suonando perfino il bufù (un tamburo a frizione) con un gruppo folk, potrebbe essere più facile per Salvini trattare da posizione di vantaggio all'interno della coalizione. Sempre che abbia vita lunga e non venga tumulata. Eventualmente sulla lapide verrebbe incisa una micidiale battuta attribuita a Winston Churchill che comincia a girare all'interno della Lega e che Berlusconi usò 24 anni fa con Umberto Bossi durante il ribaltone: «Con amici come te non ho bisogno dei nemici». Giorgio Gandola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/la-lega-sospetta-la-casellati-2561820847.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-grillini-giocano-sporco-sulla-mafia" data-post-id="2561820847" data-published-at="1781513720" data-use-pagination="False"> I grillini giocano sporco sulla mafia LaPresse A questo punto Matteo Salvini ha solo l'imbarazzo della scelta. Tra i 5 stelle e Forza Italia? «No, tra i motivi per mollare Silvio Berlusconi al suo destino». Poco prima di cena, i vertici del Movimento fanno il punto della situazione dopo la «storica sentenza» di Palermo sulla trattativa Stato-mafia e sul ruolo di Marcello Dell'Utri come collegamento tra i boss e il primo governo Berlusconi. Luigi Di Maio twitta che «è finita la Seconda Repubblica», ma con i suoi collaboratori va più al sodo: «Questa sentenza cambia il film delle consultazioni e Salvini lo sa». E i capi di M5s si ribadiscono l'un l'altro che dopo «la tentata fregatura» del mandato Casellati c'è solo un modo per uscire dalla crisi: «L'incarico a Luigi». Quanto al pm siciliano Nino Di Matteo, anche grazie agli insulti del Cavaliere ai 5 stelle, lo aspetta un ministero di peso. Sintesi di una giornata sfigata come poche, per il capo di Forza Italia. Non poteva esserci giorno peggiore, del resto, per dire che i grillini possono al massimo pulire i cessi nelle aziende del Cavaliere. «È gente che non ha mai fatto nulla nella vita: nella mia azienda li prenderei per pulire i cessi», così scivola la frizione a Berlusconi, in un comizio a Casacalenda, in Molise. E mentre il senatore Massimo Bugani gli risponde con il sorriso, postando una foto intento a pulire i gabinetti, la sentenza palermitana cambia il clima. Un altro senatore, Nicola Morra, apre le raffiche di rappresaglia su Twitter: «Meglio vivere onestamente, magari grazie al “pulire i cessi", piuttosto che accordarsi con la #mafia. Capito, Silvio?». Riccardo Fraccaro lega i fatti dei primi anni Novanta a presunti legami oscuri che ancora si opporrebbero al cambiamento: «La sentenza cade come un macigno su un sistema di potere che tenta ancora di avvinghiare il Paese nei suoi tentacoli». Un altro degli esponenti più esperti, Carlo Sibilia, mira dritto su Arcore: «Dell'Utri è colui il quale trattava con Cosa nostra durante il governo Berlusconi. C'è bisogno di altro per spiegare che Berlusconi è una persona che deve sparire dalla scena politica nazionale?». E alla fine arriva Luigi Di Maio, il moderato della compagnia: «La trattativa Stato-mafia c'è stata. Con le condanne di oggi muore definitivamente la Seconda Repubblica. Grazie ai magistrati di Palermo che hanno lavorato per la verità». E tra coloro che «hanno lavorato per la verità» c'è Di Matteo, due settimane fa acclamato relatore a Ivrea nel convegno dedicato a Gianroberto Casaleggio. Il pm prende metaforicamente l'evidenziatore e segnala al popolo grillino il significato «storico» della sentenza di ieri: «Prima si era messa in correlazione Cosa nostra con il Silvio Berlusconi imprenditore, adesso questa sentenza per la prima volta la mette in correlazione col Berlusconi politico». E l'assoluzione di Nicola Mancino? In casa pentastellata fanno notare che «è arrivata solo perché sono state cancellate le telefonate con Giorgio Napolitano». Già, l'ex presidente della Repubblica. Meglio non nominarlo ai vari Beppe Grillo o Di Maio o Davide Casaleggio. Sono tutti convinti che si stia dando molto da fare per spingere il Pd tra le braccia del centrodestra, non potendo i numeri risicati escludere anche la Lega. «Ma tutto, pur di tenerci lontano da certe stanze, come il Viminale, i servizi, Via Arenula, la Difesa che deve comprare gli aerei che decidono gli altri», riassume un senatore grillino. Quando parla di «tentacoli che tentano ancora di avvinghiare», M5s ha le idee più chiare di quanto sembri. Ma a parte i rapporti tra Cosa nostra e Forza Italia, a ben 24 anni di distanza dai fatti giudicati a Palermo è inutile negare che i problemi dell'Italia siano altri, Berlusconi compreso, che ha pure 82 anni. E nonostante la recente campagna per la scarcerazione di Dell'Utri. Di Maio vuole andare a tutti i costi a Palazzo Chigi e continua a pensare che l'alleato giusto sia la Lega. Ai suoi ha detto anche ieri che il capo del Carroccio potrebbe anche solo limitarsi ad andare ad Arcore e dire all'ex alleato: «Nulla di personale, ma sei divisivo». Ma gli altri big del Movimento si spingono oltre e credono che la base leghista, «come la nostra, sia pulita e intransigente, e quindi non possa perdonare l'accostamento tra Forza Italia e i boss». E Fratelli d'Italia? Non c'è nessun veto sul partito di Giorgia Meloni e, anzi, Guido Crosetto è ritenuto un po' il Giorgetti di Fdi, «affidabile e perbene». Mentre sul fronte del famoso «secondo forno» tutto tace. Al Movimento è arrivata voce che giovedì mattina presto, Berlusconi e Matteo Renzi si sarebbero incontrati in gran segreto. Se fosse confermato, sarebbe la pietra tombale sul dialogo con il Pd. Francesco Bonazzi
L’ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica Vincenzo Camporini (Imagoeconomica)
Come Donald Trump, sta per compiere 80 anni, ma il generale Vincenzo Camporini preferisce non fare parallelismi e sorride quando gli facciamo notare la coincidenza. Perché l’ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare non potrebbe avere visione più distante rispetto all’agire dell’inquilino della Casa Bianca e aggiunge ridendo, ma non troppo: «E comunque nonostante l’età, io sono solito contraddirmi un po’ meno».
Generale, Trump è a un passo dall’accordo con l’Iran. Forse vuole farsi un regalo di compleanno, però qualcosa si è smosso in Medio Oriente. A partire dalla questione Hormuz.
«Prima di tutto, definiamolo per quello che è, o meglio sembra per quello che trapela in queste ore. Ovvero si tratta di un accordo prima dell’accordo. Ovvero un elenco di punti, un memorandum dal quale tra l’altro è scomparsa anche una voce fondamentale: il nucleare. Quindi la definirei una dichiarazione di intenti più che un accordo, che andrà discussa e rimodellata nell’arco di una sessantina di giorni o poco più. Solo a quel punto si capirà se da questa tregua o pace armata, chiamatela come preferite, emergerà un documento per l’accordo. Perché a oggi si tratta soltanto di un pdf con firme a distanza e non in presenza».
Ci sta dicendo che un incontro, come sembrava dovesse essere all’inizio, a Ginevra, avrebbe avuto un significato totalmente diverso?
«Certo, Ginevra sarebbe stata la città ideale, nella Nato ma non nell’Unione europea, quindi, indirettamente sarebbe stata sottolineata l’insoddisfazione di Trump verso gli alleati europei senza, però, escludere l’Europa dal cuore delle trattative. Si sarebbe trattato sì una mossa diplomatica molto astuta e una soluzione intelligente. Le tre parti in causa, Iran, Pakistan e Usa, sembravano convinti che la scelta di far diventare la cittadina svizzera l’ombelico del mondo occidentale fosse quella giusta ma così non è stato. Una ulteriore dimostrazione dell’inconsistenza di questo accordo. A oggi, ovviamente. Si tratta di una base su cui lavorare».
A proposito degli attori chiamati in campo per lavorare al piano di pace, Trump sembra avere le idee chiare: gli alleati europei fino a oggi non sono stati d’aiuto per arrivare alla pace con l’Iran ma in futuro potranno essere molto utili. Qual è il valore aggiunto a cui pensa, secondo lei, il presidente Usa?
«Uno dei problemi fondamentali per la riapertura della navigazione a Hormuz è quello delle mine e, da questo punto di vista, gli americani hanno soltanto quattro cacciamine di vecchia generazione, navi militari progettate per localizzare, disattivare e distruggere mine navali. Questo perché l’esercito Usa aveva deciso che la lotta alle mine sarebbe stata una battaglia che non lo avrebbe più riguardato da vicino. Quindi, se servisse un’operazione di pulizia veloce e puntuale, allora nel campo dello sminamento l’Unione europea potrebbe essere fortemente d’aiuto con la sua tecnica innovativa in materia e sarebbe in grado di colmare questo gap militare non indifferente. Si tratterebbe non di una scelta politica ma strategica. Le Marine europee, tra cui quella italiana, tedesca, francese e britannica, mantengono flotte specializzate con scafi amagnetici per evitare l’attivazione di ordigni, sensori sonar avanzati e droni subacquei».
Cosa ne pensa del disimpegno militare degli Usa nella Nato?
«Non sono sorpreso dalle ultime dichiarazioni di Trump sulla sua volontà di rivedere il suo impegno militare nella Nato perché sono dichiarazioni assolutamente in linea con altre già fatte in passato. A me quello che colpisce di più è la diminuzione della presenza di soldati americani in Europa perché è la presenza umana a fare la differenza: se gli Usa portano via uomini e chiudono le basi militari, la loro influenza e capacità operativa è destinata a sparire in questo quadrante geografico. Pensiamo, per esempio, alla presenza dei soldati a Sigonella: la dipartita americana diventerebbe un problema per la pianificazione di un eventuale attacco».
Nell’ultimo mese abbiamo perso il conto del numero di annunci di pace imminente fatti dal presidente Trump: questa tecnica dell’annuncio/smentita funziona? Vale la regola nota in comunicazione: la smentita è comunque una notizia data due volte?
«Dal punto di vista politico e militare, il metodo trumpiano crea confusione ma è chiaramente una tecnica riconosciuta. Ovvero gettare fumo negli occhi del nemico e, secondo lui, può servire a migliorare la posizione negoziale nei trattati. Un generatore di caos e alone di incertezza può, forse, fornire un vantaggio, ma quel che mi sembra chiaro è che il suo modus operandi funziona negli affari e nel business ma non funziona in politica.
Quali sono le sue previsioni per il G7 appena iniziato?
«Trump ha fortemente bisogno di poter dichiarare vittoria, quindi il presidente Usa arriverà con questo memorandum tra le mani e, anche se non si tratta di un accordo, potrà farlo valere come tale e da quel momento gli Usa, ne sono certo, saranno disposti a rispettare al 100% il cessate il fuoco. Da questo punto di vista almeno sono ottimista, cioè ci sarà una motivazione in più per non tornare a violare la tregua. E forse la guerra potrebbe fermarsi».
Questa settimana c’è stata una perdita sul campo, un elicottero Apache è caduto nell’area dello Stretto di Hormuz, abbattuto dalle forze iraniane. Da ex generale dell’Aeronautica militare, ha paura che episodi come questo possano ripetersi?
«Succederà, perché ci sono incidenti dovuti a una reazione del nemico e poi ci sono incidenti che possono essere utilizzati in forma provocatoria. Da oggi c’è una tregua che corre sul filo del rasoio e la cui violazione può essere adoperata per ampliare la capacità provocatoria da entrambe le parti».
Trump rischia di dichiarare la fine di un conflitto che pone l’Occidente in una situazione peggiore rispetto all’inizio della guerra. Costi senza benefici?
«Sicuramente è una situazione peggiore di prima perché, fino al giorno antecedente all’attacco, nessuno aveva mai osato mettere in discussione lo Stretto di Hormuz, quindi aspettiamoci una finta vittoria: un memorandum d’intesa sul proseguo delle trattative, non è chiaro fino a quando. E, in contemporanea, aspettiamoci che Trump sbandieri l’accordo come una vittoria che, però, come dicevamo, legherà le mani agli Usa. Semplicemente per il fatto di doverlo rispettare a prescindere».
Che da una parte comporta un aspetto positivo…
«Lui ha bisogno politicamente, in vista delle elezioni di Midterm, di dichiarare vittoria; quindi, avrà tra le mani questo memorandum che non è un accordo, ma potrà far valere come tale e lo obbligherà a non violare il cessate il fuoco. Quindi, da quel punto di vista almeno, sono ottimista».
Ma allora ci sta dicendo che la guerra in Iran sta per finire?
«Secondo me sì, in modo peggiore rispetto al passato. Il passaggio del commercio per le truppe navali ha il sapore di un negoziato molto, molto costoso. Inoltre, il nucleare non compare più nella trattativa: gli iraniani lo avrebbero incavernato e protetto da mine in modo da renderne davvero impossibile il recupero. Vedremo se sarà oggetto dei prossimi negoziati che, quindi, si prolungheranno».
Camporini, con la sua grande esperienza, ci dice qual è stato l’errore più grave dal punto di vista militare che ha compiuto Trump?
«C’è stato un immenso errore di intelligence prima di tutto: pensare che il regime di Teheran al primo squillo di tromba sarebbe crollato e corso nelle braccia degli americani. E anche Netanyahu se ne faccia una ragione. Il cambio di vertice tra gli ayatollah sembrava l’unica alternativa concreta e, invece, così non è stato. Per fortuna non siamo arrivati alla missione di terra che sarebbe stata un suicidio americano. Gli esempi passati hanno ricordato alla Casa Bianca il numero di perdite a cui sarebbero andati incontro e che gli Usa, in questo momento, non si sarebbero mai potuti permettere».
Lei ha parlato di Netanyahu, l’esercito israeliano non è disposto a fermarsi?
«Netanyahu è coerente con il suo intento di difendere e controllare i suoi confini. L’esercito ha problemi non tattici e militari ma di lunghezza delle operazioni, di durata. Mi spiego. I soldati israeliani sono soprattutto riservisti e la loro difficoltà è il tempo che devono dedicare alle operazioni: se la guerra continuerà a durare, chi lavorava e produceva Pil, non potrà più permettersi di farlo, perché è lontano dalla famiglia e non guadagna più come prima. E, tra l’altro, questo è anche un danno per l’economia israeliana. Quindi il problema per loro è che lo sforzo non diventi troppo prolungato.
Dopo questa guerra l’Occidente dal punto di vista militare esce indebolito?
«Un po’ è comprensibile, ma il tutto va tenuto in considerazione con i limiti dell’agire che si è scelto di imporsi. E la Cina, che potrebbe essere l’unico osservatore a trarre qualche vantaggio da questa considerazione, non mi preoccupa perché gli orientali ragionano in modo diverso da noi: pensano e pianificano in termini di anni e non di mesi».
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Un recente incontro tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan Al Saud (Getty Images)
Chiaramente il progetto ha varie implicazioni di natura geopolitica. La prima, forse la più ovvia, è la volontà di ridurre l’importanza dello Stretto di Hormuz. La guerra degli Stati Uniti e di Israele con l’Iran ha portato al blocco di questo passaggio: il che ha causato un deciso incremento dei prezzi dell’energia. Non dimentichiamo d’altronde che da Hormuz passa circa il 20% del petrolio a livello mondiale.
In secondo luogo, la Turchia punta a marginalizzare sia gli Emirati arabi uniti sia Israele. «La riduzione dell'influenza di Israele nella regione, unitamente a una maggiore solidarietà politica ed economica tra di noi, porterà prosperità economica, pace e stabilità in Medio Oriente, nel Golfo e ai confini meridionali della Turchia», ha dichiarato il ministro del Commercio di Ankara Ömer Bolat. Ricordiamo del resto che, a partire dall’eccidio del 7 ottobre 2023, i rapporti tra Turchia e Israele sono tornati a farsi particolarmente tesi. La settimana scorsa, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, è addirittura arrivato a paragonare Benjamin Netanyahu ad Adolf Hitler.
In terzo luogo, la realizzazione di questa nuova via commerciale potrebbe complicare ulteriormente i già difficili rapporti dell’Arabia Saudita tanto con Abu Dhabi quanto con Gerusalemme. Riad è ai ferri corti con gli emiratini su vari dossier: Yemen, Sudan, Opec e Somaliland. Al contempo, il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, sta resistendo alle pressioni di Donald Trump che vorrebbero spingerlo a normalizzare le relazioni con Israele. Riad ha infatti fatto sapere che aderirà agli Accordi di Abramo soltanto se sarà prima avviato un percorso concreto volto all’istituzione di uno Stato palestinese.
Alla luce di tutto questo, è chiaro come l’ulteriore avvicinamento dei sauditi alla Turchia aumenterà le tensioni tra Riad e Gerusalemme. Senza poi trascurare che l’accordo della scorsa settimana valorizza la Siria, in cui attualmente vige un regime appoggiato da Ankara: un regime a cui Netanyahu guarda storicamente con sospetto.
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Lo scrittore israeliano Eshkol Nevo (Getty Images)
Contro la sua partecipazione al festival letterario di Polignano a mare è partita diverse settimane fa una petizione firmata dal vicesindaco di Bari, Giovanna Iacovone, dal sindaco di Molfetta, Manuel Minervini, e persino da Franco Moscone, arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, che parlando alla Stampa ha rivendicato il gesto spiegando che Nevo di fatto avalla lo sterminio dei palestinesi. Il caso è particolarmente emblematico (e grottesco) per varie ragioni. La prima è che Nevo è scrittore famoso e fino all’altro giorno coccolatissimo dalla sinistra intellettuale e dalla stampa di area, ha collaborato pure con Vanity Fair, rivista di riferimento del progressismo chic, e Repubblica non gli nega mai paginate ogni volta che esce un suo nuovo libro. C’è poi il dettaglio della posizione politica del nostro. Come praticamente tutti gli esponenti del mondo letterario, Nevo è ostile a Netanyahu e al suo governo, ma non abbastanza. Condanna cioè gli attacchi israeliani ma non il genocidio dei palestinesi. È dunque dalla parte giusta, ma non del tutto. Cioè non usa le precise parole, i precisi toni e i precisi concetti richiesti dalla mente collettiva dell’artista di sinistra. Almeno Erri De Luca si era dichiarato sionista, Nevo nemmeno quello: ne si richiede la censura non perché non si conforma, ma perché non si conforma a sufficienza.
Certo, anche stavolta ci sono i difensori progressisti della libertà di espressione, che hanno preso la penna per contestare la mordacchia al collega. Paolo Giordano ha scritto sul Corriere che non si può annegare uno scrittore in una ideologia e attribuirgli le malefatte di un governo. Anna Foa paventa la discriminazione ai danni dell’ebreo in quanto tale. Posizioni interessanti ma comunque curiose. Giordano era fra quelli che appoggiavano la censura del padiglione russo alla Biennale, la Foa ha scritto che cacciare De Luca da un festival «non è censura».
Di nuovo, tocca notare alcuni particolari. Il primo è che non c’è nessuno che si schieri contro la censura a prescindere, tutti fanno sempre dei distinguo. Chi ha difeso De Luca e chi si schiera con Nevo deve ogni volta ricordare che «hanno condannato Netanyahu», per spiegare che non sono poi così cattivi. Significa che non si tutela la libertà dell’artista: si difende un membro della corporazione cercando di dimostrare che non è troppo distante dall’ortodossia. Si difende quello che comunque è ostile al governo di Israele, che comunque è di sinistra, che comunque è «uno di noi». Su tutti gli altri la mannaia può calare serenamente. Non risulta infatti che ci siano stati accorati dibattiti fra illustri romanzieri sulle esclusioni di putiniani, no vax, razzisti, fascisti, e spauracchi assortiti. Questi discutono fra loro sull’opportunità di sanzionare il compagno che sbaglia, ma con i nemici del popolo nessuna pietà.
Non a caso non si leva mezza voce a contestare il delirante patentino antifascista che l’organizzazione del festival romano Più libri più liberi vuole imporre agli editori partecipanti, con il chiaro fine di escludere case editrici non conformi. Ricorderete la polemica: Passaggio al bosco ottenne regolarmente lo stand e subito si levarono appelli e proteste. Zerocalcare decise di boicottare la kermesse (sì, lo stesso fumettista autore del manifesto dell’assurdo corteo di sabato organizzato dalla Cgil per chiedere l’oscuramento della marcia per la remigrazione e della manifestazione per la vita). Ebbene, per evitare che alla prossima edizione di Più libri più liberi qualche sincero democratico si indisponga, ecco il patentino antifascista: se vuoi partecipare, devi aderire al pensiero prevalente.
«È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono», ha detto ieri Giorgia Meloni. «La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno. Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica». Sante parole che dovrebbero essere pronunciate da scrittori e intellettuali, non da un premier. Ma gli intellettuali tacciono, perché ovviamente approvano la mordacchia. Non tacciono i politici del campo largo, che però aprono bocca per sostenere la censura. Giuseppe Conte ad esempio dice che la Meloni fa polemiche surreali sulla fiera del libro. Capito? È surreale lei, non il patentino da attribuire ai diligenti servi del potere.
Questo è il livello della sinistra italiana. Censura gli avversari politici, censura gli amici che dicono una parola di troppo o una di meno, censura (o prova a farlo) le manifestazioni pacifiche e autorizzate che non gradisce. Poi però evoca il ritorno del regime blaterando di Vannacci, di estrema destra e di onda nera. E lo fa stando all’opposizione: pensate che cosa accadrebbe se questa gente tornasse a governare, se riprendesse in mano anche le poche leve del potere che in questi anni ha dovuto abbandonare. Grazie alle polemiche su De Luca, Nevo, Vannacci eccetera sappiamo che cosa aspettarci da un eventuale ritorno dei progressisti: saranno più feroci di prima, e non faranno prigionieri.
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