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2018-04-21
I sospetti del Carroccio per l’accordo sfumato puntano sulla «farfallina»
ANSA
Cercate la spilla a forma di farfalla, e capirete il retroscena della trattativa fallita. «Certo che se anche chi dovrebbe fare la mediazione poi non media...». È amarissimo
Matteo Salvini, con i suoi, riferendo a caldo del tentativo andato a vuoto - proprio a un passo dall'accordo - a suo dire per via dell'intervento della presidente del Senato Elisabetta Casellati. Fino a un attimo dal deragliamento, per giunta, giovedì sembrava tutto a posto: dichiarazioni preparatorie e propiziatorie, una lunga telefonata tra il leader del Carroccio e il capo politico del M5s, toni cordiali, diplomazia generazionale e tambureggiamento su Whatsapp. Era questa la tela visibile di un patto in cui Forza Italia avrebbe dato, formalmente, il suo appoggio esterno a un governo di coalizione giallo-verde, salvando tutte le apparenze. Poi nel momento cruciale il gelo, l'incomprensione e la rottura, con i suoi strascichi avvelenati, compresa quella frase dell'esploratrice che è rimasta appesa come una corda in casa dell'impiccato: «Per i ministeri si pensa a nomi come Mara Carfagna, o Lucio Malan...». Ovvero a forzisti doc, ancorché prestigiosi, ma visibili e riconoscibili con bollo e timbro di partito.
E che dire poi delle altre frasi che avevano fatto rabbrividire i pentastellati, quelle sull'impraticabilità della flat tax e del reddito di cittadinanza? Vere e proprie docce scozzesi, per chi sognava un patto da comunicare già al pubblico dopo le consultazioni. Tutto il contrario - cioè - di quello che prevedeva l'accordo stabilito tra i due leader, quello che in origine prevedeva personalità «vicine agli azzurri», che sarebbero state nominate, teoricamente in quota
Salvini, per non complicare la già difficilissima diplomazia con Di Maio. Ma la Casellati, in quel momento, parlava come rappresentante di Forza Italia o come mediatrice su mandato del Quirinale? Chi dava corpo a quella terza persona apparentemente impersonale? Ovvio che il dilemma interpretativo oggi si ponga, soprattutto in vista del futuro, con Salvini che minaccioso promette «scendo in campo io», proprio perché deluso da ogni mediazione. Cercate la spilla a farfallina di conio arcoriano, che nell'iconografia di questi giorni è rimasta visivamente - come sempre accade in politica - come il simbolo di una doppia appartenenza in una partita complessa. Le pesanti porte dorate ottocentesche del Senato, e il monile di pregio che il Cavaliere regalava come se fosse la sua legion d'onore a fedelissimi e fedelissime (Olgettine incluse), mal si conciliano tra di loro. E infatti siccome tutti conoscono le doti di mediazione della Casellati, sulle frasi che hanno segnato la rottura l'interrogativo si pone: sono state dette con leggerezza (fatto assai improbabile) oppure l'esploratrice azzurra aveva davvero in animo di marcare il territorio, e di porre l'asticella in un livello invalicabile? Il sospetto di Salvini nel giorno del patatrac era esattamente questo, e l'espressione di sconcerto era ben leggibile sul suo volto quando, appena arrivato in Molise, per telefono gli veniva relazionato l'accaduto. Prima che il leader del centrodestra potesse dire una sola parola - altro dettaglio rivelatore - era già in rete un comunicato ufficiale di Forza Italia. Troppa sintonia tra quei colloqui, quelle frasi apparentemente improvvide, e la nota di partito azzurra, diffusa a tempo di record. Troppo sibillina la frase di Di Maio: «Noi siamo il M5s, oltre una certa soglia non possiamo andare». Più netta l'enunciazione strategica di Rocco Casalino, capo della comunicazione del Movimento, nel giorno dell'elezione di Fico: «Chi pensa che noi ci mettiamo a fare trattative per i ministri con il pallottoliere non ha capito nulla, né di noi, né dei nostri elettori!».
E così, alla fine, è toccato alla
Casellati - ironia della sorte - riferire della posizione ormai irremovibile di Di Maio: «Mai con Berlusconi, sì a un governo con Salvini e appoggio esterno di Fi-Fdi». Forse la presidente del Senato ha avuto un eccesso di zelo, uno scrupolo trattativista segnato dalla sua appartenenza. Oppure - ed è questo il sospetto più nero di Salvini - la farfallina azzurra si è posata esattamente dove voleva: una frase di troppo per poter ottenere un risultato in più, ma desiderato. Far saltare quel governo con appoggio esterno di Forza Italia, e personalità non direttamente riconducibili al Cavaliere, che tanto faceva soffrire lo stato maggiore berlusconiano.
Luca Telese
Mattarella prende altro tempo e scalda il fornello ai democratici
«Ringrazio tutti i leader per avere avviato una discussione che pur nella diversità di opinioni ha consentito di evidenziare spunti di riflessione politica. Sono certa che il presidente Sergio Mattarella saprà individuare il percorso migliore da intraprendere». All'uscita dall'incontro al Quirinale con il presidente della Repubblica la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, pronuncia parole che stridono con la caciara di insulti incrociati che Fi e M5s si stanno scambiando in quegli stessi minuti. La Casellati ha esposto a Mattarella il risultato della sua missione da esploratrice: la possibilità di una maggioranza di governo composta da M5s e centrodestra c'è, anche se la strada per giungere all'obiettivo è assai dissestata. Mattarella ascolta e decide, per ora, di non decidere. Due giorni di riflessione, poi il capo dello Stato archivierà definitivamente la possibilità di mettere in piedi una maggioranza, anzi una «coalizione» come da lui esplicitamente richiesto, che sarebbe stata larghissima numericamente, ma che mai vedrà la luce a causa dei veti e dei controveti.
Il prossimo passo di Mattarella? Il Colle, nella giornata di ieri, ha avuto modo di confrontarsi con i suoi consiglieri. La base dalla quale partire non sono certo gli insulti che Silvio Berlusconi e il M5s si sono scambiati in questo venerdì di torrida campagna elettorale, ma le posizioni espresse ufficialmente dai grillini e dal centrodestra alla Casellati. La chiusura di Luigi Di Maio a ogni ipotesi di concedere pari dignità agli eventuali alleati è un ostacolo difficile da superare, tanto più che il «veto», ora, non riguarda più solo Forza Italia, ma anche Fratelli d'Italia. Di Maio, in sostanza, vuole che Matteo Salvini «scarichi» mezza coalizione. Il leader leghista, ieri, ha chiesto l'incarico. Ma a nome di chi? Della Lega? Del centrodestra? Della Lega e di Fratelli d'Italia? Della Lega e del M5s? «Centrodestra e sinistra sono categorie superate», ha detto Salvini, «aspettiamo Mattarella, io mi metterò a disposizione, spero con tutta la squadra, se qualcuno guarda a sinistra tanti auguri. Aspettiamo la riflessione. Spero di essere oggetto di questa riflessione ma non so se posso ambire a tanto». Toni sarcastici, quelli del leader leghista nei confronti di Mattarella, che il capo dello Stato non può certamente apprezzare. Tanto più che, al Colle, risuonano come una forzatura. Salvini non può reclamare un incarico pieno, finché non dimostrerà di avere i numeri per formare una maggioranza. Se l'accordo M5s - centrodestra non è praticabile, l'ipotesi di un incarico per verificare la possibilità di far nascere una «coalizione» Lega-M5s potrebbe basarsi solo su una rottura del centrodestra. Rottura che a leggere le dichiarazioni c'è, ma che ufficialmente non è mai stata certificata: appena l'altro ieri Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi sono stati insieme dalla Casellati. La Lega dovrebbe sancire in maniera formale l'addio agli alleati e la volontà di raggiungere l'intesa con il M5s prima di rivendicare un incarico di governo per varare l'esecutivo legastellato. In quel caso, però, Salvini sarebbe semplicemente il segretario di un partito del 17%, alleato con uno, il M5s, che ha il 32%. Quindi, secondo le logiche rigorose del Quirinale, se proprio un incarico esplorativo per verificare la possibilità di un governo Lega-M5s dovesse essere conferito, il destinatario sarebbe Di Maio e non Salvini.
È molto probabile che, nell'attesa che Salvini decida se continuare a presentarsi al Colle come leader del centrodestra (come avvenuto la scorsa settimana) o indossare esclusivamente i panni di segretario della Lega, Mattarella proseguirà sul percorso previsto, ovvero conferirà al presidente della Camera, Roberto Fico, un mandato esplorativo analogo a quello ricevuto dalla Casellati, per verificare se è possibile formare una maggioranza di governo Pd-M5s-Leu. Di Maio ha ripetuto in ogni circostanza che per lui Lega e Pd pari sono, e quindi, per Mattarella, la strada è spianata. L'unica possibilità che hanno i «ragazzi», ovvero Salvini e Di Maio, di evitare questo scenario, per entrambi catastro(fico), è comunicare ufficialmente a Mattarella, nelle prossime 36 ore, di aver raggiunto un'intesa su programma e premier, e soprattutto, cosa che il presidente della Repubblica considera indispensabile, sulla collocazione dell'Italia nello scenario internazionale. Salvini, quindi, dovrebbe ufficializzare l'addio a Berlusconi tra oggi e domani, a urne aperte in Molise e a una settimana dal voto in Friuli Venezia Giulia.
Carlo Tarallo
Berlusconi archivia i 5 stelle: «Li manderei a pulire i cessi»

LaPresse
Peggio di un caterpillar in azione, Silvio Berlusconi pare aver deciso che è arrivato il momento di buttare giù tutto, azzerando ogni possibilità di un accordo per formare il governo tra l'intero centrodestra e il Movimento 5 stelle. E nel giorno in cui Matteo Salvini fa capire che è ancora in atto un confronto con Luigi Di Maio, nonostante il mandato esplorativo affidato dal Quirinale al presidente del Senato si sia risolto con un nulla di fatto, il Cavaliere sale su un palco a Larino, in provincia di Campobasso, nel Molise diventato capitale della politica nazionale, e manda all'aria tutto, confermando di non aver ancora digerito la leadership leghista nel centrodestra: «Nessun accordo è possibile con i 5 stelle, un partito che non conosce l'Abc della democrazia, che prova invidia sociale, formato solo da disoccupati, e che rappresenta un pericolo per l'Italia. Di Maio ha una buona parlantina, non posso negarlo, ma non ha mai combinato niente di buono per sé, per la sua famiglia, per il Paese. Non possiamo affidare l'Italia a gente come lui». Un attacco frontale, insomma. Che arriva dopo la richiesta ad avere «pari dignità» formulata nei confronti di Luigi Di Maio, sempre contrario all'ingresso di Forza Italia nel governo. Giudizio ribaltato in meno di 24 ore: «Gli italiani hanno votato molto male. Seguo tutto con disgusto».
Urla rabbia, Berlusconi. E quando la fedelissima Licia Ronzulli prova a sottrarlo dall'assalto dei cronisti, è lui ad allontanare in maniera brusca la senatrice e ad affondare nuovi colpi. Eccola, l'insofferenza del leader di Forza Italia. Nessuna delle ipotesi in campo sembra soddisfarlo: «Non so di cosa si parli. Io credo che la soluzione sia un governo di centrodestra che trovi in Parlamento persone responsabili che diano loro i voti necessari. Tutte le altre soluzioni sono dannose per l'Italia». Un nuovo incarico esplorativo affidato stavolta al pentastellato Roberto Fico?: «Già il fatto di dare un incarico a uno così la dice lunga…».
Sugli altri scenari per la formazione di un nuovo esecutivo, il leader di Forza Italia vede un'altra strada percorribile da parte del centrodestra: «Il governo del centrodestra potrebbe concretamente fare accordi con uomini saggi, con i parlamentari dei gruppi Misti e anche esponenti del Pd». Un'apertura, quella rivolta ai dem, però bocciata senza appello da Salvini: «Piuttosto che riportare al governo il Pd, faccio tre passi avanti io. Sono a disposizione personalmente e direttamente».
Ma nella lunga invettiva, segno del nervosismo che accompagna questi giorni di grandi trattative, Berlusconi si spinge davvero oltre: «Che stanno a fare questi qui che non hanno mai fatto niente della vita? Ma dai… Prendiamo consapevolezza di chi sono e con chi abbiamo a che fare. Uno: 5 stelle è il partito dei disoccupati. Due: è il partito di chi vuole raggiungere il potere per togliere a chi ha e prendere per sé. Io davvero mi trovo di fronte a questo destino: a 12 anni sono dovuto scendere in piazza ad attaccare i manifesti perché ero contro i comunisti, nel 1994 scesi in campo per tutelare l'Italia dagli ex comunisti e oggi, alla mia età, devo tornare in campo per difendere il mio paese da M5s. Mi sono abbastanza rotto». La conclusione è ancora più dura nei toni: «È gente che non ha mai fatto niente nella vita: nella mia azienda li manderei a pulire i cessi».
La replica dei pentastellati è affidata al senatore Nicola Morra, rappresentante dell'ala ortodossa del Movimento. «Meglio vivere onestamente, magari grazie al “pulire i cessi", piuttosto che accordarsi con la mafia. Capito, Silvio?», scrive su Twitter il rappresentante del M5s.
Le frasi pronunciate durante il tour elettorale molisano squassano i già fragili equilibri su cui si regge il centrodestra. Appena le agenzie battono i primi take con le parole del Cavaliere, sono tanti i big che si aggrappano al telefono per provare a capirne di più. Stupore e sconcerto sono i sentimenti più diffusi tra molti big di Forza Italia, consapevoli che dopo questa sortita l'unità con la Lega è davvero a rischio.
Non è un caso che tra i primi a buttare acqua sul fuoco delle polemiche ci sia il governatore ligure Giovanni Toti, uno dei più strenui sostenitori dell'alleanza con il Carroccio e della necessità di aprire al dialogo con il M5s: «La dichiarazioni di Berlusconi sui 5 stelle sono semplicemente annoverabili tra i cosiddetti falli di reazione sul campo. Non c'è mai stato un veto da parte di Forza Italia ad alcun accordo con i 5 stelle. È vero l'esatto contrario». Prova a mediare, Toti, in una situazione che giorno dopo giorno diventa sempre più complicata da gestire: «Il presidente Berlusconi ha parlato durante la chiusura di una campagna elettorale in una regione dove si vota, quindi è evidente che parlava più agli elettori che non alle fini strategie di Palazzo. Se un accordo di governo non si potrà fare tra il centrodestra e il M5s in tutta franchezza sarà colpa dei 5 stelle, non certo di Forza Italia o Fratelli d'Italia».
Antonio Ricchio
Salvini avverte l'alleato azzurro: «Sei tu quello che si sfila»
«La mia pazienza è finita». Fra i comodini hi-tech della Fiera del mobile di Milano, Matteo Salvini misura il grado di attitudine zen dopo le ultime bordate fra Movimento 5 stelle e Forza Italia, e scopre di essere in riserva. Spia rossa fissa. Troppi veti incrociati, troppi litigi da ballatoio davanti a milioni di elettori esterrefatti. E poiché il leader della Lega tiene in somma considerazione il sentimento della base, decide di puntare il dito non contro Luigi Di Maio che un'offerta l'ha fatta, ma contro Silvio Berlusconi che continua a rifiutarle tutte.
L'alleato «sbaglia e risbaglia». Tre volte colpevole, il sommo Cavaliere, per il numero uno leghista. «Leggo con dispiacere di reciproci insulti e veti fra opposte fazioni che non portano da nessuna parte. Sbaglia Berlusconi quando dice che gli italiani non capiscono niente, hanno votato male e mostra disgusto per questo. Sbaglia Berlusconi quando dice che ci sono partiti pericolosi per la democrazia perché non ci sono partiti pericolosi e non mi piace che parli male di un partito votato da un terzo degli elettori. E risbaglia ancora quando pensa che si possa riportare al governo il Pd. Ecco, se qualcuno dalle parti di Arcore pensa di far saltare altre trattative per andare al governo con Matteo Renzi e con il Partito democratico, non è rispettoso del voto degli italiani. E lo fa senza la Lega. Se Silvio vuole andare col Pd ci vada da solo».
Salvini non era mai stato così esplicito e l'alleanza non era mai stata così in bilico. Nonostante le pressioni di una fetta crescente del partito (un sondaggio Ipsos rileva che il 48% dei sostenitori della Lega sarebbe per rompere con Berlusconi), finora lui ha creduto e crede ancora nel centrodestra unito. Ma unito nelle duttilità, nelle diverse posizioni, nella valorizzazione delle differenze. La guerra di posizione di Berlusconi contro Di Maio e la ferma volontà di tenere aperta la porta ad ogni trattativa con il Pd renziano lo hanno spiazzato. Salvini era sinceramente convinto che il risultato del 4 marzo fosse metabolizzato da tutti come l'inizio di una nuova era in cui trasparenza e gioventù sono ritenute valori. Gli smarcamenti dorotei, le penombre da sacrestia, i bilancini socialisti non li regge.
«La mia pazienza è finita», ribadisce Salvini mostrando una certa stanchezza. «Adesso aspetto le scelte del presidente della Repubblica. Dopo mi sentirò libero di mettermi direttamente a disposizione. Perché questi veti incrociati, queste perdite di tempo, questi ammiccamenti al Pd sia da parte di Berlusconi, sia da parte di Di Maio non hanno senso. Se serve a dare uno scrollone mi assumo direttamente la responsabilità. Se questo per me è un bene o un male non lo so. Io voglio fare un governo che rappresenti quello che gli italiani hanno votato poco tempo fa, partendo da una coalizione fino a ieri compatta. Se qualcuno se ne tira fuori, insultando e guardando a sinistra, la scelta è di questo qualcuno».
Salvini ha davanti a sé due strade. La prima è contenuta nella frase: «Se Silvio vuole andare col Pd, ci vada da solo». La guerra di trincea contro Di Maio e a difesa del governissimo pone la Lega in una posizione vantaggiosa in caso di divorzio: non sarebbe più Salvini a lasciare il Cavaliere, ma il Cavaliere ad allontanarsi da lui per questa fregola di esplorare alleanze «contro natura con Matteo Renzi, Boschi, Maria Elena Banca Etruria e Mps», frase spesso usata per sintetizzare il Giglio magico. La seconda strada, appunto, è quella di chiedere l'incarico e poi cercare i voti ai 5 stelle e, bontà loro, agli alleati storici. L'urgenza sarebbe determinata da un sospetto che nella testa del leader leghista comincia a farsi largo: «Ho la netta sensazione che c'è qualcuno che vuole un governo tecnico alla Mario Monti chiesto da Bruxelles, che vuole spennare gli italiani. Per evitare questa fregatura io farò qualunque cosa, anche scendere in campo».
Se lo stallo perdura si aprono scenari nuovi per Fdi, forte di un 4,3% su base nazionale e 50 parlamentari utili per una maggioranza. Ieri Giorgia Meloni ha ribadito tutta la sua contrarietà nei confronti dei diktat di Di Maio, dedicandogli una canzone di Cesare Cremonini (le vie della politica sono infinite) e chiosando su Facebook: «Nessuno vuol essere Robin, ma per essere Batman devi vincere le elezioni. L'Italia è ostaggio del disperato bisogno di Di Maio di sedere sulla poltrona da premier. È arrivato secondo alle elezioni e pretende di dettare le regole, con buona pace di quelli che raccontavano di voler cambiare le cose e si sono dimostrati attaccati alla poltrona peggio dei vecchi politicanti».
Da qualche tempo lo chiama Giggino Pomicino, ma non è per niente sicuro che in caso di un «liberi tutti» del centrodestra, lei porti il partito dove vuole Berlusconi. La sintonia personale con Salvini è ottima, la consonanza di programmi verificata. Per contro, un accordo col Pd sarebbe irrealistico. L'unica risposta alla domanda «che farete?» in queste ore è: «Argomento non trattato». Per ora l'obiettivo dichiarato è l'unità del centrodestra, ma il destino di quel 4,3% è tutt'altro che scontato.
In uno scenario così liquido domani arrivano le regionali del Molise, in attesa di quelle del Friuli Venezia Giulia di domenica prossima. Difficile che il risultato cambi gli equilibri, se non quelli tra Lega e Forza Italia. Se il Carroccio s'impone anche a Campobasso, dove Berlusconi si è speso moltissimo suonando perfino il bufù (un tamburo a frizione) con un gruppo folk, potrebbe essere più facile per Salvini trattare da posizione di vantaggio all'interno della coalizione. Sempre che abbia vita lunga e non venga tumulata. Eventualmente sulla lapide verrebbe incisa una micidiale battuta attribuita a Winston Churchill che comincia a girare all'interno della Lega e che Berlusconi usò 24 anni fa con Umberto Bossi durante il ribaltone: «Con amici come te non ho bisogno dei nemici».
Giorgio Gandola
I grillini giocano sporco sulla mafia

LaPresse
A questo punto Matteo Salvini ha solo l'imbarazzo della scelta. Tra i 5 stelle e Forza Italia? «No, tra i motivi per mollare Silvio Berlusconi al suo destino». Poco prima di cena, i vertici del Movimento fanno il punto della situazione dopo la «storica sentenza» di Palermo sulla trattativa Stato-mafia e sul ruolo di Marcello Dell'Utri come collegamento tra i boss e il primo governo Berlusconi. Luigi Di Maio twitta che «è finita la Seconda Repubblica», ma con i suoi collaboratori va più al sodo: «Questa sentenza cambia il film delle consultazioni e Salvini lo sa». E i capi di M5s si ribadiscono l'un l'altro che dopo «la tentata fregatura» del mandato Casellati c'è solo un modo per uscire dalla crisi: «L'incarico a Luigi». Quanto al pm siciliano Nino Di Matteo, anche grazie agli insulti del Cavaliere ai 5 stelle, lo aspetta un ministero di peso. Sintesi di una giornata sfigata come poche, per il capo di Forza Italia.
Non poteva esserci giorno peggiore, del resto, per dire che i grillini possono al massimo pulire i cessi nelle aziende del Cavaliere. «È gente che non ha mai fatto nulla nella vita: nella mia azienda li prenderei per pulire i cessi», così scivola la frizione a Berlusconi, in un comizio a Casacalenda, in Molise. E mentre il senatore Massimo Bugani gli risponde con il sorriso, postando una foto intento a pulire i gabinetti, la sentenza palermitana cambia il clima. Un altro senatore, Nicola Morra, apre le raffiche di rappresaglia su Twitter: «Meglio vivere onestamente, magari grazie al “pulire i cessi", piuttosto che accordarsi con la #mafia. Capito, Silvio?». Riccardo Fraccaro lega i fatti dei primi anni Novanta a presunti legami oscuri che ancora si opporrebbero al cambiamento: «La sentenza cade come un macigno su un sistema di potere che tenta ancora di avvinghiare il Paese nei suoi tentacoli». Un altro degli esponenti più esperti, Carlo Sibilia, mira dritto su Arcore: «Dell'Utri è colui il quale trattava con Cosa nostra durante il governo Berlusconi. C'è bisogno di altro per spiegare che Berlusconi è una persona che deve sparire dalla scena politica nazionale?». E alla fine arriva Luigi Di Maio, il moderato della compagnia: «La trattativa Stato-mafia c'è stata. Con le condanne di oggi muore definitivamente la Seconda Repubblica. Grazie ai magistrati di Palermo che hanno lavorato per la verità».
E tra coloro che «hanno lavorato per la verità» c'è Di Matteo, due settimane fa acclamato relatore a Ivrea nel convegno dedicato a Gianroberto Casaleggio. Il pm prende metaforicamente l'evidenziatore e segnala al popolo grillino il significato «storico» della sentenza di ieri: «Prima si era messa in correlazione Cosa nostra con il Silvio Berlusconi imprenditore, adesso questa sentenza per la prima volta la mette in correlazione col Berlusconi politico». E l'assoluzione di Nicola Mancino? In casa pentastellata fanno notare che «è arrivata solo perché sono state cancellate le telefonate con Giorgio Napolitano». Già, l'ex presidente della Repubblica. Meglio non nominarlo ai vari Beppe Grillo o Di Maio o Davide Casaleggio. Sono tutti convinti che si stia dando molto da fare per spingere il Pd tra le braccia del centrodestra, non potendo i numeri risicati escludere anche la Lega. «Ma tutto, pur di tenerci lontano da certe stanze, come il Viminale, i servizi, Via Arenula, la Difesa che deve comprare gli aerei che decidono gli altri», riassume un senatore grillino. Quando parla di «tentacoli che tentano ancora di avvinghiare», M5s ha le idee più chiare di quanto sembri.
Ma a parte i rapporti tra Cosa nostra e Forza Italia, a ben 24 anni di distanza dai fatti giudicati a Palermo è inutile negare che i problemi dell'Italia siano altri, Berlusconi compreso, che ha pure 82 anni. E nonostante la recente campagna per la scarcerazione di Dell'Utri. Di Maio vuole andare a tutti i costi a Palazzo Chigi e continua a pensare che l'alleato giusto sia la Lega. Ai suoi ha detto anche ieri che il capo del Carroccio potrebbe anche solo limitarsi ad andare ad Arcore e dire all'ex alleato: «Nulla di personale, ma sei divisivo». Ma gli altri big del Movimento si spingono oltre e credono che la base leghista, «come la nostra, sia pulita e intransigente, e quindi non possa perdonare l'accostamento tra Forza Italia e i boss». E Fratelli d'Italia? Non c'è nessun veto sul partito di Giorgia Meloni e, anzi, Guido Crosetto è ritenuto un po' il Giorgetti di Fdi, «affidabile e perbene». Mentre sul fronte del famoso «secondo forno» tutto tace. Al Movimento è arrivata voce che giovedì mattina presto, Berlusconi e Matteo Renzi si sarebbero incontrati in gran segreto. Se fosse confermato, sarebbe la pietra tombale sul dialogo con il Pd.
Francesco Bonazzi
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I leghisti sono persuasi che l'uscita del presidente del Senato sui ministri azzurri sia arrivata apposta per far saltare il banco.Il capo dello Stato deciderà solo lunedì come muoversi dopo il flop della Casellati. Matteo Salvini si è autocandidato per un pre incarico. Più probabile che il Quirinale affidi l'esplorazione a Roberto Fico per tastare il terreno con il Pd.Nel tour elettorale in Molise Silvio Berlusconi spara sui pentastellati: «È il partito dei disoccupati. La gente ha votato male». E disegna un'altra alleanza: «Con Misto e saggi del Pd».Ma il segretario dei lumbard è al limite: «Voglio fare un governo con una coalizione fino a ieri compatta e se qualcuno se ne tira fuori per andare con i dem la responsabilità è sua». La strada è chiedere l'incarico «da solo» con i grillini. E valutare le scelte di Fratelli d'ItaliaIntanto il Movimento 5 stelle usa le condanne del processo sulla trattativa contro Forza Italia: «Cambiato il film delle consultazioni». La voce: incontro segreto tra il leader di forzista e Matteo Renzi. Lo speciale contiene cinque articoli. Cercate la spilla a forma di farfalla, e capirete il retroscena della trattativa fallita. «Certo che se anche chi dovrebbe fare la mediazione poi non media...». È amarissimo Matteo Salvini, con i suoi, riferendo a caldo del tentativo andato a vuoto - proprio a un passo dall'accordo - a suo dire per via dell'intervento della presidente del Senato Elisabetta Casellati. Fino a un attimo dal deragliamento, per giunta, giovedì sembrava tutto a posto: dichiarazioni preparatorie e propiziatorie, una lunga telefonata tra il leader del Carroccio e il capo politico del M5s, toni cordiali, diplomazia generazionale e tambureggiamento su Whatsapp. Era questa la tela visibile di un patto in cui Forza Italia avrebbe dato, formalmente, il suo appoggio esterno a un governo di coalizione giallo-verde, salvando tutte le apparenze. Poi nel momento cruciale il gelo, l'incomprensione e la rottura, con i suoi strascichi avvelenati, compresa quella frase dell'esploratrice che è rimasta appesa come una corda in casa dell'impiccato: «Per i ministeri si pensa a nomi come Mara Carfagna, o Lucio Malan...». Ovvero a forzisti doc, ancorché prestigiosi, ma visibili e riconoscibili con bollo e timbro di partito. E che dire poi delle altre frasi che avevano fatto rabbrividire i pentastellati, quelle sull'impraticabilità della flat tax e del reddito di cittadinanza? Vere e proprie docce scozzesi, per chi sognava un patto da comunicare già al pubblico dopo le consultazioni. Tutto il contrario - cioè - di quello che prevedeva l'accordo stabilito tra i due leader, quello che in origine prevedeva personalità «vicine agli azzurri», che sarebbero state nominate, teoricamente in quota Salvini, per non complicare la già difficilissima diplomazia con Di Maio. Ma la Casellati, in quel momento, parlava come rappresentante di Forza Italia o come mediatrice su mandato del Quirinale? Chi dava corpo a quella terza persona apparentemente impersonale? Ovvio che il dilemma interpretativo oggi si ponga, soprattutto in vista del futuro, con Salvini che minaccioso promette «scendo in campo io», proprio perché deluso da ogni mediazione. Cercate la spilla a farfallina di conio arcoriano, che nell'iconografia di questi giorni è rimasta visivamente - come sempre accade in politica - come il simbolo di una doppia appartenenza in una partita complessa. Le pesanti porte dorate ottocentesche del Senato, e il monile di pregio che il Cavaliere regalava come se fosse la sua legion d'onore a fedelissimi e fedelissime (Olgettine incluse), mal si conciliano tra di loro. E infatti siccome tutti conoscono le doti di mediazione della Casellati, sulle frasi che hanno segnato la rottura l'interrogativo si pone: sono state dette con leggerezza (fatto assai improbabile) oppure l'esploratrice azzurra aveva davvero in animo di marcare il territorio, e di porre l'asticella in un livello invalicabile? Il sospetto di Salvini nel giorno del patatrac era esattamente questo, e l'espressione di sconcerto era ben leggibile sul suo volto quando, appena arrivato in Molise, per telefono gli veniva relazionato l'accaduto. Prima che il leader del centrodestra potesse dire una sola parola - altro dettaglio rivelatore - era già in rete un comunicato ufficiale di Forza Italia. Troppa sintonia tra quei colloqui, quelle frasi apparentemente improvvide, e la nota di partito azzurra, diffusa a tempo di record. Troppo sibillina la frase di Di Maio: «Noi siamo il M5s, oltre una certa soglia non possiamo andare». Più netta l'enunciazione strategica di Rocco Casalino, capo della comunicazione del Movimento, nel giorno dell'elezione di Fico: «Chi pensa che noi ci mettiamo a fare trattative per i ministri con il pallottoliere non ha capito nulla, né di noi, né dei nostri elettori!». E così, alla fine, è toccato alla Casellati - ironia della sorte - riferire della posizione ormai irremovibile di Di Maio: «Mai con Berlusconi, sì a un governo con Salvini e appoggio esterno di Fi-Fdi». Forse la presidente del Senato ha avuto un eccesso di zelo, uno scrupolo trattativista segnato dalla sua appartenenza. Oppure - ed è questo il sospetto più nero di Salvini - la farfallina azzurra si è posata esattamente dove voleva: una frase di troppo per poter ottenere un risultato in più, ma desiderato. Far saltare quel governo con appoggio esterno di Forza Italia, e personalità non direttamente riconducibili al Cavaliere, che tanto faceva soffrire lo stato maggiore berlusconiano.Luca Telese<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lega-sospetta-la-casellati-2561820847.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mattarella-prende-altro-tempo-e-scalda-il-fornello-ai-democratici" data-post-id="2561820847" data-published-at="1775496839" data-use-pagination="False"> Mattarella prende altro tempo e scalda il fornello ai democratici «Ringrazio tutti i leader per avere avviato una discussione che pur nella diversità di opinioni ha consentito di evidenziare spunti di riflessione politica. Sono certa che il presidente Sergio Mattarella saprà individuare il percorso migliore da intraprendere». All'uscita dall'incontro al Quirinale con il presidente della Repubblica la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, pronuncia parole che stridono con la caciara di insulti incrociati che Fi e M5s si stanno scambiando in quegli stessi minuti. La Casellati ha esposto a Mattarella il risultato della sua missione da esploratrice: la possibilità di una maggioranza di governo composta da M5s e centrodestra c'è, anche se la strada per giungere all'obiettivo è assai dissestata. Mattarella ascolta e decide, per ora, di non decidere. Due giorni di riflessione, poi il capo dello Stato archivierà definitivamente la possibilità di mettere in piedi una maggioranza, anzi una «coalizione» come da lui esplicitamente richiesto, che sarebbe stata larghissima numericamente, ma che mai vedrà la luce a causa dei veti e dei controveti. Il prossimo passo di Mattarella? Il Colle, nella giornata di ieri, ha avuto modo di confrontarsi con i suoi consiglieri. La base dalla quale partire non sono certo gli insulti che Silvio Berlusconi e il M5s si sono scambiati in questo venerdì di torrida campagna elettorale, ma le posizioni espresse ufficialmente dai grillini e dal centrodestra alla Casellati. La chiusura di Luigi Di Maio a ogni ipotesi di concedere pari dignità agli eventuali alleati è un ostacolo difficile da superare, tanto più che il «veto», ora, non riguarda più solo Forza Italia, ma anche Fratelli d'Italia. Di Maio, in sostanza, vuole che Matteo Salvini «scarichi» mezza coalizione. Il leader leghista, ieri, ha chiesto l'incarico. Ma a nome di chi? Della Lega? Del centrodestra? Della Lega e di Fratelli d'Italia? Della Lega e del M5s? «Centrodestra e sinistra sono categorie superate», ha detto Salvini, «aspettiamo Mattarella, io mi metterò a disposizione, spero con tutta la squadra, se qualcuno guarda a sinistra tanti auguri. Aspettiamo la riflessione. Spero di essere oggetto di questa riflessione ma non so se posso ambire a tanto». Toni sarcastici, quelli del leader leghista nei confronti di Mattarella, che il capo dello Stato non può certamente apprezzare. Tanto più che, al Colle, risuonano come una forzatura. Salvini non può reclamare un incarico pieno, finché non dimostrerà di avere i numeri per formare una maggioranza. Se l'accordo M5s - centrodestra non è praticabile, l'ipotesi di un incarico per verificare la possibilità di far nascere una «coalizione» Lega-M5s potrebbe basarsi solo su una rottura del centrodestra. Rottura che a leggere le dichiarazioni c'è, ma che ufficialmente non è mai stata certificata: appena l'altro ieri Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi sono stati insieme dalla Casellati. La Lega dovrebbe sancire in maniera formale l'addio agli alleati e la volontà di raggiungere l'intesa con il M5s prima di rivendicare un incarico di governo per varare l'esecutivo legastellato. In quel caso, però, Salvini sarebbe semplicemente il segretario di un partito del 17%, alleato con uno, il M5s, che ha il 32%. Quindi, secondo le logiche rigorose del Quirinale, se proprio un incarico esplorativo per verificare la possibilità di un governo Lega-M5s dovesse essere conferito, il destinatario sarebbe Di Maio e non Salvini. È molto probabile che, nell'attesa che Salvini decida se continuare a presentarsi al Colle come leader del centrodestra (come avvenuto la scorsa settimana) o indossare esclusivamente i panni di segretario della Lega, Mattarella proseguirà sul percorso previsto, ovvero conferirà al presidente della Camera, Roberto Fico, un mandato esplorativo analogo a quello ricevuto dalla Casellati, per verificare se è possibile formare una maggioranza di governo Pd-M5s-Leu. Di Maio ha ripetuto in ogni circostanza che per lui Lega e Pd pari sono, e quindi, per Mattarella, la strada è spianata. L'unica possibilità che hanno i «ragazzi», ovvero Salvini e Di Maio, di evitare questo scenario, per entrambi catastro(fico), è comunicare ufficialmente a Mattarella, nelle prossime 36 ore, di aver raggiunto un'intesa su programma e premier, e soprattutto, cosa che il presidente della Repubblica considera indispensabile, sulla collocazione dell'Italia nello scenario internazionale. Salvini, quindi, dovrebbe ufficializzare l'addio a Berlusconi tra oggi e domani, a urne aperte in Molise e a una settimana dal voto in Friuli Venezia Giulia. Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/la-lega-sospetta-la-casellati-2561820847.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="berlusconi-archivia-i-5-stelle-li-manderei-a-pulire-i-cessi" data-post-id="2561820847" data-published-at="1775496839" data-use-pagination="False"> Berlusconi archivia i 5 stelle: «Li manderei a pulire i cessi» LaPresse Peggio di un caterpillar in azione, Silvio Berlusconi pare aver deciso che è arrivato il momento di buttare giù tutto, azzerando ogni possibilità di un accordo per formare il governo tra l'intero centrodestra e il Movimento 5 stelle. E nel giorno in cui Matteo Salvini fa capire che è ancora in atto un confronto con Luigi Di Maio, nonostante il mandato esplorativo affidato dal Quirinale al presidente del Senato si sia risolto con un nulla di fatto, il Cavaliere sale su un palco a Larino, in provincia di Campobasso, nel Molise diventato capitale della politica nazionale, e manda all'aria tutto, confermando di non aver ancora digerito la leadership leghista nel centrodestra: «Nessun accordo è possibile con i 5 stelle, un partito che non conosce l'Abc della democrazia, che prova invidia sociale, formato solo da disoccupati, e che rappresenta un pericolo per l'Italia. Di Maio ha una buona parlantina, non posso negarlo, ma non ha mai combinato niente di buono per sé, per la sua famiglia, per il Paese. Non possiamo affidare l'Italia a gente come lui». Un attacco frontale, insomma. Che arriva dopo la richiesta ad avere «pari dignità» formulata nei confronti di Luigi Di Maio, sempre contrario all'ingresso di Forza Italia nel governo. Giudizio ribaltato in meno di 24 ore: «Gli italiani hanno votato molto male. Seguo tutto con disgusto». Urla rabbia, Berlusconi. E quando la fedelissima Licia Ronzulli prova a sottrarlo dall'assalto dei cronisti, è lui ad allontanare in maniera brusca la senatrice e ad affondare nuovi colpi. Eccola, l'insofferenza del leader di Forza Italia. Nessuna delle ipotesi in campo sembra soddisfarlo: «Non so di cosa si parli. Io credo che la soluzione sia un governo di centrodestra che trovi in Parlamento persone responsabili che diano loro i voti necessari. Tutte le altre soluzioni sono dannose per l'Italia». Un nuovo incarico esplorativo affidato stavolta al pentastellato Roberto Fico?: «Già il fatto di dare un incarico a uno così la dice lunga…». Sugli altri scenari per la formazione di un nuovo esecutivo, il leader di Forza Italia vede un'altra strada percorribile da parte del centrodestra: «Il governo del centrodestra potrebbe concretamente fare accordi con uomini saggi, con i parlamentari dei gruppi Misti e anche esponenti del Pd». Un'apertura, quella rivolta ai dem, però bocciata senza appello da Salvini: «Piuttosto che riportare al governo il Pd, faccio tre passi avanti io. Sono a disposizione personalmente e direttamente». Ma nella lunga invettiva, segno del nervosismo che accompagna questi giorni di grandi trattative, Berlusconi si spinge davvero oltre: «Che stanno a fare questi qui che non hanno mai fatto niente della vita? Ma dai… Prendiamo consapevolezza di chi sono e con chi abbiamo a che fare. Uno: 5 stelle è il partito dei disoccupati. Due: è il partito di chi vuole raggiungere il potere per togliere a chi ha e prendere per sé. Io davvero mi trovo di fronte a questo destino: a 12 anni sono dovuto scendere in piazza ad attaccare i manifesti perché ero contro i comunisti, nel 1994 scesi in campo per tutelare l'Italia dagli ex comunisti e oggi, alla mia età, devo tornare in campo per difendere il mio paese da M5s. Mi sono abbastanza rotto». La conclusione è ancora più dura nei toni: «È gente che non ha mai fatto niente nella vita: nella mia azienda li manderei a pulire i cessi». La replica dei pentastellati è affidata al senatore Nicola Morra, rappresentante dell'ala ortodossa del Movimento. «Meglio vivere onestamente, magari grazie al “pulire i cessi", piuttosto che accordarsi con la mafia. Capito, Silvio?», scrive su Twitter il rappresentante del M5s. Le frasi pronunciate durante il tour elettorale molisano squassano i già fragili equilibri su cui si regge il centrodestra. Appena le agenzie battono i primi take con le parole del Cavaliere, sono tanti i big che si aggrappano al telefono per provare a capirne di più. Stupore e sconcerto sono i sentimenti più diffusi tra molti big di Forza Italia, consapevoli che dopo questa sortita l'unità con la Lega è davvero a rischio. Non è un caso che tra i primi a buttare acqua sul fuoco delle polemiche ci sia il governatore ligure Giovanni Toti, uno dei più strenui sostenitori dell'alleanza con il Carroccio e della necessità di aprire al dialogo con il M5s: «La dichiarazioni di Berlusconi sui 5 stelle sono semplicemente annoverabili tra i cosiddetti falli di reazione sul campo. Non c'è mai stato un veto da parte di Forza Italia ad alcun accordo con i 5 stelle. È vero l'esatto contrario». Prova a mediare, Toti, in una situazione che giorno dopo giorno diventa sempre più complicata da gestire: «Il presidente Berlusconi ha parlato durante la chiusura di una campagna elettorale in una regione dove si vota, quindi è evidente che parlava più agli elettori che non alle fini strategie di Palazzo. Se un accordo di governo non si potrà fare tra il centrodestra e il M5s in tutta franchezza sarà colpa dei 5 stelle, non certo di Forza Italia o Fratelli d'Italia». Antonio Ricchio <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lega-sospetta-la-casellati-2561820847.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="salvini-avverte-lalleato-azzurro-sei-tu-quello-che-si-sfila" data-post-id="2561820847" data-published-at="1775496839" data-use-pagination="False"> Salvini avverte l'alleato azzurro: «Sei tu quello che si sfila» «La mia pazienza è finita». Fra i comodini hi-tech della Fiera del mobile di Milano, Matteo Salvini misura il grado di attitudine zen dopo le ultime bordate fra Movimento 5 stelle e Forza Italia, e scopre di essere in riserva. Spia rossa fissa. Troppi veti incrociati, troppi litigi da ballatoio davanti a milioni di elettori esterrefatti. E poiché il leader della Lega tiene in somma considerazione il sentimento della base, decide di puntare il dito non contro Luigi Di Maio che un'offerta l'ha fatta, ma contro Silvio Berlusconi che continua a rifiutarle tutte. L'alleato «sbaglia e risbaglia». Tre volte colpevole, il sommo Cavaliere, per il numero uno leghista. «Leggo con dispiacere di reciproci insulti e veti fra opposte fazioni che non portano da nessuna parte. Sbaglia Berlusconi quando dice che gli italiani non capiscono niente, hanno votato male e mostra disgusto per questo. Sbaglia Berlusconi quando dice che ci sono partiti pericolosi per la democrazia perché non ci sono partiti pericolosi e non mi piace che parli male di un partito votato da un terzo degli elettori. E risbaglia ancora quando pensa che si possa riportare al governo il Pd. Ecco, se qualcuno dalle parti di Arcore pensa di far saltare altre trattative per andare al governo con Matteo Renzi e con il Partito democratico, non è rispettoso del voto degli italiani. E lo fa senza la Lega. Se Silvio vuole andare col Pd ci vada da solo». Salvini non era mai stato così esplicito e l'alleanza non era mai stata così in bilico. Nonostante le pressioni di una fetta crescente del partito (un sondaggio Ipsos rileva che il 48% dei sostenitori della Lega sarebbe per rompere con Berlusconi), finora lui ha creduto e crede ancora nel centrodestra unito. Ma unito nelle duttilità, nelle diverse posizioni, nella valorizzazione delle differenze. La guerra di posizione di Berlusconi contro Di Maio e la ferma volontà di tenere aperta la porta ad ogni trattativa con il Pd renziano lo hanno spiazzato. Salvini era sinceramente convinto che il risultato del 4 marzo fosse metabolizzato da tutti come l'inizio di una nuova era in cui trasparenza e gioventù sono ritenute valori. Gli smarcamenti dorotei, le penombre da sacrestia, i bilancini socialisti non li regge. «La mia pazienza è finita», ribadisce Salvini mostrando una certa stanchezza. «Adesso aspetto le scelte del presidente della Repubblica. Dopo mi sentirò libero di mettermi direttamente a disposizione. Perché questi veti incrociati, queste perdite di tempo, questi ammiccamenti al Pd sia da parte di Berlusconi, sia da parte di Di Maio non hanno senso. Se serve a dare uno scrollone mi assumo direttamente la responsabilità. Se questo per me è un bene o un male non lo so. Io voglio fare un governo che rappresenti quello che gli italiani hanno votato poco tempo fa, partendo da una coalizione fino a ieri compatta. Se qualcuno se ne tira fuori, insultando e guardando a sinistra, la scelta è di questo qualcuno». Salvini ha davanti a sé due strade. La prima è contenuta nella frase: «Se Silvio vuole andare col Pd, ci vada da solo». La guerra di trincea contro Di Maio e a difesa del governissimo pone la Lega in una posizione vantaggiosa in caso di divorzio: non sarebbe più Salvini a lasciare il Cavaliere, ma il Cavaliere ad allontanarsi da lui per questa fregola di esplorare alleanze «contro natura con Matteo Renzi, Boschi, Maria Elena Banca Etruria e Mps», frase spesso usata per sintetizzare il Giglio magico. La seconda strada, appunto, è quella di chiedere l'incarico e poi cercare i voti ai 5 stelle e, bontà loro, agli alleati storici. L'urgenza sarebbe determinata da un sospetto che nella testa del leader leghista comincia a farsi largo: «Ho la netta sensazione che c'è qualcuno che vuole un governo tecnico alla Mario Monti chiesto da Bruxelles, che vuole spennare gli italiani. Per evitare questa fregatura io farò qualunque cosa, anche scendere in campo». Se lo stallo perdura si aprono scenari nuovi per Fdi, forte di un 4,3% su base nazionale e 50 parlamentari utili per una maggioranza. Ieri Giorgia Meloni ha ribadito tutta la sua contrarietà nei confronti dei diktat di Di Maio, dedicandogli una canzone di Cesare Cremonini (le vie della politica sono infinite) e chiosando su Facebook: «Nessuno vuol essere Robin, ma per essere Batman devi vincere le elezioni. L'Italia è ostaggio del disperato bisogno di Di Maio di sedere sulla poltrona da premier. È arrivato secondo alle elezioni e pretende di dettare le regole, con buona pace di quelli che raccontavano di voler cambiare le cose e si sono dimostrati attaccati alla poltrona peggio dei vecchi politicanti». Da qualche tempo lo chiama Giggino Pomicino, ma non è per niente sicuro che in caso di un «liberi tutti» del centrodestra, lei porti il partito dove vuole Berlusconi. La sintonia personale con Salvini è ottima, la consonanza di programmi verificata. Per contro, un accordo col Pd sarebbe irrealistico. L'unica risposta alla domanda «che farete?» in queste ore è: «Argomento non trattato». Per ora l'obiettivo dichiarato è l'unità del centrodestra, ma il destino di quel 4,3% è tutt'altro che scontato. In uno scenario così liquido domani arrivano le regionali del Molise, in attesa di quelle del Friuli Venezia Giulia di domenica prossima. Difficile che il risultato cambi gli equilibri, se non quelli tra Lega e Forza Italia. Se il Carroccio s'impone anche a Campobasso, dove Berlusconi si è speso moltissimo suonando perfino il bufù (un tamburo a frizione) con un gruppo folk, potrebbe essere più facile per Salvini trattare da posizione di vantaggio all'interno della coalizione. Sempre che abbia vita lunga e non venga tumulata. Eventualmente sulla lapide verrebbe incisa una micidiale battuta attribuita a Winston Churchill che comincia a girare all'interno della Lega e che Berlusconi usò 24 anni fa con Umberto Bossi durante il ribaltone: «Con amici come te non ho bisogno dei nemici». Giorgio Gandola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/la-lega-sospetta-la-casellati-2561820847.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-grillini-giocano-sporco-sulla-mafia" data-post-id="2561820847" data-published-at="1775496839" data-use-pagination="False"> I grillini giocano sporco sulla mafia LaPresse A questo punto Matteo Salvini ha solo l'imbarazzo della scelta. Tra i 5 stelle e Forza Italia? «No, tra i motivi per mollare Silvio Berlusconi al suo destino». Poco prima di cena, i vertici del Movimento fanno il punto della situazione dopo la «storica sentenza» di Palermo sulla trattativa Stato-mafia e sul ruolo di Marcello Dell'Utri come collegamento tra i boss e il primo governo Berlusconi. Luigi Di Maio twitta che «è finita la Seconda Repubblica», ma con i suoi collaboratori va più al sodo: «Questa sentenza cambia il film delle consultazioni e Salvini lo sa». E i capi di M5s si ribadiscono l'un l'altro che dopo «la tentata fregatura» del mandato Casellati c'è solo un modo per uscire dalla crisi: «L'incarico a Luigi». Quanto al pm siciliano Nino Di Matteo, anche grazie agli insulti del Cavaliere ai 5 stelle, lo aspetta un ministero di peso. Sintesi di una giornata sfigata come poche, per il capo di Forza Italia. Non poteva esserci giorno peggiore, del resto, per dire che i grillini possono al massimo pulire i cessi nelle aziende del Cavaliere. «È gente che non ha mai fatto nulla nella vita: nella mia azienda li prenderei per pulire i cessi», così scivola la frizione a Berlusconi, in un comizio a Casacalenda, in Molise. E mentre il senatore Massimo Bugani gli risponde con il sorriso, postando una foto intento a pulire i gabinetti, la sentenza palermitana cambia il clima. Un altro senatore, Nicola Morra, apre le raffiche di rappresaglia su Twitter: «Meglio vivere onestamente, magari grazie al “pulire i cessi", piuttosto che accordarsi con la #mafia. Capito, Silvio?». Riccardo Fraccaro lega i fatti dei primi anni Novanta a presunti legami oscuri che ancora si opporrebbero al cambiamento: «La sentenza cade come un macigno su un sistema di potere che tenta ancora di avvinghiare il Paese nei suoi tentacoli». Un altro degli esponenti più esperti, Carlo Sibilia, mira dritto su Arcore: «Dell'Utri è colui il quale trattava con Cosa nostra durante il governo Berlusconi. C'è bisogno di altro per spiegare che Berlusconi è una persona che deve sparire dalla scena politica nazionale?». E alla fine arriva Luigi Di Maio, il moderato della compagnia: «La trattativa Stato-mafia c'è stata. Con le condanne di oggi muore definitivamente la Seconda Repubblica. Grazie ai magistrati di Palermo che hanno lavorato per la verità». E tra coloro che «hanno lavorato per la verità» c'è Di Matteo, due settimane fa acclamato relatore a Ivrea nel convegno dedicato a Gianroberto Casaleggio. Il pm prende metaforicamente l'evidenziatore e segnala al popolo grillino il significato «storico» della sentenza di ieri: «Prima si era messa in correlazione Cosa nostra con il Silvio Berlusconi imprenditore, adesso questa sentenza per la prima volta la mette in correlazione col Berlusconi politico». E l'assoluzione di Nicola Mancino? In casa pentastellata fanno notare che «è arrivata solo perché sono state cancellate le telefonate con Giorgio Napolitano». Già, l'ex presidente della Repubblica. Meglio non nominarlo ai vari Beppe Grillo o Di Maio o Davide Casaleggio. Sono tutti convinti che si stia dando molto da fare per spingere il Pd tra le braccia del centrodestra, non potendo i numeri risicati escludere anche la Lega. «Ma tutto, pur di tenerci lontano da certe stanze, come il Viminale, i servizi, Via Arenula, la Difesa che deve comprare gli aerei che decidono gli altri», riassume un senatore grillino. Quando parla di «tentacoli che tentano ancora di avvinghiare», M5s ha le idee più chiare di quanto sembri. Ma a parte i rapporti tra Cosa nostra e Forza Italia, a ben 24 anni di distanza dai fatti giudicati a Palermo è inutile negare che i problemi dell'Italia siano altri, Berlusconi compreso, che ha pure 82 anni. E nonostante la recente campagna per la scarcerazione di Dell'Utri. Di Maio vuole andare a tutti i costi a Palazzo Chigi e continua a pensare che l'alleato giusto sia la Lega. Ai suoi ha detto anche ieri che il capo del Carroccio potrebbe anche solo limitarsi ad andare ad Arcore e dire all'ex alleato: «Nulla di personale, ma sei divisivo». Ma gli altri big del Movimento si spingono oltre e credono che la base leghista, «come la nostra, sia pulita e intransigente, e quindi non possa perdonare l'accostamento tra Forza Italia e i boss». E Fratelli d'Italia? Non c'è nessun veto sul partito di Giorgia Meloni e, anzi, Guido Crosetto è ritenuto un po' il Giorgetti di Fdi, «affidabile e perbene». Mentre sul fronte del famoso «secondo forno» tutto tace. Al Movimento è arrivata voce che giovedì mattina presto, Berlusconi e Matteo Renzi si sarebbero incontrati in gran segreto. Se fosse confermato, sarebbe la pietra tombale sul dialogo con il Pd. Francesco Bonazzi
L’idea che bastino buone leggi per uniformare popoli e culture diverse è il grande inganno del nostro tempo. Senza una popolazione storicamente e culturalmente coesa, la legge diventa impotente e lo Stato perde la sua funzione.
Laos e Cambogia sono due nazioni storicamente legate alla Francia e all’Indocina francese, ma sono anche due realtà vivaci e produttive. Questi due paesi, che nella loro storia hanno spesso vissuto all’ombra del più grande ed importante Vietnam, hanno storie diverse anche se con alcuni punti in comune, soprattutto dopo la guerra del Vietnam. Il Laos resta ancora oggi una Repubblica socialista monopartitica dominata dal Partito Rivoluzionario del Popolo Lao che soltanto dalla metà degli anni 2000 ha cominciato ad aprire agli investimenti stranieri, soprattutto da Cina e dalla confinante Thailandia. Più complicata la storia della piccola Cambogia che ha vissuto negli anni ’70 l’incubo del regime sanguinario dei khmer rossi. Questi pseudo-rivoluzionari hanno massacrato un terzo della popolazione con l’idea della creazione dell’uomo nuovo, fino all’intervento vietnamita che rovesciò il regno del terrore del leader dei khmer rossi di Pol Pot. Dopo anni di una specie di protettorato politico del Vietnam nel 1993 la Cambogia, con un referendum, è tornata ad essere un regno rimettendo sul trono Norodom Sihanouk che aveva già regnato dal 1941 al 1955. Ancora oggi Phnom Penh rimane una monarchia elettiva e da oltre 20 anni è stato scelto come sovrano il figlio di Sihanouk Norodom Sihamoni.
Oggi la Cambogia è una nazione che punta sul turismo, quasi 7 milioni di visitatori nel 2024, e sugli investimenti stranieri grazie alla sua posizione strategica sul Golfo di Thailandia. La crescita di Phnom Penh è stata costante con una media di 6,88% tra il 1994 ed il 2024, dati che gli hanno permesso di diventare una delle economie più dinamiche dell’intero sud-est asiatico. Negli anni la Cambogia è diventata una nazione a reddito medio-basso, lasciando la fascia inferiore grazie, oltre che al turismo, ai settori del tessile e dell’edilizia. Sia il Laos che la Cambogia sono sempre stati guardati con particolare attenzione dalla Cina, anche in funzione anti-vietnamita. I rapporti Pechino-Hanoi sono complicati da decenni e l’avvicinamento agli Stati Uniti del Vietnam ha cambiato gli equilibri geopolitici regionali.
L’interesse cinese appare più forte in Laos dove la ferrovia China-Laos Railway rappresenta un progetto da 5,9 miliardi di dollari, al 70% dei quali finanziati da Pechino e i rimanenti pagati da Vientiane sotto forma di debito con la Cina. Questa infrastruttura dal 2021 ha trasportato oltre 15 milioni di tonnellate di merci per la maggior parte frutta cresciuta del 60%, che ha migliorato le esportazioni agricole laotiane. Pechino si interessa al Laos per la sua posizione nella Belt and Road Initiative, la nuova via della seta, ma anche per le possibilità di crescita della nazione che prevede di superare il 5% nel periodo che va dal 2026 al 2030. Secondo Pechino il paese ha grandi potenzialità che porterebbero il Pil pro capite a 2980 dollari entro il 2030. La Cambogia è stato lo stato più colpito dai dazi di Trump, che l’accusa di fungere da punto di transito per prodotti cinesi da immettere nel mercato. Washington aveva deciso di imporre una tassazione del 49%, la seconda più alta al mondo dopo il Lesotho arrivato al 50%, che andava a colpire le esportazioni cambogiane di abbigliamento e calzature negli Stati Uniti. Come per Vientiane anche per Phnom Penh la Cina è un partner chiave e soprattutto il principale creditore, detenendo oltre il 40% del suo debito estero, stimato in circa 10 miliardi di dollari. Nel regno indocinese Pechino ha costruito un canale fluviale che collega la capitale con la costa della provincia cambogiana di Kep, nel sud del paese, con un costo di circa 1,7 miliardi di dollari e che permetterebbe l’accesso al Mar Cinese Meridionale. In cambio la Cambogia ha ceduto la base navale di Ream, nella provincia di Sihanoukville, alla marina cinese, una struttura in posizione strategica verso territori insulari contesi a Vietnam, Filippine, Malesia e Brunei. Due piccole tigri asiatiche che vogliono imitare la crescita vista negli anni scorsi in Malesia e Thailandia, ma che sono legate a doppio filo alla Cina che ha già preso il controllo delle loro vivaci economie.
Il calvario dei missionari e dei preti cattolici nella Cambogia dei Khmer rossi (1972-1979)
Era il 17 aprile 1975 quando i Khmer rossi entrarono a Phnom Penh. La data funesta diede inizio ad un lungo periodo di terrore guidato dalla cieca ideologia maoista che portò al genocidio di circa un quarto della popolazione cambogiana. Il Paese, ex colonia dell’Indocina francese fino al 1953, era stato in seguito retto da un regime autoritario che si era dichiarato neutrale durante la guerra del Vietnam ma aveva ospitato i Vietcong ed aveva subito i bombardamenti americani. Nel 1970 un colpo di Stato guidato dal generale Lon Nol rovesciò il sovrano Sihanouk in accordo con gli Stati Uniti, ma il paese sprofondò nella guerra civile contro i Khmer rossi di Pol Pot appoggiati dalla Cina e dai nordvietnamiti, che ebbero alla fine successo.
Il folle programma di Pol Pot prevedeva la trasformazione della Cambogia in un Paese esclusivamente rurale gestito integralmente dallo Stato (Phnom Penh fu forzatamente spopolata per questo motivo), mentre ogni differenza di classe (anche intellettuale) fu nel mirino dei Khmer rossi, che operarono esecuzioni di massa anche per i più piccoli sospetti. Le banche e il denaro furono aboliti e i funzionari del precedente regno massacrati. Le religioni, che furono bandite integralmente, non fecero eccezione, a partire da quella maggioritaria, il buddhismo. I cattolici erano una minoranza, presenti dai tempi della colonizzazione portoghese con l’opera dei missionari e facevano capo al vicariato della capitale. Erano relativamente pochi, circa 60.000 su un totale di 15 milioni di abitanti, quasi tutti vietnamiti scappati dal Paese in guerra per finire nel braciere della Cambogia. Già dal 1970, per i fedeli e i preti cattolici iniziò il calvario nelle zone già controllate dai Khmer di Pol Pot. Il 24 febbraio 1972 nella provincia di Kampong Chan sulle rive del fiume Mekong il prete cattolico francese Pierre Rapin, già confinato al domicilio coatto dai guerriglieri comunisti, fu fatto oggetto di un attentato. Ferito nell’esplosione di un ordigno, fu trasferito dagli stessi Khmer in ospedale e ritornato cadavere. Le sue ultime parole piene di fede, scritte al vicario che lo supplicava di lasciare la Cambogia, furono: «I cristiani mi hanno chiesto di rimanere. Rimango. Sia fatta la volontà di Dio. Rimarrò finché ci sarà anche uno solo di voi». Assieme a lui perse la vita anche il sacerdote vietnamita Pam Van Than.
Padre Joseph Chhmar Salas tornò in Cambogia nel tragico 1975 dopo un periodo di studi canonici in Francia, chiamato dal vicario di Phnom Penh monsignor Yves Ramousse. L’entrata imminente dei Khmer rossi suggeriva al vicariato apostolico di nominare un cambogiano alla guida della Chiesa cattolica. Fu inviato nella provincia dove morì padre Rapin, dove il prete si offrì volontario per i lavori forzati imposti dagli uomini di Pol Pot nella speranza di organizzare una forma di unione e resistenza tra i cattolici della regione. Morirà di fame e di stenti in una pagoda-ospedale dopo aver passato due anni all’inferno. La sorella, superstite del terrore, racconterà delle messe clandestine celebrate nelle capanne del campo di lavoro dal martire della furia comunista.
Tra le vittime cattoliche del regime di Pol Pot, anche missionari laici tra cui Joseph Ros En, docente universitario a Phnom Penh e Pierre Chhum Somchay, padre di 12 figli tutti uccisi dall’odio Khmer assieme al padre. Tra loro anche due religiose, le suore cambogiane Lydie Nou Savan e Jacqueline Kim Son.
La Chiesa cattolica cambogiana, azzerata dalla ferocia del regime di Pol Pot, rinascerà soltanto negli anni Novanta a piccoli passi, ma determinati. Fondamentale l’apporto dei missionari, tra cui gli italiani Luca Bolelli , Mario Ghezzi, Gianluca Tavola e Antonio Bergamin (scomparso nel 2021) tutti del Pime, il Pontificio Istituto delle Missioni Estere. Si occupano oggi di una comunità di fedeli che oggi conta circa 20.000 persone, tra cui molti giovani.
Nel 2015 Papa Francesco ha istituito la causa di beatificazione di 12 martiri della Chiesa Cambogiana, tra cui Joseph Chhmar Salas. Dopo la raccolta per oltre un decennio di testimonianze di chi conobbe i religiosi in vita, la parte cambogiana del processo si è conclusa il 18 marzo 2026 sotto la guida del vicario apostolico in Cambogia, monsignor Olivier Schmitthaeusler.
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Parque de Maria Luisa a Siviglia (iStock)
C’è un momento, ogni anno, in cui l’Europa ancora dorme sotto cieli grigi, ma a sud la luce cambia già colore. Si riaccendono i giardini, i balconi si riempiono di fiori, e la vita torna a scorrere più lenta e sorridente. La primavera, nel Vecchio Continente, non sboccia ovunque nello stesso momento: ci sono città che la sentono prima, che la accolgono con la grazia di chi vive da sempre a un passo dal mare e dal sole.
Siviglia, Valencia, Lisbona e Atene sono quattro tappe perfette per un viaggio che anticipa la bella stagione: luoghi dove si può già stare all’aperto, pranzare sotto un pergolato o ascoltare una chitarra nell’aria tiepida. E dove il portafoglio, se si viaggia con intelligenza, non si svuota.
La torre della Giralda a Siviglia (iStock)
Siviglia: la regina del sole andaluso
Visitare Siviglia in primavera è un’esperienza sensoriale totale. A marzo e ad aprile, quando l’arancio dolce inonda l’aria e le giornate superano già i 20 gradi, la città si veste per due degli eventi più belli della Spagna: la Semana Santa e la Feria de Abril, che trasforma le rive del Guadalquivir in una festa di colori, musica e flamenco.
Tra le vie bianche del Barrio de Santa Cruz, si cammina fra patio fioriti, chiese e piccole taverne dove il tempo sembra fluire più lento. L’Alcázar, con i suoi cortili moreschi, è un trionfo di geometrie e luce. E quando il tramonto colora di rosso la Plaza de España, si capisce come mai Siviglia sia considerata una delle città più fotogeniche d’Europa.
Dove mangiare:
- Bodega Santa Cruz – Las Columnas: per assaggiare la vera cucina andalusa senza spendere troppo. Questa storica bodega si trova a due passi dalla cattedrale: tapas semplici, jamón tagliato al momento e vino locale.
- La Brunilda per chi vuole un tocco più moderno, ma sempre a prezzi accessibili.
Dove dormire: gli hotel boutique di Siviglia sono spesso ospitati in antichi palazzi con patio interno.
- Hotel Casa 1800, centralissimo e romantico, ma anche buon rapporto qualità-prezzo.
- Hotel Simon, a due minuti dalla Cattedrale, con fascino d’altri tempi e tariffe gentili.
La primavera è la stagione perfetta per esplorare l’Andalusia: clima ideale, luce limpida e prezzi ancora fuori dall’alta stagione.
Plaza de la Virgen a Valencia (iStock)
Valencia: il mare, gli aranci e la città che rinasce
Valencia è una delle città spagnole più vivibili e sottovalutate, e in primavera esplode. Il clima è ideale, con 22-23 gradi a marzo-aprile e brezze profumate che arrivano dal mare. È conosciuta per Las Fallas, la festa di marzo durante la quale enormi figure di cartapesta vengono bruciate tra musica e fuochi d’artificio: un mix di arte, ironia e follia tutta valenciana.
Ma Valencia è anche cultura e architettura contemporanea. La Città delle Arti e delle Scienze di Santiago Calatrava stupisce con le sue forme futuristiche, mentre il Mercado Central, sotto una cupola liberty, è il posto perfetto per un pranzo a base di paella autentica e frutti di mare.
Dove mangiare:
- per la paella valenciana, il consiglio è scendere fino alla Malvarrosa, il quartiere marittimo: il ristorante La Pepica, storico e vista mare, serve la versione tradizionale con pollo e coniglio.
- Chi preferisce uno spot più giovane e informale, troverà nel Mercado de Colón molti bistrot di ottimo livello.
Dove dormire:
- vicino al centro storico, Zalamera BnB offre camere curate e una terrazza assolata per la colazione.
- Per chi cerca un’atmosfera più bohémienne, le pensioni nel quartiere di Ruzafa sono piene di arte, caffè e locali autentici, con prezzi ancora abbordabili.
Valencia è perfetta anche per chi ama le due ruote: le piste ciclabili collegano il centro al mare, seguendo il verde del parco del Turia, un ex letto del fiume trasformato in un giardino urbano tra i più belli d’Europa.
Praça do commercio a Lisbona (iStock)
Lisbona: luce d’oceano e malinconia felice
Lisbona in primavera è pura poesia. La città si risveglia prima, sospesa tra la brezza dell’Atlantico e le note malinconiche del fado. Le jacarande fioriscono già a fine marzo colorando le colline di lilla, mentre i tram gialli arrancano sulle salite del Bairro Alto sotto un cielo azzurro che sa già d’estate.
È il momento ideale per scoprire la città senza la folla dei mesi caldi: si può salire al Castelo de São Jorge senza code, camminare per l’Alfama perdendosi tra le case color pastello, o prendere il treno fino a Belém, tra la Torre e il Monastero dos Jerónimos, due capolavori manuelini che brillano al sole.
Dove mangiare:
- niente batte un pranzo al Mercado da Ribeira (Time Out Market), dove si può scegliere tra le proposte di chef e locali storici con ampia scelta a prezzi medi.
- Per la sera, nel quartiere di Graça, O Pitéu da Graça è un ristorante che offre cucina tipica portoghese. Ottimo rapporto qualità-prezzo.
Dove dormire: Lisbona offre sistemazioni per ogni portafoglio.
- Per comfort e fascino, l’LX Boutique Hotel vicino a Cais do Sodré regala viste sul Tago e camere intorno ai 100 euro a notte.
- Chi vuole risparmiare può puntare sul Lost Inn Lisbon, moderno ostello con camere private e atmosfera da viaggio d’autore.
La primavera è la stagione ideale per vivere Lisbona in modo autentico: vie fiorite, clima mite e vita culturale in pieno fermento, ma ancora senza la ressa estiva.
Acropoli ad Atene (iStock)
Atene: la luce delle origini
Poche città al mondo sanno accogliere la primavera come Atene. La capitale greca, sospesa tra mito e caos, si trasforma da marzo in un regalo di luce: giornate già calde, cieli limpidi e profumo di timo e limoni. L’Acropoli, vista al tramonto, è un’esperienza quasi mistica; ma anche i quartieri più semplici, come Psiri o Koukaki, emanano un’energia vitale e sincera.
Aprile è anche il mese della Pasqua ortodossa, una delle più sentite d’Europa: le processioni, i fuochi e i canti che si levano nelle chiese fino a notte fonda offrono uno spettacolo unico, tra sacro e umano.
Dove mangiare: Atene è sorprendentemente accessibile.
- In centro, Kostas (ad Agias Irinis Square) prepara il miglior souvlaki della città a pochi euro.
- Per una cena più rilassata, Diodos, ai piedi dell’Acropoli, ha una terrazza panoramica e piatti greci curati a prezzi onesti.
Dove dormire:
- A for Athens è un classico con vista accecante su Monastiraki e sull’Acropoli;
- ma ottimo è anche Cecil Hotel, in un edificio neoclassico con tariffe molto vantaggiose.
Fuori dal centro, il quartiere di Exarchia offre B&B gestiti da artisti, con atmosfere alternative e prezzi più che umani.
Un tour del tepore e della luce
Il filo rosso che lega Siviglia, Valencia, Lisbona e Atene è la luce — quella che arriva presto, accarezza i muri color crema, scalda i caffè all’aperto e invita a restare fuori fino a tardi. In queste città la vita, in primavera, torna a respirare a pieni polmoni.
Non servono grandi budget né itinerari complicati: bastano scarpe comode, curiosità e la voglia di rallentare. Il bello del Sud, in fondo, è proprio questo — l’arte di vivere bene, anche con poco.
Così, mentre il Nord ingrigito aspetta ancora la bella stagione, laggiù gli alberi sono già in fiore, i tavolini si riempiono, e il sole disegna sulle piazze quell’ombra leggera che sa di rinascita.
La primavera in anticipo è un privilegio che vale il viaggio.
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Estadio Akron, Guadalajara (Getty Images)
C’è un’immagine che racconta Guadalajara in Messico meglio di qualsiasi slogan promozionale: lo stadio Akron illuminato, i tornelli aperti, le maglie delle nazionali in campo e, tutto attorno, un anello fitto di uomini armati, convogli scortati, pattuglie, controlli, corridoi protetti. Il playoff mondiale del 27 marzo tra Giamaica e Nuova Caledonia, quasi cinquantamila spettatori sugli spalti, è stato presentato come una prova generale riuscita. Ed è vero. Ma è stato anche qualcos’altro: la dimostrazione plastica che, qui, il prossimo Mondiale non arriverà soltanto con il suo carico di bandiere, sponsor e televisioni. Arriverà, semmai, sotto scorta.
Guadalajara è una delle città simbolo del calcio messicano, una metropoli dove il pallone ha una densità emotiva diversa da quella di tanti altri luoghi del centro America. Non è una sede di complemento. Nel 2026 ospiterà quattro partite della fase a gironi, fra cui una gara del Messico, e proprio per questo il suo peso è maggiore del semplice numero delle date in calendario. Una cosa è riempire uno stadio; un’altra è garantire che attorno a quello stadio, e attorno alla città che lo ospita, regga l’ordine pubblico necessario a un evento globale.
Il punto di rottura è arrivato a fine febbraio. Dopo l’operazione militare che ha portato alla morte di Nemesio Oseguera Cervantes, «El Mencho», capo del Cartello Jalisco Nueva Generación, il Jalisco è stato attraversato da una scia di ritorsioni: auto incendiate, blocchi stradali, scontri, paura. Reuters ha riferito che quattro partite del calcio messicano vennero rinviate per ragioni di sicurezza; Ap ha parlato di almeno 70 morti nell’ondata di violenza successiva, con Guadalajara improvvisamente finita al centro di una domanda che fino a poche settimane prima sembrava quasi sconveniente porre: e se il problema, per il Mondiale, non fosse il calcio ma tutto il resto?
In quei giorni il governo federale ha dovuto fare una doppia operazione. Da una parte rassicurare la Fifa e il pubblico internazionale; dall’altra mostrare ai messicani che la situazione non stava sfuggendo di mano. Il presidente Claudia Sheinbaum ha detto che per i visitatori «non c’è rischio»; Gianni Infantino ha parlato di «piena fiducia» nel Messico come Paese ospitante. Sono parole necessarie, quasi obbligate, ma proprio per questo rivelatrici: quando bisogna rassicurare così tanto, è perché la crepa si vede già.
La risposta formale è stata il Plan Kukulkán, illustrato a marzo in Jalisco dalla presidente insieme ai vertici della sicurezza. A quanto pare il piano coinvolge più di 20 agenzie federali e locali; il dispositivo complessivo annunciato per il torneo in Messico ruota attorno a circa 100 mila effettivi fra forze armate, Guardia Nacional, polizie e sicurezza privata. Sono previste task force dedicate per ciascuna delle tre città ospitanti, addestramento specializzato, sistemi di allerta, protezione per stadi, hotel, aeroporti e tratte stradali, oltre a un monitoraggio rafforzato sulla mobilità urbana, tema che Fifa stessa considera cruciale quanto quello della sicurezza pura.
Ma basta leggere le cronache del test-match di marzo per capire che Guadalajara non sta solo «preparando» il Mondiale: lo sta già simulando dentro una cornice eccezionale. Reuters racconta di oltre duemila agenti impiegati per il playoff dello stadio Akron, di scorte alle delegazioni, di una presenza armata ben visibile e di dirigenti locali che lo hanno definito uno dei test più importanti prima del torneo. È un lessico che dice molto. In una città normale, la vigilia di una Coppa del Mondo si misurerebbe in lavori, hospitality, trasporti, percorsi tifosi. Qui si misura in uomini schierati, perimetri e deterrenza.
E tuttavia sarebbe un errore pensare che il caso Guadalajara si esaurisca nella violenza di febbraio. Il nodo è più profondo, più sedimentato, più doloroso. In Messico le persone scomparse sono oltre 132 mila e che il solo Jalisco pesa per circa il 10% del totale nazionale. Nei reportarge giornalistici si legge che, dallo scorso anno, gruppi civici di ricerca hanno rinvenuto almeno 500 sacchi con resti umani in quattro fosse entro un raggio di 20 chilometri dallo stadio Akron. Non è un dettaglio laterale: è il controcampo del Mondiale. Mentre il mondo si prepara a guardare le partite, il territorio che dovrebbe ospitarle continua a fare i conti con una geografia della scomparsa.
A questa ferita se n’è aggiunta un’altra, ancora più simbolica, emersa nei mesi scorsi sempre in Jalisco: il caso del ranch di Teuchitlán, dove attivisti e investigatori hanno trovato ceneri, frammenti ossei, vestiti e strutture compatibili con forni clandestini. Reuters ha riferito che la procura generale messicana ha poi denunciato gravi falle nell’indagine iniziale e ha aperto accertamenti sull’origine dei resti e sulle possibili complicità locali. Teuchitlán dista circa 65 chilometri da Guadalajara: abbastanza per non coincidere con la città-vetrina, troppo poco per poter fingere che si tratti di un altro mondo.
È da questa sovrapposizione di piani che nasce l’inquietudine attorno a Guadalajara. Da una parte c’è il racconto del futuro: i lavori, i flussi turistici attesi, le nazionali che scelgono la città come base, la speranza di un ritorno d’immagine enorme per il Messico. Dall’altra c’è la cronaca del presente: i desaparecidos, i collettivi che cercano fosse clandestine, i cittadini che vedono nell’evento anche il rischio di una gigantesca operazione cosmetica, un modo per ripulire il perimetro urbano senza affrontare la sostanza del problema. Reuters ha raccolto la voce di Héctor Flores, padre di un ragazzo scomparso, che ha definito il Messico una «fossa comune».
Anche la stampa statunitense ha colto questo cortocircuito. Le agenzie di stampa statunitensi raccontanl Guadalajara come il luogo in cui l’hype del Mondiale si scontra più bruscamente con la realtà del Jalisco: da un lato i trofei esibiti, i grandi eventi di avvicinamento, la retorica della normalità ristabilita; dall’altro i dubbi dei residenti, la paura che la morte di «El Mencho» apra nuovi squilibri interni al cartello, l’idea che il torneo finisca per essere protetto da una tregua armata più che da una sicurezza davvero consolidata. È un sospetto che nessun governo dirà mai ad alta voce, ma che attraversa il discorso pubblico.
Eppure il paradosso di Guadalajara è proprio questo: più la città mostra di essere pronta, più rende visibile ciò da cui deve difendersi.
Alla fine, il vero tema non è se lo stadio Akron sia pronto. Probabilmente lo sarà. Il tema è se lo saranno i suoi dintorni, le sue arterie, i suoi quartieri, la sua reputazione, la capacità dello Stato messicano di convincere il mondo che la sicurezza non è soltanto un apparato visibile, ma una condizione reale. Perché il calcio, a Guadalajara, resta la parte semplice: i novanta minuti, il rumore del pubblico, l’inno, la liturgia dell’evento. Il difficile è tutto quello che viene prima. E tutto quello che, fuori dall’inquadratura, continua a ricordare che il Mondiale del 2026, da queste parti, non si giocherà soltanto in campo.
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