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2020-06-22
La Lega calcio chiede 2 miliardi di euro di danni per lo scandalo Infront
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Ansa
Una richiesta di 2 miliardi di euro di danni alla Img, una delle società che gestirono dal 2008 al 2014 i diritti del calcio di serie A. E' questa l'ultima mossa della Lega Calcio come di Torino, Fiorentina e Chievo, che hanno deciso di rivalersi contro quel cartello di società, tra cui la Mp Silva di Riccardo Silva e la Domino holding di Marco Bogarelli, che furono messe sotto inchiesta dalla procura di Milano nel 2014 quando l'advisor era Infront. Poi nel 2018 i procuratori Paolo Filippini e Giovanni Polizzi decisero di archiviare il caso, dopo che il gip aveva spiegato che si trattava di una questione tra privati. Le accuse erano di associazione a delinquere, truffa, turbativa d'asta, riciclaggio e autoriciclaggio. Sotto indagine erano finiti anche l'ex amministratore delegato del Milan Adriano Galliani e il presidente del Genova Enrico Preziosi. La Lega calcio ha quantificato il danno in 1,5 miliardi di euro, mentre Torino, Fiorentina e Chievo chiedono 500 milioni di euro. Per inciso la situazione dei viola è la più particolare, perché la causa è stata promossa da Diego Della Valle che ha posto questa condizione prima della vendita a Rocco Commisso.
Del resto i danni ai club sono stati consistenti come è stato evidenziato nei bilanci. E il fatto che quelle gare per i diritti televisivi erano falsate è stato confermato da una sentenza dell'Antitrust dell'aprile dello scorso anno. Nelle prossime settimane è attesa la sentenza del consiglio di Stato. Sulla causa civile potrebbe pesare comunque l'archiviazione del procedimento penale. Ma l'anno scorso l'autorità garante della concorrenza e del mercato stabilì sanzioni per un totale di 67 milioni di euro nella requisitoria firmata dal presidente Gabriella Muscolo. Dal 2008, si legge nella sentenza, «la partecipazione alle gare è stata oggetto di un'intesa restrittiva della concorrenza posta in essere da alcuni operatori riconducibili a Mp Silva, Img, e B4 Capital/Be4 Sarl/B4 Italia». In quegli anni fu favorito un gruppo di aziende che non solo ha tolto risorse alle squadre, ma ha anche danneggiato le entrate del fisco italiano.
L'Authority aveva confermato l'impianto che i consulenti della procura di Milano, cioè Ignazio Arcuri e Stefano Martinazzo (ora anche consulenti della procura di Civitavecchia nell'inchiesta su Alitalia), avevano spiegato in una relazione tecnica. Le società che partecipavano alle aste avevano siglato un patto di segretezza per falsare le gare dei diritti audiotelevisivi. Ne erano stati stipulati diversi. Tra cui quello del 14 novembre 2011 tra Img e Mp & Silva Ltd che prevedeva che sarebbe entrato in vigore tra le parti a condizione che IMG (o sue controllate, collegate, affiliate o controllanti) acquisissero i diritti di trasmissione e di distribuzione del Campionato di Serie A - esercitabili in tutto il mondo fuorché l'Italia, San Marino e Città del Vaticano - per le stagioni sportive 2012/2013, 2013/2014 e 2014/2015. Oppure nel dicembre del 2011, appena la Lega calcio avrebbe assegnato a MP & Silva i diritti audiovisivi di Serie A. In quella relazione, si spiegava come fosse «del tutto evidente che fra Mp Silva Ltd, Be4 Sarl e, a seconda dei casi, con il top management di Infront Italy e Domino Holding Ltd, si sia instaurata una sorta di società di fatto, dal momento che l'accordo esistente nella distribuzione all'estero dei diritti audiovisivi relativi ai campionati di calcio italiani, prevedeva la condivisione dei costi di acquisizione, dei conseguenti margini e delle eventuali perdite»
«Infatti, per ogni procedura di gara, le evidenze indicano che le parti non hanno formulato in autonomia le proprie offerte» si legge nella sentenza del Tar «ma hanno invece realizzato condotte tese ad influenzare reciprocamente le modalità di partecipazione alle gare al fine di contenere l'ammontare dell'offerta economica da presentare alla Lega, limitando la reciproca competizione sul prezzo di acquisto dei diritti internazionali. In particolare, attraverso la stipulazione di contratti antecedenti alle singole gare e contatti intercorrenti fra i loro rappresentanti, Mp Silva, Img, B4 Capital/ Be4 Sarl/B4 Italia hanno coordinato il proprio comportamento e, a seguito dell'assegnazione, hanno ripartito i ricavi derivanti dalla successiva rivendita all'estero dei Diritti Tv per le competizioni organizzate dalla Lega».
Proprio nella relazione di Arcuri e Martinazzo si spiegava come ci fossero stati accordi che avrebbero danneggiato il sistema del calcio in Italia. «Appare evidente» si legge, «che l'invio della bozza del verbale da parte di Antonio d'Addio ( probabilmente presente il 2 novembre 2009 alle operazioni di apertura delle buste in qualità di legale dell'advisor della Lega calcio, Infront Italy) a Riccardo Silva, in via anticipata rispetto alle valutazioni e all'assegnazione dei diritti audiovisivi esteri da parte della Lega calcio, contenente dati relativi alle offerte economiche e alle valutazioni sugli eventuali elementi di difformità emersi, sia da considerarsi irregolare e in conflitto con i doveri di confidenzialità ai quali il legale di Infront Italy era tenuto».
Il malessere del Qatar per gli accordi della Lega Calcio con l'Arabia Saudita
C'è anche un grana Qatar che pesa sui diritti televisivi internazionali di Serie A. E' quella che coinvolge la stessa Img come soprattutto Bein Sports, l'azienda qatarina che contribuisce a circa più di un terzo del totale del valore dei diritti esteri, cioè 130 milioni all'anno su 350.
Riguarda la trasmissione del nostro calcio in medioriente, nord africa e Francia. II problema del malessere di Bein Sport è noto da almeno 2 anni, e, a quanto pare, la Lega avrebbe fatto poco per venire incontro alla società di Doha. Bein Sports infatti lamenta l'assenza della nostra Serie A nel contrasto alla pirateria, in particolare contro i sauditi di BeoutQ che trasmettono illegalmente le partite delle nostre squadre di calcio. Non solo. Il fatto che la finale di Supercoppa italiana continui a svolgersi a Riad non aiuta. Perché sembra quasi che ci sia un accordo con i sauditi per non danneggiare proprio BeoutQ.
In ballo, poi, ci sono ancora i danni subiti dalla sospensione del campionato in questi mesi di emergenza sanitaria. Il problema è che al momento non ci sono alternative a Bein e nel caso in cui gli accordi dovessero saltare ci sarebbe una perdita economica di 100 milioni di euro. L'accordo con Beni Sport è mediato poi sempre da Img, i titolare dei diritti internazionali per il ciclo attuale. Ma se il Qatar non dovesse pagare la questione ricadrà sempre su Img che non pagherà i diritti alla Lega. Il rischio è che anche in questo caso le società di serie A possano rivalersi, questa volta, contro il management della Lega.
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La serie A chiede 1,5 miliardi di euro per le gare dei diritti televisivi falsate tra il 2008 e il 2014, come confermato l'anno scorso dall'Antitrust. Fiorentina, Chievo e Torino vogliono 500 milioni.Nei prossimi giorni si attende una nuova sentenza del consiglio di Stato. A pesare però potrebbe essere l'archiviazione dell'inchiesta della procura di Milano.La società qatarina Bein Sports lamenta l'assenza della nostra Serie A nel contrasto alla pirateria, in particolare contro i sauditi di BeoutQ che trasmettono illegalmente le partite delle nostre squadre di calcio.Lo speciale contiene due articoliUna richiesta di 2 miliardi di euro di danni alla Img, una delle società che gestirono dal 2008 al 2014 i diritti del calcio di serie A. E' questa l'ultima mossa della Lega Calcio come di Torino, Fiorentina e Chievo, che hanno deciso di rivalersi contro quel cartello di società, tra cui la Mp Silva di Riccardo Silva e la Domino holding di Marco Bogarelli, che furono messe sotto inchiesta dalla procura di Milano nel 2014 quando l'advisor era Infront. Poi nel 2018 i procuratori Paolo Filippini e Giovanni Polizzi decisero di archiviare il caso, dopo che il gip aveva spiegato che si trattava di una questione tra privati. Le accuse erano di associazione a delinquere, truffa, turbativa d'asta, riciclaggio e autoriciclaggio. Sotto indagine erano finiti anche l'ex amministratore delegato del Milan Adriano Galliani e il presidente del Genova Enrico Preziosi. La Lega calcio ha quantificato il danno in 1,5 miliardi di euro, mentre Torino, Fiorentina e Chievo chiedono 500 milioni di euro. Per inciso la situazione dei viola è la più particolare, perché la causa è stata promossa da Diego Della Valle che ha posto questa condizione prima della vendita a Rocco Commisso. Del resto i danni ai club sono stati consistenti come è stato evidenziato nei bilanci. E il fatto che quelle gare per i diritti televisivi erano falsate è stato confermato da una sentenza dell'Antitrust dell'aprile dello scorso anno. Nelle prossime settimane è attesa la sentenza del consiglio di Stato. Sulla causa civile potrebbe pesare comunque l'archiviazione del procedimento penale. Ma l'anno scorso l'autorità garante della concorrenza e del mercato stabilì sanzioni per un totale di 67 milioni di euro nella requisitoria firmata dal presidente Gabriella Muscolo. Dal 2008, si legge nella sentenza, «la partecipazione alle gare è stata oggetto di un'intesa restrittiva della concorrenza posta in essere da alcuni operatori riconducibili a Mp Silva, Img, e B4 Capital/Be4 Sarl/B4 Italia». In quegli anni fu favorito un gruppo di aziende che non solo ha tolto risorse alle squadre, ma ha anche danneggiato le entrate del fisco italiano.L'Authority aveva confermato l'impianto che i consulenti della procura di Milano, cioè Ignazio Arcuri e Stefano Martinazzo (ora anche consulenti della procura di Civitavecchia nell'inchiesta su Alitalia), avevano spiegato in una relazione tecnica. Le società che partecipavano alle aste avevano siglato un patto di segretezza per falsare le gare dei diritti audiotelevisivi. Ne erano stati stipulati diversi. Tra cui quello del 14 novembre 2011 tra Img e Mp & Silva Ltd che prevedeva che sarebbe entrato in vigore tra le parti a condizione che IMG (o sue controllate, collegate, affiliate o controllanti) acquisissero i diritti di trasmissione e di distribuzione del Campionato di Serie A - esercitabili in tutto il mondo fuorché l'Italia, San Marino e Città del Vaticano - per le stagioni sportive 2012/2013, 2013/2014 e 2014/2015. Oppure nel dicembre del 2011, appena la Lega calcio avrebbe assegnato a MP & Silva i diritti audiovisivi di Serie A. In quella relazione, si spiegava come fosse «del tutto evidente che fra Mp Silva Ltd, Be4 Sarl e, a seconda dei casi, con il top management di Infront Italy e Domino Holding Ltd, si sia instaurata una sorta di società di fatto, dal momento che l'accordo esistente nella distribuzione all'estero dei diritti audiovisivi relativi ai campionati di calcio italiani, prevedeva la condivisione dei costi di acquisizione, dei conseguenti margini e delle eventuali perdite»«Infatti, per ogni procedura di gara, le evidenze indicano che le parti non hanno formulato in autonomia le proprie offerte» si legge nella sentenza del Tar «ma hanno invece realizzato condotte tese ad influenzare reciprocamente le modalità di partecipazione alle gare al fine di contenere l'ammontare dell'offerta economica da presentare alla Lega, limitando la reciproca competizione sul prezzo di acquisto dei diritti internazionali. In particolare, attraverso la stipulazione di contratti antecedenti alle singole gare e contatti intercorrenti fra i loro rappresentanti, Mp Silva, Img, B4 Capital/ Be4 Sarl/B4 Italia hanno coordinato il proprio comportamento e, a seguito dell'assegnazione, hanno ripartito i ricavi derivanti dalla successiva rivendita all'estero dei Diritti Tv per le competizioni organizzate dalla Lega».Proprio nella relazione di Arcuri e Martinazzo si spiegava come ci fossero stati accordi che avrebbero danneggiato il sistema del calcio in Italia. «Appare evidente» si legge, «che l'invio della bozza del verbale da parte di Antonio d'Addio ( probabilmente presente il 2 novembre 2009 alle operazioni di apertura delle buste in qualità di legale dell'advisor della Lega calcio, Infront Italy) a Riccardo Silva, in via anticipata rispetto alle valutazioni e all'assegnazione dei diritti audiovisivi esteri da parte della Lega calcio, contenente dati relativi alle offerte economiche e alle valutazioni sugli eventuali elementi di difformità emersi, sia da considerarsi irregolare e in conflitto con i doveri di confidenzialità ai quali il legale di Infront Italy era tenuto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lega-calcio-chiede-2-miliardi-di-euro-di-danni-per-lo-scandalo-infront-2646223472.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-malessere-del-qatar-per-gli-accordi-della-lega-calcio-con-l-arabia-saudita" data-post-id="2646223472" data-published-at="1592840333" data-use-pagination="False"> Il malessere del Qatar per gli accordi della Lega Calcio con l'Arabia Saudita C'è anche un grana Qatar che pesa sui diritti televisivi internazionali di Serie A. E' quella che coinvolge la stessa Img come soprattutto Bein Sports, l'azienda qatarina che contribuisce a circa più di un terzo del totale del valore dei diritti esteri, cioè 130 milioni all'anno su 350. Riguarda la trasmissione del nostro calcio in medioriente, nord africa e Francia. II problema del malessere di Bein Sport è noto da almeno 2 anni, e, a quanto pare, la Lega avrebbe fatto poco per venire incontro alla società di Doha. Bein Sports infatti lamenta l'assenza della nostra Serie A nel contrasto alla pirateria, in particolare contro i sauditi di BeoutQ che trasmettono illegalmente le partite delle nostre squadre di calcio. Non solo. Il fatto che la finale di Supercoppa italiana continui a svolgersi a Riad non aiuta. Perché sembra quasi che ci sia un accordo con i sauditi per non danneggiare proprio BeoutQ. In ballo, poi, ci sono ancora i danni subiti dalla sospensione del campionato in questi mesi di emergenza sanitaria. Il problema è che al momento non ci sono alternative a Bein e nel caso in cui gli accordi dovessero saltare ci sarebbe una perdita economica di 100 milioni di euro. L'accordo con Beni Sport è mediato poi sempre da Img, i titolare dei diritti internazionali per il ciclo attuale. Ma se il Qatar non dovesse pagare la questione ricadrà sempre su Img che non pagherà i diritti alla Lega. Il rischio è che anche in questo caso le società di serie A possano rivalersi, questa volta, contro il management della Lega.
Federico Vecchioni (Imagoeconomica)
L’impianto, attivo dal 1961, è specializzato nella produzione di ibridi di mais. Può coinvolgere oltre 1.500 ettari destinati alla moltiplicazione del seme, elemento che ne consolida il valore strategico lungo la filiera. Per il gruppo BF l’acquisizione rappresenta un passaggio rilevante nel percorso di crescita. L’obiettivo è rafforzare il ruolo nel settore sementiero, con un focus sull’area mediterranea, integrando innovazione genetica, qualità produttiva e sostenibilità. L’iniziativa si inserisce nel programma di sviluppo che parte dal genoma per arrivare al cliente finale. Una strategia che unisce ricerca, produzione agricola e trasformazione industriale. Con l’ingresso del nuovo asset, la Sis aumenta la capacità produttiva nel segmento del mais ibrido e consolida la posizione competitiva. Lo stabilimento di Casalmorano si estende su oltre 30.500 metri quadrati, dispone di tre linee di lavorazione e di una capacità superiore a 800.000 dosi di sementi ibride (ogni dose contiene circa 25.000 semi) con potenzialità di stoccaggio di circa 5.000 tonnellate di prodotto semilavorato. L’impianto è dotato di infrastrutture di stoccaggio, laboratori accreditati e sistemi di controllo lungo l’intero processo produttivo, con possibilità di estensione ad altre colture. Negli anni l’impianto è stato oggetto di investimenti da parte di Syngenta, con interventi su tecnologia, sicurezza e sostenibilità. Con questa operazione. L’acquisizione amplia il raggio d’azione del gruppo BF: la Lombardia diventa il quarto polo di attività dopo Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna.
«Questo importante investimento rappresenta un passaggio di grande rilevanza strategica nel percorso di crescita industriale», ha dichiarato Federico Vecchioni, amministratore delegato di Sis e presidente esecutivo di BF. «Il nostro obiettivo è quello di rafforzare il ruolo della Società Italiana Sementi in qualità di soggetto di riferimento nazionale nell’ambito sementiero per l’area mediterranea. Un soggetto capace di coniugare innovazione genetica, qualità produttiva e sostenibilità, contribuendo concretamente allo sviluppo di filiere agricole competitive e alla diffusione di sementi di alta qualità in Italia e nei Paesi in cui il gruppo opera con la controllata BF International».
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«Chi Vespa…mangia le mele». Con questo slogan ideato da Gilberto Filippetti per il lancio della «50 Special» si apriva un nuovo decennio nel cammino dello scooter Piaggio. Gli anni Settanta saranno la consacrazione di un mezzo non più solo utilitario, da allora rivolto ad una clientela giovane (e giovanissima) o per gli spostamenti rapidi in città sempre più trafficate.
Piaggio si presenta al nuovo decennio con due bestseller «small frame», la già citata «50 Special», che dal 1972 vedrà l’adozione delle più sicure ruote da 10 pollici e dal 1975 del cambio a 4 marce. Sarà uno dei modelli più venduti in assoluto con circa 1,7 milioni di esemplari. Per la Special diversi saranno i produttori di kit di elaborazione, molto diffusi tra i giovani anche se vietati nell’uso in strada. Tra questi spiccano la bergamasca Polini e la genovese Andrea Pinasco, con gruppi termici da 75, 90, 102 e 125cc che aumentavano sensibilmente le modeste prestazioni imposte dal Codice della strada al motore originale da 49,7cc e soli 1,5 cv di potenza. Dal 1969 al 1975 fu prodotta in piccola serie anche la «Elestart», vesione della special con avviamento elettrico grazie a 2 batterie da 6v alloggiate nel fianchetto sinistro. Nel 1976 la «125 Primavera» fu affiancata dalla più performante «ET3», caratterizzata da cilindro a 3 travasi, accensione elettronica e marmitta «siluro» di serie. Nei primi esemplari fu dotata di sella color «jeans» e divenne ben presto un sogno diffuso tra i sedicenni. Oggi è un modello molto ricercato e quotato. Per quanto riguardò i modelli di cilindrata superiore, fino alla fine del decennio furono oscurati dal successo delle piccole. Sostanzialmente fino ad oltre la metà degli anni Settanta rimasero in listino modelli concepiti nel decennio precedente, con alcune migliorie tecniche. E’il caso della «200 Rally», ammiraglia presentata nel 1972, dotata di accensione elettronica e di motore da 12 Cv che spingeva lo scooter sul filo dei 110 km/h. La svolta arrivò nel 1977 con la presentazione della «P125X», dalle forme totalmente rinnovate. Sarà il prologo della Vespa più venduta di sempre, con circa 3 milioni di pezzi prodotti tra mercato interno ed esportazione. Inizialmente priva di indicatori di direzione, ne sarà dotata a partire dal 1981. La «PX» è stato anche il modello più longevo, prodotto dal 1977 al 2017 (con interruzioni e riprese negli anni 2000) in cilindrate da 125, 150 e 200cc. Dagli anni ’90 è stata dotata di miscelatore automatico e in seguito di freno a disco anteriore. Gli ultimi modelli verranno anche dotati di catalizzatore fino ad una omologazione Euro 3. La produzione si arresterà per le difficoltà legate ai requisiti Euro 4.
All’inizio degli anni ’80 anche la gamma 50-125 si rinnovò, con l’uscita di produzione dei modelli più venduti «50 Special» e «125 Primavera-ET3». La nuova serie PK manteneva di base la stessa impostazione meccanica ma con una linea totalmente rinnovata, che abbandonava le curve per un profilo più squadrato, dotata di strumentazione più completa (in particolare sul modello «PK50XL». Per quanto riguarda la 125, fu prodotta anche una versione dotata di cambio automatico, che ebbe però poco successo. Nel 1985 la più grande PX fu proposta in versione «spinta» con il modello «T5 Pole Position», con cupolino e spoiler, dotata di un nuovo motore a 5 travasi che spinge la 125 a oltre 100 km/h. Il decennio si concluderà con un passo azzardato di Piaggio: il rinnovo integrale della PX con uno scooter simile per meccanica ma molto migliorato per prestazioni e sicurezza (aveva tra le altre migliorie la frenata integrale). La casa di Pontedera decise di ribattezzarla «Cosa», ma la perdita del mitico nome dello scooter leader delle strade non piacque al pubblico. Una cesura così netta della lunga tradizione non fu gradita, e per i puristi della Vespa «non era cosa». Già dai primi anni del decennio successivo, Piaggio rimise in produzione l’icona «PX».
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Silvia Salis (Ansa)
È quello che ha fatto il comune di Amsterdam, che dal 1° maggio è diventata la prima capitale al mondo a vietare la pubblicità di combustibili fossili (voli, auto a benzina, crociere) e carne negli spazi pubblici, seguendo l’esempio di altre città olandesi. Scelta dettata forse dall’ideologia centrata sullo Stato etico, tanto cara al governo locale (dal 2022 guidato da una coalizione di centrosinistra e progressista), forse dall’ingenuità o verosimilmente da entrambe. Sta di fatto che, da venerdì scorso, nei cartelloni pubblicitari, nelle pensiline dei tram e nelle stazioni della metropolitana della capitale olandese sono spariti gli annunci pubblicitari di hamburger, automobili e compagnie aeree. E come sempre, la giustificazione dei politici locali è la solita: la «consapevolezza ambientale».
L’intento è quello di allineare il paesaggio urbano di Amsterdam agli obiettivi ambientali dell’esecutivo cittadino, che prevedono che la capitale dei Paesi Bassi raggiunga la cosiddetta neutralità carbonica entro il 2050 e che la popolazione locale dimezzi il consumo di carne nello stesso periodo. Ci sono voluti anni di trattative e di feroci battaglie politiche, guidate dagli Angelo Bonelli locali, per partorire questo capolavoro green, scattato proprio quando in Occidente, e soprattutto nei Paesi dell’Unione europea, le conseguenze del conflitto in Iran si fanno sentire. Soprattutto in Olanda, dove lo stoccaggio di gas è precipitato sotto il 7%, toccando il 5,8%: una situazione critica che riflette una forte disomogeneità rispetto ad altri Paesi Ue, a partire dall’Italia (attualmente leader in Europa per volumi stoccati). L’ordinanza comunale che bandisce gli spot non si limita soltanto alla messa al bando delle attività che usano il fossile, compresi i contratti delle compagnie elettriche che usano queste fonti, ma si estende anche alla carne. Secondo il consiglio comunale, non è infatti possibile ignorare l’impatto degli allevamenti intensivi sulle emissioni globali.
I sostenitori dell’iniziativa puntano dritto alle multinazionali, colpevoli di orientare attivamente le scelte dei cittadini attraverso il marketing. Il bando della pubblicità, nell’ambito della campagna internazionale «World Without Fossil Ads», rientra nella strategia di «responsabilizzazione», che fa però a pugni con la libertà d’impresa e con le scelte dei consumatori. E guai ad affrontare la crisi energetica aumentando o diversificando la produzione: molto meglio ridurre la domanda colpevolizzando i singoli e indirizzandone i cambiamenti comportamentali.
Una strategia che comincia a fare proseliti: mentre il comune di Copenaghen, accanendosi sugli anziani, ha deciso di somministrare nelle Rsa carne di manzo, vitello e agnello in quantità limitate, fino a un massimo di 80 grammi a settimana a persona, nell’ambito di una politica alimentare incentrata sulla sostenibilità ambientale, anche la maggioranza progressista che sostiene il sindaco di Genova Silvia Salis ha accolto una mozione di Avs per introdurre restrizioni alla pubblicità legata alle fonti fossili. Con buona pace della «blue economy», motore trainante della città, con un indotto diretto e indiretto stimato in circa 10,5-11 miliardi di euro annui, soltanto a Genova, tra ricavi immediati di porto, terminal, cantieri e trasporti, spese vive di crocieristi e compagnie in porto, forniture industriali e artigianali (arredi navali, officine), servizi logistici, assicurativi e legali e consumi generati dai lavoratori del settore sul territorio. Genova si conferma la capitale italiana del settore, sì, ma guai a parlarne.
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Ecco #DimmiLaVerità del 5 maggio 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti commenta la nuova alta tensione tra Usa e Iran e i riflessi sul costo del carburante.