True
2019-06-01
La guerra sotterranea a Di Maio può innescare il rimpasto gialloblù
Ansa
In qualunque democrazia, dopo un voto che rovescia completamente gli equilibri di una maggioranza parlamentare, si apre la verifica di governo che porta, poi, a un riequilibrio degli assetti dell'esecutivo che rifletta in qualche modo la tendenza espressa dall'elettorato. Si chiama «rimpasto», che non è una parolaccia, ma semplicemente un modo per tenere il governo in sintonia con la volontà degli elettori. Tale pratica è ovviamente all'ordine del giorno anche qui in Italia, dove le ultime elezioni europee hanno completamente rovesciato gli equilibri di governo: attualmente il M5s ha il doppio dei ministri della Lega ed esprime anche il presidente del Consiglio, ma ha la metà dei consensi dell'alleato.
Sacrosanto sarebbe dunque il rimpasto: Matteo Salvini ha già messo nel mirino tre ministeri del M5s: quello della Difesa (guidato da Elisabetta Trenta), quello dell'Ambiente (Sergio Costa) e quello dei Trasporti (Danilo Toninelli); in più, c'è il ministero degli Affari europei, vacante dopo l'addio di Paolo Savona. «Non chiedo niente a nessuno, non chiedo mezza poltrona o mezzo ministro in più», ha ripetuto negli ultimi giorni Salvini, individuando senza citarli i dicasteri che a suo parere dovrebbero cambiare guida, «ma è chiaro che su alcuni settori ci sono problemi perché per difendere l'ambiente non puoi bloccare un intero Paese. I militari poi meritano copertura politica totale: ho come avuto l'impressione che non tutti si siano sentiti protetti e tagliare gli investimenti sulla difesa è suicida. Toninelli? Ho piena fiducia in lui», ha ironizzato Salvini, «si è dimostrato uno sbloccatore di cantieri senza uguali». Il M5s, però, tiene duro: Luigi Di Maio non ha nessuna intenzione di mollare poltrone di governo e cederle alla Lega. Bene: ma come faranno i pentastellati a resistere all'assalto del Carroccio? Lo spiega alla Verità un esponente di governo del M5s, tra i più vicini a Di Maio: «Salvini», sottolinea la fonte, «vorrebbe passare all'incasso, ma riusciremo a frenarlo perché lui stesso si è inchiodato alla retorica del “non chiediamo poltrone". Far saltare il governo per qualche ministero in più sarebbe un passo falso, e lui lo sa bene, quindi spera che all'interno del M5s qualcuno ponga il problema del ricambio. Se si apre una sola falla, se cambiamo anche un solo ministro per accontentare la minoranza interna, la Lega ne approfitterà per far valere le sue ragioni». Mi sta dicendo che in questo momento i migliori alleati della Lega sono gli avversari interni di Di Maio? «Certo! Guardi che ha combinato il nostro sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo, un cavallo pazzo che non risponde a nessuno: criticando il ministro Trenta, ha offerto un assist a Salvini. In buona sostanza, se riusciamo a reggere al nostro interno, la Lega o esce allo scoperto chiedendo esplicitamente poltrone o deve accettare di andare avanti così. Se dall'interno del M5s», argomenta l'esponente del governo, «qualcuno insisterà per togliere qualche posizione all'ala più vicina a Di Maio, non sappiamo dove si andrà a finire. Il Carroccio, oltre ai nomi già usciti, punta anche al ministero della Salute, è stato fatto anche il nome di Giulia Grillo».
Dunque, almeno per ora, soltanto Roberto Fico e gli altri avversari interni di Luigi Di Maio potrebbero far saltare il tappo del rimpasto, chiedendo una più forte rappresentanza nell'esecutivo della minoranza interna del M5s. Intanto, c'è attesa per il prossimo Consiglio dei ministri, che dovrebbe essere convocato per venerdì prossimo: la Lega presenterà certamente il decreto Sicurezza bis, che prima delle europee era stato rinviato dopo 1.000 polemiche, ma si potrebbe anche già discutere di flax tax, mentre sull'autonomia Matteo Salvini ha dichiarato che il provvedimento deve passare in Cdm entro e non oltre il prossimo 21 giugno.
Sulle fibrillazioni in maggioranza, ieri è intervenuto il premier Giuseppe Conte: «In questi giorni», ha sottolineato Conte, «ravviso ancora delle scorie della campagna elettorale che vanno smaltite. C'è ancora una super-eccitazione che riconduco ai postumi di una consultazione elettorale molto intensa e vivace. Lunedì sarà la prima, buona occasione per fare il punto della situazione. Voglio parlare agli italiani. Questo è il governo del cambiamento», ha aggiunto Conte, «abbiamo sempre rivendicato un cambiamento nel segno della chiarezza, della sicurezza del cammino, che sia strategico e che proceda in modo lungimirante e senza strappi. Dobbiamo afferrare queste premesse e queste condizioni per poter proseguire. Sto facendo delle consultazioni», ha proseguito il presidente del Consiglio, «con le forze politiche che sostengono la maggioranza. Ho già parlato con il vicepresidente Salvini e con il vicepresidente Di Maio. Continuo a parlare con loro, tornerò a parlare con loro. Poi ci riuniremo insieme. Voglio massima chiarezza, dobbiamo massima chiarezza agli italiani».
E tre ex generali disertano il 2 giugno demilitarizzato
Domani è il 2 Giugno, Festa della Repubblica, festa dell'«inclusione», annuncia Elisabetta Trenta per la sfilata ai Fori Imperiali. Sarà l'ennesima kermesse dell'«esclusione» dei valori militari.
Il manifesto ufficiale dell'evento pone in primo piano donne, cooperanti civili, vigili del fuoco e poliziotti. La sfilata ai Fori Imperiali rifletterà la melassa buonista del manifesto. Sfileranno per primi i civili della «riserva selezionata», nella quale ha operato la Trenta, e una rappresentanza di impiegati civili della Difesa; il tutto mescolato con bandiere Onu e Nato, per confondere le idee. Resta tuttavia forte e chiaro il messaggio al Paese e alle «classi subalterne»: le componenti marginali della Difesa sfilano prima dei parà, dei Comsubin, prima dei reparti combattenti.
L'ordine di sfilata del 2 giugno subordina le Forze armate vere - esercito, marina, aeronautica e carabinieri - alle formazioni civili, a favore delle quali è largamente sproporzionato a dispetto del contributo vero e sostanziale dei soldati alla sicurezza dello Stato.
A conferma del disagio serpeggiante, si sono alzate tre voci autorevoli, quelle di tre ex generali che hanno annunciato che diserteranno la cerimonia. Si tratta di Mario Arpino, già capo di stato maggiore della Difesa; Dino Tricarico, ex capo di stato maggiore dell'aeronautica e Vincenzo Camporini, anch'egli ex capo di stato maggiore della Difesa. «Non me la sento di avallare ipocritamente con la mia presenza una gestione che sta minando un'istituzione di cui il Paese deve essere orgoglioso», ha commentato Camporini. Sulla stessa linea i suoi ex colleghi, che hanno criticato anche l'atteggiamento ostile dei 5 stelle verso le pensioni dei militari di alto rango. «Non è tollerabile la gogna mediatica a cui sono stati sottoposti i pensionati», ha sottolineato Arpino.
Non è una degenerazione dell'ultima ora. La manifestazione ha vita difficile dal 1976, quando fu soppressa a causa del terremoto che un mese prima aveva colpito il Friuli, dov'erano impegnate vaste porzioni di esercito e di altre forze armate. Fu un provvedimento giustificato ma dette a qualcuno l'idea che si potesse iniziare un percorso. L'anno successivo furono schierati pochissimi reparti a Piazza Venezia, senza la sfilata. Poi fu soppressa del tutto dal 1978 al 1982; per risparmiare sui costi, fu la spiegazione ufficiale. In realtà si temeva che l'assassinio di Aldo Moro, il 9 maggio 1978, innescasse reazioni incontrollabili nella piazza e nelle truppe. Fra il 1983 e il 1991 si fecero manifestazioni dimesse, come la sfilata nel 1983 a Porta San Paolo, oppure patetiche mostre fotografiche a piazza di Siena. Era iniziata una vasta e articolata operazione per separare le Forze armate dal popolo, mortificandone il senso di identità nazionale. Quando si palesò il pericolo di secessioni e di spaccature incontrollabili, causate dalle politiche che celavano la rapina dietro lo spirito europeista, Carlo Azeglio Ciampi riportò dal 4 giugno 2001 la manifestazione su via dei Fori Imperiali. Fu un grande successo, perché le «classi subalterne» hanno grande amore per la patria e volevano manifestarlo.
Tutta la vita tormentata della Festa della Repubblica si dipanò senza alcuna reazione da parte dei militari. Nessuno mai protestò per le umiliazioni inflitte alle Forze armate. Certe timide proteste che udiamo in questi ultimi tempi arrivano tardi. Chi voglia comprendere che cosa sia un tale evento, scorra le immagini della sfilata sull'avenue des Champs-Élysées, a Parigi, il 14 luglio di ogni anno, anniversario della presa della Bastiglia. Sfilano forze combattenti, senza alcuna concessione a inclusioni e contaminazioni. Manifestazione militare, di forza militare. Punto.
Il sovranismo francese non necessita di proclami né di approvazioni da parte delle nostre classi illuminate. Non di meno quel sovranismo è visibilmente crescente nei fatti e nelle manifestazioni, col plauso delle nostre classi illuminate. Il sovranismo italiano, al contrario, appena nascente, rischia la morte nella culla per i veleni edulcorati col buonismo. Come mai?
Sergio Mattarella aprirà la manifestazione partendo dal Quirinale, dove garrisce lo stendardo, adottato da Francesco Cossiga e imposto da Napoleone, primo Console e presidente della Repubblica Italiana del 1802-1805. Italia e Senegal sono stati gli unici Paesi al mondo - con la Francia, si capisce - a celebrare il bicentenario della Rivoluzione Francese, nel 1989. Quell'anno non si celebrò il 2 Giugno.
Continua a leggereRiduci
Rousseau ha salvato il vicepremier ma l'ala sinistra del M5s ribolle. E se chiederà cambi nei ministeri farà un clamoroso assist alla Lega. Che, oltre alla Difesa, ha messo nel mirino Salute, Trasporti e Affari europei.E tre ex generali disertano il 2 giugno demilitarizzato. Nella sfilata di domani i veri protagonisti saranno cooperanti e civili. Vincenzo Camporini: «Il governo mette a rischio un'istituzione cruciale». Lo speciale comprende due articoli.In qualunque democrazia, dopo un voto che rovescia completamente gli equilibri di una maggioranza parlamentare, si apre la verifica di governo che porta, poi, a un riequilibrio degli assetti dell'esecutivo che rifletta in qualche modo la tendenza espressa dall'elettorato. Si chiama «rimpasto», che non è una parolaccia, ma semplicemente un modo per tenere il governo in sintonia con la volontà degli elettori. Tale pratica è ovviamente all'ordine del giorno anche qui in Italia, dove le ultime elezioni europee hanno completamente rovesciato gli equilibri di governo: attualmente il M5s ha il doppio dei ministri della Lega ed esprime anche il presidente del Consiglio, ma ha la metà dei consensi dell'alleato.Sacrosanto sarebbe dunque il rimpasto: Matteo Salvini ha già messo nel mirino tre ministeri del M5s: quello della Difesa (guidato da Elisabetta Trenta), quello dell'Ambiente (Sergio Costa) e quello dei Trasporti (Danilo Toninelli); in più, c'è il ministero degli Affari europei, vacante dopo l'addio di Paolo Savona. «Non chiedo niente a nessuno, non chiedo mezza poltrona o mezzo ministro in più», ha ripetuto negli ultimi giorni Salvini, individuando senza citarli i dicasteri che a suo parere dovrebbero cambiare guida, «ma è chiaro che su alcuni settori ci sono problemi perché per difendere l'ambiente non puoi bloccare un intero Paese. I militari poi meritano copertura politica totale: ho come avuto l'impressione che non tutti si siano sentiti protetti e tagliare gli investimenti sulla difesa è suicida. Toninelli? Ho piena fiducia in lui», ha ironizzato Salvini, «si è dimostrato uno sbloccatore di cantieri senza uguali». Il M5s, però, tiene duro: Luigi Di Maio non ha nessuna intenzione di mollare poltrone di governo e cederle alla Lega. Bene: ma come faranno i pentastellati a resistere all'assalto del Carroccio? Lo spiega alla Verità un esponente di governo del M5s, tra i più vicini a Di Maio: «Salvini», sottolinea la fonte, «vorrebbe passare all'incasso, ma riusciremo a frenarlo perché lui stesso si è inchiodato alla retorica del “non chiediamo poltrone". Far saltare il governo per qualche ministero in più sarebbe un passo falso, e lui lo sa bene, quindi spera che all'interno del M5s qualcuno ponga il problema del ricambio. Se si apre una sola falla, se cambiamo anche un solo ministro per accontentare la minoranza interna, la Lega ne approfitterà per far valere le sue ragioni». Mi sta dicendo che in questo momento i migliori alleati della Lega sono gli avversari interni di Di Maio? «Certo! Guardi che ha combinato il nostro sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo, un cavallo pazzo che non risponde a nessuno: criticando il ministro Trenta, ha offerto un assist a Salvini. In buona sostanza, se riusciamo a reggere al nostro interno, la Lega o esce allo scoperto chiedendo esplicitamente poltrone o deve accettare di andare avanti così. Se dall'interno del M5s», argomenta l'esponente del governo, «qualcuno insisterà per togliere qualche posizione all'ala più vicina a Di Maio, non sappiamo dove si andrà a finire. Il Carroccio, oltre ai nomi già usciti, punta anche al ministero della Salute, è stato fatto anche il nome di Giulia Grillo».Dunque, almeno per ora, soltanto Roberto Fico e gli altri avversari interni di Luigi Di Maio potrebbero far saltare il tappo del rimpasto, chiedendo una più forte rappresentanza nell'esecutivo della minoranza interna del M5s. Intanto, c'è attesa per il prossimo Consiglio dei ministri, che dovrebbe essere convocato per venerdì prossimo: la Lega presenterà certamente il decreto Sicurezza bis, che prima delle europee era stato rinviato dopo 1.000 polemiche, ma si potrebbe anche già discutere di flax tax, mentre sull'autonomia Matteo Salvini ha dichiarato che il provvedimento deve passare in Cdm entro e non oltre il prossimo 21 giugno. Sulle fibrillazioni in maggioranza, ieri è intervenuto il premier Giuseppe Conte: «In questi giorni», ha sottolineato Conte, «ravviso ancora delle scorie della campagna elettorale che vanno smaltite. C'è ancora una super-eccitazione che riconduco ai postumi di una consultazione elettorale molto intensa e vivace. Lunedì sarà la prima, buona occasione per fare il punto della situazione. Voglio parlare agli italiani. Questo è il governo del cambiamento», ha aggiunto Conte, «abbiamo sempre rivendicato un cambiamento nel segno della chiarezza, della sicurezza del cammino, che sia strategico e che proceda in modo lungimirante e senza strappi. Dobbiamo afferrare queste premesse e queste condizioni per poter proseguire. Sto facendo delle consultazioni», ha proseguito il presidente del Consiglio, «con le forze politiche che sostengono la maggioranza. Ho già parlato con il vicepresidente Salvini e con il vicepresidente Di Maio. Continuo a parlare con loro, tornerò a parlare con loro. Poi ci riuniremo insieme. Voglio massima chiarezza, dobbiamo massima chiarezza agli italiani».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-guerra-sotterranea-a-di-maio-puo-innescare-il-rimpasto-gialloblu-2638619937.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-tre-ex-generali-disertano-il-2-giugno-demilitarizzato" data-post-id="2638619937" data-published-at="1775167959" data-use-pagination="False"> E tre ex generali disertano il 2 giugno demilitarizzato Domani è il 2 Giugno, Festa della Repubblica, festa dell'«inclusione», annuncia Elisabetta Trenta per la sfilata ai Fori Imperiali. Sarà l'ennesima kermesse dell'«esclusione» dei valori militari. Il manifesto ufficiale dell'evento pone in primo piano donne, cooperanti civili, vigili del fuoco e poliziotti. La sfilata ai Fori Imperiali rifletterà la melassa buonista del manifesto. Sfileranno per primi i civili della «riserva selezionata», nella quale ha operato la Trenta, e una rappresentanza di impiegati civili della Difesa; il tutto mescolato con bandiere Onu e Nato, per confondere le idee. Resta tuttavia forte e chiaro il messaggio al Paese e alle «classi subalterne»: le componenti marginali della Difesa sfilano prima dei parà, dei Comsubin, prima dei reparti combattenti. L'ordine di sfilata del 2 giugno subordina le Forze armate vere - esercito, marina, aeronautica e carabinieri - alle formazioni civili, a favore delle quali è largamente sproporzionato a dispetto del contributo vero e sostanziale dei soldati alla sicurezza dello Stato. A conferma del disagio serpeggiante, si sono alzate tre voci autorevoli, quelle di tre ex generali che hanno annunciato che diserteranno la cerimonia. Si tratta di Mario Arpino, già capo di stato maggiore della Difesa; Dino Tricarico, ex capo di stato maggiore dell'aeronautica e Vincenzo Camporini, anch'egli ex capo di stato maggiore della Difesa. «Non me la sento di avallare ipocritamente con la mia presenza una gestione che sta minando un'istituzione di cui il Paese deve essere orgoglioso», ha commentato Camporini. Sulla stessa linea i suoi ex colleghi, che hanno criticato anche l'atteggiamento ostile dei 5 stelle verso le pensioni dei militari di alto rango. «Non è tollerabile la gogna mediatica a cui sono stati sottoposti i pensionati», ha sottolineato Arpino. Non è una degenerazione dell'ultima ora. La manifestazione ha vita difficile dal 1976, quando fu soppressa a causa del terremoto che un mese prima aveva colpito il Friuli, dov'erano impegnate vaste porzioni di esercito e di altre forze armate. Fu un provvedimento giustificato ma dette a qualcuno l'idea che si potesse iniziare un percorso. L'anno successivo furono schierati pochissimi reparti a Piazza Venezia, senza la sfilata. Poi fu soppressa del tutto dal 1978 al 1982; per risparmiare sui costi, fu la spiegazione ufficiale. In realtà si temeva che l'assassinio di Aldo Moro, il 9 maggio 1978, innescasse reazioni incontrollabili nella piazza e nelle truppe. Fra il 1983 e il 1991 si fecero manifestazioni dimesse, come la sfilata nel 1983 a Porta San Paolo, oppure patetiche mostre fotografiche a piazza di Siena. Era iniziata una vasta e articolata operazione per separare le Forze armate dal popolo, mortificandone il senso di identità nazionale. Quando si palesò il pericolo di secessioni e di spaccature incontrollabili, causate dalle politiche che celavano la rapina dietro lo spirito europeista, Carlo Azeglio Ciampi riportò dal 4 giugno 2001 la manifestazione su via dei Fori Imperiali. Fu un grande successo, perché le «classi subalterne» hanno grande amore per la patria e volevano manifestarlo. Tutta la vita tormentata della Festa della Repubblica si dipanò senza alcuna reazione da parte dei militari. Nessuno mai protestò per le umiliazioni inflitte alle Forze armate. Certe timide proteste che udiamo in questi ultimi tempi arrivano tardi. Chi voglia comprendere che cosa sia un tale evento, scorra le immagini della sfilata sull'avenue des Champs-Élysées, a Parigi, il 14 luglio di ogni anno, anniversario della presa della Bastiglia. Sfilano forze combattenti, senza alcuna concessione a inclusioni e contaminazioni. Manifestazione militare, di forza militare. Punto. Il sovranismo francese non necessita di proclami né di approvazioni da parte delle nostre classi illuminate. Non di meno quel sovranismo è visibilmente crescente nei fatti e nelle manifestazioni, col plauso delle nostre classi illuminate. Il sovranismo italiano, al contrario, appena nascente, rischia la morte nella culla per i veleni edulcorati col buonismo. Come mai? Sergio Mattarella aprirà la manifestazione partendo dal Quirinale, dove garrisce lo stendardo, adottato da Francesco Cossiga e imposto da Napoleone, primo Console e presidente della Repubblica Italiana del 1802-1805. Italia e Senegal sono stati gli unici Paesi al mondo - con la Francia, si capisce - a celebrare il bicentenario della Rivoluzione Francese, nel 1989. Quell'anno non si celebrò il 2 Giugno.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
Continua a leggereRiduci
Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.