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2019-06-01
La guerra sotterranea a Di Maio può innescare il rimpasto gialloblù
Ansa
In qualunque democrazia, dopo un voto che rovescia completamente gli equilibri di una maggioranza parlamentare, si apre la verifica di governo che porta, poi, a un riequilibrio degli assetti dell'esecutivo che rifletta in qualche modo la tendenza espressa dall'elettorato. Si chiama «rimpasto», che non è una parolaccia, ma semplicemente un modo per tenere il governo in sintonia con la volontà degli elettori. Tale pratica è ovviamente all'ordine del giorno anche qui in Italia, dove le ultime elezioni europee hanno completamente rovesciato gli equilibri di governo: attualmente il M5s ha il doppio dei ministri della Lega ed esprime anche il presidente del Consiglio, ma ha la metà dei consensi dell'alleato.
Sacrosanto sarebbe dunque il rimpasto: Matteo Salvini ha già messo nel mirino tre ministeri del M5s: quello della Difesa (guidato da Elisabetta Trenta), quello dell'Ambiente (Sergio Costa) e quello dei Trasporti (Danilo Toninelli); in più, c'è il ministero degli Affari europei, vacante dopo l'addio di Paolo Savona. «Non chiedo niente a nessuno, non chiedo mezza poltrona o mezzo ministro in più», ha ripetuto negli ultimi giorni Salvini, individuando senza citarli i dicasteri che a suo parere dovrebbero cambiare guida, «ma è chiaro che su alcuni settori ci sono problemi perché per difendere l'ambiente non puoi bloccare un intero Paese. I militari poi meritano copertura politica totale: ho come avuto l'impressione che non tutti si siano sentiti protetti e tagliare gli investimenti sulla difesa è suicida. Toninelli? Ho piena fiducia in lui», ha ironizzato Salvini, «si è dimostrato uno sbloccatore di cantieri senza uguali». Il M5s, però, tiene duro: Luigi Di Maio non ha nessuna intenzione di mollare poltrone di governo e cederle alla Lega. Bene: ma come faranno i pentastellati a resistere all'assalto del Carroccio? Lo spiega alla Verità un esponente di governo del M5s, tra i più vicini a Di Maio: «Salvini», sottolinea la fonte, «vorrebbe passare all'incasso, ma riusciremo a frenarlo perché lui stesso si è inchiodato alla retorica del “non chiediamo poltrone". Far saltare il governo per qualche ministero in più sarebbe un passo falso, e lui lo sa bene, quindi spera che all'interno del M5s qualcuno ponga il problema del ricambio. Se si apre una sola falla, se cambiamo anche un solo ministro per accontentare la minoranza interna, la Lega ne approfitterà per far valere le sue ragioni». Mi sta dicendo che in questo momento i migliori alleati della Lega sono gli avversari interni di Di Maio? «Certo! Guardi che ha combinato il nostro sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo, un cavallo pazzo che non risponde a nessuno: criticando il ministro Trenta, ha offerto un assist a Salvini. In buona sostanza, se riusciamo a reggere al nostro interno, la Lega o esce allo scoperto chiedendo esplicitamente poltrone o deve accettare di andare avanti così. Se dall'interno del M5s», argomenta l'esponente del governo, «qualcuno insisterà per togliere qualche posizione all'ala più vicina a Di Maio, non sappiamo dove si andrà a finire. Il Carroccio, oltre ai nomi già usciti, punta anche al ministero della Salute, è stato fatto anche il nome di Giulia Grillo».
Dunque, almeno per ora, soltanto Roberto Fico e gli altri avversari interni di Luigi Di Maio potrebbero far saltare il tappo del rimpasto, chiedendo una più forte rappresentanza nell'esecutivo della minoranza interna del M5s. Intanto, c'è attesa per il prossimo Consiglio dei ministri, che dovrebbe essere convocato per venerdì prossimo: la Lega presenterà certamente il decreto Sicurezza bis, che prima delle europee era stato rinviato dopo 1.000 polemiche, ma si potrebbe anche già discutere di flax tax, mentre sull'autonomia Matteo Salvini ha dichiarato che il provvedimento deve passare in Cdm entro e non oltre il prossimo 21 giugno.
Sulle fibrillazioni in maggioranza, ieri è intervenuto il premier Giuseppe Conte: «In questi giorni», ha sottolineato Conte, «ravviso ancora delle scorie della campagna elettorale che vanno smaltite. C'è ancora una super-eccitazione che riconduco ai postumi di una consultazione elettorale molto intensa e vivace. Lunedì sarà la prima, buona occasione per fare il punto della situazione. Voglio parlare agli italiani. Questo è il governo del cambiamento», ha aggiunto Conte, «abbiamo sempre rivendicato un cambiamento nel segno della chiarezza, della sicurezza del cammino, che sia strategico e che proceda in modo lungimirante e senza strappi. Dobbiamo afferrare queste premesse e queste condizioni per poter proseguire. Sto facendo delle consultazioni», ha proseguito il presidente del Consiglio, «con le forze politiche che sostengono la maggioranza. Ho già parlato con il vicepresidente Salvini e con il vicepresidente Di Maio. Continuo a parlare con loro, tornerò a parlare con loro. Poi ci riuniremo insieme. Voglio massima chiarezza, dobbiamo massima chiarezza agli italiani».
E tre ex generali disertano il 2 giugno demilitarizzato
Domani è il 2 Giugno, Festa della Repubblica, festa dell'«inclusione», annuncia Elisabetta Trenta per la sfilata ai Fori Imperiali. Sarà l'ennesima kermesse dell'«esclusione» dei valori militari.
Il manifesto ufficiale dell'evento pone in primo piano donne, cooperanti civili, vigili del fuoco e poliziotti. La sfilata ai Fori Imperiali rifletterà la melassa buonista del manifesto. Sfileranno per primi i civili della «riserva selezionata», nella quale ha operato la Trenta, e una rappresentanza di impiegati civili della Difesa; il tutto mescolato con bandiere Onu e Nato, per confondere le idee. Resta tuttavia forte e chiaro il messaggio al Paese e alle «classi subalterne»: le componenti marginali della Difesa sfilano prima dei parà, dei Comsubin, prima dei reparti combattenti.
L'ordine di sfilata del 2 giugno subordina le Forze armate vere - esercito, marina, aeronautica e carabinieri - alle formazioni civili, a favore delle quali è largamente sproporzionato a dispetto del contributo vero e sostanziale dei soldati alla sicurezza dello Stato.
A conferma del disagio serpeggiante, si sono alzate tre voci autorevoli, quelle di tre ex generali che hanno annunciato che diserteranno la cerimonia. Si tratta di Mario Arpino, già capo di stato maggiore della Difesa; Dino Tricarico, ex capo di stato maggiore dell'aeronautica e Vincenzo Camporini, anch'egli ex capo di stato maggiore della Difesa. «Non me la sento di avallare ipocritamente con la mia presenza una gestione che sta minando un'istituzione di cui il Paese deve essere orgoglioso», ha commentato Camporini. Sulla stessa linea i suoi ex colleghi, che hanno criticato anche l'atteggiamento ostile dei 5 stelle verso le pensioni dei militari di alto rango. «Non è tollerabile la gogna mediatica a cui sono stati sottoposti i pensionati», ha sottolineato Arpino.
Non è una degenerazione dell'ultima ora. La manifestazione ha vita difficile dal 1976, quando fu soppressa a causa del terremoto che un mese prima aveva colpito il Friuli, dov'erano impegnate vaste porzioni di esercito e di altre forze armate. Fu un provvedimento giustificato ma dette a qualcuno l'idea che si potesse iniziare un percorso. L'anno successivo furono schierati pochissimi reparti a Piazza Venezia, senza la sfilata. Poi fu soppressa del tutto dal 1978 al 1982; per risparmiare sui costi, fu la spiegazione ufficiale. In realtà si temeva che l'assassinio di Aldo Moro, il 9 maggio 1978, innescasse reazioni incontrollabili nella piazza e nelle truppe. Fra il 1983 e il 1991 si fecero manifestazioni dimesse, come la sfilata nel 1983 a Porta San Paolo, oppure patetiche mostre fotografiche a piazza di Siena. Era iniziata una vasta e articolata operazione per separare le Forze armate dal popolo, mortificandone il senso di identità nazionale. Quando si palesò il pericolo di secessioni e di spaccature incontrollabili, causate dalle politiche che celavano la rapina dietro lo spirito europeista, Carlo Azeglio Ciampi riportò dal 4 giugno 2001 la manifestazione su via dei Fori Imperiali. Fu un grande successo, perché le «classi subalterne» hanno grande amore per la patria e volevano manifestarlo.
Tutta la vita tormentata della Festa della Repubblica si dipanò senza alcuna reazione da parte dei militari. Nessuno mai protestò per le umiliazioni inflitte alle Forze armate. Certe timide proteste che udiamo in questi ultimi tempi arrivano tardi. Chi voglia comprendere che cosa sia un tale evento, scorra le immagini della sfilata sull'avenue des Champs-Élysées, a Parigi, il 14 luglio di ogni anno, anniversario della presa della Bastiglia. Sfilano forze combattenti, senza alcuna concessione a inclusioni e contaminazioni. Manifestazione militare, di forza militare. Punto.
Il sovranismo francese non necessita di proclami né di approvazioni da parte delle nostre classi illuminate. Non di meno quel sovranismo è visibilmente crescente nei fatti e nelle manifestazioni, col plauso delle nostre classi illuminate. Il sovranismo italiano, al contrario, appena nascente, rischia la morte nella culla per i veleni edulcorati col buonismo. Come mai?
Sergio Mattarella aprirà la manifestazione partendo dal Quirinale, dove garrisce lo stendardo, adottato da Francesco Cossiga e imposto da Napoleone, primo Console e presidente della Repubblica Italiana del 1802-1805. Italia e Senegal sono stati gli unici Paesi al mondo - con la Francia, si capisce - a celebrare il bicentenario della Rivoluzione Francese, nel 1989. Quell'anno non si celebrò il 2 Giugno.
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Rousseau ha salvato il vicepremier ma l'ala sinistra del M5s ribolle. E se chiederà cambi nei ministeri farà un clamoroso assist alla Lega. Che, oltre alla Difesa, ha messo nel mirino Salute, Trasporti e Affari europei.E tre ex generali disertano il 2 giugno demilitarizzato. Nella sfilata di domani i veri protagonisti saranno cooperanti e civili. Vincenzo Camporini: «Il governo mette a rischio un'istituzione cruciale». Lo speciale comprende due articoli.In qualunque democrazia, dopo un voto che rovescia completamente gli equilibri di una maggioranza parlamentare, si apre la verifica di governo che porta, poi, a un riequilibrio degli assetti dell'esecutivo che rifletta in qualche modo la tendenza espressa dall'elettorato. Si chiama «rimpasto», che non è una parolaccia, ma semplicemente un modo per tenere il governo in sintonia con la volontà degli elettori. Tale pratica è ovviamente all'ordine del giorno anche qui in Italia, dove le ultime elezioni europee hanno completamente rovesciato gli equilibri di governo: attualmente il M5s ha il doppio dei ministri della Lega ed esprime anche il presidente del Consiglio, ma ha la metà dei consensi dell'alleato.Sacrosanto sarebbe dunque il rimpasto: Matteo Salvini ha già messo nel mirino tre ministeri del M5s: quello della Difesa (guidato da Elisabetta Trenta), quello dell'Ambiente (Sergio Costa) e quello dei Trasporti (Danilo Toninelli); in più, c'è il ministero degli Affari europei, vacante dopo l'addio di Paolo Savona. «Non chiedo niente a nessuno, non chiedo mezza poltrona o mezzo ministro in più», ha ripetuto negli ultimi giorni Salvini, individuando senza citarli i dicasteri che a suo parere dovrebbero cambiare guida, «ma è chiaro che su alcuni settori ci sono problemi perché per difendere l'ambiente non puoi bloccare un intero Paese. I militari poi meritano copertura politica totale: ho come avuto l'impressione che non tutti si siano sentiti protetti e tagliare gli investimenti sulla difesa è suicida. Toninelli? Ho piena fiducia in lui», ha ironizzato Salvini, «si è dimostrato uno sbloccatore di cantieri senza uguali». Il M5s, però, tiene duro: Luigi Di Maio non ha nessuna intenzione di mollare poltrone di governo e cederle alla Lega. Bene: ma come faranno i pentastellati a resistere all'assalto del Carroccio? Lo spiega alla Verità un esponente di governo del M5s, tra i più vicini a Di Maio: «Salvini», sottolinea la fonte, «vorrebbe passare all'incasso, ma riusciremo a frenarlo perché lui stesso si è inchiodato alla retorica del “non chiediamo poltrone". Far saltare il governo per qualche ministero in più sarebbe un passo falso, e lui lo sa bene, quindi spera che all'interno del M5s qualcuno ponga il problema del ricambio. Se si apre una sola falla, se cambiamo anche un solo ministro per accontentare la minoranza interna, la Lega ne approfitterà per far valere le sue ragioni». Mi sta dicendo che in questo momento i migliori alleati della Lega sono gli avversari interni di Di Maio? «Certo! Guardi che ha combinato il nostro sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo, un cavallo pazzo che non risponde a nessuno: criticando il ministro Trenta, ha offerto un assist a Salvini. In buona sostanza, se riusciamo a reggere al nostro interno, la Lega o esce allo scoperto chiedendo esplicitamente poltrone o deve accettare di andare avanti così. Se dall'interno del M5s», argomenta l'esponente del governo, «qualcuno insisterà per togliere qualche posizione all'ala più vicina a Di Maio, non sappiamo dove si andrà a finire. Il Carroccio, oltre ai nomi già usciti, punta anche al ministero della Salute, è stato fatto anche il nome di Giulia Grillo».Dunque, almeno per ora, soltanto Roberto Fico e gli altri avversari interni di Luigi Di Maio potrebbero far saltare il tappo del rimpasto, chiedendo una più forte rappresentanza nell'esecutivo della minoranza interna del M5s. Intanto, c'è attesa per il prossimo Consiglio dei ministri, che dovrebbe essere convocato per venerdì prossimo: la Lega presenterà certamente il decreto Sicurezza bis, che prima delle europee era stato rinviato dopo 1.000 polemiche, ma si potrebbe anche già discutere di flax tax, mentre sull'autonomia Matteo Salvini ha dichiarato che il provvedimento deve passare in Cdm entro e non oltre il prossimo 21 giugno. Sulle fibrillazioni in maggioranza, ieri è intervenuto il premier Giuseppe Conte: «In questi giorni», ha sottolineato Conte, «ravviso ancora delle scorie della campagna elettorale che vanno smaltite. C'è ancora una super-eccitazione che riconduco ai postumi di una consultazione elettorale molto intensa e vivace. Lunedì sarà la prima, buona occasione per fare il punto della situazione. Voglio parlare agli italiani. Questo è il governo del cambiamento», ha aggiunto Conte, «abbiamo sempre rivendicato un cambiamento nel segno della chiarezza, della sicurezza del cammino, che sia strategico e che proceda in modo lungimirante e senza strappi. Dobbiamo afferrare queste premesse e queste condizioni per poter proseguire. Sto facendo delle consultazioni», ha proseguito il presidente del Consiglio, «con le forze politiche che sostengono la maggioranza. Ho già parlato con il vicepresidente Salvini e con il vicepresidente Di Maio. Continuo a parlare con loro, tornerò a parlare con loro. Poi ci riuniremo insieme. 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Sfileranno per primi i civili della «riserva selezionata», nella quale ha operato la Trenta, e una rappresentanza di impiegati civili della Difesa; il tutto mescolato con bandiere Onu e Nato, per confondere le idee. Resta tuttavia forte e chiaro il messaggio al Paese e alle «classi subalterne»: le componenti marginali della Difesa sfilano prima dei parà, dei Comsubin, prima dei reparti combattenti. L'ordine di sfilata del 2 giugno subordina le Forze armate vere - esercito, marina, aeronautica e carabinieri - alle formazioni civili, a favore delle quali è largamente sproporzionato a dispetto del contributo vero e sostanziale dei soldati alla sicurezza dello Stato. A conferma del disagio serpeggiante, si sono alzate tre voci autorevoli, quelle di tre ex generali che hanno annunciato che diserteranno la cerimonia. Si tratta di Mario Arpino, già capo di stato maggiore della Difesa; Dino Tricarico, ex capo di stato maggiore dell'aeronautica e Vincenzo Camporini, anch'egli ex capo di stato maggiore della Difesa. «Non me la sento di avallare ipocritamente con la mia presenza una gestione che sta minando un'istituzione di cui il Paese deve essere orgoglioso», ha commentato Camporini. Sulla stessa linea i suoi ex colleghi, che hanno criticato anche l'atteggiamento ostile dei 5 stelle verso le pensioni dei militari di alto rango. «Non è tollerabile la gogna mediatica a cui sono stati sottoposti i pensionati», ha sottolineato Arpino. Non è una degenerazione dell'ultima ora. La manifestazione ha vita difficile dal 1976, quando fu soppressa a causa del terremoto che un mese prima aveva colpito il Friuli, dov'erano impegnate vaste porzioni di esercito e di altre forze armate. Fu un provvedimento giustificato ma dette a qualcuno l'idea che si potesse iniziare un percorso. L'anno successivo furono schierati pochissimi reparti a Piazza Venezia, senza la sfilata. Poi fu soppressa del tutto dal 1978 al 1982; per risparmiare sui costi, fu la spiegazione ufficiale. In realtà si temeva che l'assassinio di Aldo Moro, il 9 maggio 1978, innescasse reazioni incontrollabili nella piazza e nelle truppe. Fra il 1983 e il 1991 si fecero manifestazioni dimesse, come la sfilata nel 1983 a Porta San Paolo, oppure patetiche mostre fotografiche a piazza di Siena. Era iniziata una vasta e articolata operazione per separare le Forze armate dal popolo, mortificandone il senso di identità nazionale. Quando si palesò il pericolo di secessioni e di spaccature incontrollabili, causate dalle politiche che celavano la rapina dietro lo spirito europeista, Carlo Azeglio Ciampi riportò dal 4 giugno 2001 la manifestazione su via dei Fori Imperiali. Fu un grande successo, perché le «classi subalterne» hanno grande amore per la patria e volevano manifestarlo. Tutta la vita tormentata della Festa della Repubblica si dipanò senza alcuna reazione da parte dei militari. Nessuno mai protestò per le umiliazioni inflitte alle Forze armate. Certe timide proteste che udiamo in questi ultimi tempi arrivano tardi. Chi voglia comprendere che cosa sia un tale evento, scorra le immagini della sfilata sull'avenue des Champs-Élysées, a Parigi, il 14 luglio di ogni anno, anniversario della presa della Bastiglia. Sfilano forze combattenti, senza alcuna concessione a inclusioni e contaminazioni. Manifestazione militare, di forza militare. Punto. Il sovranismo francese non necessita di proclami né di approvazioni da parte delle nostre classi illuminate. Non di meno quel sovranismo è visibilmente crescente nei fatti e nelle manifestazioni, col plauso delle nostre classi illuminate. Il sovranismo italiano, al contrario, appena nascente, rischia la morte nella culla per i veleni edulcorati col buonismo. Come mai? Sergio Mattarella aprirà la manifestazione partendo dal Quirinale, dove garrisce lo stendardo, adottato da Francesco Cossiga e imposto da Napoleone, primo Console e presidente della Repubblica Italiana del 1802-1805. Italia e Senegal sono stati gli unici Paesi al mondo - con la Francia, si capisce - a celebrare il bicentenario della Rivoluzione Francese, nel 1989. Quell'anno non si celebrò il 2 Giugno.
Non era scontato, ma il risultato è arrivato. E con numeri che parlano da soli. La prima edizione di Eos Show a Parma chiude con 40.000 visitatori e oltre 300 espositori, confermando il richiamo di una manifestazione che, pur cambiando casa, non ha perso slancio. Anzi.
Dal 28 al 30 marzo i padiglioni 5 e 6 di Fiere di Parma sono stati attraversati da un flusso continuo di appassionati del mondo caccia, tiro e outdoor. Un pubblico ampio e trasversale, che ha animato gli stand espositivi e riempito anche gli spazi dedicati all’esperienza diretta: dal padiglione 3 per lo shopping alle linee di tiro allestite all’esterno. Qui si è passati rapidamente dalla teoria alla pratica, con 60.000 cartucce sparate in tre giorni e quasi 700 prestazioni registrate al Tiro a segno nazionale di Parma.
Il dato più significativo, tuttavia, è forse un altro: i numeri di questa edizione eguagliano quelli dello scorso anno, quando l’offerta era più ampia e comprendeva anche la pesca. Un segnale chiaro della capacità attrattiva del nuovo format, più focalizzato ma allo stesso tempo più interattivo. Il trasferimento a Parma sembra aver convinto tutti. Tra gli espositori prevale la convinzione che si tratti di un salto di qualità, soprattutto sul piano logistico e organizzativo. Non a caso, molti guardano già alle prossime edizioni con l’idea di concentrare qui i propri investimenti fieristici, con un obiettivo dichiarato: trasformare Eos Show in un punto di riferimento a livello europeo. L’ambizione internazionale, del resto, è già nei numeri. In fiera si sono presentati circa 300 operatori esteri – tra buyer, distributori e giornalisti – provenienti da oltre 40 Paesi. Un risultato sostenuto anche dal supporto dell’Agenzia Ice e dalla presenza delle principali aziende del settore, molte delle quali esportano fino al 90% della produzione.
Tra i corridoi si respira soddisfazione, ma anche la percezione di un settore in evoluzione. Andrea Andreani, presidente di Anpam, parla di un entusiasmo ritrovato e di un dialogo che si riapre tra il mondo venatorio e realtà affini. Sottolinea la qualità del format, in particolare la possibilità di provare direttamente i prodotti e l’impostazione interattiva della manifestazione. E guarda già avanti, ipotizzando per il futuro una giornata interamente dedicata al business e una maggiore presenza delle istituzioni. Sulla stessa linea Pierangelo Pedersoli, presidente del Consorzio armaioli italiani, che evidenzia l’attrattività della sede parmense e invita a rafforzare la coesione tra le diverse anime della fiera. L’obiettivo, dice, è duplice: coinvolgere sempre più aziende – soprattutto del comparto outdoor – e costruire una massa critica capace di consolidare la crescita dell’evento.
Una crescita che passa anche dal ricambio generazionale e dall’apertura a nuovi pubblici. Luciano Rossi, presidente della Federazione italiana tiro a volo e della federazione internazionale Issf, insiste proprio su questo aspetto: giovani, donne e nuovi appassionati rappresentano un segnale di vitalità per un settore che affonda le radici nella tradizione ma guarda al futuro. Le iniziative dedicate alle nuove generazioni e la possibilità di sperimentare direttamente le discipline sportive vanno, secondo Rossi, nella direzione giusta.
Non solo business, però. Eos Show si propone anche come luogo di confronto culturale. Lo sottolinea Maurizio Zipponi, presidente di Cncn e Fondazione Una, che richiama i temi affrontati durante la manifestazione: dal ruolo sociale del cacciatore al rapporto con agricoltura e ambiente, fino alla gestione della biodiversità e alla valorizzazione della filiera delle carni selvatiche. Questioni che, nelle intenzioni degli organizzatori, devono accompagnare lo sviluppo del settore.
A tirare le somme è Antonio Cellie, amministratore delegato di Fiere di Parma, che parla di un’esperienza organizzativa riuscita grazie alla collaborazione tra ente fieristico e associazioni di settore. Un lavoro condiviso che, oltre ai numeri della partecipazione, guarda anche all’impatto economico: l’indotto stimato sul territorio è di circa 20 milioni di euro. Il prossimo appuntamento è già fissato: EOS Show tornerà a Parma dal 20 al 22 marzo 2027. Con una base solida e un’ambizione ormai dichiarata.
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Kamel Ghribi (Imagoeconomica)
Gksd è una società privata attiva soprattutto nella sanità e nella ricerca medica e il Gruppo San Donato è il principale gruppo ospedaliero privato in Italia.
La firma è avvenuta lunedì scorso durante l’Egyps egypt energy show, un evento internazionale dedicato al settore energetico, tenutosi nella capitale egiziana sotto il patrocinio del presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi.
A sottoscrivere l’accordo sono stati Kamel Ghribi, imprenditore originario di Sfax (Turchia), presidente del gruppo Gksd e vicepresidente del Gruppo San Donato, e Ahmed Mostafa, presidente dell’Organizzazione per l’assicurazione sanitaria dell’Egitto.
Alla cerimonia erano presenti anche il ministro della salute egiziano Khaled Abdel Ghaffar, il ministro del petrolio Karim Badawi e il ministro dell’energia di Cipro Michael Damianos.
L’ospedale di Heliopolis sarà il primo della National health insurance organization e rientra nel piano di riforma del sistema sanitario egiziano volto ad ampliare l’accesso alle cure.
La struttura sarà dotata di 433 posti letto e diversi reparti, tra cui un centro oncologico, un centro cardiologico, un centro di neurochirurgia, un’area pediatrica e materno-infantile, e un centro per i trapianti di organi. Si prevede che il nuovo ospedale servirà circa 1 milione di persone, contribuendo a potenziare l’offerta sanitaria nella capitale egiziana e nelle aree limitrofe.
L’avvio del contratto è previsto per il 2027, una volta completata la costruzione, e la durata sarà di 15 anni, durante i quali Gksd e Gruppo San Donato si occuperanno della gestione operativa e dell’organizzazione clinica.
Kamel Ghribi ha manifestato apprezzamento per il percorso di crescita intrapreso dall’Egitto, evidenziando come l’accordo costituisca una base concreta per potenziare la collaborazione nel settore sanitario tra Egitto e Italia e garantire ai cittadini egiziani servizi medici sempre più innovativi ed efficienti.
L’accordo con l’Egitto è solo uno dei tanti che Gksd ha firmato in Africa. Scorrendo solamente la cronaca degli ultimi mesi, in Libia (nord Africa), il 28 agosto 2025, era stato inaugurato a Bengasi un ospedale dotato di pronto soccorso, cliniche ambulatoriali, terapia intensiva, sale operatorie, dialisi, fisioterapia e supporti logistici. In Gabon (Africa centrale), il 4 novembre 2025, Gksd ha siglato due accordi: il primo per un ospedale con programmi di formazione medica, il secondo per un progetto di edilizia sociale per 25.000 persone, con scuole, strutture sportive, clinica e spazi pubblici.
Questi progetti rappresentano passi concreti nella strategia di Gksd per rafforzare le infrastrutture sanitarie e urbane in Africa.
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Ecco #DimmiLaVerità dell1 aprile 2026. La deputata della Lega Giovanna Miele ci parla della proposta di legge per vietare i social ai minori di 14 anni e del dilagare della violenza tra i giovanissimi.