La grave crisi di fiducia nella sanità colpa dei virostar divenuti santoni
  • Un articolo su «Il Mulino» critica scienziati e immunologi che ormai discettano su tutto lo scibile umano. Ne derivano il caos, con voci discordanti, e l’utilizzo della leva della paura. Le cattedre tv non fanno bene
  • Umberto Gnudi non ha empatia per chi esercita un diritto. E l’Ordine gli dà ragione

Lo speciale contiene due articoli

«Fidatevi della scienza». Questo è il comandamento che quasi quotidianamente ci viene ripetuto da medici, esperti di vario ordine e grado, giornalisti e conduttori televisivi. «Io mi fido della scienza», ribadisce in continuazione chiunque voglia dimostrare di essere fedele alla linea sanitariamente corretta. Eppure, la relazione di fiducia tra il sistema sanitario e la popolazione italiana non sembra appunto godere di ottima salute. Occorre dunque capire per quale motivo essa si sia deteriorata e, soprattutto, come (e se) sia possibile ricostruirla. Di questo delicatissimo tema si occupa un articolo uscito sull’ultimo numero dell’autorevole rivista Il Mulino, tempio del pensiero progressista lontanissimo da ogni sospetto di «intelligenza con i no vax». A firmare il testo è Elisabetta Lalumera, ricercatrice di filosofia del linguaggio all’Università di Bologna e autrice di un volume di prossima uscita, sempre per Il Mulino, intitolato Etica della comunicazione sanitaria.

Secondo la ricercatrice, la relazione di fiducia è costituita da due componenti fondamentali. Per prima cosa, chi si fida «attribuisce all’altro competenza». La seconda componente è invece «valoriale»: «Chi si fida attribuisce anche quella che si può chiamare benevolenza, da intendersi come una disposizione a non ingannare, a non danneggiare, a “fare bene”». Purtroppo, dalle nostre parti entrambe queste componenti hanno iniziato a venire meno già prima del Covid. C’è, manco a dirla, la manina del Web, che ha contribuito a far crescere la diffidenza verso i cosiddetti «competenti». Ma, dice Lalumera, «non è ovvio oggi ai cittadini e al pubblico che le istituzioni sanitarie e la medicina siano benevole, che agiscano nel nostro interesse. Esiste la percezione, in parte fondata, della collusione della ricerca con gli interessi di Big pharma, le multinazionali farmaceutiche il cui valore motivante è il profitto, non il bene pubblico in materia di salute. Emergono poi periodicamente alla consapevolezza dei media e delle persone casi di corruzione nelle istituzioni scientifiche e ancora di più nella gestione delle istituzioni sanitarie. C’è il fenomeno della aziendalizzazione degli ospedali e della razionalizzazione delle risorse del Ssn […]. Da qui il sospetto che lo scopo del sistema sia risparmiare e non più fare del bene».

C’è poi un altro elemento che, anche prima della pandemia, ha contribuito al crollo della fiducia: «La politicizzazione e polarizzazione del dibattito pubblico influenzano sia l’attribuzione di competenza sia quella di benevolenza nelle raccomandazioni della scienza e delle istituzioni sanitarie». Come è facile immaginare, tutti questi problemi preesistenti sono esplosi con l’emergenza Covid. Ed è qui che l’articolo del Mulino si fa più interessante. Perché, pur non facendo nomi e cognomi, esamina in profondità il ruolo giocato dagli «esperti» negli ultimi tempi.

Il primo grande errore, ormai noto ai più, è stato il caos. «Virologi, infettivologi, epidemiologi, biologi e anestesisti rianimatori hanno avuto voci non solo inevitabilmente prospettiche, ma anche spesso discordanti nel discorso pubblico italiano […]. Questo a ulteriore detrimento della possibilità di basare la fiducia su un’attribuzione di competenza scevra da dubbi».

Il secondo grave errore, par di capire, consiste nell’eccessivo utilizzo di una leva chiamata paura, che ha soppiantato tutte le altre. «L’attribuzione di benevolenza e di coincidenza di valori è rimasta finché è stata forte per tutti la paura, e quindi la convergenza sulla sopravvivenza come obiettivo comune. Man mano, però, l’attribuzione di benevolenza ai sistemi sanitari e alla ricerca medica è venuta meno per chi ha visto i propri interessi lesi dalle misure anti Covid, in assenza di un’altra idea di salute come bene comune non basata sulla paura».

Un terzo e importantissimo punto riguarda invece l’esondazione della scienza (o, meglio, de La Scienza), a cui è stato attribuito un ruolo salvifico ai limiti del pensiero magico. Nota Lalumera che se «ogni relazione di fiducia è da intendersi per gestire un bisogno limitato, per quanto importante, durante il Covid il mandato e la richiesta alle istituzioni sanitarie e alla medicina sono stati privi di confini. Nell’era Covid, alla sanità e alla scienza si sono presentati bisogni e compiti eccessivi: occuparsi della salute ma anche della direzione dell’economia; fornire i dati ma anche sapere come usarli; pianificare i posti letto in ospedale ma anche prevedere le ricadute sull’occupazione. Il ruolo delle istituzioni politiche nell’impostazione di questo scenario è stato decisivo, con il ribadire che le scelte politiche dovessero essere «basate su dati»«. In questo caso, dunque, tanto i governanti quanto gli esperti da loro consultati o mandati a esibirsi in televisione non hanno svolto un grandissimo lavoro…

Come uscire da questa crisi di fiducia, allora? Lalumera fornisce alcune preziose indicazioni. «Innanzitutto, rispettare la vulnerabilità. Lo statuto morale e lo stato emotivo del pubblico che si relaziona con la sanità sono, per la natura stessa del bisogno di salute, particolare. […] Il punto sembra ovvio, ma viene altrettanto facilmente tralasciato quando si stigmatizza il pubblico come irrazionale e per questo incapace di “seguire la scienza”». Insomma, gli insulti, gli attacchi e le frasi a effetto pronunciate dalle cattedre catodiche hanno fatto tutt’altro che bene. Così come la sovraesposizione mediatica degli esperti «non ha portato buoni frutti».

Inoltre, secondo la studiosa, «andrebbe avviata una discussione sull’etica della comunicazione, e in particolare della comunicazione scientifica. Esistono codici di deontologia professionale per i medici dai tempi di Ippocrate, ma non coprono, ad esempio, il problema etico di che cosa si può dire o non dire su Twitter» (e qui, forse, a personaggi come Roberto Burioni fischieranno un filino le orecchie).

L’articolo del Mulino si conclude con un paio di appunti determinanti. Intanto, ai medici conviene «non smettere di ascoltare o cominciare ad ascoltare le fasce di pubblico che si tende di solito a screditare. […] La comunicazione mirata è auspicabile, ma prima vanno compresi i bisogni specifici». Poi bisognerebbe «aggiornare il dibattito pubblico su che cos’è la scienza – e la scienza medica in particolare – e su quali sono i suoi limiti e i suoi punti di forza. Aspettarsi una scienza medica che fornisce “dati certi” genera aspettative di competenza non realizzabili».

Certo, abbiamo citato lo scritto di una studiosa che fornisce una analisi per forza parziale. Tuttavia sarebbe opportuno che questo lavoro fosse preso in considerazione, se non altro per il buon senso che trasuda. In pratica, sembra suggerire che un poco di umiltà in più, un po’ meno arroganza e un maggiore ascolto avrebbero aiutato tanti esperti a rendere migliore il clima. Sembra però che molti di essi, ancora adesso, preferiscano agire da santoni, discettare su tutto lo scibile umano, scomunicare chi la pensa diversamente da loro e insultare una buona fetta di italiani. A queste condizioni, la fiducia nella scienza resta, la fiducia in certi scienziati un po’ meno.

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