True
2022-07-05
La grande torta della ricostruzione in Ucraina vale 750 miliardi di dollari
Volodymyr Zelensky (Ansa)
È iniziata ieri nel primo pomeriggio presso il Centro congressi di Lugano in Svizzera, la Conferenza internazionale sulla ripresa dell’Ucraina (Urc2022). Obbiettivo della due giorni in Canton Ticino è la ricostruzione dell’Ucraina mentre sul Paese, giunto al centotrentaduesimo giorno di guerra, continuano a cadere le bombe. Alla conferenza partecipano un migliaio di invitati tra i quali alcuni capi di governo, ministri, viceministri e segretari di Stato, rappresentanti della società civile e di varie organizzazioni internazionali e, tra loro, la delegazione ucraina è guidata dal primo ministro Denys Šmihal’.
Sono cinque le aree tematiche sulle quali le varie personalità discuteranno: società, economia, ambiente, infrastrutture e digitalizzazione. Secondo quanto dichiarato prima dell’inizio della conferenza, la due giorni luganese si pone l’obiettivo di indicare le priorità, i principi generali e come operare nella ricostruzione dell’Ucraina, distrutta dall’invasione russa. Oggi, al termine della conferenza, verrà approvata la Dichiarazione di Lugano che, molto probabilmente, sarà redatta in forma molto generica anche perché, stante la situazione in Ucraina, sarebbe a dir poco azzardato mettere nero su bianco delle cifre. E, quindi, soltanto nella giornata odierna si capirà chi pagherà la ricostruzione dell’Ucraina la quale ha avanzato una richiesta di 750 miliardi di dollari per poter ripartire. E si tratta di una cifra assolutamente provvisoria.
Ad aprire i lavori della conferenza è stato il presidente della Confederazione, Ignazio Cassis, che ha ammesso «che i due giorni di conferenza non saranno sufficienti, ma dopo che i principi di Lugano saranno approvati, daranno un quadro più chiaro del processo che sarà avviato». Cassis ha detto di «comprendere fin troppo bene» il fatto che Volodymyr Zelensky non sia potuto intervenire in presenza a causa della situazione in patria. Non è sfuggito, però, il passaggio nel quale il presidente della Confederazione ha chiarito la posizione della Svizzera sul fenomeno della corruzione in Ucraina: «La ricostruzione e le riforme non sono in competizione, queste si rafforzano a vicenda ma occorre proseguire gli sforzi per combattere la corruzione e garantire il funzionamento del sistema giudiziario nonostante la guerra».
Ovviamente l’intervento più atteso è stato quello di Volodymyr Zelensky che ha ricordato che il conflitto tra l’Ucraina e la Russia è un conflitto tra due sistemi: quello russo e quello occidentale, di cui Kiev si sente di appartenere a pieno titolo. Ha chiesto a tutti i partecipanti alla Conferenza a sostenere gli sforzi del proprio Paese: «La ricostruzione dell’Ucraina sarà un supporto per la pace globale nel mondo. Possiamo dimostrare che il mondo democratico è più forte, che l’Europa è più forte e che i nostri valori non possono essere sottratti. Vi invito tutti in Ucraina, per visitare il nostro Paese e lavorare insieme alla sua ricostruzione».
A proposito delle riforme, il leader ucraino ha dichiarato: «Il processo di ricostruzione, deve cominciare subito e procederà di pari passo con le riforme e la ricostruzione stessa dell’Ucraina diventerà una grande riforma». Secondo il primo ministro ucraino Denys Šmihal’ «per la ricostruzione dell’Ucraina servono al momento 750 miliardi di dollari, la maggior parte di questi fondi vengano dagli asset russi congelati: abbiamo creato una mappa digitale, aggiornata in tempo reale, sulla distruzione causata dall’invasione russa: i partner avranno accesso e servirà per la ricostruzione del Paese».
Poi il premier ucraino ha anche prospettato un percorso in tre fasi: dopo la ricostruzione a breve termine «necessaria per garantire il funzionamento del Paese in guerra» ci sarà, negli auspici del governo di Kiev, «una seconda fase dopo la vittoria contro la Russia» e, infine, «la terza fase, quella del miracolo economico a lungo termine». Il suo intervento ha aperto la tavola rotonda a cui hanno partecipato rappresentanti del Fondo monetario internazionale, della Banca europea degli investimenti e il vice-presidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis. Prima di lui era intervenuta la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen che prima ha annunciato che, insieme al cancelliere tedesco Scholz, dopo l’estate, organizzeranno «una conferenza internazionale di alto livello» per poi tornare ai temi dell’incontro in Canton Ticino: «La conferenza di Lugano è un passo fondamentale per concordare i principi dello sforzo internazionale di ricostruzione dell’Ucraina che può contare sul nostro costante sostegno, per tutto il tempo necessario».
A guidare la delegazione italiana, c’è il sottosegretario agli Affari esteri Benedetto Della Vedova: «Con le bombe che continuano a cadere sulle città, sembra difficile parlare di ricostruzione», ha dichiarato, «ma dobbiamo sin d’ora pensare al cammino di ripresa dell’Ucraina, che si intreccerà con il suo percorso europeo. L’Italia, con imprese, enti locali e terzo settore, è pronta ad affiancare l’Ucraina nella ricostruzione, così come nella prosecuzione del processo di riforme».
Per la ministra degli Esteri britannica, Liz Truss, «ci deve essere un nuovo piano Marshall per l’Ucraina e deve essere guidato da Kiev. Dobbiamo dare alle persone speranza per il futuro e dobbiamo fornire i mezzi per potersi sostenere e il Regno Unito, è risoluto nel suo sostegno all’integrità territoriale dell’Ucraina». Infine alla televisione svizzera ha parlato il vice primo ministro e ministro della Trasformazione digitale Mykhailo Fedorov: «L’Ucraina sarà lo Stato digitale più avanzato al mondo perché la digitalizzazione non può essere fermata da missili e bombe».
Ora la guerra si sposta nel Donetsk
Nonostante i mille tentativi di Kiev di smentire la notizia, ormai è ufficiale: il Lugansk è completamente in mano russa e ora Mosca volge il suo sguardo con sempre maggiore determinazione sul Donetsk. A solo una settimana di distanza dalla caduta della città gemella di Severodonetsk, sulla sponda opposta del fiume Seversky Donets, Lysychansk ha alzato bandiera bianca. Nel Lugansk, dunque, non esistono più baluardi ucraini.
«Al fine di proteggere le vite dei difensori ucraini, è stata presa la decisione di ritirarci», ha spiegato lo stato maggiore di Kiev, sottolineando la superiorità in termini di numeri e di equipaggiamento del nemico. «Molto difficile»: così è stata, nelle parole del governatore ucraino di Lugansk, Serhiy Haidai, la decisione degli ucraini sulla ritirata. Ma è stata ritenuta indispensabile per evitare che Mosca sfondasse dal lato di Bilohorivka, Popasna e Komyshuvakha e accerchiasse le truppe di Kiev, che sarebbero state perdute per sempre. Di certo, dopo la conquista di Lysychansk «l’obiettivo della Russia ora si sposterà sulla cattura dell’Oblast di Donetsk, gran parte del quale è sotto il controllo delle forze ucraine», si legge nell’aggiornamento quotidiano di intelligence della Difesa britannica.
Intanto le forze ucraine in ritirata si stanno dirigendo verso una nuova linea di difesa che dalla città di Seversk scende verso Soledar e Bakhmut. La vittoria russa a Lysychansk è stata fulminea: le forze degli occupanti sono riuscite a tagliare l’autostrada T1302, costringendo gli ucraini a ripiegare attraverso l’ultima strada percorribile verso Seversk. Ed è proprio verso Seversk che le forze russe li inseguono, col piano di prendere subito la cittadina, che si trova nell’Oblast di Donetsk, avanzando «da due direzioni»: lo ha annunciato il ministero dell’Interno della autoproclamata Repubblica del Lugansk. Il presidente russo Vladimir Putin, galvanizzato dagli ultimi sviluppi, ha ordinato al ministro della Difesa, Sergei Shoigu, di proseguire l’offensiva anche dopo che le truppe russe hanno assunto il controllo dell’intera regione di Lugansk. «Le unità militari, incluso il gruppo Est e il gruppo Ovest, devono portare a termine le loro missioni secondo i piani approvati in precedenza», ha detto.
Cresce la preoccupazione, da parte ucraina, su quali siano questi piani. «Il Cremlino non limiterà i suoi appetiti al Donbass e sta pianificando la completa distruzione dell’Ucraina», è la convinzione di Kyrylo Budanov, capo dell’intelligence. Non è dato sapere cosa riserverà il futuro, ma di certo, come si diceva, il Donetsk è l’obiettivo immediato dei russi. Almeno nove civili sono morti e altri 25 sono rimasti feriti nei bombardamenti russi sulle aree dell’Oblast di Donetsk ancora controllate da Kiev. Lo riferisce il governatore ucraino della regione, Pavlo Kyrylenko. «I russi hanno ucciso nove civili: sei a Slovyansk, uno ad Avdiivka, uno a Bakhmut e uno a Zaitseve. Tra le vittime c’erano due bambini, uno a Slovyansk e uno a Zaitseve. Altre 25 persone sono rimaste ferite».
Le ultime vittorie sono state festeggiate dagli astronauti russi a bordo della Stazione spaziale internazionale. Roscosmos, l’agenzia spaziale russa, ha condiviso le immagini dei cosmonauti Oleg Artemyev, Denis Matveev e Sergei Korsakov sorridenti mentre impugnano le bandiere appartenenti all’autoproclamata Repubblica popolare di Lugansk e alla Repubblica popolare di Donetsk. L’agenzia ha descritto la conquista del Lugansk come «un giorno di liberazione da festeggiare sia sulla Terra, sia nello spazio».
Continua a leggereRiduci
È la stima (provvisoria) presentata dal governo di Kiev alla Conferenza internazionale di ripresa aperta ieri a Lugano. I fondi arriverebbero dagli asset russi congelati. E fanno gola a tanti: i delegati sono più di 1.000.Ora la guerra si sposta nel Donetsk. Dopo l’ufficializzazione della caduta del Lugansk, le truppe di Vladimir Putin si stanno dirigendo verso la città di Seversk. Festeggiano i cosmonauti sulla Iss. Altri nove morti tra i civili.Lo speciale comprende due articoli. È iniziata ieri nel primo pomeriggio presso il Centro congressi di Lugano in Svizzera, la Conferenza internazionale sulla ripresa dell’Ucraina (Urc2022). Obbiettivo della due giorni in Canton Ticino è la ricostruzione dell’Ucraina mentre sul Paese, giunto al centotrentaduesimo giorno di guerra, continuano a cadere le bombe. Alla conferenza partecipano un migliaio di invitati tra i quali alcuni capi di governo, ministri, viceministri e segretari di Stato, rappresentanti della società civile e di varie organizzazioni internazionali e, tra loro, la delegazione ucraina è guidata dal primo ministro Denys Šmihal’.Sono cinque le aree tematiche sulle quali le varie personalità discuteranno: società, economia, ambiente, infrastrutture e digitalizzazione. Secondo quanto dichiarato prima dell’inizio della conferenza, la due giorni luganese si pone l’obiettivo di indicare le priorità, i principi generali e come operare nella ricostruzione dell’Ucraina, distrutta dall’invasione russa. Oggi, al termine della conferenza, verrà approvata la Dichiarazione di Lugano che, molto probabilmente, sarà redatta in forma molto generica anche perché, stante la situazione in Ucraina, sarebbe a dir poco azzardato mettere nero su bianco delle cifre. E, quindi, soltanto nella giornata odierna si capirà chi pagherà la ricostruzione dell’Ucraina la quale ha avanzato una richiesta di 750 miliardi di dollari per poter ripartire. E si tratta di una cifra assolutamente provvisoria.Ad aprire i lavori della conferenza è stato il presidente della Confederazione, Ignazio Cassis, che ha ammesso «che i due giorni di conferenza non saranno sufficienti, ma dopo che i principi di Lugano saranno approvati, daranno un quadro più chiaro del processo che sarà avviato». Cassis ha detto di «comprendere fin troppo bene» il fatto che Volodymyr Zelensky non sia potuto intervenire in presenza a causa della situazione in patria. Non è sfuggito, però, il passaggio nel quale il presidente della Confederazione ha chiarito la posizione della Svizzera sul fenomeno della corruzione in Ucraina: «La ricostruzione e le riforme non sono in competizione, queste si rafforzano a vicenda ma occorre proseguire gli sforzi per combattere la corruzione e garantire il funzionamento del sistema giudiziario nonostante la guerra». Ovviamente l’intervento più atteso è stato quello di Volodymyr Zelensky che ha ricordato che il conflitto tra l’Ucraina e la Russia è un conflitto tra due sistemi: quello russo e quello occidentale, di cui Kiev si sente di appartenere a pieno titolo. Ha chiesto a tutti i partecipanti alla Conferenza a sostenere gli sforzi del proprio Paese: «La ricostruzione dell’Ucraina sarà un supporto per la pace globale nel mondo. Possiamo dimostrare che il mondo democratico è più forte, che l’Europa è più forte e che i nostri valori non possono essere sottratti. Vi invito tutti in Ucraina, per visitare il nostro Paese e lavorare insieme alla sua ricostruzione». A proposito delle riforme, il leader ucraino ha dichiarato: «Il processo di ricostruzione, deve cominciare subito e procederà di pari passo con le riforme e la ricostruzione stessa dell’Ucraina diventerà una grande riforma». Secondo il primo ministro ucraino Denys Šmihal’ «per la ricostruzione dell’Ucraina servono al momento 750 miliardi di dollari, la maggior parte di questi fondi vengano dagli asset russi congelati: abbiamo creato una mappa digitale, aggiornata in tempo reale, sulla distruzione causata dall’invasione russa: i partner avranno accesso e servirà per la ricostruzione del Paese». Poi il premier ucraino ha anche prospettato un percorso in tre fasi: dopo la ricostruzione a breve termine «necessaria per garantire il funzionamento del Paese in guerra» ci sarà, negli auspici del governo di Kiev, «una seconda fase dopo la vittoria contro la Russia» e, infine, «la terza fase, quella del miracolo economico a lungo termine». Il suo intervento ha aperto la tavola rotonda a cui hanno partecipato rappresentanti del Fondo monetario internazionale, della Banca europea degli investimenti e il vice-presidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis. Prima di lui era intervenuta la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen che prima ha annunciato che, insieme al cancelliere tedesco Scholz, dopo l’estate, organizzeranno «una conferenza internazionale di alto livello» per poi tornare ai temi dell’incontro in Canton Ticino: «La conferenza di Lugano è un passo fondamentale per concordare i principi dello sforzo internazionale di ricostruzione dell’Ucraina che può contare sul nostro costante sostegno, per tutto il tempo necessario». A guidare la delegazione italiana, c’è il sottosegretario agli Affari esteri Benedetto Della Vedova: «Con le bombe che continuano a cadere sulle città, sembra difficile parlare di ricostruzione», ha dichiarato, «ma dobbiamo sin d’ora pensare al cammino di ripresa dell’Ucraina, che si intreccerà con il suo percorso europeo. L’Italia, con imprese, enti locali e terzo settore, è pronta ad affiancare l’Ucraina nella ricostruzione, così come nella prosecuzione del processo di riforme». Per la ministra degli Esteri britannica, Liz Truss, «ci deve essere un nuovo piano Marshall per l’Ucraina e deve essere guidato da Kiev. Dobbiamo dare alle persone speranza per il futuro e dobbiamo fornire i mezzi per potersi sostenere e il Regno Unito, è risoluto nel suo sostegno all’integrità territoriale dell’Ucraina». Infine alla televisione svizzera ha parlato il vice primo ministro e ministro della Trasformazione digitale Mykhailo Fedorov: «L’Ucraina sarà lo Stato digitale più avanzato al mondo perché la digitalizzazione non può essere fermata da missili e bombe». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-grande-torta-della-ricostruzione-in-ucraina-vale-750-miliardi-di-dollari-2657608267.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ora-la-guerra-si-sposta-nel-donetsk" data-post-id="2657608267" data-published-at="1656975616" data-use-pagination="False"> Ora la guerra si sposta nel Donetsk Nonostante i mille tentativi di Kiev di smentire la notizia, ormai è ufficiale: il Lugansk è completamente in mano russa e ora Mosca volge il suo sguardo con sempre maggiore determinazione sul Donetsk. A solo una settimana di distanza dalla caduta della città gemella di Severodonetsk, sulla sponda opposta del fiume Seversky Donets, Lysychansk ha alzato bandiera bianca. Nel Lugansk, dunque, non esistono più baluardi ucraini. «Al fine di proteggere le vite dei difensori ucraini, è stata presa la decisione di ritirarci», ha spiegato lo stato maggiore di Kiev, sottolineando la superiorità in termini di numeri e di equipaggiamento del nemico. «Molto difficile»: così è stata, nelle parole del governatore ucraino di Lugansk, Serhiy Haidai, la decisione degli ucraini sulla ritirata. Ma è stata ritenuta indispensabile per evitare che Mosca sfondasse dal lato di Bilohorivka, Popasna e Komyshuvakha e accerchiasse le truppe di Kiev, che sarebbero state perdute per sempre. Di certo, dopo la conquista di Lysychansk «l’obiettivo della Russia ora si sposterà sulla cattura dell’Oblast di Donetsk, gran parte del quale è sotto il controllo delle forze ucraine», si legge nell’aggiornamento quotidiano di intelligence della Difesa britannica. Intanto le forze ucraine in ritirata si stanno dirigendo verso una nuova linea di difesa che dalla città di Seversk scende verso Soledar e Bakhmut. La vittoria russa a Lysychansk è stata fulminea: le forze degli occupanti sono riuscite a tagliare l’autostrada T1302, costringendo gli ucraini a ripiegare attraverso l’ultima strada percorribile verso Seversk. Ed è proprio verso Seversk che le forze russe li inseguono, col piano di prendere subito la cittadina, che si trova nell’Oblast di Donetsk, avanzando «da due direzioni»: lo ha annunciato il ministero dell’Interno della autoproclamata Repubblica del Lugansk. Il presidente russo Vladimir Putin, galvanizzato dagli ultimi sviluppi, ha ordinato al ministro della Difesa, Sergei Shoigu, di proseguire l’offensiva anche dopo che le truppe russe hanno assunto il controllo dell’intera regione di Lugansk. «Le unità militari, incluso il gruppo Est e il gruppo Ovest, devono portare a termine le loro missioni secondo i piani approvati in precedenza», ha detto. Cresce la preoccupazione, da parte ucraina, su quali siano questi piani. «Il Cremlino non limiterà i suoi appetiti al Donbass e sta pianificando la completa distruzione dell’Ucraina», è la convinzione di Kyrylo Budanov, capo dell’intelligence. Non è dato sapere cosa riserverà il futuro, ma di certo, come si diceva, il Donetsk è l’obiettivo immediato dei russi. Almeno nove civili sono morti e altri 25 sono rimasti feriti nei bombardamenti russi sulle aree dell’Oblast di Donetsk ancora controllate da Kiev. Lo riferisce il governatore ucraino della regione, Pavlo Kyrylenko. «I russi hanno ucciso nove civili: sei a Slovyansk, uno ad Avdiivka, uno a Bakhmut e uno a Zaitseve. Tra le vittime c’erano due bambini, uno a Slovyansk e uno a Zaitseve. Altre 25 persone sono rimaste ferite». Le ultime vittorie sono state festeggiate dagli astronauti russi a bordo della Stazione spaziale internazionale. Roscosmos, l’agenzia spaziale russa, ha condiviso le immagini dei cosmonauti Oleg Artemyev, Denis Matveev e Sergei Korsakov sorridenti mentre impugnano le bandiere appartenenti all’autoproclamata Repubblica popolare di Lugansk e alla Repubblica popolare di Donetsk. L’agenzia ha descritto la conquista del Lugansk come «un giorno di liberazione da festeggiare sia sulla Terra, sia nello spazio».
Gli svizzeri Marco Odermatt e Loic Meillard applaudono il brasiliano Lucas Pinheiro-Braathen durante la cerimonia di premiazione per lo slalom Gigante maschile delle gare di sci alpino ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Durante la pausa aveva detto: «Quest’anno ho già fatto delle belle rimonte, bisogna tirare fuori tutto, vado all-in». Invece è out. Lo sguardo finisce su Giovanni Franzoni, cognome che finora ha significato salvezza. Niente da fare, il bresciano è sfinito (24º), l’argento nella Libera può bastare. «Sono esausto, non vedo l’ora di staccare un po’ a casa. Gli avversari erano più freschi, mi è uscita la spalla prima di partire, sono al limite. La mia priorità è la velocità, in gigante non mi sono allenato molto. Ho dato tutto e va bene, prima olimpiade positiva, mi darei 8,5».
Archiviata la pratica italiana rimane una gara storica, con la prima medaglia d’oro del Brasile sugli sci: la ghermisce come un’aquila reale Luca Pinheiro-Braaten, superfigo in tuta, con due manche da guerriero delle Alpi come Alberto Tomba, capace di tenersi dietro nella tormenta Marco Odermatt e l’altro svizzero Loic Meillard. Padre norvegese e madre brasiliana, Pinheiro-Braaten ha trascorso i suoi primi 25 anni di vita a fare la spola fra le due sponde dell’Atlantico: a Oslo quando i genitori erano insieme, a San Paolo dopo la separazione, di nuovo in Norvegia per gareggiare con la squadra più organizzata. Ma tre anni fa, per una questione legata agli sponsor, ecco la rottura con la federazione, la fuga in Brasile da mamma Alessandra, un anno per riorganizzarsi e l’invenzione della samba bianca. Bohèmien, casinista il giusto nelle notti di Coppa del Mondo (sei vittorie sempre fra i pali), Pinheiro-Braaten si percepisce manager etico di se stesso. E al traguardo, prima di mettersi l’oro al collo, ha pure il tempo per un messaggio gandhiano: «Spero che i brasiliani capiscano che la differenza è un superpotere. Non importa il background, il colore della pelle, da dove arrivi. Se credi fortemente nel tuo sogno, lo realizzi». Lo diceva già Ayrton Senna, ma va bene uguale. Facile ripeterlo per lui, che guadagna milioni dagli sponsor, può permettersi di pagare uno staff personale da paura, investe in immobili e ha preso casa a Milano: «Dell’Italia amo tutto, le montagne, il sistema di vita, questa città così creativa». Tomba lo chiama al telefono: «Sei il migliore, adesso ci credi?». Il brasiliano piange di gioia. Si scende da Bormio con l’illusione che quell’exploit sia anche un po’ nostro.
Un angelo vola, un angelo cade. È il Superman del pattinaggio artistico, lo statunitense Ilia Malinin (genitori uzbeki), presentato come un genio assoluto, l’oro più scontato (non perdeva dal 2023) con copertina su Sport Illustrated, l’imperatore del quadruplo Axel, un Rudolf Nureyev con le lame sotto i piedi. Morale: ottavo nella gara della vita dopo due cadute rovinose. Un incubo psicologico lo accompagnava da giorni, era obbligato a vincere ed è crollato. Se la testa non è fredda, lo Sport diventa una scimmia sulla schiena; ora il suo mental coach avrà di che lavorare. Mentre l’Italia di hockey subisce una dura lezione dalla Finlandia (11-0) e va a casa con tre sconfitte, contiamo le altre ferite di giornata. Solo dignitosa la staffetta femminile di Fondo (6ª), delude il Biathlon donne sprint dove Lisa Vittozzi non riesce a ripetere l’impresa di una settimana fa e arriva quinta mentre la leader più accreditata Dorothea Wierer scompare nelle retrovie dopo sequenze imbarazzanti al poligono. Oro alla norvegese Maren Kirkeide. Neppure sulla pista milanese di Pattinaggio velocità va meglio: nella 500 maschile Jeffrey Rosanelli sbiadisce al 17º posto nella gara dominata dal fuoriclasse statunitense Jordan Stolz (già oro nei 1000). Ci va male anche in allenamento: ieri la mascotte italiana, la napoletana di 16 anni Giada D’Antonio cade in slalom e si rompe un legamento crociato. Adieu.
È una giornata così, sarà il clima di San Valentino distrutto a colpi di insulti nel curling, dove gli svedesi sconfitti accusano due volte i canadesi di aver toccato la stone con una mano dopo il lancio. Il FairPlay va a farsi benedire e il Var non c’è. Allora ci pensa il capitano canadese Marc Kennedy a chiudere la polemica con un «Fuck you, la scopa puoi mettertela…» che ci costringe a ripensamenti sulla proverbiale compostezza anglosassone.
Oggi riparte la caccia al record delle 20 medaglie di Lillehammer. Per l’Italia tornano in pista i grossi calibri: Federica Brignone e Sofia Goggia (Gigante), Michela Moioli (Snowboard) e Francesca Lollobrigida (Pattinaggio), obiettivi preferiti dei fotografi. Ieri a Bormio non si capiva perché i paparazzi girassero attorno al gigantista argentino Tiziano Gravier, finito nelle retrovie. È il figlio dell’ex modella Valeria Mazza, cercavano tutti la mamma.
Continua a leggereRiduci