La fregatura dietro al superbonus fiscale al 110%

La strada per arrivare a ottenere questo tipo di beneficio è lastricata di una pazzesca quantità di cavilli e condizioni burocratiche.

Alzi la mano chi non ha sentito parlare di superbonus fiscale e di 110%. Di cosa si tratta? Di una famiglia di agevolazioni correlate a interventi edilizi che da un lato dovrebbero permettere alle imprese edili di lavorare (e quindi contribuire a una forma di rilancio di un settore economico strategico com’è l’edilizia), dall’altro contribuire all’efficienza energetica degli edifici (e quindi alla salvaguardia dell’ambiente) e alla riduzione del rischio sismico.

Uno degli aspetti più interessanti è che per questo tipo di agevolazioni è anche prevista la possibilità, a certe condizioni, di cedere il credito di imposta maturato. In sintesi, se rispetto tutte le condizioni richieste dalla legge e spendo, diciamo, 10.000 euro per uno degli interventi ammessi, mi guadagno il diritto a un credito di imposta pari a 11.000 euro (pensate: più di quello che ho speso effettivamente). E se non ho un debito verso il fisco di 11.000 euro, posso tranquillamente cedere il credito a una banca o, a seconda dei casi, ottenere uno sconto direttamente dall’impresa esecutrice.

Fantastico, vero? Dov’è la fregatura? Nel fatto che la strada per arrivare a ottenere questo tipo di beneficio è lastricata di una pazzesca quantità di cavilli e condizioni burocratiche. Il che di fatto rende difficilissimo raggiungere l’obiettivo costituito dal riconoscimento del bonus. E infatti, non solo occorre che si eseguano specifiche tipologie di lavori con caratteristiche tecniche particolari (quindi occorre stabilire se un certo tipo di intervento ne è dentro o fuori), ma anche che siano riferite a particolari tipologie di edifici, che chi lo richiede abbia a sua volta particolari requisiti soggettivi, occorre rispettare rigorose tempistiche e così via.

I pezzi di questo puzzle si ritrovano sparsi in diverse disposizioni di legge, ma anche in una quantità di circolari e direttive interpretative dell’amministrazione finanziaria. Un quadro talmente caotico che ha spinto la categoria dei dottori commercialisti e il ministro per lo sviluppo economico Stefano Patuanelli a concordare sulla necessità di un testo unico (un testo unico!) per riordinare la normativa. Non solo: l’incredibile complicazione delle norme ha creato un lucroso mercato di servizi, ha spinto banche e grandi società di consulenza (le famose «big four»: Kpmg, Ey, Pwc e Deloitte) a stipulare accordi per creare team con centinaia di professionisti per fornire assistenza a chiunque ambisca ad accedere a queste agevolazioni.

Mossa ineccepibile dalla prospettiva di questi operatori. Ma il punto è che è vergognoso che in un Paese civile le complicazioni normative arrivino a creare la necessità per il cittadino di utilizzare servizi a pagamento per accedere a servizi di cui dovrebbe poter fruire gratuitamente e senza particolari difficoltà.


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