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2022-05-13
La Finlandia si offre alla Nato. Il Cremlino taglia il gas e avverte: «Rischio atomico»
Sanna Marin (Ansa)
Svezia e Finlandia sono pronte a entrare nella Nato. La loro candidatura a membri dell’Alleanza atlantica sembra imminente. Soprattutto la Finlandia mostra una certa fretta. Ieri il presidente, Sauli Niinisto, e la premier, Sanna Marin, hanno dichiarato che il Paese deve presentare richiesta di adesione alla Nato «senza indugio». Ma in questi meccanismi una dichiarazione politica non è sufficiente. La forma ha un certo peso specifico. I finlandesi, però, sembrano determinati e fanno sapere che le procedure si chiuderanno in pochi giorni.
E, in realtà, incertezze sul via libera del Parlamento finlandese non sembrano essercene. I due politici sembrano muoversi con cautela solo perché sono in attesa di avere al fianco anche la vicina Svezia, dove il Partito socialdemocratico al governo potrebbe esprimersi domenica 15 maggio e il governo, che ha convocato una riunione straordinaria per il giorno seguente, potrebbe già avviare le procedure per formalizzare la richiesta alla Nato. Facendo così una inversione a 360 gradi, visto che, in un primo momento, Stoccolma aveva escluso la possibilità di aderire all’Alleanza atlantica. Era stata proprio la premier, Magdalena Andersson, nel giorno dell’invasione, a ribadirlo, immaginando forse uno scenario differente e un conflitto di breve durata. Da Helsinki, invece, sarà perché condividono con la Russia una lunga fetta di frontiera terrestre, hanno subito espresso la volontà di indossare gli stemmi Nato. Entrambi i Paesi, già all’inizio del conflitto, hanno anche inviato mezzi militari e munizioni a Kiev. Il percorso a quel punto era già tracciato. E ora Svezia e Finlandia premono sull’acceleratore, senza attendere il vertice Nato che si terrà a fine giugno a Madrid.
I negoziati con Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Francia per ottenere garanzie di protezione durante la fase di adesione alla Nato sono già in atto da qualche settimana. E dopo un incontro con il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, il ministro degli Esteri svedese, Ann Linde, si è detta «molto sicura» sulle garanzie ottenute dagli Stati Uniti. Ma anche da Boris Johnson, che mercoledì si è recato a Stoccolma e a Helsinki, è stata subito tesa una mano: «Pronti ad aiutarli in caso di attacco», ha garantito il premier. Ora la palla passa ai rappresentanti dei 30 membri dell’Alleanza, che si riuniranno a Bruxelles. Seguirà infine la ratifica dell’adesione da parte di ognuno degli Stati membri. E questo è un processo che potrà richiedere mesi. Anche l’Italia dovrà portare in Parlamento le due richieste d’adesione. Ed è partito un pressing dall’area dem per ratificare al più presto.
Com’era facile immaginare, in Russia non l’hanno presa bene. La portavoce del ministro degli Esteri di Mosca, Maria Zakharova, ha chiarito subito che l’adesione delle due nazioni alla Nato avrebbe avuto «gravi conseguenze militari e politiche che richiederebbero al nostro Paese di adottare misure reciproche». Il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev, è stato anche più esplicito: «Riempire l’Ucraina di armi dei Paesi Nato, addestrare le sue truppe all’uso di equipaggiamenti occidentali, schierare mercenari e tenere esercitazioni ai confini aumenta la probabilità di un conflitto aperto e diretto tra Russia e Nato». Poi ha aggiunto: «Un simile conflitto ha il rischio di trasformarsi in una guerra nucleare totale». Non solo, a quanto si apprende la Finlandia sarebbe stata informata che la Russia per ripicca potrebbe tagliare le forniture di gas al Paese a partire da oggi.
Sul campo del conflitto, invece, si registra un tentativo fallito dai russi di creare una passaggio per superare il fiume Siverskiy Donets, nell’Ucraina orientale. L’esercito di Kiev ha fatto saltare il ponte, rallentando l’avanzata. A Nordest di Kharkiv la controffensiva delle forze ucraine ha riconquistato alcuni insediamenti e respinto i russi fino a una decina di chilometri dal confine. In questo punto le forze di Mosca si trovano costrette alla difensiva e avranno bisogno di rinforzi per evitare di retrocedere ancora verso la frontiera.
Anche nel Mar Nero la Russia sembra in difficoltà: ieri avrebbe perso un’altra nave (la quattrordicesima dall’inizio del conflitto), scrive Canale 24 citando fonti dell’intelligence ucraina. La notizia, però, per tutta la giornata di ieri non è stata confermata da fonti ufficiali dell’esercito di Kiev né da fonti governative. Nel frattempo si è appreso che i residenti di Mariupol deportati a metà aprile sono prigionieri dei russi in un campo nei pressi di Nova Kakhova. Mentre a Kiev l’esercito di Putin avrebbe bloccato le uscite dai passaggi sotterranei dell’acciaieria Azovstal, obiettivo sul quale i russi stanno insistendo parecchio. La resistenza, però, ha fatto sapere che tenterà di tutto pur di contrattaccare. I militari del battaglione Azov restano asserragliati, nonostante i vari tentativi russi di irruzione. Dal fronte aereo, invece, è stato bombardato il centro abitato di Derhachi, nella regione di Kharkiv. Stando all’agenzia nazionale di stampa ucraina Ukrinform, il raid avrebbe causato morti e feriti. Poco dopo si è appreso che da ieri mattina il villaggio di Voevodivka, nella regione di Lugansk, è ormai controllato dai russi.
La Cnn ha poi mostrato un video che riprende soldati russi mentre sparano a due civili disarmati alla periferia di Kiev: le vittime sarebbero il titolare di un’autoconcessionaria e il suo guardiano. E per la prima volta un civile è morto anche in Russia, a causa dei bombardamenti transfrontalieri dall’Ucraina: lo ha annunciato il governatore della regione di Belgorod, Vyacheslav Gladkov, secondo quanto riporta la Cnn. Il villaggio colpito è Solokhi e si trova a dieci chilometri dal confine.
L’Italia scopre la guerra «virtuale»
È allarme cybergang in Italia dopo i recenti attacchi a siti istituzionali, come quelli di Senato e Difesa. Bande criminali organizzate nel cyberspazio iniziano a espandere i loro confini. E da un anno e mezzo, in contemporanea con l’emergenza Covid e la guerra tra Russia e Ucraina, hanno incrementato la loro attività. Nel solo mese di marzo si calcolano 331 obiettivi attaccati in 64 Paesi, con danni considerevoli a strutture digitali e informatiche, esfiltrazione di dati e richieste di riscatto a danno di aziende e infrastrutture.
Questo il bottino di guerra delle prime 15 cybergang più attive secondo il rapporto «Gang Ransomware», redatto dal Soc e Threat Intelligence team di Swascan, controllata di Tinexta cyber (Tinexta Group), polo italiano della cybersicurezza. «Il gruppo hacker Killnet potrebbe essere considerato la risposta filorussa agli attacchi cyber subiti fino a oggi dalla stessa Russia», spiega Pierguido Iezzi, Ceo di Swascan. «Non è un caso che tra le sue vittime ci sia il sito di Anonymous. Non parliamo più di cyber crime o di gang ransomware che hanno dato il loro supporto alla rispettiva patria, ma di un gruppo di hacker, foreign fighters o cyber warriors o hacktivisti, che operano con azioni di guerriglia cyber con obiettivi ritorsivi, dimostrativi e di minaccia. Il vettore di attacco maggiormente utilizzato sono gli attacchi di Ddos, che hanno l’obiettivo di saturare i servizi e renderli non disponibili. Attacchi che necessitano di una importante rete di computer controllabili da un attaccante. Da considerare un altro aspetto: su questo gruppo non si hanno ancora notizie certe sulla sua origine».
Scorrendo la classifica delle cybergang più attive, al primo posto, con oltre 100 attacchi messi a segno, spicca la russa LockBit, nata nel giugno 2019, «specializzata nel compromettere le reti delle vittime attraverso una varietà di tecniche sofisticate». Al secondo posto, superata da LockBit solo a inizio 2022, troviamo la russa Conti. Con un totale di 180 milioni di dollari di estorsioni dalle sue vittime nel 2021, Conti era considerata la più pericolosa al mondo fino all’inizio del conflitto. Poi, dopo essersi schierata a favore di Vladimir Putin, ha subito a sua volta attacchi con la perdita di importanti documenti riguardanti la sua attività. A marzo ha totalizzato quasi 80 attacchi.
Al terzo posto c’è invece Blackcat, conosciuta anche come Alphv: è una gang ransomware di origine sconosciuta spuntata a metà novembre 2021. Ha lanciato oltre 30 attacchi contraddistinti da metodologie innovative. Dal quarto al quindicesimo posto c’è una varietà di bande organizzate. Ci sono i taiwanesi di AgainstTheWest, impegnati contro organizzazioni cinesi. Poi ecco Blackbyte e Vice society, impegnate nella violazione di obiettivi grandi e piccoli negli Stati Uniti.
Spicca nel gruppo anche la neonata Pandora, attiva da inizio marzo 2022 con un attacco importante al gruppo giapponese Denso, fornitore di Toyota. Karakurt è invece specializzata in attacchi ad aziende di piccole dimensioni in Europa. Quindi ancora, ecco SunCrypt, «la prima gang ad aver introdotto attacchi ransom DDoS come tattica di estorsione». Nella classifica non può non essere citata Lapsus$, caratterizzata «per attacchi ransomware non tradizionali che si limitano al furto di dati e all’estorsione, senza la criptazione dei dati delle vittime». Infine non bisogna sottovalutare Cuba, base in Russia e solita attaccare «i settori finanziario, governativo, sanitario, manifatturiero e informatico».
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Lettera di Helsinki: «Adesione senza indugi». Mosca: «Le basi sono una minaccia». Sul campo gli invasi fan saltare i ponti. La Marina russa avrebbe perso un’altra nave.Allarme dopo gli attacchi ai siti di Senato e Difesa. Un rapporto analizza le 15 bande più attive. Si va dalle filo Putin Killnet e Conti a quelle di dubbia origine come Blackcat.Lo speciale contiene due articoliSvezia e Finlandia sono pronte a entrare nella Nato. La loro candidatura a membri dell’Alleanza atlantica sembra imminente. Soprattutto la Finlandia mostra una certa fretta. Ieri il presidente, Sauli Niinisto, e la premier, Sanna Marin, hanno dichiarato che il Paese deve presentare richiesta di adesione alla Nato «senza indugio». Ma in questi meccanismi una dichiarazione politica non è sufficiente. La forma ha un certo peso specifico. I finlandesi, però, sembrano determinati e fanno sapere che le procedure si chiuderanno in pochi giorni. E, in realtà, incertezze sul via libera del Parlamento finlandese non sembrano essercene. I due politici sembrano muoversi con cautela solo perché sono in attesa di avere al fianco anche la vicina Svezia, dove il Partito socialdemocratico al governo potrebbe esprimersi domenica 15 maggio e il governo, che ha convocato una riunione straordinaria per il giorno seguente, potrebbe già avviare le procedure per formalizzare la richiesta alla Nato. Facendo così una inversione a 360 gradi, visto che, in un primo momento, Stoccolma aveva escluso la possibilità di aderire all’Alleanza atlantica. Era stata proprio la premier, Magdalena Andersson, nel giorno dell’invasione, a ribadirlo, immaginando forse uno scenario differente e un conflitto di breve durata. Da Helsinki, invece, sarà perché condividono con la Russia una lunga fetta di frontiera terrestre, hanno subito espresso la volontà di indossare gli stemmi Nato. Entrambi i Paesi, già all’inizio del conflitto, hanno anche inviato mezzi militari e munizioni a Kiev. Il percorso a quel punto era già tracciato. E ora Svezia e Finlandia premono sull’acceleratore, senza attendere il vertice Nato che si terrà a fine giugno a Madrid. I negoziati con Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Francia per ottenere garanzie di protezione durante la fase di adesione alla Nato sono già in atto da qualche settimana. E dopo un incontro con il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, il ministro degli Esteri svedese, Ann Linde, si è detta «molto sicura» sulle garanzie ottenute dagli Stati Uniti. Ma anche da Boris Johnson, che mercoledì si è recato a Stoccolma e a Helsinki, è stata subito tesa una mano: «Pronti ad aiutarli in caso di attacco», ha garantito il premier. Ora la palla passa ai rappresentanti dei 30 membri dell’Alleanza, che si riuniranno a Bruxelles. Seguirà infine la ratifica dell’adesione da parte di ognuno degli Stati membri. E questo è un processo che potrà richiedere mesi. Anche l’Italia dovrà portare in Parlamento le due richieste d’adesione. Ed è partito un pressing dall’area dem per ratificare al più presto. Com’era facile immaginare, in Russia non l’hanno presa bene. La portavoce del ministro degli Esteri di Mosca, Maria Zakharova, ha chiarito subito che l’adesione delle due nazioni alla Nato avrebbe avuto «gravi conseguenze militari e politiche che richiederebbero al nostro Paese di adottare misure reciproche». Il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev, è stato anche più esplicito: «Riempire l’Ucraina di armi dei Paesi Nato, addestrare le sue truppe all’uso di equipaggiamenti occidentali, schierare mercenari e tenere esercitazioni ai confini aumenta la probabilità di un conflitto aperto e diretto tra Russia e Nato». Poi ha aggiunto: «Un simile conflitto ha il rischio di trasformarsi in una guerra nucleare totale». Non solo, a quanto si apprende la Finlandia sarebbe stata informata che la Russia per ripicca potrebbe tagliare le forniture di gas al Paese a partire da oggi. Sul campo del conflitto, invece, si registra un tentativo fallito dai russi di creare una passaggio per superare il fiume Siverskiy Donets, nell’Ucraina orientale. L’esercito di Kiev ha fatto saltare il ponte, rallentando l’avanzata. A Nordest di Kharkiv la controffensiva delle forze ucraine ha riconquistato alcuni insediamenti e respinto i russi fino a una decina di chilometri dal confine. In questo punto le forze di Mosca si trovano costrette alla difensiva e avranno bisogno di rinforzi per evitare di retrocedere ancora verso la frontiera. Anche nel Mar Nero la Russia sembra in difficoltà: ieri avrebbe perso un’altra nave (la quattrordicesima dall’inizio del conflitto), scrive Canale 24 citando fonti dell’intelligence ucraina. La notizia, però, per tutta la giornata di ieri non è stata confermata da fonti ufficiali dell’esercito di Kiev né da fonti governative. Nel frattempo si è appreso che i residenti di Mariupol deportati a metà aprile sono prigionieri dei russi in un campo nei pressi di Nova Kakhova. Mentre a Kiev l’esercito di Putin avrebbe bloccato le uscite dai passaggi sotterranei dell’acciaieria Azovstal, obiettivo sul quale i russi stanno insistendo parecchio. La resistenza, però, ha fatto sapere che tenterà di tutto pur di contrattaccare. I militari del battaglione Azov restano asserragliati, nonostante i vari tentativi russi di irruzione. Dal fronte aereo, invece, è stato bombardato il centro abitato di Derhachi, nella regione di Kharkiv. Stando all’agenzia nazionale di stampa ucraina Ukrinform, il raid avrebbe causato morti e feriti. Poco dopo si è appreso che da ieri mattina il villaggio di Voevodivka, nella regione di Lugansk, è ormai controllato dai russi. La Cnn ha poi mostrato un video che riprende soldati russi mentre sparano a due civili disarmati alla periferia di Kiev: le vittime sarebbero il titolare di un’autoconcessionaria e il suo guardiano. E per la prima volta un civile è morto anche in Russia, a causa dei bombardamenti transfrontalieri dall’Ucraina: lo ha annunciato il governatore della regione di Belgorod, Vyacheslav Gladkov, secondo quanto riporta la Cnn. 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Nel solo mese di marzo si calcolano 331 obiettivi attaccati in 64 Paesi, con danni considerevoli a strutture digitali e informatiche, esfiltrazione di dati e richieste di riscatto a danno di aziende e infrastrutture. Questo il bottino di guerra delle prime 15 cybergang più attive secondo il rapporto «Gang Ransomware», redatto dal Soc e Threat Intelligence team di Swascan, controllata di Tinexta cyber (Tinexta Group), polo italiano della cybersicurezza. «Il gruppo hacker Killnet potrebbe essere considerato la risposta filorussa agli attacchi cyber subiti fino a oggi dalla stessa Russia», spiega Pierguido Iezzi, Ceo di Swascan. «Non è un caso che tra le sue vittime ci sia il sito di Anonymous. Non parliamo più di cyber crime o di gang ransomware che hanno dato il loro supporto alla rispettiva patria, ma di un gruppo di hacker, foreign fighters o cyber warriors o hacktivisti, che operano con azioni di guerriglia cyber con obiettivi ritorsivi, dimostrativi e di minaccia. Il vettore di attacco maggiormente utilizzato sono gli attacchi di Ddos, che hanno l’obiettivo di saturare i servizi e renderli non disponibili. Attacchi che necessitano di una importante rete di computer controllabili da un attaccante. Da considerare un altro aspetto: su questo gruppo non si hanno ancora notizie certe sulla sua origine». Scorrendo la classifica delle cybergang più attive, al primo posto, con oltre 100 attacchi messi a segno, spicca la russa LockBit, nata nel giugno 2019, «specializzata nel compromettere le reti delle vittime attraverso una varietà di tecniche sofisticate». Al secondo posto, superata da LockBit solo a inizio 2022, troviamo la russa Conti. Con un totale di 180 milioni di dollari di estorsioni dalle sue vittime nel 2021, Conti era considerata la più pericolosa al mondo fino all’inizio del conflitto. Poi, dopo essersi schierata a favore di Vladimir Putin, ha subito a sua volta attacchi con la perdita di importanti documenti riguardanti la sua attività. A marzo ha totalizzato quasi 80 attacchi. Al terzo posto c’è invece Blackcat, conosciuta anche come Alphv: è una gang ransomware di origine sconosciuta spuntata a metà novembre 2021. Ha lanciato oltre 30 attacchi contraddistinti da metodologie innovative. Dal quarto al quindicesimo posto c’è una varietà di bande organizzate. Ci sono i taiwanesi di AgainstTheWest, impegnati contro organizzazioni cinesi. Poi ecco Blackbyte e Vice society, impegnate nella violazione di obiettivi grandi e piccoli negli Stati Uniti. Spicca nel gruppo anche la neonata Pandora, attiva da inizio marzo 2022 con un attacco importante al gruppo giapponese Denso, fornitore di Toyota. Karakurt è invece specializzata in attacchi ad aziende di piccole dimensioni in Europa. Quindi ancora, ecco SunCrypt, «la prima gang ad aver introdotto attacchi ransom DDoS come tattica di estorsione». Nella classifica non può non essere citata Lapsus$, caratterizzata «per attacchi ransomware non tradizionali che si limitano al furto di dati e all’estorsione, senza la criptazione dei dati delle vittime». Infine non bisogna sottovalutare Cuba, base in Russia e solita attaccare «i settori finanziario, governativo, sanitario, manifatturiero e informatico».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 23 giugno con Carlo Cambi
Ansa
Dal vento che soffia in Gran Bretagna tira brutta aria per i partiti tradizionali, tanto per i Labour (dalle cui fila arrivano sia Starmer che Burnham) quanto per i Tories, che hanno «offerto» Sunak, Truss, Johnson, May e proprio quel David Cameron da cui cominciò tutto.
Primo pensiero: la Brexit è stato il più potente esercizio di democrazia dentro lo spazio Ue. E proprio per questo, da allora, nessuno ha mai voluto affrontare la madre delle questioni, ossia la mancanza di legittimazione dal basso dell’Europa. Che invece viene battezzata da banchieri centrali, analisti, uomini d’affari, leader di partito a cui manca il coraggio di affermare il peccato originale europeo. Dicono: «O l’Europa cambia passo e diventa adulta, oppure sarà la fine». Questo fatalismo non è nuovo, anzi è un po’ come la vecchia storiella che i nonni tiravano fuori per spaventare i nipoti, una specie di babau; del resto le generazioni Erasmus sono state tirate su a botte di belle parole: la pace, il superamento dei confini, le opportunità di lavoro… Poi, sul tavolo, è arrivato un conto più salato del preventivo e così qualche giovane ha aperto gli occhi e si è unito ai genitori o ai fratelli più grandi, i quali hanno protestato in piazza a difesa dell’agricoltura vera e non quella di Bill Gates, a difesa della pesca, dell’identità.
Più di dieci anni fa, in Gran Bretagna, un politico fuori dagli schemi di nome Nigel Farage aveva capito che il tappo stava saltando, almeno lì da lui; e ha ingaggiato una battaglia democratica: la richiesta di un referendum, consultivo e non vincolante. L’allora premier (che era appunto David Cameron) accettò la sfida, «istituzionalizzò» il referendum e, dopo la vittoria del Leave, si dimise. Quel che accadde dieci anni fa fu il più grande esercizio di democrazia dentro lo spazio dell’Unione europea. Che di fronte ai due casi precedenti di consultazione referendaria - in Francia e in Olanda, dove i cittadini bocciarono il lascito della Convenzione europea, poi riscritto nel trattato di Lisbona - preferì fare spallucce e tirar dritto. Ecco, siamo ancora lì, alla mancanza di coraggio di chiedere al popolo: cosa vogliamo fare di questa Europa?
Seconda questione, che è figlia della prima: la crisi dei partiti. Siccome la terza questione sarà sul quadro economico e sociale post Brexit, è giusto anticipare quel che le ultime consultazioni elettorali britanniche e i sondaggi stanno facendo emergere: perché un blocco sociale importante si sta muovendo dai contenitori storici verso contenitori nuovi e radicali, qualcuno anche estremista? Semplice, perché Farage resta il campione assoluto nell’intercettare le emergenze: sicurezza, immigrazione, lavoro. Era lo stesso paradigma del Maga trumpiano prima che Donald lo tradisse. Quindi Farage con il suo Reform Uk pesca a destra come a sinistra, lasciando qualcosa alla sua sinistra (ai Verdi) e alla sua destra (Advance Uk e Restore Britain, i quali hanno l’appoggio esplicito di Musk). Farage resta l’interprete di ciò che i sostenitori del Leave volevano allora e che a Downing Street, nei dieci anni successivi, non hanno saputo fare ma solo abbozzare. Il prossimo premier Burnham - che ha battuto alle suppletive un esponente del Reform Uk - riuscirà a fermare Mr. Brexit?
Arriviamo così al terzo e quarto punto: com’è la situazione oggi e se si facesse un referendum cosa voterebbero gli inglesi? Cominciamo da qui. Nessun politico oggi si sognerebbe di affermare: «Voglio un referendum per ritornare nella Ue»; se lo facesse perderebbe immediatamente voti. I britannici non sono soddisfatti della Brexit ma non vogliono ritornare nella Ue, ecco perché nessun politico metterebbe la faccia su un rientro.
Chiudiamo allora con la situazione lasciata dalla Brexit. Uno studio firmato da economisti della Banca d’Inghilterra e da Nick Bloom della Stanford University stima che la Brexit abbia sottratto circa il 6% alla crescita economica britannica nell’ultimo decennio rispetto a uno scenario in cui Londra fosse rimasta nell’Unione europea. L’Ufficio per la responsabilità del bilancio (Obr) fissa la perdita a lungo termine al 4% del Pil; Goldman Sachs e il National bureau of economic research arrivano fino all’8%. In termini assoluti, si parla di circa 125 miliardi di sterline di Pil annuale bruciati, e di quasi 50 miliardi di mancate entrate fiscali.
Verdetto sancito dunque? No, perché gli stessi studi parlano di luci e ombre: ridurre tutto alla Brexit sarebbe intellettualmente disonesto. La pandemia ha devastato tutte le economie avanzate. La guerra in Ucraina ha fatto esplodere i prezzi energetici e alimentari su scala continentale. La Germania ha vissuto una recessione più lunga e profonda di quella britannica. La Francia ristagna. Il confronto con i partner europei, dunque, mostra che il Regno Unito ha sofferto di problemi in larga parte condivisi - con la differenza cruciale che la Brexit ha operato come variante autoctona, quasi da punire a scopo esemplificativo.
Brexit non ha di per sé scassato i conti o fatto sprofondare la Gran Bretagna nella crisi e lo dimostra la crisi delle sue stesse istituzioni e dei suoi partiti storici (quasi un logoramento): ha funzionato come grande prova di democrazia, ma non ha sbloccato le cause di malcontento. Una lezione che vale per tutti.
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