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2022-05-13
La Finlandia si offre alla Nato. Il Cremlino taglia il gas e avverte: «Rischio atomico»
Sanna Marin (Ansa)
Svezia e Finlandia sono pronte a entrare nella Nato. La loro candidatura a membri dell’Alleanza atlantica sembra imminente. Soprattutto la Finlandia mostra una certa fretta. Ieri il presidente, Sauli Niinisto, e la premier, Sanna Marin, hanno dichiarato che il Paese deve presentare richiesta di adesione alla Nato «senza indugio». Ma in questi meccanismi una dichiarazione politica non è sufficiente. La forma ha un certo peso specifico. I finlandesi, però, sembrano determinati e fanno sapere che le procedure si chiuderanno in pochi giorni.
E, in realtà, incertezze sul via libera del Parlamento finlandese non sembrano essercene. I due politici sembrano muoversi con cautela solo perché sono in attesa di avere al fianco anche la vicina Svezia, dove il Partito socialdemocratico al governo potrebbe esprimersi domenica 15 maggio e il governo, che ha convocato una riunione straordinaria per il giorno seguente, potrebbe già avviare le procedure per formalizzare la richiesta alla Nato. Facendo così una inversione a 360 gradi, visto che, in un primo momento, Stoccolma aveva escluso la possibilità di aderire all’Alleanza atlantica. Era stata proprio la premier, Magdalena Andersson, nel giorno dell’invasione, a ribadirlo, immaginando forse uno scenario differente e un conflitto di breve durata. Da Helsinki, invece, sarà perché condividono con la Russia una lunga fetta di frontiera terrestre, hanno subito espresso la volontà di indossare gli stemmi Nato. Entrambi i Paesi, già all’inizio del conflitto, hanno anche inviato mezzi militari e munizioni a Kiev. Il percorso a quel punto era già tracciato. E ora Svezia e Finlandia premono sull’acceleratore, senza attendere il vertice Nato che si terrà a fine giugno a Madrid.
I negoziati con Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Francia per ottenere garanzie di protezione durante la fase di adesione alla Nato sono già in atto da qualche settimana. E dopo un incontro con il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, il ministro degli Esteri svedese, Ann Linde, si è detta «molto sicura» sulle garanzie ottenute dagli Stati Uniti. Ma anche da Boris Johnson, che mercoledì si è recato a Stoccolma e a Helsinki, è stata subito tesa una mano: «Pronti ad aiutarli in caso di attacco», ha garantito il premier. Ora la palla passa ai rappresentanti dei 30 membri dell’Alleanza, che si riuniranno a Bruxelles. Seguirà infine la ratifica dell’adesione da parte di ognuno degli Stati membri. E questo è un processo che potrà richiedere mesi. Anche l’Italia dovrà portare in Parlamento le due richieste d’adesione. Ed è partito un pressing dall’area dem per ratificare al più presto.
Com’era facile immaginare, in Russia non l’hanno presa bene. La portavoce del ministro degli Esteri di Mosca, Maria Zakharova, ha chiarito subito che l’adesione delle due nazioni alla Nato avrebbe avuto «gravi conseguenze militari e politiche che richiederebbero al nostro Paese di adottare misure reciproche». Il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev, è stato anche più esplicito: «Riempire l’Ucraina di armi dei Paesi Nato, addestrare le sue truppe all’uso di equipaggiamenti occidentali, schierare mercenari e tenere esercitazioni ai confini aumenta la probabilità di un conflitto aperto e diretto tra Russia e Nato». Poi ha aggiunto: «Un simile conflitto ha il rischio di trasformarsi in una guerra nucleare totale». Non solo, a quanto si apprende la Finlandia sarebbe stata informata che la Russia per ripicca potrebbe tagliare le forniture di gas al Paese a partire da oggi.
Sul campo del conflitto, invece, si registra un tentativo fallito dai russi di creare una passaggio per superare il fiume Siverskiy Donets, nell’Ucraina orientale. L’esercito di Kiev ha fatto saltare il ponte, rallentando l’avanzata. A Nordest di Kharkiv la controffensiva delle forze ucraine ha riconquistato alcuni insediamenti e respinto i russi fino a una decina di chilometri dal confine. In questo punto le forze di Mosca si trovano costrette alla difensiva e avranno bisogno di rinforzi per evitare di retrocedere ancora verso la frontiera.
Anche nel Mar Nero la Russia sembra in difficoltà: ieri avrebbe perso un’altra nave (la quattrordicesima dall’inizio del conflitto), scrive Canale 24 citando fonti dell’intelligence ucraina. La notizia, però, per tutta la giornata di ieri non è stata confermata da fonti ufficiali dell’esercito di Kiev né da fonti governative. Nel frattempo si è appreso che i residenti di Mariupol deportati a metà aprile sono prigionieri dei russi in un campo nei pressi di Nova Kakhova. Mentre a Kiev l’esercito di Putin avrebbe bloccato le uscite dai passaggi sotterranei dell’acciaieria Azovstal, obiettivo sul quale i russi stanno insistendo parecchio. La resistenza, però, ha fatto sapere che tenterà di tutto pur di contrattaccare. I militari del battaglione Azov restano asserragliati, nonostante i vari tentativi russi di irruzione. Dal fronte aereo, invece, è stato bombardato il centro abitato di Derhachi, nella regione di Kharkiv. Stando all’agenzia nazionale di stampa ucraina Ukrinform, il raid avrebbe causato morti e feriti. Poco dopo si è appreso che da ieri mattina il villaggio di Voevodivka, nella regione di Lugansk, è ormai controllato dai russi.
La Cnn ha poi mostrato un video che riprende soldati russi mentre sparano a due civili disarmati alla periferia di Kiev: le vittime sarebbero il titolare di un’autoconcessionaria e il suo guardiano. E per la prima volta un civile è morto anche in Russia, a causa dei bombardamenti transfrontalieri dall’Ucraina: lo ha annunciato il governatore della regione di Belgorod, Vyacheslav Gladkov, secondo quanto riporta la Cnn. Il villaggio colpito è Solokhi e si trova a dieci chilometri dal confine.
L’Italia scopre la guerra «virtuale»
È allarme cybergang in Italia dopo i recenti attacchi a siti istituzionali, come quelli di Senato e Difesa. Bande criminali organizzate nel cyberspazio iniziano a espandere i loro confini. E da un anno e mezzo, in contemporanea con l’emergenza Covid e la guerra tra Russia e Ucraina, hanno incrementato la loro attività. Nel solo mese di marzo si calcolano 331 obiettivi attaccati in 64 Paesi, con danni considerevoli a strutture digitali e informatiche, esfiltrazione di dati e richieste di riscatto a danno di aziende e infrastrutture.
Questo il bottino di guerra delle prime 15 cybergang più attive secondo il rapporto «Gang Ransomware», redatto dal Soc e Threat Intelligence team di Swascan, controllata di Tinexta cyber (Tinexta Group), polo italiano della cybersicurezza. «Il gruppo hacker Killnet potrebbe essere considerato la risposta filorussa agli attacchi cyber subiti fino a oggi dalla stessa Russia», spiega Pierguido Iezzi, Ceo di Swascan. «Non è un caso che tra le sue vittime ci sia il sito di Anonymous. Non parliamo più di cyber crime o di gang ransomware che hanno dato il loro supporto alla rispettiva patria, ma di un gruppo di hacker, foreign fighters o cyber warriors o hacktivisti, che operano con azioni di guerriglia cyber con obiettivi ritorsivi, dimostrativi e di minaccia. Il vettore di attacco maggiormente utilizzato sono gli attacchi di Ddos, che hanno l’obiettivo di saturare i servizi e renderli non disponibili. Attacchi che necessitano di una importante rete di computer controllabili da un attaccante. Da considerare un altro aspetto: su questo gruppo non si hanno ancora notizie certe sulla sua origine».
Scorrendo la classifica delle cybergang più attive, al primo posto, con oltre 100 attacchi messi a segno, spicca la russa LockBit, nata nel giugno 2019, «specializzata nel compromettere le reti delle vittime attraverso una varietà di tecniche sofisticate». Al secondo posto, superata da LockBit solo a inizio 2022, troviamo la russa Conti. Con un totale di 180 milioni di dollari di estorsioni dalle sue vittime nel 2021, Conti era considerata la più pericolosa al mondo fino all’inizio del conflitto. Poi, dopo essersi schierata a favore di Vladimir Putin, ha subito a sua volta attacchi con la perdita di importanti documenti riguardanti la sua attività. A marzo ha totalizzato quasi 80 attacchi.
Al terzo posto c’è invece Blackcat, conosciuta anche come Alphv: è una gang ransomware di origine sconosciuta spuntata a metà novembre 2021. Ha lanciato oltre 30 attacchi contraddistinti da metodologie innovative. Dal quarto al quindicesimo posto c’è una varietà di bande organizzate. Ci sono i taiwanesi di AgainstTheWest, impegnati contro organizzazioni cinesi. Poi ecco Blackbyte e Vice society, impegnate nella violazione di obiettivi grandi e piccoli negli Stati Uniti.
Spicca nel gruppo anche la neonata Pandora, attiva da inizio marzo 2022 con un attacco importante al gruppo giapponese Denso, fornitore di Toyota. Karakurt è invece specializzata in attacchi ad aziende di piccole dimensioni in Europa. Quindi ancora, ecco SunCrypt, «la prima gang ad aver introdotto attacchi ransom DDoS come tattica di estorsione». Nella classifica non può non essere citata Lapsus$, caratterizzata «per attacchi ransomware non tradizionali che si limitano al furto di dati e all’estorsione, senza la criptazione dei dati delle vittime». Infine non bisogna sottovalutare Cuba, base in Russia e solita attaccare «i settori finanziario, governativo, sanitario, manifatturiero e informatico».
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Lettera di Helsinki: «Adesione senza indugi». Mosca: «Le basi sono una minaccia». Sul campo gli invasi fan saltare i ponti. La Marina russa avrebbe perso un’altra nave.Allarme dopo gli attacchi ai siti di Senato e Difesa. Un rapporto analizza le 15 bande più attive. Si va dalle filo Putin Killnet e Conti a quelle di dubbia origine come Blackcat.Lo speciale contiene due articoliSvezia e Finlandia sono pronte a entrare nella Nato. La loro candidatura a membri dell’Alleanza atlantica sembra imminente. Soprattutto la Finlandia mostra una certa fretta. Ieri il presidente, Sauli Niinisto, e la premier, Sanna Marin, hanno dichiarato che il Paese deve presentare richiesta di adesione alla Nato «senza indugio». Ma in questi meccanismi una dichiarazione politica non è sufficiente. La forma ha un certo peso specifico. I finlandesi, però, sembrano determinati e fanno sapere che le procedure si chiuderanno in pochi giorni. E, in realtà, incertezze sul via libera del Parlamento finlandese non sembrano essercene. I due politici sembrano muoversi con cautela solo perché sono in attesa di avere al fianco anche la vicina Svezia, dove il Partito socialdemocratico al governo potrebbe esprimersi domenica 15 maggio e il governo, che ha convocato una riunione straordinaria per il giorno seguente, potrebbe già avviare le procedure per formalizzare la richiesta alla Nato. Facendo così una inversione a 360 gradi, visto che, in un primo momento, Stoccolma aveva escluso la possibilità di aderire all’Alleanza atlantica. Era stata proprio la premier, Magdalena Andersson, nel giorno dell’invasione, a ribadirlo, immaginando forse uno scenario differente e un conflitto di breve durata. Da Helsinki, invece, sarà perché condividono con la Russia una lunga fetta di frontiera terrestre, hanno subito espresso la volontà di indossare gli stemmi Nato. Entrambi i Paesi, già all’inizio del conflitto, hanno anche inviato mezzi militari e munizioni a Kiev. Il percorso a quel punto era già tracciato. E ora Svezia e Finlandia premono sull’acceleratore, senza attendere il vertice Nato che si terrà a fine giugno a Madrid. I negoziati con Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Francia per ottenere garanzie di protezione durante la fase di adesione alla Nato sono già in atto da qualche settimana. E dopo un incontro con il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, il ministro degli Esteri svedese, Ann Linde, si è detta «molto sicura» sulle garanzie ottenute dagli Stati Uniti. Ma anche da Boris Johnson, che mercoledì si è recato a Stoccolma e a Helsinki, è stata subito tesa una mano: «Pronti ad aiutarli in caso di attacco», ha garantito il premier. Ora la palla passa ai rappresentanti dei 30 membri dell’Alleanza, che si riuniranno a Bruxelles. Seguirà infine la ratifica dell’adesione da parte di ognuno degli Stati membri. E questo è un processo che potrà richiedere mesi. Anche l’Italia dovrà portare in Parlamento le due richieste d’adesione. Ed è partito un pressing dall’area dem per ratificare al più presto. Com’era facile immaginare, in Russia non l’hanno presa bene. La portavoce del ministro degli Esteri di Mosca, Maria Zakharova, ha chiarito subito che l’adesione delle due nazioni alla Nato avrebbe avuto «gravi conseguenze militari e politiche che richiederebbero al nostro Paese di adottare misure reciproche». Il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev, è stato anche più esplicito: «Riempire l’Ucraina di armi dei Paesi Nato, addestrare le sue truppe all’uso di equipaggiamenti occidentali, schierare mercenari e tenere esercitazioni ai confini aumenta la probabilità di un conflitto aperto e diretto tra Russia e Nato». Poi ha aggiunto: «Un simile conflitto ha il rischio di trasformarsi in una guerra nucleare totale». Non solo, a quanto si apprende la Finlandia sarebbe stata informata che la Russia per ripicca potrebbe tagliare le forniture di gas al Paese a partire da oggi. Sul campo del conflitto, invece, si registra un tentativo fallito dai russi di creare una passaggio per superare il fiume Siverskiy Donets, nell’Ucraina orientale. L’esercito di Kiev ha fatto saltare il ponte, rallentando l’avanzata. A Nordest di Kharkiv la controffensiva delle forze ucraine ha riconquistato alcuni insediamenti e respinto i russi fino a una decina di chilometri dal confine. In questo punto le forze di Mosca si trovano costrette alla difensiva e avranno bisogno di rinforzi per evitare di retrocedere ancora verso la frontiera. Anche nel Mar Nero la Russia sembra in difficoltà: ieri avrebbe perso un’altra nave (la quattrordicesima dall’inizio del conflitto), scrive Canale 24 citando fonti dell’intelligence ucraina. La notizia, però, per tutta la giornata di ieri non è stata confermata da fonti ufficiali dell’esercito di Kiev né da fonti governative. Nel frattempo si è appreso che i residenti di Mariupol deportati a metà aprile sono prigionieri dei russi in un campo nei pressi di Nova Kakhova. Mentre a Kiev l’esercito di Putin avrebbe bloccato le uscite dai passaggi sotterranei dell’acciaieria Azovstal, obiettivo sul quale i russi stanno insistendo parecchio. La resistenza, però, ha fatto sapere che tenterà di tutto pur di contrattaccare. I militari del battaglione Azov restano asserragliati, nonostante i vari tentativi russi di irruzione. Dal fronte aereo, invece, è stato bombardato il centro abitato di Derhachi, nella regione di Kharkiv. Stando all’agenzia nazionale di stampa ucraina Ukrinform, il raid avrebbe causato morti e feriti. Poco dopo si è appreso che da ieri mattina il villaggio di Voevodivka, nella regione di Lugansk, è ormai controllato dai russi. La Cnn ha poi mostrato un video che riprende soldati russi mentre sparano a due civili disarmati alla periferia di Kiev: le vittime sarebbero il titolare di un’autoconcessionaria e il suo guardiano. E per la prima volta un civile è morto anche in Russia, a causa dei bombardamenti transfrontalieri dall’Ucraina: lo ha annunciato il governatore della regione di Belgorod, Vyacheslav Gladkov, secondo quanto riporta la Cnn. 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Nel solo mese di marzo si calcolano 331 obiettivi attaccati in 64 Paesi, con danni considerevoli a strutture digitali e informatiche, esfiltrazione di dati e richieste di riscatto a danno di aziende e infrastrutture. Questo il bottino di guerra delle prime 15 cybergang più attive secondo il rapporto «Gang Ransomware», redatto dal Soc e Threat Intelligence team di Swascan, controllata di Tinexta cyber (Tinexta Group), polo italiano della cybersicurezza. «Il gruppo hacker Killnet potrebbe essere considerato la risposta filorussa agli attacchi cyber subiti fino a oggi dalla stessa Russia», spiega Pierguido Iezzi, Ceo di Swascan. «Non è un caso che tra le sue vittime ci sia il sito di Anonymous. Non parliamo più di cyber crime o di gang ransomware che hanno dato il loro supporto alla rispettiva patria, ma di un gruppo di hacker, foreign fighters o cyber warriors o hacktivisti, che operano con azioni di guerriglia cyber con obiettivi ritorsivi, dimostrativi e di minaccia. Il vettore di attacco maggiormente utilizzato sono gli attacchi di Ddos, che hanno l’obiettivo di saturare i servizi e renderli non disponibili. Attacchi che necessitano di una importante rete di computer controllabili da un attaccante. Da considerare un altro aspetto: su questo gruppo non si hanno ancora notizie certe sulla sua origine». Scorrendo la classifica delle cybergang più attive, al primo posto, con oltre 100 attacchi messi a segno, spicca la russa LockBit, nata nel giugno 2019, «specializzata nel compromettere le reti delle vittime attraverso una varietà di tecniche sofisticate». Al secondo posto, superata da LockBit solo a inizio 2022, troviamo la russa Conti. Con un totale di 180 milioni di dollari di estorsioni dalle sue vittime nel 2021, Conti era considerata la più pericolosa al mondo fino all’inizio del conflitto. Poi, dopo essersi schierata a favore di Vladimir Putin, ha subito a sua volta attacchi con la perdita di importanti documenti riguardanti la sua attività. A marzo ha totalizzato quasi 80 attacchi. Al terzo posto c’è invece Blackcat, conosciuta anche come Alphv: è una gang ransomware di origine sconosciuta spuntata a metà novembre 2021. Ha lanciato oltre 30 attacchi contraddistinti da metodologie innovative. Dal quarto al quindicesimo posto c’è una varietà di bande organizzate. Ci sono i taiwanesi di AgainstTheWest, impegnati contro organizzazioni cinesi. Poi ecco Blackbyte e Vice society, impegnate nella violazione di obiettivi grandi e piccoli negli Stati Uniti. Spicca nel gruppo anche la neonata Pandora, attiva da inizio marzo 2022 con un attacco importante al gruppo giapponese Denso, fornitore di Toyota. Karakurt è invece specializzata in attacchi ad aziende di piccole dimensioni in Europa. Quindi ancora, ecco SunCrypt, «la prima gang ad aver introdotto attacchi ransom DDoS come tattica di estorsione». Nella classifica non può non essere citata Lapsus$, caratterizzata «per attacchi ransomware non tradizionali che si limitano al furto di dati e all’estorsione, senza la criptazione dei dati delle vittime». Infine non bisogna sottovalutare Cuba, base in Russia e solita attaccare «i settori finanziario, governativo, sanitario, manifatturiero e informatico».
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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«Non è un investimento per i deboli di cuore», avverte il fondo Canaima, prevedendo che per districare il pantano politico ed economico serviranno anni. Nel resto dell’America Latina, tra reazioni politiche e minacce tariffarie, i listini continuano a macinare.
«La cattura di Maduro ha una valenza geopolitica ed economica profonda, ma questa “invasione di campo” preoccupa i vicini», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Messico, Colombia e Brasile hanno reagito con durezza, parlando di linee inaccettabili superate. Eppure, nonostante le minacce di Trump e i dazi pesantissimi, i mercati azionari dell’area nell’ultimo anno e anche nelle ultime sedute hanno messo a segno performance positive quasi da record».
D’altronde, «il Messico non è più solo una meta turistica o un fornitore di materie prime, ma è diventato l’hub manifatturiero vitale per l’industria americana», continua Gaziano. «Grazie alla vicinanza geografica e ai vantaggi logistici dell’accordo Usmca, l’85% dell’export messicano resta immune dai dazi. Questo spiega la crescita esplosiva di titoli come Cemex (+83%) o dei gruppi aeroportuali (Gap e Oma): ogni nuova fabbrica costruita per servire il mercato Usa genera un indotto infrastrutturale che la borsa sta premiando con multipli generosi».
Anche il Brasile se la passa bene. Le esportazioni sono ai massimi e il mercato azionario rimane secondo molti analisti attraente: l’indice Msci Brazil è scambiato a circa 10 volte gli utili futuri, con un rendimento da dividendi che sfiora il 6%. E i dazi hanno finora avuto un impatto limitato perché il Paese ha saputo diversificare, esportando record di soia verso la Cina.
Del resto, il ciclo dei tassi di interesse in Brasile sembra aver raggiunto il suo apice al 15%, e questo lascia spazio a un potenziale allentamento monetario che favorirebbe ulteriormente le valutazioni azionarie. Il mercato sembra aver trovato un accordo con Lula, preferendo la stabilità della riforma fiscale alle incertezze di uno scontro frontale con Washington.
Il Sud America nonostante tutto rappresenta per molti analisti un’opportunità tattica tra le più interessanti dei mercati emergenti seppur rischiosa per i rischi politici e geopolitici. La scommessa degli investitori è chiara: la regione è diventata troppo cruciale per le filiere globali. Dal petrolio al cemento passando per l’acciaio, stiamo parlando di mercati interessanti per le economie più sviluppate, sempre più bisognose di materie prime necessarie per supportate la digitalizzazione e, più in generale, lo sviluppo delle nuove infrastrutture tecnologiche.
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