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2022-05-13
La Finlandia si offre alla Nato. Il Cremlino taglia il gas e avverte: «Rischio atomico»
Sanna Marin (Ansa)
Svezia e Finlandia sono pronte a entrare nella Nato. La loro candidatura a membri dell’Alleanza atlantica sembra imminente. Soprattutto la Finlandia mostra una certa fretta. Ieri il presidente, Sauli Niinisto, e la premier, Sanna Marin, hanno dichiarato che il Paese deve presentare richiesta di adesione alla Nato «senza indugio». Ma in questi meccanismi una dichiarazione politica non è sufficiente. La forma ha un certo peso specifico. I finlandesi, però, sembrano determinati e fanno sapere che le procedure si chiuderanno in pochi giorni.
E, in realtà, incertezze sul via libera del Parlamento finlandese non sembrano essercene. I due politici sembrano muoversi con cautela solo perché sono in attesa di avere al fianco anche la vicina Svezia, dove il Partito socialdemocratico al governo potrebbe esprimersi domenica 15 maggio e il governo, che ha convocato una riunione straordinaria per il giorno seguente, potrebbe già avviare le procedure per formalizzare la richiesta alla Nato. Facendo così una inversione a 360 gradi, visto che, in un primo momento, Stoccolma aveva escluso la possibilità di aderire all’Alleanza atlantica. Era stata proprio la premier, Magdalena Andersson, nel giorno dell’invasione, a ribadirlo, immaginando forse uno scenario differente e un conflitto di breve durata. Da Helsinki, invece, sarà perché condividono con la Russia una lunga fetta di frontiera terrestre, hanno subito espresso la volontà di indossare gli stemmi Nato. Entrambi i Paesi, già all’inizio del conflitto, hanno anche inviato mezzi militari e munizioni a Kiev. Il percorso a quel punto era già tracciato. E ora Svezia e Finlandia premono sull’acceleratore, senza attendere il vertice Nato che si terrà a fine giugno a Madrid.
I negoziati con Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Francia per ottenere garanzie di protezione durante la fase di adesione alla Nato sono già in atto da qualche settimana. E dopo un incontro con il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, il ministro degli Esteri svedese, Ann Linde, si è detta «molto sicura» sulle garanzie ottenute dagli Stati Uniti. Ma anche da Boris Johnson, che mercoledì si è recato a Stoccolma e a Helsinki, è stata subito tesa una mano: «Pronti ad aiutarli in caso di attacco», ha garantito il premier. Ora la palla passa ai rappresentanti dei 30 membri dell’Alleanza, che si riuniranno a Bruxelles. Seguirà infine la ratifica dell’adesione da parte di ognuno degli Stati membri. E questo è un processo che potrà richiedere mesi. Anche l’Italia dovrà portare in Parlamento le due richieste d’adesione. Ed è partito un pressing dall’area dem per ratificare al più presto.
Com’era facile immaginare, in Russia non l’hanno presa bene. La portavoce del ministro degli Esteri di Mosca, Maria Zakharova, ha chiarito subito che l’adesione delle due nazioni alla Nato avrebbe avuto «gravi conseguenze militari e politiche che richiederebbero al nostro Paese di adottare misure reciproche». Il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev, è stato anche più esplicito: «Riempire l’Ucraina di armi dei Paesi Nato, addestrare le sue truppe all’uso di equipaggiamenti occidentali, schierare mercenari e tenere esercitazioni ai confini aumenta la probabilità di un conflitto aperto e diretto tra Russia e Nato». Poi ha aggiunto: «Un simile conflitto ha il rischio di trasformarsi in una guerra nucleare totale». Non solo, a quanto si apprende la Finlandia sarebbe stata informata che la Russia per ripicca potrebbe tagliare le forniture di gas al Paese a partire da oggi.
Sul campo del conflitto, invece, si registra un tentativo fallito dai russi di creare una passaggio per superare il fiume Siverskiy Donets, nell’Ucraina orientale. L’esercito di Kiev ha fatto saltare il ponte, rallentando l’avanzata. A Nordest di Kharkiv la controffensiva delle forze ucraine ha riconquistato alcuni insediamenti e respinto i russi fino a una decina di chilometri dal confine. In questo punto le forze di Mosca si trovano costrette alla difensiva e avranno bisogno di rinforzi per evitare di retrocedere ancora verso la frontiera.
Anche nel Mar Nero la Russia sembra in difficoltà: ieri avrebbe perso un’altra nave (la quattrordicesima dall’inizio del conflitto), scrive Canale 24 citando fonti dell’intelligence ucraina. La notizia, però, per tutta la giornata di ieri non è stata confermata da fonti ufficiali dell’esercito di Kiev né da fonti governative. Nel frattempo si è appreso che i residenti di Mariupol deportati a metà aprile sono prigionieri dei russi in un campo nei pressi di Nova Kakhova. Mentre a Kiev l’esercito di Putin avrebbe bloccato le uscite dai passaggi sotterranei dell’acciaieria Azovstal, obiettivo sul quale i russi stanno insistendo parecchio. La resistenza, però, ha fatto sapere che tenterà di tutto pur di contrattaccare. I militari del battaglione Azov restano asserragliati, nonostante i vari tentativi russi di irruzione. Dal fronte aereo, invece, è stato bombardato il centro abitato di Derhachi, nella regione di Kharkiv. Stando all’agenzia nazionale di stampa ucraina Ukrinform, il raid avrebbe causato morti e feriti. Poco dopo si è appreso che da ieri mattina il villaggio di Voevodivka, nella regione di Lugansk, è ormai controllato dai russi.
La Cnn ha poi mostrato un video che riprende soldati russi mentre sparano a due civili disarmati alla periferia di Kiev: le vittime sarebbero il titolare di un’autoconcessionaria e il suo guardiano. E per la prima volta un civile è morto anche in Russia, a causa dei bombardamenti transfrontalieri dall’Ucraina: lo ha annunciato il governatore della regione di Belgorod, Vyacheslav Gladkov, secondo quanto riporta la Cnn. Il villaggio colpito è Solokhi e si trova a dieci chilometri dal confine.
L’Italia scopre la guerra «virtuale»
È allarme cybergang in Italia dopo i recenti attacchi a siti istituzionali, come quelli di Senato e Difesa. Bande criminali organizzate nel cyberspazio iniziano a espandere i loro confini. E da un anno e mezzo, in contemporanea con l’emergenza Covid e la guerra tra Russia e Ucraina, hanno incrementato la loro attività. Nel solo mese di marzo si calcolano 331 obiettivi attaccati in 64 Paesi, con danni considerevoli a strutture digitali e informatiche, esfiltrazione di dati e richieste di riscatto a danno di aziende e infrastrutture.
Questo il bottino di guerra delle prime 15 cybergang più attive secondo il rapporto «Gang Ransomware», redatto dal Soc e Threat Intelligence team di Swascan, controllata di Tinexta cyber (Tinexta Group), polo italiano della cybersicurezza. «Il gruppo hacker Killnet potrebbe essere considerato la risposta filorussa agli attacchi cyber subiti fino a oggi dalla stessa Russia», spiega Pierguido Iezzi, Ceo di Swascan. «Non è un caso che tra le sue vittime ci sia il sito di Anonymous. Non parliamo più di cyber crime o di gang ransomware che hanno dato il loro supporto alla rispettiva patria, ma di un gruppo di hacker, foreign fighters o cyber warriors o hacktivisti, che operano con azioni di guerriglia cyber con obiettivi ritorsivi, dimostrativi e di minaccia. Il vettore di attacco maggiormente utilizzato sono gli attacchi di Ddos, che hanno l’obiettivo di saturare i servizi e renderli non disponibili. Attacchi che necessitano di una importante rete di computer controllabili da un attaccante. Da considerare un altro aspetto: su questo gruppo non si hanno ancora notizie certe sulla sua origine».
Scorrendo la classifica delle cybergang più attive, al primo posto, con oltre 100 attacchi messi a segno, spicca la russa LockBit, nata nel giugno 2019, «specializzata nel compromettere le reti delle vittime attraverso una varietà di tecniche sofisticate». Al secondo posto, superata da LockBit solo a inizio 2022, troviamo la russa Conti. Con un totale di 180 milioni di dollari di estorsioni dalle sue vittime nel 2021, Conti era considerata la più pericolosa al mondo fino all’inizio del conflitto. Poi, dopo essersi schierata a favore di Vladimir Putin, ha subito a sua volta attacchi con la perdita di importanti documenti riguardanti la sua attività. A marzo ha totalizzato quasi 80 attacchi.
Al terzo posto c’è invece Blackcat, conosciuta anche come Alphv: è una gang ransomware di origine sconosciuta spuntata a metà novembre 2021. Ha lanciato oltre 30 attacchi contraddistinti da metodologie innovative. Dal quarto al quindicesimo posto c’è una varietà di bande organizzate. Ci sono i taiwanesi di AgainstTheWest, impegnati contro organizzazioni cinesi. Poi ecco Blackbyte e Vice society, impegnate nella violazione di obiettivi grandi e piccoli negli Stati Uniti.
Spicca nel gruppo anche la neonata Pandora, attiva da inizio marzo 2022 con un attacco importante al gruppo giapponese Denso, fornitore di Toyota. Karakurt è invece specializzata in attacchi ad aziende di piccole dimensioni in Europa. Quindi ancora, ecco SunCrypt, «la prima gang ad aver introdotto attacchi ransom DDoS come tattica di estorsione». Nella classifica non può non essere citata Lapsus$, caratterizzata «per attacchi ransomware non tradizionali che si limitano al furto di dati e all’estorsione, senza la criptazione dei dati delle vittime». Infine non bisogna sottovalutare Cuba, base in Russia e solita attaccare «i settori finanziario, governativo, sanitario, manifatturiero e informatico».
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Lettera di Helsinki: «Adesione senza indugi». Mosca: «Le basi sono una minaccia». Sul campo gli invasi fan saltare i ponti. La Marina russa avrebbe perso un’altra nave.Allarme dopo gli attacchi ai siti di Senato e Difesa. Un rapporto analizza le 15 bande più attive. Si va dalle filo Putin Killnet e Conti a quelle di dubbia origine come Blackcat.Lo speciale contiene due articoliSvezia e Finlandia sono pronte a entrare nella Nato. La loro candidatura a membri dell’Alleanza atlantica sembra imminente. Soprattutto la Finlandia mostra una certa fretta. Ieri il presidente, Sauli Niinisto, e la premier, Sanna Marin, hanno dichiarato che il Paese deve presentare richiesta di adesione alla Nato «senza indugio». Ma in questi meccanismi una dichiarazione politica non è sufficiente. La forma ha un certo peso specifico. I finlandesi, però, sembrano determinati e fanno sapere che le procedure si chiuderanno in pochi giorni. E, in realtà, incertezze sul via libera del Parlamento finlandese non sembrano essercene. I due politici sembrano muoversi con cautela solo perché sono in attesa di avere al fianco anche la vicina Svezia, dove il Partito socialdemocratico al governo potrebbe esprimersi domenica 15 maggio e il governo, che ha convocato una riunione straordinaria per il giorno seguente, potrebbe già avviare le procedure per formalizzare la richiesta alla Nato. Facendo così una inversione a 360 gradi, visto che, in un primo momento, Stoccolma aveva escluso la possibilità di aderire all’Alleanza atlantica. Era stata proprio la premier, Magdalena Andersson, nel giorno dell’invasione, a ribadirlo, immaginando forse uno scenario differente e un conflitto di breve durata. Da Helsinki, invece, sarà perché condividono con la Russia una lunga fetta di frontiera terrestre, hanno subito espresso la volontà di indossare gli stemmi Nato. Entrambi i Paesi, già all’inizio del conflitto, hanno anche inviato mezzi militari e munizioni a Kiev. Il percorso a quel punto era già tracciato. E ora Svezia e Finlandia premono sull’acceleratore, senza attendere il vertice Nato che si terrà a fine giugno a Madrid. I negoziati con Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Francia per ottenere garanzie di protezione durante la fase di adesione alla Nato sono già in atto da qualche settimana. E dopo un incontro con il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, il ministro degli Esteri svedese, Ann Linde, si è detta «molto sicura» sulle garanzie ottenute dagli Stati Uniti. Ma anche da Boris Johnson, che mercoledì si è recato a Stoccolma e a Helsinki, è stata subito tesa una mano: «Pronti ad aiutarli in caso di attacco», ha garantito il premier. Ora la palla passa ai rappresentanti dei 30 membri dell’Alleanza, che si riuniranno a Bruxelles. Seguirà infine la ratifica dell’adesione da parte di ognuno degli Stati membri. E questo è un processo che potrà richiedere mesi. Anche l’Italia dovrà portare in Parlamento le due richieste d’adesione. Ed è partito un pressing dall’area dem per ratificare al più presto. Com’era facile immaginare, in Russia non l’hanno presa bene. La portavoce del ministro degli Esteri di Mosca, Maria Zakharova, ha chiarito subito che l’adesione delle due nazioni alla Nato avrebbe avuto «gravi conseguenze militari e politiche che richiederebbero al nostro Paese di adottare misure reciproche». Il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev, è stato anche più esplicito: «Riempire l’Ucraina di armi dei Paesi Nato, addestrare le sue truppe all’uso di equipaggiamenti occidentali, schierare mercenari e tenere esercitazioni ai confini aumenta la probabilità di un conflitto aperto e diretto tra Russia e Nato». Poi ha aggiunto: «Un simile conflitto ha il rischio di trasformarsi in una guerra nucleare totale». Non solo, a quanto si apprende la Finlandia sarebbe stata informata che la Russia per ripicca potrebbe tagliare le forniture di gas al Paese a partire da oggi. Sul campo del conflitto, invece, si registra un tentativo fallito dai russi di creare una passaggio per superare il fiume Siverskiy Donets, nell’Ucraina orientale. L’esercito di Kiev ha fatto saltare il ponte, rallentando l’avanzata. A Nordest di Kharkiv la controffensiva delle forze ucraine ha riconquistato alcuni insediamenti e respinto i russi fino a una decina di chilometri dal confine. In questo punto le forze di Mosca si trovano costrette alla difensiva e avranno bisogno di rinforzi per evitare di retrocedere ancora verso la frontiera. Anche nel Mar Nero la Russia sembra in difficoltà: ieri avrebbe perso un’altra nave (la quattrordicesima dall’inizio del conflitto), scrive Canale 24 citando fonti dell’intelligence ucraina. La notizia, però, per tutta la giornata di ieri non è stata confermata da fonti ufficiali dell’esercito di Kiev né da fonti governative. Nel frattempo si è appreso che i residenti di Mariupol deportati a metà aprile sono prigionieri dei russi in un campo nei pressi di Nova Kakhova. Mentre a Kiev l’esercito di Putin avrebbe bloccato le uscite dai passaggi sotterranei dell’acciaieria Azovstal, obiettivo sul quale i russi stanno insistendo parecchio. La resistenza, però, ha fatto sapere che tenterà di tutto pur di contrattaccare. I militari del battaglione Azov restano asserragliati, nonostante i vari tentativi russi di irruzione. Dal fronte aereo, invece, è stato bombardato il centro abitato di Derhachi, nella regione di Kharkiv. Stando all’agenzia nazionale di stampa ucraina Ukrinform, il raid avrebbe causato morti e feriti. Poco dopo si è appreso che da ieri mattina il villaggio di Voevodivka, nella regione di Lugansk, è ormai controllato dai russi. La Cnn ha poi mostrato un video che riprende soldati russi mentre sparano a due civili disarmati alla periferia di Kiev: le vittime sarebbero il titolare di un’autoconcessionaria e il suo guardiano. E per la prima volta un civile è morto anche in Russia, a causa dei bombardamenti transfrontalieri dall’Ucraina: lo ha annunciato il governatore della regione di Belgorod, Vyacheslav Gladkov, secondo quanto riporta la Cnn. 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Nel solo mese di marzo si calcolano 331 obiettivi attaccati in 64 Paesi, con danni considerevoli a strutture digitali e informatiche, esfiltrazione di dati e richieste di riscatto a danno di aziende e infrastrutture. Questo il bottino di guerra delle prime 15 cybergang più attive secondo il rapporto «Gang Ransomware», redatto dal Soc e Threat Intelligence team di Swascan, controllata di Tinexta cyber (Tinexta Group), polo italiano della cybersicurezza. «Il gruppo hacker Killnet potrebbe essere considerato la risposta filorussa agli attacchi cyber subiti fino a oggi dalla stessa Russia», spiega Pierguido Iezzi, Ceo di Swascan. «Non è un caso che tra le sue vittime ci sia il sito di Anonymous. Non parliamo più di cyber crime o di gang ransomware che hanno dato il loro supporto alla rispettiva patria, ma di un gruppo di hacker, foreign fighters o cyber warriors o hacktivisti, che operano con azioni di guerriglia cyber con obiettivi ritorsivi, dimostrativi e di minaccia. Il vettore di attacco maggiormente utilizzato sono gli attacchi di Ddos, che hanno l’obiettivo di saturare i servizi e renderli non disponibili. Attacchi che necessitano di una importante rete di computer controllabili da un attaccante. Da considerare un altro aspetto: su questo gruppo non si hanno ancora notizie certe sulla sua origine». Scorrendo la classifica delle cybergang più attive, al primo posto, con oltre 100 attacchi messi a segno, spicca la russa LockBit, nata nel giugno 2019, «specializzata nel compromettere le reti delle vittime attraverso una varietà di tecniche sofisticate». Al secondo posto, superata da LockBit solo a inizio 2022, troviamo la russa Conti. Con un totale di 180 milioni di dollari di estorsioni dalle sue vittime nel 2021, Conti era considerata la più pericolosa al mondo fino all’inizio del conflitto. Poi, dopo essersi schierata a favore di Vladimir Putin, ha subito a sua volta attacchi con la perdita di importanti documenti riguardanti la sua attività. A marzo ha totalizzato quasi 80 attacchi. Al terzo posto c’è invece Blackcat, conosciuta anche come Alphv: è una gang ransomware di origine sconosciuta spuntata a metà novembre 2021. Ha lanciato oltre 30 attacchi contraddistinti da metodologie innovative. Dal quarto al quindicesimo posto c’è una varietà di bande organizzate. Ci sono i taiwanesi di AgainstTheWest, impegnati contro organizzazioni cinesi. Poi ecco Blackbyte e Vice society, impegnate nella violazione di obiettivi grandi e piccoli negli Stati Uniti. Spicca nel gruppo anche la neonata Pandora, attiva da inizio marzo 2022 con un attacco importante al gruppo giapponese Denso, fornitore di Toyota. Karakurt è invece specializzata in attacchi ad aziende di piccole dimensioni in Europa. Quindi ancora, ecco SunCrypt, «la prima gang ad aver introdotto attacchi ransom DDoS come tattica di estorsione». Nella classifica non può non essere citata Lapsus$, caratterizzata «per attacchi ransomware non tradizionali che si limitano al furto di dati e all’estorsione, senza la criptazione dei dati delle vittime». Infine non bisogna sottovalutare Cuba, base in Russia e solita attaccare «i settori finanziario, governativo, sanitario, manifatturiero e informatico».
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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