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2019-06-28
La Finanza a bordo per i diari nautici. In mare commessa una sfilza di reati
Ansa
Sea Watch 3 atto finale. L'informativa della Guardia di finanza con molta probabilità verrà depositata già oggi in Procura ad Agrigento, dove sul caso della Ong tedesca è aperto un fascicolo che ipotizza il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina (al momento contro ignoti). Già ieri però, in tempo reale, il capopattuglia salito con i suoi uomini a bordo della nave che batte bandiera olandese, ha aggiornato i magistrati. La ricostruzione parte dalla forzatura del blocco e, passando per la trasgressione rispetto all'atto di notifica con le indicazioni contenute nel decreto Sicurezza bis, arriva fino al mancato rispetto dell'ordine di fermarsi, imposto dalle autorità italiane.
E, ancora, c'è il tentativo di entrare in porto senza aver ricevuto il consenso e l'aver tentato di mettere in mare due gommoni per far sbarcare gli immigrati. Tutti i documenti di bordo sono stati controllati: dall'atto di nazionalità, un documento di pubblicità navale che viene rilasciato dall'Ufficio marittimo di zona se la nave è destinata a navigare tra i porti di nazioni estere; ai documenti dell'equipaggio; al giornale nautico, quello di macchina e quello sul quale vengono annotati gli orari e le frequenze di chiamate e comunicazioni con le stazioni radio costiere e con le stazioni di altre navi in navigazione ed eventuali allarmi di Sos o May day. I controlli sono estesi anche ai certificati di classe e di navigabilità, a quello di stazza e ai documenti che attengono alla sicurezza. Nel frattempo la Procura di Agrigento, guidata dal procuratore Luigi Patronaggio, attende la relazione della polizia giudiziaria. Dall'altro campo, quello della Ong, in Procura è arrivato un esposto nel quale si chiede di «valutare i soccorsi» che in queste ore sono stati forniti ai migranti a bordo dell'imbarcazione (indicazione che era stata data all'Italia dai giudici della Corte europea dei diritti umani). E la «sussistenza di eventuali condotte di rilevanza penale, poste in essere dalle autorità marittime e portuali preposte alla gestione delle attività di soccorso, nonché demandare alla valutazione dell'autorità giudiziaria l'adozione di tutte le misure necessarie a porre fine alla situazione di gravissimo disagio a cui sono attualmente esposte le persone a bordo della nave».
Una delle partite, quindi, si gioca anche sul campo giudiziario. Lo scenario giuridico viene descritto da una toga di lunghissimo corso: Augusto Sinagra, 79 anni, magistrato catanese in pensione e professore ordinario di diritto internazionale e dell'Unione Europea alla Sapienza. Il suo è un parere da giurista. Contattato dalla Verità, ha subito elencato, codice alla mano, cosa potrebbe accadere: «Credo che ce ne sia abbastanza per mandare in galera comandante ed equipaggio». Dopo una breve pausa aggiunge: «Ovviamente la nave va sequestrata, perché corpo del reato. Ma si badi, nel caso di specie non si può procedere con un sequestro probatorio (come di solito ordinato dalla Procura di Agrigento, ndr), perché non c'è nulla da probare, ma si deve disporre un sequestro giudiziario finalizzato alla confisca». I reati ipotizzabili? Secondo Sinagra è stato commesso di tutto: «Dal favoreggiamento dell'immigrazione clandestina alla violazione delle norme di navigazione». E poi c'è l'inosservanza dei provvedimenti dell'autorità. Perché Sea Watch 3 ha forzato il blocco e non si è fermata all'alt, pur di entrare nel porto di Lampedusa.
E ancora, secondo il professor Sinagra: «Si può ipotizzare anche il sequestro di persona, perché la comandante, pagata per portare gli immigrati in Italia, ha evitato qualsiasi altro porto sicuro, costringendoli a bordo per tutti quei giorni». È di parere opposto Giorgio Bisegna, avvocato che nel 2004 si occupò del caso della nave tedesca Cap Anamur, entrata nelle acque italiane nonostante il divieto del ministero dell'Interno: «Non c'è possibilità di contestare il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, visti i precedenti giurisprudenziali, e nessuna possibilità di applicare il codice della navigazione in merito all'inosservanza del blocco delle forze dell'ordine, vista la sua applicabilità alle sole navi italiane». Secondo Bisegna, a Carola Rackete, la comandante della Sea Watch che ha forzato il blocco, sarebbe contestabile solo la violazione del cosiddetto decreto Sicurezza bis entrato in vigore lo scorso 15 giugno, che prevede una multa tra i 10.000 e i 50.000 euro (il sequestro della nave è previsto solo in caso di recidiva). Se così fosse, l'Italia non avrebbe strumenti per difendersi dagli ingressi illegali. Ora la palla passa alla Procura di Agrigento.
Fabio Amendolara
Non è resistenza a Salvini ma pirateria organizzata contro un Paese sovrano
Siamo in curva come sempre. Schierati con trombette e striscioni arcobaleno, Gad Lerner, Roberto Saviano, Michele Serra, quelli del «Capitano mio capitano» e Massimo Cacciari con bombetta e ombrello si fanno fotografare sugli spalti mentre inneggiano alla piratessa Carola Rackete, eccitati dallo sfondamento del blocco come da un gol in rovesciata di Cristiano Ronaldo. Il motivo è semplice, addirittura semplicistico: la nipote del Corsaro Nero ha sfidato Matteo Salvini, lo ha beffato, ha messo il suo striscione sul balcone e nessuno ha osato toglierlo. Ora lei, con quel suo sguardo di ghiaccio da carrista della Wehrmacht e i capelli rasta da attivista gauchiste alla moda, è indubbiamente la nuova pasionaria della sinistra. Dopo lo scioglimento mediatico dell'iceberg Greta Thunberg e il ritorno doveroso di Michela Murgia nell'anonimato, un volto nuovo era necessario. A tal punto da indurre Matteo Orfini e Graziano Delrio a intonare Bella ciao in suo onore e - con il loro incedere politico da mal di mare - a innalzarla a eroina della settimana.
Ora però la realtà come irrompe con la sua banale quotidianità. La signorina rischia 15 anni di carcere, l'armatore della Sea Watch rischia il sequestro della nave e una multa. E lo scontro frontale non si annuncia fra il ministro dell'Interno cattivo e la ribelle buona; non siamo al cinema a rivedere Balla coi lupi. La querelle giudiziaria è fra una nave pirata e uno Stato sovrano. Con le sue regole d'ingaggio, le sue leggi e il supporto della Corte europea dei diritti umani, che non più tardi di tre giorni fa aveva rigettato la richiesta di «obbligo di sbarco» da parte dell'Italia.
La curva di sinistra strilla, chiede aiuto ai 5 stelle (guardando al presidente della Camera, Roberto Fico, come a un moderno Che Guevara) e tifa per l'illegalità, ma dimentica un paio di dettagli decisivi: la Capitaneria di porto fa capo al ministro Danilo Toninelli (Infrastrutture), la Guardia di finanza dipende dal ministro Giovanni Tria (Economia) e la Guardia costiera dal ministro Elisabetta Trenta (Difesa). La testarda capitana tedesca li ha presi a schiaffi tutti. E ha stracciato idealmente a coriandoli il decreto Sicurezza voluto sì da Salvini, ma approvato a maggioranza dal Parlamento italiano e controfirmato senza un plissè, quindi condividendone i contenuti, dal capo dello Stato, Sergio Mattarella. Tutti in sentina, tutti a fare un giro di chiglia mentre Delrio e Orfini ridono con un ghigno che somiglia a una paresi facciale.
Carola Rackete sapeva perfettamente cosa stava facendo. E la Ong tedesca Sea Watch, con un fatturato annuo di due milioni di euro senza contare le erogazioni liberali degli aficionados (quindi con uffici legali dalle spalle larghe), era perfettamente al corrente del significato politico del gesto. Aveva detto no all'invito del governo olandese (titolare della bandiera della nave) di dirigersi verso la Tunisia, aveva rifiutato ogni soluzione che non fosse l'Italia. E con questo atteggiamento aveva mostrato un interesse residuale nei confronti del destino dei 42 disperati raccolti a bordo, ma un interesse primario, dominante, prepotente nel creare l'incidente con il nostro Paese.
La Rackete lo aveva anche dichiarato mostrando i muscoli: «Per me esiste solo Lampedusa». E pur di entrare nelle acque dell'isola ha ciondolato in perdita per 1.4oo miglia nautiche aspettando Godot, la stessa distanza che le avrebbe consentito di arrivare in un porto spagnolo o addirittura di oltrepassare lo Stretto di Gibilterra. L'Ong estremista Sea Watch è finanziata dai verdi tedeschi, da attori e gruppi rock. Il referente politico è Gregor Gysi, figura di punta della Linke, con un passato diplomatico nella Germania Est. E con un padre agente della Stasi, la famigerata polizia politica della Ddr. Dalla curva, gli ultrà della nostra sgangherata sinistra fanno ancora il tifo per loro.
Giorgio Gandola
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Le forze dell'ordine hanno acquisito documentazione da trasmettere alla Procura, che ha aperto un fascicolo. Il giurista: «Capitano ed equipaggio rischiano la galera, mentre la confisca della nave è pressoché certa».La sfida al leader leghista è una favola: la Rackete calpesta leggi approvate da governo, Parlamento e presidente della Repubblica.Lo speciale contiene due articoli Sea Watch 3 atto finale. L'informativa della Guardia di finanza con molta probabilità verrà depositata già oggi in Procura ad Agrigento, dove sul caso della Ong tedesca è aperto un fascicolo che ipotizza il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina (al momento contro ignoti). Già ieri però, in tempo reale, il capopattuglia salito con i suoi uomini a bordo della nave che batte bandiera olandese, ha aggiornato i magistrati. La ricostruzione parte dalla forzatura del blocco e, passando per la trasgressione rispetto all'atto di notifica con le indicazioni contenute nel decreto Sicurezza bis, arriva fino al mancato rispetto dell'ordine di fermarsi, imposto dalle autorità italiane. E, ancora, c'è il tentativo di entrare in porto senza aver ricevuto il consenso e l'aver tentato di mettere in mare due gommoni per far sbarcare gli immigrati. Tutti i documenti di bordo sono stati controllati: dall'atto di nazionalità, un documento di pubblicità navale che viene rilasciato dall'Ufficio marittimo di zona se la nave è destinata a navigare tra i porti di nazioni estere; ai documenti dell'equipaggio; al giornale nautico, quello di macchina e quello sul quale vengono annotati gli orari e le frequenze di chiamate e comunicazioni con le stazioni radio costiere e con le stazioni di altre navi in navigazione ed eventuali allarmi di Sos o May day. I controlli sono estesi anche ai certificati di classe e di navigabilità, a quello di stazza e ai documenti che attengono alla sicurezza. Nel frattempo la Procura di Agrigento, guidata dal procuratore Luigi Patronaggio, attende la relazione della polizia giudiziaria. Dall'altro campo, quello della Ong, in Procura è arrivato un esposto nel quale si chiede di «valutare i soccorsi» che in queste ore sono stati forniti ai migranti a bordo dell'imbarcazione (indicazione che era stata data all'Italia dai giudici della Corte europea dei diritti umani). E la «sussistenza di eventuali condotte di rilevanza penale, poste in essere dalle autorità marittime e portuali preposte alla gestione delle attività di soccorso, nonché demandare alla valutazione dell'autorità giudiziaria l'adozione di tutte le misure necessarie a porre fine alla situazione di gravissimo disagio a cui sono attualmente esposte le persone a bordo della nave». Una delle partite, quindi, si gioca anche sul campo giudiziario. Lo scenario giuridico viene descritto da una toga di lunghissimo corso: Augusto Sinagra, 79 anni, magistrato catanese in pensione e professore ordinario di diritto internazionale e dell'Unione Europea alla Sapienza. Il suo è un parere da giurista. Contattato dalla Verità, ha subito elencato, codice alla mano, cosa potrebbe accadere: «Credo che ce ne sia abbastanza per mandare in galera comandante ed equipaggio». Dopo una breve pausa aggiunge: «Ovviamente la nave va sequestrata, perché corpo del reato. Ma si badi, nel caso di specie non si può procedere con un sequestro probatorio (come di solito ordinato dalla Procura di Agrigento, ndr), perché non c'è nulla da probare, ma si deve disporre un sequestro giudiziario finalizzato alla confisca». I reati ipotizzabili? Secondo Sinagra è stato commesso di tutto: «Dal favoreggiamento dell'immigrazione clandestina alla violazione delle norme di navigazione». E poi c'è l'inosservanza dei provvedimenti dell'autorità. Perché Sea Watch 3 ha forzato il blocco e non si è fermata all'alt, pur di entrare nel porto di Lampedusa. E ancora, secondo il professor Sinagra: «Si può ipotizzare anche il sequestro di persona, perché la comandante, pagata per portare gli immigrati in Italia, ha evitato qualsiasi altro porto sicuro, costringendoli a bordo per tutti quei giorni». È di parere opposto Giorgio Bisegna, avvocato che nel 2004 si occupò del caso della nave tedesca Cap Anamur, entrata nelle acque italiane nonostante il divieto del ministero dell'Interno: «Non c'è possibilità di contestare il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, visti i precedenti giurisprudenziali, e nessuna possibilità di applicare il codice della navigazione in merito all'inosservanza del blocco delle forze dell'ordine, vista la sua applicabilità alle sole navi italiane». Secondo Bisegna, a Carola Rackete, la comandante della Sea Watch che ha forzato il blocco, sarebbe contestabile solo la violazione del cosiddetto decreto Sicurezza bis entrato in vigore lo scorso 15 giugno, che prevede una multa tra i 10.000 e i 50.000 euro (il sequestro della nave è previsto solo in caso di recidiva). Se così fosse, l'Italia non avrebbe strumenti per difendersi dagli ingressi illegali. Ora la palla passa alla Procura di Agrigento.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-finanza-a-bordo-per-i-diari-nautici-in-mare-commessa-una-sfilza-di-reati-2639006671.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-e-resistenza-a-salvini-ma-pirateria-organizzata-contro-un-paese-sovrano" data-post-id="2639006671" data-published-at="1782325517" data-use-pagination="False"> Non è resistenza a Salvini ma pirateria organizzata contro un Paese sovrano Siamo in curva come sempre. Schierati con trombette e striscioni arcobaleno, Gad Lerner, Roberto Saviano, Michele Serra, quelli del «Capitano mio capitano» e Massimo Cacciari con bombetta e ombrello si fanno fotografare sugli spalti mentre inneggiano alla piratessa Carola Rackete, eccitati dallo sfondamento del blocco come da un gol in rovesciata di Cristiano Ronaldo. Il motivo è semplice, addirittura semplicistico: la nipote del Corsaro Nero ha sfidato Matteo Salvini, lo ha beffato, ha messo il suo striscione sul balcone e nessuno ha osato toglierlo. Ora lei, con quel suo sguardo di ghiaccio da carrista della Wehrmacht e i capelli rasta da attivista gauchiste alla moda, è indubbiamente la nuova pasionaria della sinistra. Dopo lo scioglimento mediatico dell'iceberg Greta Thunberg e il ritorno doveroso di Michela Murgia nell'anonimato, un volto nuovo era necessario. A tal punto da indurre Matteo Orfini e Graziano Delrio a intonare Bella ciao in suo onore e - con il loro incedere politico da mal di mare - a innalzarla a eroina della settimana. Ora però la realtà come irrompe con la sua banale quotidianità. La signorina rischia 15 anni di carcere, l'armatore della Sea Watch rischia il sequestro della nave e una multa. E lo scontro frontale non si annuncia fra il ministro dell'Interno cattivo e la ribelle buona; non siamo al cinema a rivedere Balla coi lupi. La querelle giudiziaria è fra una nave pirata e uno Stato sovrano. Con le sue regole d'ingaggio, le sue leggi e il supporto della Corte europea dei diritti umani, che non più tardi di tre giorni fa aveva rigettato la richiesta di «obbligo di sbarco» da parte dell'Italia. La curva di sinistra strilla, chiede aiuto ai 5 stelle (guardando al presidente della Camera, Roberto Fico, come a un moderno Che Guevara) e tifa per l'illegalità, ma dimentica un paio di dettagli decisivi: la Capitaneria di porto fa capo al ministro Danilo Toninelli (Infrastrutture), la Guardia di finanza dipende dal ministro Giovanni Tria (Economia) e la Guardia costiera dal ministro Elisabetta Trenta (Difesa). La testarda capitana tedesca li ha presi a schiaffi tutti. E ha stracciato idealmente a coriandoli il decreto Sicurezza voluto sì da Salvini, ma approvato a maggioranza dal Parlamento italiano e controfirmato senza un plissè, quindi condividendone i contenuti, dal capo dello Stato, Sergio Mattarella. Tutti in sentina, tutti a fare un giro di chiglia mentre Delrio e Orfini ridono con un ghigno che somiglia a una paresi facciale. Carola Rackete sapeva perfettamente cosa stava facendo. E la Ong tedesca Sea Watch, con un fatturato annuo di due milioni di euro senza contare le erogazioni liberali degli aficionados (quindi con uffici legali dalle spalle larghe), era perfettamente al corrente del significato politico del gesto. Aveva detto no all'invito del governo olandese (titolare della bandiera della nave) di dirigersi verso la Tunisia, aveva rifiutato ogni soluzione che non fosse l'Italia. E con questo atteggiamento aveva mostrato un interesse residuale nei confronti del destino dei 42 disperati raccolti a bordo, ma un interesse primario, dominante, prepotente nel creare l'incidente con il nostro Paese. La Rackete lo aveva anche dichiarato mostrando i muscoli: «Per me esiste solo Lampedusa». E pur di entrare nelle acque dell'isola ha ciondolato in perdita per 1.4oo miglia nautiche aspettando Godot, la stessa distanza che le avrebbe consentito di arrivare in un porto spagnolo o addirittura di oltrepassare lo Stretto di Gibilterra. L'Ong estremista Sea Watch è finanziata dai verdi tedeschi, da attori e gruppi rock. Il referente politico è Gregor Gysi, figura di punta della Linke, con un passato diplomatico nella Germania Est. E con un padre agente della Stasi, la famigerata polizia politica della Ddr. Dalla curva, gli ultrà della nostra sgangherata sinistra fanno ancora il tifo per loro. Giorgio Gandola
La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
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Le affermazioni del manager confermano ancora una volta come sui vaccini la Commissione europea abbia seguito una strategia che accentrava ogni decisione e potere d’acquisto, tenendo nascosti procedure e contratti. «Sui vaccini non facevamo nulla, nemmeno abbiamo visto i dossier, è stato fatto tutto a livello europeo», ha proseguito Scaccabarozzi, ribadendo più volte di essere stato praticamente all’oscuro di quello che si decideva a Bruxelles e veniva imposto ai Paesi membri, senza che qualche governo si ribellasse.
Dichiarazioni che anche oggi risultano sconcertanti, in quanto rilasciate dall’ex numero uno dell’associazione delle imprese farmaceutiche, che si è fatta un punto d’onore dell’avere rapporti con il mondo scientifico-sanitario «regolati da un codice deontologico a oggi tra i più rigorosi». «Non sapevamo le quantità di vaccini destinati all’Italia, nemmeno ci occupavamo della distribuzione, i vaccini erano recuperati alla frontiera dall’esercito», dice oggi il manager.
Eppure, l’8 luglio 2021, in occasione dell’assemblea pubblica di Farmindustria, nella sua relazione Scaccabarozzi affermava: «La collaborazione avviata in Italia con il ministro della Salute, Roberto Speranza, con la Commissione europea e più in generale con tutti i Paesi occidentali porterà nel mondo circa 11 miliardi di dosi dei vaccini contro il Covid-19 entro il 2021 [...] grazie ad una intuizione del ministro Speranza, oggi facciamo parte di un circuito di prenotazione europeo che, seppur ingiustamente criticato, ha fatto sì che nessuno in Europa rimanesse indietro rispetto ad altri».
Non solo, esprimeva apprezzamento nei confronti delle autorità regolatorie, come Aifa, «che hanno attivato dinamiche di lavoro nuove e senza precedenti. A cominciare dalla rolling review attuata dall’Ema che ha permesso di seguire passo dopo passo lo sviluppo della ricerca verificando sicurezza ed efficacia dei vaccini. Con un confronto continuo con le aziende assolutamente innovativo».
Non è dello stesso parere Maurizio Federico, dirigente di ricerca presso l’Istituto superiore della sanità (Iss), che nella successiva audizione ha portato all’attenzione la quantità di eventi avversi post vaccino Covid ignorati, e l’assenza della farmacovigilanza attiva nel nostro Paese.
Il virologo ha citato diversi studi, che negli anni hanno confermato la certezza e la complessità del problema effetti collaterali. Perfino i ricercatori di Moderna, pur con un database costituito su segnalazioni passiva e su una finestra di 21 giorni, dopo due anni di osservazioni «nel 2024 riportarono decine di migliaia di morti, e soprattutto miocarditi e pericarditi significative tra gli effetti collaterali», ha dichiarato l’esperto.
Per poi aggiungere: «Un anno prima un gruppo dell’Iss aveva pubblicato una revisione con dati presi dalla letteratura scientifica su miocarditi e pericarditi, e per questo subirono un’ispezione e un “procedimento disciplinare interno” da parte dell’Iss». Con una nota, Lucio Malan presidente dei senatori di Fratelli d’Italia e componente della commissione Covid ha evidenziato la gravità di quanto accaduto: «Chiediamo di approfondire la circostanza evocata dal dottor Federico, per fugare i dubbi - legittimi - che il provvedimento dell’Iss sia stato un ammonimento affinché certi studi sugli effetti avversi dei vaccini non intralciassero la campagna vaccinale in corso».
L’intervento del dirigente di ricerca è stato molto articolato. Dall’affermare che «non ha senso porre delle finestre temporali arbitrarie sugli effetti collaterali, ponendo delle limitazioni, perché la realtà biologica è altra cosa», alla «pericolosità» dei vaccini a mRna. «Persistono a livello di linfonodi e di altri tessuti della persona più di 30 giorni dopo la vaccinazione. Almeno fino a 60 giorni dopo il secondo inoculo. Altri studi hanno dimostrato una permanenza maggiore».
La Spike vaccinale «può avere un effetto tossico direttamente sulle cellule del miocardio» e dal 2022 si sa che questi vaccini Covid «sono potentissimi a creare un’enorme quantità di anticorpi, che però vanno a riconoscere proteine del nostro corpo, quindi possono innescare fenomeni di autoimmunità che restano stabili. Non sono facili da combattere».
La capacità della proteina Spike di creare problemi al sistema immunitario, è una delle questioni «mai affrontata in maniera metodica e controllata dalla governance italiana», ha sottolineato il ricercatore, benché i vaccinati in Italia siano almeno 40 milioni e gli mRna «possono in qualche modo influenzare la crescita delle cellule tumorali».
Dura la sua critica: «Va bene metter in commercio questi vaccini, in una situazione di emergenza, ma un ministero della Salute doveva istituire una vigilanza attiva dal primo giorno. È un vulnus gravissimo, le responsabilità politiche sono pesanti», osserva Federico.
Tra le considerazioni conclusive ha ricordato: «Nel nostro istituto c’è un centro delle malattie rare, molto efficiente. Perché tutte le persone che sono state colpite effetti avversi non meritano la stessa attenzione che hanno le persone con malattie rare? Hanno dato fiducia allo Stato eppure si sono sentiti abbandonate, non ottengono risposte». Infine l’amarezza: «Ho mandato almeno tre volte al ministro della Salute una proposta per avviare studi a livello nazionale sugli effetti collaterali del vaccino Covid. Nemmeno mi ha degnato di una risposta».
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Ecco #DimmiLaVerità del 24 giugno 2026. Il professore Antonio Maria Rinaldi di Fn ci parla della cena di stasera con Alemanno e del programma di Vannacci.
Il generale delle Guardie Rivoluzionarie Mohsen Rezaee (Getty Images)
Secondo un rapporto del Csis, Teheran punta a ricostruire capacità navali, missilistiche e industriali dopo gli attacchi subiti. Decisivi il sostegno tecnologico cinese e le nuove rotte commerciali via Pakistan e Mar Caspio per aggirare le restrizioni occidentali.
La guerra può essersi fermata sui campi di battaglia, ma la partita strategica è appena cominciata. Mentre la tregua annunciata tra Stati Uniti e Iran ha congelato almeno temporaneamente le operazioni militari, a Washington cresce una preoccupazione diversa: impedire a Teheran di ricostruire l'apparato militare pesantemente colpito dagli attacchi americani e israeliani. È questo il tema centrale di un nuovo studio pubblicato dal Center for strategic and international Studies (Csis), uno dei più influenti think tank statunitensi, che analizza nel dettaglio ciò che l'Iran ha perso, ciò di cui avrà bisogno per tornare operativo e soprattutto come l'Occidente potrebbe tentare di ostacolarne la rinascita.
Secondo il rapporto, il danno subito dalla Repubblica Islamica è significativo. Le immagini satellitari esaminate dagli analisti mostrano la distruzione di gran parte della flotta navale convenzionale iraniana, il danneggiamento di basi strategiche come Bandar Abbas, Bushehr e Bandar Anzali e la compromissione di importanti infrastrutture industriali e cantieristiche. In diversi casi le navi affondate o gravemente danneggiate avrebbero addirittura bloccato gli accessi ai porti militari, creando un ostacolo logistico che potrebbe rallentare la ricostruzione stessa del Paese.
Anche il comparto missilistico ha subito contraccolpi importanti. Sebbene gran parte degli impianti sia protetta da strutture sotterranee e la reale entità dei danni resti difficile da valutare, gli attacchi hanno colpito siti produttivi per missili balistici e da crociera, fabbriche di propellente e sistemi mobili di lancio. Sul fronte dei droni, arma diventata centrale nella strategia militare iraniana e nelle esportazioni verso gli alleati regionali e la Russia, le stime riportate dal rapporto indicano una perdita di circa il 60% dell'arsenale disponibile prima del conflitto. Per gli analisti americani la priorità immediata di Teheran sarà dunque quadrupla: liberare i porti ostruiti, ripristinare gli impianti industriali, ricostituire le scorte di droni e rafforzare le capacità asimmetriche dei Pasdaran, in particolare motoscafi veloci, droni navali e sistemi destinati a operare nello Stretto di Hormuz. In altre parole, l'Iran potrebbe scegliere di rinviare la ricostruzione di una marina convenzionale e puntare invece su strumenti meno costosi ma estremamente efficaci per minacciare il traffico marittimo internazionale. Il vero nodo, però, riguarda gli approvvigionamenti. Il rapporto sostiene che l'industria militare iraniana, nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni verso una maggiore autosufficienza, continui a dipendere dall'estero per una vasta gamma di componenti e tecnologie. Dalle macchine utensili a controllo numerico utilizzate per la produzione di missili e droni ai componenti elettronici, dai motori navali alle apparecchiature per i test industriali, gran parte di ciò che serve a Teheran arriva ancora attraverso reti commerciali internazionali. Ed è qui che entra in gioco la Cina.
Gli autori del rapporto identificano Pechino come il principale candidato a sostenere la ricostruzione militare iraniana. Non necessariamente attraverso la vendita diretta di armamenti, ma fornendo macchinari industriali, componenti elettronici, motori, sistemi di test e attrezzature necessarie per riattivare la produzione. Secondo il CSIS, la tecnologia cinese potrebbe non raggiungere sempre gli standard qualitativi europei o giapponesi, ma sarebbe comunque più che sufficiente per soddisfare gran parte delle esigenze militari iraniane.Il documento evidenzia inoltre come la Cina sia già diventata negli ultimi anni il principale fornitore di macchine utensili CNC destinate all'Iran, sostituendo progressivamente aziende europee penalizzate dalle sanzioni. Parallelamente, numerose componenti per droni e sistemi elettronici continuano ad arrivare attraverso società cinesi o attraverso reti commerciali che transitano da Hong Kong. Ma la ricostruzione non dipenderà soltanto dai fornitori. Saranno decisive anche le rotte commerciali.
Per oltre un decennio gli Emirati Arabi Uniti hanno rappresentato il principale hub di riesportazione verso l'Iran. Secondo i dati citati dal rapporto, il 95% delle esportazioni non petrolifere emiratine verso Teheran era costituito da merci provenienti originariamente da altri Paesi. Tuttavia gli attacchi iraniani contro il territorio degli Emirati durante il conflitto del 2026 rischiano di compromettere questo rapporto privilegiato. Abu Dhabi avrebbe già chiuso la propria ambasciata a Teheran e valutato misure restrittive contro interessi iraniani presenti nel Paese.
Per questo motivo gli analisti americani individuano due nuove direttrici strategiche: il Pakistan e il Mar Caspio. Islamabad avrebbe già autorizzato il passaggio di merci destinate all'Iran attraverso i propri porti e il proprio territorio, offrendo a Teheran un corridoio terrestre alternativo meno vulnerabile alle attività di controllo occidentali. Parallelamente, Russia, Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan potrebbero trasformarsi nei nuovi nodi logistici di una rete commerciale che attraversa il Mar Caspio e raggiunge direttamente i porti settentrionali iraniani, aggirando il Golfo Persico e le aree dove la presenza navale americana è più forte. La conclusione del rapporto è chiara. Per Washington la guerra contro l'Iran non si conclude con la cessazione dei bombardamenti. La vera sfida sarà impedire che la Repubblica Islamica riesca a ricostruire rapidamente le proprie capacità militari sfruttando la rete globale di forniture commerciali. Per riuscirci, gli Stati Uniti vorrebbero applicare a Teheran lo stesso modello utilizzato contro Mosca dopo l'invasione dell'Ucraina: controlli più severi sulle riesportazioni, pressione diplomatica sui Paesi di transito, monitoraggio delle società di copertura e coinvolgimento diretto delle aziende occidentali nella prevenzione dell'elusione delle sanzioni. In sostanza, il prossimo confronto tra Iran e Occidente potrebbe non essere combattuto con missili e droni, ma con container, componenti elettronici, macchine industriali e rotte commerciali. Una guerra silenziosa, destinata però a influenzare gli equilibri del Medio Oriente per molti anni.
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