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2019-06-28
La Finanza a bordo per i diari nautici. In mare commessa una sfilza di reati
Ansa
Sea Watch 3 atto finale. L'informativa della Guardia di finanza con molta probabilità verrà depositata già oggi in Procura ad Agrigento, dove sul caso della Ong tedesca è aperto un fascicolo che ipotizza il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina (al momento contro ignoti). Già ieri però, in tempo reale, il capopattuglia salito con i suoi uomini a bordo della nave che batte bandiera olandese, ha aggiornato i magistrati. La ricostruzione parte dalla forzatura del blocco e, passando per la trasgressione rispetto all'atto di notifica con le indicazioni contenute nel decreto Sicurezza bis, arriva fino al mancato rispetto dell'ordine di fermarsi, imposto dalle autorità italiane.
E, ancora, c'è il tentativo di entrare in porto senza aver ricevuto il consenso e l'aver tentato di mettere in mare due gommoni per far sbarcare gli immigrati. Tutti i documenti di bordo sono stati controllati: dall'atto di nazionalità, un documento di pubblicità navale che viene rilasciato dall'Ufficio marittimo di zona se la nave è destinata a navigare tra i porti di nazioni estere; ai documenti dell'equipaggio; al giornale nautico, quello di macchina e quello sul quale vengono annotati gli orari e le frequenze di chiamate e comunicazioni con le stazioni radio costiere e con le stazioni di altre navi in navigazione ed eventuali allarmi di Sos o May day. I controlli sono estesi anche ai certificati di classe e di navigabilità, a quello di stazza e ai documenti che attengono alla sicurezza. Nel frattempo la Procura di Agrigento, guidata dal procuratore Luigi Patronaggio, attende la relazione della polizia giudiziaria. Dall'altro campo, quello della Ong, in Procura è arrivato un esposto nel quale si chiede di «valutare i soccorsi» che in queste ore sono stati forniti ai migranti a bordo dell'imbarcazione (indicazione che era stata data all'Italia dai giudici della Corte europea dei diritti umani). E la «sussistenza di eventuali condotte di rilevanza penale, poste in essere dalle autorità marittime e portuali preposte alla gestione delle attività di soccorso, nonché demandare alla valutazione dell'autorità giudiziaria l'adozione di tutte le misure necessarie a porre fine alla situazione di gravissimo disagio a cui sono attualmente esposte le persone a bordo della nave».
Una delle partite, quindi, si gioca anche sul campo giudiziario. Lo scenario giuridico viene descritto da una toga di lunghissimo corso: Augusto Sinagra, 79 anni, magistrato catanese in pensione e professore ordinario di diritto internazionale e dell'Unione Europea alla Sapienza. Il suo è un parere da giurista. Contattato dalla Verità, ha subito elencato, codice alla mano, cosa potrebbe accadere: «Credo che ce ne sia abbastanza per mandare in galera comandante ed equipaggio». Dopo una breve pausa aggiunge: «Ovviamente la nave va sequestrata, perché corpo del reato. Ma si badi, nel caso di specie non si può procedere con un sequestro probatorio (come di solito ordinato dalla Procura di Agrigento, ndr), perché non c'è nulla da probare, ma si deve disporre un sequestro giudiziario finalizzato alla confisca». I reati ipotizzabili? Secondo Sinagra è stato commesso di tutto: «Dal favoreggiamento dell'immigrazione clandestina alla violazione delle norme di navigazione». E poi c'è l'inosservanza dei provvedimenti dell'autorità. Perché Sea Watch 3 ha forzato il blocco e non si è fermata all'alt, pur di entrare nel porto di Lampedusa.
E ancora, secondo il professor Sinagra: «Si può ipotizzare anche il sequestro di persona, perché la comandante, pagata per portare gli immigrati in Italia, ha evitato qualsiasi altro porto sicuro, costringendoli a bordo per tutti quei giorni». È di parere opposto Giorgio Bisegna, avvocato che nel 2004 si occupò del caso della nave tedesca Cap Anamur, entrata nelle acque italiane nonostante il divieto del ministero dell'Interno: «Non c'è possibilità di contestare il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, visti i precedenti giurisprudenziali, e nessuna possibilità di applicare il codice della navigazione in merito all'inosservanza del blocco delle forze dell'ordine, vista la sua applicabilità alle sole navi italiane». Secondo Bisegna, a Carola Rackete, la comandante della Sea Watch che ha forzato il blocco, sarebbe contestabile solo la violazione del cosiddetto decreto Sicurezza bis entrato in vigore lo scorso 15 giugno, che prevede una multa tra i 10.000 e i 50.000 euro (il sequestro della nave è previsto solo in caso di recidiva). Se così fosse, l'Italia non avrebbe strumenti per difendersi dagli ingressi illegali. Ora la palla passa alla Procura di Agrigento.
Fabio Amendolara
Non è resistenza a Salvini ma pirateria organizzata contro un Paese sovrano
Siamo in curva come sempre. Schierati con trombette e striscioni arcobaleno, Gad Lerner, Roberto Saviano, Michele Serra, quelli del «Capitano mio capitano» e Massimo Cacciari con bombetta e ombrello si fanno fotografare sugli spalti mentre inneggiano alla piratessa Carola Rackete, eccitati dallo sfondamento del blocco come da un gol in rovesciata di Cristiano Ronaldo. Il motivo è semplice, addirittura semplicistico: la nipote del Corsaro Nero ha sfidato Matteo Salvini, lo ha beffato, ha messo il suo striscione sul balcone e nessuno ha osato toglierlo. Ora lei, con quel suo sguardo di ghiaccio da carrista della Wehrmacht e i capelli rasta da attivista gauchiste alla moda, è indubbiamente la nuova pasionaria della sinistra. Dopo lo scioglimento mediatico dell'iceberg Greta Thunberg e il ritorno doveroso di Michela Murgia nell'anonimato, un volto nuovo era necessario. A tal punto da indurre Matteo Orfini e Graziano Delrio a intonare Bella ciao in suo onore e - con il loro incedere politico da mal di mare - a innalzarla a eroina della settimana.
Ora però la realtà come irrompe con la sua banale quotidianità. La signorina rischia 15 anni di carcere, l'armatore della Sea Watch rischia il sequestro della nave e una multa. E lo scontro frontale non si annuncia fra il ministro dell'Interno cattivo e la ribelle buona; non siamo al cinema a rivedere Balla coi lupi. La querelle giudiziaria è fra una nave pirata e uno Stato sovrano. Con le sue regole d'ingaggio, le sue leggi e il supporto della Corte europea dei diritti umani, che non più tardi di tre giorni fa aveva rigettato la richiesta di «obbligo di sbarco» da parte dell'Italia.
La curva di sinistra strilla, chiede aiuto ai 5 stelle (guardando al presidente della Camera, Roberto Fico, come a un moderno Che Guevara) e tifa per l'illegalità, ma dimentica un paio di dettagli decisivi: la Capitaneria di porto fa capo al ministro Danilo Toninelli (Infrastrutture), la Guardia di finanza dipende dal ministro Giovanni Tria (Economia) e la Guardia costiera dal ministro Elisabetta Trenta (Difesa). La testarda capitana tedesca li ha presi a schiaffi tutti. E ha stracciato idealmente a coriandoli il decreto Sicurezza voluto sì da Salvini, ma approvato a maggioranza dal Parlamento italiano e controfirmato senza un plissè, quindi condividendone i contenuti, dal capo dello Stato, Sergio Mattarella. Tutti in sentina, tutti a fare un giro di chiglia mentre Delrio e Orfini ridono con un ghigno che somiglia a una paresi facciale.
Carola Rackete sapeva perfettamente cosa stava facendo. E la Ong tedesca Sea Watch, con un fatturato annuo di due milioni di euro senza contare le erogazioni liberali degli aficionados (quindi con uffici legali dalle spalle larghe), era perfettamente al corrente del significato politico del gesto. Aveva detto no all'invito del governo olandese (titolare della bandiera della nave) di dirigersi verso la Tunisia, aveva rifiutato ogni soluzione che non fosse l'Italia. E con questo atteggiamento aveva mostrato un interesse residuale nei confronti del destino dei 42 disperati raccolti a bordo, ma un interesse primario, dominante, prepotente nel creare l'incidente con il nostro Paese.
La Rackete lo aveva anche dichiarato mostrando i muscoli: «Per me esiste solo Lampedusa». E pur di entrare nelle acque dell'isola ha ciondolato in perdita per 1.4oo miglia nautiche aspettando Godot, la stessa distanza che le avrebbe consentito di arrivare in un porto spagnolo o addirittura di oltrepassare lo Stretto di Gibilterra. L'Ong estremista Sea Watch è finanziata dai verdi tedeschi, da attori e gruppi rock. Il referente politico è Gregor Gysi, figura di punta della Linke, con un passato diplomatico nella Germania Est. E con un padre agente della Stasi, la famigerata polizia politica della Ddr. Dalla curva, gli ultrà della nostra sgangherata sinistra fanno ancora il tifo per loro.
Giorgio Gandola
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Le forze dell'ordine hanno acquisito documentazione da trasmettere alla Procura, che ha aperto un fascicolo. Il giurista: «Capitano ed equipaggio rischiano la galera, mentre la confisca della nave è pressoché certa».La sfida al leader leghista è una favola: la Rackete calpesta leggi approvate da governo, Parlamento e presidente della Repubblica.Lo speciale contiene due articoli Sea Watch 3 atto finale. L'informativa della Guardia di finanza con molta probabilità verrà depositata già oggi in Procura ad Agrigento, dove sul caso della Ong tedesca è aperto un fascicolo che ipotizza il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina (al momento contro ignoti). Già ieri però, in tempo reale, il capopattuglia salito con i suoi uomini a bordo della nave che batte bandiera olandese, ha aggiornato i magistrati. La ricostruzione parte dalla forzatura del blocco e, passando per la trasgressione rispetto all'atto di notifica con le indicazioni contenute nel decreto Sicurezza bis, arriva fino al mancato rispetto dell'ordine di fermarsi, imposto dalle autorità italiane. E, ancora, c'è il tentativo di entrare in porto senza aver ricevuto il consenso e l'aver tentato di mettere in mare due gommoni per far sbarcare gli immigrati. Tutti i documenti di bordo sono stati controllati: dall'atto di nazionalità, un documento di pubblicità navale che viene rilasciato dall'Ufficio marittimo di zona se la nave è destinata a navigare tra i porti di nazioni estere; ai documenti dell'equipaggio; al giornale nautico, quello di macchina e quello sul quale vengono annotati gli orari e le frequenze di chiamate e comunicazioni con le stazioni radio costiere e con le stazioni di altre navi in navigazione ed eventuali allarmi di Sos o May day. I controlli sono estesi anche ai certificati di classe e di navigabilità, a quello di stazza e ai documenti che attengono alla sicurezza. Nel frattempo la Procura di Agrigento, guidata dal procuratore Luigi Patronaggio, attende la relazione della polizia giudiziaria. Dall'altro campo, quello della Ong, in Procura è arrivato un esposto nel quale si chiede di «valutare i soccorsi» che in queste ore sono stati forniti ai migranti a bordo dell'imbarcazione (indicazione che era stata data all'Italia dai giudici della Corte europea dei diritti umani). E la «sussistenza di eventuali condotte di rilevanza penale, poste in essere dalle autorità marittime e portuali preposte alla gestione delle attività di soccorso, nonché demandare alla valutazione dell'autorità giudiziaria l'adozione di tutte le misure necessarie a porre fine alla situazione di gravissimo disagio a cui sono attualmente esposte le persone a bordo della nave». Una delle partite, quindi, si gioca anche sul campo giudiziario. Lo scenario giuridico viene descritto da una toga di lunghissimo corso: Augusto Sinagra, 79 anni, magistrato catanese in pensione e professore ordinario di diritto internazionale e dell'Unione Europea alla Sapienza. Il suo è un parere da giurista. Contattato dalla Verità, ha subito elencato, codice alla mano, cosa potrebbe accadere: «Credo che ce ne sia abbastanza per mandare in galera comandante ed equipaggio». Dopo una breve pausa aggiunge: «Ovviamente la nave va sequestrata, perché corpo del reato. Ma si badi, nel caso di specie non si può procedere con un sequestro probatorio (come di solito ordinato dalla Procura di Agrigento, ndr), perché non c'è nulla da probare, ma si deve disporre un sequestro giudiziario finalizzato alla confisca». I reati ipotizzabili? Secondo Sinagra è stato commesso di tutto: «Dal favoreggiamento dell'immigrazione clandestina alla violazione delle norme di navigazione». E poi c'è l'inosservanza dei provvedimenti dell'autorità. Perché Sea Watch 3 ha forzato il blocco e non si è fermata all'alt, pur di entrare nel porto di Lampedusa. E ancora, secondo il professor Sinagra: «Si può ipotizzare anche il sequestro di persona, perché la comandante, pagata per portare gli immigrati in Italia, ha evitato qualsiasi altro porto sicuro, costringendoli a bordo per tutti quei giorni». È di parere opposto Giorgio Bisegna, avvocato che nel 2004 si occupò del caso della nave tedesca Cap Anamur, entrata nelle acque italiane nonostante il divieto del ministero dell'Interno: «Non c'è possibilità di contestare il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, visti i precedenti giurisprudenziali, e nessuna possibilità di applicare il codice della navigazione in merito all'inosservanza del blocco delle forze dell'ordine, vista la sua applicabilità alle sole navi italiane». Secondo Bisegna, a Carola Rackete, la comandante della Sea Watch che ha forzato il blocco, sarebbe contestabile solo la violazione del cosiddetto decreto Sicurezza bis entrato in vigore lo scorso 15 giugno, che prevede una multa tra i 10.000 e i 50.000 euro (il sequestro della nave è previsto solo in caso di recidiva). Se così fosse, l'Italia non avrebbe strumenti per difendersi dagli ingressi illegali. 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Il motivo è semplice, addirittura semplicistico: la nipote del Corsaro Nero ha sfidato Matteo Salvini, lo ha beffato, ha messo il suo striscione sul balcone e nessuno ha osato toglierlo. Ora lei, con quel suo sguardo di ghiaccio da carrista della Wehrmacht e i capelli rasta da attivista gauchiste alla moda, è indubbiamente la nuova pasionaria della sinistra. Dopo lo scioglimento mediatico dell'iceberg Greta Thunberg e il ritorno doveroso di Michela Murgia nell'anonimato, un volto nuovo era necessario. A tal punto da indurre Matteo Orfini e Graziano Delrio a intonare Bella ciao in suo onore e - con il loro incedere politico da mal di mare - a innalzarla a eroina della settimana. Ora però la realtà come irrompe con la sua banale quotidianità. La signorina rischia 15 anni di carcere, l'armatore della Sea Watch rischia il sequestro della nave e una multa. E lo scontro frontale non si annuncia fra il ministro dell'Interno cattivo e la ribelle buona; non siamo al cinema a rivedere Balla coi lupi. La querelle giudiziaria è fra una nave pirata e uno Stato sovrano. Con le sue regole d'ingaggio, le sue leggi e il supporto della Corte europea dei diritti umani, che non più tardi di tre giorni fa aveva rigettato la richiesta di «obbligo di sbarco» da parte dell'Italia. La curva di sinistra strilla, chiede aiuto ai 5 stelle (guardando al presidente della Camera, Roberto Fico, come a un moderno Che Guevara) e tifa per l'illegalità, ma dimentica un paio di dettagli decisivi: la Capitaneria di porto fa capo al ministro Danilo Toninelli (Infrastrutture), la Guardia di finanza dipende dal ministro Giovanni Tria (Economia) e la Guardia costiera dal ministro Elisabetta Trenta (Difesa). La testarda capitana tedesca li ha presi a schiaffi tutti. E ha stracciato idealmente a coriandoli il decreto Sicurezza voluto sì da Salvini, ma approvato a maggioranza dal Parlamento italiano e controfirmato senza un plissè, quindi condividendone i contenuti, dal capo dello Stato, Sergio Mattarella. Tutti in sentina, tutti a fare un giro di chiglia mentre Delrio e Orfini ridono con un ghigno che somiglia a una paresi facciale. Carola Rackete sapeva perfettamente cosa stava facendo. E la Ong tedesca Sea Watch, con un fatturato annuo di due milioni di euro senza contare le erogazioni liberali degli aficionados (quindi con uffici legali dalle spalle larghe), era perfettamente al corrente del significato politico del gesto. Aveva detto no all'invito del governo olandese (titolare della bandiera della nave) di dirigersi verso la Tunisia, aveva rifiutato ogni soluzione che non fosse l'Italia. E con questo atteggiamento aveva mostrato un interesse residuale nei confronti del destino dei 42 disperati raccolti a bordo, ma un interesse primario, dominante, prepotente nel creare l'incidente con il nostro Paese. La Rackete lo aveva anche dichiarato mostrando i muscoli: «Per me esiste solo Lampedusa». E pur di entrare nelle acque dell'isola ha ciondolato in perdita per 1.4oo miglia nautiche aspettando Godot, la stessa distanza che le avrebbe consentito di arrivare in un porto spagnolo o addirittura di oltrepassare lo Stretto di Gibilterra. L'Ong estremista Sea Watch è finanziata dai verdi tedeschi, da attori e gruppi rock. Il referente politico è Gregor Gysi, figura di punta della Linke, con un passato diplomatico nella Germania Est. E con un padre agente della Stasi, la famigerata polizia politica della Ddr. Dalla curva, gli ultrà della nostra sgangherata sinistra fanno ancora il tifo per loro. Giorgio Gandola
Luciano Garofano, ex comandante dei carabinieri del Ris di Parma (Ansa)
La pozza di sangue formatasi vicino al punto dell’aggressione avrebbe potuto crearsi in meno di tre minuti. Questo ridimensionò una delle ipotesi emerse nel primo processo, cioè quella di un’aggressione prolungata.
La relazione mise anche in discussione la possibilità che Stasi avesse attraversato la villetta senza sporcarsi di sangue. Gli esperti ritenevano, infatti, «marginali» le probabilità che qualcuno potesse percorrere quei punti senza intercettare tracce ematiche e, quindi, senza impregnare le scarpe di sangue. Oggi Roberto Testi, che nel curriculum vanta «circa 150 consulenze d’ufficio all’anno in ambito penale e civile», è commissario del Centro avanzato di diagnostica di Orbassano (Torino), uno dei poli più noti della genetica forense italiana (struttura che si occupa di analisi tossicologiche, genetico forensi e biochimico-cliniche). Nato principalmente per i controlli sportivi (infatti precedentemente si chiamava Centro regionale antidoping), negli anni, ha ampliato le proprie attività sino a diventare un laboratorio di riferimento per molte Procure italiane.
Ai tempi della consulenza, Testi era responsabile dell’Unità di medicina legale dell’Asl 2 di Torino. Nella documentazione del processo d’Appello bis contro Stasi, però, si fa ampio riferimento, a proposito della consulenza di Testi, ai laboratori di Orbassano. Alcune delle prove che in quel momento furono presentate come «sperimentali» (in particolare quelle sulle piastrelle) si tennero proprio nei laboratori orbassanesi. Si trattava della famose «prove di calpestio». Che ora si possono tranquillamente bollare come imprecise e decisamente sfavorevoli all’imputato, perché furono effettuate tramite un «soggetto sperimentatore» dal peso di 85 chili, ben superiore a quello di Stasi, che era di 60.
Nel 2016 Testi entrò nel Consiglio d’amministrazione del Cad. E oggi, del centro, è il commissario. Il direttore tecnico-scientifico dello stesso centro è il medico-legale Paolo Garofano. Il cognome dice già tutto. È il nipote del generale Luciano Garofano, ex comandante dei carabinieri del Ris di Parma. Fu protagonista della prima stagione investigativa di Garlasco, curò la Bpa (Bloodstain pattern analysis, l’analisi delle macchie di sangue) e nel 2016 è diventato consulente della difesa di Andrea Sempio. Si occupò, su incarico del pool difensivo di allora, di una perizia (l’unica consulenza peraltro fatturata ai familiari dell’indagato) sul Dna prelevato dalle unghie di Chiara Poggi mai depositata. Ma c’è ancora una coincidenza: nel dicembre 2016 il generale inviò al laboratorio di Orbassano diretto dal nipote il campione di saliva di Sempio per le analisi di parte, annotando sulla busta proprio «alla cortese attenzione del dottor Paolo Garofano».
Formalmente non c’è nulla di irrituale. Ma il quadro che emerge appare di certo come insolito: il perito dell’Appello bis Stasi guida il centro diretto dal nipote dell’ex generale del Ris che torna nel caso come consulente di Sempio. Questa rete riaffiora a Genova, nel processo per il «Delitto del trapano», un cold case riaperto dopo quasi 30 anni. La vittima è Luigia Borrelli, uccisa il 5 settembre 1995 in un basso dei caruggi dove si prostituiva. Era una insospettabile infermiera. Fu ritrovata con un trapano conficcato nel collo. Il pm Patrizia Petruzziello (la stessa che nel 1995 era di turno e che dall’inizio ha seguito le indagini) vorrebbe ora portare a giudizio un carrozziere, Fortunato Verduci, all’epoca trentacinquenne, oggi ultrasessantenne. Sulla placca di un interruttore del basso saltò fuori un profilo genetico completo, «perfettamente coincidente», secondo l’accusa, con uno repertato nel 1995. Una verifica nella banca dati del Dna ha portato poi verso il profilo genetico di un parente del carrozziere. E da quel match si è arrivati a Verduci (che si professa innocente).
Il consulente del pubblico ministero è Luciano Garofano. Il perito nominato dal giudice dell’udienza preliminare, Alberto Lippini, è Selena Cisana, medico-legale e biologa forense che lavora, coincidenza, nel laboratorio di Biologia e genetica forense del Centro di Orbassano diretto da Paolo Garofano, nipote del consulente del pm. Il difensore del carrozziere, l’avvocato Emanuele Canepa, che deve aver immediatamente percepito l’intreccio come un segno avverso, lo verbalizza davanti al giudice: «La dottoressa Cisana lavora presso il laboratorio ove il direttore responsabile Paolo Garofano è il nipote del consulente nominato dal pubblico ministero Luciano Garofano». Il pm afferma che «non era a conoscenza di questa circostanza» ma «ritiene comunque che non vi sia incompatibilità».
Il giudice rigetta l’eccezione con questa argomentazione: «Allo stato», ritiene, «non sussiste alcuna incompatibilità». Ma la questione centrale non è il codice. Nessuna norma vieta automaticamente queste relazioni professionali o familiari. Emerge però un circuito tecnico-forense talmente ristretto da rendere apparentemente difficile separare del tutto ruoli e relazioni. E quando questo groviglio finisce per sfiorare contemporaneamente il consulente dell’accusa e l’orbita del giudice terzo, è inevitabile che le difese percepiscano il terreno come in pendenza.
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Primo piatto assai gustoso che pesca da un “frutto” di stagione che sta iniziando a entrare a piena maturazione: la melanzana. Se leggeste La Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi, che resta un monumento della nostra cultura gastronomica, vi imbattereste in ricette a base di petonciani. È l’antico nome toscano dato alla “mela insana”, questa solanacea che al pari di patate pomodori al suo apparire suscitò più di un dubbio. È vero che non si può mangiare cruda, ma è anche vero che la melanzana è oggi uno dei must della nostra profumatissima cucina del Meridione. Noi abbiamo pensato di usarla per un primo piatto che mette insieme Napoli e Firenze.
Ingredienti – Due melanzane per un totale di 250 gr (meglio quelle oblunghe), 150 gr di guanciale di maiale, 360 gr di pasta di semola di grano italiano, un cucchiaio abbondante di concentrato di pomodoro, due spicchi d’aglio, un mazzetto di prezzemolo, 80 gr di Parmigiano Reggiano e Grana Padano (ma volendo anche Provolone del monaco grattugiato in quel caso attenti al sale), olio extravergine di oliva, sale, pepe o peperoncino q.b.
Procedimento – In una capace padella (ci dove saltare la pasta) fate sudare il guanciale ridotto a cubetti. Nel frattempo fate a cubetti piuttosto piccoli le melanzane e mettete sul fuoco una pentola colma d’acqua leggermente salata per la pasta. Quando il guanciale avrà sudato ritiratelo lasciando il grasso di cottura in padella, aggiungete un po’ di olio extravergine di oliva, i due spicchi d’aglio: fate prendere appena colore all’aglio e poi aggiungete i cubetti di melanzana a fuoco brillante in modo che si cuociano bene. A questo punto rimettete in padella anche il guanciale. Nel frattempo lessate la pasta. Quando manca uno paio di minuti alla cottura della pasta aggiungete in padella il concentrato di pomodoro. Scolate la pasta con una schiumarola passandola direttamente in padella e mantecate bene in modo che il concentrato di pomodoro si leghi perfettamente alla pasta e alle melanzane spolverizzando con abbondante formaggio grattugiato. Aggiustate di sale e di pepe o peperoncino macinato e guarnite con generoso prezzemolo tritato.
Come far divertire i bambini – Fate guarnire a loro i piatti con il prezzemolo
Abbinamento – L’abbinamento ideale con questo piatto è il Syrah che ha Cortona uno dei suoi habitat privilegiati. Vanno benissimo anche tre vini da vitigni autoctoni del Meridione: Primitivo di Manduria e siamo in Puglia, Nero d’Avola e siamo in Sicilia o Magliocco e Gaglioppo con il Cirò e siamo in Calabria.
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