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2019-06-28
La Finanza a bordo per i diari nautici. In mare commessa una sfilza di reati
Ansa
Sea Watch 3 atto finale. L'informativa della Guardia di finanza con molta probabilità verrà depositata già oggi in Procura ad Agrigento, dove sul caso della Ong tedesca è aperto un fascicolo che ipotizza il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina (al momento contro ignoti). Già ieri però, in tempo reale, il capopattuglia salito con i suoi uomini a bordo della nave che batte bandiera olandese, ha aggiornato i magistrati. La ricostruzione parte dalla forzatura del blocco e, passando per la trasgressione rispetto all'atto di notifica con le indicazioni contenute nel decreto Sicurezza bis, arriva fino al mancato rispetto dell'ordine di fermarsi, imposto dalle autorità italiane.
E, ancora, c'è il tentativo di entrare in porto senza aver ricevuto il consenso e l'aver tentato di mettere in mare due gommoni per far sbarcare gli immigrati. Tutti i documenti di bordo sono stati controllati: dall'atto di nazionalità, un documento di pubblicità navale che viene rilasciato dall'Ufficio marittimo di zona se la nave è destinata a navigare tra i porti di nazioni estere; ai documenti dell'equipaggio; al giornale nautico, quello di macchina e quello sul quale vengono annotati gli orari e le frequenze di chiamate e comunicazioni con le stazioni radio costiere e con le stazioni di altre navi in navigazione ed eventuali allarmi di Sos o May day. I controlli sono estesi anche ai certificati di classe e di navigabilità, a quello di stazza e ai documenti che attengono alla sicurezza. Nel frattempo la Procura di Agrigento, guidata dal procuratore Luigi Patronaggio, attende la relazione della polizia giudiziaria. Dall'altro campo, quello della Ong, in Procura è arrivato un esposto nel quale si chiede di «valutare i soccorsi» che in queste ore sono stati forniti ai migranti a bordo dell'imbarcazione (indicazione che era stata data all'Italia dai giudici della Corte europea dei diritti umani). E la «sussistenza di eventuali condotte di rilevanza penale, poste in essere dalle autorità marittime e portuali preposte alla gestione delle attività di soccorso, nonché demandare alla valutazione dell'autorità giudiziaria l'adozione di tutte le misure necessarie a porre fine alla situazione di gravissimo disagio a cui sono attualmente esposte le persone a bordo della nave».
Una delle partite, quindi, si gioca anche sul campo giudiziario. Lo scenario giuridico viene descritto da una toga di lunghissimo corso: Augusto Sinagra, 79 anni, magistrato catanese in pensione e professore ordinario di diritto internazionale e dell'Unione Europea alla Sapienza. Il suo è un parere da giurista. Contattato dalla Verità, ha subito elencato, codice alla mano, cosa potrebbe accadere: «Credo che ce ne sia abbastanza per mandare in galera comandante ed equipaggio». Dopo una breve pausa aggiunge: «Ovviamente la nave va sequestrata, perché corpo del reato. Ma si badi, nel caso di specie non si può procedere con un sequestro probatorio (come di solito ordinato dalla Procura di Agrigento, ndr), perché non c'è nulla da probare, ma si deve disporre un sequestro giudiziario finalizzato alla confisca». I reati ipotizzabili? Secondo Sinagra è stato commesso di tutto: «Dal favoreggiamento dell'immigrazione clandestina alla violazione delle norme di navigazione». E poi c'è l'inosservanza dei provvedimenti dell'autorità. Perché Sea Watch 3 ha forzato il blocco e non si è fermata all'alt, pur di entrare nel porto di Lampedusa.
E ancora, secondo il professor Sinagra: «Si può ipotizzare anche il sequestro di persona, perché la comandante, pagata per portare gli immigrati in Italia, ha evitato qualsiasi altro porto sicuro, costringendoli a bordo per tutti quei giorni». È di parere opposto Giorgio Bisegna, avvocato che nel 2004 si occupò del caso della nave tedesca Cap Anamur, entrata nelle acque italiane nonostante il divieto del ministero dell'Interno: «Non c'è possibilità di contestare il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, visti i precedenti giurisprudenziali, e nessuna possibilità di applicare il codice della navigazione in merito all'inosservanza del blocco delle forze dell'ordine, vista la sua applicabilità alle sole navi italiane». Secondo Bisegna, a Carola Rackete, la comandante della Sea Watch che ha forzato il blocco, sarebbe contestabile solo la violazione del cosiddetto decreto Sicurezza bis entrato in vigore lo scorso 15 giugno, che prevede una multa tra i 10.000 e i 50.000 euro (il sequestro della nave è previsto solo in caso di recidiva). Se così fosse, l'Italia non avrebbe strumenti per difendersi dagli ingressi illegali. Ora la palla passa alla Procura di Agrigento.
Fabio Amendolara
Non è resistenza a Salvini ma pirateria organizzata contro un Paese sovrano
Siamo in curva come sempre. Schierati con trombette e striscioni arcobaleno, Gad Lerner, Roberto Saviano, Michele Serra, quelli del «Capitano mio capitano» e Massimo Cacciari con bombetta e ombrello si fanno fotografare sugli spalti mentre inneggiano alla piratessa Carola Rackete, eccitati dallo sfondamento del blocco come da un gol in rovesciata di Cristiano Ronaldo. Il motivo è semplice, addirittura semplicistico: la nipote del Corsaro Nero ha sfidato Matteo Salvini, lo ha beffato, ha messo il suo striscione sul balcone e nessuno ha osato toglierlo. Ora lei, con quel suo sguardo di ghiaccio da carrista della Wehrmacht e i capelli rasta da attivista gauchiste alla moda, è indubbiamente la nuova pasionaria della sinistra. Dopo lo scioglimento mediatico dell'iceberg Greta Thunberg e il ritorno doveroso di Michela Murgia nell'anonimato, un volto nuovo era necessario. A tal punto da indurre Matteo Orfini e Graziano Delrio a intonare Bella ciao in suo onore e - con il loro incedere politico da mal di mare - a innalzarla a eroina della settimana.
Ora però la realtà come irrompe con la sua banale quotidianità. La signorina rischia 15 anni di carcere, l'armatore della Sea Watch rischia il sequestro della nave e una multa. E lo scontro frontale non si annuncia fra il ministro dell'Interno cattivo e la ribelle buona; non siamo al cinema a rivedere Balla coi lupi. La querelle giudiziaria è fra una nave pirata e uno Stato sovrano. Con le sue regole d'ingaggio, le sue leggi e il supporto della Corte europea dei diritti umani, che non più tardi di tre giorni fa aveva rigettato la richiesta di «obbligo di sbarco» da parte dell'Italia.
La curva di sinistra strilla, chiede aiuto ai 5 stelle (guardando al presidente della Camera, Roberto Fico, come a un moderno Che Guevara) e tifa per l'illegalità, ma dimentica un paio di dettagli decisivi: la Capitaneria di porto fa capo al ministro Danilo Toninelli (Infrastrutture), la Guardia di finanza dipende dal ministro Giovanni Tria (Economia) e la Guardia costiera dal ministro Elisabetta Trenta (Difesa). La testarda capitana tedesca li ha presi a schiaffi tutti. E ha stracciato idealmente a coriandoli il decreto Sicurezza voluto sì da Salvini, ma approvato a maggioranza dal Parlamento italiano e controfirmato senza un plissè, quindi condividendone i contenuti, dal capo dello Stato, Sergio Mattarella. Tutti in sentina, tutti a fare un giro di chiglia mentre Delrio e Orfini ridono con un ghigno che somiglia a una paresi facciale.
Carola Rackete sapeva perfettamente cosa stava facendo. E la Ong tedesca Sea Watch, con un fatturato annuo di due milioni di euro senza contare le erogazioni liberali degli aficionados (quindi con uffici legali dalle spalle larghe), era perfettamente al corrente del significato politico del gesto. Aveva detto no all'invito del governo olandese (titolare della bandiera della nave) di dirigersi verso la Tunisia, aveva rifiutato ogni soluzione che non fosse l'Italia. E con questo atteggiamento aveva mostrato un interesse residuale nei confronti del destino dei 42 disperati raccolti a bordo, ma un interesse primario, dominante, prepotente nel creare l'incidente con il nostro Paese.
La Rackete lo aveva anche dichiarato mostrando i muscoli: «Per me esiste solo Lampedusa». E pur di entrare nelle acque dell'isola ha ciondolato in perdita per 1.4oo miglia nautiche aspettando Godot, la stessa distanza che le avrebbe consentito di arrivare in un porto spagnolo o addirittura di oltrepassare lo Stretto di Gibilterra. L'Ong estremista Sea Watch è finanziata dai verdi tedeschi, da attori e gruppi rock. Il referente politico è Gregor Gysi, figura di punta della Linke, con un passato diplomatico nella Germania Est. E con un padre agente della Stasi, la famigerata polizia politica della Ddr. Dalla curva, gli ultrà della nostra sgangherata sinistra fanno ancora il tifo per loro.
Giorgio Gandola
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Le forze dell'ordine hanno acquisito documentazione da trasmettere alla Procura, che ha aperto un fascicolo. Il giurista: «Capitano ed equipaggio rischiano la galera, mentre la confisca della nave è pressoché certa».La sfida al leader leghista è una favola: la Rackete calpesta leggi approvate da governo, Parlamento e presidente della Repubblica.Lo speciale contiene due articoli Sea Watch 3 atto finale. L'informativa della Guardia di finanza con molta probabilità verrà depositata già oggi in Procura ad Agrigento, dove sul caso della Ong tedesca è aperto un fascicolo che ipotizza il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina (al momento contro ignoti). Già ieri però, in tempo reale, il capopattuglia salito con i suoi uomini a bordo della nave che batte bandiera olandese, ha aggiornato i magistrati. La ricostruzione parte dalla forzatura del blocco e, passando per la trasgressione rispetto all'atto di notifica con le indicazioni contenute nel decreto Sicurezza bis, arriva fino al mancato rispetto dell'ordine di fermarsi, imposto dalle autorità italiane. E, ancora, c'è il tentativo di entrare in porto senza aver ricevuto il consenso e l'aver tentato di mettere in mare due gommoni per far sbarcare gli immigrati. Tutti i documenti di bordo sono stati controllati: dall'atto di nazionalità, un documento di pubblicità navale che viene rilasciato dall'Ufficio marittimo di zona se la nave è destinata a navigare tra i porti di nazioni estere; ai documenti dell'equipaggio; al giornale nautico, quello di macchina e quello sul quale vengono annotati gli orari e le frequenze di chiamate e comunicazioni con le stazioni radio costiere e con le stazioni di altre navi in navigazione ed eventuali allarmi di Sos o May day. I controlli sono estesi anche ai certificati di classe e di navigabilità, a quello di stazza e ai documenti che attengono alla sicurezza. Nel frattempo la Procura di Agrigento, guidata dal procuratore Luigi Patronaggio, attende la relazione della polizia giudiziaria. Dall'altro campo, quello della Ong, in Procura è arrivato un esposto nel quale si chiede di «valutare i soccorsi» che in queste ore sono stati forniti ai migranti a bordo dell'imbarcazione (indicazione che era stata data all'Italia dai giudici della Corte europea dei diritti umani). E la «sussistenza di eventuali condotte di rilevanza penale, poste in essere dalle autorità marittime e portuali preposte alla gestione delle attività di soccorso, nonché demandare alla valutazione dell'autorità giudiziaria l'adozione di tutte le misure necessarie a porre fine alla situazione di gravissimo disagio a cui sono attualmente esposte le persone a bordo della nave». Una delle partite, quindi, si gioca anche sul campo giudiziario. Lo scenario giuridico viene descritto da una toga di lunghissimo corso: Augusto Sinagra, 79 anni, magistrato catanese in pensione e professore ordinario di diritto internazionale e dell'Unione Europea alla Sapienza. Il suo è un parere da giurista. Contattato dalla Verità, ha subito elencato, codice alla mano, cosa potrebbe accadere: «Credo che ce ne sia abbastanza per mandare in galera comandante ed equipaggio». Dopo una breve pausa aggiunge: «Ovviamente la nave va sequestrata, perché corpo del reato. Ma si badi, nel caso di specie non si può procedere con un sequestro probatorio (come di solito ordinato dalla Procura di Agrigento, ndr), perché non c'è nulla da probare, ma si deve disporre un sequestro giudiziario finalizzato alla confisca». I reati ipotizzabili? Secondo Sinagra è stato commesso di tutto: «Dal favoreggiamento dell'immigrazione clandestina alla violazione delle norme di navigazione». E poi c'è l'inosservanza dei provvedimenti dell'autorità. Perché Sea Watch 3 ha forzato il blocco e non si è fermata all'alt, pur di entrare nel porto di Lampedusa. E ancora, secondo il professor Sinagra: «Si può ipotizzare anche il sequestro di persona, perché la comandante, pagata per portare gli immigrati in Italia, ha evitato qualsiasi altro porto sicuro, costringendoli a bordo per tutti quei giorni». È di parere opposto Giorgio Bisegna, avvocato che nel 2004 si occupò del caso della nave tedesca Cap Anamur, entrata nelle acque italiane nonostante il divieto del ministero dell'Interno: «Non c'è possibilità di contestare il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, visti i precedenti giurisprudenziali, e nessuna possibilità di applicare il codice della navigazione in merito all'inosservanza del blocco delle forze dell'ordine, vista la sua applicabilità alle sole navi italiane». Secondo Bisegna, a Carola Rackete, la comandante della Sea Watch che ha forzato il blocco, sarebbe contestabile solo la violazione del cosiddetto decreto Sicurezza bis entrato in vigore lo scorso 15 giugno, che prevede una multa tra i 10.000 e i 50.000 euro (il sequestro della nave è previsto solo in caso di recidiva). Se così fosse, l'Italia non avrebbe strumenti per difendersi dagli ingressi illegali. Ora la palla passa alla Procura di Agrigento.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-finanza-a-bordo-per-i-diari-nautici-in-mare-commessa-una-sfilza-di-reati-2639006671.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-e-resistenza-a-salvini-ma-pirateria-organizzata-contro-un-paese-sovrano" data-post-id="2639006671" data-published-at="1780661167" data-use-pagination="False"> Non è resistenza a Salvini ma pirateria organizzata contro un Paese sovrano Siamo in curva come sempre. Schierati con trombette e striscioni arcobaleno, Gad Lerner, Roberto Saviano, Michele Serra, quelli del «Capitano mio capitano» e Massimo Cacciari con bombetta e ombrello si fanno fotografare sugli spalti mentre inneggiano alla piratessa Carola Rackete, eccitati dallo sfondamento del blocco come da un gol in rovesciata di Cristiano Ronaldo. Il motivo è semplice, addirittura semplicistico: la nipote del Corsaro Nero ha sfidato Matteo Salvini, lo ha beffato, ha messo il suo striscione sul balcone e nessuno ha osato toglierlo. Ora lei, con quel suo sguardo di ghiaccio da carrista della Wehrmacht e i capelli rasta da attivista gauchiste alla moda, è indubbiamente la nuova pasionaria della sinistra. Dopo lo scioglimento mediatico dell'iceberg Greta Thunberg e il ritorno doveroso di Michela Murgia nell'anonimato, un volto nuovo era necessario. A tal punto da indurre Matteo Orfini e Graziano Delrio a intonare Bella ciao in suo onore e - con il loro incedere politico da mal di mare - a innalzarla a eroina della settimana. Ora però la realtà come irrompe con la sua banale quotidianità. La signorina rischia 15 anni di carcere, l'armatore della Sea Watch rischia il sequestro della nave e una multa. E lo scontro frontale non si annuncia fra il ministro dell'Interno cattivo e la ribelle buona; non siamo al cinema a rivedere Balla coi lupi. La querelle giudiziaria è fra una nave pirata e uno Stato sovrano. Con le sue regole d'ingaggio, le sue leggi e il supporto della Corte europea dei diritti umani, che non più tardi di tre giorni fa aveva rigettato la richiesta di «obbligo di sbarco» da parte dell'Italia. La curva di sinistra strilla, chiede aiuto ai 5 stelle (guardando al presidente della Camera, Roberto Fico, come a un moderno Che Guevara) e tifa per l'illegalità, ma dimentica un paio di dettagli decisivi: la Capitaneria di porto fa capo al ministro Danilo Toninelli (Infrastrutture), la Guardia di finanza dipende dal ministro Giovanni Tria (Economia) e la Guardia costiera dal ministro Elisabetta Trenta (Difesa). La testarda capitana tedesca li ha presi a schiaffi tutti. E ha stracciato idealmente a coriandoli il decreto Sicurezza voluto sì da Salvini, ma approvato a maggioranza dal Parlamento italiano e controfirmato senza un plissè, quindi condividendone i contenuti, dal capo dello Stato, Sergio Mattarella. Tutti in sentina, tutti a fare un giro di chiglia mentre Delrio e Orfini ridono con un ghigno che somiglia a una paresi facciale. Carola Rackete sapeva perfettamente cosa stava facendo. E la Ong tedesca Sea Watch, con un fatturato annuo di due milioni di euro senza contare le erogazioni liberali degli aficionados (quindi con uffici legali dalle spalle larghe), era perfettamente al corrente del significato politico del gesto. Aveva detto no all'invito del governo olandese (titolare della bandiera della nave) di dirigersi verso la Tunisia, aveva rifiutato ogni soluzione che non fosse l'Italia. E con questo atteggiamento aveva mostrato un interesse residuale nei confronti del destino dei 42 disperati raccolti a bordo, ma un interesse primario, dominante, prepotente nel creare l'incidente con il nostro Paese. La Rackete lo aveva anche dichiarato mostrando i muscoli: «Per me esiste solo Lampedusa». E pur di entrare nelle acque dell'isola ha ciondolato in perdita per 1.4oo miglia nautiche aspettando Godot, la stessa distanza che le avrebbe consentito di arrivare in un porto spagnolo o addirittura di oltrepassare lo Stretto di Gibilterra. L'Ong estremista Sea Watch è finanziata dai verdi tedeschi, da attori e gruppi rock. Il referente politico è Gregor Gysi, figura di punta della Linke, con un passato diplomatico nella Germania Est. E con un padre agente della Stasi, la famigerata polizia politica della Ddr. Dalla curva, gli ultrà della nostra sgangherata sinistra fanno ancora il tifo per loro. Giorgio Gandola
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Come già noto, sono a disposizione per il triennio 2026-2028 circa 14 miliardi, cioè lo 0,3% del Pil annuo. La deroga, però, non riguarda le accise e qui si pone un problema. Anche se i prezzi dei carburanti sono in calo (in base ai dati del Mimit, il ministero delle Imprese, il prezzo medio del diesel self è di 1,988 euro/litro rispetto a 1,994 del 3 giugno e quello della benzina self è 1,930 euro contro 1,934 euro del 3 giugno), senza interventi il costo alla pompa domani subirebbe uno scatto al rialzo. La verde salirebbe a due euro il litro mentre il diesel a circa 2,1 euro. Il governo, però, ha intenzione di non lasciar cadere gli interventi contro il caro carburanti che, come annunciato dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, saranno rinnovati con un decreto ministeriale direttamente sabato, al momento della scadenza del taglio delle accise.
Escludendo un decreto legge o un disegno di legge, si avrebbe una attivazione rapida, demandando l’attuazione pratica al ministero dell’Economia. Questi verificherebbe le maggiori entrate Iva del mese precedente dovute al rincaro dei carburanti, sfruttando il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Ciò sarebbe possibile perché non si verrebbe a creare un extra deficit e quindi rientrerebbe nel solco delle indicazioni di Bruxelles. Il messaggio politico del governo è chiaro: al di là delle condizioni dettate dalla Ue, per abbattere i rincari dei carburanti useremo le risorse aggiuntive. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando viene contabilizzata la cifra del periodo precedente. Fino ad ora, dal 18 marzo, data del primo intervento, sono stati spesi circa 2 miliardi di euro.
Ancora, però, non è chiaro il risultato finale per il consumatore, cioè come l’intervento sarà modulato. «Dobbiamo effettivamente valutare quant’è la disponibilità e fino al giorno 6 non l’abbiamo per motivi tecnici. In base a quello e alle condizioni di mercato, vedremo come prorogare queste forme di intervento», ha detto Giorgetti al question time in aula al Senato in risposta a un’interrogazione del Pd sugli interventi per contrastare l’aumento del costo dei carburanti. Poi ha precisato che «l’esatto dimensionamento economico dello sgravio necessita di un monitoraggio in tempo reale, in modo da incrociare i margini di bilancio accertati alla scadenza esatta con i trend dei listini petroliferi globali, garantendo la sostenibilità dei conti pubblici».
Nei giorni scorsi si era diffusa l’ipotesi dell’introduzione di un contributo una tantum da 100 euro destinato ai nuclei con un Isee non superiore a 15.000 euro. La platea potenziale sarebbe di circa 1,2 milioni di famiglie. Il sostegno verrebbe erogato tramite il sistema della social card, già utilizzato per altre misure di contrasto al caro vita, con l’obiettivo di indirizzare le risorse verso chi risente maggiormente dell’aumento dei prezzi dell’energia e dei carburanti. La differenza rispetto al taglio delle accise sarebbe significativa anche sotto il profilo finanziario. Il nuovo bonus avrebbe un costo stimato intorno ai 120 milioni di euro, una cifra decisamente inferiore rispetto ai circa 2 miliardi spesi dall’esecutivo negli ultimi mesi per mantenere ridotte le imposte sui carburanti.
La copertura potrebbe arrivare dall’incremento del gettito Iva generato proprio dall’aumento dei prezzi alla pompa. Di questa misura, però, Giorgetti ieri non ha parlato né è entrata all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri. Quanto ai 14 miliardi di flessibilità concessi da Bruxelles solo, però, per potenziare le rinnovabili, siccome l’Italia è ancora sotto procedura Ue sui conti, andrebbero contabilizzate nel deficit. Oppure, secondo ipotetico scenario, l’Italia potrebbe aspettare le nuove stime sul disavanzo a settembre e, si osserva nella maggioranza, se confermassero una soglia sotto il 3% e l’uscita dalla procedura, scorporare le spese. Il tutto, a ogni modo, solo dopo che la flessibilità sia operativa, dopo il via libera dell’Ecofin. Una scelta politica che, stando alle parole del ministro Giorgetti, «non avverrà nel chiuso del ministero» ma «imporrà un confronto con il Parlamento», e sulla quale c’è da immaginare che peseranno gli effetti dello choc energetico sulle famiglie e sulle imprese, effetti che «non si sono ancora pienamente manifestati».
Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida ha sottolineato che, «oltre al taglio generalizzato delle accise, del quale beneficia in maniera proporzionale anche il settore agricolo, il governo ha previsto, con gli ultimi decreti legge, un contributo straordinario sotto forma di credito d’imposta per l’acquisto di carburante a beneficio del comparto e della pesca con uno stanziamento di oltre 100 milioni di euro».
L’Unione consumatori lamenta la vaghezza delle dichiarazioni di Giorgetti: «Mancano due giorni è ancora non sono stati chiariti i termini della proroga», ha affermato ieri il presidente Massimiliano Dona. «Non vorremmo che, dopo la riduzione dello sconto sulla benzina da 20 a 5 centesimi previsto dal decreto-legge numero 63 del 30 aprile 2026, dopo quella sul gasolio da 20 a 10 centesimi introdotto con il decreto legge numero 89 del 22 maggio 2026, ora seguisse un terzo taglio».
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Il recupero degli immobili pubblici è destinato principalmente alle fasce economicamente più fragili. L’housing sociale, invece, è rivolto a quelle famiglie che non possiedono i requisiti per accedere alle case popolari ma che, allo stesso tempo, hanno difficoltà a sostenere i prezzi del mercato immobiliare.
Il Piano prevede l’impiego di circa 10 miliardi di euro di risorse pubbliche, ai quali si aggiungeranno investimenti privati. Per incentivare la partecipazione degli operatori privati, lo Stato offre procedure burocratiche semplificate. In cambio, almeno il 70% degli alloggi realizzati dovrà essere assegnato a prezzi calmierati, garantendo uno sconto minimo del 33% rispetto ai valori di mercato.
L’obiettivo dichiarato è aumentare l’offerta di abitazioni accessibili, ridurre il disagio abitativo e facilitare l’accesso alla casa per famiglie, giovani lavoratori e cittadini con redditi medio-bassi.
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Manifestanti a sostegno di Henry Nowak (Getty Images)
Il caso, ormai noto a livello mondiale, ha suscitato profonda indignazione dopo la recente diffusione dei filmati delle bodycam dei poliziotti. Le immagini mostrano Nowak che ripete più volte di essere stato accoltellato e di non riuscire a respirare, mentre gli agenti lo ammanettano dopo che Digwa aveva sostenuto di essere stato vittima di un’aggressione a sfondo razziale. Nel corso del processo, tuttavia, questa versione è stata smentita dalle prove presentate dall’accusa, che hanno portato alla condanna dell’aggressore.
Il capo della polizia dell’Hampshire, Alexis Boon, ha chiesto pubblicamente scusa alla famiglia del giovane, definendo il video «una tragedia assoluta». Boon ha riconosciuto l’errore commesso nell’ammanettare Nowak, ma ha respinto le accuse di una «politica dei due pesi e due misure». Dopo lo scoppio di numerose proteste in tutto il Paese, la vicenda è arrivata fino a Downing Street. Ieri il premier Keir Starmer ha incontrato la famiglia di Nowak, così come ha fatto la leader conservatrice Kemi Badenoch. Entrambi hanno espresso vicinanza ai familiari e chiesto che sia fatta piena luce sull’accaduto.
Sul piano politico, tuttavia, le letture restano profondamente diverse. Nigel Farage, leader di Reform Uk (oggi primo partito nei sondaggi britannici), ha accusato le forze dell’ordine di aver dato credito alle accuse di razzismo formulate da Digwa senza verificare adeguatamente i fatti, denunciando una «politica dei due pesi e due misure» destinata a minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Starmer, da parte sua, ha replicato accusando Farage, Elon Musk e altri commentatori di «alimentare le divisioni» nel Paese. Il premier ha ribadito che la Gran Bretagna resta una nazione composta in larga maggioranza da persone «ragionevoli e tolleranti», invitando a non strumentalizzare la tragedia.
Mentre Starmer tenta di gettare acqua sul fuoco, il dibattito si è già esteso all’intera architettura delle «politiche di diversità, equità e inclusione» (Dei) adottate negli ultimi anni dalle forze dell’ordine britanniche. Un sondaggio dell’Università di Reading, condotto su oltre 2.600 membri della polizia dell’Hampshire, ha rilevato che una parte degli agenti sottoposti ai corsi obbligatori del programma «L’inclusione conta» si sentiva «sotto pressione» e temeva di «dire la cosa sbagliata» o di subire conseguenze professionali in caso di errori.
Le critiche, peraltro, non arrivano soltanto dall’opposizione conservatrice. Jack Straw, ex ministro laburista dell’Interno e tra i principali promotori delle riforme antirazziste introdotte negli ultimi decenni, ha sostenuto che queste politiche sono «andate troppo oltre». Straw ha inoltre criticato alcune linee guida emanate dal National police chiefs’ council che, nel perseguire la cosiddetta «equità razziale», sostengono che trattare tutti allo stesso modo non sempre produrrebbe risultati equi. Anche il ministro della Polizia, Sarah Jones, ha definito quel documento «sbagliato», mentre lo stesso organismo ha annunciato una prossima revisione del testo.
Le accuse più dure, però, sono arrivate dalle pagine del Telegraph. In un editoriale destinato a far discutere, la nota opinionista Allison Pearson ha affermato che la morte di Nowak rappresenta il risultato estremo di una cultura istituzionale ormai ossessionata dalle accuse di razzismo. La Pearson ha parlato apertamente di «razzismo antibianco», accusando i programmi Dei di aver fatto «il lavaggio del cervello» agli agenti e chiedendo una profonda riforma del College of policing, l’organismo che sovrintende alla formazione delle forze dell’ordine britanniche.
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