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2019-04-29
Putin raddoppia i rompighiaccio nucleari per piantare la bandiera nell'Artico
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È stata la Russia a rilanciare in grande stile la propria iniziativa politica nell'area. In occasione del forum artico, tenutosi a San Pietroburgo all'inizio di aprile, Vladimir Putin ha esposto un piano per incrementare la presenza russa in loco. Gli obiettivi sono molteplici: il presidente non ha del resto mai nascosto di ambire ad estendere la propria influenza su quell'area sia per l'approvvigionamento di gas e petrolio che per incrementare decisamente la spedizione di merci attraverso la regione. In particolare, l'idea sarebbe quella di passare dai venticinque milioni di tonnellate di merci inviate nel 2018 a ben ottanta milioni nel 2024. Senza trascurare che, con questa mossa artica, il Cremlino punti a ridurre notevolmente il tempo di spedizione verso il mercato asiatico (circa il 40% in meno).
Un piano ambizioso, che Mosca vorrebbe perseguire attraverso svariate strategie. In primis, Putin ha intenzione di rafforzare la propria flotta di rompighiaccio a propulsione nucleare: la Russia detiene al momento quattro rompighiaccio nucleari e altre tre navi di questa tipologia sono attualmente in costruzione. Entro il 2035 - questo il piano del presidente russo - Mosca dovrebbe arrivare a disporre di una flotta di tredici rompighiaccio pesanti, di cui nove a propulsione nucleare. In secondo luogo, il Cremlino vuole espandere i propri porti su entrambi i lati della rotta marittima artica: Murmansk sulla penisola di Kola e Petropavlovsk-Kamchatsky sulla penisola di Kamchatka. Senza trascurare poi che ulteriori porti nell'area dovrebbero essere ampliati e rafforzati.
Per sostenere queste iniziative, Mosca si è detta aperta all'impiego di investimenti privati: pochi giorni fa, il Cremlino ha non a caso annunciato delle agevolazioni fiscali per quelle aziende che sceglieranno di impiegare i propri capitali nella zona artica. Nella fattispecie, le stime parlano di circa 143 miliardi di euro di investimento nell'arco di dieci anni (principalmente nel settore infrastrutturale ed energetico). Infine non bisogna trascurare che, dal 2012, la Russia abbia realizzato 457 siti militari nel territorio artico. Siti come la base di Kotelny: un complesso, dotato di sistemi missilistici di difesa costiera, che risulta geograficamente più vicino all'Alaska che a Mosca. Va da sé che, con ogni probabilità, queste basi si riveleranno funzionali alle nuove ambizioni artiche del Cremlino. È d'altronde in questo quadro generale che la Russia ha di recente effettuato una mossa particolarmente significativa, stabilendo che le navi straniere in transito nell'area saranno tenute ad avvisare Mosca entro quarantacinque giorni. Senza poi dimenticare l'obbligo di prendere a bordo un pilota russo e pagare una tassa.
D'altronde, il controllo delle rotte non è l'unico obiettivo del Cremlino. Anche il petrolio giocherà prevedibilmente un ruolo fondamentale nella sua corsa all'Artide. Basti ricordare che, nel 2017, la Bbc parlò del cosiddetto Project iceberg: un piano che prevedrebbe di realizzare svariate basi sottomarine in grado di ospitare ciascuna un reattore da ventiquattro megawatt, con l'obiettivo di raggiungere i giacimenti petroliferi collocati sotto gli strati di ghiaccio più spessi. Si tratta di un progetto che, tra l'altro, dovrebbe prendere avvio tra pochi mesi.
Questo iperattivismo russo - neanche a dirlo - sta impensierendo non poco la Nato, che teme un'eccessiva influenza del Cremlino nella regione artica. Già, sempre in occasione del forum di San Pietroburgo, il premier norvegese, Erna Solberg, ha mostrato un certo fastidio verso le annunciate mire russe, affermando che l'Artide sia una regione di pace e stabilità. Inoltre, l'anno scorso, la Nato - con quarantamila soldati - ha organizzato Trident Juncture: la più grande esercitazione militare in Norvegia negli ultimi dieci anni. Gli Stati Uniti si stanno insomma rendendo conto dell'importanza strategica rappresentata dall'Artide: non sarà del resto un caso che, a gennaio, il segretario della Marina americano, Richard V. Spencer, abbia dichiarato che Washington sarebbe intenzionata a riaprire la base navale di Adak, in Alaska, e ad inviare navi nelle acque artiche entro la prossima estate. Lo stesso Pentagono, a giugno scorso, aveva lasciato intendere di voler rilanciare l'iniziativa geopolitica statunitense in loco. Il punto è che lo Zio Sam ha perso non poco tempo, negli ultimi anni. E adesso la concorrenza russa nella zona potrebbe rivelarsi difficilmente contrastabile. Basti pensare che, al momento, gli Stati Uniti dispongano di appena due navi rompighiaccio nell'area: navi che riscontrano, tra l'altro, problemi di funzionamento. E attenzione: perché in queste dinamiche sta cercando di inserirsi anche Pechino. Non è un mistero che il presidente cinese, Xi Jinping, voglia infatti estendere all'Artide la Road and belt initiative.
La regione artica si avvia a diventare dunque un teatro di scontro tra titani. E la corsa al Nord è appena cominciata.
Da Murmansk a Sabetta: i porti russi nella regione artica
La Russia dispone di svariati porti situati nella regione artica. Tra questi, vi sono Murmansk, Arkhangelsk,Vitino, Dudinka e Sabetta. Murmansk è una città portuale situata nei pressi della baia di Kola: si trova a 108 chilometri dal confine tra Russia e Norvegia. La calda corrente nordatlantica garantisce che il porto rimanga libero dal ghiaccio per la maggior parte dell'anno. Il porto - ben collegato alle principali città russe via terra e via aria - ospita la base di rompighiaccio a propulsione nucleare, Atomflot. La città portuale di Arkhangelsk si estende su entrambe le rive del fiume Dvina, vicino alla foce sul Mar Bianco: molto importante per l'industria del legno e della pesca, il porto è attualmente aperto tutto l'anno per l'implementazione della tecnologia rompighiaccio. Situato sulle rive occidentali del Golfo di Kandalaksha, Vitino è un porto petrolifero che si affaccia sul Mar Bianco: è utilizzato principalmente per il trasporto del petrolio prodotto nelle raffinerie russe. Dudinka è invece un porto situato sul fiume Yenisei: viene utilizzato per spedire carbone, ferro e metalli non ferrosi. Situata sulla penisola di Yamal, Sabetta è infine sede di un porto e di una centrale a gas naturale liquefatto. La struttura è stata istituita nel 2012 grazie a una partnership tra il governo russo e il colosso del gas naturale Novatek: il porto viene principalmente utilizzato per esportare gas naturale liquefatto via mare.
La regione artica vale più o meno 90 miliardi di barili di petrolio
In base a una stima effettuata dalla United states geological survey (Usgs) nel 2008, la regione artica conterrebbe circa 90 miliardi di barili di petrolio e 17 trilioni di piedi cubi di gas non ancora scoperti. La zona russa dell'oceano ha la quota maggiore: le sue riserve potenziali ammontano a circa 48 miliardi di barili di petrolio e 43 miliardi di metri cubi di gas naturale. Numeri equivalenti al 14% del petrolio russo e al 40% delle riserve di gas. Tutto questo, mentre l'area accoglierebbe circa il 10% delle risorse conosciute di petrolio a livello mondiale (si parla di una cifra che si aggirerebbe attorno ai 240 miliardi di barili). In questo quadro, la Russia risulta particolarmente attiva: anche perché - stando a dati del 2013 - petrolio e gas naturale rappresentano quasi il 70% delle sue esportazioni totali. Non dobbiamo poi trascurare che, negli ultimi anni, Mosca abbia incrementato notevolmente la produzione di greggio: nel 2018, ha raggiunto la quota di 11,6 milioni di barili al giorno, arrivando quasi a eguagliare i picchi produttivi sovietici degli anni Ottanta. Ma il Cremlino non è comunque l'unico a mostrare ambizioni nella regione. Nel 2017, il presidente americano, Donald Trump, aveva infatti siglato un ordine esecutivo per riprendere delle trivellazioni nell'oceano Artico, ignorando il divieto che era stato varato ai tempi di Barack Obama. Lo scorso marzo, questa decisione è stata tuttavia bloccata da un giudice federale dell'Alaska, che ha definito il provvedimento di Trump illegale e reintegrato così il divieto imposto dal suo predecessore (a meno di una revoca formale da parte del Congresso).
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Il riscaldamento climatico, con il conseguente scioglimento dei ghiacci, sta aprendo nuove rotte di navigazione: un fattore che innesca una competizione tra le principali potenze per acquisire la maggiore influenza possibile sull'area. Mosca avrà 13 navi a reazione per poter commerciare verso l'Asia, superare Washington e avere il predominio sulla regione.La Russia dispone di svariati porti situati nella regione. Tra questi, vi sono Murmansk, Arkhangelsk, Vitino, Dudinka e Sabetta: servono per legno, pesca e gas.Negli ultimi anni Mosca ha incrementato la produzione di greggio: nel 2018, ha raggiunto la quota di 11,6 milioni di barili al giorno, arrivando quasi a eguagliare i picchi produttivi sovietici degli anni Ottanta.Lo speciale contiene tre articoli.È stata la Russia a rilanciare in grande stile la propria iniziativa politica nell'area. In occasione del forum artico, tenutosi a San Pietroburgo all'inizio di aprile, Vladimir Putin ha esposto un piano per incrementare la presenza russa in loco. Gli obiettivi sono molteplici: il presidente non ha del resto mai nascosto di ambire ad estendere la propria influenza su quell'area sia per l'approvvigionamento di gas e petrolio che per incrementare decisamente la spedizione di merci attraverso la regione. In particolare, l'idea sarebbe quella di passare dai venticinque milioni di tonnellate di merci inviate nel 2018 a ben ottanta milioni nel 2024. Senza trascurare che, con questa mossa artica, il Cremlino punti a ridurre notevolmente il tempo di spedizione verso il mercato asiatico (circa il 40% in meno). Un piano ambizioso, che Mosca vorrebbe perseguire attraverso svariate strategie. In primis, Putin ha intenzione di rafforzare la propria flotta di rompighiaccio a propulsione nucleare: la Russia detiene al momento quattro rompighiaccio nucleari e altre tre navi di questa tipologia sono attualmente in costruzione. Entro il 2035 - questo il piano del presidente russo - Mosca dovrebbe arrivare a disporre di una flotta di tredici rompighiaccio pesanti, di cui nove a propulsione nucleare. In secondo luogo, il Cremlino vuole espandere i propri porti su entrambi i lati della rotta marittima artica: Murmansk sulla penisola di Kola e Petropavlovsk-Kamchatsky sulla penisola di Kamchatka. Senza trascurare poi che ulteriori porti nell'area dovrebbero essere ampliati e rafforzati.Per sostenere queste iniziative, Mosca si è detta aperta all'impiego di investimenti privati: pochi giorni fa, il Cremlino ha non a caso annunciato delle agevolazioni fiscali per quelle aziende che sceglieranno di impiegare i propri capitali nella zona artica. Nella fattispecie, le stime parlano di circa 143 miliardi di euro di investimento nell'arco di dieci anni (principalmente nel settore infrastrutturale ed energetico). Infine non bisogna trascurare che, dal 2012, la Russia abbia realizzato 457 siti militari nel territorio artico. Siti come la base di Kotelny: un complesso, dotato di sistemi missilistici di difesa costiera, che risulta geograficamente più vicino all'Alaska che a Mosca. Va da sé che, con ogni probabilità, queste basi si riveleranno funzionali alle nuove ambizioni artiche del Cremlino. È d'altronde in questo quadro generale che la Russia ha di recente effettuato una mossa particolarmente significativa, stabilendo che le navi straniere in transito nell'area saranno tenute ad avvisare Mosca entro quarantacinque giorni. Senza poi dimenticare l'obbligo di prendere a bordo un pilota russo e pagare una tassa.D'altronde, il controllo delle rotte non è l'unico obiettivo del Cremlino. Anche il petrolio giocherà prevedibilmente un ruolo fondamentale nella sua corsa all'Artide. Basti ricordare che, nel 2017, la Bbc parlò del cosiddetto Project iceberg: un piano che prevedrebbe di realizzare svariate basi sottomarine in grado di ospitare ciascuna un reattore da ventiquattro megawatt, con l'obiettivo di raggiungere i giacimenti petroliferi collocati sotto gli strati di ghiaccio più spessi. Si tratta di un progetto che, tra l'altro, dovrebbe prendere avvio tra pochi mesi.Questo iperattivismo russo - neanche a dirlo - sta impensierendo non poco la Nato, che teme un'eccessiva influenza del Cremlino nella regione artica. Già, sempre in occasione del forum di San Pietroburgo, il premier norvegese, Erna Solberg, ha mostrato un certo fastidio verso le annunciate mire russe, affermando che l'Artide sia una regione di pace e stabilità. Inoltre, l'anno scorso, la Nato - con quarantamila soldati - ha organizzato Trident Juncture: la più grande esercitazione militare in Norvegia negli ultimi dieci anni. Gli Stati Uniti si stanno insomma rendendo conto dell'importanza strategica rappresentata dall'Artide: non sarà del resto un caso che, a gennaio, il segretario della Marina americano, Richard V. Spencer, abbia dichiarato che Washington sarebbe intenzionata a riaprire la base navale di Adak, in Alaska, e ad inviare navi nelle acque artiche entro la prossima estate. Lo stesso Pentagono, a giugno scorso, aveva lasciato intendere di voler rilanciare l'iniziativa geopolitica statunitense in loco. Il punto è che lo Zio Sam ha perso non poco tempo, negli ultimi anni. E adesso la concorrenza russa nella zona potrebbe rivelarsi difficilmente contrastabile. Basti pensare che, al momento, gli Stati Uniti dispongano di appena due navi rompighiaccio nell'area: navi che riscontrano, tra l'altro, problemi di funzionamento. E attenzione: perché in queste dinamiche sta cercando di inserirsi anche Pechino. Non è un mistero che il presidente cinese, Xi Jinping, voglia infatti estendere all'Artide la Road and belt initiative.La regione artica si avvia a diventare dunque un teatro di scontro tra titani. E la corsa al Nord è appena cominciata.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-corsa-allartico-di-putin-2635819437.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-murmansk-a-sabetta-i-porti-russi-nella-regione-artica" data-post-id="2635819437" data-published-at="1767732786" data-use-pagination="False"> Da Murmansk a Sabetta: i porti russi nella regione artica La Russia dispone di svariati porti situati nella regione artica. Tra questi, vi sono Murmansk, Arkhangelsk,Vitino, Dudinka e Sabetta. Murmansk è una città portuale situata nei pressi della baia di Kola: si trova a 108 chilometri dal confine tra Russia e Norvegia. La calda corrente nordatlantica garantisce che il porto rimanga libero dal ghiaccio per la maggior parte dell'anno. Il porto - ben collegato alle principali città russe via terra e via aria - ospita la base di rompighiaccio a propulsione nucleare, Atomflot. La città portuale di Arkhangelsk si estende su entrambe le rive del fiume Dvina, vicino alla foce sul Mar Bianco: molto importante per l'industria del legno e della pesca, il porto è attualmente aperto tutto l'anno per l'implementazione della tecnologia rompighiaccio. Situato sulle rive occidentali del Golfo di Kandalaksha, Vitino è un porto petrolifero che si affaccia sul Mar Bianco: è utilizzato principalmente per il trasporto del petrolio prodotto nelle raffinerie russe. Dudinka è invece un porto situato sul fiume Yenisei: viene utilizzato per spedire carbone, ferro e metalli non ferrosi. Situata sulla penisola di Yamal, Sabetta è infine sede di un porto e di una centrale a gas naturale liquefatto. La struttura è stata istituita nel 2012 grazie a una partnership tra il governo russo e il colosso del gas naturale Novatek: il porto viene principalmente utilizzato per esportare gas naturale liquefatto via mare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-corsa-allartico-di-putin-2635819437.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-regione-artica-vale-piu-o-meno-90-miliardi-di-barili-di-petrolio" data-post-id="2635819437" data-published-at="1767732786" data-use-pagination="False"> La regione artica vale più o meno 90 miliardi di barili di petrolio In base a una stima effettuata dalla United states geological survey (Usgs) nel 2008, la regione artica conterrebbe circa 90 miliardi di barili di petrolio e 17 trilioni di piedi cubi di gas non ancora scoperti. La zona russa dell'oceano ha la quota maggiore: le sue riserve potenziali ammontano a circa 48 miliardi di barili di petrolio e 43 miliardi di metri cubi di gas naturale. Numeri equivalenti al 14% del petrolio russo e al 40% delle riserve di gas. Tutto questo, mentre l'area accoglierebbe circa il 10% delle risorse conosciute di petrolio a livello mondiale (si parla di una cifra che si aggirerebbe attorno ai 240 miliardi di barili). In questo quadro, la Russia risulta particolarmente attiva: anche perché - stando a dati del 2013 - petrolio e gas naturale rappresentano quasi il 70% delle sue esportazioni totali. Non dobbiamo poi trascurare che, negli ultimi anni, Mosca abbia incrementato notevolmente la produzione di greggio: nel 2018, ha raggiunto la quota di 11,6 milioni di barili al giorno, arrivando quasi a eguagliare i picchi produttivi sovietici degli anni Ottanta. Ma il Cremlino non è comunque l'unico a mostrare ambizioni nella regione. Nel 2017, il presidente americano, Donald Trump, aveva infatti siglato un ordine esecutivo per riprendere delle trivellazioni nell'oceano Artico, ignorando il divieto che era stato varato ai tempi di Barack Obama. Lo scorso marzo, questa decisione è stata tuttavia bloccata da un giudice federale dell'Alaska, che ha definito il provvedimento di Trump illegale e reintegrato così il divieto imposto dal suo predecessore (a meno di una revoca formale da parte del Congresso).
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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Tim Walz (Getty Images)
Secondo tre esponenti del partito a conoscenza delle sue valutazioni, Klobuchar starebbe seriamente considerando una candidatura. La senatrice ha incontrato Walz domenica, hanno confermato fonti istituzionali. «Dopo aver riflettuto a lungo con la mia famiglia e con il mio team durante le festività, sono arrivato alla conclusione di non poter garantire l’impegno totale che una campagna elettorale richiede», ha spiegato Walz in una dichiarazione. «Ogni minuto speso a difendere la mia posizione politica sarebbe un minuto sottratto alla difesa dei cittadini del Minnesota dai criminali che sfruttano la nostra generosità e da chi specula cinicamente sulle nostre divisioni. Per questo ho scelto di fare un passo indietro e di concentrarmi esclusivamente sul lavoro di governo».
Come scrive il Wall Street Journal l’inchiesta sulle frodi, ancora in piena evoluzione e di dimensioni crescenti, ha rappresentato una distrazione costante per Walz e per l’intero Partito democratico del Minnesota, in una fase in cui i dem faticano a ritrovare una leadership nazionale e un peso reale a Washington. Lo scandalo è diventato rapidamente anche uno strumento di attacco per i repubblicani, che lo hanno utilizzato per dipingere il Minnesota e il suo governatore come l’emblema nazionale dello spreco di denaro pubblico e della cattiva amministrazione democratica. Dall’amministrazione Trump sono arrivate critiche quasi quotidiane, accompagnate dalla diffusione sistematica di video e contenuti ostili. Per il presidente Trump, Walz è entrato a pieno titolo nel suo personale «tour di rivincite politiche». Durante i 91 giorni trascorsi sulla scena nazionale come candidato alla vicepresidenza, il governatore aveva assunto il ruolo tradizionale di «cane da guardia», attaccando duramente gli avversari repubblicani e continuando a colpire Trump anche dopo la fine della campagna. Intanto, in Minnesota il clima si è fatto sempre più teso. Sdegno e imbarazzo si sono diffusi ben oltre i confini dello Stato. Influencer conservatori hanno raggiunto il territorio per realizzare video sul caso e mercoledì è prevista un’audizione al Congresso dedicata allo scandalo.
Il passo indietro di Walz innesca ora una corsa interna tra i democratici per individuare un nuovo candidato alla guida di uno Stato che tende storicamente a sinistra, ma che presenta una legislatura quasi perfettamente divisa tra i due schieramenti. Tra i possibili contendenti figurano il segretario di Stato Steve Simon e il procuratore generale Keith Ellison. Tuttavia, Klobuchar resta la figura con il profilo più solido: il maggiore consenso personale, una macchina organizzativa collaudata e una rete politica capillare. Sul fronte opposto, nonostante i repubblicani non conquistino una carica statale in Minnesota dal 2006, circa una dozzina di candidati si preparano alle primarie di agosto per contendersi l’accesso alle elezioni generali di novembre. Tra loro figurano il presidente della Camera statale Lisa Demuth, l’amministratore delegato di MyPillow Mike Lindell, l’imprenditore Kendall Qualls, l’avvocato di Minneapolis Chris Madel e l’ex candidato del 2022 Scott Jensen. Il Partito Repubblicano dispone di un ampio arsenale politico grazie agli sviluppi giudiziari: circa 60 persone sono già state condannate e oltre 90 incriminate in quello che viene descritto come il più grande schema di corruzione dell’era Covid negli Stati Uniti.
La maggior parte degli imputati è di origine somala. Le indagini, coordinate dall’ufficio del procuratore federale del Minnesota, rientrano in un più ampio sforzo del Dipartimento di Giustizia per smascherare i furti ai danni dei programmi di assistenza pubblica. Anche se alcune irregolarità risalgano a periodi precedenti al mandato di Walz, le frodi più estese emerse finora riguardano l’organizzazione no-profit Feeding Our Future, accusata di aver sfruttato un programma federale di nutrizione infantile. I primi 47 imputati sono stati incriminati nel 2022, verso la fine del primo mandato di Walz e durante la presidenza di Joe Biden. Secondo i procuratori, parte dei fondi sarebbe stata utilizzata per acquistare auto di lusso, immobili, gioielli e viaggi internazionali. L’ammontare complessivo delle somme sottratte attraverso frodi legate a pasti, alloggi, Medicaid e altri servizi resta oggetto di stime divergenti. Il Minnesota Star Tribune ha documentato, sulla base degli atti giudiziari, oltre 200 milioni di dollari, mentre funzionari federali e lo stesso presidente hanno ipotizzato cifre che potrebbero raggiungere diversi miliardi.
Martedì, l’amministrazione Trump ha annunciato il congelamento dei fondi federali destinati all’assistenza all’infanzia in Minnesota, citando nuove accuse di frode che coinvolgerebbero asili nido e che sono state rilanciate da un video divenuto virale. Le principali testate locali hanno però contestato alcune delle affermazioni contenute nel filmato. Le pressioni su Walz non sono arrivate solo dai repubblicani. In uno Stato che ha sempre rivendicato standard elevati di buon governo, anche voci autorevoli del mondo dell’informazione hanno chiesto un passo indietro. David Nimmer, giornalista di lungo corso e dirigente editoriale in pensione, ha invocato le dimissioni del governatore in una lettera pubblicata dallo Star Tribune. «Governatore, il tempo è scaduto: è il momento di farsi da parte. La burocrazia della sua amministrazione ha fallito in modo grave», ha scritto. «Che si parli di milioni o di miliardi, la frode al welfare resta comunque uno scandalo».
Negli ultimi mesi, Walz ha tentato di reagire nominando un ex giudice con un passato nell’FBI e alla guida della principale agenzia anticrimine statale per rafforzare la prevenzione delle frodi. Ha inoltre chiuso un programma considerato vulnerabile e ordinato una revisione esterna della fatturazione Medicaid. «È un problema che mi riguarda direttamente. Ne sono responsabile», ha dichiarato ai giornalisti. «Ma soprattutto, sarò io a risolverlo». Sessantunenne, Walz ha progressivamente spostato la propria azione di governo su posizioni più progressiste, dopo essere stato eletto nel 2018 come figura moderata. La sua esperienza nella campagna presidenziale del 2024, come candidato vicepresidente accanto a Kamala Harris, ha però messo in luce anche una propensione a imprecisioni ed esagerazioni nel racconto del proprio percorso personale e professionale, elementi che hanno ulteriormente indebolito la sua credibilità politica.
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Brigitte Macron (Ansa)
Dei commenti malevoli nei confronti della first lady transalpina circolavano già poco tempo dopo la prima elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo, nel 2017. Poi, nel 2021, su Youtube, è stato pubblicato un video che faceva insinuazioni nei confronti di Brigitte Macron. L’autrice del video, della durata di quattro ore, è Delphine J., conosciuta sui social con lo pseudonimo di Amandine Roy. Il video, successivamente cancellato, insinuava che Brigitte Macron non sarebbe mai esistita. Al suo posto ci sarebbe stato invece il fratello, Jean-Michel Trogneux. Sempre secondo queste illazioni, l’uomo avrebbe cambiato sesso e dato vita all’identità della première dame. Come riportato dalla tv pubblica France info, Delphine J. aveva dichiarato in un’udienza precedente che «in quanto donna anatomica» si era sentita «attaccata» dalla presunta identità transgender della moglie del presidente francese. Ieri, dopo la lettura della sentenza, la youtuber non ha rilasciato dichiarazioni ai giornalisti, ma ha preferito lasciar parlare una delle sue sostenitrici che ha dichiarato: «Siamo in un sistema monarchico».
Bertrand Scholler, presentato come «gallerista» da vari media transalpini, tra i quali Bfm tv e Le Monde, è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per un fotomontaggio di Brigitte Macron, realizzato nel 2024. La reazione del condannato non si è fatta attendere. Uscendo dall’aula del tribunale Scholler ha dichiarato che «se ciò che dite non piace» allora «sarete condannati. È un fatto del principe!». E ancora che «in Francia non si ha più il diritto di pensare!»
Delphine J. e Scholler erano i soli imputati presenti ieri in tribunale. Mancava invece Aurélien Poirson-Atlan, noto sui social come Zoé Sagan e ritenuto colpevole per aver pubblicato dei testi su X riguardanti la moglie del presidente francese. Nelle fasi precedenti del processo, ha ricordato ancora il canale pubblico, Poirson-Atlan aveva affermato che esisteva un «segreto di Stato scioccante» che implicava «una pedofilia tollerata dallo Stato».
Come Poirson-Atlan mancavano dall’aula anche tutti gli altri imputati. In primo luogo Jean-Christophe P., condannato a sei mesi di carcere «puri» anche in relazione alla sua assenza all’udienza. Un quasi omonimo, Jean-Christophe D., è stato invece condannato semplicemente a partecipare ad uno stage di sensibilizzazione sui comportamenti da tenere su internet. Quest’ultimo era stato l’unico a presentare delle scuse a Brigitte Macron. Gli altri imputati, che hanno ottenuto la condizionale, erano Christelle L., Philippe D., Jean-Luc M., Jérôme A. e Jérôme C.
Come ricordato da Le Monde, il processo conclusosi con la sentenza di ieri non ha riguardato il giornalista Xavier Poussard, il cui caso è stato separato perché risiede a Milano. Il quotidiano francese ha scritto che Poussard, autore del best seller Becoming Brigitte (che tradotto in italiano significa «diventando Brigitte») è «l’altro grande istigatore della fake news di portata mondiale» contro la première dame. Tra l’altro, alcuni dei condannati di ieri avevano ripreso delle pubblicazioni di Poussard. I media francesi hanno ricordato anche la denuncia presentata da Macron e dalla moglie negli Stati Uniti contro l’influencer americana Candace Owens.
Domenica sera, Brigitte Macron era intervenuta al tg della prima rete privata francese, Tf1, per parlare di un’iniziativa solidale. La conduttrice le ha però posto delle domande sul processo, alle quali la première dame ha risposto: «mi batto costantemente. Voglio aiutare gli adolescenti a battersi contro il bullismo». La moglie del presidente ha anche detto che nessuno «toccherà la mia genealogia» perché «con questo non si scherza».
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