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2019-04-29
Putin raddoppia i rompighiaccio nucleari per piantare la bandiera nell'Artico
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È stata la Russia a rilanciare in grande stile la propria iniziativa politica nell'area. In occasione del forum artico, tenutosi a San Pietroburgo all'inizio di aprile, Vladimir Putin ha esposto un piano per incrementare la presenza russa in loco. Gli obiettivi sono molteplici: il presidente non ha del resto mai nascosto di ambire ad estendere la propria influenza su quell'area sia per l'approvvigionamento di gas e petrolio che per incrementare decisamente la spedizione di merci attraverso la regione. In particolare, l'idea sarebbe quella di passare dai venticinque milioni di tonnellate di merci inviate nel 2018 a ben ottanta milioni nel 2024. Senza trascurare che, con questa mossa artica, il Cremlino punti a ridurre notevolmente il tempo di spedizione verso il mercato asiatico (circa il 40% in meno).
Un piano ambizioso, che Mosca vorrebbe perseguire attraverso svariate strategie. In primis, Putin ha intenzione di rafforzare la propria flotta di rompighiaccio a propulsione nucleare: la Russia detiene al momento quattro rompighiaccio nucleari e altre tre navi di questa tipologia sono attualmente in costruzione. Entro il 2035 - questo il piano del presidente russo - Mosca dovrebbe arrivare a disporre di una flotta di tredici rompighiaccio pesanti, di cui nove a propulsione nucleare. In secondo luogo, il Cremlino vuole espandere i propri porti su entrambi i lati della rotta marittima artica: Murmansk sulla penisola di Kola e Petropavlovsk-Kamchatsky sulla penisola di Kamchatka. Senza trascurare poi che ulteriori porti nell'area dovrebbero essere ampliati e rafforzati.
Per sostenere queste iniziative, Mosca si è detta aperta all'impiego di investimenti privati: pochi giorni fa, il Cremlino ha non a caso annunciato delle agevolazioni fiscali per quelle aziende che sceglieranno di impiegare i propri capitali nella zona artica. Nella fattispecie, le stime parlano di circa 143 miliardi di euro di investimento nell'arco di dieci anni (principalmente nel settore infrastrutturale ed energetico). Infine non bisogna trascurare che, dal 2012, la Russia abbia realizzato 457 siti militari nel territorio artico. Siti come la base di Kotelny: un complesso, dotato di sistemi missilistici di difesa costiera, che risulta geograficamente più vicino all'Alaska che a Mosca. Va da sé che, con ogni probabilità, queste basi si riveleranno funzionali alle nuove ambizioni artiche del Cremlino. È d'altronde in questo quadro generale che la Russia ha di recente effettuato una mossa particolarmente significativa, stabilendo che le navi straniere in transito nell'area saranno tenute ad avvisare Mosca entro quarantacinque giorni. Senza poi dimenticare l'obbligo di prendere a bordo un pilota russo e pagare una tassa.
D'altronde, il controllo delle rotte non è l'unico obiettivo del Cremlino. Anche il petrolio giocherà prevedibilmente un ruolo fondamentale nella sua corsa all'Artide. Basti ricordare che, nel 2017, la Bbc parlò del cosiddetto Project iceberg: un piano che prevedrebbe di realizzare svariate basi sottomarine in grado di ospitare ciascuna un reattore da ventiquattro megawatt, con l'obiettivo di raggiungere i giacimenti petroliferi collocati sotto gli strati di ghiaccio più spessi. Si tratta di un progetto che, tra l'altro, dovrebbe prendere avvio tra pochi mesi.
Questo iperattivismo russo - neanche a dirlo - sta impensierendo non poco la Nato, che teme un'eccessiva influenza del Cremlino nella regione artica. Già, sempre in occasione del forum di San Pietroburgo, il premier norvegese, Erna Solberg, ha mostrato un certo fastidio verso le annunciate mire russe, affermando che l'Artide sia una regione di pace e stabilità. Inoltre, l'anno scorso, la Nato - con quarantamila soldati - ha organizzato Trident Juncture: la più grande esercitazione militare in Norvegia negli ultimi dieci anni. Gli Stati Uniti si stanno insomma rendendo conto dell'importanza strategica rappresentata dall'Artide: non sarà del resto un caso che, a gennaio, il segretario della Marina americano, Richard V. Spencer, abbia dichiarato che Washington sarebbe intenzionata a riaprire la base navale di Adak, in Alaska, e ad inviare navi nelle acque artiche entro la prossima estate. Lo stesso Pentagono, a giugno scorso, aveva lasciato intendere di voler rilanciare l'iniziativa geopolitica statunitense in loco. Il punto è che lo Zio Sam ha perso non poco tempo, negli ultimi anni. E adesso la concorrenza russa nella zona potrebbe rivelarsi difficilmente contrastabile. Basti pensare che, al momento, gli Stati Uniti dispongano di appena due navi rompighiaccio nell'area: navi che riscontrano, tra l'altro, problemi di funzionamento. E attenzione: perché in queste dinamiche sta cercando di inserirsi anche Pechino. Non è un mistero che il presidente cinese, Xi Jinping, voglia infatti estendere all'Artide la Road and belt initiative.
La regione artica si avvia a diventare dunque un teatro di scontro tra titani. E la corsa al Nord è appena cominciata.
Da Murmansk a Sabetta: i porti russi nella regione artica
La Russia dispone di svariati porti situati nella regione artica. Tra questi, vi sono Murmansk, Arkhangelsk,Vitino, Dudinka e Sabetta. Murmansk è una città portuale situata nei pressi della baia di Kola: si trova a 108 chilometri dal confine tra Russia e Norvegia. La calda corrente nordatlantica garantisce che il porto rimanga libero dal ghiaccio per la maggior parte dell'anno. Il porto - ben collegato alle principali città russe via terra e via aria - ospita la base di rompighiaccio a propulsione nucleare, Atomflot. La città portuale di Arkhangelsk si estende su entrambe le rive del fiume Dvina, vicino alla foce sul Mar Bianco: molto importante per l'industria del legno e della pesca, il porto è attualmente aperto tutto l'anno per l'implementazione della tecnologia rompighiaccio. Situato sulle rive occidentali del Golfo di Kandalaksha, Vitino è un porto petrolifero che si affaccia sul Mar Bianco: è utilizzato principalmente per il trasporto del petrolio prodotto nelle raffinerie russe. Dudinka è invece un porto situato sul fiume Yenisei: viene utilizzato per spedire carbone, ferro e metalli non ferrosi. Situata sulla penisola di Yamal, Sabetta è infine sede di un porto e di una centrale a gas naturale liquefatto. La struttura è stata istituita nel 2012 grazie a una partnership tra il governo russo e il colosso del gas naturale Novatek: il porto viene principalmente utilizzato per esportare gas naturale liquefatto via mare.
La regione artica vale più o meno 90 miliardi di barili di petrolio
In base a una stima effettuata dalla United states geological survey (Usgs) nel 2008, la regione artica conterrebbe circa 90 miliardi di barili di petrolio e 17 trilioni di piedi cubi di gas non ancora scoperti. La zona russa dell'oceano ha la quota maggiore: le sue riserve potenziali ammontano a circa 48 miliardi di barili di petrolio e 43 miliardi di metri cubi di gas naturale. Numeri equivalenti al 14% del petrolio russo e al 40% delle riserve di gas. Tutto questo, mentre l'area accoglierebbe circa il 10% delle risorse conosciute di petrolio a livello mondiale (si parla di una cifra che si aggirerebbe attorno ai 240 miliardi di barili). In questo quadro, la Russia risulta particolarmente attiva: anche perché - stando a dati del 2013 - petrolio e gas naturale rappresentano quasi il 70% delle sue esportazioni totali. Non dobbiamo poi trascurare che, negli ultimi anni, Mosca abbia incrementato notevolmente la produzione di greggio: nel 2018, ha raggiunto la quota di 11,6 milioni di barili al giorno, arrivando quasi a eguagliare i picchi produttivi sovietici degli anni Ottanta. Ma il Cremlino non è comunque l'unico a mostrare ambizioni nella regione. Nel 2017, il presidente americano, Donald Trump, aveva infatti siglato un ordine esecutivo per riprendere delle trivellazioni nell'oceano Artico, ignorando il divieto che era stato varato ai tempi di Barack Obama. Lo scorso marzo, questa decisione è stata tuttavia bloccata da un giudice federale dell'Alaska, che ha definito il provvedimento di Trump illegale e reintegrato così il divieto imposto dal suo predecessore (a meno di una revoca formale da parte del Congresso).
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Il riscaldamento climatico, con il conseguente scioglimento dei ghiacci, sta aprendo nuove rotte di navigazione: un fattore che innesca una competizione tra le principali potenze per acquisire la maggiore influenza possibile sull'area. Mosca avrà 13 navi a reazione per poter commerciare verso l'Asia, superare Washington e avere il predominio sulla regione.La Russia dispone di svariati porti situati nella regione. Tra questi, vi sono Murmansk, Arkhangelsk, Vitino, Dudinka e Sabetta: servono per legno, pesca e gas.Negli ultimi anni Mosca ha incrementato la produzione di greggio: nel 2018, ha raggiunto la quota di 11,6 milioni di barili al giorno, arrivando quasi a eguagliare i picchi produttivi sovietici degli anni Ottanta.Lo speciale contiene tre articoli.È stata la Russia a rilanciare in grande stile la propria iniziativa politica nell'area. In occasione del forum artico, tenutosi a San Pietroburgo all'inizio di aprile, Vladimir Putin ha esposto un piano per incrementare la presenza russa in loco. Gli obiettivi sono molteplici: il presidente non ha del resto mai nascosto di ambire ad estendere la propria influenza su quell'area sia per l'approvvigionamento di gas e petrolio che per incrementare decisamente la spedizione di merci attraverso la regione. In particolare, l'idea sarebbe quella di passare dai venticinque milioni di tonnellate di merci inviate nel 2018 a ben ottanta milioni nel 2024. Senza trascurare che, con questa mossa artica, il Cremlino punti a ridurre notevolmente il tempo di spedizione verso il mercato asiatico (circa il 40% in meno). Un piano ambizioso, che Mosca vorrebbe perseguire attraverso svariate strategie. In primis, Putin ha intenzione di rafforzare la propria flotta di rompighiaccio a propulsione nucleare: la Russia detiene al momento quattro rompighiaccio nucleari e altre tre navi di questa tipologia sono attualmente in costruzione. Entro il 2035 - questo il piano del presidente russo - Mosca dovrebbe arrivare a disporre di una flotta di tredici rompighiaccio pesanti, di cui nove a propulsione nucleare. In secondo luogo, il Cremlino vuole espandere i propri porti su entrambi i lati della rotta marittima artica: Murmansk sulla penisola di Kola e Petropavlovsk-Kamchatsky sulla penisola di Kamchatka. Senza trascurare poi che ulteriori porti nell'area dovrebbero essere ampliati e rafforzati.Per sostenere queste iniziative, Mosca si è detta aperta all'impiego di investimenti privati: pochi giorni fa, il Cremlino ha non a caso annunciato delle agevolazioni fiscali per quelle aziende che sceglieranno di impiegare i propri capitali nella zona artica. Nella fattispecie, le stime parlano di circa 143 miliardi di euro di investimento nell'arco di dieci anni (principalmente nel settore infrastrutturale ed energetico). Infine non bisogna trascurare che, dal 2012, la Russia abbia realizzato 457 siti militari nel territorio artico. Siti come la base di Kotelny: un complesso, dotato di sistemi missilistici di difesa costiera, che risulta geograficamente più vicino all'Alaska che a Mosca. Va da sé che, con ogni probabilità, queste basi si riveleranno funzionali alle nuove ambizioni artiche del Cremlino. È d'altronde in questo quadro generale che la Russia ha di recente effettuato una mossa particolarmente significativa, stabilendo che le navi straniere in transito nell'area saranno tenute ad avvisare Mosca entro quarantacinque giorni. Senza poi dimenticare l'obbligo di prendere a bordo un pilota russo e pagare una tassa.D'altronde, il controllo delle rotte non è l'unico obiettivo del Cremlino. Anche il petrolio giocherà prevedibilmente un ruolo fondamentale nella sua corsa all'Artide. Basti ricordare che, nel 2017, la Bbc parlò del cosiddetto Project iceberg: un piano che prevedrebbe di realizzare svariate basi sottomarine in grado di ospitare ciascuna un reattore da ventiquattro megawatt, con l'obiettivo di raggiungere i giacimenti petroliferi collocati sotto gli strati di ghiaccio più spessi. Si tratta di un progetto che, tra l'altro, dovrebbe prendere avvio tra pochi mesi.Questo iperattivismo russo - neanche a dirlo - sta impensierendo non poco la Nato, che teme un'eccessiva influenza del Cremlino nella regione artica. Già, sempre in occasione del forum di San Pietroburgo, il premier norvegese, Erna Solberg, ha mostrato un certo fastidio verso le annunciate mire russe, affermando che l'Artide sia una regione di pace e stabilità. Inoltre, l'anno scorso, la Nato - con quarantamila soldati - ha organizzato Trident Juncture: la più grande esercitazione militare in Norvegia negli ultimi dieci anni. Gli Stati Uniti si stanno insomma rendendo conto dell'importanza strategica rappresentata dall'Artide: non sarà del resto un caso che, a gennaio, il segretario della Marina americano, Richard V. Spencer, abbia dichiarato che Washington sarebbe intenzionata a riaprire la base navale di Adak, in Alaska, e ad inviare navi nelle acque artiche entro la prossima estate. Lo stesso Pentagono, a giugno scorso, aveva lasciato intendere di voler rilanciare l'iniziativa geopolitica statunitense in loco. Il punto è che lo Zio Sam ha perso non poco tempo, negli ultimi anni. E adesso la concorrenza russa nella zona potrebbe rivelarsi difficilmente contrastabile. Basti pensare che, al momento, gli Stati Uniti dispongano di appena due navi rompighiaccio nell'area: navi che riscontrano, tra l'altro, problemi di funzionamento. E attenzione: perché in queste dinamiche sta cercando di inserirsi anche Pechino. Non è un mistero che il presidente cinese, Xi Jinping, voglia infatti estendere all'Artide la Road and belt initiative.La regione artica si avvia a diventare dunque un teatro di scontro tra titani. E la corsa al Nord è appena cominciata.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-corsa-allartico-di-putin-2635819437.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-murmansk-a-sabetta-i-porti-russi-nella-regione-artica" data-post-id="2635819437" data-published-at="1782225245" data-use-pagination="False"> Da Murmansk a Sabetta: i porti russi nella regione artica La Russia dispone di svariati porti situati nella regione artica. Tra questi, vi sono Murmansk, Arkhangelsk,Vitino, Dudinka e Sabetta. Murmansk è una città portuale situata nei pressi della baia di Kola: si trova a 108 chilometri dal confine tra Russia e Norvegia. La calda corrente nordatlantica garantisce che il porto rimanga libero dal ghiaccio per la maggior parte dell'anno. Il porto - ben collegato alle principali città russe via terra e via aria - ospita la base di rompighiaccio a propulsione nucleare, Atomflot. La città portuale di Arkhangelsk si estende su entrambe le rive del fiume Dvina, vicino alla foce sul Mar Bianco: molto importante per l'industria del legno e della pesca, il porto è attualmente aperto tutto l'anno per l'implementazione della tecnologia rompighiaccio. Situato sulle rive occidentali del Golfo di Kandalaksha, Vitino è un porto petrolifero che si affaccia sul Mar Bianco: è utilizzato principalmente per il trasporto del petrolio prodotto nelle raffinerie russe. Dudinka è invece un porto situato sul fiume Yenisei: viene utilizzato per spedire carbone, ferro e metalli non ferrosi. Situata sulla penisola di Yamal, Sabetta è infine sede di un porto e di una centrale a gas naturale liquefatto. La struttura è stata istituita nel 2012 grazie a una partnership tra il governo russo e il colosso del gas naturale Novatek: il porto viene principalmente utilizzato per esportare gas naturale liquefatto via mare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-corsa-allartico-di-putin-2635819437.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-regione-artica-vale-piu-o-meno-90-miliardi-di-barili-di-petrolio" data-post-id="2635819437" data-published-at="1782225245" data-use-pagination="False"> La regione artica vale più o meno 90 miliardi di barili di petrolio In base a una stima effettuata dalla United states geological survey (Usgs) nel 2008, la regione artica conterrebbe circa 90 miliardi di barili di petrolio e 17 trilioni di piedi cubi di gas non ancora scoperti. La zona russa dell'oceano ha la quota maggiore: le sue riserve potenziali ammontano a circa 48 miliardi di barili di petrolio e 43 miliardi di metri cubi di gas naturale. Numeri equivalenti al 14% del petrolio russo e al 40% delle riserve di gas. Tutto questo, mentre l'area accoglierebbe circa il 10% delle risorse conosciute di petrolio a livello mondiale (si parla di una cifra che si aggirerebbe attorno ai 240 miliardi di barili). In questo quadro, la Russia risulta particolarmente attiva: anche perché - stando a dati del 2013 - petrolio e gas naturale rappresentano quasi il 70% delle sue esportazioni totali. Non dobbiamo poi trascurare che, negli ultimi anni, Mosca abbia incrementato notevolmente la produzione di greggio: nel 2018, ha raggiunto la quota di 11,6 milioni di barili al giorno, arrivando quasi a eguagliare i picchi produttivi sovietici degli anni Ottanta. Ma il Cremlino non è comunque l'unico a mostrare ambizioni nella regione. Nel 2017, il presidente americano, Donald Trump, aveva infatti siglato un ordine esecutivo per riprendere delle trivellazioni nell'oceano Artico, ignorando il divieto che era stato varato ai tempi di Barack Obama. Lo scorso marzo, questa decisione è stata tuttavia bloccata da un giudice federale dell'Alaska, che ha definito il provvedimento di Trump illegale e reintegrato così il divieto imposto dal suo predecessore (a meno di una revoca formale da parte del Congresso).
Al «Giorno della Verità» sono intervenuti Georg Gufler, Chief Executive Officer di Doppelmayr Italia; Fulvio Giuliani, giornalista e responsabile comunicazione di Interporto Rivers; e Stefano Paggi, Chief Technology & Operation Officer di FiberCop, in un confronto moderato dal vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin. Al centro del dibattito la trasformazione della competitività italiana tra mobilità sostenibile, infrastrutture digitali e logistica integrata.
Georg Gufler, Chief Executive Officer di Doppelmayr Italia; Fulvio Giuliani, giornalista e responsabile comunicazione di Interporto Rivers; e Stefano Paggi, Chief Technology & Operation Officer di FiberCop, insieme al vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin che ha moderato il panel. Sono i protagonisti del confronto La fabbrica del futuro, andato in scena al «Giorno della Verità», dedicato alla sfida della competitività nella rivoluzione digitale italiana.
Al centro del dibattito l’idea di una fabbrica del futuro più veloce, connessa e integrata tra sistemi di trasporto, logistica e infrastrutture digitali. Un modello in cui, è stato sottolineato, la circolazione delle merci e delle informazioni diventa elemento decisivo di sviluppo.
Gufler ha descritto la mobilità come una sfida centrale per lo sviluppo sostenibile dei territori, illustrando l’attività di Doppelmayr Italia, società attiva da oltre 130 anni e con più di 600 installazioni realizzate in Italia tra impianti turistici e urbani. Tra i punti chiave del suo intervento, il ruolo dei sistemi a fune come soluzione complementare alle infrastrutture tradizionali, con tempi di realizzazione più rapidi e costi inferiori rispetto ad altre opere, oltre a benefici in termini di impatto ambientale e consumo di suolo.
Nel panel è stato inoltre citato un progetto realizzato a Parigi, con cinque stazioni collegate alla rete metropolitana e ferroviaria, che avrebbe consentito una riduzione dei tempi di percorrenza di circa 22 minuti.
Ampio spazio anche alla digitalizzazione delle infrastrutture. Paggi ha richiamato il ruolo di FiberCop e l’obiettivo di estendere la connessione veloce a circa 20 milioni di unità tra famiglie e imprese, sottolineando la centralità della rete come infrastruttura strategica per la competitività del Paese.
Sul fronte logistico, Giuliani ha illustrato il ruolo degli interporti come nodi fondamentali per lo smistamento delle merci. In Italia ne esistono circa trenta, ha ricordato, e rappresentano una componente ancora poco conosciuta ma strategica della catena logistica nazionale. L’interporto di Marghera è stato indicato come esempio di crescita recente, con oltre un milione e mezzo di tonnellate movimentate nell’anno.
Nel dibattito è emersa anche la necessità di rafforzare il trasporto intermodale e le connessioni con i traffici marittimi e le direttrici europee, così come la possibilità di utilizzare sistemi innovativi anche per il cosiddetto «ultimo miglio» urbano.
Infine, è stato affrontato il tema delle tecnologie avanzate, dall’intelligenza artificiale alla crittografia quantistica, considerate strumenti destinati a incidere sia sull’elaborazione dei dati sia sulla sicurezza delle reti digitali.
In chiusura, una riflessione sul bisogno di accelerare il cambiamento infrastrutturale e produttivo del Paese, tra investimenti, innovazione e superamento delle resistenze alla trasformazione.
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Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti
Nessun attrito con il ministro della Difesa Guido Crosetto sul tema dei fondi per il comparto militare. Lo ha chiarito il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti intervenendo al «Giorno della Verità», rispondendo a una domanda sulle presunte tensioni interne al governo.
«Il mestiere del ministro dell’Economia è vedere che tutti i ministri, legittimamente, chiedono stanziamenti e finanziamenti, e chi deve quadrare il bilancio deve utilizzare in modo saggio e opportuno le risorse», ha spiegato Giorgetti, sottolineando come non vi sia «nessun conflitto in particolare».
Nel suo intervento il titolare del Mef ha richiamato anche il contesto internazionale e gli impegni dell’Italia, che hanno inciso sulle scelte di bilancio e sul confronto con le istituzioni europee. In questo quadro, ha ricordato, si è sviluppato un negoziato con la Commissione Ue, che avrebbe recepito le richieste italiane legate alla gestione della spesa e alla considerazione di alcuni capitoli come parte del più ampio concetto di sicurezza nazionale.
Giorgetti ha insistito sulla necessità di una gestione «saggia» delle risorse pubbliche, soprattutto in una fase in cui le richieste di spesa aumentano in diversi settori e i margini di bilancio restano limitati.
Ampio spazio anche al tema dei conti pubblici e del debito, con riferimento alle dinamiche legate alle revisioni statistiche e agli effetti delle politiche fiscali adottate negli ultimi anni. Il ministro ha ricordato come alcuni dati siano ancora provvisori e soggetti a revisione da parte di Istat ed Eurostat, con una definizione attesa nei prossimi mesi.
Nel corso del dialogo è emersa anche la questione del Superbonus, richiamato da Giorgetti come esempio di misura che ha avuto un impatto rilevante sui conti pubblici e che ha richiesto successivi interventi correttivi. Una scelta che, nelle sue parole, si inserisce nel contesto delle decisioni prese in fase emergenziale e poi ritarate dai governi successivi.
Più in generale, il ministro ha ribadito l’esigenza di tenere insieme crescita, sostenibilità del debito e rispetto dei vincoli europei, in un quadro che resta complesso e condizionato da variabili economiche e geopolitiche. Le previsioni, ha osservato, dipendono infatti da molteplici fattori e possono cambiare in base all’evoluzione dello scenario internazionale.
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Guido Crosetto e Maurizio Belpietro
,Il ministro della Difesa Guido Crosetto intervistato dal direttore Maurizio Belpietro al Giorno della Verità spiega: «Nessun problema con Giorgetti, mai litigato con lui fondi per la Difesa».
Per gli Usa non esiste alcuna ragione per lamentarsi dell'Italia. Il ministro della Difesa liquida così la questione Roma Washington e la presunta rottura dei rapporti tra Giorgia Meloni e Donald Trump dovuta alla famosa telefonata sfogo del presidente degli Stati Uniti. Crosetto, incalzato dal direttore Belpietro, ha riconosciuto che esiste da parte degli Stati Uniti un malessere dovuto al fatto che l'Europa negli ultimi anni ha speso troppo poco per la Difesa. Un argomento che però «aveva già sollevato Obama prima e Biden poi, prima di lui». Crosetto ha spiegato che non esiste l'impegno di portare le spese per la difesa al 3,5% e che «il 5 comprende la parte di sicurezza, quindi le forze di polizia. Un impegno fatto al 2035. L'impegno che esiste è preso dal Parlamento: un aumento dello 0,15 ogni anno». E «quest'anno non c'è stato», ha riconosciuto il ministro, spiegando: mi è chiaro: «non siamo usciti dalla procedura di infrazione». Crosetto ha però detto di aspettarsi che nella finanziaria del prossimo anno «l'impegno che ci siamo presi, che ripeto non è il 3,5, ma è lo 0,15 per anno, sarà portato avanti. Il ministro si è detto convinto che «Giorgetti è assolutamente consapevole di questa cosa».
In questa occasione a Belpietro spiega che con Giorgetti non c'è alcun tipo di discussione e non c'è mai stata. «So che Giancarlo (Giorgetti, ndr) sa perfettamente quali sarebbero le cose che io vorrei. Io so perfettamente quali sono le cose che lui può fare e i tempi con cui può farle, per cui è impossibile che noi litighiamo» ma «sul Safe dipende dalla possibilità che lui ha». Poi si chiede: «I paesi del nord e est Europa sono spaventati da Putin, non so se a torto o a ragione, ma stanno spendendo in difesa più di chiunque altro. Putin arriverà a 2,4 milioni di soldati. Qualcuno mi deve spiegare a cosa servono visto che sono troppi anche per l'Ucraina».
Per Crosetto le crisi e le guerre sono dovute alla «sfida degli Usa con la Cina, iniziata 15-20 anni che sta arrivando a un punto di rottura". D'altro canto la guerra ha cambiato faccia e questa sfida «sarà sempre di più sull'intelligenza artificiale, chi arriva prima, sulla quantistica, sul computer quantistico, sullo spazio», ha detto Crosetto, osservando che la Cina ha «un'unica regia e un unico attore che è lo Stato", con una strategia centrale e investimenti massicci. Gli Stati uniti, al contrario, stanno fondando una parte della propria risposta su grandi multinazionali tecnologiche, alcune delle quali hanno ormai capacità superiori a quelle degli Stati. «Perché è la prima volta nella storia dell'umanità che ci sono aziende private che dispongono di strumenti tecnologici superiori a quelli di cui dispongono gli Stati» ha precisato Crosetto, riferendosi a Space X di Elon Musk. Per Crosetto il nodo per Trump resta Israele, perché «la capacità militare di Israele non può reggere senza l'aiuto degli Usa. Israele è ossessionato dall'eliminazione di Hezbollah in Libano. Ma eliminare Hezbollah significa eliminare il Libano. Quindi non è possibile».
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