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2019-04-29
Putin raddoppia i rompighiaccio nucleari per piantare la bandiera nell'Artico
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È stata la Russia a rilanciare in grande stile la propria iniziativa politica nell'area. In occasione del forum artico, tenutosi a San Pietroburgo all'inizio di aprile, Vladimir Putin ha esposto un piano per incrementare la presenza russa in loco. Gli obiettivi sono molteplici: il presidente non ha del resto mai nascosto di ambire ad estendere la propria influenza su quell'area sia per l'approvvigionamento di gas e petrolio che per incrementare decisamente la spedizione di merci attraverso la regione. In particolare, l'idea sarebbe quella di passare dai venticinque milioni di tonnellate di merci inviate nel 2018 a ben ottanta milioni nel 2024. Senza trascurare che, con questa mossa artica, il Cremlino punti a ridurre notevolmente il tempo di spedizione verso il mercato asiatico (circa il 40% in meno).
Un piano ambizioso, che Mosca vorrebbe perseguire attraverso svariate strategie. In primis, Putin ha intenzione di rafforzare la propria flotta di rompighiaccio a propulsione nucleare: la Russia detiene al momento quattro rompighiaccio nucleari e altre tre navi di questa tipologia sono attualmente in costruzione. Entro il 2035 - questo il piano del presidente russo - Mosca dovrebbe arrivare a disporre di una flotta di tredici rompighiaccio pesanti, di cui nove a propulsione nucleare. In secondo luogo, il Cremlino vuole espandere i propri porti su entrambi i lati della rotta marittima artica: Murmansk sulla penisola di Kola e Petropavlovsk-Kamchatsky sulla penisola di Kamchatka. Senza trascurare poi che ulteriori porti nell'area dovrebbero essere ampliati e rafforzati.
Per sostenere queste iniziative, Mosca si è detta aperta all'impiego di investimenti privati: pochi giorni fa, il Cremlino ha non a caso annunciato delle agevolazioni fiscali per quelle aziende che sceglieranno di impiegare i propri capitali nella zona artica. Nella fattispecie, le stime parlano di circa 143 miliardi di euro di investimento nell'arco di dieci anni (principalmente nel settore infrastrutturale ed energetico). Infine non bisogna trascurare che, dal 2012, la Russia abbia realizzato 457 siti militari nel territorio artico. Siti come la base di Kotelny: un complesso, dotato di sistemi missilistici di difesa costiera, che risulta geograficamente più vicino all'Alaska che a Mosca. Va da sé che, con ogni probabilità, queste basi si riveleranno funzionali alle nuove ambizioni artiche del Cremlino. È d'altronde in questo quadro generale che la Russia ha di recente effettuato una mossa particolarmente significativa, stabilendo che le navi straniere in transito nell'area saranno tenute ad avvisare Mosca entro quarantacinque giorni. Senza poi dimenticare l'obbligo di prendere a bordo un pilota russo e pagare una tassa.
D'altronde, il controllo delle rotte non è l'unico obiettivo del Cremlino. Anche il petrolio giocherà prevedibilmente un ruolo fondamentale nella sua corsa all'Artide. Basti ricordare che, nel 2017, la Bbc parlò del cosiddetto Project iceberg: un piano che prevedrebbe di realizzare svariate basi sottomarine in grado di ospitare ciascuna un reattore da ventiquattro megawatt, con l'obiettivo di raggiungere i giacimenti petroliferi collocati sotto gli strati di ghiaccio più spessi. Si tratta di un progetto che, tra l'altro, dovrebbe prendere avvio tra pochi mesi.
Questo iperattivismo russo - neanche a dirlo - sta impensierendo non poco la Nato, che teme un'eccessiva influenza del Cremlino nella regione artica. Già, sempre in occasione del forum di San Pietroburgo, il premier norvegese, Erna Solberg, ha mostrato un certo fastidio verso le annunciate mire russe, affermando che l'Artide sia una regione di pace e stabilità. Inoltre, l'anno scorso, la Nato - con quarantamila soldati - ha organizzato Trident Juncture: la più grande esercitazione militare in Norvegia negli ultimi dieci anni. Gli Stati Uniti si stanno insomma rendendo conto dell'importanza strategica rappresentata dall'Artide: non sarà del resto un caso che, a gennaio, il segretario della Marina americano, Richard V. Spencer, abbia dichiarato che Washington sarebbe intenzionata a riaprire la base navale di Adak, in Alaska, e ad inviare navi nelle acque artiche entro la prossima estate. Lo stesso Pentagono, a giugno scorso, aveva lasciato intendere di voler rilanciare l'iniziativa geopolitica statunitense in loco. Il punto è che lo Zio Sam ha perso non poco tempo, negli ultimi anni. E adesso la concorrenza russa nella zona potrebbe rivelarsi difficilmente contrastabile. Basti pensare che, al momento, gli Stati Uniti dispongano di appena due navi rompighiaccio nell'area: navi che riscontrano, tra l'altro, problemi di funzionamento. E attenzione: perché in queste dinamiche sta cercando di inserirsi anche Pechino. Non è un mistero che il presidente cinese, Xi Jinping, voglia infatti estendere all'Artide la Road and belt initiative.
La regione artica si avvia a diventare dunque un teatro di scontro tra titani. E la corsa al Nord è appena cominciata.
Da Murmansk a Sabetta: i porti russi nella regione artica
La Russia dispone di svariati porti situati nella regione artica. Tra questi, vi sono Murmansk, Arkhangelsk,Vitino, Dudinka e Sabetta. Murmansk è una città portuale situata nei pressi della baia di Kola: si trova a 108 chilometri dal confine tra Russia e Norvegia. La calda corrente nordatlantica garantisce che il porto rimanga libero dal ghiaccio per la maggior parte dell'anno. Il porto - ben collegato alle principali città russe via terra e via aria - ospita la base di rompighiaccio a propulsione nucleare, Atomflot. La città portuale di Arkhangelsk si estende su entrambe le rive del fiume Dvina, vicino alla foce sul Mar Bianco: molto importante per l'industria del legno e della pesca, il porto è attualmente aperto tutto l'anno per l'implementazione della tecnologia rompighiaccio. Situato sulle rive occidentali del Golfo di Kandalaksha, Vitino è un porto petrolifero che si affaccia sul Mar Bianco: è utilizzato principalmente per il trasporto del petrolio prodotto nelle raffinerie russe. Dudinka è invece un porto situato sul fiume Yenisei: viene utilizzato per spedire carbone, ferro e metalli non ferrosi. Situata sulla penisola di Yamal, Sabetta è infine sede di un porto e di una centrale a gas naturale liquefatto. La struttura è stata istituita nel 2012 grazie a una partnership tra il governo russo e il colosso del gas naturale Novatek: il porto viene principalmente utilizzato per esportare gas naturale liquefatto via mare.
La regione artica vale più o meno 90 miliardi di barili di petrolio
In base a una stima effettuata dalla United states geological survey (Usgs) nel 2008, la regione artica conterrebbe circa 90 miliardi di barili di petrolio e 17 trilioni di piedi cubi di gas non ancora scoperti. La zona russa dell'oceano ha la quota maggiore: le sue riserve potenziali ammontano a circa 48 miliardi di barili di petrolio e 43 miliardi di metri cubi di gas naturale. Numeri equivalenti al 14% del petrolio russo e al 40% delle riserve di gas. Tutto questo, mentre l'area accoglierebbe circa il 10% delle risorse conosciute di petrolio a livello mondiale (si parla di una cifra che si aggirerebbe attorno ai 240 miliardi di barili). In questo quadro, la Russia risulta particolarmente attiva: anche perché - stando a dati del 2013 - petrolio e gas naturale rappresentano quasi il 70% delle sue esportazioni totali. Non dobbiamo poi trascurare che, negli ultimi anni, Mosca abbia incrementato notevolmente la produzione di greggio: nel 2018, ha raggiunto la quota di 11,6 milioni di barili al giorno, arrivando quasi a eguagliare i picchi produttivi sovietici degli anni Ottanta. Ma il Cremlino non è comunque l'unico a mostrare ambizioni nella regione. Nel 2017, il presidente americano, Donald Trump, aveva infatti siglato un ordine esecutivo per riprendere delle trivellazioni nell'oceano Artico, ignorando il divieto che era stato varato ai tempi di Barack Obama. Lo scorso marzo, questa decisione è stata tuttavia bloccata da un giudice federale dell'Alaska, che ha definito il provvedimento di Trump illegale e reintegrato così il divieto imposto dal suo predecessore (a meno di una revoca formale da parte del Congresso).
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Il riscaldamento climatico, con il conseguente scioglimento dei ghiacci, sta aprendo nuove rotte di navigazione: un fattore che innesca una competizione tra le principali potenze per acquisire la maggiore influenza possibile sull'area. Mosca avrà 13 navi a reazione per poter commerciare verso l'Asia, superare Washington e avere il predominio sulla regione.La Russia dispone di svariati porti situati nella regione. Tra questi, vi sono Murmansk, Arkhangelsk, Vitino, Dudinka e Sabetta: servono per legno, pesca e gas.Negli ultimi anni Mosca ha incrementato la produzione di greggio: nel 2018, ha raggiunto la quota di 11,6 milioni di barili al giorno, arrivando quasi a eguagliare i picchi produttivi sovietici degli anni Ottanta.Lo speciale contiene tre articoli.È stata la Russia a rilanciare in grande stile la propria iniziativa politica nell'area. In occasione del forum artico, tenutosi a San Pietroburgo all'inizio di aprile, Vladimir Putin ha esposto un piano per incrementare la presenza russa in loco. Gli obiettivi sono molteplici: il presidente non ha del resto mai nascosto di ambire ad estendere la propria influenza su quell'area sia per l'approvvigionamento di gas e petrolio che per incrementare decisamente la spedizione di merci attraverso la regione. In particolare, l'idea sarebbe quella di passare dai venticinque milioni di tonnellate di merci inviate nel 2018 a ben ottanta milioni nel 2024. Senza trascurare che, con questa mossa artica, il Cremlino punti a ridurre notevolmente il tempo di spedizione verso il mercato asiatico (circa il 40% in meno). Un piano ambizioso, che Mosca vorrebbe perseguire attraverso svariate strategie. In primis, Putin ha intenzione di rafforzare la propria flotta di rompighiaccio a propulsione nucleare: la Russia detiene al momento quattro rompighiaccio nucleari e altre tre navi di questa tipologia sono attualmente in costruzione. Entro il 2035 - questo il piano del presidente russo - Mosca dovrebbe arrivare a disporre di una flotta di tredici rompighiaccio pesanti, di cui nove a propulsione nucleare. In secondo luogo, il Cremlino vuole espandere i propri porti su entrambi i lati della rotta marittima artica: Murmansk sulla penisola di Kola e Petropavlovsk-Kamchatsky sulla penisola di Kamchatka. Senza trascurare poi che ulteriori porti nell'area dovrebbero essere ampliati e rafforzati.Per sostenere queste iniziative, Mosca si è detta aperta all'impiego di investimenti privati: pochi giorni fa, il Cremlino ha non a caso annunciato delle agevolazioni fiscali per quelle aziende che sceglieranno di impiegare i propri capitali nella zona artica. Nella fattispecie, le stime parlano di circa 143 miliardi di euro di investimento nell'arco di dieci anni (principalmente nel settore infrastrutturale ed energetico). Infine non bisogna trascurare che, dal 2012, la Russia abbia realizzato 457 siti militari nel territorio artico. Siti come la base di Kotelny: un complesso, dotato di sistemi missilistici di difesa costiera, che risulta geograficamente più vicino all'Alaska che a Mosca. Va da sé che, con ogni probabilità, queste basi si riveleranno funzionali alle nuove ambizioni artiche del Cremlino. È d'altronde in questo quadro generale che la Russia ha di recente effettuato una mossa particolarmente significativa, stabilendo che le navi straniere in transito nell'area saranno tenute ad avvisare Mosca entro quarantacinque giorni. Senza poi dimenticare l'obbligo di prendere a bordo un pilota russo e pagare una tassa.D'altronde, il controllo delle rotte non è l'unico obiettivo del Cremlino. Anche il petrolio giocherà prevedibilmente un ruolo fondamentale nella sua corsa all'Artide. Basti ricordare che, nel 2017, la Bbc parlò del cosiddetto Project iceberg: un piano che prevedrebbe di realizzare svariate basi sottomarine in grado di ospitare ciascuna un reattore da ventiquattro megawatt, con l'obiettivo di raggiungere i giacimenti petroliferi collocati sotto gli strati di ghiaccio più spessi. Si tratta di un progetto che, tra l'altro, dovrebbe prendere avvio tra pochi mesi.Questo iperattivismo russo - neanche a dirlo - sta impensierendo non poco la Nato, che teme un'eccessiva influenza del Cremlino nella regione artica. Già, sempre in occasione del forum di San Pietroburgo, il premier norvegese, Erna Solberg, ha mostrato un certo fastidio verso le annunciate mire russe, affermando che l'Artide sia una regione di pace e stabilità. Inoltre, l'anno scorso, la Nato - con quarantamila soldati - ha organizzato Trident Juncture: la più grande esercitazione militare in Norvegia negli ultimi dieci anni. Gli Stati Uniti si stanno insomma rendendo conto dell'importanza strategica rappresentata dall'Artide: non sarà del resto un caso che, a gennaio, il segretario della Marina americano, Richard V. Spencer, abbia dichiarato che Washington sarebbe intenzionata a riaprire la base navale di Adak, in Alaska, e ad inviare navi nelle acque artiche entro la prossima estate. Lo stesso Pentagono, a giugno scorso, aveva lasciato intendere di voler rilanciare l'iniziativa geopolitica statunitense in loco. Il punto è che lo Zio Sam ha perso non poco tempo, negli ultimi anni. E adesso la concorrenza russa nella zona potrebbe rivelarsi difficilmente contrastabile. Basti pensare che, al momento, gli Stati Uniti dispongano di appena due navi rompighiaccio nell'area: navi che riscontrano, tra l'altro, problemi di funzionamento. E attenzione: perché in queste dinamiche sta cercando di inserirsi anche Pechino. Non è un mistero che il presidente cinese, Xi Jinping, voglia infatti estendere all'Artide la Road and belt initiative.La regione artica si avvia a diventare dunque un teatro di scontro tra titani. E la corsa al Nord è appena cominciata.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-corsa-allartico-di-putin-2635819437.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-murmansk-a-sabetta-i-porti-russi-nella-regione-artica" data-post-id="2635819437" data-published-at="1780712804" data-use-pagination="False"> Da Murmansk a Sabetta: i porti russi nella regione artica La Russia dispone di svariati porti situati nella regione artica. Tra questi, vi sono Murmansk, Arkhangelsk,Vitino, Dudinka e Sabetta. Murmansk è una città portuale situata nei pressi della baia di Kola: si trova a 108 chilometri dal confine tra Russia e Norvegia. La calda corrente nordatlantica garantisce che il porto rimanga libero dal ghiaccio per la maggior parte dell'anno. Il porto - ben collegato alle principali città russe via terra e via aria - ospita la base di rompighiaccio a propulsione nucleare, Atomflot. La città portuale di Arkhangelsk si estende su entrambe le rive del fiume Dvina, vicino alla foce sul Mar Bianco: molto importante per l'industria del legno e della pesca, il porto è attualmente aperto tutto l'anno per l'implementazione della tecnologia rompighiaccio. Situato sulle rive occidentali del Golfo di Kandalaksha, Vitino è un porto petrolifero che si affaccia sul Mar Bianco: è utilizzato principalmente per il trasporto del petrolio prodotto nelle raffinerie russe. Dudinka è invece un porto situato sul fiume Yenisei: viene utilizzato per spedire carbone, ferro e metalli non ferrosi. Situata sulla penisola di Yamal, Sabetta è infine sede di un porto e di una centrale a gas naturale liquefatto. La struttura è stata istituita nel 2012 grazie a una partnership tra il governo russo e il colosso del gas naturale Novatek: il porto viene principalmente utilizzato per esportare gas naturale liquefatto via mare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-corsa-allartico-di-putin-2635819437.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-regione-artica-vale-piu-o-meno-90-miliardi-di-barili-di-petrolio" data-post-id="2635819437" data-published-at="1780712804" data-use-pagination="False"> La regione artica vale più o meno 90 miliardi di barili di petrolio In base a una stima effettuata dalla United states geological survey (Usgs) nel 2008, la regione artica conterrebbe circa 90 miliardi di barili di petrolio e 17 trilioni di piedi cubi di gas non ancora scoperti. La zona russa dell'oceano ha la quota maggiore: le sue riserve potenziali ammontano a circa 48 miliardi di barili di petrolio e 43 miliardi di metri cubi di gas naturale. Numeri equivalenti al 14% del petrolio russo e al 40% delle riserve di gas. Tutto questo, mentre l'area accoglierebbe circa il 10% delle risorse conosciute di petrolio a livello mondiale (si parla di una cifra che si aggirerebbe attorno ai 240 miliardi di barili). In questo quadro, la Russia risulta particolarmente attiva: anche perché - stando a dati del 2013 - petrolio e gas naturale rappresentano quasi il 70% delle sue esportazioni totali. Non dobbiamo poi trascurare che, negli ultimi anni, Mosca abbia incrementato notevolmente la produzione di greggio: nel 2018, ha raggiunto la quota di 11,6 milioni di barili al giorno, arrivando quasi a eguagliare i picchi produttivi sovietici degli anni Ottanta. Ma il Cremlino non è comunque l'unico a mostrare ambizioni nella regione. Nel 2017, il presidente americano, Donald Trump, aveva infatti siglato un ordine esecutivo per riprendere delle trivellazioni nell'oceano Artico, ignorando il divieto che era stato varato ai tempi di Barack Obama. Lo scorso marzo, questa decisione è stata tuttavia bloccata da un giudice federale dell'Alaska, che ha definito il provvedimento di Trump illegale e reintegrato così il divieto imposto dal suo predecessore (a meno di una revoca formale da parte del Congresso).
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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