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2019-04-29
Putin raddoppia i rompighiaccio nucleari per piantare la bandiera nell'Artico
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È stata la Russia a rilanciare in grande stile la propria iniziativa politica nell'area. In occasione del forum artico, tenutosi a San Pietroburgo all'inizio di aprile, Vladimir Putin ha esposto un piano per incrementare la presenza russa in loco. Gli obiettivi sono molteplici: il presidente non ha del resto mai nascosto di ambire ad estendere la propria influenza su quell'area sia per l'approvvigionamento di gas e petrolio che per incrementare decisamente la spedizione di merci attraverso la regione. In particolare, l'idea sarebbe quella di passare dai venticinque milioni di tonnellate di merci inviate nel 2018 a ben ottanta milioni nel 2024. Senza trascurare che, con questa mossa artica, il Cremlino punti a ridurre notevolmente il tempo di spedizione verso il mercato asiatico (circa il 40% in meno).
Un piano ambizioso, che Mosca vorrebbe perseguire attraverso svariate strategie. In primis, Putin ha intenzione di rafforzare la propria flotta di rompighiaccio a propulsione nucleare: la Russia detiene al momento quattro rompighiaccio nucleari e altre tre navi di questa tipologia sono attualmente in costruzione. Entro il 2035 - questo il piano del presidente russo - Mosca dovrebbe arrivare a disporre di una flotta di tredici rompighiaccio pesanti, di cui nove a propulsione nucleare. In secondo luogo, il Cremlino vuole espandere i propri porti su entrambi i lati della rotta marittima artica: Murmansk sulla penisola di Kola e Petropavlovsk-Kamchatsky sulla penisola di Kamchatka. Senza trascurare poi che ulteriori porti nell'area dovrebbero essere ampliati e rafforzati.
Per sostenere queste iniziative, Mosca si è detta aperta all'impiego di investimenti privati: pochi giorni fa, il Cremlino ha non a caso annunciato delle agevolazioni fiscali per quelle aziende che sceglieranno di impiegare i propri capitali nella zona artica. Nella fattispecie, le stime parlano di circa 143 miliardi di euro di investimento nell'arco di dieci anni (principalmente nel settore infrastrutturale ed energetico). Infine non bisogna trascurare che, dal 2012, la Russia abbia realizzato 457 siti militari nel territorio artico. Siti come la base di Kotelny: un complesso, dotato di sistemi missilistici di difesa costiera, che risulta geograficamente più vicino all'Alaska che a Mosca. Va da sé che, con ogni probabilità, queste basi si riveleranno funzionali alle nuove ambizioni artiche del Cremlino. È d'altronde in questo quadro generale che la Russia ha di recente effettuato una mossa particolarmente significativa, stabilendo che le navi straniere in transito nell'area saranno tenute ad avvisare Mosca entro quarantacinque giorni. Senza poi dimenticare l'obbligo di prendere a bordo un pilota russo e pagare una tassa.
D'altronde, il controllo delle rotte non è l'unico obiettivo del Cremlino. Anche il petrolio giocherà prevedibilmente un ruolo fondamentale nella sua corsa all'Artide. Basti ricordare che, nel 2017, la Bbc parlò del cosiddetto Project iceberg: un piano che prevedrebbe di realizzare svariate basi sottomarine in grado di ospitare ciascuna un reattore da ventiquattro megawatt, con l'obiettivo di raggiungere i giacimenti petroliferi collocati sotto gli strati di ghiaccio più spessi. Si tratta di un progetto che, tra l'altro, dovrebbe prendere avvio tra pochi mesi.
Questo iperattivismo russo - neanche a dirlo - sta impensierendo non poco la Nato, che teme un'eccessiva influenza del Cremlino nella regione artica. Già, sempre in occasione del forum di San Pietroburgo, il premier norvegese, Erna Solberg, ha mostrato un certo fastidio verso le annunciate mire russe, affermando che l'Artide sia una regione di pace e stabilità. Inoltre, l'anno scorso, la Nato - con quarantamila soldati - ha organizzato Trident Juncture: la più grande esercitazione militare in Norvegia negli ultimi dieci anni. Gli Stati Uniti si stanno insomma rendendo conto dell'importanza strategica rappresentata dall'Artide: non sarà del resto un caso che, a gennaio, il segretario della Marina americano, Richard V. Spencer, abbia dichiarato che Washington sarebbe intenzionata a riaprire la base navale di Adak, in Alaska, e ad inviare navi nelle acque artiche entro la prossima estate. Lo stesso Pentagono, a giugno scorso, aveva lasciato intendere di voler rilanciare l'iniziativa geopolitica statunitense in loco. Il punto è che lo Zio Sam ha perso non poco tempo, negli ultimi anni. E adesso la concorrenza russa nella zona potrebbe rivelarsi difficilmente contrastabile. Basti pensare che, al momento, gli Stati Uniti dispongano di appena due navi rompighiaccio nell'area: navi che riscontrano, tra l'altro, problemi di funzionamento. E attenzione: perché in queste dinamiche sta cercando di inserirsi anche Pechino. Non è un mistero che il presidente cinese, Xi Jinping, voglia infatti estendere all'Artide la Road and belt initiative.
La regione artica si avvia a diventare dunque un teatro di scontro tra titani. E la corsa al Nord è appena cominciata.
Da Murmansk a Sabetta: i porti russi nella regione artica
La Russia dispone di svariati porti situati nella regione artica. Tra questi, vi sono Murmansk, Arkhangelsk,Vitino, Dudinka e Sabetta. Murmansk è una città portuale situata nei pressi della baia di Kola: si trova a 108 chilometri dal confine tra Russia e Norvegia. La calda corrente nordatlantica garantisce che il porto rimanga libero dal ghiaccio per la maggior parte dell'anno. Il porto - ben collegato alle principali città russe via terra e via aria - ospita la base di rompighiaccio a propulsione nucleare, Atomflot. La città portuale di Arkhangelsk si estende su entrambe le rive del fiume Dvina, vicino alla foce sul Mar Bianco: molto importante per l'industria del legno e della pesca, il porto è attualmente aperto tutto l'anno per l'implementazione della tecnologia rompighiaccio. Situato sulle rive occidentali del Golfo di Kandalaksha, Vitino è un porto petrolifero che si affaccia sul Mar Bianco: è utilizzato principalmente per il trasporto del petrolio prodotto nelle raffinerie russe. Dudinka è invece un porto situato sul fiume Yenisei: viene utilizzato per spedire carbone, ferro e metalli non ferrosi. Situata sulla penisola di Yamal, Sabetta è infine sede di un porto e di una centrale a gas naturale liquefatto. La struttura è stata istituita nel 2012 grazie a una partnership tra il governo russo e il colosso del gas naturale Novatek: il porto viene principalmente utilizzato per esportare gas naturale liquefatto via mare.
La regione artica vale più o meno 90 miliardi di barili di petrolio
In base a una stima effettuata dalla United states geological survey (Usgs) nel 2008, la regione artica conterrebbe circa 90 miliardi di barili di petrolio e 17 trilioni di piedi cubi di gas non ancora scoperti. La zona russa dell'oceano ha la quota maggiore: le sue riserve potenziali ammontano a circa 48 miliardi di barili di petrolio e 43 miliardi di metri cubi di gas naturale. Numeri equivalenti al 14% del petrolio russo e al 40% delle riserve di gas. Tutto questo, mentre l'area accoglierebbe circa il 10% delle risorse conosciute di petrolio a livello mondiale (si parla di una cifra che si aggirerebbe attorno ai 240 miliardi di barili). In questo quadro, la Russia risulta particolarmente attiva: anche perché - stando a dati del 2013 - petrolio e gas naturale rappresentano quasi il 70% delle sue esportazioni totali. Non dobbiamo poi trascurare che, negli ultimi anni, Mosca abbia incrementato notevolmente la produzione di greggio: nel 2018, ha raggiunto la quota di 11,6 milioni di barili al giorno, arrivando quasi a eguagliare i picchi produttivi sovietici degli anni Ottanta. Ma il Cremlino non è comunque l'unico a mostrare ambizioni nella regione. Nel 2017, il presidente americano, Donald Trump, aveva infatti siglato un ordine esecutivo per riprendere delle trivellazioni nell'oceano Artico, ignorando il divieto che era stato varato ai tempi di Barack Obama. Lo scorso marzo, questa decisione è stata tuttavia bloccata da un giudice federale dell'Alaska, che ha definito il provvedimento di Trump illegale e reintegrato così il divieto imposto dal suo predecessore (a meno di una revoca formale da parte del Congresso).
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Il riscaldamento climatico, con il conseguente scioglimento dei ghiacci, sta aprendo nuove rotte di navigazione: un fattore che innesca una competizione tra le principali potenze per acquisire la maggiore influenza possibile sull'area. Mosca avrà 13 navi a reazione per poter commerciare verso l'Asia, superare Washington e avere il predominio sulla regione.La Russia dispone di svariati porti situati nella regione. Tra questi, vi sono Murmansk, Arkhangelsk, Vitino, Dudinka e Sabetta: servono per legno, pesca e gas.Negli ultimi anni Mosca ha incrementato la produzione di greggio: nel 2018, ha raggiunto la quota di 11,6 milioni di barili al giorno, arrivando quasi a eguagliare i picchi produttivi sovietici degli anni Ottanta.Lo speciale contiene tre articoli.È stata la Russia a rilanciare in grande stile la propria iniziativa politica nell'area. In occasione del forum artico, tenutosi a San Pietroburgo all'inizio di aprile, Vladimir Putin ha esposto un piano per incrementare la presenza russa in loco. Gli obiettivi sono molteplici: il presidente non ha del resto mai nascosto di ambire ad estendere la propria influenza su quell'area sia per l'approvvigionamento di gas e petrolio che per incrementare decisamente la spedizione di merci attraverso la regione. In particolare, l'idea sarebbe quella di passare dai venticinque milioni di tonnellate di merci inviate nel 2018 a ben ottanta milioni nel 2024. Senza trascurare che, con questa mossa artica, il Cremlino punti a ridurre notevolmente il tempo di spedizione verso il mercato asiatico (circa il 40% in meno). Un piano ambizioso, che Mosca vorrebbe perseguire attraverso svariate strategie. In primis, Putin ha intenzione di rafforzare la propria flotta di rompighiaccio a propulsione nucleare: la Russia detiene al momento quattro rompighiaccio nucleari e altre tre navi di questa tipologia sono attualmente in costruzione. Entro il 2035 - questo il piano del presidente russo - Mosca dovrebbe arrivare a disporre di una flotta di tredici rompighiaccio pesanti, di cui nove a propulsione nucleare. In secondo luogo, il Cremlino vuole espandere i propri porti su entrambi i lati della rotta marittima artica: Murmansk sulla penisola di Kola e Petropavlovsk-Kamchatsky sulla penisola di Kamchatka. Senza trascurare poi che ulteriori porti nell'area dovrebbero essere ampliati e rafforzati.Per sostenere queste iniziative, Mosca si è detta aperta all'impiego di investimenti privati: pochi giorni fa, il Cremlino ha non a caso annunciato delle agevolazioni fiscali per quelle aziende che sceglieranno di impiegare i propri capitali nella zona artica. Nella fattispecie, le stime parlano di circa 143 miliardi di euro di investimento nell'arco di dieci anni (principalmente nel settore infrastrutturale ed energetico). Infine non bisogna trascurare che, dal 2012, la Russia abbia realizzato 457 siti militari nel territorio artico. Siti come la base di Kotelny: un complesso, dotato di sistemi missilistici di difesa costiera, che risulta geograficamente più vicino all'Alaska che a Mosca. Va da sé che, con ogni probabilità, queste basi si riveleranno funzionali alle nuove ambizioni artiche del Cremlino. È d'altronde in questo quadro generale che la Russia ha di recente effettuato una mossa particolarmente significativa, stabilendo che le navi straniere in transito nell'area saranno tenute ad avvisare Mosca entro quarantacinque giorni. Senza poi dimenticare l'obbligo di prendere a bordo un pilota russo e pagare una tassa.D'altronde, il controllo delle rotte non è l'unico obiettivo del Cremlino. Anche il petrolio giocherà prevedibilmente un ruolo fondamentale nella sua corsa all'Artide. Basti ricordare che, nel 2017, la Bbc parlò del cosiddetto Project iceberg: un piano che prevedrebbe di realizzare svariate basi sottomarine in grado di ospitare ciascuna un reattore da ventiquattro megawatt, con l'obiettivo di raggiungere i giacimenti petroliferi collocati sotto gli strati di ghiaccio più spessi. Si tratta di un progetto che, tra l'altro, dovrebbe prendere avvio tra pochi mesi.Questo iperattivismo russo - neanche a dirlo - sta impensierendo non poco la Nato, che teme un'eccessiva influenza del Cremlino nella regione artica. Già, sempre in occasione del forum di San Pietroburgo, il premier norvegese, Erna Solberg, ha mostrato un certo fastidio verso le annunciate mire russe, affermando che l'Artide sia una regione di pace e stabilità. Inoltre, l'anno scorso, la Nato - con quarantamila soldati - ha organizzato Trident Juncture: la più grande esercitazione militare in Norvegia negli ultimi dieci anni. Gli Stati Uniti si stanno insomma rendendo conto dell'importanza strategica rappresentata dall'Artide: non sarà del resto un caso che, a gennaio, il segretario della Marina americano, Richard V. Spencer, abbia dichiarato che Washington sarebbe intenzionata a riaprire la base navale di Adak, in Alaska, e ad inviare navi nelle acque artiche entro la prossima estate. Lo stesso Pentagono, a giugno scorso, aveva lasciato intendere di voler rilanciare l'iniziativa geopolitica statunitense in loco. Il punto è che lo Zio Sam ha perso non poco tempo, negli ultimi anni. E adesso la concorrenza russa nella zona potrebbe rivelarsi difficilmente contrastabile. Basti pensare che, al momento, gli Stati Uniti dispongano di appena due navi rompighiaccio nell'area: navi che riscontrano, tra l'altro, problemi di funzionamento. E attenzione: perché in queste dinamiche sta cercando di inserirsi anche Pechino. Non è un mistero che il presidente cinese, Xi Jinping, voglia infatti estendere all'Artide la Road and belt initiative.La regione artica si avvia a diventare dunque un teatro di scontro tra titani. E la corsa al Nord è appena cominciata.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-corsa-allartico-di-putin-2635819437.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-murmansk-a-sabetta-i-porti-russi-nella-regione-artica" data-post-id="2635819437" data-published-at="1777711372" data-use-pagination="False"> Da Murmansk a Sabetta: i porti russi nella regione artica La Russia dispone di svariati porti situati nella regione artica. Tra questi, vi sono Murmansk, Arkhangelsk,Vitino, Dudinka e Sabetta. Murmansk è una città portuale situata nei pressi della baia di Kola: si trova a 108 chilometri dal confine tra Russia e Norvegia. La calda corrente nordatlantica garantisce che il porto rimanga libero dal ghiaccio per la maggior parte dell'anno. Il porto - ben collegato alle principali città russe via terra e via aria - ospita la base di rompighiaccio a propulsione nucleare, Atomflot. La città portuale di Arkhangelsk si estende su entrambe le rive del fiume Dvina, vicino alla foce sul Mar Bianco: molto importante per l'industria del legno e della pesca, il porto è attualmente aperto tutto l'anno per l'implementazione della tecnologia rompighiaccio. Situato sulle rive occidentali del Golfo di Kandalaksha, Vitino è un porto petrolifero che si affaccia sul Mar Bianco: è utilizzato principalmente per il trasporto del petrolio prodotto nelle raffinerie russe. Dudinka è invece un porto situato sul fiume Yenisei: viene utilizzato per spedire carbone, ferro e metalli non ferrosi. Situata sulla penisola di Yamal, Sabetta è infine sede di un porto e di una centrale a gas naturale liquefatto. La struttura è stata istituita nel 2012 grazie a una partnership tra il governo russo e il colosso del gas naturale Novatek: il porto viene principalmente utilizzato per esportare gas naturale liquefatto via mare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-corsa-allartico-di-putin-2635819437.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-regione-artica-vale-piu-o-meno-90-miliardi-di-barili-di-petrolio" data-post-id="2635819437" data-published-at="1777711372" data-use-pagination="False"> La regione artica vale più o meno 90 miliardi di barili di petrolio In base a una stima effettuata dalla United states geological survey (Usgs) nel 2008, la regione artica conterrebbe circa 90 miliardi di barili di petrolio e 17 trilioni di piedi cubi di gas non ancora scoperti. La zona russa dell'oceano ha la quota maggiore: le sue riserve potenziali ammontano a circa 48 miliardi di barili di petrolio e 43 miliardi di metri cubi di gas naturale. Numeri equivalenti al 14% del petrolio russo e al 40% delle riserve di gas. Tutto questo, mentre l'area accoglierebbe circa il 10% delle risorse conosciute di petrolio a livello mondiale (si parla di una cifra che si aggirerebbe attorno ai 240 miliardi di barili). In questo quadro, la Russia risulta particolarmente attiva: anche perché - stando a dati del 2013 - petrolio e gas naturale rappresentano quasi il 70% delle sue esportazioni totali. Non dobbiamo poi trascurare che, negli ultimi anni, Mosca abbia incrementato notevolmente la produzione di greggio: nel 2018, ha raggiunto la quota di 11,6 milioni di barili al giorno, arrivando quasi a eguagliare i picchi produttivi sovietici degli anni Ottanta. Ma il Cremlino non è comunque l'unico a mostrare ambizioni nella regione. Nel 2017, il presidente americano, Donald Trump, aveva infatti siglato un ordine esecutivo per riprendere delle trivellazioni nell'oceano Artico, ignorando il divieto che era stato varato ai tempi di Barack Obama. Lo scorso marzo, questa decisione è stata tuttavia bloccata da un giudice federale dell'Alaska, che ha definito il provvedimento di Trump illegale e reintegrato così il divieto imposto dal suo predecessore (a meno di una revoca formale da parte del Congresso).
Avamposto italiano sul Coni Zugna nel maggio 1916 (Getty Images)
Sul fronte alpino è il secondo anno della Grande Guerra, che da offensiva è ormai mutata in guerra di posizione, con gli italiani concentrati nei tentativi di avanzata sul fronte dell’Isonzo. Gli austro-ungarici invece, forti delle vittorie in Serbia, nutrivano allora l’idea di dare una spallata al nemico attaccando sul fronte trentino per irrompere nella pianura veneta, con l’intenzione di prendere alle spalle il grosso degli italiani schierati sul fronte isontino.
L’azione avrebbe anche avuto, qualora vincente, di alleggerire le pressioni che l’Austria subiva anche sul fronte orientale. Fin dal dicembre 1915 gli austriaci organizzarono le forze, nonostante i non trascurabili problemi logistici che sia il logoramento del primo anno di guerra che le difficoltà di richiamare truppe da altri fronti comportavano. D’altra parte, i comandi supremi italiani trascurarono il pericolo di un attacco dal fronte trentino, considerato sicuro e non prioritario per l’asperità del terreno.
Luigi Cadorna, comandante supremo delle forze armate italiane, fu tra i più convinti sostenitori di questa prospettiva, che si rivelerà fallace. Il settore era allora comandato dal generale Roberto Brusati, che disattendendo alle direttive di Cadorna sul mantenimento di un atteggiamento difensivo sul settore trentino, rispose con una serie di attacchi alle posizioni austriache, allungando troppo la linea del fronte e rendendola più vulnerabile. Neppure le informazioni ricevute dall’ufficio informativo dell’Esercito fecero cambiare idea ai comandi italiani, che pur sapevano di una forte concentrazione di truppe nel Tirolo meridionale. Da parte austriaca, l’offensiva avrebbe dovuto già scattare nell’aprile 1916 ma le condizioni climatiche avverse che portarono a abbondanti nevicate primaverili ritardarono l’azione. Nei primi giorni di maggio del 1916, i piani del generale Franz Conrad von Hötzendorf videro lo schieramento di circa 300.000 uomini e 2.000 pezzi di artiglieria. Una forza molto superiore a quella italiana pronta all’azione tra i rilievi di Folgaria, Lavarone e Vezzena. A difendere le postazioni erano circa 150.000 soldati italiani, con un rapporto di forze di circa 2:1. Cadorna realizzò tardivamente l’incombere dell’attacco e licenziò Brusati per sostituirlo con il generale Pecori-Giraldi l’8 maggio.
Nonostante gli sforzi di quest’ultimo per consolidare la difesa richiamando forze dal fronte isontino, il 15 maggio gli austriaci aprirono le ostilità con un pesantissimo fuoco di artiglieria che precedette l’attacco dell’11ª armata sulla direttrice Folgaria-Lavarone. Due giorni più tardi caddero le linee di Posina e Arsiero, mentre sul monte Pasubio iniziò la battaglia degli Alpini, entrata in seguito nella memoria collettiva come una delle più dure di tutta la Grande Guerra. Le unità imperiali della 11ª Armata cercarono subito di sfondare lungo le direttrici della Val Posina e della Val d’Astico, puntando a isolare le difese del massiccio. Gli Alpini italiani, già presenti sulle quote alte, subirono l’urto iniziale ma mantennero il controllo delle creste principali, unico punto del fronte che non cedette all’attacco nemico per tutta la durata dell’offensiva di primavera.
Anche sul Coni Zugna gli italiani resistettero a lungo, così come i Granatieri di Sardegna sul monte Cengio, sacrificati fino all’estremo. La Val d’Astico e la Val Posina invece, furono il punto debole per le difese italiane: gli austriaci trovarono un varco che permetteva l’aggiramento a valle del Pasubio e del Cengio, penetrando in profondità verso l’altipiano di Asiago alla fine del mese di maggio del 1916. Il 28 maggio entrarono nella cittadina di Asiago, già evacuata dai civili alcuni giorni prima: la pianura veneta era ormai a poca distanza. Tuttavia gli austriaci avevano speso molto nell’offensiva, che mostrava serie difficoltà nella logistica. Nel frattempo Pecori-Giraldi era riuscito a riorganizzare le difese in pianura, con la rapida costituzione della nuova 5ª Armata di circa 180.000 uomini che riuscirono a difendere in extremis la via della pianura.
Fu tuttavia decisivo per le sorti del fronte trentino quanto avvenuto negli stessi giorni sul fronte orientale quando il generale russo Aleksej Alekseevič Brusilov sferrò un’offensiva violentissima su un fronte di 500 chilometri lungo il confine tra Ucraina e Bielorussia, costringendo gli austriaci a ridurre l’impegno sul fronte italiano. La pianura veneta era salva. Lo sarebbe stata per poco più di un anno, prima di essere violata dopo la ritirata italiana di Caporetto.
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il ministro degli Esteri cinese Wang Yi mentre conversa con il primo ministro thailandese Anutin Charnvirakul durante un incontro presso la Casa del Governo a Bangkok (Ansa)
Bangkok e Pechino rafforzano il partenariato strategico con nuovi accordi su tecnologia, green ed economia. La Cina consolida la sua influenza nel Sudest asiatico approfittando delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e delle incertezze globali.
La Tailandia guarda sempre più alla Cina. A fine aprile, il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, si è incontrato con l’omologo di Pechino, Wang Yi.
Nell’occasione, stando a quanto riferito da Agenzia Nova, «le parti hanno riaffermato il loro impegno a rafforzare il partenariato strategico globale di cooperazione tra i due Paesi e hanno concordato di svolgere un ruolo attivo nella promozione della pace, della stabilità e dello sviluppo regionale».
Non solo. I due ministri hanno anche stabilito di redigere il prossimo Piano d'azione congiunto sulla Cooperazione Strategica, che riguarderà soprattutto tecnologia, green e auto elettrica. Inoltre, secondo una nota di Pechino, Phuangketkeow ha detto che «la Thailandia apprezza molto le quattro principali iniziative globali proposte dal presidente Xi Jinping ed è disposta a rafforzare il coordinamento multilaterale con la Cina per contribuire con la saggezza asiatica alla pace e allo sviluppo mondiale».
Come sottolineato da Deutsche Welle, la linea che il Dragone sta tenendo con Bangkok va ad inserirsi nella più ampia strategia che la Repubblica popolare ha messo in piedi per quanto riguarda il Sudest Asiatico. Xi Jinping spera di far leva sulle tensioni commerciali di Washington con l’area per presentare ai Paesi della regione la Cina come un fattore di stabilità sia sul piano geopolitico che commerciale. Non a caso, oltre a recarsi in Thailandia, Wang Yi ha visitato anche la Cambogia e il Myanmar. Del resto, oltre al nodo dei dazi statunitensi, secondo Deutsche Welle, il Sudest asiatico è preoccupato per gli impatti della crisi iraniana sul costo dell’energia e, più in generale, sul costo della vita. È quindi proprio facendo leva su questi fattori che Pechino spera di arginare l’influenza economica e geopolitica statunitense in loco.
È del resto significativo che, secondo il Washington Post, Phuangketkeow si sia lamentato dello scarso aiuto americano arrivato a Bangkok nel corso dell’attuale crisi iraniana. «Non si sono fatti avanti per parlarci di come possono aiutarci. Non ci hanno contattato direttamente dicendo: "Capiamo che dobbiate sopportare le conseguenze e possiamo darvi una mano"», ha dichiarato, riferendosi agli statunitensi. «Non vogliamo condannare direttamente gli Stati Uniti. Ma questa è una situazione che non avrebbe dovuto iniziare», ha aggiunto. Questo poi non significa che il Sudest asiatico passerà in blocco con Pechino. È infatti piuttosto probabile che continuerà ad adottare la strategia del pendolo tra Usa e Cina. Tuttavia, il Dragone ha trovato margine di manovra. Ed è intenzionato a usarlo.
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Una clean room per la produzione di semiconduttori: senza elio, questi impianti rischiano rallentamenti o stop (iStock)
Dal Medio Oriente alla Russia, lo shock sull’elio toglie dal mercato oltre il 40% dell’offerta globale. Un gas cruciale per semiconduttori e risonanze magnetiche: rischio rallentamenti per l’IA, meno chip e possibili ricadute dirette su diagnosi e cure.
Quando si parla di elio il pensiero va subito ai palloncini delle feste di compleanno e alle comiche modifiche alla voce che comporta la sua aspirazione. Eppure, l’impiego di questo gas nobile travalica festeggiamenti e giochi scherzosi, trovando un utilizzo vitale in settori importantissimi come quello dell’intelligenza artificiale e l’ingegneria biomedica.
L’approvvigionamento di questo gas sta diventando sempre più difficile, con oltre il 40% della produzione mondiale che è stata improvvisamente tolta dal mercato. Può sembrare cosa da poco, tuttavia senza elio non è possibile fabbricare i semiconduttori alla base dei calcoli matematici fatti dai software di intelligenza artificiale, di fatto rendendo inutili gli stessi. Medesima cosa vale per gli scanner MRI (usati nelle risonanze magnetiche) e varie altre apparecchiature mediche, che richiedono grandi quantità di elio per il loro funzionamento.
Il principale responsabile è la guerra in Medio Oriente; dallo Stretto di Hormuz passavano infatti le esportazioni di elio del Qatar, secondo produttore mondiale (33,16% dell’elio globale, dati USGS 2025) dietro solamente agli Stati Uniti. La chiusura dello Stretto e il bombardamento iraniano dell’impianto di Ras Laffan hanno azzerato le esportazioni. A questo shock si è sommata l’imposizione di restrizioni all’export da parte della Russia, la terza produttrice mondiale (9,47% delle forniture), con il suo elio che potrà essere venduto solo ai Paesi dell’Unione Economica Eurasiatica e agli alleati di Mosca. In altre parole, il 42,6% dell’elio non è più sul mercato.
Le carenze sono dunque una realtà imminente, con ripercussioni profonde e sistemiche che si estendono ben oltre il mero aumento dei costi. L'industria dei semiconduttori, in particolare, si trova ad affrontare una sfida senza precedenti. L'elio è un elemento insostituibile in diverse fasi cruciali della produzione di chip, agendo come refrigerante essenziale per mantenere temperature estremamente basse durante processi delicati come la litografia e la deposizione di film sottili. La sua elevata conduttività termica permette infatti un raffreddamento ultra-veloce dei wafer di silicio, fondamentale per prevenire danni e garantire la precisione richiesta nella fabbricazione di chip sempre più piccoli e complessi.
Inoltre, l'elio svolge un ruolo vitale nell'incisione al plasma (cosiddetta «plasma etching»), un processo chiave per scolpire i circuiti sui wafer. Qui, l'elio non solo aiuta a controllare la temperatura, ma agisce anche come gas diluente, stabilizzando la densità del plasma e assicurando un'incisione uniforme e accurata. Senza un approvvigionamento costante e affidabile di elio, la produzione di semiconduttori avanzati, soprattutto quelli a nodi tecnologici più piccoli utilizzati per i software di IA, diventa estremamente difficile, se non impossibile. Le fabbriche di chip, che operano con margini di tolleranza minimi, non possono permettersi interruzioni o variazioni nella qualità dei materiali. La conseguenza diretta è un rallentamento della produzione, un aumento dei costi operativi e, in caso di carenze continuate, una riduzione dell'offerta globale di chip.
Meno chip, meno schede grafiche, meno potenza di calcolo. L'economia dell'IA è infatti intrinsecamente legata alla disponibilità di hardware potente, in particolare le Unità di Elaborazione Grafica (GPU) e i chip di memoria ad alta larghezza di banda (HBM), che sono il cuore pulsante dei data center e dei sistemi di calcolo avanzati. La produzione di questi componenti, già di per sé complessa, è ora ulteriormente minacciata dalla carenza di elio. Un collo di bottiglia di tale portata nella catena di approvvigionamento dell'elio si traduce in un rallentamento nella produzione di GPU e HBM, frenando l'innovazione nel campo dell'IA.
Ma le ripercussioni si estendono anche al settore medico, dove l'elio è un componente critico per il funzionamento degli scanner di Risonanza Magnetica (MRI). Questi dispositivi si basano infatti su magneti superconduttori che devono essere mantenuti a temperature criogeniche, ovvero prossime allo zero assoluto (-269°C), un compito che solo l'elio liquido può svolgere efficacemente. Senza un adeguato rifornimento di elio, i magneti non possono mantenere la superconduttività, portando quindi allo «spegnimento» del macchinario e rendendolo di fatto inutilizzabile.
Le conseguenze cliniche di una prolungata carenza di elio sono autoevidenti: ritardi nelle diagnosi, razionamento degli esami MRI e un inevitabile aumento dei costi sanitari, poiché le strutture mediche faticano a reperire il gas o a sostenere i prezzi crescenti. Insomma, quello che è sempre sembrato un gas utile per scherzi e feste si rivela invece una delle fondamenta invisibili della civiltà moderna, con la sua scarsità che rischia di incrinare contemporaneamente i pilastri della salute e del progresso tecnologico.
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Donal Trump (Ansa)
Il presidente Usa giudica insufficiente l’offerta di Teheran sul nucleare: «Non sono sicuro che arriveranno alla pace». Sullo sfondo il rischio escalation militare, i piani del Pentagono e le critiche a Italia e Spagna.
Donald Trump non considera soddisfacente la nuova proposta di pace avanzata dall’Iran, anche se riconosce a Teheran qualche passo avanti sul piano negoziale. La posizione del presidente americano, espressa alla Casa Bianca nelle ultime ore, conferma una fase ancora lontana da un’intesa stabile, mentre sullo sfondo restano le tensioni militari e le mosse degli alleati.
Secondo Trump, l’Iran avrebbe «fatto progressi», ma non tali da garantire un accordo vicino: «Non sono sicuro che arriveranno mai alla pace», ha detto ai giornalisti, descrivendo la leadership iraniana come frammentata e poco coerente nelle decisioni. Il nodo centrale resta il programma nucleare, che Washington continua a considerare inaccettabile. Il presidente americano ha ribadito che la linea resta dura: «Siamo in una guerra perché non possiamo permettere a dei pazzi di avere l’arma nucleare». In questo quadro ha anche rilanciato la logica dello scontro diretto, sintetizzando le alternative in modo netto: «O un accordo o bombardarli a tappeto». Parole che si inseriscono in una fase di forte pressione militare e diplomatica.
Sul piano operativo, il Pentagono ha già informato la Casa Bianca di possibili scenari di intervento. L’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Centcom, e il capo di Stato Maggiore congiunto, generale Dan Caine, hanno illustrato i piani relativi a eventuali attacchi contro l’Iran. Una pianificazione che riflette il livello di allerta crescente nella regione. Tra i punti più sensibili resta lo Stretto di Hormuz, definito da Trump «completamente chiuso, al 100%». Il blocco dei traffici marittimi e delle esportazioni energetiche iraniane viene indicato dagli Stati Uniti come una leva efficace di pressione economica e militare, ma allo stesso tempo aumenta il rischio di escalation. Le tensioni non riguardano solo il confronto diretto con Teheran. Nelle ultime dichiarazioni, Trump ha rivolto critiche anche agli alleati europei, affermando di non essere «contento dell’Italia e della Spagna» per la loro posizione sull’ipotesi di un Iran dotato di armi nucleari. Un messaggio che si inserisce in un clima già teso con diversi partner della Nato.
Sul fronte militare, si registra inoltre la possibilità di una revisione della presenza americana in Europa. Secondo quanto riportato da media statunitensi, il Pentagono starebbe valutando il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania, misura che rientrerebbe in una più ampia riallocazione delle forze verso l’area indo-pacifica. Un portavoce del Dipartimento della Difesa ha indicato un orizzonte di completamento tra sei e dodici mesi. Parallelamente, si continua a lavorare sul piano diplomatico. L’Iran avrebbe presentato una nuova proposta tramite mediazione pakistana, aprendo alla possibilità di negoziati su nucleare e sanzioni, in cambio di un allentamento delle misure economiche e della fine delle operazioni militari contro i porti iraniani. Teheran avrebbe anche indicato la disponibilità a un confronto diretto nei prossimi giorni. Nonostante questi segnali, le posizioni restano distanti. Le richieste iraniane si intrecciano con la questione della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e con il dossier delle sanzioni, mentre Washington insiste sulla necessità di limitazioni verificabili al programma nucleare.
In questo contesto, il quadro regionale rimane instabile. Le tensioni si riflettono anche su altri fronti del Medio Oriente, dove le operazioni militari e le rivalità tra attori locali e internazionali contribuiscono a mantenere alta la pressione. Il risultato è una fase ancora aperta, in cui diplomazia e deterrenza procedono in parallelo senza un punto di sintesi evidente.
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