True
2018-08-20
La carica delle 101: le fondazioni politiche a caccia di milioni
LaPresse
Il nuovo, vero scoglio sula strada della trasparenza in politica ha un nome: fondazione. Lo ha dimostrato con forza anche l'ultima polemica sul crollo del cavalcavia Morandi di Genova: il vicepremier Luigi Di Maio ha accusato il Partito democratico di avere incassato denaro «imbarazzante» dalla concessionaria Autostrade per l'Italia, proprio attraverso le sue fondazioni. Il Pd ha smentito. Ma una verifica, in realtà, è impossibile. Perché l'opacità è regolare, anzi, legittima: il Codice civile, per le fondazioni, non prevede l'obbligo di rivelare le sovvenzioni ricevute, né da chi provengano. Non c'è alcuna violazione di legge, insomma, anche a ricevere milioni da ignoti donatori.
Proprio queste caratteristiche, però, fanno delle fondazioni il meno trasparente tra gli strumenti in mano alla politica. E il loro proliferare, nel settore, sta diventando un tema che meriterebbe molta più attenzione da parte dell'opinione pubblica e del legislatore. Lo stesso presidente dell'Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone, denuncia che «c'è una seria differenza tra fondazioni che gestiscono una biblioteca e quelle che fanno attività politica», e nota che «l'attività si è spostata dai partiti ad altre forme associative». Proprio per questo, Cantone sostiene che una riforma è ineludibile: «Non si può più pensare a fondazioni regolate dal solo Codice civile: le sue norme sono insufficienti».
In effetti, tra 2016 e 2017, in Parlamento, erano state presentate alcune proposte di legge, ma non sono mai state nemmeno esaminate. Intanto, il fenomeno cresce. Tanto che ormai c'è chi la definisce «la carica delle 101»: sono tante le fondazioni collegate alla politica, oggi attive in Italia. Molte sono associazioni culturali che cercano onorevolmente di rispondere alla crisi delle ideologie. Ma alcune servono, più prosaicamente, a risolvere la nera crisi economica dei partiti, scatenata dalle riforme anti Casta avviate a partire dal 2012. E diventano così vettore di finanziamenti, il più delle volte opachi.
Secondo OpenPolis, un osservatorio indipendente sull'attività parlamentare e sulla politica fino alle sue più estreme periferie, tra le 101 fondazioni esistenti sono soltanto 19 quelle che pubblicano online un bilancio, spesso riferito ad anni remoti. Pochissime fondazioni forniscono poi un elenco dei loro soci: appena sette. E sono appena tre quelle che pubblicano l'elenco completo dei loro finanziatori.
Il punto è che in questa oscura nebulosa sono ben 53 le fondazioni più o meno direttamente collegate a partiti o a correnti. E lo scopo della loro esistenza, spesso, è proprio garantire sostegno economico.
Del resto, da almeno sei anni l'approvvigionamento della politica è un fiume in secca. Fino al 2011 lo Stato versava annualmente al sistema dei partiti 182 milioni di euro sotto forma di «contributi elettorali». Questo avveniva sempre, anche negli anni senza elezioni: i fondi venivano comunque ripartiti proporzionalmente, in base ai voti ricevuti dalle liste alle consultazioni più recenti.
A partire dal 2012, invece, il governo guidato dall'austero Mario Monti ha dimezzato in un sol colpo i rimborsi, riducendoli a 91 milioni annui, e ha previsto anche riduzioni graduali per gli anni successivi. Nel febbraio 2014, il governo del suo successore Enrico Letta (come ultimo atto, prima di passare la mano a Matteo Renzi) ha deciso di abolire quel che restava dei vecchi contributi elettorali e li ha sostituiti con due sistemi: la deducibilità fiscale al 26% per le libere donazioni ai partiti fra 30 e 30.000 euro e il «2 per mille», ovvero la consegna volontaria da parte del contribuente di una minuscola quota delle sue tasse a un elenco di 27 partiti (basta la scelta della sigla e una firma sulla dichiarazione dei redditi).
L'obiettivo della riforma del 2012, e soprattutto di quella del 2014, era ridurre la dipendenza della politica dal finanziamento pubblico e incentivare le elargizioni private. Il primo obiettivo è stato raggiunto, ma il secondo resta lontano come Marte. Anche nel 2017, che pure è stato finora l'anno più ricco, il 2 per mille ha garantito un totale di appena 15,3 milioni di entrate. Anche le libere donazioni di persone fisiche e società, malgrado l'incentivo fiscale, non riescono a decollare. Anzi, sono in picchiata. I milioni donati erano stati 23 nel 2014, ma nel 2015 sono scesi a meno di 19, poi sono crollati a meno di 14 nel 2016 e sono fiaccamente risaliti a 16 l'anno scorso.
Anche per compensare questa penuria di risorse, da qualche anno, le fondazioni fioriscono come margherite in un prato a primavera. A fornirne il primo modello, probabilmente, era stato nel lontano 1998 ItalianiEuropei, creatura dell'ex presidente del Consiglio Massimo D'Alema, che nel 2008 è stata affiancata dalla più modesta ReD, Riformisti e Democratici, quasi una corrente dalemiana allora all'interno del Pd. Anni fa ItalianiEuropei raccoglieva ricche risorse sotto forma di pubblicità al suo bimestrale, e le inserzioni arrivavano anche da grosse aziende pubbliche, ma oggi quella fontana sembra essersi prosciugata.
Forse è anche per questa primogenitura se, nella galassia delle fondazioni politiche, oggi la costellazione più fitta è quella vicina al Pd. Le due più note sono Eyu e Open. Eyu è presieduta dal senatore e tesoriere del Pd Francesco Bonifazi e nel suo organigramma compaiono altri parlamentari dem come Laura Cantini e Marco Di Maio. Più nota ancora è Open, fondata nel 2012 dall'imprenditore fiorentino Marco Carrai e alla base delle convention alla stazione Leopolda, e collegata operativamente all'ex segretario del Pd, Renzi. Non risultano altre sue attività, se non il renzismo allo stato solido, liquido e gassoso: sul sito si legge che «la fondazione supporta le attività e le iniziative di Renzi, fornendo il suo contributo finanziario, organizzativo e di idee alle attività di rinnovamento della politica italiana, in particolare quelle articolate intorno alla figura di Renzi». Al suo vertice, del resto, accanto a Carrai, compaiono l'avvocato di Renzi, Alberto Bianchi, con i renzianissimi Maria Elena Boschi e Luca Lotti. Nell'aprile scorso, dopo la dura sconfitta elettorale, pareva che l'ex segretario del Pd intendesse chiuderla, ma Open è subito rinata. Del resto, il suo sito rivela che in cinque anni, sino al 30 giugno 2017, la fondazione ha raccolto oltre 5,5 milioni (anche se di recente il Corriere della Sera ha scritto che sarebbero 6,7), in gran parte provenienti da finanziatori anonimi. Tra quanti hanno autorizzato la pubblicazione del nome, i più generosi sono la British American Tobacco con 150.000 euro, il finanziere Davide Serra con 225.000 euro, e l'armatore della Moby Lines Vincenzo Onorato con 300.000.
Vicina al Pd è anche iDemLab, esplicitamente varata nel 2015 «per sostenere il partito con attività di carattere culturale e formativo»: è stata presieduta da Michele Salvati e dall'ex segretario del Pd Walter Veltroni, e oggi da Salvatore Vassallo, fino al 2013 parlamentare. Fa invece capo ad Andrea Orlando, ex ministro della Giustizia del Pd, la fondazione Democrazia Europa e società, creata nel 2017.
Oggi le fondazioni in più forte crescita di notorietà (e forse anche di raccolta economica) sono quelle vicine alla Lega di governo. La principale è A/simmetrie, creata nel 2013 e presieduta da Alberto Bagnai, attuale presidente della commissione Finanze al Senato. Il vicepresidente è Marcello Foa, proposto in luglio alla presidenza della Rai dal governo gialloblù. Nel suo comitato scientifico c'è il meglio del sovranismo italiano: da Paolo Savona, ministro per gli Affari europei, al suo sottosegretario Luciano Barra Caracciolo, fino a Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio alla Camera. Un altro importante think tank leghista è il Centro studi Machiavelli, che tra i suoi fondatori nel 2017 ha avuto il deputato Guglielmo Picchi. Mentre la Fondazione federalista per l'Europa dei popoli, costituita nel 2006 da Umberto Bossi, oggi è presieduta da Mario Borghezio, da 17 anni europarlamentare del Carroccio.
La peculiarità del Movimento 5 stelle si esprime anche nel rapporto con le associazioni e le fondazioni cui è legato. La principale è l'Associazione Rousseau, costituita da Gianroberto Casaleggio e da suo figlio Davide l'8 aprile 2016 a Milano, quattro giorni prima che Gianroberto morisse: l'atto costitutivo è stato stilato dal notaio nella stanza dell'Istituto Auxologico di Milano dove Casaleggio senior era ricoverato, in condizioni disperate, per un cancro al cervello. Da due anni la Rousseau ha letteralmente in mano il governo del M5s. Ne coordina l'attività, ne gestisce il sistema online che amministra la dialettica interna, e raccoglie anche donazioni da privati: quest'anno, al 19 agosto, ha incassato 617.962 euro da 21.057 donatori (una media di 29 euro a testa), tutti individuati con le sole iniziali. Grazie allo statuto «bloccato», Davide Casaleggio ha praticamente un dominio eterno sulla Rousseau: è solo lui, il fondatore superstite, che può esserne nominato presidente; ed è sempre solo lui a decidere chi possa entrare nell'Associazione. Ma il M5s può contare anche su Think tank group, fondazione varata nel 2009 da Vito Crimi, oggi sottosegretario grillino alla presidenza del Consiglio.
Anche la parte del centrodestra oggi all'opposizione ha in dote alcune importanti fondazioni, da Magna Carta a ResPublica. La più vicina a Forza Italia è però il Centro studi del pensiero liberale, costituito nel 2017 e presieduto da Francesco Ferri, l'imprenditore cui il leader del partito, Silvio Berlusconi, aveva conferito l'incarico di selezionare nuove leve e candidati.
E gli eredi del Pci ci nascondono il patrimonio
È un patrimonio immenso, fatto di case, immobili, terreni, negozi. E di capannoni industriali, ristoranti e bar. C'è chi favoleggia ci sia perfino qualche cinematografo. Di sicuro, da Aosta giù giù fino a Trapani, ne fanno parte centinaia di Case del popolo, e quasi 2.000 antiche sezioni, e vecchie sedi di partito, e di sindacato. Stime prive di ufficialità, nel corso del tempo, hanno ipotizzato da 3.000 a 5.000 unità immobiliari, per un valore oscillante tra 500 e 1.500 milioni di euro. Ma appartamenti e milioni potrebbero essere anche il doppio, se non il triplo, tanto è il mistero.
L'unica cosa certa è che la maggior parte dei beni del disciolto Pci-Pds-Ds, a partire dall'estate 2007, quando i Democratici di sinistra decisero di confluire nel Partito democratico, è stata infilata a forza in 67 diverse fondazioni, tutte costituite da fidatissimi compagni, spesso anziani e molte volte nominati a vita, che le amministrano gratuitamente.
Le 67 fondazioni hanno quasi tutte un nome che le rende riconoscibili per l'appartenenza a una medesima storia, indiscutibilmente «rossa»: si va da Antonio Gramsci a Luigi Longo, da L'Avvenire a Vittorio Foa, da La Quercia ad Alessandro Natta. Tutte sono collegate tra loro e coordinate operativamente dall'Associazione Enrico Berlinguer, creata intorno al 2010, che può dirsi la fondazione madre, la numero 68.
La costituzione delle 67 fondazioni andò avanti fino al 2009, in parte per proteggere il patrimonio dell'ex Partito dai creditori, che al tempo rivendicavano oltre 150 milioni di euro (poi pagati dallo Stato nel novembre 2015 grazie a una legge del 1998, ovviamente sponsorizzata proprio dai Ds), ma anche per evitare di mettere in comune i beni con gli ex democristiani della Margherita.
Mai gli eredi del Pci avrebbero conferito in dote al Pd la ricchezza della «Ditta». Perché in quei mattoni c'era il sangue di generazioni di comunisti e si concretizzava la storia stessa del Pci, che di alcuni immobili s'era impossessato durante la Resistenza, mentre altri erano stati acquisiti grazie ai finanziamenti segreti dall'Unione sovietica, o investendovi le ricche percentuali incassate su ogni operazione commerciale tra Italia e Paesi dell'est durante la Guerra fredda, e forse anche con le «tangenti rosse». In parte erano anche il frutto dei milioni d'ore di lavoro regalate al Partito dagli iscritti, o di collette e sottoscrizioni.
Undici anni fa, insomma, è stato proprio quel che restava del comunismo italiano a scegliere per primo la fondazione come strumento tecnico di protezione, discreto e legale, del suo immenso patrimonio immobiliare. Nessun bisogno di tenere bilanci, nessuna trasparenza. In poche parole, il veicolo societario perfetto per mettere al riparo il patrimonio dell'antico Pci. Tant'è vero che soltanto 12 fondazioni su 67 pubblicano online uno straccio di documento costitutivo, da cui si desume che a questo quinto smilzo del totale corrispondano oltre 510 immobili, in gran parte sedi e uffici affittati al Pd o a organizzazioni vicine, ufficialmente valorizzati sui 70 milioni di euro.
Ma sono bazzecole. Briciole. Del resto, gli stessi bilanci delle 67 associazioni, là dove esistono, risalgono a volte al 2013 o al 2012. In molte città, inoltre, non esistono fondazioni. È un particolare strano: non ce ne sono né a Roma, né a Firenze, per esempio, ma nemmeno a Livorno, dove pure il Pci nacque nel 1917. Perché mai? Ce ne sono altre, di queste intrigantissime fondazioni rosse? Non scervellatevi, nessuno vi risponderà mai: il segreto è più inaccessibile di quello di Fatima.
Ad avere l'idea geniale di infilare l'eredità del «Gran Partito» in queste 67 scatole, più oscure ancora di certe storiche Botteghe, è stato Ugo Sposetti, 71 anni, ultimo dei tesorieri dei Ds. Entrato in Parlamento con il Pci nel 1987, uscitone lo scorso marzo in compagnia di molti colleghi del Pd, dal 2007 il compagno Sposetti è il grande custode delle fondazioni, e non per nulla presiede l'Associazione Berlinguer.
Nella sua mente, il patrimonio che le 67 associazioni custodiscono, cioè la storica eredità del Pci, ha un valore metapartitico e quasi metafisico, sicuramente superiore alle umane oscillazioni della politica. Gli immobili, insomma, sono un simbolo, una bandiera (rossa) che deve resistere al vento della Storia.
Un po' come le 410 opere d'arte del Pci, che al contrario dei mattoni sono state censite, e in un'ideale galleria appendono uno accanto all'altro decine di capolavori di Renato Guttuso, Mario Schifano, Giò Pomodoro e mille altri artisti compagni, più l'intero archivio storico del Pci. A partire, ovviamente, dal primo segretario Amadeo Bordiga.
Continua a leggereRiduci
Il taglio dei rimborsi elettorali, nel 2011, ha spinto movimenti e correnti a creare associazioni. Che oggi incassano, legalmente, in totale opacità.Gli eredi del Pci ci nascondono il patrimonio. A partire dal 2007, con lo scioglimento dei Ds, da 3.000 a 5.000 unità immobiliari (valore tra 500 e 1.500 milioni di euro) sono state affidate a 67 fondazioni. Per non lasciare niente ai Democratici. E per conservare la memoria del «Gran Partito». Lo speciale contiene due articoliIl nuovo, vero scoglio sula strada della trasparenza in politica ha un nome: fondazione. Lo ha dimostrato con forza anche l'ultima polemica sul crollo del cavalcavia Morandi di Genova: il vicepremier Luigi Di Maio ha accusato il Partito democratico di avere incassato denaro «imbarazzante» dalla concessionaria Autostrade per l'Italia, proprio attraverso le sue fondazioni. Il Pd ha smentito. Ma una verifica, in realtà, è impossibile. Perché l'opacità è regolare, anzi, legittima: il Codice civile, per le fondazioni, non prevede l'obbligo di rivelare le sovvenzioni ricevute, né da chi provengano. Non c'è alcuna violazione di legge, insomma, anche a ricevere milioni da ignoti donatori. Proprio queste caratteristiche, però, fanno delle fondazioni il meno trasparente tra gli strumenti in mano alla politica. E il loro proliferare, nel settore, sta diventando un tema che meriterebbe molta più attenzione da parte dell'opinione pubblica e del legislatore. Lo stesso presidente dell'Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone, denuncia che «c'è una seria differenza tra fondazioni che gestiscono una biblioteca e quelle che fanno attività politica», e nota che «l'attività si è spostata dai partiti ad altre forme associative». Proprio per questo, Cantone sostiene che una riforma è ineludibile: «Non si può più pensare a fondazioni regolate dal solo Codice civile: le sue norme sono insufficienti». In effetti, tra 2016 e 2017, in Parlamento, erano state presentate alcune proposte di legge, ma non sono mai state nemmeno esaminate. Intanto, il fenomeno cresce. Tanto che ormai c'è chi la definisce «la carica delle 101»: sono tante le fondazioni collegate alla politica, oggi attive in Italia. Molte sono associazioni culturali che cercano onorevolmente di rispondere alla crisi delle ideologie. Ma alcune servono, più prosaicamente, a risolvere la nera crisi economica dei partiti, scatenata dalle riforme anti Casta avviate a partire dal 2012. E diventano così vettore di finanziamenti, il più delle volte opachi. Secondo OpenPolis, un osservatorio indipendente sull'attività parlamentare e sulla politica fino alle sue più estreme periferie, tra le 101 fondazioni esistenti sono soltanto 19 quelle che pubblicano online un bilancio, spesso riferito ad anni remoti. Pochissime fondazioni forniscono poi un elenco dei loro soci: appena sette. E sono appena tre quelle che pubblicano l'elenco completo dei loro finanziatori.Il punto è che in questa oscura nebulosa sono ben 53 le fondazioni più o meno direttamente collegate a partiti o a correnti. E lo scopo della loro esistenza, spesso, è proprio garantire sostegno economico. Del resto, da almeno sei anni l'approvvigionamento della politica è un fiume in secca. Fino al 2011 lo Stato versava annualmente al sistema dei partiti 182 milioni di euro sotto forma di «contributi elettorali». Questo avveniva sempre, anche negli anni senza elezioni: i fondi venivano comunque ripartiti proporzionalmente, in base ai voti ricevuti dalle liste alle consultazioni più recenti. A partire dal 2012, invece, il governo guidato dall'austero Mario Monti ha dimezzato in un sol colpo i rimborsi, riducendoli a 91 milioni annui, e ha previsto anche riduzioni graduali per gli anni successivi. Nel febbraio 2014, il governo del suo successore Enrico Letta (come ultimo atto, prima di passare la mano a Matteo Renzi) ha deciso di abolire quel che restava dei vecchi contributi elettorali e li ha sostituiti con due sistemi: la deducibilità fiscale al 26% per le libere donazioni ai partiti fra 30 e 30.000 euro e il «2 per mille», ovvero la consegna volontaria da parte del contribuente di una minuscola quota delle sue tasse a un elenco di 27 partiti (basta la scelta della sigla e una firma sulla dichiarazione dei redditi). L'obiettivo della riforma del 2012, e soprattutto di quella del 2014, era ridurre la dipendenza della politica dal finanziamento pubblico e incentivare le elargizioni private. Il primo obiettivo è stato raggiunto, ma il secondo resta lontano come Marte. Anche nel 2017, che pure è stato finora l'anno più ricco, il 2 per mille ha garantito un totale di appena 15,3 milioni di entrate. Anche le libere donazioni di persone fisiche e società, malgrado l'incentivo fiscale, non riescono a decollare. Anzi, sono in picchiata. I milioni donati erano stati 23 nel 2014, ma nel 2015 sono scesi a meno di 19, poi sono crollati a meno di 14 nel 2016 e sono fiaccamente risaliti a 16 l'anno scorso.Anche per compensare questa penuria di risorse, da qualche anno, le fondazioni fioriscono come margherite in un prato a primavera. A fornirne il primo modello, probabilmente, era stato nel lontano 1998 ItalianiEuropei, creatura dell'ex presidente del Consiglio Massimo D'Alema, che nel 2008 è stata affiancata dalla più modesta ReD, Riformisti e Democratici, quasi una corrente dalemiana allora all'interno del Pd. Anni fa ItalianiEuropei raccoglieva ricche risorse sotto forma di pubblicità al suo bimestrale, e le inserzioni arrivavano anche da grosse aziende pubbliche, ma oggi quella fontana sembra essersi prosciugata.Forse è anche per questa primogenitura se, nella galassia delle fondazioni politiche, oggi la costellazione più fitta è quella vicina al Pd. Le due più note sono Eyu e Open. Eyu è presieduta dal senatore e tesoriere del Pd Francesco Bonifazi e nel suo organigramma compaiono altri parlamentari dem come Laura Cantini e Marco Di Maio. Più nota ancora è Open, fondata nel 2012 dall'imprenditore fiorentino Marco Carrai e alla base delle convention alla stazione Leopolda, e collegata operativamente all'ex segretario del Pd, Renzi. Non risultano altre sue attività, se non il renzismo allo stato solido, liquido e gassoso: sul sito si legge che «la fondazione supporta le attività e le iniziative di Renzi, fornendo il suo contributo finanziario, organizzativo e di idee alle attività di rinnovamento della politica italiana, in particolare quelle articolate intorno alla figura di Renzi». Al suo vertice, del resto, accanto a Carrai, compaiono l'avvocato di Renzi, Alberto Bianchi, con i renzianissimi Maria Elena Boschi e Luca Lotti. Nell'aprile scorso, dopo la dura sconfitta elettorale, pareva che l'ex segretario del Pd intendesse chiuderla, ma Open è subito rinata. Del resto, il suo sito rivela che in cinque anni, sino al 30 giugno 2017, la fondazione ha raccolto oltre 5,5 milioni (anche se di recente il Corriere della Sera ha scritto che sarebbero 6,7), in gran parte provenienti da finanziatori anonimi. Tra quanti hanno autorizzato la pubblicazione del nome, i più generosi sono la British American Tobacco con 150.000 euro, il finanziere Davide Serra con 225.000 euro, e l'armatore della Moby Lines Vincenzo Onorato con 300.000. Vicina al Pd è anche iDemLab, esplicitamente varata nel 2015 «per sostenere il partito con attività di carattere culturale e formativo»: è stata presieduta da Michele Salvati e dall'ex segretario del Pd Walter Veltroni, e oggi da Salvatore Vassallo, fino al 2013 parlamentare. Fa invece capo ad Andrea Orlando, ex ministro della Giustizia del Pd, la fondazione Democrazia Europa e società, creata nel 2017.Oggi le fondazioni in più forte crescita di notorietà (e forse anche di raccolta economica) sono quelle vicine alla Lega di governo. La principale è A/simmetrie, creata nel 2013 e presieduta da Alberto Bagnai, attuale presidente della commissione Finanze al Senato. Il vicepresidente è Marcello Foa, proposto in luglio alla presidenza della Rai dal governo gialloblù. Nel suo comitato scientifico c'è il meglio del sovranismo italiano: da Paolo Savona, ministro per gli Affari europei, al suo sottosegretario Luciano Barra Caracciolo, fino a Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio alla Camera. Un altro importante think tank leghista è il Centro studi Machiavelli, che tra i suoi fondatori nel 2017 ha avuto il deputato Guglielmo Picchi. Mentre la Fondazione federalista per l'Europa dei popoli, costituita nel 2006 da Umberto Bossi, oggi è presieduta da Mario Borghezio, da 17 anni europarlamentare del Carroccio.La peculiarità del Movimento 5 stelle si esprime anche nel rapporto con le associazioni e le fondazioni cui è legato. La principale è l'Associazione Rousseau, costituita da Gianroberto Casaleggio e da suo figlio Davide l'8 aprile 2016 a Milano, quattro giorni prima che Gianroberto morisse: l'atto costitutivo è stato stilato dal notaio nella stanza dell'Istituto Auxologico di Milano dove Casaleggio senior era ricoverato, in condizioni disperate, per un cancro al cervello. Da due anni la Rousseau ha letteralmente in mano il governo del M5s. Ne coordina l'attività, ne gestisce il sistema online che amministra la dialettica interna, e raccoglie anche donazioni da privati: quest'anno, al 19 agosto, ha incassato 617.962 euro da 21.057 donatori (una media di 29 euro a testa), tutti individuati con le sole iniziali. Grazie allo statuto «bloccato», Davide Casaleggio ha praticamente un dominio eterno sulla Rousseau: è solo lui, il fondatore superstite, che può esserne nominato presidente; ed è sempre solo lui a decidere chi possa entrare nell'Associazione. Ma il M5s può contare anche su Think tank group, fondazione varata nel 2009 da Vito Crimi, oggi sottosegretario grillino alla presidenza del Consiglio.Anche la parte del centrodestra oggi all'opposizione ha in dote alcune importanti fondazioni, da Magna Carta a ResPublica. La più vicina a Forza Italia è però il Centro studi del pensiero liberale, costituito nel 2017 e presieduto da Francesco Ferri, l'imprenditore cui il leader del partito, Silvio Berlusconi, aveva conferito l'incarico di selezionare nuove leve e candidati. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-delle-101-le-fondazioni-politiche-a-caccia-di-milioni-2597252277.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-gli-eredi-del-pci-ci-nascondono-il-patrimonio" data-post-id="2597252277" data-published-at="1774136402" data-use-pagination="False"> E gli eredi del Pci ci nascondono il patrimonio È un patrimonio immenso, fatto di case, immobili, terreni, negozi. E di capannoni industriali, ristoranti e bar. C'è chi favoleggia ci sia perfino qualche cinematografo. Di sicuro, da Aosta giù giù fino a Trapani, ne fanno parte centinaia di Case del popolo, e quasi 2.000 antiche sezioni, e vecchie sedi di partito, e di sindacato. Stime prive di ufficialità, nel corso del tempo, hanno ipotizzato da 3.000 a 5.000 unità immobiliari, per un valore oscillante tra 500 e 1.500 milioni di euro. Ma appartamenti e milioni potrebbero essere anche il doppio, se non il triplo, tanto è il mistero. L'unica cosa certa è che la maggior parte dei beni del disciolto Pci-Pds-Ds, a partire dall'estate 2007, quando i Democratici di sinistra decisero di confluire nel Partito democratico, è stata infilata a forza in 67 diverse fondazioni, tutte costituite da fidatissimi compagni, spesso anziani e molte volte nominati a vita, che le amministrano gratuitamente. Le 67 fondazioni hanno quasi tutte un nome che le rende riconoscibili per l'appartenenza a una medesima storia, indiscutibilmente «rossa»: si va da Antonio Gramsci a Luigi Longo, da L'Avvenire a Vittorio Foa, da La Quercia ad Alessandro Natta. Tutte sono collegate tra loro e coordinate operativamente dall'Associazione Enrico Berlinguer, creata intorno al 2010, che può dirsi la fondazione madre, la numero 68. La costituzione delle 67 fondazioni andò avanti fino al 2009, in parte per proteggere il patrimonio dell'ex Partito dai creditori, che al tempo rivendicavano oltre 150 milioni di euro (poi pagati dallo Stato nel novembre 2015 grazie a una legge del 1998, ovviamente sponsorizzata proprio dai Ds), ma anche per evitare di mettere in comune i beni con gli ex democristiani della Margherita. Mai gli eredi del Pci avrebbero conferito in dote al Pd la ricchezza della «Ditta». Perché in quei mattoni c'era il sangue di generazioni di comunisti e si concretizzava la storia stessa del Pci, che di alcuni immobili s'era impossessato durante la Resistenza, mentre altri erano stati acquisiti grazie ai finanziamenti segreti dall'Unione sovietica, o investendovi le ricche percentuali incassate su ogni operazione commerciale tra Italia e Paesi dell'est durante la Guerra fredda, e forse anche con le «tangenti rosse». In parte erano anche il frutto dei milioni d'ore di lavoro regalate al Partito dagli iscritti, o di collette e sottoscrizioni. Undici anni fa, insomma, è stato proprio quel che restava del comunismo italiano a scegliere per primo la fondazione come strumento tecnico di protezione, discreto e legale, del suo immenso patrimonio immobiliare. Nessun bisogno di tenere bilanci, nessuna trasparenza. In poche parole, il veicolo societario perfetto per mettere al riparo il patrimonio dell'antico Pci. Tant'è vero che soltanto 12 fondazioni su 67 pubblicano online uno straccio di documento costitutivo, da cui si desume che a questo quinto smilzo del totale corrispondano oltre 510 immobili, in gran parte sedi e uffici affittati al Pd o a organizzazioni vicine, ufficialmente valorizzati sui 70 milioni di euro. Ma sono bazzecole. Briciole. Del resto, gli stessi bilanci delle 67 associazioni, là dove esistono, risalgono a volte al 2013 o al 2012. In molte città, inoltre, non esistono fondazioni. È un particolare strano: non ce ne sono né a Roma, né a Firenze, per esempio, ma nemmeno a Livorno, dove pure il Pci nacque nel 1917. Perché mai? Ce ne sono altre, di queste intrigantissime fondazioni rosse? Non scervellatevi, nessuno vi risponderà mai: il segreto è più inaccessibile di quello di Fatima. Ad avere l'idea geniale di infilare l'eredità del «Gran Partito» in queste 67 scatole, più oscure ancora di certe storiche Botteghe, è stato Ugo Sposetti, 71 anni, ultimo dei tesorieri dei Ds. Entrato in Parlamento con il Pci nel 1987, uscitone lo scorso marzo in compagnia di molti colleghi del Pd, dal 2007 il compagno Sposetti è il grande custode delle fondazioni, e non per nulla presiede l'Associazione Berlinguer. Nella sua mente, il patrimonio che le 67 associazioni custodiscono, cioè la storica eredità del Pci, ha un valore metapartitico e quasi metafisico, sicuramente superiore alle umane oscillazioni della politica. Gli immobili, insomma, sono un simbolo, una bandiera (rossa) che deve resistere al vento della Storia. Un po' come le 410 opere d'arte del Pci, che al contrario dei mattoni sono state censite, e in un'ideale galleria appendono uno accanto all'altro decine di capolavori di Renato Guttuso, Mario Schifano, Giò Pomodoro e mille altri artisti compagni, più l'intero archivio storico del Pci. A partire, ovviamente, dal primo segretario Amadeo Bordiga.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci