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2018-08-20
La carica delle 101: le fondazioni politiche a caccia di milioni
LaPresse
Il nuovo, vero scoglio sula strada della trasparenza in politica ha un nome: fondazione. Lo ha dimostrato con forza anche l'ultima polemica sul crollo del cavalcavia Morandi di Genova: il vicepremier Luigi Di Maio ha accusato il Partito democratico di avere incassato denaro «imbarazzante» dalla concessionaria Autostrade per l'Italia, proprio attraverso le sue fondazioni. Il Pd ha smentito. Ma una verifica, in realtà, è impossibile. Perché l'opacità è regolare, anzi, legittima: il Codice civile, per le fondazioni, non prevede l'obbligo di rivelare le sovvenzioni ricevute, né da chi provengano. Non c'è alcuna violazione di legge, insomma, anche a ricevere milioni da ignoti donatori.
Proprio queste caratteristiche, però, fanno delle fondazioni il meno trasparente tra gli strumenti in mano alla politica. E il loro proliferare, nel settore, sta diventando un tema che meriterebbe molta più attenzione da parte dell'opinione pubblica e del legislatore. Lo stesso presidente dell'Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone, denuncia che «c'è una seria differenza tra fondazioni che gestiscono una biblioteca e quelle che fanno attività politica», e nota che «l'attività si è spostata dai partiti ad altre forme associative». Proprio per questo, Cantone sostiene che una riforma è ineludibile: «Non si può più pensare a fondazioni regolate dal solo Codice civile: le sue norme sono insufficienti».
In effetti, tra 2016 e 2017, in Parlamento, erano state presentate alcune proposte di legge, ma non sono mai state nemmeno esaminate. Intanto, il fenomeno cresce. Tanto che ormai c'è chi la definisce «la carica delle 101»: sono tante le fondazioni collegate alla politica, oggi attive in Italia. Molte sono associazioni culturali che cercano onorevolmente di rispondere alla crisi delle ideologie. Ma alcune servono, più prosaicamente, a risolvere la nera crisi economica dei partiti, scatenata dalle riforme anti Casta avviate a partire dal 2012. E diventano così vettore di finanziamenti, il più delle volte opachi.
Secondo OpenPolis, un osservatorio indipendente sull'attività parlamentare e sulla politica fino alle sue più estreme periferie, tra le 101 fondazioni esistenti sono soltanto 19 quelle che pubblicano online un bilancio, spesso riferito ad anni remoti. Pochissime fondazioni forniscono poi un elenco dei loro soci: appena sette. E sono appena tre quelle che pubblicano l'elenco completo dei loro finanziatori.
Il punto è che in questa oscura nebulosa sono ben 53 le fondazioni più o meno direttamente collegate a partiti o a correnti. E lo scopo della loro esistenza, spesso, è proprio garantire sostegno economico.
Del resto, da almeno sei anni l'approvvigionamento della politica è un fiume in secca. Fino al 2011 lo Stato versava annualmente al sistema dei partiti 182 milioni di euro sotto forma di «contributi elettorali». Questo avveniva sempre, anche negli anni senza elezioni: i fondi venivano comunque ripartiti proporzionalmente, in base ai voti ricevuti dalle liste alle consultazioni più recenti.
A partire dal 2012, invece, il governo guidato dall'austero Mario Monti ha dimezzato in un sol colpo i rimborsi, riducendoli a 91 milioni annui, e ha previsto anche riduzioni graduali per gli anni successivi. Nel febbraio 2014, il governo del suo successore Enrico Letta (come ultimo atto, prima di passare la mano a Matteo Renzi) ha deciso di abolire quel che restava dei vecchi contributi elettorali e li ha sostituiti con due sistemi: la deducibilità fiscale al 26% per le libere donazioni ai partiti fra 30 e 30.000 euro e il «2 per mille», ovvero la consegna volontaria da parte del contribuente di una minuscola quota delle sue tasse a un elenco di 27 partiti (basta la scelta della sigla e una firma sulla dichiarazione dei redditi).
L'obiettivo della riforma del 2012, e soprattutto di quella del 2014, era ridurre la dipendenza della politica dal finanziamento pubblico e incentivare le elargizioni private. Il primo obiettivo è stato raggiunto, ma il secondo resta lontano come Marte. Anche nel 2017, che pure è stato finora l'anno più ricco, il 2 per mille ha garantito un totale di appena 15,3 milioni di entrate. Anche le libere donazioni di persone fisiche e società, malgrado l'incentivo fiscale, non riescono a decollare. Anzi, sono in picchiata. I milioni donati erano stati 23 nel 2014, ma nel 2015 sono scesi a meno di 19, poi sono crollati a meno di 14 nel 2016 e sono fiaccamente risaliti a 16 l'anno scorso.
Anche per compensare questa penuria di risorse, da qualche anno, le fondazioni fioriscono come margherite in un prato a primavera. A fornirne il primo modello, probabilmente, era stato nel lontano 1998 ItalianiEuropei, creatura dell'ex presidente del Consiglio Massimo D'Alema, che nel 2008 è stata affiancata dalla più modesta ReD, Riformisti e Democratici, quasi una corrente dalemiana allora all'interno del Pd. Anni fa ItalianiEuropei raccoglieva ricche risorse sotto forma di pubblicità al suo bimestrale, e le inserzioni arrivavano anche da grosse aziende pubbliche, ma oggi quella fontana sembra essersi prosciugata.
Forse è anche per questa primogenitura se, nella galassia delle fondazioni politiche, oggi la costellazione più fitta è quella vicina al Pd. Le due più note sono Eyu e Open. Eyu è presieduta dal senatore e tesoriere del Pd Francesco Bonifazi e nel suo organigramma compaiono altri parlamentari dem come Laura Cantini e Marco Di Maio. Più nota ancora è Open, fondata nel 2012 dall'imprenditore fiorentino Marco Carrai e alla base delle convention alla stazione Leopolda, e collegata operativamente all'ex segretario del Pd, Renzi. Non risultano altre sue attività, se non il renzismo allo stato solido, liquido e gassoso: sul sito si legge che «la fondazione supporta le attività e le iniziative di Renzi, fornendo il suo contributo finanziario, organizzativo e di idee alle attività di rinnovamento della politica italiana, in particolare quelle articolate intorno alla figura di Renzi». Al suo vertice, del resto, accanto a Carrai, compaiono l'avvocato di Renzi, Alberto Bianchi, con i renzianissimi Maria Elena Boschi e Luca Lotti. Nell'aprile scorso, dopo la dura sconfitta elettorale, pareva che l'ex segretario del Pd intendesse chiuderla, ma Open è subito rinata. Del resto, il suo sito rivela che in cinque anni, sino al 30 giugno 2017, la fondazione ha raccolto oltre 5,5 milioni (anche se di recente il Corriere della Sera ha scritto che sarebbero 6,7), in gran parte provenienti da finanziatori anonimi. Tra quanti hanno autorizzato la pubblicazione del nome, i più generosi sono la British American Tobacco con 150.000 euro, il finanziere Davide Serra con 225.000 euro, e l'armatore della Moby Lines Vincenzo Onorato con 300.000.
Vicina al Pd è anche iDemLab, esplicitamente varata nel 2015 «per sostenere il partito con attività di carattere culturale e formativo»: è stata presieduta da Michele Salvati e dall'ex segretario del Pd Walter Veltroni, e oggi da Salvatore Vassallo, fino al 2013 parlamentare. Fa invece capo ad Andrea Orlando, ex ministro della Giustizia del Pd, la fondazione Democrazia Europa e società, creata nel 2017.
Oggi le fondazioni in più forte crescita di notorietà (e forse anche di raccolta economica) sono quelle vicine alla Lega di governo. La principale è A/simmetrie, creata nel 2013 e presieduta da Alberto Bagnai, attuale presidente della commissione Finanze al Senato. Il vicepresidente è Marcello Foa, proposto in luglio alla presidenza della Rai dal governo gialloblù. Nel suo comitato scientifico c'è il meglio del sovranismo italiano: da Paolo Savona, ministro per gli Affari europei, al suo sottosegretario Luciano Barra Caracciolo, fino a Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio alla Camera. Un altro importante think tank leghista è il Centro studi Machiavelli, che tra i suoi fondatori nel 2017 ha avuto il deputato Guglielmo Picchi. Mentre la Fondazione federalista per l'Europa dei popoli, costituita nel 2006 da Umberto Bossi, oggi è presieduta da Mario Borghezio, da 17 anni europarlamentare del Carroccio.
La peculiarità del Movimento 5 stelle si esprime anche nel rapporto con le associazioni e le fondazioni cui è legato. La principale è l'Associazione Rousseau, costituita da Gianroberto Casaleggio e da suo figlio Davide l'8 aprile 2016 a Milano, quattro giorni prima che Gianroberto morisse: l'atto costitutivo è stato stilato dal notaio nella stanza dell'Istituto Auxologico di Milano dove Casaleggio senior era ricoverato, in condizioni disperate, per un cancro al cervello. Da due anni la Rousseau ha letteralmente in mano il governo del M5s. Ne coordina l'attività, ne gestisce il sistema online che amministra la dialettica interna, e raccoglie anche donazioni da privati: quest'anno, al 19 agosto, ha incassato 617.962 euro da 21.057 donatori (una media di 29 euro a testa), tutti individuati con le sole iniziali. Grazie allo statuto «bloccato», Davide Casaleggio ha praticamente un dominio eterno sulla Rousseau: è solo lui, il fondatore superstite, che può esserne nominato presidente; ed è sempre solo lui a decidere chi possa entrare nell'Associazione. Ma il M5s può contare anche su Think tank group, fondazione varata nel 2009 da Vito Crimi, oggi sottosegretario grillino alla presidenza del Consiglio.
Anche la parte del centrodestra oggi all'opposizione ha in dote alcune importanti fondazioni, da Magna Carta a ResPublica. La più vicina a Forza Italia è però il Centro studi del pensiero liberale, costituito nel 2017 e presieduto da Francesco Ferri, l'imprenditore cui il leader del partito, Silvio Berlusconi, aveva conferito l'incarico di selezionare nuove leve e candidati.
E gli eredi del Pci ci nascondono il patrimonio
È un patrimonio immenso, fatto di case, immobili, terreni, negozi. E di capannoni industriali, ristoranti e bar. C'è chi favoleggia ci sia perfino qualche cinematografo. Di sicuro, da Aosta giù giù fino a Trapani, ne fanno parte centinaia di Case del popolo, e quasi 2.000 antiche sezioni, e vecchie sedi di partito, e di sindacato. Stime prive di ufficialità, nel corso del tempo, hanno ipotizzato da 3.000 a 5.000 unità immobiliari, per un valore oscillante tra 500 e 1.500 milioni di euro. Ma appartamenti e milioni potrebbero essere anche il doppio, se non il triplo, tanto è il mistero.
L'unica cosa certa è che la maggior parte dei beni del disciolto Pci-Pds-Ds, a partire dall'estate 2007, quando i Democratici di sinistra decisero di confluire nel Partito democratico, è stata infilata a forza in 67 diverse fondazioni, tutte costituite da fidatissimi compagni, spesso anziani e molte volte nominati a vita, che le amministrano gratuitamente.
Le 67 fondazioni hanno quasi tutte un nome che le rende riconoscibili per l'appartenenza a una medesima storia, indiscutibilmente «rossa»: si va da Antonio Gramsci a Luigi Longo, da L'Avvenire a Vittorio Foa, da La Quercia ad Alessandro Natta. Tutte sono collegate tra loro e coordinate operativamente dall'Associazione Enrico Berlinguer, creata intorno al 2010, che può dirsi la fondazione madre, la numero 68.
La costituzione delle 67 fondazioni andò avanti fino al 2009, in parte per proteggere il patrimonio dell'ex Partito dai creditori, che al tempo rivendicavano oltre 150 milioni di euro (poi pagati dallo Stato nel novembre 2015 grazie a una legge del 1998, ovviamente sponsorizzata proprio dai Ds), ma anche per evitare di mettere in comune i beni con gli ex democristiani della Margherita.
Mai gli eredi del Pci avrebbero conferito in dote al Pd la ricchezza della «Ditta». Perché in quei mattoni c'era il sangue di generazioni di comunisti e si concretizzava la storia stessa del Pci, che di alcuni immobili s'era impossessato durante la Resistenza, mentre altri erano stati acquisiti grazie ai finanziamenti segreti dall'Unione sovietica, o investendovi le ricche percentuali incassate su ogni operazione commerciale tra Italia e Paesi dell'est durante la Guerra fredda, e forse anche con le «tangenti rosse». In parte erano anche il frutto dei milioni d'ore di lavoro regalate al Partito dagli iscritti, o di collette e sottoscrizioni.
Undici anni fa, insomma, è stato proprio quel che restava del comunismo italiano a scegliere per primo la fondazione come strumento tecnico di protezione, discreto e legale, del suo immenso patrimonio immobiliare. Nessun bisogno di tenere bilanci, nessuna trasparenza. In poche parole, il veicolo societario perfetto per mettere al riparo il patrimonio dell'antico Pci. Tant'è vero che soltanto 12 fondazioni su 67 pubblicano online uno straccio di documento costitutivo, da cui si desume che a questo quinto smilzo del totale corrispondano oltre 510 immobili, in gran parte sedi e uffici affittati al Pd o a organizzazioni vicine, ufficialmente valorizzati sui 70 milioni di euro.
Ma sono bazzecole. Briciole. Del resto, gli stessi bilanci delle 67 associazioni, là dove esistono, risalgono a volte al 2013 o al 2012. In molte città, inoltre, non esistono fondazioni. È un particolare strano: non ce ne sono né a Roma, né a Firenze, per esempio, ma nemmeno a Livorno, dove pure il Pci nacque nel 1917. Perché mai? Ce ne sono altre, di queste intrigantissime fondazioni rosse? Non scervellatevi, nessuno vi risponderà mai: il segreto è più inaccessibile di quello di Fatima.
Ad avere l'idea geniale di infilare l'eredità del «Gran Partito» in queste 67 scatole, più oscure ancora di certe storiche Botteghe, è stato Ugo Sposetti, 71 anni, ultimo dei tesorieri dei Ds. Entrato in Parlamento con il Pci nel 1987, uscitone lo scorso marzo in compagnia di molti colleghi del Pd, dal 2007 il compagno Sposetti è il grande custode delle fondazioni, e non per nulla presiede l'Associazione Berlinguer.
Nella sua mente, il patrimonio che le 67 associazioni custodiscono, cioè la storica eredità del Pci, ha un valore metapartitico e quasi metafisico, sicuramente superiore alle umane oscillazioni della politica. Gli immobili, insomma, sono un simbolo, una bandiera (rossa) che deve resistere al vento della Storia.
Un po' come le 410 opere d'arte del Pci, che al contrario dei mattoni sono state censite, e in un'ideale galleria appendono uno accanto all'altro decine di capolavori di Renato Guttuso, Mario Schifano, Giò Pomodoro e mille altri artisti compagni, più l'intero archivio storico del Pci. A partire, ovviamente, dal primo segretario Amadeo Bordiga.
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Il taglio dei rimborsi elettorali, nel 2011, ha spinto movimenti e correnti a creare associazioni. Che oggi incassano, legalmente, in totale opacità.Gli eredi del Pci ci nascondono il patrimonio. A partire dal 2007, con lo scioglimento dei Ds, da 3.000 a 5.000 unità immobiliari (valore tra 500 e 1.500 milioni di euro) sono state affidate a 67 fondazioni. Per non lasciare niente ai Democratici. E per conservare la memoria del «Gran Partito». Lo speciale contiene due articoliIl nuovo, vero scoglio sula strada della trasparenza in politica ha un nome: fondazione. Lo ha dimostrato con forza anche l'ultima polemica sul crollo del cavalcavia Morandi di Genova: il vicepremier Luigi Di Maio ha accusato il Partito democratico di avere incassato denaro «imbarazzante» dalla concessionaria Autostrade per l'Italia, proprio attraverso le sue fondazioni. Il Pd ha smentito. Ma una verifica, in realtà, è impossibile. Perché l'opacità è regolare, anzi, legittima: il Codice civile, per le fondazioni, non prevede l'obbligo di rivelare le sovvenzioni ricevute, né da chi provengano. Non c'è alcuna violazione di legge, insomma, anche a ricevere milioni da ignoti donatori. Proprio queste caratteristiche, però, fanno delle fondazioni il meno trasparente tra gli strumenti in mano alla politica. E il loro proliferare, nel settore, sta diventando un tema che meriterebbe molta più attenzione da parte dell'opinione pubblica e del legislatore. Lo stesso presidente dell'Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone, denuncia che «c'è una seria differenza tra fondazioni che gestiscono una biblioteca e quelle che fanno attività politica», e nota che «l'attività si è spostata dai partiti ad altre forme associative». Proprio per questo, Cantone sostiene che una riforma è ineludibile: «Non si può più pensare a fondazioni regolate dal solo Codice civile: le sue norme sono insufficienti». In effetti, tra 2016 e 2017, in Parlamento, erano state presentate alcune proposte di legge, ma non sono mai state nemmeno esaminate. Intanto, il fenomeno cresce. Tanto che ormai c'è chi la definisce «la carica delle 101»: sono tante le fondazioni collegate alla politica, oggi attive in Italia. Molte sono associazioni culturali che cercano onorevolmente di rispondere alla crisi delle ideologie. Ma alcune servono, più prosaicamente, a risolvere la nera crisi economica dei partiti, scatenata dalle riforme anti Casta avviate a partire dal 2012. E diventano così vettore di finanziamenti, il più delle volte opachi. Secondo OpenPolis, un osservatorio indipendente sull'attività parlamentare e sulla politica fino alle sue più estreme periferie, tra le 101 fondazioni esistenti sono soltanto 19 quelle che pubblicano online un bilancio, spesso riferito ad anni remoti. Pochissime fondazioni forniscono poi un elenco dei loro soci: appena sette. E sono appena tre quelle che pubblicano l'elenco completo dei loro finanziatori.Il punto è che in questa oscura nebulosa sono ben 53 le fondazioni più o meno direttamente collegate a partiti o a correnti. E lo scopo della loro esistenza, spesso, è proprio garantire sostegno economico. Del resto, da almeno sei anni l'approvvigionamento della politica è un fiume in secca. Fino al 2011 lo Stato versava annualmente al sistema dei partiti 182 milioni di euro sotto forma di «contributi elettorali». Questo avveniva sempre, anche negli anni senza elezioni: i fondi venivano comunque ripartiti proporzionalmente, in base ai voti ricevuti dalle liste alle consultazioni più recenti. A partire dal 2012, invece, il governo guidato dall'austero Mario Monti ha dimezzato in un sol colpo i rimborsi, riducendoli a 91 milioni annui, e ha previsto anche riduzioni graduali per gli anni successivi. Nel febbraio 2014, il governo del suo successore Enrico Letta (come ultimo atto, prima di passare la mano a Matteo Renzi) ha deciso di abolire quel che restava dei vecchi contributi elettorali e li ha sostituiti con due sistemi: la deducibilità fiscale al 26% per le libere donazioni ai partiti fra 30 e 30.000 euro e il «2 per mille», ovvero la consegna volontaria da parte del contribuente di una minuscola quota delle sue tasse a un elenco di 27 partiti (basta la scelta della sigla e una firma sulla dichiarazione dei redditi). L'obiettivo della riforma del 2012, e soprattutto di quella del 2014, era ridurre la dipendenza della politica dal finanziamento pubblico e incentivare le elargizioni private. Il primo obiettivo è stato raggiunto, ma il secondo resta lontano come Marte. Anche nel 2017, che pure è stato finora l'anno più ricco, il 2 per mille ha garantito un totale di appena 15,3 milioni di entrate. Anche le libere donazioni di persone fisiche e società, malgrado l'incentivo fiscale, non riescono a decollare. Anzi, sono in picchiata. I milioni donati erano stati 23 nel 2014, ma nel 2015 sono scesi a meno di 19, poi sono crollati a meno di 14 nel 2016 e sono fiaccamente risaliti a 16 l'anno scorso.Anche per compensare questa penuria di risorse, da qualche anno, le fondazioni fioriscono come margherite in un prato a primavera. A fornirne il primo modello, probabilmente, era stato nel lontano 1998 ItalianiEuropei, creatura dell'ex presidente del Consiglio Massimo D'Alema, che nel 2008 è stata affiancata dalla più modesta ReD, Riformisti e Democratici, quasi una corrente dalemiana allora all'interno del Pd. Anni fa ItalianiEuropei raccoglieva ricche risorse sotto forma di pubblicità al suo bimestrale, e le inserzioni arrivavano anche da grosse aziende pubbliche, ma oggi quella fontana sembra essersi prosciugata.Forse è anche per questa primogenitura se, nella galassia delle fondazioni politiche, oggi la costellazione più fitta è quella vicina al Pd. Le due più note sono Eyu e Open. Eyu è presieduta dal senatore e tesoriere del Pd Francesco Bonifazi e nel suo organigramma compaiono altri parlamentari dem come Laura Cantini e Marco Di Maio. Più nota ancora è Open, fondata nel 2012 dall'imprenditore fiorentino Marco Carrai e alla base delle convention alla stazione Leopolda, e collegata operativamente all'ex segretario del Pd, Renzi. Non risultano altre sue attività, se non il renzismo allo stato solido, liquido e gassoso: sul sito si legge che «la fondazione supporta le attività e le iniziative di Renzi, fornendo il suo contributo finanziario, organizzativo e di idee alle attività di rinnovamento della politica italiana, in particolare quelle articolate intorno alla figura di Renzi». Al suo vertice, del resto, accanto a Carrai, compaiono l'avvocato di Renzi, Alberto Bianchi, con i renzianissimi Maria Elena Boschi e Luca Lotti. Nell'aprile scorso, dopo la dura sconfitta elettorale, pareva che l'ex segretario del Pd intendesse chiuderla, ma Open è subito rinata. Del resto, il suo sito rivela che in cinque anni, sino al 30 giugno 2017, la fondazione ha raccolto oltre 5,5 milioni (anche se di recente il Corriere della Sera ha scritto che sarebbero 6,7), in gran parte provenienti da finanziatori anonimi. Tra quanti hanno autorizzato la pubblicazione del nome, i più generosi sono la British American Tobacco con 150.000 euro, il finanziere Davide Serra con 225.000 euro, e l'armatore della Moby Lines Vincenzo Onorato con 300.000. Vicina al Pd è anche iDemLab, esplicitamente varata nel 2015 «per sostenere il partito con attività di carattere culturale e formativo»: è stata presieduta da Michele Salvati e dall'ex segretario del Pd Walter Veltroni, e oggi da Salvatore Vassallo, fino al 2013 parlamentare. Fa invece capo ad Andrea Orlando, ex ministro della Giustizia del Pd, la fondazione Democrazia Europa e società, creata nel 2017.Oggi le fondazioni in più forte crescita di notorietà (e forse anche di raccolta economica) sono quelle vicine alla Lega di governo. La principale è A/simmetrie, creata nel 2013 e presieduta da Alberto Bagnai, attuale presidente della commissione Finanze al Senato. Il vicepresidente è Marcello Foa, proposto in luglio alla presidenza della Rai dal governo gialloblù. Nel suo comitato scientifico c'è il meglio del sovranismo italiano: da Paolo Savona, ministro per gli Affari europei, al suo sottosegretario Luciano Barra Caracciolo, fino a Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio alla Camera. Un altro importante think tank leghista è il Centro studi Machiavelli, che tra i suoi fondatori nel 2017 ha avuto il deputato Guglielmo Picchi. Mentre la Fondazione federalista per l'Europa dei popoli, costituita nel 2006 da Umberto Bossi, oggi è presieduta da Mario Borghezio, da 17 anni europarlamentare del Carroccio.La peculiarità del Movimento 5 stelle si esprime anche nel rapporto con le associazioni e le fondazioni cui è legato. La principale è l'Associazione Rousseau, costituita da Gianroberto Casaleggio e da suo figlio Davide l'8 aprile 2016 a Milano, quattro giorni prima che Gianroberto morisse: l'atto costitutivo è stato stilato dal notaio nella stanza dell'Istituto Auxologico di Milano dove Casaleggio senior era ricoverato, in condizioni disperate, per un cancro al cervello. Da due anni la Rousseau ha letteralmente in mano il governo del M5s. Ne coordina l'attività, ne gestisce il sistema online che amministra la dialettica interna, e raccoglie anche donazioni da privati: quest'anno, al 19 agosto, ha incassato 617.962 euro da 21.057 donatori (una media di 29 euro a testa), tutti individuati con le sole iniziali. Grazie allo statuto «bloccato», Davide Casaleggio ha praticamente un dominio eterno sulla Rousseau: è solo lui, il fondatore superstite, che può esserne nominato presidente; ed è sempre solo lui a decidere chi possa entrare nell'Associazione. Ma il M5s può contare anche su Think tank group, fondazione varata nel 2009 da Vito Crimi, oggi sottosegretario grillino alla presidenza del Consiglio.Anche la parte del centrodestra oggi all'opposizione ha in dote alcune importanti fondazioni, da Magna Carta a ResPublica. La più vicina a Forza Italia è però il Centro studi del pensiero liberale, costituito nel 2017 e presieduto da Francesco Ferri, l'imprenditore cui il leader del partito, Silvio Berlusconi, aveva conferito l'incarico di selezionare nuove leve e candidati. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-delle-101-le-fondazioni-politiche-a-caccia-di-milioni-2597252277.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-gli-eredi-del-pci-ci-nascondono-il-patrimonio" data-post-id="2597252277" data-published-at="1780587042" data-use-pagination="False"> E gli eredi del Pci ci nascondono il patrimonio È un patrimonio immenso, fatto di case, immobili, terreni, negozi. E di capannoni industriali, ristoranti e bar. C'è chi favoleggia ci sia perfino qualche cinematografo. Di sicuro, da Aosta giù giù fino a Trapani, ne fanno parte centinaia di Case del popolo, e quasi 2.000 antiche sezioni, e vecchie sedi di partito, e di sindacato. Stime prive di ufficialità, nel corso del tempo, hanno ipotizzato da 3.000 a 5.000 unità immobiliari, per un valore oscillante tra 500 e 1.500 milioni di euro. Ma appartamenti e milioni potrebbero essere anche il doppio, se non il triplo, tanto è il mistero. L'unica cosa certa è che la maggior parte dei beni del disciolto Pci-Pds-Ds, a partire dall'estate 2007, quando i Democratici di sinistra decisero di confluire nel Partito democratico, è stata infilata a forza in 67 diverse fondazioni, tutte costituite da fidatissimi compagni, spesso anziani e molte volte nominati a vita, che le amministrano gratuitamente. Le 67 fondazioni hanno quasi tutte un nome che le rende riconoscibili per l'appartenenza a una medesima storia, indiscutibilmente «rossa»: si va da Antonio Gramsci a Luigi Longo, da L'Avvenire a Vittorio Foa, da La Quercia ad Alessandro Natta. Tutte sono collegate tra loro e coordinate operativamente dall'Associazione Enrico Berlinguer, creata intorno al 2010, che può dirsi la fondazione madre, la numero 68. La costituzione delle 67 fondazioni andò avanti fino al 2009, in parte per proteggere il patrimonio dell'ex Partito dai creditori, che al tempo rivendicavano oltre 150 milioni di euro (poi pagati dallo Stato nel novembre 2015 grazie a una legge del 1998, ovviamente sponsorizzata proprio dai Ds), ma anche per evitare di mettere in comune i beni con gli ex democristiani della Margherita. Mai gli eredi del Pci avrebbero conferito in dote al Pd la ricchezza della «Ditta». Perché in quei mattoni c'era il sangue di generazioni di comunisti e si concretizzava la storia stessa del Pci, che di alcuni immobili s'era impossessato durante la Resistenza, mentre altri erano stati acquisiti grazie ai finanziamenti segreti dall'Unione sovietica, o investendovi le ricche percentuali incassate su ogni operazione commerciale tra Italia e Paesi dell'est durante la Guerra fredda, e forse anche con le «tangenti rosse». In parte erano anche il frutto dei milioni d'ore di lavoro regalate al Partito dagli iscritti, o di collette e sottoscrizioni. Undici anni fa, insomma, è stato proprio quel che restava del comunismo italiano a scegliere per primo la fondazione come strumento tecnico di protezione, discreto e legale, del suo immenso patrimonio immobiliare. Nessun bisogno di tenere bilanci, nessuna trasparenza. In poche parole, il veicolo societario perfetto per mettere al riparo il patrimonio dell'antico Pci. Tant'è vero che soltanto 12 fondazioni su 67 pubblicano online uno straccio di documento costitutivo, da cui si desume che a questo quinto smilzo del totale corrispondano oltre 510 immobili, in gran parte sedi e uffici affittati al Pd o a organizzazioni vicine, ufficialmente valorizzati sui 70 milioni di euro. Ma sono bazzecole. Briciole. Del resto, gli stessi bilanci delle 67 associazioni, là dove esistono, risalgono a volte al 2013 o al 2012. In molte città, inoltre, non esistono fondazioni. È un particolare strano: non ce ne sono né a Roma, né a Firenze, per esempio, ma nemmeno a Livorno, dove pure il Pci nacque nel 1917. Perché mai? Ce ne sono altre, di queste intrigantissime fondazioni rosse? Non scervellatevi, nessuno vi risponderà mai: il segreto è più inaccessibile di quello di Fatima. Ad avere l'idea geniale di infilare l'eredità del «Gran Partito» in queste 67 scatole, più oscure ancora di certe storiche Botteghe, è stato Ugo Sposetti, 71 anni, ultimo dei tesorieri dei Ds. Entrato in Parlamento con il Pci nel 1987, uscitone lo scorso marzo in compagnia di molti colleghi del Pd, dal 2007 il compagno Sposetti è il grande custode delle fondazioni, e non per nulla presiede l'Associazione Berlinguer. Nella sua mente, il patrimonio che le 67 associazioni custodiscono, cioè la storica eredità del Pci, ha un valore metapartitico e quasi metafisico, sicuramente superiore alle umane oscillazioni della politica. Gli immobili, insomma, sono un simbolo, una bandiera (rossa) che deve resistere al vento della Storia. Un po' come le 410 opere d'arte del Pci, che al contrario dei mattoni sono state censite, e in un'ideale galleria appendono uno accanto all'altro decine di capolavori di Renato Guttuso, Mario Schifano, Giò Pomodoro e mille altri artisti compagni, più l'intero archivio storico del Pci. A partire, ovviamente, dal primo segretario Amadeo Bordiga.
Il premier ungherese Péter Magyar (Ansa)
Per celebrare lo scongelamento di 16 miliardi di fondi Ue, Péter Magyar si era intestato il merito di una «svolta storica» per l’Ungheria. Ieri, Emmanuel Macron lo ha accolto all’Eliseo celebrando l’arrivo di una «nuova era». Non serve nemmeno sforzarsi per capire che, in realtà, il suo resta un «orbanismo», solo più gentile: era sufficiente leggere un’intervista uscita sulla Frankfürter Allgemeine Zeitung, nella lingua madre di Ursula von der Leyen. Giusto per accertarsi che anche lei la capisse.
Il presidente francese vorrebbe tirare Magyar dentro la fumosa coalizione dei volenterosi, in occasione del mega evento che organizzerà il 14 luglio, per commemorare la Rivoluzione. Eppure, sull’Ucraina, il nuovo premier magiaro dice cose simili al suo predecessore. Ad esempio, ha candidato Budapest a sede di eventuali colloqui di pace tra Mosca e Kiev. È vero che persino nei palazzi di Bruxelles, ultimamente, ci si era messi a ragionare su quale figura potesse portare avanti il dialogo con il Cremlino. Fatto sta che Magyar, come Viktor Orbán, non solo non ha problemi ad accreditare il suo Paese quale terreno neutro, ma è anche disponibile a «fornire assistenza diplomatica e umanitaria». Rispetto al passato, egli dimostra di aver affinato le tecniche di mercanteggiamento: mentre si discute dell’ingresso della nazione di Volodymyr Zelensky nell’Unione, un’ipotesi che finora il suo Paese aveva respinto, lui mette sul piatto «un accordo sul ripristino e la garanzia dei diritti linguistici, educativi e culturali dei 100.000 ungheresi che vivono in Ucraina. Dobbiamo chiarire», ha precisato Magyar, «alcune questioni riguardanti la nostra minoranza». Dopodiché, si potrà «aprire un nuovo capitolo» e, magari, concedere il nulla osta a un percorso di integrazione che, in ogni caso, si annuncia ancora lungo. Tutto sommato, se ciò dovesse contribuire ad ammorbidire la posizione di Bruxelles e, soprattutto, a farle allentare i cordoni della borsa, per Magyar sarebbe un punto di caduta vantaggioso: l’intesa sulla minoranza ungherese in Ucraina dovrà essere raggiunta «nei prossimi giorni»; affinché Kiev diventi membro dell’Ue a tutti gli effetti, invece, occorreranno anni.
Poi, c’è il nodo dei rapporti con la Russia. Il premier non intende perdere di vista gli interessi nazionali. Budapest dipende dal gas di Vladimir Putin e, ha ribadito Magyar alla Faz, «non possiamo cambiare questa situazione dall’oggi al domani. I nostri vicini», ha insistito, «dovrebbero capire che l’Ungheria è un Paese senza sbocco sul mare. Non abbiamo registrato crescita economica per anni e, per crescere, abbiamo bisogno di energia a prezzi accessibili. Certo, stiamo facendo tutto il possibile per diversificare le fonti energetiche, ma non possiamo permetterci che la competitività delle nostre aziende diminuisca ulteriormente e che la povertà energetica tra le famiglie ungheresi aumenti». Mettiamola così: sarebbe stato bello ascoltare dei discorsi simili dalle nostre classi dirigenti, già nel 2022. Adesso, dopo anni di condiscendenza ai diktat della Commissione, ci ritroviamo con Valdis Dombrovskis che ci prescrive come vivere. Anzi, di che morte morire.
Ma c’è di più. Manco fosse un Medvedev qualsiasi, Magyar ha aggiunto che, a suo avviso, «l’Europa tornerà parzialmente alle fonti energetiche russe e revocherà le sanzioni, poiché si tratta della competitività di tutta l’Europa e nessuno ha interesse a mantenere una nuova guerra fredda economica e politica in caso di futura pace. Perché ciò accada», ha specificato, «la guerra deve ovviamente finire». Ovviamente. Il messaggio, però, è chiaro: Budapest promuove ancora il disgelo con Mosca e, piuttosto che un irrevocabile divorzio dallo zar, propone un modesto «derisking». D’altronde, i numeri danno ragione al premier magiaro: a parte Ungheria e Slovacchia, anche Francia, Spagna e Belgio continuano a finanziare Putin, facendo incetta di gas liquido. Peggio: attraverso un sistema di matrioske finanziarie, le petroliere fantasma russe riescono ancora a farsi assicurare le spedizioni grazie alle risorse dei mercati del Vecchio continente.
Infine, occorre una buona fantasia per riscontrare la «svolta storica» nelle idee espresse da Magyar sulla governance dell’Unione. Il primo ministro non è «favorevole all’introduzione del voto a maggioranza anziché all’unanimità». Ha senso: l’Ungheria è piccola, la sua economia è debole rispetto a quella dei grandi Paesi Ue e l’unico modo che ha per far contare la propria voce è sfruttare le possibilità che le riservano i Trattati. Il cambiamento, al solito, è formale più che sostanziale: Orbán, ha commentato con la Faz Magyar, «diceva sempre che “dobbiamo sconfiggere Bruxelles”. Non credo che sia questo il punto. L’obiettivo è capirsi e persuadersi a vicenda». Poesia. Ma al netto delle carinerie, il premier ungherese non indietreggia: «Le persone», ha sottolineato, «vogliono un’Unione europea basata su Stati forti, non sugli Stati Uniti d’Europa».
Per sbloccare i finanziamenti negati a Orbán, Ursula si è accontentata della deferenza verbale. In teoria, le somme verranno erogate se Budapest completerà e documenterà le famigerate riforme entro il 31 agosto. Molti di quei soldi, comunque, erano bloccati per dissidi su questioni laterali: quelle che Bruxelles considera discriminazioni contro le persone Lgbtq+, la violazione delle procedure sull’asilo dei migranti, le limitazioni della libertà accademica, come nella vicenda dell’università dei Soros. Magyar, intanto, ha annunciato che chiederà di aderire alla Procura europea (Eppo), la quale potrà così indagare su eventuali frodi nell’uso dei fondi comunitari. E una formula scaltra per sciogliere il nodo dell’Ucraina nell’Ue l’ha trovata. Sul resto - l’essenziale - il ritornello rimane lo stesso. Anche se la Von der Leyen ha salutato l’avvento di «una nuova era», sostenendo che il governo ungherese, appena entrato in carica, sta già «agendo con rapidità e determinazione». Magyar statista a tempo di record. Lo diceva Patty Pravo: tutti quanti sono degli eroi quando vogliono qualcosa.
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Scontri tra monarchici e Polizia a Napoli nel giugno 1946 (Getty Images)
Dal 4 all’11 giugno 1946 l’Italia della transizione tra monarchia e repubblica visse la sua «settimana tragica» a causa delle tensioni generate dall’esito del referendum del 2 giugno precedente e dalle frizioni ancora esistenti nel Paese uscito da appena un anno dalla guerra. Nei giorni tra il voto e l’esilio di Umberto II, il «re di maggio» che regnò soltanto un mese, l’Italia allora guidata da Alcide de Gasperi assieme ai partiti espressione del Cln, rischiò una nuova guerra civile tra il Nord repubblicano ed il Sud profondamente legato all’istituzione monarchica. I motivi della divisione erano stati definiti dal diverso svolgersi degli eventi bellici e delle figure politiche a questi legate. Il Nord era stato il teatro della guerra civile fino all’ultimo giorno. In entrambe le parti in lotta, repubblichini e partigiani legati ai partiti che governeranno nel dopoguerra, la figura dei Savoia era stata pesantemente oscurata dopo la fuga del re a Brindisi, che aveva generato un diffuso sentimento antimonarchico. Nelle regioni meridionali, al contrario, la casa Savoia aveva seguito le sorti del mezzogiorno con l’effimero Regno del Sud controllato dagli Alleati, fatto che generò l’idea della continuità. A Napoli, in particolare, la monarchia sabauda si era sostituita a quella borbonica con una lunga opera di radicamento nella città (tanto che fu istituito il titolo di «Principe di Napoli» all’erede al trono). Quando l’Italia si recò alle urne il 2 giugno del 1946, le ferite della guerra erano ancora aperte. Le tensioni della guerra civile e della Campagna d’Italia dal 1943 al 1945 avevano lasciato un Paese allo stremo, con le vie di comunicazione e le industrie ridotte a macerie. La disoccupazione ed il carovita dovuto all’inflazione galoppante avevano contribuito ad alimentare rabbia e frustrazione, oltre ad avere lasciato un’Italia ancora una volta divisa tra Nord e Sud. Il referendum monarchia-repubblica era diventato un catalizzatore di tensioni, rese ancora più forti dai sospetti di brogli e dal fatto che la popolazione della Venezia Giulia, di Zara, Pola e Fiume oltre a quella della Provincia di Bolzano furono escluse dal voto a causa dell’occupazione straniera.
I lenti scrutini dei seggi evidenziarono sin da subito il divario tra le due italie, con il Sud a netta maggioranza favorevole ai Savoia. Il voto più eclatante fu quello di Napoli, dove l’80% degli elettori scelse la monarchia nel segno della continuità e non solamente per quella: la città partenopea, molto lontana idealmente dal «vento del Nord», era stata una delle più colpite durante il conflitto, con oltre 200 bombardamenti alleati, che avevano prostrato la popolazione riducendola alla fame. Decine di migliaia di napoletani vivevano ancora all’addiaccio in grotte o nei padiglioni della Mostra d’Oltremare, tormentati dalle epidemie e dalla mancanza di ogni tipo di servizio. Fresco era inoltre ancora il mito delle «Quattro giornate» del settembre 1943 quando la sollevazione popolare indusse i tedeschi a lasciare la città. Tutti questi elementi, uniti ad un generale risentimento contro i «partiti del Nord» accesero la miccia dei tumulti che dal 4 all’11 giugno 1946 insanguinarono Napoli.
Subito dopo il referendum, le voci che davano la repubblica in lieve vantaggio si unirono a quelle che condannavano i presunti brogli e il peso delle zone escluse dal voto e quelle di una presunta imminente visita di Umberto II a Napoli, notizia che accese ancora di più gli animi già infiammati. Nonostante l’ultimo re d’Italia non si fosse mai espresso nei confronti dei napoletani pronti alla rivolta, il tam-tam dei rioni fece materializzare per le strade l’idea che una ribellione di Napoli avrebbe potuto sfociare in una futura separazione del Sud dal resto d’Italia. Nei giorni tra il voto e l’esito definitivo delle urne, la Prefettura di Napoli chiese rinforzi all’allora ministro dell’Interno, il socialista Giuseppe Romita, che provvide all’invio di reparti della Celere a protezione dei luoghi sensibili come le sedi dei partiti e le caserme, prese di mira dai rivoltosi per procurare armi.
La sera del 4 giugno la radio divulgò la notizia del vantaggio della repubblica, e la città piombò in un silenzio carico di tensione, destinata a sfogarsi il giorno successivo quando il contemporaneo arrivo a Capodichino della principessa Maria Josè diede il «la» alle proteste di piazza. Già durante la mattinata si registrarono i primi tafferugli tra monarchici e comunisti, mentre Maria José veniva invitata dalle autorità a lasciare la città per Lisbona. Arginato a fatica dalla forza pubblica, il movimento spontaneo dei monarchici si riversò nelle strade di Capodimonte la mattina seguente, con camion imbandierati con lo stemma sabaudo. Ciò che la Prefettura aveva temuto nei giorni precedenti divenne realtà: gli insorti assalirono le caserme dei Carabinieri e dell’Esercito in cerca di armi (e della solidarietà dall’Arma, che non arrivò). Durante gli scontri con la Celere, Napoli ebbe il primo morto. Durante l’assedio della caserma dei Carabinieri di Capodimonte, il lancio di bombe a mano ferì mortalmente l’imbianchino 35enne Ciro Martino. La prima vittima tra i «lazzari» fu la premessa di quelle che furono le «Sette giornate di Napoli», una settimana in cui il fantasma della guerra civile si mostrò nuovamente agli occhi degli italiani. La rabbia si sfogò allora non solo contro i comunisti e i partiti del Nord, ma anche contro una Democrazia Cristiana accusata di ambiguità sulla questione della forma dello Stato e senza risparmiare il braccio del partito, il clero. Numerosi furono in quei giorni concitati gli episodi di violenza contro ecclesiastici, malmenati o scherniti per i vicoli della città per non avere apertamente sostenuto la scelta monarchica.
La situazione peggiorò rapidamente il giorno dopo, quando una folla di 5.000 persone si radunò a Vasto per raggiungere piazza del Plebiscito con l’intento simbolico di fare ammainare la bandiera repubblicana e issare nuovamente quella sabauda. Negli scontri con la Celere, i Carabinieri e l’esercito rimase un altro morto sul selciato: si trattava del sedicenne Gaetano d’Alessandro, colpito alla testa da una raffica di mitra. Lo stesso giorno moriva in ospedale un altro minorenne, il 14enne Carlo Russo, ferito il giorno prima negli scontri di piazza.
Il 9 giugno fu segnato dalle esequie del giovanissimo Russo, che aggiunsero rabbia alla rabbia, gettando le premesse di quello che sarà il giorno più nero della settimana dei tumulti di Napoli. Le fila dei sostenitori dei Savoia andavano aumentando con l’arrivo in città di monarchici provenienti da tutto il Meridione, mentre dalla parte delle forze dell’ordine furono chiamati rinforzi dal Nord, nei cui ranghi erano attivi diversi elementi provenienti dalla Resistenza, arruolati nella Celere dopo la guerra. L’11 giugno la protesta raggiunse il climax, alimentata dalla frustrazione per il rifiuto di Umberto II alla richiesta di porsi alla testa di una rivolta lealista e per gli effetti di un secondo funerale, quello dell’adolescente D’Alessandro. Quel giorno, dopo le esequie, la folla imbandierata con i simboli di Casa Savoia puntò alla sede del Partito Comunista di via Medina, in pieno centro cittadino. Lo scopo dei manifestanti era quello di strappare le bandiere della repubblica e quella rossa dalla facciata del palazzo, come già fatto in altre occasioni nei giorni precedenti, ma la situazione precipitò quasi subito, con la Polizia che sparò al primo manifestante che cercava di arrampicarsi per strappare i vessilli. Ne nacque un durissimo scontro a fuoco tra le barricate realizzate con due vetture tranviarie nella quale persero la vita 9 persone tra cui la diciannovenne Ida Cavalieri, investita da un automezzo della Celere mentre gridava, avvolta nella bandiera sabauda, «Viva ‘o rre!». Due furono i caduti tra le forze dell’ordine, decine i feriti. Durante gli scontri, i «luciani», pescatori di Santa Lucia, decisero di dare man forte ai manifestanti assalendo la sede del Comando Marina per impadronirsi delle armi, venendo respinti a fatica dai militari a guardia della caserma.
La strage di via Medina poteva essere l’ìnizio di una guerra tra il Sud e il Nord, vista la solidarietà espressa dai monarchici meridionali alle vittime delle pallottole del nascente Stato repubblicano. Tuttavia la partenza per l’esilio di Umberto II, avvenuta appena 48 ore dopo i fatti, fece sgonfiare i moti lealisti nati dal «ventre di Napoli». Il 18 giugno la Corte di Cassazione confermò la vittoria della repubblica. Ma l’eredità delle «Sette giornate» dei monarchici pesò sulle scelte successive dell’Italia repubblicana. Un illustre napoletano e monarchico, Enrico De Nicola, divenne Capo provvisorio dello Stato, mentre il primo sindaco eletto dopo l’amministrazione prefettizia della città fu l’avvocato Giuseppe Buonocore, anch’egli di ispirazione monarchica ma garante della transizione in quanto padre della Costituente. Mentre si consumavano gli scontri del giugno 1946, dietro le quinte lavorava l’armatore Achille Lauro, fervente sostenitore dei Savoia e futuro deputato per il Partito Nazionale Monarchico. In quei mesi durissimi del 1946 lavorò per ricostituire la sua flotta annientata dalla guerra grazie all’acquisto di naviglio americano residuato. In breve fu in grado di ricostruire un impero nella navigazione commerciale e nelle rotte atlantiche della seconda emigrazione italiana, sostituendosi, per così dire, alla figura del re nel lungo periodo chiamato «laurismo», quello dei mandati di sindaco di Napoli dal 1952 al 1957 e poi ancora nel 1961. Per citare il grande Eduardo de Filippo, «’A nuttata era passata», ma in quella settimana di ottant’anni fa Napoli e l’Italia si erano trovate avvolte da un buio pesto.
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Roberto Saviano e Massimo Gramellini (Ansa)
È una cosa brutta, brutta, brutta. Mi passi una tartina, una coppa di champagne con doppia dose di indignazione. L’hai letto Gramellini? L’hai sentito Saviano? Signora mia, dobbiamo esibire lo sdegno come se fosse l’ultimo tailleur di Armani. Dobbiamo vibrare di riprovazione, siamo sotto choc e anche un po’ sorpresi. Ma davvero gli immigrati vengono qui per essere sfruttati? E noi che pensavamo che venissero solo per pagarci le pensioni…
Non c’è niente di più insopportabile dell’ipocrisia dei salotti chic di fronte alla tragedia della Calabria. Non c’è niente di più insopportabile perché i benpensanti choccati, i Saviano indignati e i Gramellini addolorati dimenticano una verità semplice e evidente a chiunque la voglia vedere. E cioè che l’immigrazione da loro voluta, sostenuta, appoggiata e financo idealizzata, proprio a questo serviva: non a pagare le pensioni, come vanno cianciando da anni, ma ad avere manodopera sottopagata, carne da sacrificare sull’altare dei profitti o (peggio ancora) della criminalità. Gli immigrati sono stati usati come carne da macello per avere manovalanza a basso costo da dare in pasto prima a caporali e delinquenti, e poi all’intero sistema economico. E i nostri indignati speciali lo sapevano benissimo. Per cui risultano oltremodo ipocrite le loro lacrime davanti a quei corpi bruciati: davvero scoprono oggi i caporali? Davvero scoprono oggi i lavoratori sfruttati e sottopagati? E l’inferno dei braccianti?
Sono anni che raccontiamo le baraccopoli dove i braccianti vivono in condizioni disumane sotto gli occhi di tutti. I miei inviati di Fuori dal Coro le conoscono palmo a palmo, baracca per baracca. Borgo Mezzanone (Manfredonia), dove Soumahoro andava a fare proseliti. Rignano Garganico, il Ghetto dei Bulgari (Cerignola), San Ferdinando in Calabria e tutte le altre: quante volte le abbiamo mostrate? E quante volte ci siamo sentiti definire xenofobi e razzisti perché dicevamo che quelle strutture andavano abolite? Eppure non si è mai fatto niente. Nemmeno quando sono arrivati i soldi del Pnrr e ci sono stati milioni a disposizione per abbattere quegli orrori. Non si è fatto nulla. I milioni sono andati persi e le baraccopoli sono ancora lì. E perché? Semplice: perché conviene così. Follow the money. Segui la moneta. A tutti conviene che resti l’illegalità, la massa dei disperati, la manodopera ricattabile disposta a lavorare per nulla.
Ma pensateci: l’immigrazione in generale è servita a questo. Ad avere disperati da sfruttare. Non solo nelle baraccopoli. Non solo con i braccianti. Ho raccontato mille volte l’esempio storico di Monfalcone. Domanda: perché oggi Monfalcone è uno dei centri italiani con la più alta concentrazione di stranieri tanto da rischiare di diventare un avamposto della sharia? Semplice: perché nei cantieri navali sono arrivati i bengalesi che sono disposti a lavorare a condizioni (subappalti su subappalti, meno sicurezza, stipendi più bassi) che gli operai italiani dei cantieri non avrebbero mai accettato. Fateci caso: i diritti dei lavoratori (e gli stipendi) in Italia sono aumentati fino a quando non è cominciata l’immigrazione. Poi con l’immigrazione si è invertito il trend. Per questo l’immigrazione piace tanto ai potenti, ai loro giornali e ai loro cicisbei. Perché è stata l’arma con cui si è realizzata la più grande opera di distruzione dei diritti dei lavoratori mai vista nella storia. E adesso piangono perché scoprono che ci sono lavoratori sfruttati? Ma davvero? Con che coraggio?
Mille volte mi sono sentito dire: gli stranieri fanno lavori che gli italiani non vogliono più fare. Balle. Forse che gli anziani non venivano accuditi quando non c’erano le badanti moldave? Forse che i pomodori non venivano raccolti quando non c’erano i braccianti pakistani? Non è che gli italiani non vogliono fare certi lavori: non li vogliono fare a certe condizioni. Ma l’immigrazione è servita proprio per arrivare a quelle condizioni perché se non accetti un lavoro precario, sottopagato, da sfruttato c’è sempre qualcuno più disperato di te che è disposto a farlo. Come fanno a non capire i benpensanti indignati che se esistono i lavoratori sfruttati è proprio perché c’è qualcuno che ha aperto le braccia all’immigrazione? Come fanno a non capire che l’abisso dell’orrore si nasconde proprio dietro il loro pseudo buonismo e la loro pelosa solidarietà?
Tra qualche giorno l’indignazione passerà, lo sdegno pure, e nei salotti chic dopo lo champagne si parlerà d’altro. Così i caporali (stranieri) continueranno a sfruttare i lavoratori (stranieri) magari evitando i roghi, per attirare un po’ meno l’attenzione. E tutti si dimenticheranno del problema per non dover ammettere che l’unica soluzione possibile è quella che fa più paura. È quella che non si può dire. Si chiama remigrazione.
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