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2018-08-20
La carica delle 101: le fondazioni politiche a caccia di milioni
LaPresse
Il nuovo, vero scoglio sula strada della trasparenza in politica ha un nome: fondazione. Lo ha dimostrato con forza anche l'ultima polemica sul crollo del cavalcavia Morandi di Genova: il vicepremier Luigi Di Maio ha accusato il Partito democratico di avere incassato denaro «imbarazzante» dalla concessionaria Autostrade per l'Italia, proprio attraverso le sue fondazioni. Il Pd ha smentito. Ma una verifica, in realtà, è impossibile. Perché l'opacità è regolare, anzi, legittima: il Codice civile, per le fondazioni, non prevede l'obbligo di rivelare le sovvenzioni ricevute, né da chi provengano. Non c'è alcuna violazione di legge, insomma, anche a ricevere milioni da ignoti donatori.
Proprio queste caratteristiche, però, fanno delle fondazioni il meno trasparente tra gli strumenti in mano alla politica. E il loro proliferare, nel settore, sta diventando un tema che meriterebbe molta più attenzione da parte dell'opinione pubblica e del legislatore. Lo stesso presidente dell'Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone, denuncia che «c'è una seria differenza tra fondazioni che gestiscono una biblioteca e quelle che fanno attività politica», e nota che «l'attività si è spostata dai partiti ad altre forme associative». Proprio per questo, Cantone sostiene che una riforma è ineludibile: «Non si può più pensare a fondazioni regolate dal solo Codice civile: le sue norme sono insufficienti».
In effetti, tra 2016 e 2017, in Parlamento, erano state presentate alcune proposte di legge, ma non sono mai state nemmeno esaminate. Intanto, il fenomeno cresce. Tanto che ormai c'è chi la definisce «la carica delle 101»: sono tante le fondazioni collegate alla politica, oggi attive in Italia. Molte sono associazioni culturali che cercano onorevolmente di rispondere alla crisi delle ideologie. Ma alcune servono, più prosaicamente, a risolvere la nera crisi economica dei partiti, scatenata dalle riforme anti Casta avviate a partire dal 2012. E diventano così vettore di finanziamenti, il più delle volte opachi.
Secondo OpenPolis, un osservatorio indipendente sull'attività parlamentare e sulla politica fino alle sue più estreme periferie, tra le 101 fondazioni esistenti sono soltanto 19 quelle che pubblicano online un bilancio, spesso riferito ad anni remoti. Pochissime fondazioni forniscono poi un elenco dei loro soci: appena sette. E sono appena tre quelle che pubblicano l'elenco completo dei loro finanziatori.
Il punto è che in questa oscura nebulosa sono ben 53 le fondazioni più o meno direttamente collegate a partiti o a correnti. E lo scopo della loro esistenza, spesso, è proprio garantire sostegno economico.
Del resto, da almeno sei anni l'approvvigionamento della politica è un fiume in secca. Fino al 2011 lo Stato versava annualmente al sistema dei partiti 182 milioni di euro sotto forma di «contributi elettorali». Questo avveniva sempre, anche negli anni senza elezioni: i fondi venivano comunque ripartiti proporzionalmente, in base ai voti ricevuti dalle liste alle consultazioni più recenti.
A partire dal 2012, invece, il governo guidato dall'austero Mario Monti ha dimezzato in un sol colpo i rimborsi, riducendoli a 91 milioni annui, e ha previsto anche riduzioni graduali per gli anni successivi. Nel febbraio 2014, il governo del suo successore Enrico Letta (come ultimo atto, prima di passare la mano a Matteo Renzi) ha deciso di abolire quel che restava dei vecchi contributi elettorali e li ha sostituiti con due sistemi: la deducibilità fiscale al 26% per le libere donazioni ai partiti fra 30 e 30.000 euro e il «2 per mille», ovvero la consegna volontaria da parte del contribuente di una minuscola quota delle sue tasse a un elenco di 27 partiti (basta la scelta della sigla e una firma sulla dichiarazione dei redditi).
L'obiettivo della riforma del 2012, e soprattutto di quella del 2014, era ridurre la dipendenza della politica dal finanziamento pubblico e incentivare le elargizioni private. Il primo obiettivo è stato raggiunto, ma il secondo resta lontano come Marte. Anche nel 2017, che pure è stato finora l'anno più ricco, il 2 per mille ha garantito un totale di appena 15,3 milioni di entrate. Anche le libere donazioni di persone fisiche e società, malgrado l'incentivo fiscale, non riescono a decollare. Anzi, sono in picchiata. I milioni donati erano stati 23 nel 2014, ma nel 2015 sono scesi a meno di 19, poi sono crollati a meno di 14 nel 2016 e sono fiaccamente risaliti a 16 l'anno scorso.
Anche per compensare questa penuria di risorse, da qualche anno, le fondazioni fioriscono come margherite in un prato a primavera. A fornirne il primo modello, probabilmente, era stato nel lontano 1998 ItalianiEuropei, creatura dell'ex presidente del Consiglio Massimo D'Alema, che nel 2008 è stata affiancata dalla più modesta ReD, Riformisti e Democratici, quasi una corrente dalemiana allora all'interno del Pd. Anni fa ItalianiEuropei raccoglieva ricche risorse sotto forma di pubblicità al suo bimestrale, e le inserzioni arrivavano anche da grosse aziende pubbliche, ma oggi quella fontana sembra essersi prosciugata.
Forse è anche per questa primogenitura se, nella galassia delle fondazioni politiche, oggi la costellazione più fitta è quella vicina al Pd. Le due più note sono Eyu e Open. Eyu è presieduta dal senatore e tesoriere del Pd Francesco Bonifazi e nel suo organigramma compaiono altri parlamentari dem come Laura Cantini e Marco Di Maio. Più nota ancora è Open, fondata nel 2012 dall'imprenditore fiorentino Marco Carrai e alla base delle convention alla stazione Leopolda, e collegata operativamente all'ex segretario del Pd, Renzi. Non risultano altre sue attività, se non il renzismo allo stato solido, liquido e gassoso: sul sito si legge che «la fondazione supporta le attività e le iniziative di Renzi, fornendo il suo contributo finanziario, organizzativo e di idee alle attività di rinnovamento della politica italiana, in particolare quelle articolate intorno alla figura di Renzi». Al suo vertice, del resto, accanto a Carrai, compaiono l'avvocato di Renzi, Alberto Bianchi, con i renzianissimi Maria Elena Boschi e Luca Lotti. Nell'aprile scorso, dopo la dura sconfitta elettorale, pareva che l'ex segretario del Pd intendesse chiuderla, ma Open è subito rinata. Del resto, il suo sito rivela che in cinque anni, sino al 30 giugno 2017, la fondazione ha raccolto oltre 5,5 milioni (anche se di recente il Corriere della Sera ha scritto che sarebbero 6,7), in gran parte provenienti da finanziatori anonimi. Tra quanti hanno autorizzato la pubblicazione del nome, i più generosi sono la British American Tobacco con 150.000 euro, il finanziere Davide Serra con 225.000 euro, e l'armatore della Moby Lines Vincenzo Onorato con 300.000.
Vicina al Pd è anche iDemLab, esplicitamente varata nel 2015 «per sostenere il partito con attività di carattere culturale e formativo»: è stata presieduta da Michele Salvati e dall'ex segretario del Pd Walter Veltroni, e oggi da Salvatore Vassallo, fino al 2013 parlamentare. Fa invece capo ad Andrea Orlando, ex ministro della Giustizia del Pd, la fondazione Democrazia Europa e società, creata nel 2017.
Oggi le fondazioni in più forte crescita di notorietà (e forse anche di raccolta economica) sono quelle vicine alla Lega di governo. La principale è A/simmetrie, creata nel 2013 e presieduta da Alberto Bagnai, attuale presidente della commissione Finanze al Senato. Il vicepresidente è Marcello Foa, proposto in luglio alla presidenza della Rai dal governo gialloblù. Nel suo comitato scientifico c'è il meglio del sovranismo italiano: da Paolo Savona, ministro per gli Affari europei, al suo sottosegretario Luciano Barra Caracciolo, fino a Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio alla Camera. Un altro importante think tank leghista è il Centro studi Machiavelli, che tra i suoi fondatori nel 2017 ha avuto il deputato Guglielmo Picchi. Mentre la Fondazione federalista per l'Europa dei popoli, costituita nel 2006 da Umberto Bossi, oggi è presieduta da Mario Borghezio, da 17 anni europarlamentare del Carroccio.
La peculiarità del Movimento 5 stelle si esprime anche nel rapporto con le associazioni e le fondazioni cui è legato. La principale è l'Associazione Rousseau, costituita da Gianroberto Casaleggio e da suo figlio Davide l'8 aprile 2016 a Milano, quattro giorni prima che Gianroberto morisse: l'atto costitutivo è stato stilato dal notaio nella stanza dell'Istituto Auxologico di Milano dove Casaleggio senior era ricoverato, in condizioni disperate, per un cancro al cervello. Da due anni la Rousseau ha letteralmente in mano il governo del M5s. Ne coordina l'attività, ne gestisce il sistema online che amministra la dialettica interna, e raccoglie anche donazioni da privati: quest'anno, al 19 agosto, ha incassato 617.962 euro da 21.057 donatori (una media di 29 euro a testa), tutti individuati con le sole iniziali. Grazie allo statuto «bloccato», Davide Casaleggio ha praticamente un dominio eterno sulla Rousseau: è solo lui, il fondatore superstite, che può esserne nominato presidente; ed è sempre solo lui a decidere chi possa entrare nell'Associazione. Ma il M5s può contare anche su Think tank group, fondazione varata nel 2009 da Vito Crimi, oggi sottosegretario grillino alla presidenza del Consiglio.
Anche la parte del centrodestra oggi all'opposizione ha in dote alcune importanti fondazioni, da Magna Carta a ResPublica. La più vicina a Forza Italia è però il Centro studi del pensiero liberale, costituito nel 2017 e presieduto da Francesco Ferri, l'imprenditore cui il leader del partito, Silvio Berlusconi, aveva conferito l'incarico di selezionare nuove leve e candidati.
E gli eredi del Pci ci nascondono il patrimonio
È un patrimonio immenso, fatto di case, immobili, terreni, negozi. E di capannoni industriali, ristoranti e bar. C'è chi favoleggia ci sia perfino qualche cinematografo. Di sicuro, da Aosta giù giù fino a Trapani, ne fanno parte centinaia di Case del popolo, e quasi 2.000 antiche sezioni, e vecchie sedi di partito, e di sindacato. Stime prive di ufficialità, nel corso del tempo, hanno ipotizzato da 3.000 a 5.000 unità immobiliari, per un valore oscillante tra 500 e 1.500 milioni di euro. Ma appartamenti e milioni potrebbero essere anche il doppio, se non il triplo, tanto è il mistero.
L'unica cosa certa è che la maggior parte dei beni del disciolto Pci-Pds-Ds, a partire dall'estate 2007, quando i Democratici di sinistra decisero di confluire nel Partito democratico, è stata infilata a forza in 67 diverse fondazioni, tutte costituite da fidatissimi compagni, spesso anziani e molte volte nominati a vita, che le amministrano gratuitamente.
Le 67 fondazioni hanno quasi tutte un nome che le rende riconoscibili per l'appartenenza a una medesima storia, indiscutibilmente «rossa»: si va da Antonio Gramsci a Luigi Longo, da L'Avvenire a Vittorio Foa, da La Quercia ad Alessandro Natta. Tutte sono collegate tra loro e coordinate operativamente dall'Associazione Enrico Berlinguer, creata intorno al 2010, che può dirsi la fondazione madre, la numero 68.
La costituzione delle 67 fondazioni andò avanti fino al 2009, in parte per proteggere il patrimonio dell'ex Partito dai creditori, che al tempo rivendicavano oltre 150 milioni di euro (poi pagati dallo Stato nel novembre 2015 grazie a una legge del 1998, ovviamente sponsorizzata proprio dai Ds), ma anche per evitare di mettere in comune i beni con gli ex democristiani della Margherita.
Mai gli eredi del Pci avrebbero conferito in dote al Pd la ricchezza della «Ditta». Perché in quei mattoni c'era il sangue di generazioni di comunisti e si concretizzava la storia stessa del Pci, che di alcuni immobili s'era impossessato durante la Resistenza, mentre altri erano stati acquisiti grazie ai finanziamenti segreti dall'Unione sovietica, o investendovi le ricche percentuali incassate su ogni operazione commerciale tra Italia e Paesi dell'est durante la Guerra fredda, e forse anche con le «tangenti rosse». In parte erano anche il frutto dei milioni d'ore di lavoro regalate al Partito dagli iscritti, o di collette e sottoscrizioni.
Undici anni fa, insomma, è stato proprio quel che restava del comunismo italiano a scegliere per primo la fondazione come strumento tecnico di protezione, discreto e legale, del suo immenso patrimonio immobiliare. Nessun bisogno di tenere bilanci, nessuna trasparenza. In poche parole, il veicolo societario perfetto per mettere al riparo il patrimonio dell'antico Pci. Tant'è vero che soltanto 12 fondazioni su 67 pubblicano online uno straccio di documento costitutivo, da cui si desume che a questo quinto smilzo del totale corrispondano oltre 510 immobili, in gran parte sedi e uffici affittati al Pd o a organizzazioni vicine, ufficialmente valorizzati sui 70 milioni di euro.
Ma sono bazzecole. Briciole. Del resto, gli stessi bilanci delle 67 associazioni, là dove esistono, risalgono a volte al 2013 o al 2012. In molte città, inoltre, non esistono fondazioni. È un particolare strano: non ce ne sono né a Roma, né a Firenze, per esempio, ma nemmeno a Livorno, dove pure il Pci nacque nel 1917. Perché mai? Ce ne sono altre, di queste intrigantissime fondazioni rosse? Non scervellatevi, nessuno vi risponderà mai: il segreto è più inaccessibile di quello di Fatima.
Ad avere l'idea geniale di infilare l'eredità del «Gran Partito» in queste 67 scatole, più oscure ancora di certe storiche Botteghe, è stato Ugo Sposetti, 71 anni, ultimo dei tesorieri dei Ds. Entrato in Parlamento con il Pci nel 1987, uscitone lo scorso marzo in compagnia di molti colleghi del Pd, dal 2007 il compagno Sposetti è il grande custode delle fondazioni, e non per nulla presiede l'Associazione Berlinguer.
Nella sua mente, il patrimonio che le 67 associazioni custodiscono, cioè la storica eredità del Pci, ha un valore metapartitico e quasi metafisico, sicuramente superiore alle umane oscillazioni della politica. Gli immobili, insomma, sono un simbolo, una bandiera (rossa) che deve resistere al vento della Storia.
Un po' come le 410 opere d'arte del Pci, che al contrario dei mattoni sono state censite, e in un'ideale galleria appendono uno accanto all'altro decine di capolavori di Renato Guttuso, Mario Schifano, Giò Pomodoro e mille altri artisti compagni, più l'intero archivio storico del Pci. A partire, ovviamente, dal primo segretario Amadeo Bordiga.
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Il taglio dei rimborsi elettorali, nel 2011, ha spinto movimenti e correnti a creare associazioni. Che oggi incassano, legalmente, in totale opacità.Gli eredi del Pci ci nascondono il patrimonio. A partire dal 2007, con lo scioglimento dei Ds, da 3.000 a 5.000 unità immobiliari (valore tra 500 e 1.500 milioni di euro) sono state affidate a 67 fondazioni. Per non lasciare niente ai Democratici. E per conservare la memoria del «Gran Partito». Lo speciale contiene due articoliIl nuovo, vero scoglio sula strada della trasparenza in politica ha un nome: fondazione. Lo ha dimostrato con forza anche l'ultima polemica sul crollo del cavalcavia Morandi di Genova: il vicepremier Luigi Di Maio ha accusato il Partito democratico di avere incassato denaro «imbarazzante» dalla concessionaria Autostrade per l'Italia, proprio attraverso le sue fondazioni. Il Pd ha smentito. Ma una verifica, in realtà, è impossibile. Perché l'opacità è regolare, anzi, legittima: il Codice civile, per le fondazioni, non prevede l'obbligo di rivelare le sovvenzioni ricevute, né da chi provengano. Non c'è alcuna violazione di legge, insomma, anche a ricevere milioni da ignoti donatori. Proprio queste caratteristiche, però, fanno delle fondazioni il meno trasparente tra gli strumenti in mano alla politica. E il loro proliferare, nel settore, sta diventando un tema che meriterebbe molta più attenzione da parte dell'opinione pubblica e del legislatore. Lo stesso presidente dell'Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone, denuncia che «c'è una seria differenza tra fondazioni che gestiscono una biblioteca e quelle che fanno attività politica», e nota che «l'attività si è spostata dai partiti ad altre forme associative». Proprio per questo, Cantone sostiene che una riforma è ineludibile: «Non si può più pensare a fondazioni regolate dal solo Codice civile: le sue norme sono insufficienti». In effetti, tra 2016 e 2017, in Parlamento, erano state presentate alcune proposte di legge, ma non sono mai state nemmeno esaminate. Intanto, il fenomeno cresce. Tanto che ormai c'è chi la definisce «la carica delle 101»: sono tante le fondazioni collegate alla politica, oggi attive in Italia. Molte sono associazioni culturali che cercano onorevolmente di rispondere alla crisi delle ideologie. Ma alcune servono, più prosaicamente, a risolvere la nera crisi economica dei partiti, scatenata dalle riforme anti Casta avviate a partire dal 2012. E diventano così vettore di finanziamenti, il più delle volte opachi. Secondo OpenPolis, un osservatorio indipendente sull'attività parlamentare e sulla politica fino alle sue più estreme periferie, tra le 101 fondazioni esistenti sono soltanto 19 quelle che pubblicano online un bilancio, spesso riferito ad anni remoti. Pochissime fondazioni forniscono poi un elenco dei loro soci: appena sette. E sono appena tre quelle che pubblicano l'elenco completo dei loro finanziatori.Il punto è che in questa oscura nebulosa sono ben 53 le fondazioni più o meno direttamente collegate a partiti o a correnti. E lo scopo della loro esistenza, spesso, è proprio garantire sostegno economico. Del resto, da almeno sei anni l'approvvigionamento della politica è un fiume in secca. Fino al 2011 lo Stato versava annualmente al sistema dei partiti 182 milioni di euro sotto forma di «contributi elettorali». Questo avveniva sempre, anche negli anni senza elezioni: i fondi venivano comunque ripartiti proporzionalmente, in base ai voti ricevuti dalle liste alle consultazioni più recenti. A partire dal 2012, invece, il governo guidato dall'austero Mario Monti ha dimezzato in un sol colpo i rimborsi, riducendoli a 91 milioni annui, e ha previsto anche riduzioni graduali per gli anni successivi. Nel febbraio 2014, il governo del suo successore Enrico Letta (come ultimo atto, prima di passare la mano a Matteo Renzi) ha deciso di abolire quel che restava dei vecchi contributi elettorali e li ha sostituiti con due sistemi: la deducibilità fiscale al 26% per le libere donazioni ai partiti fra 30 e 30.000 euro e il «2 per mille», ovvero la consegna volontaria da parte del contribuente di una minuscola quota delle sue tasse a un elenco di 27 partiti (basta la scelta della sigla e una firma sulla dichiarazione dei redditi). L'obiettivo della riforma del 2012, e soprattutto di quella del 2014, era ridurre la dipendenza della politica dal finanziamento pubblico e incentivare le elargizioni private. Il primo obiettivo è stato raggiunto, ma il secondo resta lontano come Marte. Anche nel 2017, che pure è stato finora l'anno più ricco, il 2 per mille ha garantito un totale di appena 15,3 milioni di entrate. Anche le libere donazioni di persone fisiche e società, malgrado l'incentivo fiscale, non riescono a decollare. Anzi, sono in picchiata. I milioni donati erano stati 23 nel 2014, ma nel 2015 sono scesi a meno di 19, poi sono crollati a meno di 14 nel 2016 e sono fiaccamente risaliti a 16 l'anno scorso.Anche per compensare questa penuria di risorse, da qualche anno, le fondazioni fioriscono come margherite in un prato a primavera. A fornirne il primo modello, probabilmente, era stato nel lontano 1998 ItalianiEuropei, creatura dell'ex presidente del Consiglio Massimo D'Alema, che nel 2008 è stata affiancata dalla più modesta ReD, Riformisti e Democratici, quasi una corrente dalemiana allora all'interno del Pd. Anni fa ItalianiEuropei raccoglieva ricche risorse sotto forma di pubblicità al suo bimestrale, e le inserzioni arrivavano anche da grosse aziende pubbliche, ma oggi quella fontana sembra essersi prosciugata.Forse è anche per questa primogenitura se, nella galassia delle fondazioni politiche, oggi la costellazione più fitta è quella vicina al Pd. Le due più note sono Eyu e Open. Eyu è presieduta dal senatore e tesoriere del Pd Francesco Bonifazi e nel suo organigramma compaiono altri parlamentari dem come Laura Cantini e Marco Di Maio. Più nota ancora è Open, fondata nel 2012 dall'imprenditore fiorentino Marco Carrai e alla base delle convention alla stazione Leopolda, e collegata operativamente all'ex segretario del Pd, Renzi. Non risultano altre sue attività, se non il renzismo allo stato solido, liquido e gassoso: sul sito si legge che «la fondazione supporta le attività e le iniziative di Renzi, fornendo il suo contributo finanziario, organizzativo e di idee alle attività di rinnovamento della politica italiana, in particolare quelle articolate intorno alla figura di Renzi». Al suo vertice, del resto, accanto a Carrai, compaiono l'avvocato di Renzi, Alberto Bianchi, con i renzianissimi Maria Elena Boschi e Luca Lotti. Nell'aprile scorso, dopo la dura sconfitta elettorale, pareva che l'ex segretario del Pd intendesse chiuderla, ma Open è subito rinata. Del resto, il suo sito rivela che in cinque anni, sino al 30 giugno 2017, la fondazione ha raccolto oltre 5,5 milioni (anche se di recente il Corriere della Sera ha scritto che sarebbero 6,7), in gran parte provenienti da finanziatori anonimi. Tra quanti hanno autorizzato la pubblicazione del nome, i più generosi sono la British American Tobacco con 150.000 euro, il finanziere Davide Serra con 225.000 euro, e l'armatore della Moby Lines Vincenzo Onorato con 300.000. Vicina al Pd è anche iDemLab, esplicitamente varata nel 2015 «per sostenere il partito con attività di carattere culturale e formativo»: è stata presieduta da Michele Salvati e dall'ex segretario del Pd Walter Veltroni, e oggi da Salvatore Vassallo, fino al 2013 parlamentare. Fa invece capo ad Andrea Orlando, ex ministro della Giustizia del Pd, la fondazione Democrazia Europa e società, creata nel 2017.Oggi le fondazioni in più forte crescita di notorietà (e forse anche di raccolta economica) sono quelle vicine alla Lega di governo. La principale è A/simmetrie, creata nel 2013 e presieduta da Alberto Bagnai, attuale presidente della commissione Finanze al Senato. Il vicepresidente è Marcello Foa, proposto in luglio alla presidenza della Rai dal governo gialloblù. Nel suo comitato scientifico c'è il meglio del sovranismo italiano: da Paolo Savona, ministro per gli Affari europei, al suo sottosegretario Luciano Barra Caracciolo, fino a Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio alla Camera. Un altro importante think tank leghista è il Centro studi Machiavelli, che tra i suoi fondatori nel 2017 ha avuto il deputato Guglielmo Picchi. Mentre la Fondazione federalista per l'Europa dei popoli, costituita nel 2006 da Umberto Bossi, oggi è presieduta da Mario Borghezio, da 17 anni europarlamentare del Carroccio.La peculiarità del Movimento 5 stelle si esprime anche nel rapporto con le associazioni e le fondazioni cui è legato. La principale è l'Associazione Rousseau, costituita da Gianroberto Casaleggio e da suo figlio Davide l'8 aprile 2016 a Milano, quattro giorni prima che Gianroberto morisse: l'atto costitutivo è stato stilato dal notaio nella stanza dell'Istituto Auxologico di Milano dove Casaleggio senior era ricoverato, in condizioni disperate, per un cancro al cervello. Da due anni la Rousseau ha letteralmente in mano il governo del M5s. Ne coordina l'attività, ne gestisce il sistema online che amministra la dialettica interna, e raccoglie anche donazioni da privati: quest'anno, al 19 agosto, ha incassato 617.962 euro da 21.057 donatori (una media di 29 euro a testa), tutti individuati con le sole iniziali. Grazie allo statuto «bloccato», Davide Casaleggio ha praticamente un dominio eterno sulla Rousseau: è solo lui, il fondatore superstite, che può esserne nominato presidente; ed è sempre solo lui a decidere chi possa entrare nell'Associazione. Ma il M5s può contare anche su Think tank group, fondazione varata nel 2009 da Vito Crimi, oggi sottosegretario grillino alla presidenza del Consiglio.Anche la parte del centrodestra oggi all'opposizione ha in dote alcune importanti fondazioni, da Magna Carta a ResPublica. La più vicina a Forza Italia è però il Centro studi del pensiero liberale, costituito nel 2017 e presieduto da Francesco Ferri, l'imprenditore cui il leader del partito, Silvio Berlusconi, aveva conferito l'incarico di selezionare nuove leve e candidati. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-delle-101-le-fondazioni-politiche-a-caccia-di-milioni-2597252277.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-gli-eredi-del-pci-ci-nascondono-il-patrimonio" data-post-id="2597252277" data-published-at="1781784139" data-use-pagination="False"> E gli eredi del Pci ci nascondono il patrimonio È un patrimonio immenso, fatto di case, immobili, terreni, negozi. E di capannoni industriali, ristoranti e bar. C'è chi favoleggia ci sia perfino qualche cinematografo. Di sicuro, da Aosta giù giù fino a Trapani, ne fanno parte centinaia di Case del popolo, e quasi 2.000 antiche sezioni, e vecchie sedi di partito, e di sindacato. Stime prive di ufficialità, nel corso del tempo, hanno ipotizzato da 3.000 a 5.000 unità immobiliari, per un valore oscillante tra 500 e 1.500 milioni di euro. Ma appartamenti e milioni potrebbero essere anche il doppio, se non il triplo, tanto è il mistero. L'unica cosa certa è che la maggior parte dei beni del disciolto Pci-Pds-Ds, a partire dall'estate 2007, quando i Democratici di sinistra decisero di confluire nel Partito democratico, è stata infilata a forza in 67 diverse fondazioni, tutte costituite da fidatissimi compagni, spesso anziani e molte volte nominati a vita, che le amministrano gratuitamente. Le 67 fondazioni hanno quasi tutte un nome che le rende riconoscibili per l'appartenenza a una medesima storia, indiscutibilmente «rossa»: si va da Antonio Gramsci a Luigi Longo, da L'Avvenire a Vittorio Foa, da La Quercia ad Alessandro Natta. Tutte sono collegate tra loro e coordinate operativamente dall'Associazione Enrico Berlinguer, creata intorno al 2010, che può dirsi la fondazione madre, la numero 68. La costituzione delle 67 fondazioni andò avanti fino al 2009, in parte per proteggere il patrimonio dell'ex Partito dai creditori, che al tempo rivendicavano oltre 150 milioni di euro (poi pagati dallo Stato nel novembre 2015 grazie a una legge del 1998, ovviamente sponsorizzata proprio dai Ds), ma anche per evitare di mettere in comune i beni con gli ex democristiani della Margherita. Mai gli eredi del Pci avrebbero conferito in dote al Pd la ricchezza della «Ditta». Perché in quei mattoni c'era il sangue di generazioni di comunisti e si concretizzava la storia stessa del Pci, che di alcuni immobili s'era impossessato durante la Resistenza, mentre altri erano stati acquisiti grazie ai finanziamenti segreti dall'Unione sovietica, o investendovi le ricche percentuali incassate su ogni operazione commerciale tra Italia e Paesi dell'est durante la Guerra fredda, e forse anche con le «tangenti rosse». In parte erano anche il frutto dei milioni d'ore di lavoro regalate al Partito dagli iscritti, o di collette e sottoscrizioni. Undici anni fa, insomma, è stato proprio quel che restava del comunismo italiano a scegliere per primo la fondazione come strumento tecnico di protezione, discreto e legale, del suo immenso patrimonio immobiliare. Nessun bisogno di tenere bilanci, nessuna trasparenza. In poche parole, il veicolo societario perfetto per mettere al riparo il patrimonio dell'antico Pci. Tant'è vero che soltanto 12 fondazioni su 67 pubblicano online uno straccio di documento costitutivo, da cui si desume che a questo quinto smilzo del totale corrispondano oltre 510 immobili, in gran parte sedi e uffici affittati al Pd o a organizzazioni vicine, ufficialmente valorizzati sui 70 milioni di euro. Ma sono bazzecole. Briciole. Del resto, gli stessi bilanci delle 67 associazioni, là dove esistono, risalgono a volte al 2013 o al 2012. In molte città, inoltre, non esistono fondazioni. È un particolare strano: non ce ne sono né a Roma, né a Firenze, per esempio, ma nemmeno a Livorno, dove pure il Pci nacque nel 1917. Perché mai? Ce ne sono altre, di queste intrigantissime fondazioni rosse? Non scervellatevi, nessuno vi risponderà mai: il segreto è più inaccessibile di quello di Fatima. Ad avere l'idea geniale di infilare l'eredità del «Gran Partito» in queste 67 scatole, più oscure ancora di certe storiche Botteghe, è stato Ugo Sposetti, 71 anni, ultimo dei tesorieri dei Ds. Entrato in Parlamento con il Pci nel 1987, uscitone lo scorso marzo in compagnia di molti colleghi del Pd, dal 2007 il compagno Sposetti è il grande custode delle fondazioni, e non per nulla presiede l'Associazione Berlinguer. Nella sua mente, il patrimonio che le 67 associazioni custodiscono, cioè la storica eredità del Pci, ha un valore metapartitico e quasi metafisico, sicuramente superiore alle umane oscillazioni della politica. Gli immobili, insomma, sono un simbolo, una bandiera (rossa) che deve resistere al vento della Storia. Un po' come le 410 opere d'arte del Pci, che al contrario dei mattoni sono state censite, e in un'ideale galleria appendono uno accanto all'altro decine di capolavori di Renato Guttuso, Mario Schifano, Giò Pomodoro e mille altri artisti compagni, più l'intero archivio storico del Pci. A partire, ovviamente, dal primo segretario Amadeo Bordiga.
Ansa
Così intesa, essa non è un corpo estraneo alla Costituzione, bensì una conseguenza della legalità costituzionale, perché nessun ordinamento serio può riconoscere diritti, doveri, confini, cittadinanza e sicurezza pubblica, per poi rinunciare ad applicare le regole che distinguono chi ha titolo a restare da chi quel titolo non possiede. La Repubblica, infatti, non è un corridoio geografico affidato alla forza dei fatti, né una struttura amministrativa incaricata di registrare passivamente qualunque ingresso. È una comunità politica ordinata, chiamata a custodire il bene comune, la sicurezza, la coesione sociale, la sostenibilità dei servizi pubblici, la tutela del lavoro e l’effettività della legge. L’art. 10 della Costituzione vigente affida alla legge la disciplina della condizione giuridica dello straniero in conformità alle norme internazionali e ai trattati e, proprio questa previsione, esclude l’idea di un diritto assoluto, illimitato e incondizionato alla permanenza. Chi ha diritto alla protezione va protetto. Chi soggiorna regolarmente va garantito. Chi non ha titolo, salvo impedimenti individualmente accertati, deve essere rimpatriato.
Il dovere costituzionale della remigrazione nasce, dunque, da questa distinzione elementare, che è insieme giuridica e morale: la persona va sempre rispettata, ma l’irregolarità non va premiata. La dignità umana, del resto, non autorizza lo Stato a trattare gli stranieri come massa indistinta, non consente espulsioni collettive, non permette automatismi ciechi e non legittima rinvii verso scenari di persecuzione o degradazione. Essa, tuttavia, non trasforma ogni presenza irregolare in diritto acquisito, né impone che l’inefficienza dell’amministrazione diventi una sanatoria permanente di fatto. Dopo il vaglio delle condizioni personali, delle eventuali ragioni di protezione, dei legami familiari giuridicamente rilevanti e dei limiti derivanti dal diritto internazionale, la decisione di rimpatrio non è disumanità: è applicazione della legge.
L’accusa di discriminazione, pertanto, non regge se la remigrazione resta ancorata al titolo giuridico e non all’origine della persona. La discriminazione, semmai, nasce quando il trattamento differenziato dipende da razza, etnia, religione o appartenenza culturale. Qui il criterio è altro: esiste o non esiste un titolo valido di ingresso o soggiorno. Lo Stato costituzionale non giudica ciò che una persona è, giudica la sua posizione dinanzi alla legge. Ed è proprio questa neutralità del criterio giuridico a impedire che il discorso venga deformato in chiave ideologica.
Neppure convince l’obiezione economica secondo cui l’immigrazione irregolare sarebbe necessaria ad alcuni settori produttivi. Uno Stato degno di questo nome non fonda la propria economia sulla presenza di persone fragili, ricattabili e collocate ai margini della legalità. Lavoro povero, concorrenza salariale al ribasso, sfruttamento e insicurezza sociale non sono argomenti contro la remigrazione, sono argomenti a favore di una politica seria degli ingressi, capace di programmare, selezionare, integrare e rimpatriare. La vera integrazione, infatti, nasce dall’ordine, non dal caos. Si integra chi entra secondo legge, chi accetta le regole della comunità ospitante, chi partecipa al bene comune e chi non pretende di imporre allo Stato il fatto compiuto della propria presenza. Dove tutto diventa permanenza tollerata, nulla è davvero integrato, perché la comunità perde la capacità di dire chi appartiene giuridicamente al proprio ordine e a quali condizioni.
Per questo la remigrazione, depurata da ogni abuso e ricondotta al suo significato costituzionale, è un dovere della Repubblica: accogliere chi ha diritto, proteggere chi fugge da persecuzioni reali, integrare chi soggiorna legittimamente e rimpatriare chi non può restare. Uno Stato che non distingue abdica. Uno Stato che non controlla subisce. Uno Stato che non rimpatria chi è privo di titolo insegna che la legge vale solo per chi la rispetta. E questa non è umanità giuridica: è ingiustizia verso i cittadini, verso gli stranieri regolari e verso la stessa Costituzione.
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Roberto Massucci (Imagoeconomica)
«Negli arresti effettuati, che spesso riguardano sempre le stesse persone immigrate, l’anello mancante per comprendere il fenomeno è rappresentato dalla mancata integrazione». Una situazione che può trasformarsi in «una sorta di costrizione al reato». Mentre pronuncia queste parole riferendosi alle periferie della Capitale, il questore di Roma Roberto Massucci ha davanti una platea di addetti ai lavori.
Quella di un convegno organizzato dal Siulp dal titolo «Roma, immigrazione e sicurezza integrata». A riferire le parole del questore è una nota del sindacato di polizia. «Quella della immigrazione», ha spiegato Masucci, «è una questione molto delicata e con molti attori in campo. La polizia di Stato ha le sue peculiarità ed una esclusività di funzione che debbono però trovare la giusta corrispondenza in termini operativi ed economici».
Poi ha evidenziato l’impegno degli agenti che operano sul territorio: «Dietro al fenomeno migratorio l’aspetto umano è preponderante e i colleghi dietro alla gestione di tale fenomeno hanno una professionalità invidiabile». Ma non basta, per Massucci «l’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata» anche «da strategie di visione e correzione strutturale».
Poche ore prima, altra location, in pieno centro città, quella del seminario tecnico «Sicurezza urbana: innovazione, infrastrutture e partenariato pubblico-privato per le città del futuro», promosso nella capitale dall’Ordine degli ingegneri della Provincia di Roma e dall’Ordine degli architetti Ppc di Roma e provincia e dedicato al contributo di istituzioni, professionisti e imprese per la sicurezza delle città. È sempre Massucci che parla, ancora una volta a dei tecnici. E il concetto che il questore porta avanti è quello della necessità di «un’operazione di sartoria sociale». Ovvero «un filo che unisce azioni convergenti per rivedere la sicurezza sul territorio». Perché, spiega ancora il questore, «la psicologia sociale ci insegna che l’ambiente impatta significativamente sul comportamento delle persone».
Come noto, il cuore del problema, nella Capitale, pulsa nelle zone più lontane dal centro. Non a caso Massucci indica proprio quelle come il punto nevralgico da affrontare: «Partire dalle periferie è la precondizione principale per la sicurezza di una grande collettività come quella romana».
Del resto, i numeri che emergono dalle attività della Polizia di Stato a Roma raccontano una pressione costante. Dall’inizio del 2026 (fino ad aprile) nelle aree periferiche sono state controllate 9.606 persone, con 223 accompagnamenti negli uffici di polizia. Gli arrestati sono 179, mentre 175 persone risultano indagate in stato di libertà. E sul fronte dell’immigrazione il lavoro legato alla sicurezza non è mancato: si contano 25 espulsioni amministrative e dieci trattenimenti nei Centri per il rimpatrio.
Per Massucci però gli agenti non possono fare tutto da soli: «L’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata da strategie di visione e correzione strutturale, attivando un percorso di miglioramento continuo per la sicurezza di tutti».
Secondo il questore, il tema della sicurezza richiede un approccio integrato e il coinvolgimento di competenze diverse. «Le collaborazioni con gli ordini professionali, che apportano il proprio know-how tecnico, sono fondamentali», ha sottolineato Massucci, che poi ha richiamato anche il rapporto tra qualità degli spazi urbani e comportamenti sociali.
L’appello del questore ai tecnici presenti nella sala ubicata nella centralissima piazza della Repubblica arriva mentre le forze dell’ordine continuano a concentrare uomini e mezzi nei quadranti più difficili della città. Il Municipio VI delle Torri è il simbolo di questa emergenza. Territorio molto vasto e il più alto tasso di criminalità, compresa la piazza di spaccio di Tor Bella Monaca, la più grande d’Europa. Gli interventi delle Volanti hanno già sfiorato quota 12.000. Ma le mappe della criminalità portano sempre nelle stesse aree: Casilino, Prenestino e Fidene sono i commissariati che registrano il maggior numero di sequestri di droga. Lo spaccio continua a essere il principale motore economico delle attività illegali. E in molti quartieri l’attività al dettaglio è nelle mani di immigrati. Nel 2026 sono già stati sequestrati 61 chili di sostanze stupefacenti, 14 dei quali di cocaina. Dove gira droga, gira anche molto denaro. Nei primi mesi dell’anno la polizia ha sequestrato oltre 1 milione di euro nelle periferie, contro i 256.266 euro complessivamente sequestrati nell’intero 2025. E accanto ai soldi spuntano anche le armi.
Dall’inizio dell’anno nelle periferie romane ne sono state sequestrate 52, oltre a cinque sequestri di munizioni. Numeri che fotografano quartieri dove il controllo del territorio passa spesso attraverso l’intimidazione e la disponibilità di strumenti offensivi. La Questura, per contrastare il fenomeno, ha rafforzato la presenza di agenti sul territorio. I sette commissariati dell’anello periferico ora hanno 139 agenti in più rispetto allo scorso anno, raggiungendo un organico complessivo di 624 poliziotti. Il Casilino guida la graduatoria con 112 unità, seguito da Fidene-Serpentara e Prenestino. Ed è proprio in quell’intreccio tra degrado urbano, esclusione sociale, immigrazione irregolare e criminalità che Roma continua a giocarsi una delle sue partite più difficili. Ma dalle statistiche emerge anche qualche dato positivo: «Negli ultimi due anni abbiamo registrato una diminuzione dei reati del 23 per cento», ha detto ancora Massucci. Ma le periferie restano un tema delicatissimo.
Preso un jihadista 16enne a Bologna. Voleva colpire giudici e giornalisti
Aveva in casa materiale suprematista, di propaganda jihadista e manuali per la fabbricazione di armi il sedicenne residente in provincia di Bologna arrestato con l’accusa di detenzione di materiale con finalità di terrorismo. Durante l’operazione, svolta con il supporto della Digos di Bologna e il coordinamento della Direzione centrale della polizia di prevenzione, è stata eseguita una perquisizione personale, domiciliare e informatica, su decreto della Procura presso il tribunale per i minorenni di Bologna. Le indagini sono iniziate nell’autunno 2025 nell’ambito del monitoraggio dei canali di estrazione suprematista e hanno portato al ritrovamento del materiale sequestrato al ragazzo.
Come già avvenuto in altri casi simili che vedevano coinvolti altri adolescenti, le indagini evidenzierebbero un pericoloso intreccio tra contenuti riconducibili all’estremismo suprematista e alla propaganda jihadista. Si tratta di un fenomeno che gli specialisti del contrasto al terrorismo definiscono «white jihad», una convergenza di ideologie teoricamente distanti e incompatibili, ma che trovano un punto di congiunzione nella comune esaltazione della violenza quale strumento di affermazione ideologica. Nella prima fase le indagini sul canale Web che hanno portato a identificare nel sedicenne l’utilizzatore dell’account, erano coordinate dalla Procura distrettuale di Venezia. La Digos di Verona, durante un monitoraggio di routine dei canali di comunicazione di estrazione suprematista, aveva puntato i riflettori su un utente che aveva pubblicato online manuali per l’esecuzione di azioni violente con l’utilizzo di veicoli pesanti e un elenco numerato di suggerimenti utili a garantire l’anonimato sul Web. La scoperta della residenza dell’indagato nel bolognese ha poi portato al trasferimento del fascicolo alla Procura per i minorenni del capoluogo emiliano.
Nel corso della perquisizione nell’abitazione dell’adolescente arrestato sono stati rinvenuti fogli in formato A4 con disegni, simboli ed emblemi riconducibili all’ideologia suprematista, e una pagina dattiloscritta con indicazioni per la realizzazione di un giubbotto antiproiettile artigianale. Inoltre, sullo smartphone del ragazzo è stato trovato altro materiale di propaganda suprematista e jihadista, manuali per la fabbricazione di armi artigianali, uno per la costruzione di una pistola, un testo tradotto dal cirillico contenente indicazioni su sostanze chimiche aggressive e un manuale per il confezionamento di ordigni artigianali.
C’era anche il video integrale dell’attentato terroristico compiuto a Christchurch, in Nuova Zelanda nel 2019, corredato da messaggi nei quali l’autore della strage, che aveva provocato 51 vittime, veniva indicato come modello da emulare. Le conversazioni rilevate dagli investigatori, hanno fatto emergere anche propositi di ricostituzione di organizzazioni clandestine sul territorio nazionale, riferimenti all’utilizzo di armi artigianali e all’ipotesi di possibili azioni violente nei confronti di categorie come «magistrati e giornalisti influenti». Il sedicenne è stato arrestato in flagranza di reato ed è stato trasferito presso una comunità di prima accoglienza ad Ancona. L’arresto del ragazzo è stato convalidato dall’autorità giudiziaria che nei confronti del giovane ha applicato, per la durata di due mesi, il divieto di utilizzare dispositivi elettronici e di accedere a internet, e il divieto di ricercare o detenere materiale riconducibile a ideologie eversive o terroristiche.
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Nel riquadro a sinistra, il clochard milanese Pietro Alberto Paolo Signor e il suo assassino Cissè Camara (iStock)
Cisse Camara, 42 anni, è deceduto al San Martino dove era ricoverato in rianimazione dopo il fermo per l’omicidio del senzatetto Pietro Alberto Paolo Signor, conosciuto come Pedro, ucciso nel parco genovese. L’uomo non è mai stato interrogato e il movente resta senza risposta.
È morto all’ospedale Policlinico San Martino Cisse Camara, il 42enne senegalese accusato dell’omicidio di Pietro Alberto Paolo Signor, il senzatetto conosciuto come Pedro, ucciso il 30 maggio nel parco di Villetta di Negro, nel pieno centro di Genova.
Il decesso è avvenuto nel reparto di Rianimazione M3 del Monoblocco, dove l’uomo era ricoverato da giorni in condizioni critiche a causa di una polmonite e altre patologie. Intubato e sedato, Camara non si è mai ripreso dal peggioramento clinico seguito al fermo dei carabinieri e al successivo ricovero d’urgenza. Nelle ultime ore le sue condizioni si sono ulteriormente aggravate fino alla morte.
Con la sua scomparsa si chiude anche la possibilità di ottenere da lui una versione dei fatti sull’omicidio. Il senegalese non è mai stato interrogato.
La vicenda era stata ricostruita nei giorni successivi al delitto attraverso le immagini di videosorveglianza e le prime testimonianze raccolte dagli investigatori. Vittima e aggressore si conoscevano e risultano insieme nelle ore precedenti all’omicidio, entrati nel parco all’alba senza apparenti segni di tensione. Poi la lite, improvvisa, degenerata in violenza. Signor viene colpito più volte al volto e al collo con un oggetto contundente, verosimilmente un coccio di bottiglia. Successivamente il corpo viene legato e trascinato all’interno dell’area verde. Una scena notata da una passante che ha dato l’allarme al 112, consentendo l’intervento immediato dei carabinieri. Quando i militari arrivano sul posto, trovano Camara ancora nei pressi del corpo. L’uomo viene bloccato dopo una fase concitata, durante la quale avrebbe opposto resistenza e tentato di aggredire gli stessi militari. Pochi minuti dopo viene trasferito all’ospedale San Martino per un grave stato di agitazione e un quadro clinico compromesso. Le condizioni di salute dell’uomo erano poi rapidamente peggiorate fino al ricovero in rianimazione. Le ipotesi investigative avevano richiamato un possibile stato di alterazione da stupefacenti, ma le cause precise del crollo clinico non sono mai state definitivamente chiarite.
Camara era in Italia da anni e la sua posizione amministrativa risultava irregolare dopo la mancata concessione della protezione internazionale e la successiva evoluzione del contenzioso giudiziario. Nel corso del tempo aveva accumulato diverse denunce e precedenti di polizia, mentre la sua permanenza sul territorio non era stata accompagnata da un provvedimento di espulsione eseguito. L’omicidio di Pietro Signor aveva aperto un ulteriore fronte di indagine su una vicenda già segnata da degrado sociale e marginalità estrema. La vittima, senza fissa dimora, era conosciuta nel quartiere per la sua presenza stabile nell’area della Villetta, dove trascorreva le giornate.
Con la morte dell’indagato, l’inchiesta prosegue ora sulla base degli elementi raccolti: rilievi, testimonianze e immagini di videosorveglianza. Ma il nodo del movente, già rimasto irrisolto nei giorni immediatamente successivi al delitto, resta senza una risposta diretta. Una vicenda che si chiude in ospedale, senza interrogatori e senza una versione definitiva di ciò che è accaduto nelle ore precedenti all'omicidio.
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Papa Leone XIV (Ansa)
«Semplicemente dire questo migrante lo mandiamo via, è come se noi ci lavassimo le mani del problema». Ovviamente la nostra stampa è sempre molto solerte nel dare spazio alle parole del Papa quando fanno comodo alla causa, e a molti non deve essere sembrato vero il fatto di poter dare la notizia di una sorta di scomunica rivolta alla Lega, a Vannacci e a tutti coloro che a destra parlano di remigrazione. Si potrebbe notare che il Papa non ha scritto una enciclica sull’argomento: ha pronunciato giusto due parole, e frettolose per giunta. Ma non vogliamo comportarci come alcuni colleghi che negano l’evidenza e censurano ciò che non gradiscono. Leone ha parlato, e va preso sul serio.
Proprio per questo ci poniamo alcune legittime domande. La prima è inevitabile: viene da chiedersi se il Papa abbia in effetti letto il saggio di Martin Sellner sulla remigrazione, o se il suo pensiero si basi su ricostruzioni giornalistiche o addirittura su riassunti e commenti ricevuti da collaboratori o alti prelati. Lungi da noi, sia chiaro, la tentazione di sindacare sui pensieri del Pontefice o sulle sue fonti, e ancora di più la pretesa di spiegargli qualsivoglia concetto. Ammettiamo però di essere un po’ dubbiosi.
Perché la remigrazione non è affatto «mandare via» qualcuno e lavarsene le mani. È, prima di tutto, un cambio di prospettiva radicale sulla questione migratoria. Che ha notevoli tratti in comune con il punto di vista fornito proprio dal Papa in tempi recentissimi. È stato Leone a spiegare che «non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». Sono interrogativi che dobbiamo porci e a chi dobbiamo dare una risposta chiara: nessuno deve più morire in mare. Infatti uno dei principali punti di critica all’immigrazione di massa riguarda proprio il fatto che si tratta di una macchina di morte e sfruttamento. Sono dunque sante le parole che ha usato il Pontefice quando si è rivolto ai potenziali migranti: «Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono canti delle sirene, sono industrie di morte». La remigrazione si basa sull’idea che esista il diritto di restare a casa propria e di costruirsi li una vita dignitosa. In proposito, Leone ha avuto parole chiarissime: «Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini». La remigrazione è la difesa di questo diritto, che deve valere tanto per gli africani e asiatici costretti a partire quanto per gli europei che vorrebbero vivere sicuri e pacifici nelle proprie terre. È per tutelare questo diritto che si propone di espellere chi compie reati, chi stupra, uccide, rapina, minaccia e crea scompiglio. Agire in questo senso non significa abbandonare le persone lavandosi le mani della loro sorte, significa semmai tutelare i più fragili e impedire abusi e ingiustizie. Allo stesso modo, non vi è nulla di feroce e razzista e disumano nemmeno nel sostenere che gli stranieri presenti sul suolo europeo dovrebbero assimilarsi. Di nuovo, ricordiamo ciò che ha detto il Papa: «A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni». Se questo non è un appello ad assimilarsi, che cosa lo è?
C’è poi un’ultima domanda che ci batte nel cervello. Se la remigrazione non è cristiana, è forse cristiano il sistema attualmente in vigore? È cristiano permettere che enormi masse umane siano sradicate dalla loro terra in nome di spietati interessi economici e vengano deportate sul suolo europeo dove o sono sfruttate o vivono con difficoltà o delinquono causando altra morte e sofferenza?
Il Papa ha lanciato un chiaro appello ai trafficanti di uomini e a coloro che sfruttano l’immigrazione affinché si convertano, ma in attesa che i cuori di costoro si aprano, la politica ha il dovere di prendere dei provvedimenti. Quelli presi finora non hanno portato al crollo della macchina di morte migratoria, che ancora opera a pieno regime. Un bravo cristiano dovrebbe rimanere a guardare senza fare nulla?
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