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2019-07-02
La Capitana guadagna tempo. Intanto il governo tedesco fa pressione sui nostri giudici
Ansa
Si è svolta ieri ad Agrigento l'udienza di convalida dell'arresto della comandante della Sea Watch,
Carola Rackete, davanti al gip Alessandra Vella. L'udienza è durata tre ore: al termine, il gip Vella si è riservata la decisione, che arriverà entro oggi. I reati contestati sono rifiuto di obbedienza a nave da guerra, resistenza o violenza contro nave da guerra e navigazione in zone vietate, mentre per il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina si procede separatamente. Il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, il suo vice Salvatore Vella e il pubblico ministero Gloria Andreoli hanno chiesto la convalida dell'arresto della comandante e il divieto di dimora in provincia di Agrigento. Carola Rackete ha trascorso la scorsa notte ai domiciliari, ma stavolta in una abitazione di Agrigento e non di Lampedusa.
La
Rackete è partita dall'isola di Lampedusa alle 8.30 di ieri mattina, a bordo di una motovedetta della Guardia di Finanza, ed è arrivata in procura ad Agrigento alle 15. La comandante della Sea Watch 3, assistita dall'avvocato Leonardo Marino, ha risposto alle domande dei pm e del gip: «Non volevo colpire la motovedetta della Guardia di finanza», ha detto Carola Rackete, «credevo che si spostasse e me la sono trovata davanti». «La comandante», ha ribadito il suo legale, «ha agito in uno stato di necessità e non aveva alcuna intenzione di usare violenza nei confronti degli uomini della Guardia di finanza».
Il procuratore
Patronaggio, al termine dell'udienza ha spiegato le ragioni delle richieste della pubblica accusa. «Abbiamo chiesto per Carola Rackete il divieto di dimora nella provincia di Agrigento, che comprende i porti di Porto Empedocle, Agrigento e Lampedusa perché è sufficiente per non danneggiare le indagini». La manovra della comandante della Sea Watch, che ha rischiato di travolgere una motovedetta delle Fiamme gialle, è stata valutata, ha spiegato ancora Patronaggio, «come un atto fatto con coscienza e volontà, con i motori laterali, che ha prodotto lo schiacciamento della motovedetta verso la banchina. La Sea Watch non era obbligata ad entrare in porto, è stata un'azione non necessitata perché la nave alla fonda aveva ricevuto assistenza medica ed era in continuo contatto con le autorità marittime per avere assistenza».
«Il procuratore aggiunto
Vella», ha proseguito Patronaggio, «ha effettuato una perquisizione a bordo della nave per acquisire materiale probatorio per eventuali contatti tra i trafficanti libici e i componenti della Sea Watch. Questo materiale è coperto da segreto investigativo. I magistrati del pool anti immigrazione, nei prossimi giorni», ha annunciato Patronaggio, «sentiranno la comandante Rackete in ordine proprio a quest'altra contestazione: il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, per il quale si procede separatamente. Andremo a verificare se vi sono stati contatti tra i trafficanti di esseri umani e la Sea Watch, se il contatto è avvenuto in modo fortuito o ricercato, se si è trattato di un atto di salvataggio in mare oppure di un'azione concertata». Il procuratore aggiunto Salvatore Vella ha convocato Carola Rackete per il prossimo 9 luglio, quando sarà interrogata come indagata per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
«Dalla giustizia mi aspetto pene severe», ha commentato il ministro dell'Interno,
Matteo Salvini, «per chi ha attentato alla vita di militari italiani e ha ignorato ripetutamente le nostre leggi. Dagli altri Paesi europei, Germania e Francia in primis, mi aspetto silenzio e rispetto. In ogni caso», ha aggiunto Salvini, «siamo comunque pronti ad espellere la ricca fuorilegge tedesca». Ieri la Germania ha provato a fare la voce grossa con l'Italia, chiedendo la liberazione di Carola Rackete. «Dal nostro punto di vista», ha scritto su Facebook il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, «una procedura nell'ambito dello stato di diritto può portare soltanto al rilascio di Carola Rackete, non si criminalizza chi salva vite». Da Vienna è arrivata la replica del capo dello Stato: «L'Italia», ha detto Sergio Mattarella, «ha una Costituzione che prevede una assoluta separazione dei poteri, l'assoluta indipendenza della nostra magistratura, e la questione è nelle mani della magistratura». «Ho parlato con la cancelliera tedesca Angela Merkel», ha spiegato il premier Giuseppe Conte, «che, tra l'altro, mi ha chiesto della comandante tedesca. Le ho detto che in Italia, come immagino anche in Germania, il potere esecutivo è distinto dal potere giudiziario».
Intanto domani, per un curioso paradosso, i rappresentanti di Sea Watch e Open Arms saranno auditi in commissione congiunta Giustizia e Affari costituzionali della Camera sul decreto Sicurezza bis, per l'iter di conversione in legge.
I sodali di Open Arms e Sea Eye già a caccia
Mentre Sea Watch 3 è sotto sequestro nel porto di Lampedusa, continua il traghettamento di immigrati recuperati nel Mediterraneo da parte di altre navi delle organizzazioni non governative. L'imbarcazione della tedesca Sea Eye, la Alan Kurdi, ha ripreso il mare da quattro giorni, in direzione delle coste libiche e sul pennone fa sventolare una bandiera con la scritta «Free Carola». Una sfida al governo e alla magistratura italiana, dopo l'arresto della capitana Carola Rackete che ha forzato il blocco nel porto di Lampedusa rischiando di travolgere una motovedetta della Guardia di Finanza. L'equipaggio della Alan Kurdi, stando ai dati di MarineTrafic, in queste ore è a caccia di migranti in difficoltà da recuperare prima che vengano avvistati dalla guardia costiera libica. Tutto ciò nonostante i divieti imposti dal decreto Sicurezza Bis e le conseguenti pene: maximulta, sequestro dell'imbarcazione, porti chiusi e in caso di disobbedienza arresto.
Ma a sfidare le leggi italiane non c'è solo l'ong tedesca, anche la nave spagnola di Open Arms, ha ripreso il largo da venerdì, a 6 mesi dal divieto della capitaneria di porto di Barcellona di fare attività di search and rescue. Il fondatore Oscar Camps ha giustificato con queste parole i nuovi pattugliamenti: «Dal carcere si esce, dal fondo del mare no». Come dire che dei divieti non gli importa nulla.
E infatti la nave spagnola, guidata dal comandante italiano Riccardo Gatti, ha traghettato verso le nostre coste 56 migranti che si trovavano a bordo del peschereccio avvistato domenica in Sar maltese. Malta, come da copione, non ha risposto alle richieste di soccorso per cui Open Arms lo ha scortato verso Lampedusa, dove è stato intercettato dalla motovedetta italiana CP 302 e da un'altra della Guardia di Finanza.
Pare ci sia stata un po' di tensione al momento dell'incontro tra i finanzieri e la nave di Open Arms, ma alla fine 11 tra le persone nelle condizioni psicofisiche peggiori sono state portate a Lampedusa per essere assistite, mentre le altre sono sbarcate a Pozzallo. Ognuna di loro avrebbe pagato il «viaggio» agli scafisti 1.000 euro.
Alla Open Arms e alla Alan Kurdi, il ministro dell'Interno Matteo Salvini ha già mandato un avvertimento chiaro su cosa rischiano. Ma al Viminale c'è chi ritiene non sia ancora sufficiente: si sta infatti valutando l'idea di intervenire direttamente sul decreto Sicurezza bis durante la conversione in legge con una serie di emendamenti che mettano fuori gioco una volta per tutte le Ong. Si tratterebbe d'inasprire ulteriormente le sanzioni e di prevedere multe più salate, almeno doppie rispetto alle attuali. Infatti alla Sea Watch è bastata una raccolta di fondi online di poche ore per coprire i 16.000 euro della multa alla capitana Carola Rackete.
L'accusa che il governo italiano muove alle organizzazioni non governative più radicali è di fare da effetto-leva per le partenze dalle coste nordafricane, offrendo agli scafisti un «appiglio» per avventurarsi nel Mediterraneo e scaricare i migranti nelle loro mani. Ma il sospetto è ancora peggiore: alcune Ong potrebbero essere direttamente colluse con i trafficanti di esseri umani, guadagnando denaro da accordi illeciti.
Non esistono però prove inoppugnabili, certa è invece la guerra dichiarata dalle organizzazioni non governative all'Italia attraverso un piano ben preciso che punta a farsi beffe del sistema legislativo vigente. I dati del Viminale dimostrano che in soli dieci giorni, fra il 18 e 28 giugno, sono sbarcate 407 persone sulle nostre coste. Un aumento dovuto alle condizioni meteo che favoriscono le partenze, ma anche al superlavoro delle cosiddette navi umanitarie. Senza considerare i barconi che arrivano per conto loro a Lampedusa, ai quali non sono chiusi i porti per legge: nella notte tra domenica e lunedì un'imbarcazione con 17 migranti a bordo è approdata a Lampedusa, senza che nessuno l'avesse soccorsa o segnalata.
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Slitta a oggi la decisione sui domiciliari. Il Viminale: «Pronti a espellerla». Il ministro degli Esteri di Berlino: «Chi salva non va punito». I pm: «Non ha agito per necessità». I sodali di Open Arms e Sea Eye già a caccia. La nave dell'Ong spagnola ha fatto sbarcare 55 persone. Mentre i colleghi tedeschi puntano verso la Libia. Lo speciale comprende due articoli. Si è svolta ieri ad Agrigento l'udienza di convalida dell'arresto della comandante della Sea Watch, Carola Rackete, davanti al gip Alessandra Vella. L'udienza è durata tre ore: al termine, il gip Vella si è riservata la decisione, che arriverà entro oggi. I reati contestati sono rifiuto di obbedienza a nave da guerra, resistenza o violenza contro nave da guerra e navigazione in zone vietate, mentre per il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina si procede separatamente. Il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, il suo vice Salvatore Vella e il pubblico ministero Gloria Andreoli hanno chiesto la convalida dell'arresto della comandante e il divieto di dimora in provincia di Agrigento. Carola Rackete ha trascorso la scorsa notte ai domiciliari, ma stavolta in una abitazione di Agrigento e non di Lampedusa. La Rackete è partita dall'isola di Lampedusa alle 8.30 di ieri mattina, a bordo di una motovedetta della Guardia di Finanza, ed è arrivata in procura ad Agrigento alle 15. La comandante della Sea Watch 3, assistita dall'avvocato Leonardo Marino, ha risposto alle domande dei pm e del gip: «Non volevo colpire la motovedetta della Guardia di finanza», ha detto Carola Rackete, «credevo che si spostasse e me la sono trovata davanti». «La comandante», ha ribadito il suo legale, «ha agito in uno stato di necessità e non aveva alcuna intenzione di usare violenza nei confronti degli uomini della Guardia di finanza». Il procuratore Patronaggio, al termine dell'udienza ha spiegato le ragioni delle richieste della pubblica accusa. «Abbiamo chiesto per Carola Rackete il divieto di dimora nella provincia di Agrigento, che comprende i porti di Porto Empedocle, Agrigento e Lampedusa perché è sufficiente per non danneggiare le indagini». La manovra della comandante della Sea Watch, che ha rischiato di travolgere una motovedetta delle Fiamme gialle, è stata valutata, ha spiegato ancora Patronaggio, «come un atto fatto con coscienza e volontà, con i motori laterali, che ha prodotto lo schiacciamento della motovedetta verso la banchina. La Sea Watch non era obbligata ad entrare in porto, è stata un'azione non necessitata perché la nave alla fonda aveva ricevuto assistenza medica ed era in continuo contatto con le autorità marittime per avere assistenza». «Il procuratore aggiunto Vella», ha proseguito Patronaggio, «ha effettuato una perquisizione a bordo della nave per acquisire materiale probatorio per eventuali contatti tra i trafficanti libici e i componenti della Sea Watch. Questo materiale è coperto da segreto investigativo. I magistrati del pool anti immigrazione, nei prossimi giorni», ha annunciato Patronaggio, «sentiranno la comandante Rackete in ordine proprio a quest'altra contestazione: il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, per il quale si procede separatamente. Andremo a verificare se vi sono stati contatti tra i trafficanti di esseri umani e la Sea Watch, se il contatto è avvenuto in modo fortuito o ricercato, se si è trattato di un atto di salvataggio in mare oppure di un'azione concertata». Il procuratore aggiunto Salvatore Vella ha convocato Carola Rackete per il prossimo 9 luglio, quando sarà interrogata come indagata per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. «Dalla giustizia mi aspetto pene severe», ha commentato il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, «per chi ha attentato alla vita di militari italiani e ha ignorato ripetutamente le nostre leggi. Dagli altri Paesi europei, Germania e Francia in primis, mi aspetto silenzio e rispetto. In ogni caso», ha aggiunto Salvini, «siamo comunque pronti ad espellere la ricca fuorilegge tedesca». Ieri la Germania ha provato a fare la voce grossa con l'Italia, chiedendo la liberazione di Carola Rackete. «Dal nostro punto di vista», ha scritto su Facebook il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, «una procedura nell'ambito dello stato di diritto può portare soltanto al rilascio di Carola Rackete, non si criminalizza chi salva vite». Da Vienna è arrivata la replica del capo dello Stato: «L'Italia», ha detto Sergio Mattarella, «ha una Costituzione che prevede una assoluta separazione dei poteri, l'assoluta indipendenza della nostra magistratura, e la questione è nelle mani della magistratura». «Ho parlato con la cancelliera tedesca Angela Merkel», ha spiegato il premier Giuseppe Conte, «che, tra l'altro, mi ha chiesto della comandante tedesca. Le ho detto che in Italia, come immagino anche in Germania, il potere esecutivo è distinto dal potere giudiziario». Intanto domani, per un curioso paradosso, i rappresentanti di Sea Watch e Open Arms saranno auditi in commissione congiunta Giustizia e Affari costituzionali della Camera sul decreto Sicurezza bis, per l'iter di conversione in legge. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-capitana-guadagna-tempo-intanto-il-governo-tedesco-fa-pressione-sui-nostri-giudici-2639046157.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-sodali-di-open-arms-e-sea-eye-gia-a-caccia" data-post-id="2639046157" data-published-at="1778171816" data-use-pagination="False"> I sodali di Open Arms e Sea Eye già a caccia Mentre Sea Watch 3 è sotto sequestro nel porto di Lampedusa, continua il traghettamento di immigrati recuperati nel Mediterraneo da parte di altre navi delle organizzazioni non governative. L'imbarcazione della tedesca Sea Eye, la Alan Kurdi, ha ripreso il mare da quattro giorni, in direzione delle coste libiche e sul pennone fa sventolare una bandiera con la scritta «Free Carola». Una sfida al governo e alla magistratura italiana, dopo l'arresto della capitana Carola Rackete che ha forzato il blocco nel porto di Lampedusa rischiando di travolgere una motovedetta della Guardia di Finanza. L'equipaggio della Alan Kurdi, stando ai dati di MarineTrafic, in queste ore è a caccia di migranti in difficoltà da recuperare prima che vengano avvistati dalla guardia costiera libica. Tutto ciò nonostante i divieti imposti dal decreto Sicurezza Bis e le conseguenti pene: maximulta, sequestro dell'imbarcazione, porti chiusi e in caso di disobbedienza arresto. Ma a sfidare le leggi italiane non c'è solo l'ong tedesca, anche la nave spagnola di Open Arms, ha ripreso il largo da venerdì, a 6 mesi dal divieto della capitaneria di porto di Barcellona di fare attività di search and rescue. Il fondatore Oscar Camps ha giustificato con queste parole i nuovi pattugliamenti: «Dal carcere si esce, dal fondo del mare no». Come dire che dei divieti non gli importa nulla. E infatti la nave spagnola, guidata dal comandante italiano Riccardo Gatti, ha traghettato verso le nostre coste 56 migranti che si trovavano a bordo del peschereccio avvistato domenica in Sar maltese. Malta, come da copione, non ha risposto alle richieste di soccorso per cui Open Arms lo ha scortato verso Lampedusa, dove è stato intercettato dalla motovedetta italiana CP 302 e da un'altra della Guardia di Finanza. Pare ci sia stata un po' di tensione al momento dell'incontro tra i finanzieri e la nave di Open Arms, ma alla fine 11 tra le persone nelle condizioni psicofisiche peggiori sono state portate a Lampedusa per essere assistite, mentre le altre sono sbarcate a Pozzallo. Ognuna di loro avrebbe pagato il «viaggio» agli scafisti 1.000 euro. Alla Open Arms e alla Alan Kurdi, il ministro dell'Interno Matteo Salvini ha già mandato un avvertimento chiaro su cosa rischiano. Ma al Viminale c'è chi ritiene non sia ancora sufficiente: si sta infatti valutando l'idea di intervenire direttamente sul decreto Sicurezza bis durante la conversione in legge con una serie di emendamenti che mettano fuori gioco una volta per tutte le Ong. Si tratterebbe d'inasprire ulteriormente le sanzioni e di prevedere multe più salate, almeno doppie rispetto alle attuali. Infatti alla Sea Watch è bastata una raccolta di fondi online di poche ore per coprire i 16.000 euro della multa alla capitana Carola Rackete. L'accusa che il governo italiano muove alle organizzazioni non governative più radicali è di fare da effetto-leva per le partenze dalle coste nordafricane, offrendo agli scafisti un «appiglio» per avventurarsi nel Mediterraneo e scaricare i migranti nelle loro mani. Ma il sospetto è ancora peggiore: alcune Ong potrebbero essere direttamente colluse con i trafficanti di esseri umani, guadagnando denaro da accordi illeciti. Non esistono però prove inoppugnabili, certa è invece la guerra dichiarata dalle organizzazioni non governative all'Italia attraverso un piano ben preciso che punta a farsi beffe del sistema legislativo vigente. I dati del Viminale dimostrano che in soli dieci giorni, fra il 18 e 28 giugno, sono sbarcate 407 persone sulle nostre coste. Un aumento dovuto alle condizioni meteo che favoriscono le partenze, ma anche al superlavoro delle cosiddette navi umanitarie. Senza considerare i barconi che arrivano per conto loro a Lampedusa, ai quali non sono chiusi i porti per legge: nella notte tra domenica e lunedì un'imbarcazione con 17 migranti a bordo è approdata a Lampedusa, senza che nessuno l'avesse soccorsa o segnalata.
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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A Roma, al termine del Med9, il vicepremier Antonio Tajani annuncia la nascita di una coalizione tra Ue, Balcani, Golfo, Nord Africa e Lega Araba per garantire sicurezza alimentare e accesso ai fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco stabile.
Laura Boldrini (Ansa)
La missione guidata da Laura Boldrini nei campi sahrawi si inserisce in un contesto altamente sensibile, tra accuse sul ruolo dell’Algeria nella destabilizzazione del Sahara e del Sahel e la controversa posizione del Fronte Polisario, che alimentano tensioni politiche e diplomatiche.
La recente missione istituzionale del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nei campi sahrawi di Tindouf arriva in uno dei momenti più delicati per la sicurezza del Sahel. Una visita che rischia di trasformarsi in un errore politico e diplomatico. Dietro la narrativa umanitaria sul Fronte Polisario e sulla causa sahrawi si muovono infatti accuse pesantissime che chiamano in causa il ruolo dell’Algeria e dell’Iran nella destabilizzazione del Sahara e del Mali attraverso reti jihadiste, infiltrazioni dei servizi segreti e gruppi armati utilizzati come strumenti geopolitici.
La delegazione guidata da Laura Boldrini ha visitato i campi profughi di Tindouf, in Algeria, per incontrare esponenti del Fronte Polisario, movimento nato nel 1973 e sostenuto da Algeri. Prima della visita ai campi, i parlamentari italiani hanno visto anche le autorità algerine, compreso il vicepresidente del Parlamento. Formalmente si è trattato di una missione dedicata ai diritti umani e alla situazione del popolo sahrawi. Politicamente, però, il viaggio rischia di essere interpretato come una legittimazione di un sistema opaco attorno al quale ruotano accuse di collusioni con reti jihadiste e traffici nel Sahel.
A rendere ancora più controversa questa visita è la recente posizione degli Stati Uniti. Washington ha infatti condannato gli attacchi attribuiti al Fronte Polisario contro la città di Smara, nel Sahara Occidentale, sostenendo che tali azioni compromettano gli sforzi diplomatici e minaccino la stabilità regionale. In un messaggio pubblicato su X, la missione americana presso le Nazioni Unite ha denunciato violenze «contrarie allo spirito dei recenti negoziati», chiedendo una soluzione definitiva del conflitto nel Sahara. Nel frattempo anche l’Unione Europea ha rafforzato il sostegno al piano di autonomia proposto dal Marocco come base per la soluzione della controversia. Durante una visita ufficiale a Rabat, l’Alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha dichiarato che «una vera autonomia potrebbe rappresentare una delle soluzioni più realistiche» per arrivare a una soluzione politica definitiva. Kallas ha inoltre invitato tutte le parti a partecipare ai negoziati «senza precondizioni e sulla base del piano di autonomia presentato dal Marocco».
La posizione europea, approvata dai 27 Stati membri, è stata formalizzata in un comunicato congiunto diffuso al termine dell’incontro con il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita. Bruxelles ha inoltre accolto favorevolmente la Risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che sostiene il rilancio del processo politico sulla base dell’iniziativa marocchina di autonomia sotto sovranità di Rabat. Un orientamento che rappresenta un ulteriore isolamento politico del Fronte Polisario e della linea sostenuta dall’Algeria. A denunciare il ruolo ambiguo di Algeri è soprattutto l’antropologo britannico Jeremy H. Keenan, autore di The Dark Sahara, testo che descrive il rapporto tra servizi segreti algerini e terrorismo islamista nel Nord Africa. Secondo Keenan, dalla fine degli anni Novanta il Mali settentrionale sarebbe stato trasformato in un laboratorio di destabilizzazione controllata.
In quel periodo numerosi militanti del GIA, il Gruppo Islamico Armato protagonista della guerra civile algerina, sarebbero stati progressivamente spinti verso il Sahara. Non come una forza militare visibile, ma come una presenza destinata a radicarsi tra le comunità tuareg attraverso matrimoni, commerci e traffici illegali. L’obiettivo sarebbe stato creare nel Sahel un ecosistema instabile ma controllabile. Per Keenan la svolta avvenne dopo l’11 settembre 2001. Il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika comprese che la guerra globale al terrorismo lanciata dagli Stati Uniti poteva diventare un’enorme opportunità strategica. L’Algeria usciva dal Decennio Nero, segnato da massacri, accuse contro esercito e servizi segreti, isolamento internazionale e sanzioni. Aveva bisogno di ricostruire la propria immagine e ottenere nuove forniture militari occidentali.
Secondo Keenan, Algeri doveva presentarsi come un partner indispensabile nella lotta al terrorismo. Ma per riuscirci era necessario che la minaccia jihadista si espandesse nel Sahara. Le accuse diventano ancora più gravi quando Keenan affronta il ruolo del DRS, i servizi segreti algerini. Nel suo libro sostiene che il DRS non si sarebbe limitato a infiltrare i gruppi islamisti, ma avrebbe contribuito direttamente alla loro creazione e manipolazione. Arriva persino a sostenere che Djamel Zitouni, storico leader del GIA, fosse controllato dai servizi algerini.
Keenan cita anche le dichiarazioni di John Schindler, ex funzionario dell’intelligence americana, secondo cui il GIA sarebbe stato in larga parte una creazione del DRS, utilizzata per screditare gli islamisti attraverso massacri indiscriminati e attentati. Questo schema, sostiene Keenan, sarebbe stato successivamente esportato nel Sahel attraverso il GSPC, poi trasformato in AQMI, Al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Secondo questa ricostruzione, l’Algeria avrebbe favorito anche l’ascesa di gruppi come MUJAO e Ansar al-Din per colpire politicamente i movimenti tuareg laici e autonomisti. Nel 2003 il rapimento di 32 turisti europei nel Sahara da parte del gruppo guidato da Amari Saifi, noto come «El Para», ex militare delle forze speciali algerine, segnò un punto di svolta. L’episodio venne utilizzato per presentare il Sahara come nuovo fronte di Al-Qaeda e favorì il dispiegamento occidentale nel Sahel attraverso l’Iniziativa Pan-Sahel, antenata dell’AFRICOM americano.
Le conseguenze furono devastanti soprattutto per le popolazioni tuareg. Il turismo sahariano crollò, intere economie locali vennero distrutte e le comunità nomadi finirono associate al terrorismo internazionale. Nel 2012, dopo la caduta di Gheddafi in Libia e il ritorno nel Sahel di combattenti tuareg armati, scoppiò la nuova rivolta dell’Azawad. Il MNLA proclamò l’indipendenza del nord del Mali, ma poco dopo AQMI, Ansar al-Din e MUJAO presero il controllo delle principali città del nord. Per Keenan anche questa dinamica sarebbe stata favorita dal DRS algerino per impedire il consolidamento di un’entità tuareg autonoma. Dietro la partita militare si muovevano anche enormi interessi energetici. I bacini di Taoudeni e Gao, ricchi di petrolio, gas, oro e uranio, rappresentano una delle grandi poste strategiche del Sahara. Secondo Keenan, Algeri avrebbe utilizzato la propria influenza politica per favorire Sonatrach e ottenere concessioni energetiche nel nord del Mali. È in questo contesto che la visita della delegazione italiana nei campi di Tindouf appare profondamente inopportuna. Quei campi non sono semplicemente un simbolo umanitario, ma uno dei centri nevralgici di una crisi geopolitica e securitaria che da anni alimenta instabilità nel Sahel. Mentre il Mali sprofonda nel caos, i gruppi jihadisti proliferano e il Sahel continua a trasformarsi in una delle aree più instabili del pianeta, una visita istituzionale italiana nei campi controllati dal Polisario rischia dunque di assumere un significato politico ben diverso da quello ufficialmente dichiarato.
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Ansa
Prefetto e i vertici delle forze dell’ordine hanno valutato bene contesto, circostanze e condizioni e ieri hanno comunicato agli organizzatori dell’iniziativa che il raduno degli esponenti di estrema destra, quindi, non si terrà più in piazza Galvani, nel centro storico, ma in piazza della Pace. Le motivazioni della scelta sono ben chiare: l’obiettivo è quello di evitare possibili scontri e momenti di tensione e conflitti ideologici che potrebbero degenerare. Quello che si potrebbe temere è che ci possano essere anche delle contro manifestazioni da parte di collettivi che non gradiscono l’operato del raduno della Remigrazione. In realtà, al momento, non si ha notizia di eventuali proteste da parte di altri movimenti. Però sia la scelta della precedente location che, adesso, lo spostamento del luogo hanno sollevato un mare di polemiche.
Collettivi e movimenti di sinistra non volevano la manifestazione nel centro storico; mentre gli organizzatori non sono soddisfatti di questo spostamento. Ieri mattina, sono stati convocati in Questura e hanno appreso del cambiamento del luogo dell’evento, nonostante ne avessero avuto conferma. La manifestazione è in programma per le 16 di sabato e prevede la formazione di un presidio finalizzato alla raccolta firme per la legge sulla remigrazione. Stefano Colato, referente per Bologna del comitato «Remigrazione e Riconquista», ha spiegato perché è stata scelta quella piazza: «Non c’è stato praticamente margine di trattativa, ci hanno consegnato una lista di prescrizioni per qualsiasi posto a parte piazza della Pace. Ci hanno assegnato d’ufficio quella piazza». In realtà, dopo il divieto di riunirsi in piazza Galvani, nel centro storico, gli organizzatori avevano proposto di spostarsi in altri luoghi della città come piazza Minghetti o piazza Carducci. Ma nessuna loro richiesta è stata accolta. E come ha precisato Colato non c’è stato modo di far accogliere la loro richiesta: «Ripeto: non c’è stato margine di trattativa. Il motivo della necessità dello spostamento? Ragioni di ordine pubblico, ci è stato detto». Da quanto è emerso i partecipanti non dovrebbero essere tantissimi, tra i cento e i centocinquanta.
In realtà, l’organizzazione del raduno della Remigrazione ha sollevato non poche polemiche e creato diverse tensioni perché, da quanto è emerso nel corso di una riunione, il sindaco di Bologna Matteo Lepore e la sua Giunta avrebbero espresso più volte il loro disaccordo allo svolgimento della manifestazione. Il loro timore è che questo evento possa degenerare causando momenti di violenza e aggressioni fisiche. Alla fine, quindi, al termine del vertice in Prefettura, si è deciso di proseguire sul terreno della prudenza e cercare una location che possa garantire la sicurezza e tutelare l’incolumità pubblica. Tutto si dovrà svolgere senza alcun rischio ed evitando qualsiasi tipi di disordine. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, è rimasto molto «deluso» dallo spostamento della location dell’evento e all’agenzia Dire ha spiegato il perché: «Con lo spostamento della manifestazione per la remigrazione prevista sabato a Bologna in piazza Galvani, ma appunto traslocata in piazza della Pace, si è fatta una scelta che premia i prepotenti. Si crea un precedente per il quale manifestazioni che qualcuno sostiene essere foriere di problemi di ordine pubblico non si possono svolgere come previsto. Da ora in poi anche le manifestazioni dei Pro Pal e dei violenti, quelli davvero violenti, vengano decentrate. Altrimenti passerebbe il messaggio che è la sinistra che decide chi può dire cosa e dove, il che è inaccettabile».
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