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2020-12-03
La bomba dei dissidenti pentastellati. «Il fondo salva Stati non lo votiamo»
Il governo rischia sul serio di non arrivare alla fine del Mes. Lo psicodramma grillino si è consumato ieri pomeriggio, quando 17 senatori e 52 deputati del M5s mettono nero su bianco la loro contrarietà sia all'utilizzo del fondo che alla riforma.
Un documento che si conclude con la minaccia di votare contro il governo, il 9 dicembre prossimo, quando il premier Giuseppe Conte riferirà in Parlamento sul Consiglio europeo che darà il via libera al nuovo trattato, già approvato dall'Eurogruppo. «Il nuovo contesto», scrivono i parlamentari pentastellati, «dovrebbe portarci a riaffermare, con maggiore forza e maggiori argomenti, quanto già ottenuto negli ultimi mesi: no alla riforma del Mes». I deputati e i senatori dissidenti chiedono che nella risoluzione che sarà votata in Parlamento la riforma sia «subordinata alla logica del pacchetto. In difetto l'unico ulteriore passaggio che i parlamentari del M5s avrebbero per bloccare la riforma del Mes», promettono, «sarebbe durante il voto di ratifica nelle due Camere».
La truffa della «logica del pacchetto» è una battaglia storica del nostro giornale: la Verità ha più volte spiegato come di questo artificio retorico usato per far ingoiare il Mes ai pentastellati non fosse rimasto in piedi nulla. «Consci delle diverse posizioni nella maggioranza, che non vogliamo in nessun modo mettere a rischio», sottolineano i parlamentari grillini, «chiediamo che nella prossima risoluzione parlamentare venga richiesto che la riforma sia subordinata alla chiusura di tutti gli altri elementi (Eids e Ngeu) delle riforme economico-finanziarie europee o a rinviare quantomeno gli aspetti più critici della riforma del Mes sopra menzionati».
È il caos. Vito Crimi convoca immediatamente per domani, venerdì 4 dicembre, alle 20.45, una videoassemblea congiunta dei deputati e dei senatori per discutere dell'argomento. Alcuni deputati e senatori, intimoriti, probabilmente sollecitati dall'alto, ritirano le firme alla lettera-ultimatum, ma si tratta di dettagli. Il numero di firmatari del documento è sufficiente, nonostante i «pentiti», a bloccare tutto, soprattutto al Senato, dove la maggioranza giallorossa è assai risicata; anche alla Camera, però, la fronda è talmente massiccia da fa rischiare seriamente il governo.
La lettera è indirizzata al capo politico reggente Vito Crimi, al ministro Alfonso Bonafede (capodelegazione grillino al governo), ai capigruppo alla Camera e al Senato, Davide Crippa e Ettore Licheri. È firmata da deputati e senatori di diverse «componenti» interne al M5s. Qualche nome: tra i senatori ci sono Nicola Morra, Barbara Lezzi, Elio Lannutti, Luisa Angrisani: tra i deputati abbiamo Giulia Grillo, Alvise Maniero, Rafael Raduzzi, Pino Cabras, Alessio Villarosa, quest'ultimo sottosegretario all'Economia.
Il malessere è diffuso e trasversale, sia verso Crimi, che nei confronti di Conte. A Crimi viene contestata questa dichiarazione di tre giorni fa: «Non intendiamo adottare un approccio ostruzionistico e non impediremo l'approvazione delle modifiche al trattato, rispetto alle quali pure non mancano i rilievi, così da consentire ad altri Paesi l'eventuale ricorso allo strumento». Dichiarazione fatta senza consultare nessuno. A Conte, invece, oltre che l'appiattimento sulle posizioni del Pd, viene imputato di fare lo spaccone sui giornali e in tv, dicendo sempre no al Mes, e di prepararsi invece a chiedere il prestito. Ieri mattina, il ministro agli Affari europei, Enzo Amendola, ha incontrato i capi delegazione dei partiti di maggioranza per discutere del Mes. Al termine dell'incontro si è deciso che verrà elaborata una bozza di risoluzione che sarà messa a disposizione delle forze di maggioranza per condividerla, in vista del voto del 9 dicembre in parlamento. Al buon Amendola toccherà trovare un modo per dire, in quella risoluzione, tutto e il contrario di tutto, per renderla «potabile» al M5s e magari a qualche malpancista di Forza Italia.
Al di là di ogni altra considerazione, stando a diverse fonti di primo piano interpellate dalla Verità, il sì al Mes sarebbe per il M5s l'ennesimo passo avanti verso il baratro, dal punto di vista politico e elettorale. «Certamente» rivela una fonte parlamentare pentastellata che non ha sottoscritto la lettera, «siamo di fronte a una rivolta verso Crimi e a un malessere diffuso nei confronti di Conte, ma la sostanza della lettera è condivisibile. Non possiamo screditarci ancora di più agli occhi dei nostri elettori, altrimenti come M5s siamo destinati a sparire del tutto. Quella contro il Mes è una battaglia che portiamo avanti da sempre, l'ennesimo voltafaccia sarebbe fatale».
Come finirà questo ennesimo braccio di ferro? Lo sapremo domani sera, al termine dell'assemblea congiunta dei parlamentari pentastellati. La sensazione è che sarà Luigi Di Maio a scendere in campo per sanare la frattura all'interno dei gruppi parlamentari. Sarebbe l'occasione migliore per dimostrare, soprattutto a Conte, che al di là di formule e direttori, quello che comanda nel M5s è solo e sempre lui.
Anche Forza Italia teme i malpancisti
Forza Italia si prepara all'ennesimo showdown in Parlamento. Il prossimo 9 dicembre al Senato, se relativamente alla riforma del Mes i dissidenti grillini manterranno ferma la loro posizione votando contro il governo, la (non) maggioranza giallorossa avrà bisogno del soccorso di almeno una ventina di «responsabili». Osservati speciali, naturalmente, i senatori «azzurri», che in queste ore stanno dando vita a un robusto dibattito interno. Il «no» alla riforma del Mes è l'indicazione arrivata, a sorpresa, da Silvio Berlusconi, quindi chi andrà a sostenere l'esecutivo, salvo imprevisti, si schiererà contro il capo, con tutte le conseguenze del caso. Ieri sera Goffredo Bettini, guru del Pd e fautore dell'avvicinamento di Forza Italia all'area di governo, ha lanciato l'amo: «Desta molta sorpresa e preoccupazione», ha scritto Bettini, «l'improvviso cambio di linea di Forza Italia che ha annunciato l'intenzione di non sostenere in parlamento la riforma del Mes. Mi auguro che una considerazione più attenta sul dibattito che si sta svolgendo a Bruxelles», ha aggiunto Bettini, «e sulle posizioni in quella sede dei vari partiti democratici, possa determinare un ripensamento; altrimenti una parte considerevole delle forze liberali e europeiste che abitano Forza Italia e si vogliono caratterizzare come centro liberale si troverebbero molto in sofferenza, strette in un recinto dominato dalla Lega e da Fratelli d'Italia». Non ci vuole un genio per leggere tra le righe l'appello di Bettini a mollare Berlusconi: naturalmente nel nome del supremo interesse del Paese e di una ricandidatura, alle prossime politiche, nei dem o in qualche partitino satellite. Naturalmente, i parlamentari berlusconiani più agguerriti sul «no» al Mes sperano, da parte loro, di essere ricandidati dalla Lega o Fratelli d'Italia.
Chi abboccherà all'amo di Bettini? Nel mirino c'è la componente antisovranista di Forza Italia, che soprattutto al Senato è minoritaria ma non irrilevante. «Il problema, a mio avviso», scrive il senatore di Fi-Udc Antonio Saccone, «non è votare a favore o contro la riforma del Mes. Onestamente mi preoccupa di più il rischio, molto realistico, di isolare il centrodestra italiano dai suoi storici partner europei. Specialmente noi, che facciamo parte del Ppe, come spiegheremo questo cambio di strategia in sede europea?». I senatori Gaetano Quagliariello e Paolo Romani, storici esponenti di Forza Italia che ora fanno parte della componente «Idea e cambiamo», vicina alle posizioni di Giovanni Toti, e ufficialmente nel gruppo Misto di Palazzo Madama, sono orientati, secondo l'Ansa, a votare a favore della riforma del Mes.
Si ripropone dunque l'ormai insanabile frattura, all'interno del partito di Berlusconi, tra chi vede come prospettiva politica la permanenza nel centrodestra e chi, sperando in una modifica della legge elettorale in senso proporzionale, spinge invece per una presa di distanze da Lega e Fratelli d'Italia. In questo senso si sono distinti negli ultimi tempi Renato Brunetta e Mariastella Gelmini.
Nei prossimi giorni, Berlusconi si renderà conto di quanti parlamentari sono seriamente intenzionati a andare contro le sue direttive. Se la fronda fosse troppo consistente, il Cav potrebbe effettuare un'altra giravolta, magari con la scusa di una telefonata di Angela Merkel. Non manca, tra gli osservatori più smaliziati, chi sospetta che lo stesso Berlusconi possa pilotare il voto dei senatori azzurri necessari a non far crollare il governo. Silvio ago della bilancia, ancora una volta.
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Lettera di 17 senatori e 52 deputati grillini: «O c'è la logica di pacchetto, oppure in Aula la riforma non passa». Ma è subito psicodramma: alcuni ribelli ci ripensano. Domani la resa dei conti. E, alla fine, deciderà Luigi Di Maio.Silvio Berlusconi ha dettato la linea e ricompattato il centrodestra, ma fra gli azzurri serpeggia una corrente antisovranista. E intanto il dem Goffredo Bettini mette zizzania...Lo speciale contiene due articoli. Il governo rischia sul serio di non arrivare alla fine del Mes. Lo psicodramma grillino si è consumato ieri pomeriggio, quando 17 senatori e 52 deputati del M5s mettono nero su bianco la loro contrarietà sia all'utilizzo del fondo che alla riforma. Un documento che si conclude con la minaccia di votare contro il governo, il 9 dicembre prossimo, quando il premier Giuseppe Conte riferirà in Parlamento sul Consiglio europeo che darà il via libera al nuovo trattato, già approvato dall'Eurogruppo. «Il nuovo contesto», scrivono i parlamentari pentastellati, «dovrebbe portarci a riaffermare, con maggiore forza e maggiori argomenti, quanto già ottenuto negli ultimi mesi: no alla riforma del Mes». I deputati e i senatori dissidenti chiedono che nella risoluzione che sarà votata in Parlamento la riforma sia «subordinata alla logica del pacchetto. In difetto l'unico ulteriore passaggio che i parlamentari del M5s avrebbero per bloccare la riforma del Mes», promettono, «sarebbe durante il voto di ratifica nelle due Camere». La truffa della «logica del pacchetto» è una battaglia storica del nostro giornale: la Verità ha più volte spiegato come di questo artificio retorico usato per far ingoiare il Mes ai pentastellati non fosse rimasto in piedi nulla. «Consci delle diverse posizioni nella maggioranza, che non vogliamo in nessun modo mettere a rischio», sottolineano i parlamentari grillini, «chiediamo che nella prossima risoluzione parlamentare venga richiesto che la riforma sia subordinata alla chiusura di tutti gli altri elementi (Eids e Ngeu) delle riforme economico-finanziarie europee o a rinviare quantomeno gli aspetti più critici della riforma del Mes sopra menzionati». È il caos. Vito Crimi convoca immediatamente per domani, venerdì 4 dicembre, alle 20.45, una videoassemblea congiunta dei deputati e dei senatori per discutere dell'argomento. Alcuni deputati e senatori, intimoriti, probabilmente sollecitati dall'alto, ritirano le firme alla lettera-ultimatum, ma si tratta di dettagli. Il numero di firmatari del documento è sufficiente, nonostante i «pentiti», a bloccare tutto, soprattutto al Senato, dove la maggioranza giallorossa è assai risicata; anche alla Camera, però, la fronda è talmente massiccia da fa rischiare seriamente il governo. La lettera è indirizzata al capo politico reggente Vito Crimi, al ministro Alfonso Bonafede (capodelegazione grillino al governo), ai capigruppo alla Camera e al Senato, Davide Crippa e Ettore Licheri. È firmata da deputati e senatori di diverse «componenti» interne al M5s. Qualche nome: tra i senatori ci sono Nicola Morra, Barbara Lezzi, Elio Lannutti, Luisa Angrisani: tra i deputati abbiamo Giulia Grillo, Alvise Maniero, Rafael Raduzzi, Pino Cabras, Alessio Villarosa, quest'ultimo sottosegretario all'Economia. Il malessere è diffuso e trasversale, sia verso Crimi, che nei confronti di Conte. A Crimi viene contestata questa dichiarazione di tre giorni fa: «Non intendiamo adottare un approccio ostruzionistico e non impediremo l'approvazione delle modifiche al trattato, rispetto alle quali pure non mancano i rilievi, così da consentire ad altri Paesi l'eventuale ricorso allo strumento». Dichiarazione fatta senza consultare nessuno. A Conte, invece, oltre che l'appiattimento sulle posizioni del Pd, viene imputato di fare lo spaccone sui giornali e in tv, dicendo sempre no al Mes, e di prepararsi invece a chiedere il prestito. Ieri mattina, il ministro agli Affari europei, Enzo Amendola, ha incontrato i capi delegazione dei partiti di maggioranza per discutere del Mes. Al termine dell'incontro si è deciso che verrà elaborata una bozza di risoluzione che sarà messa a disposizione delle forze di maggioranza per condividerla, in vista del voto del 9 dicembre in parlamento. Al buon Amendola toccherà trovare un modo per dire, in quella risoluzione, tutto e il contrario di tutto, per renderla «potabile» al M5s e magari a qualche malpancista di Forza Italia. Al di là di ogni altra considerazione, stando a diverse fonti di primo piano interpellate dalla Verità, il sì al Mes sarebbe per il M5s l'ennesimo passo avanti verso il baratro, dal punto di vista politico e elettorale. «Certamente» rivela una fonte parlamentare pentastellata che non ha sottoscritto la lettera, «siamo di fronte a una rivolta verso Crimi e a un malessere diffuso nei confronti di Conte, ma la sostanza della lettera è condivisibile. Non possiamo screditarci ancora di più agli occhi dei nostri elettori, altrimenti come M5s siamo destinati a sparire del tutto. Quella contro il Mes è una battaglia che portiamo avanti da sempre, l'ennesimo voltafaccia sarebbe fatale». Come finirà questo ennesimo braccio di ferro? Lo sapremo domani sera, al termine dell'assemblea congiunta dei parlamentari pentastellati. La sensazione è che sarà Luigi Di Maio a scendere in campo per sanare la frattura all'interno dei gruppi parlamentari. Sarebbe l'occasione migliore per dimostrare, soprattutto a Conte, che al di là di formule e direttori, quello che comanda nel M5s è solo e sempre lui. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-bomba-dei-dissidenti-pentastellati-il-fondo-salva-stati-non-lo-votiamo-2649111515.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-forza-italia-teme-i-malpancisti" data-post-id="2649111515" data-published-at="1606946816" data-use-pagination="False"> Anche Forza Italia teme i malpancisti Forza Italia si prepara all'ennesimo showdown in Parlamento. Il prossimo 9 dicembre al Senato, se relativamente alla riforma del Mes i dissidenti grillini manterranno ferma la loro posizione votando contro il governo, la (non) maggioranza giallorossa avrà bisogno del soccorso di almeno una ventina di «responsabili». Osservati speciali, naturalmente, i senatori «azzurri», che in queste ore stanno dando vita a un robusto dibattito interno. Il «no» alla riforma del Mes è l'indicazione arrivata, a sorpresa, da Silvio Berlusconi, quindi chi andrà a sostenere l'esecutivo, salvo imprevisti, si schiererà contro il capo, con tutte le conseguenze del caso. Ieri sera Goffredo Bettini, guru del Pd e fautore dell'avvicinamento di Forza Italia all'area di governo, ha lanciato l'amo: «Desta molta sorpresa e preoccupazione», ha scritto Bettini, «l'improvviso cambio di linea di Forza Italia che ha annunciato l'intenzione di non sostenere in parlamento la riforma del Mes. Mi auguro che una considerazione più attenta sul dibattito che si sta svolgendo a Bruxelles», ha aggiunto Bettini, «e sulle posizioni in quella sede dei vari partiti democratici, possa determinare un ripensamento; altrimenti una parte considerevole delle forze liberali e europeiste che abitano Forza Italia e si vogliono caratterizzare come centro liberale si troverebbero molto in sofferenza, strette in un recinto dominato dalla Lega e da Fratelli d'Italia». Non ci vuole un genio per leggere tra le righe l'appello di Bettini a mollare Berlusconi: naturalmente nel nome del supremo interesse del Paese e di una ricandidatura, alle prossime politiche, nei dem o in qualche partitino satellite. Naturalmente, i parlamentari berlusconiani più agguerriti sul «no» al Mes sperano, da parte loro, di essere ricandidati dalla Lega o Fratelli d'Italia. Chi abboccherà all'amo di Bettini? Nel mirino c'è la componente antisovranista di Forza Italia, che soprattutto al Senato è minoritaria ma non irrilevante. «Il problema, a mio avviso», scrive il senatore di Fi-Udc Antonio Saccone, «non è votare a favore o contro la riforma del Mes. Onestamente mi preoccupa di più il rischio, molto realistico, di isolare il centrodestra italiano dai suoi storici partner europei. Specialmente noi, che facciamo parte del Ppe, come spiegheremo questo cambio di strategia in sede europea?». I senatori Gaetano Quagliariello e Paolo Romani, storici esponenti di Forza Italia che ora fanno parte della componente «Idea e cambiamo», vicina alle posizioni di Giovanni Toti, e ufficialmente nel gruppo Misto di Palazzo Madama, sono orientati, secondo l'Ansa, a votare a favore della riforma del Mes. Si ripropone dunque l'ormai insanabile frattura, all'interno del partito di Berlusconi, tra chi vede come prospettiva politica la permanenza nel centrodestra e chi, sperando in una modifica della legge elettorale in senso proporzionale, spinge invece per una presa di distanze da Lega e Fratelli d'Italia. In questo senso si sono distinti negli ultimi tempi Renato Brunetta e Mariastella Gelmini. Nei prossimi giorni, Berlusconi si renderà conto di quanti parlamentari sono seriamente intenzionati a andare contro le sue direttive. Se la fronda fosse troppo consistente, il Cav potrebbe effettuare un'altra giravolta, magari con la scusa di una telefonata di Angela Merkel. Non manca, tra gli osservatori più smaliziati, chi sospetta che lo stesso Berlusconi possa pilotare il voto dei senatori azzurri necessari a non far crollare il governo. Silvio ago della bilancia, ancora una volta.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».