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2020-12-03
La bomba dei dissidenti pentastellati. «Il fondo salva Stati non lo votiamo»
Il governo rischia sul serio di non arrivare alla fine del Mes. Lo psicodramma grillino si è consumato ieri pomeriggio, quando 17 senatori e 52 deputati del M5s mettono nero su bianco la loro contrarietà sia all'utilizzo del fondo che alla riforma.
Un documento che si conclude con la minaccia di votare contro il governo, il 9 dicembre prossimo, quando il premier Giuseppe Conte riferirà in Parlamento sul Consiglio europeo che darà il via libera al nuovo trattato, già approvato dall'Eurogruppo. «Il nuovo contesto», scrivono i parlamentari pentastellati, «dovrebbe portarci a riaffermare, con maggiore forza e maggiori argomenti, quanto già ottenuto negli ultimi mesi: no alla riforma del Mes». I deputati e i senatori dissidenti chiedono che nella risoluzione che sarà votata in Parlamento la riforma sia «subordinata alla logica del pacchetto. In difetto l'unico ulteriore passaggio che i parlamentari del M5s avrebbero per bloccare la riforma del Mes», promettono, «sarebbe durante il voto di ratifica nelle due Camere».
La truffa della «logica del pacchetto» è una battaglia storica del nostro giornale: la Verità ha più volte spiegato come di questo artificio retorico usato per far ingoiare il Mes ai pentastellati non fosse rimasto in piedi nulla. «Consci delle diverse posizioni nella maggioranza, che non vogliamo in nessun modo mettere a rischio», sottolineano i parlamentari grillini, «chiediamo che nella prossima risoluzione parlamentare venga richiesto che la riforma sia subordinata alla chiusura di tutti gli altri elementi (Eids e Ngeu) delle riforme economico-finanziarie europee o a rinviare quantomeno gli aspetti più critici della riforma del Mes sopra menzionati».
È il caos. Vito Crimi convoca immediatamente per domani, venerdì 4 dicembre, alle 20.45, una videoassemblea congiunta dei deputati e dei senatori per discutere dell'argomento. Alcuni deputati e senatori, intimoriti, probabilmente sollecitati dall'alto, ritirano le firme alla lettera-ultimatum, ma si tratta di dettagli. Il numero di firmatari del documento è sufficiente, nonostante i «pentiti», a bloccare tutto, soprattutto al Senato, dove la maggioranza giallorossa è assai risicata; anche alla Camera, però, la fronda è talmente massiccia da fa rischiare seriamente il governo.
La lettera è indirizzata al capo politico reggente Vito Crimi, al ministro Alfonso Bonafede (capodelegazione grillino al governo), ai capigruppo alla Camera e al Senato, Davide Crippa e Ettore Licheri. È firmata da deputati e senatori di diverse «componenti» interne al M5s. Qualche nome: tra i senatori ci sono Nicola Morra, Barbara Lezzi, Elio Lannutti, Luisa Angrisani: tra i deputati abbiamo Giulia Grillo, Alvise Maniero, Rafael Raduzzi, Pino Cabras, Alessio Villarosa, quest'ultimo sottosegretario all'Economia.
Il malessere è diffuso e trasversale, sia verso Crimi, che nei confronti di Conte. A Crimi viene contestata questa dichiarazione di tre giorni fa: «Non intendiamo adottare un approccio ostruzionistico e non impediremo l'approvazione delle modifiche al trattato, rispetto alle quali pure non mancano i rilievi, così da consentire ad altri Paesi l'eventuale ricorso allo strumento». Dichiarazione fatta senza consultare nessuno. A Conte, invece, oltre che l'appiattimento sulle posizioni del Pd, viene imputato di fare lo spaccone sui giornali e in tv, dicendo sempre no al Mes, e di prepararsi invece a chiedere il prestito. Ieri mattina, il ministro agli Affari europei, Enzo Amendola, ha incontrato i capi delegazione dei partiti di maggioranza per discutere del Mes. Al termine dell'incontro si è deciso che verrà elaborata una bozza di risoluzione che sarà messa a disposizione delle forze di maggioranza per condividerla, in vista del voto del 9 dicembre in parlamento. Al buon Amendola toccherà trovare un modo per dire, in quella risoluzione, tutto e il contrario di tutto, per renderla «potabile» al M5s e magari a qualche malpancista di Forza Italia.
Al di là di ogni altra considerazione, stando a diverse fonti di primo piano interpellate dalla Verità, il sì al Mes sarebbe per il M5s l'ennesimo passo avanti verso il baratro, dal punto di vista politico e elettorale. «Certamente» rivela una fonte parlamentare pentastellata che non ha sottoscritto la lettera, «siamo di fronte a una rivolta verso Crimi e a un malessere diffuso nei confronti di Conte, ma la sostanza della lettera è condivisibile. Non possiamo screditarci ancora di più agli occhi dei nostri elettori, altrimenti come M5s siamo destinati a sparire del tutto. Quella contro il Mes è una battaglia che portiamo avanti da sempre, l'ennesimo voltafaccia sarebbe fatale».
Come finirà questo ennesimo braccio di ferro? Lo sapremo domani sera, al termine dell'assemblea congiunta dei parlamentari pentastellati. La sensazione è che sarà Luigi Di Maio a scendere in campo per sanare la frattura all'interno dei gruppi parlamentari. Sarebbe l'occasione migliore per dimostrare, soprattutto a Conte, che al di là di formule e direttori, quello che comanda nel M5s è solo e sempre lui.
Anche Forza Italia teme i malpancisti
Forza Italia si prepara all'ennesimo showdown in Parlamento. Il prossimo 9 dicembre al Senato, se relativamente alla riforma del Mes i dissidenti grillini manterranno ferma la loro posizione votando contro il governo, la (non) maggioranza giallorossa avrà bisogno del soccorso di almeno una ventina di «responsabili». Osservati speciali, naturalmente, i senatori «azzurri», che in queste ore stanno dando vita a un robusto dibattito interno. Il «no» alla riforma del Mes è l'indicazione arrivata, a sorpresa, da Silvio Berlusconi, quindi chi andrà a sostenere l'esecutivo, salvo imprevisti, si schiererà contro il capo, con tutte le conseguenze del caso. Ieri sera Goffredo Bettini, guru del Pd e fautore dell'avvicinamento di Forza Italia all'area di governo, ha lanciato l'amo: «Desta molta sorpresa e preoccupazione», ha scritto Bettini, «l'improvviso cambio di linea di Forza Italia che ha annunciato l'intenzione di non sostenere in parlamento la riforma del Mes. Mi auguro che una considerazione più attenta sul dibattito che si sta svolgendo a Bruxelles», ha aggiunto Bettini, «e sulle posizioni in quella sede dei vari partiti democratici, possa determinare un ripensamento; altrimenti una parte considerevole delle forze liberali e europeiste che abitano Forza Italia e si vogliono caratterizzare come centro liberale si troverebbero molto in sofferenza, strette in un recinto dominato dalla Lega e da Fratelli d'Italia». Non ci vuole un genio per leggere tra le righe l'appello di Bettini a mollare Berlusconi: naturalmente nel nome del supremo interesse del Paese e di una ricandidatura, alle prossime politiche, nei dem o in qualche partitino satellite. Naturalmente, i parlamentari berlusconiani più agguerriti sul «no» al Mes sperano, da parte loro, di essere ricandidati dalla Lega o Fratelli d'Italia.
Chi abboccherà all'amo di Bettini? Nel mirino c'è la componente antisovranista di Forza Italia, che soprattutto al Senato è minoritaria ma non irrilevante. «Il problema, a mio avviso», scrive il senatore di Fi-Udc Antonio Saccone, «non è votare a favore o contro la riforma del Mes. Onestamente mi preoccupa di più il rischio, molto realistico, di isolare il centrodestra italiano dai suoi storici partner europei. Specialmente noi, che facciamo parte del Ppe, come spiegheremo questo cambio di strategia in sede europea?». I senatori Gaetano Quagliariello e Paolo Romani, storici esponenti di Forza Italia che ora fanno parte della componente «Idea e cambiamo», vicina alle posizioni di Giovanni Toti, e ufficialmente nel gruppo Misto di Palazzo Madama, sono orientati, secondo l'Ansa, a votare a favore della riforma del Mes.
Si ripropone dunque l'ormai insanabile frattura, all'interno del partito di Berlusconi, tra chi vede come prospettiva politica la permanenza nel centrodestra e chi, sperando in una modifica della legge elettorale in senso proporzionale, spinge invece per una presa di distanze da Lega e Fratelli d'Italia. In questo senso si sono distinti negli ultimi tempi Renato Brunetta e Mariastella Gelmini.
Nei prossimi giorni, Berlusconi si renderà conto di quanti parlamentari sono seriamente intenzionati a andare contro le sue direttive. Se la fronda fosse troppo consistente, il Cav potrebbe effettuare un'altra giravolta, magari con la scusa di una telefonata di Angela Merkel. Non manca, tra gli osservatori più smaliziati, chi sospetta che lo stesso Berlusconi possa pilotare il voto dei senatori azzurri necessari a non far crollare il governo. Silvio ago della bilancia, ancora una volta.
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Lettera di 17 senatori e 52 deputati grillini: «O c'è la logica di pacchetto, oppure in Aula la riforma non passa». Ma è subito psicodramma: alcuni ribelli ci ripensano. Domani la resa dei conti. E, alla fine, deciderà Luigi Di Maio.Silvio Berlusconi ha dettato la linea e ricompattato il centrodestra, ma fra gli azzurri serpeggia una corrente antisovranista. E intanto il dem Goffredo Bettini mette zizzania...Lo speciale contiene due articoli. Il governo rischia sul serio di non arrivare alla fine del Mes. Lo psicodramma grillino si è consumato ieri pomeriggio, quando 17 senatori e 52 deputati del M5s mettono nero su bianco la loro contrarietà sia all'utilizzo del fondo che alla riforma. Un documento che si conclude con la minaccia di votare contro il governo, il 9 dicembre prossimo, quando il premier Giuseppe Conte riferirà in Parlamento sul Consiglio europeo che darà il via libera al nuovo trattato, già approvato dall'Eurogruppo. «Il nuovo contesto», scrivono i parlamentari pentastellati, «dovrebbe portarci a riaffermare, con maggiore forza e maggiori argomenti, quanto già ottenuto negli ultimi mesi: no alla riforma del Mes». I deputati e i senatori dissidenti chiedono che nella risoluzione che sarà votata in Parlamento la riforma sia «subordinata alla logica del pacchetto. In difetto l'unico ulteriore passaggio che i parlamentari del M5s avrebbero per bloccare la riforma del Mes», promettono, «sarebbe durante il voto di ratifica nelle due Camere». La truffa della «logica del pacchetto» è una battaglia storica del nostro giornale: la Verità ha più volte spiegato come di questo artificio retorico usato per far ingoiare il Mes ai pentastellati non fosse rimasto in piedi nulla. «Consci delle diverse posizioni nella maggioranza, che non vogliamo in nessun modo mettere a rischio», sottolineano i parlamentari grillini, «chiediamo che nella prossima risoluzione parlamentare venga richiesto che la riforma sia subordinata alla chiusura di tutti gli altri elementi (Eids e Ngeu) delle riforme economico-finanziarie europee o a rinviare quantomeno gli aspetti più critici della riforma del Mes sopra menzionati». È il caos. Vito Crimi convoca immediatamente per domani, venerdì 4 dicembre, alle 20.45, una videoassemblea congiunta dei deputati e dei senatori per discutere dell'argomento. Alcuni deputati e senatori, intimoriti, probabilmente sollecitati dall'alto, ritirano le firme alla lettera-ultimatum, ma si tratta di dettagli. Il numero di firmatari del documento è sufficiente, nonostante i «pentiti», a bloccare tutto, soprattutto al Senato, dove la maggioranza giallorossa è assai risicata; anche alla Camera, però, la fronda è talmente massiccia da fa rischiare seriamente il governo. La lettera è indirizzata al capo politico reggente Vito Crimi, al ministro Alfonso Bonafede (capodelegazione grillino al governo), ai capigruppo alla Camera e al Senato, Davide Crippa e Ettore Licheri. È firmata da deputati e senatori di diverse «componenti» interne al M5s. Qualche nome: tra i senatori ci sono Nicola Morra, Barbara Lezzi, Elio Lannutti, Luisa Angrisani: tra i deputati abbiamo Giulia Grillo, Alvise Maniero, Rafael Raduzzi, Pino Cabras, Alessio Villarosa, quest'ultimo sottosegretario all'Economia. Il malessere è diffuso e trasversale, sia verso Crimi, che nei confronti di Conte. A Crimi viene contestata questa dichiarazione di tre giorni fa: «Non intendiamo adottare un approccio ostruzionistico e non impediremo l'approvazione delle modifiche al trattato, rispetto alle quali pure non mancano i rilievi, così da consentire ad altri Paesi l'eventuale ricorso allo strumento». Dichiarazione fatta senza consultare nessuno. A Conte, invece, oltre che l'appiattimento sulle posizioni del Pd, viene imputato di fare lo spaccone sui giornali e in tv, dicendo sempre no al Mes, e di prepararsi invece a chiedere il prestito. Ieri mattina, il ministro agli Affari europei, Enzo Amendola, ha incontrato i capi delegazione dei partiti di maggioranza per discutere del Mes. Al termine dell'incontro si è deciso che verrà elaborata una bozza di risoluzione che sarà messa a disposizione delle forze di maggioranza per condividerla, in vista del voto del 9 dicembre in parlamento. Al buon Amendola toccherà trovare un modo per dire, in quella risoluzione, tutto e il contrario di tutto, per renderla «potabile» al M5s e magari a qualche malpancista di Forza Italia. Al di là di ogni altra considerazione, stando a diverse fonti di primo piano interpellate dalla Verità, il sì al Mes sarebbe per il M5s l'ennesimo passo avanti verso il baratro, dal punto di vista politico e elettorale. «Certamente» rivela una fonte parlamentare pentastellata che non ha sottoscritto la lettera, «siamo di fronte a una rivolta verso Crimi e a un malessere diffuso nei confronti di Conte, ma la sostanza della lettera è condivisibile. Non possiamo screditarci ancora di più agli occhi dei nostri elettori, altrimenti come M5s siamo destinati a sparire del tutto. Quella contro il Mes è una battaglia che portiamo avanti da sempre, l'ennesimo voltafaccia sarebbe fatale». Come finirà questo ennesimo braccio di ferro? Lo sapremo domani sera, al termine dell'assemblea congiunta dei parlamentari pentastellati. La sensazione è che sarà Luigi Di Maio a scendere in campo per sanare la frattura all'interno dei gruppi parlamentari. Sarebbe l'occasione migliore per dimostrare, soprattutto a Conte, che al di là di formule e direttori, quello che comanda nel M5s è solo e sempre lui. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-bomba-dei-dissidenti-pentastellati-il-fondo-salva-stati-non-lo-votiamo-2649111515.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-forza-italia-teme-i-malpancisti" data-post-id="2649111515" data-published-at="1606946816" data-use-pagination="False"> Anche Forza Italia teme i malpancisti Forza Italia si prepara all'ennesimo showdown in Parlamento. Il prossimo 9 dicembre al Senato, se relativamente alla riforma del Mes i dissidenti grillini manterranno ferma la loro posizione votando contro il governo, la (non) maggioranza giallorossa avrà bisogno del soccorso di almeno una ventina di «responsabili». Osservati speciali, naturalmente, i senatori «azzurri», che in queste ore stanno dando vita a un robusto dibattito interno. Il «no» alla riforma del Mes è l'indicazione arrivata, a sorpresa, da Silvio Berlusconi, quindi chi andrà a sostenere l'esecutivo, salvo imprevisti, si schiererà contro il capo, con tutte le conseguenze del caso. Ieri sera Goffredo Bettini, guru del Pd e fautore dell'avvicinamento di Forza Italia all'area di governo, ha lanciato l'amo: «Desta molta sorpresa e preoccupazione», ha scritto Bettini, «l'improvviso cambio di linea di Forza Italia che ha annunciato l'intenzione di non sostenere in parlamento la riforma del Mes. Mi auguro che una considerazione più attenta sul dibattito che si sta svolgendo a Bruxelles», ha aggiunto Bettini, «e sulle posizioni in quella sede dei vari partiti democratici, possa determinare un ripensamento; altrimenti una parte considerevole delle forze liberali e europeiste che abitano Forza Italia e si vogliono caratterizzare come centro liberale si troverebbero molto in sofferenza, strette in un recinto dominato dalla Lega e da Fratelli d'Italia». Non ci vuole un genio per leggere tra le righe l'appello di Bettini a mollare Berlusconi: naturalmente nel nome del supremo interesse del Paese e di una ricandidatura, alle prossime politiche, nei dem o in qualche partitino satellite. Naturalmente, i parlamentari berlusconiani più agguerriti sul «no» al Mes sperano, da parte loro, di essere ricandidati dalla Lega o Fratelli d'Italia. Chi abboccherà all'amo di Bettini? Nel mirino c'è la componente antisovranista di Forza Italia, che soprattutto al Senato è minoritaria ma non irrilevante. «Il problema, a mio avviso», scrive il senatore di Fi-Udc Antonio Saccone, «non è votare a favore o contro la riforma del Mes. Onestamente mi preoccupa di più il rischio, molto realistico, di isolare il centrodestra italiano dai suoi storici partner europei. Specialmente noi, che facciamo parte del Ppe, come spiegheremo questo cambio di strategia in sede europea?». I senatori Gaetano Quagliariello e Paolo Romani, storici esponenti di Forza Italia che ora fanno parte della componente «Idea e cambiamo», vicina alle posizioni di Giovanni Toti, e ufficialmente nel gruppo Misto di Palazzo Madama, sono orientati, secondo l'Ansa, a votare a favore della riforma del Mes. Si ripropone dunque l'ormai insanabile frattura, all'interno del partito di Berlusconi, tra chi vede come prospettiva politica la permanenza nel centrodestra e chi, sperando in una modifica della legge elettorale in senso proporzionale, spinge invece per una presa di distanze da Lega e Fratelli d'Italia. In questo senso si sono distinti negli ultimi tempi Renato Brunetta e Mariastella Gelmini. Nei prossimi giorni, Berlusconi si renderà conto di quanti parlamentari sono seriamente intenzionati a andare contro le sue direttive. Se la fronda fosse troppo consistente, il Cav potrebbe effettuare un'altra giravolta, magari con la scusa di una telefonata di Angela Merkel. Non manca, tra gli osservatori più smaliziati, chi sospetta che lo stesso Berlusconi possa pilotare il voto dei senatori azzurri necessari a non far crollare il governo. Silvio ago della bilancia, ancora una volta.
Matteo Salvini (Ansa)
Per due giorni, a giugno, la Lega proverà a fare quello che le squadre di calcio in crisi fanno quando la classifica comincia a far paura: chiudersi in ritiro. Matteo Salvini ha convocato per il 19 e 20 giugno il consiglio federale, i ministri, i governatori, i capigruppo, gli amministratori e i segretari regionali. Una «due giorni di incontri, proposte e programmi». La sede non è stata decisa (Luca Zaia ha già annunciato che non ci sarà), ma dovrebbe essere in Veneto, a pochi giorni di distanza dall’assemblea costituente di Futuro nazionale di Roberto Vannacci (che poi proseguirà con i congressi regionali). Magari a Verona, dove il 25 maggio il generale inaugurerà una nuova sede del suo partito. Il messaggio politico è chiaro: il Carroccio deve serrare le fila prima che la stagione entri nella fase più delicata. Il 2027 si preannuncia denso di appuntamenti elettorali decisivi per il futuro di via Bellerio.
Salvini è milanista e conosce bene la grammatica dei ritiri. Con Massimiliano Allegri, al Milan, si può giocare male ma restare in partita è imperativo. Il punto è che il Carroccio continua a osservare la crescita, sulla destra, di un avversario che conosce bene lo spogliatoio leghista. Il nome è quello di Vannacci. L’ex generale è diventato un problema elettorale. Swg per il tg di La7 colloca la Lega al 6% e Futuro nazionale al 4,1%. Ipsos/Pagnoncelli, sul Corriere, è ancora più severo: Lega al 5,8%, Vannacci al 4,1%. Meno di due punti di distanza.
Dopo le chiusure a possibili alleanze da parte di Massimiliano Romeo, Roberto Occhiuto e Letizia Moratti, Vannacci ha risposto sui social con una frase che suona come un avvertimento: «Poi non si venga a dare la colpa» a me «se questo centrodestra sbiadito, timido, tentennante e moderato finirà per perdere consensi ed elezioni». È una minaccia preventiva: se il centrodestra perde, la colpa non sarà di chi rompe, ma di chi non ha avuto il coraggio di inseguirlo.
Il caso di Laura Ravetto ha reso il problema visibile. La deputata ha lasciato la Lega per aderire a Futuro nazionale. Per un partito abituato a perdere amministratori verso Fdi, vedere una parlamentare passare direttamente al nuovo concorrente di destra è un segnale diverso. Non c’è più solo Meloni a drenare consensi.
La linea ufficiale resta la compattezza. Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro, respinge l’idea di nuovi «campi larghi» a destra costruiti inseguendo i sondaggi. «Il centrodestra è rodato da anni», dice. «Non si fanno campi larghi soltanto perché può essere indicato favorevole o no in un determinato momento dai vari sondaggi». In fin dei conti la Lega si ritrova con tre grossi problemi da risolvere. Il primo è nazionale: dimostrare di essere ancora indispensabile nel centrodestra. L’altro identitario: impedire che l’elettore più arrabbiato trovi in Vannacci un’offerta più chiara. L’ultimo territoriale: difendere il Nord dall’avanzata di Fdi.
Le elezioni comunali di Milano sono il primo banco di prova. Il centrodestra non ha ancora un candidato per il dopo Beppe Sala. Il nome di Maurizio Lupi circola, ma non decolla. Salvini preferisce un profilo civico. Samuele Piscina, segretario milanese del Carroccio, è stato più esplicito: Lupi «non ha il consenso di tutti».
Il secondo fronte è la Regione Lombardia. Da mesi nel centrodestra si ragiona sull’ipotesi di legare politiche, comunali milanesi e regionali lombarde in un election day nel 2027. L’operazione concentrerebbe la mobilitazione nel territorio più forte della coalizione. Ma aprirebbe subito la guerra per il dopo Attilio Fontana. Fratelli d’Italia considera la Lombardia un obiettivo naturale.
Roberto Calderoli prova a raffreddare il dossier. La legislatura, ricordava ieri, scade naturalmente il 13 ottobre 2027. Di voto anticipato, dice, non se ne parla (lo stesso Salvini aveva rettificato la battuta sulla crisi economica che era stata male interpretata). Il messaggio vale per Palazzo Chigi, ma anche per via Bellerio: la Lega non vuole arrivare logorata alla partita finale.
Il ritiro di giugno serve a questo. Allegri direbbe che conta il risultato. Ma qui il punto non è vincere di corto muso. È evitare che la Lega perda, insieme, pezzi a destra e peso al Nord.
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Il segretario di Stato americano Marco Rubio (Ansa)
«La diplomazia rimane la nostra preferenza nei confronti di Cuba. A essere sincero, la probabilità che ciò accada, considerando con chi abbiamo a che fare in questo momento, non è elevata», ha anche detto. Parole, quelle di Rubio, che hanno innescato la reazione piccata del ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, il quale ha tacciato gli Stati Uniti di «istigare un’aggressione militare».
Del resto, che le fibrillazioni tra Washington e L’Avana stessero aumentando, non è una novità. Negli scorsi giorni, il Pentagono ha schierato la portaerei Nimitz nei Caraibi, mentre il Dipartimento di Giustizia americano ha formalmente incriminato l’ex presidente cubano, Raúl Castro, con l’accusa di aver ordinato l’abbattimento di due aerei civili nel 1996. L’intelligence statunitense ritiene inoltre che dal 2023 il regime castrista abbia acquistato 300 droni da Russia e Iran: materiale bellico che, secondo Washington, Cuba starebbe valutando di usare per colpire obiettivi statunitensi. Sempre negli scorsi giorni, i servizi segreti americani avrebbero anche studiato le possibili reazioni dell’Avana a un eventuale attacco militare da parte di Washington. Tutto questo, senza trascurare che giovedì l’Ice ha arrestato a Miami Adys Lastres Morera. Si tratta della sorella di Ania Guillermina Lastres Morera, che, in qualità di presidente esecutivo, è a capo di Gaesa: conglomerato di imprese in mano ai militari cubani, che è sotto sanzioni statunitensi.
La tensione è significativamente aumentata dopo che i negoziati tra Usa e Cuba sono finiti in stallo. Washington ha offerto aiuti umanitari e sostegno infrastrutturale a patto che il regime castrista allenti la repressione, liberi i prigionieri politici ed entri de facto nell’orbita geopolitica statunitense. Per convincere L’Avana ad accettare, la scorsa settimana si era recato sull’isola anche il direttore della Cia, John Ratcliffe, incontrando vari alti funzionari cubani. Ciononostante il processo diplomatico non si è realmente sbloccato: un fattore che ha irritato notevolmente la Casa Bianca. Mosca e Pechino, dal canto loro, hanno espresso solidarietà nei confronti del regime castrista. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni, non sembra che stiano offrendo chissà quale sostegno concreto all’Avana contro Washington, replicando un po’ un copione già visto ai tempi della cattura di Nicolás Maduro lo scorso gennaio.
Del resto, la strategia cubana di Trump si inserisce nella sua riedizione della Dottrina Monroe, volta a estromettere il più possibile Cina, Russia e Iran dall’Emisfero occidentale. Il presidente americano è, in un certo senso, invogliato ad agire proprio in considerazione del mancato sostegno concreto arrivato al regime di Maduro da Mosca e Pechino l’anno scorso. Ma attenzione: non c’è solo il tema geopolitico. La pressione su Cuba è finalizzata anche a mantenere il sostegno dell’elettorato anticastrista, di cui è ricco uno Stato cruciale come la Florida. Quella Florida di cui Rubio è stato senatore dal 2011 al 2025. Del resto, la questione non riguarda solo le Midterm di novembre. Non è infatti un mistero che Rubio sia considerato, insieme a JD Vance, uno dei possibili candidati alla nomination presidenziale repubblicana del 2028.
D’altronde, se il vicepresidente americano sta cercando di rafforzarsi nella gestione del processo diplomatico iraniano, il segretario di Stato si mantiene proattivo su due fronti: la promozione della Dottrina Monroe e la cura del dossier europeo. «Le opinioni del presidente, la delusione nei confronti di alcuni dei nostri alleati della Nato e della loro reazione alle nostre operazioni in Medio Oriente sono ben documentate», ha detto ieri, durante il vertice dei ministri degli Esteri della Nato a Helsingborg. Ha poi specificato che tali questioni dovranno essere «affrontate» nel corso del summit dell’Alleanza atlantica che si terrà a luglio ad Ankara. «È ovvio che gli Stati Uniti continuano ad avere impegni globali che devono onorare in termini di dispiegamento delle forze armate. E questo ci impone costantemente di riesaminare dove schieriamo le truppe», ha anche detto. Non dimentichiamo che, dopo aver annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania, Trump ha comunicato l’invio di altrettanti militari in Polonia, legando esplicitamente la decisione al suo stretto rapporto con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Questo testimonia la relazione articolata che vige tra il presidente americano e gli alleati della Nato. In tal senso, Trump si appoggia a Rubio perché si tratta della figura più focalizzata, all’interno della sua amministrazione, a mantenere in piedi le relazioni transatlantiche.
Insomma, il segretario di Stato (che in quanto consigliere per la sicurezza nazionale ad interim della Casa Bianca lavora a stretto contatto col presidente) sta gestendo due dossier - quello caraibico e quello europeo - di primo piano, tenendosi invece meno esposto rispetto alla spinosa questione iraniana, su cui lavora maggiormente Vance. È quindi chiaro come le principali partite geopolitiche che Washington si sta trovando ad affrontare vadano a intersecarsi con la campagna elettorale (ancora embrionale) del 2028.
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