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2022-04-17
Dal Colosseo alle università Kiev demolisce tutti i gesti che uniscono ucraini e russi
Ansa
«Amare il nemico», ha titolato l’Osservatore Romano commentando, in un editoriale, la precipitosa condanna dell’arcivescovo maggiore di Kiev, Svjatoslav Schevchuk, alla decisione della Santa Sede di far portare la croce a due donne, una ucraina e una russa, durante la Via crucis del Venerdì santo al Colosseo. Condanna estesa non solo ai «gesti» ma anche ai «testi», giudicati da Sua Beatitudine «incomprensibili e perfino offensivi», benché la meditazione preparata per la XIII stazione non fosse altro che un appello rivolto al Signore a «insegnarci a fare la pace e a non abbandonarci». L’organo ufficiale della Santa Sede ha tentato di ricomporre l’incidente diplomatico corroborando le parole di pace pronunciate, fin dall’inizio della guerra, da papa Francesco: «Queste due donne sono perfino riuscite a rinsaldare il vincolo umano e spirituale che le unisce, e spiegano che l’unica strada per uscire dalla guerra è quella del perdono e della riconciliazione». Cos’altro potrebbe dire chi davvero cerca la pace? Anche padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica, è intervenuto ricordando, a chi ha criticato l’abbraccio di due donne amiche, provenienti da nazioni in guerra l’una contro l’altra, che «Albina (russa) e Irina (ucraina) salvano il Vangelo e la cattolicità della Chiesa mettendola al riparo dal pantano dei nazionalismi. Insieme. In silenzio. In preghiera».
Ma il lavoro diplomatico dietro le quinte e gli appelli alla ragionevolezza non sono serviti ad appianare i dissidi: in Ucraina i media cattolici online come Ugcc Live Tv, la rivista cattolica Credo, Radio Maria ed Ewtn Ucraina, così come le tv nazionali ucraine, hanno deciso di non trasmettere la Via crucis in diretta dal Colosseo. L’agenzia di informazione Risu, rilanciata dall’agenzia della Cei, Sir, ha confermato che anche sulla sua pagina Web non sarebbe stata trasmessa, sottolineando - quasi a rivendicare il carattere ritorsivo della decisione - che «questi media hanno quasi sempre coperto tutti gli eventi importanti in Vaticano, come la consacrazione al Cuore ommacolato di Maria di Russia e Ucraina da parte del Pontefice». «Per politici ed ecclesiastici», ha constatato con amarezza Spadaro, «queste due donne (che idealmente rappresentano le due nazioni in conflitto) “devono” essere nemiche».
L’insofferenza verso le mine antidiplomatiche ucraine rischia di sconfinare dal Vaticano. Dopo il veto del ministero della Cultura ucraino su Ciaikovskij, che ha impedito all’Ukrainian classical ballet di portare in scena Il lago dei cigni in Italia, è arrivata la protesta del console onorario dell’Ucraina in Piemonte, Dario Arrigotti, contro l’università di Torino, «colpevole» di mettere a disposizione 20 borse di studio da 2.000 euro l’una per studenti russi e bielorussi «in grave situazione di difficoltà economica a seguito dell’insorgere della crisi internazionale ucraina»: «È quantomeno sorprendente equiparare lo stato di “grave difficoltà” degli studenti russi e bielorussi a quello degli studenti ucraini», ha dichiarato Arrigotti. «Nell’università si realizza il principale investimento nella pace», ha replicato con fermezza il rettore, Stefano Genua. «Il provvedimento è pienamente in linea con la missione costituzionale dell’università di garantire il diritto allo studio a chi ne sia privato», ad esempio anche gli studenti russi che «non possono prelevare né usare denaro, viste le sanzioni», ha osservato Guido Saracco, promotore di un identico bando al Politecnico di Torino, dove è rettore.
Con altrettanto fastidio è stata accolta, in Italia e nell’Occidente, la decisione del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di dichiarare pubblicamente il rieletto presidente della Repubblica federale tedesca, Frank Walter Steinmeier, «persona non grata», rifiutando l’offerta di un incontro. Commentando le reazioni a Berlino a seguito del suo rifiuto di invitare Steinmeier nella Capitale, Zelensky ha, se possibile, peggiorato la situazione: «Non abbiamo mai ricevuto richiesta ufficiale dal presidente federale e dal suo ufficio riguardo a una visita in Ucraina», ha dichiarato, ponendo una questione di «forma» nell’ambito di un quadro diplomatico già saltato da settimane. Non a caso, Steinmeier ha definito le frasi di Zelensky «irritanti, per usare un eufemismo». Zelensky è dunque riuscito nell’improbabile impresa di creare tensioni in un milieu occidentale unanimemente schierato in suo favore. Le richieste e le prese di posizione degli ucraini, a volte ingenuamente irruenti, sono ovviamente comprensibili e vanno inquadrate nel contesto bellico di Paese aggredito e in quello socioculturale di una guerra che lo stesso Zelensky gestisce anche sul filo della comunicazione social, non esattamente adatta a comporre questioni complesse perché basata sull’algoritmo e sulla comunicazione binaria (citofonare Italia).
C’è però da dire che l’Occidente (a cominciare dal presidente americano, Joe Biden), che all’Ucraina doveva dare il buon esempio, non è riuscito a impartire in questi primi 50 giorni di guerra alcuna «lezione di pace», né tantomeno di diplomazia. Sarà complicato, per il presidente ucraino, ricomporre questi piccoli-grandi dissidi diplomatici che lo collocano attualmente - e chissà per quanto tempo ancora - nel mortificante ruolo del capo di Stato subalterno e già di fatto commissariato.
A Mariupol la vendetta per il Moskva. Zelensky: «Se cade niente negoziati»
È arrivata nella giornata di ieri la risposta russa all’affondamento dell’incrociatore Moskva, colpito e affondato giovedì. Il Cremlino non ha più parlato della vicenda ma è partita la caccia al colpevole nella Marina e tra gli ammiragli che hanno sottovalutato la capacità di reazione e gli armamenti degli ucraini.
La cinquantaduesima giornata di guerra, che è iniziata intorno alle 4 del mattino, ha visto suonare le sirene d’allarme antiaeree in alcune città dell’Ucraina centrale, orientale e meridionale tra le quali Dnipropetrovsk, Kryvyi Rih, Zaporizhzhia, Cherkasy, Donetsk, Odessa, Kharkiv, Poltava e Mykolaiv. Mentre a Mariupol, secondo un consigliere del sindaco della città, Petro Andryushchenko, «i russi stanno raccogliendo tutti gli uomini e li trasferiscono a Bezimenne, un villaggio del Donetsk sotto il loro controllo». Un fatto che le autorità della città, diventata un cumulo di macerie, hanno confermato sul loro canale Telegram, dove hanno raccontato che agli uomini vengono sequestrati i documenti personali in attesa di decisioni: «Stanno compiendo una intensa “pulizia” degli uomini, abbiamo le prime conferme».
Bombe anche sul distretto di Kiev dove si registra un morto e numerosi feriti nel Sudest della Capitale, dove è stata presa di mira una fabbrica di armi. Il sindaco, Vitali Klitschko, è certo che i russi intensificheranno i bombardamenti su Kiev: «Non è un segreto che un generale russo abbia recentemente affermato di essere pronto per attacchi missilistici contro la Capitale». Klitschko ha lanciato un accorato appello alla popolazione, che è riuscita a fuggire affinché non torni, almeno per il momento: «Non ignorate gli allarmi aerei. E a coloro che se ne sono andati e stanno già facendo ritorno nella Capitale, vi chiedo di evitarlo e restare in un posto più sicuro».
Combattimenti feroci si sono registrati nella regione di Zaporizhya, dove sono state bombardate non solo le strutture militari ma anche case, ospedali e le scuole e, secondo quanto dichiarato da Artur Krupsky, capo dell’amministrazione del distretto di Polog, tra le vittime c’è anche un bambino di 12 anni che si aggiunge agli altri 200 che hanno perso la vita fino a oggi nel conflitto. Cinque morti e una ventina di feriti a Mykolaiv (Ucraina meridionale), mentre le bombe continuano a cadere nell’Est del Paese e in particolare a Derhachi, Balakliia e Zolochiv.
Per tornare a Kiev, nella tarda mattinata di ieri, l’Associated Press ha riferito che le 900 persone morte nella regione di Kiev sarebbero state per il 95% dei casi vittime di esecuzioni sommarie: «La presenza di ferite d’arma da fuoco indica che molti sono stati semplicemente giustiziati». Andriy Nebytov, il capo della polizia regionale di Kiev, ha raccontato al Guardian che «i corpi sono stati abbandonati nelle strade o hanno ricevuto sepolture sommarie». Sempre ieri, grazie al Times di Londra, si è saputo che in Ucraina sarebbero presenti le forze le forze speciali di Sua Maestà, con il preciso incarico di formare le truppe ucraine (anche all’uso delle nuove armi). Mosca ha reagito con due comunicazioni raggelanti: «Ulteriori aiuti occidentali provocheranno conseguenze imprevedibili» - e ancora - «l’assistenza militare all’Ucraina da parte dell’Occidente significa che è già cominciata la terza guerra mondiale».
Il mistero della giornata invece riguarda Eduard Basurin, portavoce militare dei separatisti filorussi: nel pomeriggio sarebbe stato prelevato da agenti dell’Fsb a Mariupol. Negli scorsi giorni aveva parlato della possibilità di usare le armi chimiche.
In serata Zelensky ha parlato al Kyiv Independent della possibile fine dei negoziati: «Mariupol potrebbe essere come dieci Borodyanka. L’eliminazione dei nostri militari porrà fine a tutti i negoziati. Non scambiamo i nostri territori e la nostra gente».
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Dopo i veti su Pëtr Il'ič Ciaikovskij, oscurata dai media in patria la Via crucis papale all’insegna della fratellanza. Critiche all’ateneo di Torino che aiuta gli studenti, senza distinzioni.Rastrellamenti dei militari in corso a Mariupol. Pioggia di bombe sulla Capitale.Lo speciale contiene due articoli.«Amare il nemico», ha titolato l’Osservatore Romano commentando, in un editoriale, la precipitosa condanna dell’arcivescovo maggiore di Kiev, Svjatoslav Schevchuk, alla decisione della Santa Sede di far portare la croce a due donne, una ucraina e una russa, durante la Via crucis del Venerdì santo al Colosseo. Condanna estesa non solo ai «gesti» ma anche ai «testi», giudicati da Sua Beatitudine «incomprensibili e perfino offensivi», benché la meditazione preparata per la XIII stazione non fosse altro che un appello rivolto al Signore a «insegnarci a fare la pace e a non abbandonarci». L’organo ufficiale della Santa Sede ha tentato di ricomporre l’incidente diplomatico corroborando le parole di pace pronunciate, fin dall’inizio della guerra, da papa Francesco: «Queste due donne sono perfino riuscite a rinsaldare il vincolo umano e spirituale che le unisce, e spiegano che l’unica strada per uscire dalla guerra è quella del perdono e della riconciliazione». Cos’altro potrebbe dire chi davvero cerca la pace? Anche padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica, è intervenuto ricordando, a chi ha criticato l’abbraccio di due donne amiche, provenienti da nazioni in guerra l’una contro l’altra, che «Albina (russa) e Irina (ucraina) salvano il Vangelo e la cattolicità della Chiesa mettendola al riparo dal pantano dei nazionalismi. Insieme. In silenzio. In preghiera». Ma il lavoro diplomatico dietro le quinte e gli appelli alla ragionevolezza non sono serviti ad appianare i dissidi: in Ucraina i media cattolici online come Ugcc Live Tv, la rivista cattolica Credo, Radio Maria ed Ewtn Ucraina, così come le tv nazionali ucraine, hanno deciso di non trasmettere la Via crucis in diretta dal Colosseo. L’agenzia di informazione Risu, rilanciata dall’agenzia della Cei, Sir, ha confermato che anche sulla sua pagina Web non sarebbe stata trasmessa, sottolineando - quasi a rivendicare il carattere ritorsivo della decisione - che «questi media hanno quasi sempre coperto tutti gli eventi importanti in Vaticano, come la consacrazione al Cuore ommacolato di Maria di Russia e Ucraina da parte del Pontefice». «Per politici ed ecclesiastici», ha constatato con amarezza Spadaro, «queste due donne (che idealmente rappresentano le due nazioni in conflitto) “devono” essere nemiche».L’insofferenza verso le mine antidiplomatiche ucraine rischia di sconfinare dal Vaticano. Dopo il veto del ministero della Cultura ucraino su Ciaikovskij, che ha impedito all’Ukrainian classical ballet di portare in scena Il lago dei cigni in Italia, è arrivata la protesta del console onorario dell’Ucraina in Piemonte, Dario Arrigotti, contro l’università di Torino, «colpevole» di mettere a disposizione 20 borse di studio da 2.000 euro l’una per studenti russi e bielorussi «in grave situazione di difficoltà economica a seguito dell’insorgere della crisi internazionale ucraina»: «È quantomeno sorprendente equiparare lo stato di “grave difficoltà” degli studenti russi e bielorussi a quello degli studenti ucraini», ha dichiarato Arrigotti. «Nell’università si realizza il principale investimento nella pace», ha replicato con fermezza il rettore, Stefano Genua. «Il provvedimento è pienamente in linea con la missione costituzionale dell’università di garantire il diritto allo studio a chi ne sia privato», ad esempio anche gli studenti russi che «non possono prelevare né usare denaro, viste le sanzioni», ha osservato Guido Saracco, promotore di un identico bando al Politecnico di Torino, dove è rettore. Con altrettanto fastidio è stata accolta, in Italia e nell’Occidente, la decisione del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di dichiarare pubblicamente il rieletto presidente della Repubblica federale tedesca, Frank Walter Steinmeier, «persona non grata», rifiutando l’offerta di un incontro. Commentando le reazioni a Berlino a seguito del suo rifiuto di invitare Steinmeier nella Capitale, Zelensky ha, se possibile, peggiorato la situazione: «Non abbiamo mai ricevuto richiesta ufficiale dal presidente federale e dal suo ufficio riguardo a una visita in Ucraina», ha dichiarato, ponendo una questione di «forma» nell’ambito di un quadro diplomatico già saltato da settimane. Non a caso, Steinmeier ha definito le frasi di Zelensky «irritanti, per usare un eufemismo». Zelensky è dunque riuscito nell’improbabile impresa di creare tensioni in un milieu occidentale unanimemente schierato in suo favore. Le richieste e le prese di posizione degli ucraini, a volte ingenuamente irruenti, sono ovviamente comprensibili e vanno inquadrate nel contesto bellico di Paese aggredito e in quello socioculturale di una guerra che lo stesso Zelensky gestisce anche sul filo della comunicazione social, non esattamente adatta a comporre questioni complesse perché basata sull’algoritmo e sulla comunicazione binaria (citofonare Italia). C’è però da dire che l’Occidente (a cominciare dal presidente americano, Joe Biden), che all’Ucraina doveva dare il buon esempio, non è riuscito a impartire in questi primi 50 giorni di guerra alcuna «lezione di pace», né tantomeno di diplomazia. Sarà complicato, per il presidente ucraino, ricomporre questi piccoli-grandi dissidi diplomatici che lo collocano attualmente - e chissà per quanto tempo ancora - nel mortificante ruolo del capo di Stato subalterno e già di fatto commissariato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kiev-gesti-uniscono-ucraini-russi-2657165746.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-mariupol-la-vendetta-per-il-moskva-zelensky-se-cade-niente-negoziati" data-post-id="2657165746" data-published-at="1650135068" data-use-pagination="False"> A Mariupol la vendetta per il Moskva. Zelensky: «Se cade niente negoziati» È arrivata nella giornata di ieri la risposta russa all’affondamento dell’incrociatore Moskva, colpito e affondato giovedì. Il Cremlino non ha più parlato della vicenda ma è partita la caccia al colpevole nella Marina e tra gli ammiragli che hanno sottovalutato la capacità di reazione e gli armamenti degli ucraini. La cinquantaduesima giornata di guerra, che è iniziata intorno alle 4 del mattino, ha visto suonare le sirene d’allarme antiaeree in alcune città dell’Ucraina centrale, orientale e meridionale tra le quali Dnipropetrovsk, Kryvyi Rih, Zaporizhzhia, Cherkasy, Donetsk, Odessa, Kharkiv, Poltava e Mykolaiv. Mentre a Mariupol, secondo un consigliere del sindaco della città, Petro Andryushchenko, «i russi stanno raccogliendo tutti gli uomini e li trasferiscono a Bezimenne, un villaggio del Donetsk sotto il loro controllo». Un fatto che le autorità della città, diventata un cumulo di macerie, hanno confermato sul loro canale Telegram, dove hanno raccontato che agli uomini vengono sequestrati i documenti personali in attesa di decisioni: «Stanno compiendo una intensa “pulizia” degli uomini, abbiamo le prime conferme». Bombe anche sul distretto di Kiev dove si registra un morto e numerosi feriti nel Sudest della Capitale, dove è stata presa di mira una fabbrica di armi. Il sindaco, Vitali Klitschko, è certo che i russi intensificheranno i bombardamenti su Kiev: «Non è un segreto che un generale russo abbia recentemente affermato di essere pronto per attacchi missilistici contro la Capitale». Klitschko ha lanciato un accorato appello alla popolazione, che è riuscita a fuggire affinché non torni, almeno per il momento: «Non ignorate gli allarmi aerei. E a coloro che se ne sono andati e stanno già facendo ritorno nella Capitale, vi chiedo di evitarlo e restare in un posto più sicuro». Combattimenti feroci si sono registrati nella regione di Zaporizhya, dove sono state bombardate non solo le strutture militari ma anche case, ospedali e le scuole e, secondo quanto dichiarato da Artur Krupsky, capo dell’amministrazione del distretto di Polog, tra le vittime c’è anche un bambino di 12 anni che si aggiunge agli altri 200 che hanno perso la vita fino a oggi nel conflitto. Cinque morti e una ventina di feriti a Mykolaiv (Ucraina meridionale), mentre le bombe continuano a cadere nell’Est del Paese e in particolare a Derhachi, Balakliia e Zolochiv. Per tornare a Kiev, nella tarda mattinata di ieri, l’Associated Press ha riferito che le 900 persone morte nella regione di Kiev sarebbero state per il 95% dei casi vittime di esecuzioni sommarie: «La presenza di ferite d’arma da fuoco indica che molti sono stati semplicemente giustiziati». Andriy Nebytov, il capo della polizia regionale di Kiev, ha raccontato al Guardian che «i corpi sono stati abbandonati nelle strade o hanno ricevuto sepolture sommarie». Sempre ieri, grazie al Times di Londra, si è saputo che in Ucraina sarebbero presenti le forze le forze speciali di Sua Maestà, con il preciso incarico di formare le truppe ucraine (anche all’uso delle nuove armi). Mosca ha reagito con due comunicazioni raggelanti: «Ulteriori aiuti occidentali provocheranno conseguenze imprevedibili» - e ancora - «l’assistenza militare all’Ucraina da parte dell’Occidente significa che è già cominciata la terza guerra mondiale». Il mistero della giornata invece riguarda Eduard Basurin, portavoce militare dei separatisti filorussi: nel pomeriggio sarebbe stato prelevato da agenti dell’Fsb a Mariupol. Negli scorsi giorni aveva parlato della possibilità di usare le armi chimiche. In serata Zelensky ha parlato al Kyiv Independent della possibile fine dei negoziati: «Mariupol potrebbe essere come dieci Borodyanka. L’eliminazione dei nostri militari porrà fine a tutti i negoziati. Non scambiamo i nostri territori e la nostra gente».
Un soldato iraniano passa davanti a un enorme cartellone pubblicitario anti-americano che fa riferimento al presidente degli Stati Uniti Donald Trump e allo Stretto di Hormuz in piazza Valiasr a Teheran (Ansa)
Sul piano diplomatico, l’Iran ha avanzato una nuova proposta agli Stati Uniti, trasmessa attraverso mediatori internazionali. Il piano prevede la riapertura della navigazione nello Stretto, la fine del blocco navale imposto da Washington e il rinvio del dossier nucleare a una fase successiva. Teheran si è detta pronta a riprendere i colloqui già nei prossimi giorni, indicando Islamabad come possibile sede del negoziato, a patto che gli Stati Uniti accettino almeno un alleggerimento delle sanzioni. La risposta americana, tuttavia, resta prudente. Donald Trump ha dichiarato di «non essere soddisfatto» della proposta iraniana, senza chiarire nel dettaglio i punti critici. Ieri Washington ha annunciato vendite di armi d’emergenza per oltre 8,6 miliardi di dollari a Israele, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, oltre alla fornitura di sistemi di difesa aerea a Qatar e Kuwait.
Mentre la diplomazia procede a rilento, cresce la pressione sul piano militare. Secondo fonti statunitensi, il Comando centrale (Centcom) avrebbe predisposto un piano per una serie di attacchi «rapidi e mirati» contro obiettivi iraniani, illustrato al presidente nel corso di un briefing riservato. Nella regione, la presenza militare americana è stata rafforzata, con la portaerei Abraham Lincoln e i suoi assetti operativi impegnati in attività di sorveglianza e deterrenza lungo le principali rotte marittime. Anche sul fronte politico interno emergono posizioni più dure: il senatore repubblicano Lindsey Graham ha invitato apertamente a un intervento più deciso, sostenendo che, per uscire dallo stallo, sia necessario «aprire lo Stretto», anche attraverso un’azione militare diretta. Intanto Washington continua a esercitare una forte pressione economica. Il Dipartimento del Tesoro ha avvertito le compagnie di navigazione che eventuali pagamenti all’Iran per ottenere un passaggio sicuro nello Stretto di Hormuz potrebbero comportare sanzioni. Teheran avrebbe infatti iniziato a offrire rotte alternative alle navi, spesso dietro compenso, creando un sistema parallelo di transito che gli Stati Uniti considerano illegittimo e contrario al diritto internazionale.
Le conseguenze del blocco sono già evidenti e incidono direttamente sulla capacità produttiva iraniana. Il calo delle esportazioni di petrolio, unito al rapido riempimento dei siti di stoccaggio, ha costretto il Paese a ridurre la produzione. Secondo quanto riportato da Bloomberg, Teheran ha scelto di intervenire in anticipo, tagliando l’estrazione per evitare di saturare completamente i depositi. Una strategia resa possibile dall’esperienza accumulata negli anni: i tecnici iraniani sono infatti in grado di sospendere l’attività dei pozzi senza danneggiarli e di riattivarli rapidamente quando le condizioni lo consentono. Nonostante queste difficoltà, la Cina continua a rappresentare uno sbocco fondamentale per il petrolio iraniano e ha ribadito di non voler rispettare le sanzioni statunitensi contro alcune raffinerie coinvolte negli acquisti. Sul fronte iraniano, il tono si fa sempre più duro e lascia intravedere il rischio di un ulteriore deterioramento della situazione. «È probabile una ripresa del conflitto tra Stati Uniti e Iran e i fatti hanno dimostrato che gli Usa non rispettano promesse né accordi», ha dichiarato Mohammad Jafar Asadi, ufficiale del comando Khatam al-Anbiya. «Le forze armate iraniane hanno preso in considerazione misure sorprendenti contro la bellicosità del nemico», ha aggiunto. La missione iraniana all’Onu invece accusa gli Usa di violare il Trattato di non proliferazione nucleare, definendo «ipocrita» la loro posizione: Washington, sostiene Teheran, non avrebbe rispettato per decenni gli obblighi di disarmo previsti dal Tnp. L’Iran afferma inoltre che non esistono limiti al livello di arricchimento dell’uranio se questo avviene sotto il controllo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica.
Sul versante opposto, anche Trump ha adottato toni sempre più aggressivi, arrivando a descrivere alcune operazioni come azioni «da pirati», pur rivendicandone l’efficacia. E, provocatoriamente, ha aggiunto: «Finito con l’Iran, prenderò il controllo di Cuba». Nelle ultime ore, una petroliera è stata sequestrata al largo delle coste dello Yemen da uomini armati non identificati, poi diretti verso la Somalia attraverso il Golfo di Aden. Un episodio che conferma il progressivo deterioramento della sicurezza marittima in una delle aree più sensibili.
In serata, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha riferito di aver avuto un colloquio telefonico con l’omologo iraniano, Abbas Araghchi, sottolineando «la forte preoccupazione dell’Italia e la necessità di evitare escalation e di intensificare il lavoro per il cessate il fuoco e la riapertura dello Stretto, anche per scongiurare conseguenze sulla sicurezza e la stabilità in Africa».
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Un gruppo di autonomisti che si era staccato dalla marcia del Primo maggio a Torino ha tentato di forzare il cordone di polizia davanti all'ex edificio Askatasuna occupato in Corso Regina Margherita (Ansa)
È il 22 giugno del 2020 e Giorgio Rossetto, capo carismatico del centro sociale Askatasuna, parla con un altro militante. Stanno discutendo della lotta No Tav e della mobilitazione che si prepara per l’estate. In particolare, in quei giorni i ragionamenti degli antagonisti si concentrano sulla occupazione del presidio dei Mulini, un’area a ridosso del nuovo cantiere Tav. L’obiettivo è chiarissimo: vogliono farsi sgomberare, e se possibile provocare una reazione dura da parte delle forze dell’ordine. Cercano lo scontro, anzi vogliono suscitato, in modo da passare per vittime e scatenare una reazione a livello nazionale contro gli sbirri fascisti.
I militanti sanno benissimo che la polizia non ha alcuna intenzione di usare la forza, lo ripetono più volte. Sono loro a dover spingere sull’acceleratore della violenza. Un metodo noto da tempo agli osservatori più attenti, ma che la gran parte dei media e della politica finge di non conoscere. Ora però non si può più fare finta di niente: i giochini sporchi di Askatasuna che emergono dalla carte (e che Sara Sonnessa di TorinoCronaca ha rivelato per prima) ora sono scoperti e non possono più essere trascurati. Anche perché il centro sociale continua a provocare scompiglio, come si è visto durante le manifestazioni dello scorso inverno e ancora l’altro ieri, quando gli antagonisti hanno deliberatamente cercato di rientrare nello stabile occupato da cui sono stati di recente sgomberati, arrivando all’ennesimo confronto duro con gli agenti.
Nelle conversazioni del 2020 si delinea perfettamente quale sia la strategia delle provocazione del centro sociale. Parlando della occupazione dell’area Mulini e dello sgombero che potrebbe avvenire, gli antagonisti spiegano che si deve assolutamente arrivare alle botte perché è una occasione «troppo ghiotta», che potrebbe consentire addirittura «di far saltare anche il governo». L’obiettivo è appunto quello di far capitare qualche disastro e di far finire la notizia «sui giornali», in modo da costringere i politici a intervenire. «Di Battista inizia a fare un cancan. Di Maio è obbligato a stargli dietro, son tutti obbligati, Renzi dall’altra parte», dicono i militanti. Insomma, bisogna cogliere «le occasioni che la storia ci presenta. [...] Basta... basta... basta un niente. [...] Se poi manchi il momento... poi il momento va a farsi fottere». Sembra che gli antagonisti puntino sul Movimento 5 stelle, cercando di spaccarlo sul tema Tav: «Si romperanno su sti argomenti qua», dicono. «Di Battista e gli altri vorranno andare per la loro strada, mica vogliono fare l’alleanza con il Pd come vuole fare Grillo e Di Maio. [...] Su questo argomento qui salta il governo perché se nasce qualcosa No Tav o Non No Tav di nuovo salta il governo perché poi tutti saranno obbligati a fare i No Tav, anche i più fetenti, quelli che proprio dicono quelli che adesso lavorano sotto banco, sai quelli che dicono alla De Micheli facciamo cosi, facciamo cosà».
Al di là dei discutibili ragionamenti politici, però, il nodo centrale è l’uso strumentale della violenza. Nelle conversazioni, gli attivisti sono consci che potranno ottenere un effetto solo se verranno sgomberati a forza. «Quella roba li funziona se ti tolgono di li in una certa maniera», si dicono. E ancora: «Adesso detto detto tra di noi, che li sgomberino... a noi ci torna solo in tasca un po’ di mobilitazione in valle». Sempre il 22 giugno del 2020 è un altro nome grosso di Askatasuna, Umberto Raviola, a spiegare che se gli agenti «attaccano il presidio mentre noi siamo li, meglio di così non ci può andare». Un altro militante, Andrea Bonadonna, pare dello stesso avviso. Spiega che se la polizia decide che «quel villaggetto lo dobbiamo sgomberare. E allora lì! Allora lì! Lì è un’altra cosa, lì si ragiona su altri livelli, cioè nel senso che lì diventa una roba di dominio nazionale perché bisogna che rimbalzino dappertutto le immagini di questa ennesima prepotenza». Il 23 e 24 giugno, gli antagonisti continuano a discutere dell’argomento. Qualcuno ragiona su come provocare attriti con le forze dell’ordine. «Se facciamo vedere anche che andiamo anche verso il cantiere... eh... eh... è sempre buono, anche perché questi vogliono evitare assolutamente la confrontazione... il benché minimo confrontazione eh...».
Ovviamente, il piano di provocazione deve rimanere una «strategia occulta», altrimenti la polizia se ne accorgerà. Dopo tutto, dice un attivista, «la polizia non ha voglia di fare niente tanto meno di picchiare dei vecchietti nei boschi». Il 27 giugno 2020 altri due militanti si parlano in maniera ancora più esplicita. Uno spiega a una compagna che, indipendentemente dalle modalità con cui verranno sgomberati i Mulini - «in maniera soft o in maniera dura» - l’atteggiamento antagonista dovrà essere identico: «La tua resistenza dovrà essere solo soft... noi ce la giochiamo soft... dobbiamo solo riprendere... nel momento in cui gli sbirri entrano... la loro funzione non è di fare resistenza... da lì filmi... chi è sugli alberi... c’è la manifestazione sui tetti... ci sarà chi filma... magari qualche celerino che quando scalcia un po’, si dimena un po’, una manganellata nello stomaco la dà. [...] Funzionano così ste robe e tu hai la gente sui tetti che riprende un... compagno portato via braccia e gambe con uno che gli dà una manganellata sullo stomaco [...]. Ti trovi cinquemila, diecimila persone in due settimane».
Lo stesso militante, in un momento di grande sincerità, spiega alla compagna come stiano davvero le cose: «Tu non lo puoi dire ma lo vogliamo dire quale sarebbe lo scenario migliore? Che entrano e spezzano delle gambe e che spezzano delle gambe magari anche a dei vecchi». Ecco il punto. Basta filmare tutto, filmare sempre e fare arrivare le immagini ai media. Magari spingere, provocando, per un intervento ruvido degli agenti, così da farli passare per macellai. La violenza è ricercata, si spera nello scontro e in un po’ di sangue. Bisogna, dice a un certo punto un militante, fare capire «a quelli del movimento che non c’è da fare tanti giri, basta passare 5 metri sotto di loro non intervengono, loro non intervengono, quindi che cazzo... tu devi solo fare... fai 100, 200 metri... 50 metri che ti vedono, non vengono, anzi se incontrano 50 persone nel sentiero se ne vanno loro, arretrano di brutto, solo l’idea di spingere per terra gli viene... perché poi rischiano il licenziamento oramai c’è anche sto terrore qui da parte dei poliziotti, perché basta una foto una ripresa ti sospendono dal lavoro e poi rischi il licenziamento».
Capito? Gli antagonisti sanno benissimo che la polizia ormai ha timore di intervenire, e bisogna sfruttare la situazione. Il quadro è cristallino: occorre provocare prima e dopo le manifestazioni, fare crescere la tensione, apparire più agguerriti per evitare che gli agenti si presentino in modo «soft» come già accaduto in occasione di altre manifestazioni in piazza Castello a Torino. Una volta sul posto, vicino al cantiere Tav, si deve operare per esasperare gli animi. E in ogni caso basta riprendere un piccolo atto più duro della polizia e far arrivare tutto ai media o sui social, così che sembri siano avvenute gravi violenze e anche la politica sia costretta a intervenire. Questa - spiegata in maniera molto netta - è la strategia della provocazione del centro sociale. Ricordatelo, la prossima volta che sentirete parlare di violenze di piazza e scontri.
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Piero Pelù (Ansa)
Ci sarebbero due guerre, la crisi economica, la violenza strisciante, le preoccupazioni delle famiglie. Ma occupazione, precariato e schiavitù di ritorno dei corrieri della pizza cominciano e finiscono nel titolo di testa: «Lavoro dignitoso». Poi, sventolata la doverosa coda di paglia, ecco stagliarsi il profilo di M declinato in tutte le salse anche senza Antonio Scurati nei paraggi. Il leader dei Litfiba la prende larga: «In fondo Mussolini è anche un morto sul lavoro, ma è un morto sanguinario e traditore». Poi è costretto a spiegare: «Con i suoi alleati sanguinari provocò una guerra con 80 milioni di morti (il numero è liquido come quello dei partecipanti alla kermesse, ndr). Fece anche qualcosa di buono? Di sicuro no, le leggi razziali».
Giusto ricordarle ai suoi fans dei centri sociali e dell’Anpi che una settimana fa hanno scacciato gli ebrei dai cortei del 25 aprile e hanno riaperto con orgoglio, da sinistra, la piaga dell’antisemitismo. Bisognerebbe approfondire ma Pelù segue il suo spartito mussoliniano: «Mentre scappava travestito da soldato tedesco fu scoperto dai partigiani e fucilato». Poiché la logica traballa e il popolo non balla, nella rivisitazione storica da terza elementare si inserisce Tomaso Montanari, l’Alessandro Barbero dei leonka, trasferito via Amazon dagli studios de La7 direttamente a Taranto, per l’altro concertone, che attualizza il tutto mostrando un collage con Giorgia Meloni e Benito.
«Fra loro c’è un lungo filo diretto, un lungo filo nero, si chiama fascismo. L’uno è la fonte d’ispirazione dell’altro. La storia ci insegna che quando il potere rappresenta se stesso mente sempre. Questo ritratto dobbiamo contestarlo, smontarlo, ne dobbiamo svelare la vera natura. Dobbiamo dire la verità su questo potere che si presenta bello, forte, cristiano, materno, italiano». Giovanni Donzelli (Fdi) liquida così il delirio senza neppure l’alibi dell’alcol: «È ossessionato, vede fascismo ovunque, se non rappresentasse un’istituzione accademica (la sfortunata Università di Pisa, ndr), ci sarebbe solo da ridere». Montanari non butta via niente: altro collage, altro premio. Le ultime banalità le riserva a Matteo Salvini: «Il volto pubblico del capo della Lega è una costruzione studiata, fatta di selfie a 32 denti, alternati a esibizioni di rosari, bagni di Nutella. Ma se lo guardiamo da vicino, ecco anche 400 fotografie che ritraggono altri corpi, quelli dei migranti respinti in mare».
Puro marketing per happy few, la prova generale delle feste de l’Unità che si perde fra gli sbadigli. Povero Concertone, è così moscio da far sentire la mancanza di Fedez. Non lo rianima Big Mama con il bacio gay, non Fra Quintale ricordandoci che «viviamo tempi bui», non Serena Brancale che omaggia il Che, non Madame che invita i giovani a divanarsi sempre più nel segno del reddito di cittadinanza («non sentitevi inutili se non siete produttivi»). C’è un sussulto con Geolier che ricorda i ragazzi «uccisi da un colpo di pistola». È il momento dell’eccitazione, mentre quello della depressione tocca ancora a Pelù, il nonno dei fiori, che teme il ritorno del nucleare e ricorda Chernobyl per ammonire il potere. Effettivamente senza energia elettrica si spegnerebbe anche il suo microfono, unico motivo per tifare il luddismo di ritorno.
Tutto procede secondo copione fra canne, lattine e slogan pro Pal, anche se qui il «dal fiume al mare» significa dal Tevere a Ostia lido. Viene voglia di fare un tuffo nella fontana di Trevi, ma sul palco si appalesa Levante con una curiosa maglietta: è pericolosamente nera però reca - con il font dei Metallica - il nome Mattarella. E allora anche noi borghesi insensibili capiamo tutto: da X Factor al Fattore M per approdare al Fattore Q. Come Quirinale. Per Re Sergio solo delikatessen da parte dei finti rivoluzionari da garage, con il refrain: «Servono persone oneste».
Qui un aggancio forte con la realtà ci sarebbe: perché il carissimo presidente ha dato la grazia a Nicole Minetti? Vogliamo chiederglielo dal palco con un ruggito? Niente. Tramontata la possibilità di intestare la faccenda a Carlo Nordio il tema si è inabissato. Quota periscopio, massima prudenza, silenzio assoluto. L’opposizione rockettara si fa melassa, diventa mosca cocchiera del potere più intoccabile. E recita il rosario preferito dal partito di riferimento che ascolta dalle finestre del Nazareno. «Questa è una festa, dobbiamo ballare». Ma stia zitto Fulminacci che continua a fare rima con Bombacci.
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