True
2022-04-17
Dal Colosseo alle università Kiev demolisce tutti i gesti che uniscono ucraini e russi
Ansa
«Amare il nemico», ha titolato l’Osservatore Romano commentando, in un editoriale, la precipitosa condanna dell’arcivescovo maggiore di Kiev, Svjatoslav Schevchuk, alla decisione della Santa Sede di far portare la croce a due donne, una ucraina e una russa, durante la Via crucis del Venerdì santo al Colosseo. Condanna estesa non solo ai «gesti» ma anche ai «testi», giudicati da Sua Beatitudine «incomprensibili e perfino offensivi», benché la meditazione preparata per la XIII stazione non fosse altro che un appello rivolto al Signore a «insegnarci a fare la pace e a non abbandonarci». L’organo ufficiale della Santa Sede ha tentato di ricomporre l’incidente diplomatico corroborando le parole di pace pronunciate, fin dall’inizio della guerra, da papa Francesco: «Queste due donne sono perfino riuscite a rinsaldare il vincolo umano e spirituale che le unisce, e spiegano che l’unica strada per uscire dalla guerra è quella del perdono e della riconciliazione». Cos’altro potrebbe dire chi davvero cerca la pace? Anche padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica, è intervenuto ricordando, a chi ha criticato l’abbraccio di due donne amiche, provenienti da nazioni in guerra l’una contro l’altra, che «Albina (russa) e Irina (ucraina) salvano il Vangelo e la cattolicità della Chiesa mettendola al riparo dal pantano dei nazionalismi. Insieme. In silenzio. In preghiera».
Ma il lavoro diplomatico dietro le quinte e gli appelli alla ragionevolezza non sono serviti ad appianare i dissidi: in Ucraina i media cattolici online come Ugcc Live Tv, la rivista cattolica Credo, Radio Maria ed Ewtn Ucraina, così come le tv nazionali ucraine, hanno deciso di non trasmettere la Via crucis in diretta dal Colosseo. L’agenzia di informazione Risu, rilanciata dall’agenzia della Cei, Sir, ha confermato che anche sulla sua pagina Web non sarebbe stata trasmessa, sottolineando - quasi a rivendicare il carattere ritorsivo della decisione - che «questi media hanno quasi sempre coperto tutti gli eventi importanti in Vaticano, come la consacrazione al Cuore ommacolato di Maria di Russia e Ucraina da parte del Pontefice». «Per politici ed ecclesiastici», ha constatato con amarezza Spadaro, «queste due donne (che idealmente rappresentano le due nazioni in conflitto) “devono” essere nemiche».
L’insofferenza verso le mine antidiplomatiche ucraine rischia di sconfinare dal Vaticano. Dopo il veto del ministero della Cultura ucraino su Ciaikovskij, che ha impedito all’Ukrainian classical ballet di portare in scena Il lago dei cigni in Italia, è arrivata la protesta del console onorario dell’Ucraina in Piemonte, Dario Arrigotti, contro l’università di Torino, «colpevole» di mettere a disposizione 20 borse di studio da 2.000 euro l’una per studenti russi e bielorussi «in grave situazione di difficoltà economica a seguito dell’insorgere della crisi internazionale ucraina»: «È quantomeno sorprendente equiparare lo stato di “grave difficoltà” degli studenti russi e bielorussi a quello degli studenti ucraini», ha dichiarato Arrigotti. «Nell’università si realizza il principale investimento nella pace», ha replicato con fermezza il rettore, Stefano Genua. «Il provvedimento è pienamente in linea con la missione costituzionale dell’università di garantire il diritto allo studio a chi ne sia privato», ad esempio anche gli studenti russi che «non possono prelevare né usare denaro, viste le sanzioni», ha osservato Guido Saracco, promotore di un identico bando al Politecnico di Torino, dove è rettore.
Con altrettanto fastidio è stata accolta, in Italia e nell’Occidente, la decisione del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di dichiarare pubblicamente il rieletto presidente della Repubblica federale tedesca, Frank Walter Steinmeier, «persona non grata», rifiutando l’offerta di un incontro. Commentando le reazioni a Berlino a seguito del suo rifiuto di invitare Steinmeier nella Capitale, Zelensky ha, se possibile, peggiorato la situazione: «Non abbiamo mai ricevuto richiesta ufficiale dal presidente federale e dal suo ufficio riguardo a una visita in Ucraina», ha dichiarato, ponendo una questione di «forma» nell’ambito di un quadro diplomatico già saltato da settimane. Non a caso, Steinmeier ha definito le frasi di Zelensky «irritanti, per usare un eufemismo». Zelensky è dunque riuscito nell’improbabile impresa di creare tensioni in un milieu occidentale unanimemente schierato in suo favore. Le richieste e le prese di posizione degli ucraini, a volte ingenuamente irruenti, sono ovviamente comprensibili e vanno inquadrate nel contesto bellico di Paese aggredito e in quello socioculturale di una guerra che lo stesso Zelensky gestisce anche sul filo della comunicazione social, non esattamente adatta a comporre questioni complesse perché basata sull’algoritmo e sulla comunicazione binaria (citofonare Italia).
C’è però da dire che l’Occidente (a cominciare dal presidente americano, Joe Biden), che all’Ucraina doveva dare il buon esempio, non è riuscito a impartire in questi primi 50 giorni di guerra alcuna «lezione di pace», né tantomeno di diplomazia. Sarà complicato, per il presidente ucraino, ricomporre questi piccoli-grandi dissidi diplomatici che lo collocano attualmente - e chissà per quanto tempo ancora - nel mortificante ruolo del capo di Stato subalterno e già di fatto commissariato.
A Mariupol la vendetta per il Moskva. Zelensky: «Se cade niente negoziati»
È arrivata nella giornata di ieri la risposta russa all’affondamento dell’incrociatore Moskva, colpito e affondato giovedì. Il Cremlino non ha più parlato della vicenda ma è partita la caccia al colpevole nella Marina e tra gli ammiragli che hanno sottovalutato la capacità di reazione e gli armamenti degli ucraini.
La cinquantaduesima giornata di guerra, che è iniziata intorno alle 4 del mattino, ha visto suonare le sirene d’allarme antiaeree in alcune città dell’Ucraina centrale, orientale e meridionale tra le quali Dnipropetrovsk, Kryvyi Rih, Zaporizhzhia, Cherkasy, Donetsk, Odessa, Kharkiv, Poltava e Mykolaiv. Mentre a Mariupol, secondo un consigliere del sindaco della città, Petro Andryushchenko, «i russi stanno raccogliendo tutti gli uomini e li trasferiscono a Bezimenne, un villaggio del Donetsk sotto il loro controllo». Un fatto che le autorità della città, diventata un cumulo di macerie, hanno confermato sul loro canale Telegram, dove hanno raccontato che agli uomini vengono sequestrati i documenti personali in attesa di decisioni: «Stanno compiendo una intensa “pulizia” degli uomini, abbiamo le prime conferme».
Bombe anche sul distretto di Kiev dove si registra un morto e numerosi feriti nel Sudest della Capitale, dove è stata presa di mira una fabbrica di armi. Il sindaco, Vitali Klitschko, è certo che i russi intensificheranno i bombardamenti su Kiev: «Non è un segreto che un generale russo abbia recentemente affermato di essere pronto per attacchi missilistici contro la Capitale». Klitschko ha lanciato un accorato appello alla popolazione, che è riuscita a fuggire affinché non torni, almeno per il momento: «Non ignorate gli allarmi aerei. E a coloro che se ne sono andati e stanno già facendo ritorno nella Capitale, vi chiedo di evitarlo e restare in un posto più sicuro».
Combattimenti feroci si sono registrati nella regione di Zaporizhya, dove sono state bombardate non solo le strutture militari ma anche case, ospedali e le scuole e, secondo quanto dichiarato da Artur Krupsky, capo dell’amministrazione del distretto di Polog, tra le vittime c’è anche un bambino di 12 anni che si aggiunge agli altri 200 che hanno perso la vita fino a oggi nel conflitto. Cinque morti e una ventina di feriti a Mykolaiv (Ucraina meridionale), mentre le bombe continuano a cadere nell’Est del Paese e in particolare a Derhachi, Balakliia e Zolochiv.
Per tornare a Kiev, nella tarda mattinata di ieri, l’Associated Press ha riferito che le 900 persone morte nella regione di Kiev sarebbero state per il 95% dei casi vittime di esecuzioni sommarie: «La presenza di ferite d’arma da fuoco indica che molti sono stati semplicemente giustiziati». Andriy Nebytov, il capo della polizia regionale di Kiev, ha raccontato al Guardian che «i corpi sono stati abbandonati nelle strade o hanno ricevuto sepolture sommarie». Sempre ieri, grazie al Times di Londra, si è saputo che in Ucraina sarebbero presenti le forze le forze speciali di Sua Maestà, con il preciso incarico di formare le truppe ucraine (anche all’uso delle nuove armi). Mosca ha reagito con due comunicazioni raggelanti: «Ulteriori aiuti occidentali provocheranno conseguenze imprevedibili» - e ancora - «l’assistenza militare all’Ucraina da parte dell’Occidente significa che è già cominciata la terza guerra mondiale».
Il mistero della giornata invece riguarda Eduard Basurin, portavoce militare dei separatisti filorussi: nel pomeriggio sarebbe stato prelevato da agenti dell’Fsb a Mariupol. Negli scorsi giorni aveva parlato della possibilità di usare le armi chimiche.
In serata Zelensky ha parlato al Kyiv Independent della possibile fine dei negoziati: «Mariupol potrebbe essere come dieci Borodyanka. L’eliminazione dei nostri militari porrà fine a tutti i negoziati. Non scambiamo i nostri territori e la nostra gente».
Continua a leggereRiduci
Dopo i veti su Pëtr Il'ič Ciaikovskij, oscurata dai media in patria la Via crucis papale all’insegna della fratellanza. Critiche all’ateneo di Torino che aiuta gli studenti, senza distinzioni.Rastrellamenti dei militari in corso a Mariupol. Pioggia di bombe sulla Capitale.Lo speciale contiene due articoli.«Amare il nemico», ha titolato l’Osservatore Romano commentando, in un editoriale, la precipitosa condanna dell’arcivescovo maggiore di Kiev, Svjatoslav Schevchuk, alla decisione della Santa Sede di far portare la croce a due donne, una ucraina e una russa, durante la Via crucis del Venerdì santo al Colosseo. Condanna estesa non solo ai «gesti» ma anche ai «testi», giudicati da Sua Beatitudine «incomprensibili e perfino offensivi», benché la meditazione preparata per la XIII stazione non fosse altro che un appello rivolto al Signore a «insegnarci a fare la pace e a non abbandonarci». L’organo ufficiale della Santa Sede ha tentato di ricomporre l’incidente diplomatico corroborando le parole di pace pronunciate, fin dall’inizio della guerra, da papa Francesco: «Queste due donne sono perfino riuscite a rinsaldare il vincolo umano e spirituale che le unisce, e spiegano che l’unica strada per uscire dalla guerra è quella del perdono e della riconciliazione». Cos’altro potrebbe dire chi davvero cerca la pace? Anche padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica, è intervenuto ricordando, a chi ha criticato l’abbraccio di due donne amiche, provenienti da nazioni in guerra l’una contro l’altra, che «Albina (russa) e Irina (ucraina) salvano il Vangelo e la cattolicità della Chiesa mettendola al riparo dal pantano dei nazionalismi. Insieme. In silenzio. In preghiera». Ma il lavoro diplomatico dietro le quinte e gli appelli alla ragionevolezza non sono serviti ad appianare i dissidi: in Ucraina i media cattolici online come Ugcc Live Tv, la rivista cattolica Credo, Radio Maria ed Ewtn Ucraina, così come le tv nazionali ucraine, hanno deciso di non trasmettere la Via crucis in diretta dal Colosseo. L’agenzia di informazione Risu, rilanciata dall’agenzia della Cei, Sir, ha confermato che anche sulla sua pagina Web non sarebbe stata trasmessa, sottolineando - quasi a rivendicare il carattere ritorsivo della decisione - che «questi media hanno quasi sempre coperto tutti gli eventi importanti in Vaticano, come la consacrazione al Cuore ommacolato di Maria di Russia e Ucraina da parte del Pontefice». «Per politici ed ecclesiastici», ha constatato con amarezza Spadaro, «queste due donne (che idealmente rappresentano le due nazioni in conflitto) “devono” essere nemiche».L’insofferenza verso le mine antidiplomatiche ucraine rischia di sconfinare dal Vaticano. Dopo il veto del ministero della Cultura ucraino su Ciaikovskij, che ha impedito all’Ukrainian classical ballet di portare in scena Il lago dei cigni in Italia, è arrivata la protesta del console onorario dell’Ucraina in Piemonte, Dario Arrigotti, contro l’università di Torino, «colpevole» di mettere a disposizione 20 borse di studio da 2.000 euro l’una per studenti russi e bielorussi «in grave situazione di difficoltà economica a seguito dell’insorgere della crisi internazionale ucraina»: «È quantomeno sorprendente equiparare lo stato di “grave difficoltà” degli studenti russi e bielorussi a quello degli studenti ucraini», ha dichiarato Arrigotti. «Nell’università si realizza il principale investimento nella pace», ha replicato con fermezza il rettore, Stefano Genua. «Il provvedimento è pienamente in linea con la missione costituzionale dell’università di garantire il diritto allo studio a chi ne sia privato», ad esempio anche gli studenti russi che «non possono prelevare né usare denaro, viste le sanzioni», ha osservato Guido Saracco, promotore di un identico bando al Politecnico di Torino, dove è rettore. Con altrettanto fastidio è stata accolta, in Italia e nell’Occidente, la decisione del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di dichiarare pubblicamente il rieletto presidente della Repubblica federale tedesca, Frank Walter Steinmeier, «persona non grata», rifiutando l’offerta di un incontro. Commentando le reazioni a Berlino a seguito del suo rifiuto di invitare Steinmeier nella Capitale, Zelensky ha, se possibile, peggiorato la situazione: «Non abbiamo mai ricevuto richiesta ufficiale dal presidente federale e dal suo ufficio riguardo a una visita in Ucraina», ha dichiarato, ponendo una questione di «forma» nell’ambito di un quadro diplomatico già saltato da settimane. Non a caso, Steinmeier ha definito le frasi di Zelensky «irritanti, per usare un eufemismo». Zelensky è dunque riuscito nell’improbabile impresa di creare tensioni in un milieu occidentale unanimemente schierato in suo favore. Le richieste e le prese di posizione degli ucraini, a volte ingenuamente irruenti, sono ovviamente comprensibili e vanno inquadrate nel contesto bellico di Paese aggredito e in quello socioculturale di una guerra che lo stesso Zelensky gestisce anche sul filo della comunicazione social, non esattamente adatta a comporre questioni complesse perché basata sull’algoritmo e sulla comunicazione binaria (citofonare Italia). C’è però da dire che l’Occidente (a cominciare dal presidente americano, Joe Biden), che all’Ucraina doveva dare il buon esempio, non è riuscito a impartire in questi primi 50 giorni di guerra alcuna «lezione di pace», né tantomeno di diplomazia. Sarà complicato, per il presidente ucraino, ricomporre questi piccoli-grandi dissidi diplomatici che lo collocano attualmente - e chissà per quanto tempo ancora - nel mortificante ruolo del capo di Stato subalterno e già di fatto commissariato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kiev-gesti-uniscono-ucraini-russi-2657165746.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-mariupol-la-vendetta-per-il-moskva-zelensky-se-cade-niente-negoziati" data-post-id="2657165746" data-published-at="1650135068" data-use-pagination="False"> A Mariupol la vendetta per il Moskva. Zelensky: «Se cade niente negoziati» È arrivata nella giornata di ieri la risposta russa all’affondamento dell’incrociatore Moskva, colpito e affondato giovedì. Il Cremlino non ha più parlato della vicenda ma è partita la caccia al colpevole nella Marina e tra gli ammiragli che hanno sottovalutato la capacità di reazione e gli armamenti degli ucraini. La cinquantaduesima giornata di guerra, che è iniziata intorno alle 4 del mattino, ha visto suonare le sirene d’allarme antiaeree in alcune città dell’Ucraina centrale, orientale e meridionale tra le quali Dnipropetrovsk, Kryvyi Rih, Zaporizhzhia, Cherkasy, Donetsk, Odessa, Kharkiv, Poltava e Mykolaiv. Mentre a Mariupol, secondo un consigliere del sindaco della città, Petro Andryushchenko, «i russi stanno raccogliendo tutti gli uomini e li trasferiscono a Bezimenne, un villaggio del Donetsk sotto il loro controllo». Un fatto che le autorità della città, diventata un cumulo di macerie, hanno confermato sul loro canale Telegram, dove hanno raccontato che agli uomini vengono sequestrati i documenti personali in attesa di decisioni: «Stanno compiendo una intensa “pulizia” degli uomini, abbiamo le prime conferme». Bombe anche sul distretto di Kiev dove si registra un morto e numerosi feriti nel Sudest della Capitale, dove è stata presa di mira una fabbrica di armi. Il sindaco, Vitali Klitschko, è certo che i russi intensificheranno i bombardamenti su Kiev: «Non è un segreto che un generale russo abbia recentemente affermato di essere pronto per attacchi missilistici contro la Capitale». Klitschko ha lanciato un accorato appello alla popolazione, che è riuscita a fuggire affinché non torni, almeno per il momento: «Non ignorate gli allarmi aerei. E a coloro che se ne sono andati e stanno già facendo ritorno nella Capitale, vi chiedo di evitarlo e restare in un posto più sicuro». Combattimenti feroci si sono registrati nella regione di Zaporizhya, dove sono state bombardate non solo le strutture militari ma anche case, ospedali e le scuole e, secondo quanto dichiarato da Artur Krupsky, capo dell’amministrazione del distretto di Polog, tra le vittime c’è anche un bambino di 12 anni che si aggiunge agli altri 200 che hanno perso la vita fino a oggi nel conflitto. Cinque morti e una ventina di feriti a Mykolaiv (Ucraina meridionale), mentre le bombe continuano a cadere nell’Est del Paese e in particolare a Derhachi, Balakliia e Zolochiv. Per tornare a Kiev, nella tarda mattinata di ieri, l’Associated Press ha riferito che le 900 persone morte nella regione di Kiev sarebbero state per il 95% dei casi vittime di esecuzioni sommarie: «La presenza di ferite d’arma da fuoco indica che molti sono stati semplicemente giustiziati». Andriy Nebytov, il capo della polizia regionale di Kiev, ha raccontato al Guardian che «i corpi sono stati abbandonati nelle strade o hanno ricevuto sepolture sommarie». Sempre ieri, grazie al Times di Londra, si è saputo che in Ucraina sarebbero presenti le forze le forze speciali di Sua Maestà, con il preciso incarico di formare le truppe ucraine (anche all’uso delle nuove armi). Mosca ha reagito con due comunicazioni raggelanti: «Ulteriori aiuti occidentali provocheranno conseguenze imprevedibili» - e ancora - «l’assistenza militare all’Ucraina da parte dell’Occidente significa che è già cominciata la terza guerra mondiale». Il mistero della giornata invece riguarda Eduard Basurin, portavoce militare dei separatisti filorussi: nel pomeriggio sarebbe stato prelevato da agenti dell’Fsb a Mariupol. Negli scorsi giorni aveva parlato della possibilità di usare le armi chimiche. In serata Zelensky ha parlato al Kyiv Independent della possibile fine dei negoziati: «Mariupol potrebbe essere come dieci Borodyanka. L’eliminazione dei nostri militari porrà fine a tutti i negoziati. Non scambiamo i nostri territori e la nostra gente».
Achille Lauro e Laura Pausini sul palco dell'Ariston (Ansa)
Seconda serata del Festival di Sanremo 2026 tra musica, ospiti e momenti di spettacolo più o meno riusciti. Sul palco dell’Ariston si alternano cantanti, co-conduttori e incursioni comiche: queste le pagelle ai protagonisti della serata.
Laura Pausini 8 Più che spalla, padrona di casa. Conti le concede l’apertura e ripaga la fiducia. A proprio agio anche da conduttrice, s’improvvisa corista dell’Anffas. Lo stile pop porta spontaneità al protocollo. Disinvolta.
Patty Pravo 5 Santi e peccatori/ Naviganti e sognatori. L’unicità di ogni essere umano, come la sua all’Ariston, ultima resistente dell’era beat. Proprio indispensabile?
Achille Lauro 7,5 Accolto dal tifo organizzato. La sua Perdutamente, intonata al funerale di Achille Barosi, morto nel rogo del Constellation, canta la precarietà umana. E se bastasse una notte, sì, per farci sparire/ Cancellarci in un lampo come un meteorite. Momento clou con coro lirico. E un pizzico d’enfasi di troppo.
Lillo 6,5 Si finge apprendista presentatore. Infila i luoghi comuni del mestiere, la «splendida cornice», il «voltiamo pagina», il «proprio su questo palcoscenico»… Si dilunga, imposta la voce attoriale, esagera con l’enfasi. Autoironico.
Vincenzo De Lucia 4 La performance meno riuscita del Festival. L’imitazione di Laura Pausini non è credibile e soprattutto non diverte. Conti fa il finto tonto. Gli autori dove sono? Numero da oratorio.
Elettra Lamborghini 6 Media voto tra Voilà, esile canzonzina da spiaggia sostenuta dal balletto glamour, e la protesta fuori programma contro le «festine bilaterali» che l’hanno costretta alla notte insonne. Il fuori palco irrompe sul palco. Strappacopione.
Francesca Lollobrigida, Lisa Vittozzi 6 Vincitrici di tre ori olimpici, emozionate più che sul ghiaccio e sulla neve di Milano Cortina. Dove stanno per cimentarsi anche gli atleti paralimpici. Non manca l’onnipresente ex presidente del Coni, Giovanni Malagò. Passaggio del testimone, forzato, da un evento all’altro.
Levante 7 Sei tu, la più difficile delle canzoni in gara. Recitata, sussurrata, commossa. Se l’amore sei tu/ Ma ho già perso il controllo/ Non mi segue più il corpo. Un brano romantico vecchia maniera, scritto da sola. Cantautrice ispirata.
Continua a leggereRiduci
A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
Continua a leggereRiduci
Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
Continua a leggereRiduci