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2022-04-17
Dal Colosseo alle università Kiev demolisce tutti i gesti che uniscono ucraini e russi
Ansa
«Amare il nemico», ha titolato l’Osservatore Romano commentando, in un editoriale, la precipitosa condanna dell’arcivescovo maggiore di Kiev, Svjatoslav Schevchuk, alla decisione della Santa Sede di far portare la croce a due donne, una ucraina e una russa, durante la Via crucis del Venerdì santo al Colosseo. Condanna estesa non solo ai «gesti» ma anche ai «testi», giudicati da Sua Beatitudine «incomprensibili e perfino offensivi», benché la meditazione preparata per la XIII stazione non fosse altro che un appello rivolto al Signore a «insegnarci a fare la pace e a non abbandonarci». L’organo ufficiale della Santa Sede ha tentato di ricomporre l’incidente diplomatico corroborando le parole di pace pronunciate, fin dall’inizio della guerra, da papa Francesco: «Queste due donne sono perfino riuscite a rinsaldare il vincolo umano e spirituale che le unisce, e spiegano che l’unica strada per uscire dalla guerra è quella del perdono e della riconciliazione». Cos’altro potrebbe dire chi davvero cerca la pace? Anche padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica, è intervenuto ricordando, a chi ha criticato l’abbraccio di due donne amiche, provenienti da nazioni in guerra l’una contro l’altra, che «Albina (russa) e Irina (ucraina) salvano il Vangelo e la cattolicità della Chiesa mettendola al riparo dal pantano dei nazionalismi. Insieme. In silenzio. In preghiera».
Ma il lavoro diplomatico dietro le quinte e gli appelli alla ragionevolezza non sono serviti ad appianare i dissidi: in Ucraina i media cattolici online come Ugcc Live Tv, la rivista cattolica Credo, Radio Maria ed Ewtn Ucraina, così come le tv nazionali ucraine, hanno deciso di non trasmettere la Via crucis in diretta dal Colosseo. L’agenzia di informazione Risu, rilanciata dall’agenzia della Cei, Sir, ha confermato che anche sulla sua pagina Web non sarebbe stata trasmessa, sottolineando - quasi a rivendicare il carattere ritorsivo della decisione - che «questi media hanno quasi sempre coperto tutti gli eventi importanti in Vaticano, come la consacrazione al Cuore ommacolato di Maria di Russia e Ucraina da parte del Pontefice». «Per politici ed ecclesiastici», ha constatato con amarezza Spadaro, «queste due donne (che idealmente rappresentano le due nazioni in conflitto) “devono” essere nemiche».
L’insofferenza verso le mine antidiplomatiche ucraine rischia di sconfinare dal Vaticano. Dopo il veto del ministero della Cultura ucraino su Ciaikovskij, che ha impedito all’Ukrainian classical ballet di portare in scena Il lago dei cigni in Italia, è arrivata la protesta del console onorario dell’Ucraina in Piemonte, Dario Arrigotti, contro l’università di Torino, «colpevole» di mettere a disposizione 20 borse di studio da 2.000 euro l’una per studenti russi e bielorussi «in grave situazione di difficoltà economica a seguito dell’insorgere della crisi internazionale ucraina»: «È quantomeno sorprendente equiparare lo stato di “grave difficoltà” degli studenti russi e bielorussi a quello degli studenti ucraini», ha dichiarato Arrigotti. «Nell’università si realizza il principale investimento nella pace», ha replicato con fermezza il rettore, Stefano Genua. «Il provvedimento è pienamente in linea con la missione costituzionale dell’università di garantire il diritto allo studio a chi ne sia privato», ad esempio anche gli studenti russi che «non possono prelevare né usare denaro, viste le sanzioni», ha osservato Guido Saracco, promotore di un identico bando al Politecnico di Torino, dove è rettore.
Con altrettanto fastidio è stata accolta, in Italia e nell’Occidente, la decisione del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di dichiarare pubblicamente il rieletto presidente della Repubblica federale tedesca, Frank Walter Steinmeier, «persona non grata», rifiutando l’offerta di un incontro. Commentando le reazioni a Berlino a seguito del suo rifiuto di invitare Steinmeier nella Capitale, Zelensky ha, se possibile, peggiorato la situazione: «Non abbiamo mai ricevuto richiesta ufficiale dal presidente federale e dal suo ufficio riguardo a una visita in Ucraina», ha dichiarato, ponendo una questione di «forma» nell’ambito di un quadro diplomatico già saltato da settimane. Non a caso, Steinmeier ha definito le frasi di Zelensky «irritanti, per usare un eufemismo». Zelensky è dunque riuscito nell’improbabile impresa di creare tensioni in un milieu occidentale unanimemente schierato in suo favore. Le richieste e le prese di posizione degli ucraini, a volte ingenuamente irruenti, sono ovviamente comprensibili e vanno inquadrate nel contesto bellico di Paese aggredito e in quello socioculturale di una guerra che lo stesso Zelensky gestisce anche sul filo della comunicazione social, non esattamente adatta a comporre questioni complesse perché basata sull’algoritmo e sulla comunicazione binaria (citofonare Italia).
C’è però da dire che l’Occidente (a cominciare dal presidente americano, Joe Biden), che all’Ucraina doveva dare il buon esempio, non è riuscito a impartire in questi primi 50 giorni di guerra alcuna «lezione di pace», né tantomeno di diplomazia. Sarà complicato, per il presidente ucraino, ricomporre questi piccoli-grandi dissidi diplomatici che lo collocano attualmente - e chissà per quanto tempo ancora - nel mortificante ruolo del capo di Stato subalterno e già di fatto commissariato.
A Mariupol la vendetta per il Moskva. Zelensky: «Se cade niente negoziati»
È arrivata nella giornata di ieri la risposta russa all’affondamento dell’incrociatore Moskva, colpito e affondato giovedì. Il Cremlino non ha più parlato della vicenda ma è partita la caccia al colpevole nella Marina e tra gli ammiragli che hanno sottovalutato la capacità di reazione e gli armamenti degli ucraini.
La cinquantaduesima giornata di guerra, che è iniziata intorno alle 4 del mattino, ha visto suonare le sirene d’allarme antiaeree in alcune città dell’Ucraina centrale, orientale e meridionale tra le quali Dnipropetrovsk, Kryvyi Rih, Zaporizhzhia, Cherkasy, Donetsk, Odessa, Kharkiv, Poltava e Mykolaiv. Mentre a Mariupol, secondo un consigliere del sindaco della città, Petro Andryushchenko, «i russi stanno raccogliendo tutti gli uomini e li trasferiscono a Bezimenne, un villaggio del Donetsk sotto il loro controllo». Un fatto che le autorità della città, diventata un cumulo di macerie, hanno confermato sul loro canale Telegram, dove hanno raccontato che agli uomini vengono sequestrati i documenti personali in attesa di decisioni: «Stanno compiendo una intensa “pulizia” degli uomini, abbiamo le prime conferme».
Bombe anche sul distretto di Kiev dove si registra un morto e numerosi feriti nel Sudest della Capitale, dove è stata presa di mira una fabbrica di armi. Il sindaco, Vitali Klitschko, è certo che i russi intensificheranno i bombardamenti su Kiev: «Non è un segreto che un generale russo abbia recentemente affermato di essere pronto per attacchi missilistici contro la Capitale». Klitschko ha lanciato un accorato appello alla popolazione, che è riuscita a fuggire affinché non torni, almeno per il momento: «Non ignorate gli allarmi aerei. E a coloro che se ne sono andati e stanno già facendo ritorno nella Capitale, vi chiedo di evitarlo e restare in un posto più sicuro».
Combattimenti feroci si sono registrati nella regione di Zaporizhya, dove sono state bombardate non solo le strutture militari ma anche case, ospedali e le scuole e, secondo quanto dichiarato da Artur Krupsky, capo dell’amministrazione del distretto di Polog, tra le vittime c’è anche un bambino di 12 anni che si aggiunge agli altri 200 che hanno perso la vita fino a oggi nel conflitto. Cinque morti e una ventina di feriti a Mykolaiv (Ucraina meridionale), mentre le bombe continuano a cadere nell’Est del Paese e in particolare a Derhachi, Balakliia e Zolochiv.
Per tornare a Kiev, nella tarda mattinata di ieri, l’Associated Press ha riferito che le 900 persone morte nella regione di Kiev sarebbero state per il 95% dei casi vittime di esecuzioni sommarie: «La presenza di ferite d’arma da fuoco indica che molti sono stati semplicemente giustiziati». Andriy Nebytov, il capo della polizia regionale di Kiev, ha raccontato al Guardian che «i corpi sono stati abbandonati nelle strade o hanno ricevuto sepolture sommarie». Sempre ieri, grazie al Times di Londra, si è saputo che in Ucraina sarebbero presenti le forze le forze speciali di Sua Maestà, con il preciso incarico di formare le truppe ucraine (anche all’uso delle nuove armi). Mosca ha reagito con due comunicazioni raggelanti: «Ulteriori aiuti occidentali provocheranno conseguenze imprevedibili» - e ancora - «l’assistenza militare all’Ucraina da parte dell’Occidente significa che è già cominciata la terza guerra mondiale».
Il mistero della giornata invece riguarda Eduard Basurin, portavoce militare dei separatisti filorussi: nel pomeriggio sarebbe stato prelevato da agenti dell’Fsb a Mariupol. Negli scorsi giorni aveva parlato della possibilità di usare le armi chimiche.
In serata Zelensky ha parlato al Kyiv Independent della possibile fine dei negoziati: «Mariupol potrebbe essere come dieci Borodyanka. L’eliminazione dei nostri militari porrà fine a tutti i negoziati. Non scambiamo i nostri territori e la nostra gente».
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Dopo i veti su Pëtr Il'ič Ciaikovskij, oscurata dai media in patria la Via crucis papale all’insegna della fratellanza. Critiche all’ateneo di Torino che aiuta gli studenti, senza distinzioni.Rastrellamenti dei militari in corso a Mariupol. Pioggia di bombe sulla Capitale.Lo speciale contiene due articoli.«Amare il nemico», ha titolato l’Osservatore Romano commentando, in un editoriale, la precipitosa condanna dell’arcivescovo maggiore di Kiev, Svjatoslav Schevchuk, alla decisione della Santa Sede di far portare la croce a due donne, una ucraina e una russa, durante la Via crucis del Venerdì santo al Colosseo. Condanna estesa non solo ai «gesti» ma anche ai «testi», giudicati da Sua Beatitudine «incomprensibili e perfino offensivi», benché la meditazione preparata per la XIII stazione non fosse altro che un appello rivolto al Signore a «insegnarci a fare la pace e a non abbandonarci». L’organo ufficiale della Santa Sede ha tentato di ricomporre l’incidente diplomatico corroborando le parole di pace pronunciate, fin dall’inizio della guerra, da papa Francesco: «Queste due donne sono perfino riuscite a rinsaldare il vincolo umano e spirituale che le unisce, e spiegano che l’unica strada per uscire dalla guerra è quella del perdono e della riconciliazione». Cos’altro potrebbe dire chi davvero cerca la pace? Anche padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica, è intervenuto ricordando, a chi ha criticato l’abbraccio di due donne amiche, provenienti da nazioni in guerra l’una contro l’altra, che «Albina (russa) e Irina (ucraina) salvano il Vangelo e la cattolicità della Chiesa mettendola al riparo dal pantano dei nazionalismi. Insieme. In silenzio. In preghiera». Ma il lavoro diplomatico dietro le quinte e gli appelli alla ragionevolezza non sono serviti ad appianare i dissidi: in Ucraina i media cattolici online come Ugcc Live Tv, la rivista cattolica Credo, Radio Maria ed Ewtn Ucraina, così come le tv nazionali ucraine, hanno deciso di non trasmettere la Via crucis in diretta dal Colosseo. L’agenzia di informazione Risu, rilanciata dall’agenzia della Cei, Sir, ha confermato che anche sulla sua pagina Web non sarebbe stata trasmessa, sottolineando - quasi a rivendicare il carattere ritorsivo della decisione - che «questi media hanno quasi sempre coperto tutti gli eventi importanti in Vaticano, come la consacrazione al Cuore ommacolato di Maria di Russia e Ucraina da parte del Pontefice». «Per politici ed ecclesiastici», ha constatato con amarezza Spadaro, «queste due donne (che idealmente rappresentano le due nazioni in conflitto) “devono” essere nemiche».L’insofferenza verso le mine antidiplomatiche ucraine rischia di sconfinare dal Vaticano. Dopo il veto del ministero della Cultura ucraino su Ciaikovskij, che ha impedito all’Ukrainian classical ballet di portare in scena Il lago dei cigni in Italia, è arrivata la protesta del console onorario dell’Ucraina in Piemonte, Dario Arrigotti, contro l’università di Torino, «colpevole» di mettere a disposizione 20 borse di studio da 2.000 euro l’una per studenti russi e bielorussi «in grave situazione di difficoltà economica a seguito dell’insorgere della crisi internazionale ucraina»: «È quantomeno sorprendente equiparare lo stato di “grave difficoltà” degli studenti russi e bielorussi a quello degli studenti ucraini», ha dichiarato Arrigotti. «Nell’università si realizza il principale investimento nella pace», ha replicato con fermezza il rettore, Stefano Genua. «Il provvedimento è pienamente in linea con la missione costituzionale dell’università di garantire il diritto allo studio a chi ne sia privato», ad esempio anche gli studenti russi che «non possono prelevare né usare denaro, viste le sanzioni», ha osservato Guido Saracco, promotore di un identico bando al Politecnico di Torino, dove è rettore. Con altrettanto fastidio è stata accolta, in Italia e nell’Occidente, la decisione del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di dichiarare pubblicamente il rieletto presidente della Repubblica federale tedesca, Frank Walter Steinmeier, «persona non grata», rifiutando l’offerta di un incontro. Commentando le reazioni a Berlino a seguito del suo rifiuto di invitare Steinmeier nella Capitale, Zelensky ha, se possibile, peggiorato la situazione: «Non abbiamo mai ricevuto richiesta ufficiale dal presidente federale e dal suo ufficio riguardo a una visita in Ucraina», ha dichiarato, ponendo una questione di «forma» nell’ambito di un quadro diplomatico già saltato da settimane. Non a caso, Steinmeier ha definito le frasi di Zelensky «irritanti, per usare un eufemismo». Zelensky è dunque riuscito nell’improbabile impresa di creare tensioni in un milieu occidentale unanimemente schierato in suo favore. Le richieste e le prese di posizione degli ucraini, a volte ingenuamente irruenti, sono ovviamente comprensibili e vanno inquadrate nel contesto bellico di Paese aggredito e in quello socioculturale di una guerra che lo stesso Zelensky gestisce anche sul filo della comunicazione social, non esattamente adatta a comporre questioni complesse perché basata sull’algoritmo e sulla comunicazione binaria (citofonare Italia). C’è però da dire che l’Occidente (a cominciare dal presidente americano, Joe Biden), che all’Ucraina doveva dare il buon esempio, non è riuscito a impartire in questi primi 50 giorni di guerra alcuna «lezione di pace», né tantomeno di diplomazia. Sarà complicato, per il presidente ucraino, ricomporre questi piccoli-grandi dissidi diplomatici che lo collocano attualmente - e chissà per quanto tempo ancora - nel mortificante ruolo del capo di Stato subalterno e già di fatto commissariato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kiev-gesti-uniscono-ucraini-russi-2657165746.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-mariupol-la-vendetta-per-il-moskva-zelensky-se-cade-niente-negoziati" data-post-id="2657165746" data-published-at="1650135068" data-use-pagination="False"> A Mariupol la vendetta per il Moskva. Zelensky: «Se cade niente negoziati» È arrivata nella giornata di ieri la risposta russa all’affondamento dell’incrociatore Moskva, colpito e affondato giovedì. Il Cremlino non ha più parlato della vicenda ma è partita la caccia al colpevole nella Marina e tra gli ammiragli che hanno sottovalutato la capacità di reazione e gli armamenti degli ucraini. La cinquantaduesima giornata di guerra, che è iniziata intorno alle 4 del mattino, ha visto suonare le sirene d’allarme antiaeree in alcune città dell’Ucraina centrale, orientale e meridionale tra le quali Dnipropetrovsk, Kryvyi Rih, Zaporizhzhia, Cherkasy, Donetsk, Odessa, Kharkiv, Poltava e Mykolaiv. Mentre a Mariupol, secondo un consigliere del sindaco della città, Petro Andryushchenko, «i russi stanno raccogliendo tutti gli uomini e li trasferiscono a Bezimenne, un villaggio del Donetsk sotto il loro controllo». Un fatto che le autorità della città, diventata un cumulo di macerie, hanno confermato sul loro canale Telegram, dove hanno raccontato che agli uomini vengono sequestrati i documenti personali in attesa di decisioni: «Stanno compiendo una intensa “pulizia” degli uomini, abbiamo le prime conferme». Bombe anche sul distretto di Kiev dove si registra un morto e numerosi feriti nel Sudest della Capitale, dove è stata presa di mira una fabbrica di armi. Il sindaco, Vitali Klitschko, è certo che i russi intensificheranno i bombardamenti su Kiev: «Non è un segreto che un generale russo abbia recentemente affermato di essere pronto per attacchi missilistici contro la Capitale». Klitschko ha lanciato un accorato appello alla popolazione, che è riuscita a fuggire affinché non torni, almeno per il momento: «Non ignorate gli allarmi aerei. E a coloro che se ne sono andati e stanno già facendo ritorno nella Capitale, vi chiedo di evitarlo e restare in un posto più sicuro». Combattimenti feroci si sono registrati nella regione di Zaporizhya, dove sono state bombardate non solo le strutture militari ma anche case, ospedali e le scuole e, secondo quanto dichiarato da Artur Krupsky, capo dell’amministrazione del distretto di Polog, tra le vittime c’è anche un bambino di 12 anni che si aggiunge agli altri 200 che hanno perso la vita fino a oggi nel conflitto. Cinque morti e una ventina di feriti a Mykolaiv (Ucraina meridionale), mentre le bombe continuano a cadere nell’Est del Paese e in particolare a Derhachi, Balakliia e Zolochiv. Per tornare a Kiev, nella tarda mattinata di ieri, l’Associated Press ha riferito che le 900 persone morte nella regione di Kiev sarebbero state per il 95% dei casi vittime di esecuzioni sommarie: «La presenza di ferite d’arma da fuoco indica che molti sono stati semplicemente giustiziati». Andriy Nebytov, il capo della polizia regionale di Kiev, ha raccontato al Guardian che «i corpi sono stati abbandonati nelle strade o hanno ricevuto sepolture sommarie». Sempre ieri, grazie al Times di Londra, si è saputo che in Ucraina sarebbero presenti le forze le forze speciali di Sua Maestà, con il preciso incarico di formare le truppe ucraine (anche all’uso delle nuove armi). Mosca ha reagito con due comunicazioni raggelanti: «Ulteriori aiuti occidentali provocheranno conseguenze imprevedibili» - e ancora - «l’assistenza militare all’Ucraina da parte dell’Occidente significa che è già cominciata la terza guerra mondiale». Il mistero della giornata invece riguarda Eduard Basurin, portavoce militare dei separatisti filorussi: nel pomeriggio sarebbe stato prelevato da agenti dell’Fsb a Mariupol. Negli scorsi giorni aveva parlato della possibilità di usare le armi chimiche. In serata Zelensky ha parlato al Kyiv Independent della possibile fine dei negoziati: «Mariupol potrebbe essere come dieci Borodyanka. L’eliminazione dei nostri militari porrà fine a tutti i negoziati. Non scambiamo i nostri territori e la nostra gente».
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».