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2026-01-17
Per il pm è stata legittima difesa. Jonathan non è tra gli indagati
Matteo Salvini. Nel riquadro, Jonathan Rivolta (Ansa)
Da mercoledì su Lonate Pozzolo è calata una nebbia fitta fatta di paura, dolore e rabbia. Il centro di circa undicimila abitanti, compreso tra Varese e Milano, è finito sotto i riflettori nazionali per la rapina in villa finita in tragedia. Da giorni, nessuno lì più vive e dorme sereno: i residenti hanno paura; la famiglia di Jonathan Maria Rivolta si è trincerata nel silenzio e nell’angoscia; i parenti di Adamo Massa difendono «il lavoro» del trentasettenne di etnia rom morto a seguito di ferite riportate mentre stava rapinando una villa. Gli investigatori, sin da subito, si sono messi sulle tracce dei due complici che hanno «scaricato» Massa davanti all’ospedale. Stanno passando al setaccio ogni zona del Varesotto fino ad arrivare a Torino al campo rom dove la vittima abitava. Le indagini proseguono e sono coordinate dalla Procura di Busto Arsizio. Alcune risposte ai tanti interrogativi potranno giungere dagli esiti dell’esame autoptico che sarà eseguito il 22 gennaio sul corpo dell’uomo. Secondo quanto è stato ricostruito, Massa attorno alle 11 di mercoledì, è entrato nella villa dove risiede Jonathan con la sua famiglia, rompendo un vetro della finestra. Con il passare dei giorni, emergono nuovi elementi e dettagli che stanno consentendo agli investigatori di avere un quadro completo di quanto accaduto in quella «mattina da incubo» quando il giovane proprietario di casa è stato svegliato all’improvviso dal rumore dei vetri infranti e poi, probabilmente, anche dal suono del campanello perché da quanto è emerso sembra che i due ladri avessero pure provato a suonare per «accertarsi» che in casa non ci fosse nessuno. Ma il ragazzo stava dormendo e, quindi, forse i due pensavano che la villa fosse vuota in quel momento. Non era così. Jonathan ha sentito i rumori, ha sceso le scale e all’improvviso, si è visto in casa due ladri che - come ha più volte ripetuto agli investigatori - lo avrebbero aggredito e preso a pugni al punto che lui, temendo di essere ammazzato, si è difeso con uno dei primi oggetti che ha trovato, ovvero un pugnale contenuto nel kit di sopravvivenza per le escursioni che il giovane aveva in casa.
Nella colluttazione, Massa è stato ferito con due colpi, uno al torace e uno all’addome. Questa è la versione riferita dal proprietario di casa ai pm e che è stata ritenuta una «versione attendibile e credibile». A questo punto, gli investigatori stanno ricostruendo i tasselli della vicenda mettendo insieme anche gli elementi venuti fuori dalle immagini delle telecamere di videosorveglianza della zona dell’ospedale di Magenta dove il rom è stato lasciato. Ad abbandonarlo ferito gravemente e sanguinante sono stati l’uomo che era in casa a rubare con Massa e l’altro complice che faceva il «palo» all’esterno della villa. Gli inquirenti sono al lavoro per ricostruire il viaggio dal luogo del furto all’esterno dell’ospedale: il tragitto compiuto sarebbe stato di venti chilometri e della durata di circa quindici minuti. Infatti, quando i medici dell’ospedale lo hanno preso in cura hanno subito capito che le sue condizioni erano disperate. Si tratta di un altro aspetto delicato di questa vicenda sul quale le indagini dovranno fare chiarezza perché bisognerà accertare se «quel viaggio» possa essere stato letale per la vittima, dal momento che il trentasettenne è rimasto per circa quindici minuti sanguinante e senza cure.
Intanto, ieri il pubblico ministero Nadia Calcaterra, che coordina le indagini, ha notificato gli avvisi alle parti e Jonathan Maria Rivolta, fino a questo momento, non risulta indagato. Gli inquirenti, per il momento, propendono per l’ipotesi della legittima difesa perché la sua versione dei fatti è stata ritenuta «credibile» e, quindi, il giovane avrebbe agito «esclusivamente per legittima difesa». Infatti, è opportuno ribadirlo, in Procura è stato aperto un unico fascicolo per «tentata rapina». Il sindaco di Lonate, Elena Carraro, ha incontrato i familiari di Rivolta, e ha spiegato che, oltre allo shock «e alla stato di forte pressione dovuta al momento, temono ritorsioni». Da quanto è emerso, infatti, da alcuni giorni alcuni degli abitanti della zona stanno facendo «le ronde» per tutelare la loro incolumità nel timore di «qualche vendetta» da parte dei rom che, già nel giorno della rapina, hanno assediato l’ospedale di Magenta e in preda al dolore per la morte di Massa hanno protestato violentemente davanti al Pronto soccorso. L’aria è molto tesa anche nel campo rom di corso Unione Sovietica, nella periferia Sud di Torino, dove la vittima risiedeva. «Era lì per lavorare, lascia tre figli, non è giusto ammazzare», è stato lo sfogo (surreale) di uno dei cugini della vittima che ieri è stato intervistato all’interno del campo rom dai giornalisti della trasmissione Ore 14 Sera in onda su Rai2. «Lascia tre figli, uno di pochi mesi, uno di 15 e l’altro di 18», ha aggiunto il cugino, «La mia idea? Non è una cosa giusta per me, non è giusto neanche il nostro lavoro ma non è giusto ammazzare. Non è vero che hanno picchiato il proprietario di casa, sono bugie. Adamo era un tipo normale, come tutti, era lì per lavorare come fanno tutti». La vittima viveva in uno dei campi rom disseminati in Italia in cui coesistono illegalità e violenza. E non è semplice per gli inquirenti indagare in un contesto dove sussistono sacche di omertà che scandiscono la quotidianità. Il vicepremier e ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, ha voluto mandare «un abbraccio a quel ragazzo e capisco che possa essere sconvolto, perché una morte è sempre una morte ed è sempre una sconfitta e non è mai un successo e non c’è niente da celebrare. Non riesco a trovare spazi per attaccare un ragazzo che ha difeso se stesso, la sua famiglia, i suoi affetti, la sua vita. Se i rapinatori e i ladri facessero un mestiere onesto non rischierebbero di morire».
Lite tra nordafricani: ucciso a scuola
È mezzogiorno appena passato quando in un’aula dell’istituto professionale Domenico Chiodo di La Spezia, mentre il professore sta facendo lezione, uno studente di 18 anni di origini egiziane viene accoltellato da un compagno diciannovenne (origini marocchine ma nato in Italia), che si era portato da casa nello zaino un coltello da cucina. E, per questo, gli inquirenti, che l’hanno subito arrestato, hanno pensato di contestargli il tentato omicidio aggravato dalla premeditazione. Che in serata, purtroppo, diventerà omicidio. La vittima, infatti, con la milza perforata e in arresto cardiocircolatorio causato dall’emorragia, è stata operata d’urgenza in condizioni critiche. In serata è giunta notizia del decesso. Secondo le prime ricostruzioni, la lite tra i due sarebbe cominciata poco prima nei bagni dell’istituto, probabilmente, ipotizzano gli investigatori, per motivi sentimentali. Poi l’escalation. L’aggressione si consuma in aula, dove la vittima avrebbe cercato rifugio. È lì che il diciottenne viene colpito a un fianco. La coltellata è devastante. Perfora la milza. Attraversa il diaframma, colpisce la parte inferiore del polmone sinistro. La corsa contro il tempo dura 90 minuti. Alla fine il battito riparte. Resta sotto i ferri per oltre tre ore. I chirurghi riescono a ridurre le lesioni. L’operazione riesce. Sembra ci siano speranze per i familiari e i compagni di scuola (una cinquantina) assiepati fuori dall’ospedale dal primo pomeriggio. Poi, dopo qualche ora, in terribile aggiornamento. Sugli smartphone gira un’immagine: molti sostengono che sarebbe l’arma usata per l’aggressione, una lama lunga una ventina di centimetri. Nel frattempo, dentro e fuori la scuola, parte la ricostruzione giudiziaria. Gli agenti della polizia di Stato entrano nell’istituto, raccolgono testimonianze tra docenti (compreso il prof che è riuscito a disarmare l’aggressore) e studenti, cercano di mettere in fila i passaggi di una violenza esplosa in pochi minuti ma preparata, forse, prima. Stando ad alcune testimonianze ci sarebbe anche un messaggio dell’aggressore inviato alla vittima nella giornata di giovedì. Il tono sarebbe minaccioso e viene riassunto con queste parole: «Domani ti sistemo io». Al momento però si tratta di una indiscrezione non confermata (ma neanche smentita) da chi indaga. E mentre la polizia scientifica effettua i rilievi nell’aula che si è trasformata nella scena del crimine, la squadra mobile lavora sulla dinamica, ancora in fase di ricostruzione, e sul movente. L’arma viene recuperata e repertata. Il ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara interviene con una nota: «Quanto accaduto è di una gravità assoluta. Allo studente ferito e alla sua famiglia va la mia sentita vicinanza. Episodi di questo genere non devono trovare spazio nella nostra società. La scuola è impegnata a trasmettere valori e a insegnare il rispetto delle persone e delle regole, nel dialogo e nel rifiuto di ogni forma di violenza». «Tra i banchi si portano libri, quaderni e matite, non coltelli e armi. Al lavoro per misure ancora più restrittive e tolleranza zero», ha commentato il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini. E infatti nel nuovo pacchetto sicurezza sono presenti misure di divieto assoluto di porto di armi da taglio con divieto di vendita di coltelli ai minori, sia nei negozi fisici sia sulle piattaforme online (previste anche sanzioni per i genitori). Il sottosegretario all’Interno Wanda Ferro ha quindi auspicato «che le opposizioni collaborino alla rapida approvazione delle misure elaborate dal Viminale».
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Matteo Salvini: «Una morte è sempre una sconfitta, ma non si può attaccare quel ragazzo».Un diciottenne egiziano pugnalato in classe da un diciannovenne marocchino a La Spezia. La vittima è deceduta in serata. Indagini sul movente. Valditara: «Gravissimo».Lo speciale contiene due articoli.Da mercoledì su Lonate Pozzolo è calata una nebbia fitta fatta di paura, dolore e rabbia. Il centro di circa undicimila abitanti, compreso tra Varese e Milano, è finito sotto i riflettori nazionali per la rapina in villa finita in tragedia. Da giorni, nessuno lì più vive e dorme sereno: i residenti hanno paura; la famiglia di Jonathan Maria Rivolta si è trincerata nel silenzio e nell’angoscia; i parenti di Adamo Massa difendono «il lavoro» del trentasettenne di etnia rom morto a seguito di ferite riportate mentre stava rapinando una villa. Gli investigatori, sin da subito, si sono messi sulle tracce dei due complici che hanno «scaricato» Massa davanti all’ospedale. Stanno passando al setaccio ogni zona del Varesotto fino ad arrivare a Torino al campo rom dove la vittima abitava. Le indagini proseguono e sono coordinate dalla Procura di Busto Arsizio. Alcune risposte ai tanti interrogativi potranno giungere dagli esiti dell’esame autoptico che sarà eseguito il 22 gennaio sul corpo dell’uomo. Secondo quanto è stato ricostruito, Massa attorno alle 11 di mercoledì, è entrato nella villa dove risiede Jonathan con la sua famiglia, rompendo un vetro della finestra. Con il passare dei giorni, emergono nuovi elementi e dettagli che stanno consentendo agli investigatori di avere un quadro completo di quanto accaduto in quella «mattina da incubo» quando il giovane proprietario di casa è stato svegliato all’improvviso dal rumore dei vetri infranti e poi, probabilmente, anche dal suono del campanello perché da quanto è emerso sembra che i due ladri avessero pure provato a suonare per «accertarsi» che in casa non ci fosse nessuno. Ma il ragazzo stava dormendo e, quindi, forse i due pensavano che la villa fosse vuota in quel momento. Non era così. Jonathan ha sentito i rumori, ha sceso le scale e all’improvviso, si è visto in casa due ladri che - come ha più volte ripetuto agli investigatori - lo avrebbero aggredito e preso a pugni al punto che lui, temendo di essere ammazzato, si è difeso con uno dei primi oggetti che ha trovato, ovvero un pugnale contenuto nel kit di sopravvivenza per le escursioni che il giovane aveva in casa. Nella colluttazione, Massa è stato ferito con due colpi, uno al torace e uno all’addome. Questa è la versione riferita dal proprietario di casa ai pm e che è stata ritenuta una «versione attendibile e credibile». A questo punto, gli investigatori stanno ricostruendo i tasselli della vicenda mettendo insieme anche gli elementi venuti fuori dalle immagini delle telecamere di videosorveglianza della zona dell’ospedale di Magenta dove il rom è stato lasciato. Ad abbandonarlo ferito gravemente e sanguinante sono stati l’uomo che era in casa a rubare con Massa e l’altro complice che faceva il «palo» all’esterno della villa. Gli inquirenti sono al lavoro per ricostruire il viaggio dal luogo del furto all’esterno dell’ospedale: il tragitto compiuto sarebbe stato di venti chilometri e della durata di circa quindici minuti. Infatti, quando i medici dell’ospedale lo hanno preso in cura hanno subito capito che le sue condizioni erano disperate. Si tratta di un altro aspetto delicato di questa vicenda sul quale le indagini dovranno fare chiarezza perché bisognerà accertare se «quel viaggio» possa essere stato letale per la vittima, dal momento che il trentasettenne è rimasto per circa quindici minuti sanguinante e senza cure. Intanto, ieri il pubblico ministero Nadia Calcaterra, che coordina le indagini, ha notificato gli avvisi alle parti e Jonathan Maria Rivolta, fino a questo momento, non risulta indagato. Gli inquirenti, per il momento, propendono per l’ipotesi della legittima difesa perché la sua versione dei fatti è stata ritenuta «credibile» e, quindi, il giovane avrebbe agito «esclusivamente per legittima difesa». Infatti, è opportuno ribadirlo, in Procura è stato aperto un unico fascicolo per «tentata rapina». Il sindaco di Lonate, Elena Carraro, ha incontrato i familiari di Rivolta, e ha spiegato che, oltre allo shock «e alla stato di forte pressione dovuta al momento, temono ritorsioni». Da quanto è emerso, infatti, da alcuni giorni alcuni degli abitanti della zona stanno facendo «le ronde» per tutelare la loro incolumità nel timore di «qualche vendetta» da parte dei rom che, già nel giorno della rapina, hanno assediato l’ospedale di Magenta e in preda al dolore per la morte di Massa hanno protestato violentemente davanti al Pronto soccorso. L’aria è molto tesa anche nel campo rom di corso Unione Sovietica, nella periferia Sud di Torino, dove la vittima risiedeva. «Era lì per lavorare, lascia tre figli, non è giusto ammazzare», è stato lo sfogo (surreale) di uno dei cugini della vittima che ieri è stato intervistato all’interno del campo rom dai giornalisti della trasmissione Ore 14 Sera in onda su Rai2. «Lascia tre figli, uno di pochi mesi, uno di 15 e l’altro di 18», ha aggiunto il cugino, «La mia idea? Non è una cosa giusta per me, non è giusto neanche il nostro lavoro ma non è giusto ammazzare. Non è vero che hanno picchiato il proprietario di casa, sono bugie. Adamo era un tipo normale, come tutti, era lì per lavorare come fanno tutti». La vittima viveva in uno dei campi rom disseminati in Italia in cui coesistono illegalità e violenza. E non è semplice per gli inquirenti indagare in un contesto dove sussistono sacche di omertà che scandiscono la quotidianità. Il vicepremier e ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, ha voluto mandare «un abbraccio a quel ragazzo e capisco che possa essere sconvolto, perché una morte è sempre una morte ed è sempre una sconfitta e non è mai un successo e non c’è niente da celebrare. Non riesco a trovare spazi per attaccare un ragazzo che ha difeso se stesso, la sua famiglia, i suoi affetti, la sua vita. Se i rapinatori e i ladri facessero un mestiere onesto non rischierebbero di morire».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/jonathan-rivolta-legittima-difesa-2674903686.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lite-tra-nordafricani-ucciso-a-scuola" data-post-id="2674903686" data-published-at="1768599314" data-use-pagination="False"> Lite tra nordafricani: ucciso a scuola È mezzogiorno appena passato quando in un’aula dell’istituto professionale Domenico Chiodo di La Spezia, mentre il professore sta facendo lezione, uno studente di 18 anni di origini egiziane viene accoltellato da un compagno diciannovenne (origini marocchine ma nato in Italia), che si era portato da casa nello zaino un coltello da cucina. E, per questo, gli inquirenti, che l’hanno subito arrestato, hanno pensato di contestargli il tentato omicidio aggravato dalla premeditazione. Che in serata, purtroppo, diventerà omicidio. La vittima, infatti, con la milza perforata e in arresto cardiocircolatorio causato dall’emorragia, è stata operata d’urgenza in condizioni critiche. In serata è giunta notizia del decesso. Secondo le prime ricostruzioni, la lite tra i due sarebbe cominciata poco prima nei bagni dell’istituto, probabilmente, ipotizzano gli investigatori, per motivi sentimentali. Poi l’escalation. L’aggressione si consuma in aula, dove la vittima avrebbe cercato rifugio. È lì che il diciottenne viene colpito a un fianco. La coltellata è devastante. Perfora la milza. Attraversa il diaframma, colpisce la parte inferiore del polmone sinistro. La corsa contro il tempo dura 90 minuti. Alla fine il battito riparte. Resta sotto i ferri per oltre tre ore. I chirurghi riescono a ridurre le lesioni. L’operazione riesce. Sembra ci siano speranze per i familiari e i compagni di scuola (una cinquantina) assiepati fuori dall’ospedale dal primo pomeriggio. Poi, dopo qualche ora, in terribile aggiornamento. Sugli smartphone gira un’immagine: molti sostengono che sarebbe l’arma usata per l’aggressione, una lama lunga una ventina di centimetri. Nel frattempo, dentro e fuori la scuola, parte la ricostruzione giudiziaria. Gli agenti della polizia di Stato entrano nell’istituto, raccolgono testimonianze tra docenti (compreso il prof che è riuscito a disarmare l’aggressore) e studenti, cercano di mettere in fila i passaggi di una violenza esplosa in pochi minuti ma preparata, forse, prima. Stando ad alcune testimonianze ci sarebbe anche un messaggio dell’aggressore inviato alla vittima nella giornata di giovedì. Il tono sarebbe minaccioso e viene riassunto con queste parole: «Domani ti sistemo io». Al momento però si tratta di una indiscrezione non confermata (ma neanche smentita) da chi indaga. E mentre la polizia scientifica effettua i rilievi nell’aula che si è trasformata nella scena del crimine, la squadra mobile lavora sulla dinamica, ancora in fase di ricostruzione, e sul movente. L’arma viene recuperata e repertata. Il ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara interviene con una nota: «Quanto accaduto è di una gravità assoluta. Allo studente ferito e alla sua famiglia va la mia sentita vicinanza. Episodi di questo genere non devono trovare spazio nella nostra società. La scuola è impegnata a trasmettere valori e a insegnare il rispetto delle persone e delle regole, nel dialogo e nel rifiuto di ogni forma di violenza». «Tra i banchi si portano libri, quaderni e matite, non coltelli e armi. Al lavoro per misure ancora più restrittive e tolleranza zero», ha commentato il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini. E infatti nel nuovo pacchetto sicurezza sono presenti misure di divieto assoluto di porto di armi da taglio con divieto di vendita di coltelli ai minori, sia nei negozi fisici sia sulle piattaforme online (previste anche sanzioni per i genitori). Il sottosegretario all’Interno Wanda Ferro ha quindi auspicato «che le opposizioni collaborino alla rapida approvazione delle misure elaborate dal Viminale».
Ermanno Scervino (Getty Images)
Da dove parte una sua collezione: da un’immagine, da un tessuto, da una donna reale?
«L’ispirazione non ha orari né confini. Vivo in Toscana, nella bellezza, affascinante quanto il paesaggio è il lavoro delle première: un’idea può scaturire dalla loro manualità come dagli imprevisti. Le capitali del mondo, comunque, rimangono grandi fonti di ispirazione: la gente per strada, nei locali, la vita di tutti i giorni, i giovani».
Il suo stile è spesso definito «romanticismo sexy»: cosa significa questa espressione e come si traduce in silhouette, materiali e lavorazioni?
«Una sottoveste di pizzo, una gonna di organza, un vestito di chiffon acquistano grazia e carattere soprattutto quando indossate con qualcosa di insolito, magari di maschile o sportivo. Questo accostamento è forse il mio modo più significativo di vedere un romanticismo contemporaneo, una sensualità vissuta con personalità».
Cosa le chiedono oggi le sue clienti?
«Sicuramente la portabilità, la funzionalità e il dialogo col corpo rimangono caratteristiche sempre richieste. Negli anni tutto cambia ma non il gusto per il bello. La donna contemporanea rischia di più, la strada offre e cerca stimoli sempre maggiori; vestirsi bene, oggi, non significa essere convenzionali. Io mi rivolgo a una donna libera, che non ama gli stereotipi, ma moderna e attuale».
Ha vestito molte personalità del cinema, della musica e della società internazionale. Per un abito da red carpet quanto conta il dialogo con la persona che lo indossa?
«Ogni donna è un universo da scoprire, e sono tante quelle con cui abbiamo condiviso momenti di bellezza e di arte. Il dialogo conta: gli abiti nascono non per imporre un’identità ma per accompagnare e valorizzare chi li indossa. La vera eleganza è essere sé stesse e il mio lavoro è facilitare questo processo».
La produzione made in Italy è un valore centrale per il suo brand. Cosa significa oggi difendere e promuovere l’artigianalità italiana in un mercato globale?
«È una missione. Il made in Italy è frutto di una tradizione secolare, intere generazioni hanno primeggiato nella maestria sartoriale lasciando al Paese un’eredità diventata patrimonio mondiale».
Quali sono oggi i mercati più importanti? Nota differenze di gusto tra Europa, America e Asia?
«I mercati più importanti sono Europa e America. Non ci sono differenze di gusto nei mercati, ma nelle donne sì, nella loro individualità. Immagino le mie creazioni al di là del Paese di provenienza di chi le indosserà».
Come riesce a coniugare tecniche sartoriali tradizionali con la sperimentazione su tessuti e lavorazioni innovative?
«La ricerca è fondamentale: creare nuovi tessuti, provare lavaggi e trattamenti. Tradizione e innovazione devono camminare assieme per realizzare un prodotto contemporaneo, ma il gesto artigianale resterà sempre al centro».
Quanto influisce Firenze sul Dna del marchio? È solo sede produttiva o anche fonte di ispirazione estetica?
«Firenze è sinonimo di casa. Territorio di tradizione e sapere, custodisce e tramanda competenze uniche. È questo patrimonio umano e culturale che alimenta il nostro lavoro e predispone alla creatività e da cui il brand continua ad attingere».
Le sue lavorazioni knit e i tessuti ricercati sono diventati un segno distintivo. Quanto conta la ricerca sui materiali nello sviluppo di ogni collezione?
«Prima ancora di disegnare penso ai materiali, li provo sul manichino, osservo il loro movimento e la luce, e mentre li studio penso a come trasformarli e a quello che possono diventare».
In che modo la maison affronta il tema della sostenibilità senza rinunciare al lusso e alla qualità?
«La sostenibilità è una responsabilità, non una scelta. Oltre a selezionare materiali e lavorazioni nel rispetto dell’ambiente, un capo ben realizzato nasce per durare a lungo ed è per definizione sostenibile: le mie collezioni sono concepite per vivere attraverso gli anni».
Dopo tanti anni di successi, quali sono oggi le sue nuove sfide e quali sogni desidera ancora realizzare?
«I successi non li considero un punto di arrivo ma una direzione. C’è la volontà di sviluppare senza tradire il nostro percorso, e di tramandare una visione ambiziosa che nasce dalla sapienza del nostro territorio. Abbiamo in programma molte aperture in alcune delle città più importanti e prestigiose del mondo».
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Matteo Zuppi (Imagoeconomica)
L’allarme arriva dal cardinal Matteo Zuppi, arcivescovo della città e presidente della Cei: «È un segnale molto preoccupante, specchio di una trasformazione sociale rapidissima. Non si tratta di una crisi di fede ma di un radicale mutamento del territorio. Gli alti affitti hanno spinto fuori le famiglie, gli studenti hanno preso il loro posto per poi essere a loro volta sostituiti dalla proliferazione di Bed&breakfast e uffici. Il centro rischia di diventare una vetrina vuota. Questi processi vanno governati e non subìti». Lo dice con struggente preoccupazione. Lo dice come se fosse arrivato da Marte con l’ultima navicella spaziale; invece da dieci anni è il più importante pastore di anime del territorio.
L’analisi sociologica (parziale e un minimo interessata) per quello zero in religione è completata da don Giovanni Bonfiglioli, parroco delle centralissime chiese di San Giuliano e della Santissima Trinità: «Quando andiamo nelle case per le benedizioni di rito ci accorgiamo che non c’è nulla da benedire, solo Bed&breakfast e uffici. Un vero e proprio spopolamento nel cuore della città». Ed ecco che torna ad aleggiare l’anatema del cardinale Giacomo Biffi, quel «Bologna sazia e disperata» con il quale, 40 anni fa, l’alto prelato intendeva svegliare la società dal sonno consumistico e nichilista.
Sarà anche colpa dei B&b, delle sedi di società e banche, dei locali da apericena ma la sindrome da catechismo deserto non coincide con quella da vetrina vuota. Ed è anche conseguenza delle politiche sociali dell’amministrazione turbo-progressista degli ultimi 15 anni (prima Virginio Merola, poi Matteo Lepore), in prima linea nell’incentivare l’immigrazione con l’imprinting cofferatiano «senza se e senza ma». Con il risultato che, nelle case popolari del centro, buona parte degli abitanti è di origine straniera, spesso di altre religioni. Nel 2021 ne erano stati censiti 7.500. Una società multietnica che non ha alcuna intenzione di integrarsi e va ad aggiungersi a una quota fisiologica di abitanti radical, atei e per nulla interessati al messaggio cristiano. Il resto è turismo mordi e fuggi.
Molte famiglie sono spinte ad abbandonare il centro storico con pochi spazi per l’infanzia (se non al chiuso) dalla mancanza di sicurezza, dalla microcriminalità dilagante, dal degrado determinato dai clandestini, dai raid dei maranza stranieri. E dalle scelte urbanistiche che tendono a escludere - con le Ztl sulle porte - l’osmosi sociale. Un dentro e un fuori sempre più rigido. Una realtà sotto gli occhi di tutti, che ha preso forma con la benedizione del cardinal Zuppi medesimo, fautore principe dell’accoglienza diffusa, nume tutelare di ogni accelerazione woke voluta dal Comune.
L’Osservatorio della Curia aggiunge che «lo spopolamento del cuore della città è dovuto anche alle difficoltà di ingresso nella zona, al degrado (soprattutto nelle zone calde come Montagnola e la parte finale di via Indipendenza) e ai costi dell’affitto e della vita in generale, non compatibile con gli stipendi attuali». Ma al di là delle problematiche urbanistiche c’è qualcosa di più profondo: l’abdicazione della diocesi stessa nel farsi garante dei valori cristiani e della dottrina. E nel difendere i simboli cattolici da chi tenta di annientare don Camillo 70 anni dopo con spirito di rivalsa.
Il silenzio davanti a provocazioni come «il crocifisso è un simbolo medioevale» (Merola), ai tentativi di abolizione del presepe (Lepore), alla laicizzazione strutturale in nome del globalismo sociale, alla demonizzazione dell’identità e della tradizione per non urtare la (molto presunta) suscettibilità islamica hanno provocato ferite profonde nel tessuto religioso. Così, quando Zuppi afferma che «non si tratta di crisi di fede» incrocia le dita. E quando aggiunge che «questi processi vanno governati e non subìti», chiama in causa anche le proprie amnesie.
Ribaltare il paradigma? Forse è tardi. E quei bambini assenti, lasciati più felicemente dai genitori alla dottrina dello smartphone, sono il segnale politico di una sconfitta. Il «catechismo zero» è anche l’effetto più triste del disincanto davanti a sacerdoti che non credono più. Senza contare una piccola dose di ipocrisia, come fa notare con spirito caustico un cittadino bolognese su Facebook. «Strada Maggiore, incrocio Piazzetta dei Servi, palazzo storico di proprietà della Curia: due Bed&breakfast. Da che pulpito. Forse è il caso di cominciare a guardarsi dentro».
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Jeffrey Epstein (Getty Images)
E infatti, negli Stati Uniti al suicidio di Jeffrey Epstein si crede sempre meno. Un tema che qui sarebbe un tabù, benché il racconto ufficiale sulla morte del faccendiere lasci dubbi a molti, lì è oggetto di discussione sulle tv nazionali. Ad alimentare il dibattito, oltre alle varie anomalie già raccontate su queste pagine - telecamere non funzionanti, finte salme mostrate ai media, comunicati sul decesso datati prima della morte ufficiale, testimonianze agghiaccianti girate sul Web, compagni di cella spostati due giorni prima - si è aggiunto un altro documento piuttosto bizzarro. Si tratta di una email riservata dal contenuto piuttosto chiaro: «Sono un Ausa (Assistant United States Attorney, assistente procuratore federale Usa, ndr) presso l’Edny (Eastern District of New York, ndr) e sto lavorando a un’indagine sulla morte di un detenuto presso il Brooklyn Mdc (Metropolitan Detention Center di Brooklyn, ndr). L’Ocme (Office of Chief Medical Examiner, cioè l’Ufficio del medico legale capo di New York, ndr) mi ha detto di aver firmato un accordo di riservatezza in relazione all’indagine sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Speravamo di estendere un accordo simile e volevo vedere se potessi condividerlo con me». L’email è di giugno 2020, quasi un anno dopo la morte del faccendiere, e si conclude con un numero di cellulare (oscurato) e l’invito a parlarne per telefono.
Proprio così: indagini segrete sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Il procuratore federale che a giugno del 2020 stava lavorando su un caso di morte in carcere a Brooklyn voleva «copiare» il modello di accordo di riservatezza usato per Epstein. Eppure, la sua morte è stata subito venduta come un suicidio, fatto confermato dall’autopsia pochi giorni dopo.
E a proposito di indagini, mentre la Procura del New Mexico ne ha avviate di nuove sullo Zorro Ranch, la tenuta di Epstein nel New Mexico, si è scoperto che nel 2019 il lavoro degli inquirenti fu bloccato dall’alto. Una villa di 2.800 metri quadri e perfettamente isolata. Meta di tanti personaggi famosi, luogo in cui tante vittime raccontano di essere state abusate, nonché sede di possibili esperimenti eugenetici. Un’inchiesta statale sulle azioni di Epstein è stata rilevata dai procuratori federali, nel 2019, per poi arenarsi. «Non solo è stata messa in ombra, è stata completamente ignorata», ha detto Eddy Aragon, un noto conduttore radiofonico del New Mexico che da anni fa ricerca sulle attività di Epstein. Proprio a lui era indirizzata la soffiata - presente negli Epstein files - dell’ex dipendente dello Zorro sulle due presunte ragazze morte durante gli abusi e seppellite nel ranch.
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«Marshals: A Yellowstone story» (Paramount+)
Un universo inedito, in grado di espandere il nucleo originale fino a dargli una forma imprevista. Improvvisa. Non più un ranch, ma il Montana.
Marshals: A Yellowstone story, disponibile su Paramount+ da lunedì 2 marzo, non ritrova l'interezza di Yellowstone. Solo, quella di Kayce Dutton, deciso a rompere con il proprio passato. Kayce, che nel corso della serie originale è stato detto avere con il padre un rapporto complesso e altalenante, ha scelto, in questo nuovo spin-off, di lasciarsi alle spalle il ranch familiare. Gliel'aveva dato il padre, una volta diventato Governatore del Montana. Doveva servirgli ad assicurare un futuro solido, brillante, al figlio. Sarebbe stato uno fra i più grandi centri di allevamento bestiame degli Stati Uniti. Ma Dutton ha voluto fare altrimenti. Di qui, dunque, la decisione di dedicargli un'intera serie televisiva.
Marshals: A Yellowstone story, con Luke Grimes a riprendere il ruolo svolto in Yellowstone, racconta un presente diverso. Un Kayce Dutton diverso, non più allevatore, ma parte di un'unità d’élite degli U.S. Marshals. Cambia la forma, non, però, la sostanza. Lo show, ad oggi articolato in tredici episodi, continua - come l'originale - a saltare dal western al drama, mescolando i patemi personali di Dutton con la fatica oggettiva del territorio nel quale vive. Le gang locali sono ben organizzate, la gente è dedita al malaffare. La giustizia federale sembra potere nulla contro l'interesse privato dei potenti locali, contro le loro smanie e ambizioni. Dutton, con sé, ha una squadra nuova. Non abbastanza, però, per far sì che possa dormire sonni tranquilli.
Marshals: A Yellowstone story riesce a raccontare (anche) il costo psicologico di certi mestieri, di chi voti la propria vita a un'ideale di giustizia che, spesso, non ha alcun contrappunto nella realtà. Dutton è sotto minaccia costante, il passato che ha provato a lasciarsi alle spalle sembra rincorrerlo e il figlio, Tate, è l'unico punto che vorrebbe tenere fermo.
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