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2026-01-17
Per il pm è stata legittima difesa. Jonathan non è tra gli indagati
Matteo Salvini. Nel riquadro, Jonathan Rivolta (Ansa)
Da mercoledì su Lonate Pozzolo è calata una nebbia fitta fatta di paura, dolore e rabbia. Il centro di circa undicimila abitanti, compreso tra Varese e Milano, è finito sotto i riflettori nazionali per la rapina in villa finita in tragedia. Da giorni, nessuno lì più vive e dorme sereno: i residenti hanno paura; la famiglia di Jonathan Maria Rivolta si è trincerata nel silenzio e nell’angoscia; i parenti di Adamo Massa difendono «il lavoro» del trentasettenne di etnia rom morto a seguito di ferite riportate mentre stava rapinando una villa. Gli investigatori, sin da subito, si sono messi sulle tracce dei due complici che hanno «scaricato» Massa davanti all’ospedale. Stanno passando al setaccio ogni zona del Varesotto fino ad arrivare a Torino al campo rom dove la vittima abitava. Le indagini proseguono e sono coordinate dalla Procura di Busto Arsizio. Alcune risposte ai tanti interrogativi potranno giungere dagli esiti dell’esame autoptico che sarà eseguito il 22 gennaio sul corpo dell’uomo. Secondo quanto è stato ricostruito, Massa attorno alle 11 di mercoledì, è entrato nella villa dove risiede Jonathan con la sua famiglia, rompendo un vetro della finestra. Con il passare dei giorni, emergono nuovi elementi e dettagli che stanno consentendo agli investigatori di avere un quadro completo di quanto accaduto in quella «mattina da incubo» quando il giovane proprietario di casa è stato svegliato all’improvviso dal rumore dei vetri infranti e poi, probabilmente, anche dal suono del campanello perché da quanto è emerso sembra che i due ladri avessero pure provato a suonare per «accertarsi» che in casa non ci fosse nessuno. Ma il ragazzo stava dormendo e, quindi, forse i due pensavano che la villa fosse vuota in quel momento. Non era così. Jonathan ha sentito i rumori, ha sceso le scale e all’improvviso, si è visto in casa due ladri che - come ha più volte ripetuto agli investigatori - lo avrebbero aggredito e preso a pugni al punto che lui, temendo di essere ammazzato, si è difeso con uno dei primi oggetti che ha trovato, ovvero un pugnale contenuto nel kit di sopravvivenza per le escursioni che il giovane aveva in casa.
Nella colluttazione, Massa è stato ferito con due colpi, uno al torace e uno all’addome. Questa è la versione riferita dal proprietario di casa ai pm e che è stata ritenuta una «versione attendibile e credibile». A questo punto, gli investigatori stanno ricostruendo i tasselli della vicenda mettendo insieme anche gli elementi venuti fuori dalle immagini delle telecamere di videosorveglianza della zona dell’ospedale di Magenta dove il rom è stato lasciato. Ad abbandonarlo ferito gravemente e sanguinante sono stati l’uomo che era in casa a rubare con Massa e l’altro complice che faceva il «palo» all’esterno della villa. Gli inquirenti sono al lavoro per ricostruire il viaggio dal luogo del furto all’esterno dell’ospedale: il tragitto compiuto sarebbe stato di venti chilometri e della durata di circa quindici minuti. Infatti, quando i medici dell’ospedale lo hanno preso in cura hanno subito capito che le sue condizioni erano disperate. Si tratta di un altro aspetto delicato di questa vicenda sul quale le indagini dovranno fare chiarezza perché bisognerà accertare se «quel viaggio» possa essere stato letale per la vittima, dal momento che il trentasettenne è rimasto per circa quindici minuti sanguinante e senza cure.
Intanto, ieri il pubblico ministero Nadia Calcaterra, che coordina le indagini, ha notificato gli avvisi alle parti e Jonathan Maria Rivolta, fino a questo momento, non risulta indagato. Gli inquirenti, per il momento, propendono per l’ipotesi della legittima difesa perché la sua versione dei fatti è stata ritenuta «credibile» e, quindi, il giovane avrebbe agito «esclusivamente per legittima difesa». Infatti, è opportuno ribadirlo, in Procura è stato aperto un unico fascicolo per «tentata rapina». Il sindaco di Lonate, Elena Carraro, ha incontrato i familiari di Rivolta, e ha spiegato che, oltre allo shock «e alla stato di forte pressione dovuta al momento, temono ritorsioni». Da quanto è emerso, infatti, da alcuni giorni alcuni degli abitanti della zona stanno facendo «le ronde» per tutelare la loro incolumità nel timore di «qualche vendetta» da parte dei rom che, già nel giorno della rapina, hanno assediato l’ospedale di Magenta e in preda al dolore per la morte di Massa hanno protestato violentemente davanti al Pronto soccorso. L’aria è molto tesa anche nel campo rom di corso Unione Sovietica, nella periferia Sud di Torino, dove la vittima risiedeva. «Era lì per lavorare, lascia tre figli, non è giusto ammazzare», è stato lo sfogo (surreale) di uno dei cugini della vittima che ieri è stato intervistato all’interno del campo rom dai giornalisti della trasmissione Ore 14 Sera in onda su Rai2. «Lascia tre figli, uno di pochi mesi, uno di 15 e l’altro di 18», ha aggiunto il cugino, «La mia idea? Non è una cosa giusta per me, non è giusto neanche il nostro lavoro ma non è giusto ammazzare. Non è vero che hanno picchiato il proprietario di casa, sono bugie. Adamo era un tipo normale, come tutti, era lì per lavorare come fanno tutti». La vittima viveva in uno dei campi rom disseminati in Italia in cui coesistono illegalità e violenza. E non è semplice per gli inquirenti indagare in un contesto dove sussistono sacche di omertà che scandiscono la quotidianità. Il vicepremier e ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, ha voluto mandare «un abbraccio a quel ragazzo e capisco che possa essere sconvolto, perché una morte è sempre una morte ed è sempre una sconfitta e non è mai un successo e non c’è niente da celebrare. Non riesco a trovare spazi per attaccare un ragazzo che ha difeso se stesso, la sua famiglia, i suoi affetti, la sua vita. Se i rapinatori e i ladri facessero un mestiere onesto non rischierebbero di morire».
Lite tra nordafricani: ucciso a scuola
È mezzogiorno appena passato quando in un’aula dell’istituto professionale Domenico Chiodo di La Spezia, mentre il professore sta facendo lezione, uno studente di 18 anni di origini egiziane viene accoltellato da un compagno diciannovenne (origini marocchine ma nato in Italia), che si era portato da casa nello zaino un coltello da cucina. E, per questo, gli inquirenti, che l’hanno subito arrestato, hanno pensato di contestargli il tentato omicidio aggravato dalla premeditazione. Che in serata, purtroppo, diventerà omicidio. La vittima, infatti, con la milza perforata e in arresto cardiocircolatorio causato dall’emorragia, è stata operata d’urgenza in condizioni critiche. In serata è giunta notizia del decesso. Secondo le prime ricostruzioni, la lite tra i due sarebbe cominciata poco prima nei bagni dell’istituto, probabilmente, ipotizzano gli investigatori, per motivi sentimentali. Poi l’escalation. L’aggressione si consuma in aula, dove la vittima avrebbe cercato rifugio. È lì che il diciottenne viene colpito a un fianco. La coltellata è devastante. Perfora la milza. Attraversa il diaframma, colpisce la parte inferiore del polmone sinistro. La corsa contro il tempo dura 90 minuti. Alla fine il battito riparte. Resta sotto i ferri per oltre tre ore. I chirurghi riescono a ridurre le lesioni. L’operazione riesce. Sembra ci siano speranze per i familiari e i compagni di scuola (una cinquantina) assiepati fuori dall’ospedale dal primo pomeriggio. Poi, dopo qualche ora, in terribile aggiornamento. Sugli smartphone gira un’immagine: molti sostengono che sarebbe l’arma usata per l’aggressione, una lama lunga una ventina di centimetri. Nel frattempo, dentro e fuori la scuola, parte la ricostruzione giudiziaria. Gli agenti della polizia di Stato entrano nell’istituto, raccolgono testimonianze tra docenti (compreso il prof che è riuscito a disarmare l’aggressore) e studenti, cercano di mettere in fila i passaggi di una violenza esplosa in pochi minuti ma preparata, forse, prima. Stando ad alcune testimonianze ci sarebbe anche un messaggio dell’aggressore inviato alla vittima nella giornata di giovedì. Il tono sarebbe minaccioso e viene riassunto con queste parole: «Domani ti sistemo io». Al momento però si tratta di una indiscrezione non confermata (ma neanche smentita) da chi indaga. E mentre la polizia scientifica effettua i rilievi nell’aula che si è trasformata nella scena del crimine, la squadra mobile lavora sulla dinamica, ancora in fase di ricostruzione, e sul movente. L’arma viene recuperata e repertata. Il ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara interviene con una nota: «Quanto accaduto è di una gravità assoluta. Allo studente ferito e alla sua famiglia va la mia sentita vicinanza. Episodi di questo genere non devono trovare spazio nella nostra società. La scuola è impegnata a trasmettere valori e a insegnare il rispetto delle persone e delle regole, nel dialogo e nel rifiuto di ogni forma di violenza». «Tra i banchi si portano libri, quaderni e matite, non coltelli e armi. Al lavoro per misure ancora più restrittive e tolleranza zero», ha commentato il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini. E infatti nel nuovo pacchetto sicurezza sono presenti misure di divieto assoluto di porto di armi da taglio con divieto di vendita di coltelli ai minori, sia nei negozi fisici sia sulle piattaforme online (previste anche sanzioni per i genitori). Il sottosegretario all’Interno Wanda Ferro ha quindi auspicato «che le opposizioni collaborino alla rapida approvazione delle misure elaborate dal Viminale».
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Matteo Salvini: «Una morte è sempre una sconfitta, ma non si può attaccare quel ragazzo».Un diciottenne egiziano pugnalato in classe da un diciannovenne marocchino a La Spezia. La vittima è deceduta in serata. Indagini sul movente. Valditara: «Gravissimo».Lo speciale contiene due articoli.Da mercoledì su Lonate Pozzolo è calata una nebbia fitta fatta di paura, dolore e rabbia. Il centro di circa undicimila abitanti, compreso tra Varese e Milano, è finito sotto i riflettori nazionali per la rapina in villa finita in tragedia. Da giorni, nessuno lì più vive e dorme sereno: i residenti hanno paura; la famiglia di Jonathan Maria Rivolta si è trincerata nel silenzio e nell’angoscia; i parenti di Adamo Massa difendono «il lavoro» del trentasettenne di etnia rom morto a seguito di ferite riportate mentre stava rapinando una villa. Gli investigatori, sin da subito, si sono messi sulle tracce dei due complici che hanno «scaricato» Massa davanti all’ospedale. Stanno passando al setaccio ogni zona del Varesotto fino ad arrivare a Torino al campo rom dove la vittima abitava. Le indagini proseguono e sono coordinate dalla Procura di Busto Arsizio. Alcune risposte ai tanti interrogativi potranno giungere dagli esiti dell’esame autoptico che sarà eseguito il 22 gennaio sul corpo dell’uomo. Secondo quanto è stato ricostruito, Massa attorno alle 11 di mercoledì, è entrato nella villa dove risiede Jonathan con la sua famiglia, rompendo un vetro della finestra. Con il passare dei giorni, emergono nuovi elementi e dettagli che stanno consentendo agli investigatori di avere un quadro completo di quanto accaduto in quella «mattina da incubo» quando il giovane proprietario di casa è stato svegliato all’improvviso dal rumore dei vetri infranti e poi, probabilmente, anche dal suono del campanello perché da quanto è emerso sembra che i due ladri avessero pure provato a suonare per «accertarsi» che in casa non ci fosse nessuno. Ma il ragazzo stava dormendo e, quindi, forse i due pensavano che la villa fosse vuota in quel momento. Non era così. Jonathan ha sentito i rumori, ha sceso le scale e all’improvviso, si è visto in casa due ladri che - come ha più volte ripetuto agli investigatori - lo avrebbero aggredito e preso a pugni al punto che lui, temendo di essere ammazzato, si è difeso con uno dei primi oggetti che ha trovato, ovvero un pugnale contenuto nel kit di sopravvivenza per le escursioni che il giovane aveva in casa. Nella colluttazione, Massa è stato ferito con due colpi, uno al torace e uno all’addome. Questa è la versione riferita dal proprietario di casa ai pm e che è stata ritenuta una «versione attendibile e credibile». A questo punto, gli investigatori stanno ricostruendo i tasselli della vicenda mettendo insieme anche gli elementi venuti fuori dalle immagini delle telecamere di videosorveglianza della zona dell’ospedale di Magenta dove il rom è stato lasciato. Ad abbandonarlo ferito gravemente e sanguinante sono stati l’uomo che era in casa a rubare con Massa e l’altro complice che faceva il «palo» all’esterno della villa. Gli inquirenti sono al lavoro per ricostruire il viaggio dal luogo del furto all’esterno dell’ospedale: il tragitto compiuto sarebbe stato di venti chilometri e della durata di circa quindici minuti. Infatti, quando i medici dell’ospedale lo hanno preso in cura hanno subito capito che le sue condizioni erano disperate. Si tratta di un altro aspetto delicato di questa vicenda sul quale le indagini dovranno fare chiarezza perché bisognerà accertare se «quel viaggio» possa essere stato letale per la vittima, dal momento che il trentasettenne è rimasto per circa quindici minuti sanguinante e senza cure. Intanto, ieri il pubblico ministero Nadia Calcaterra, che coordina le indagini, ha notificato gli avvisi alle parti e Jonathan Maria Rivolta, fino a questo momento, non risulta indagato. Gli inquirenti, per il momento, propendono per l’ipotesi della legittima difesa perché la sua versione dei fatti è stata ritenuta «credibile» e, quindi, il giovane avrebbe agito «esclusivamente per legittima difesa». Infatti, è opportuno ribadirlo, in Procura è stato aperto un unico fascicolo per «tentata rapina». Il sindaco di Lonate, Elena Carraro, ha incontrato i familiari di Rivolta, e ha spiegato che, oltre allo shock «e alla stato di forte pressione dovuta al momento, temono ritorsioni». Da quanto è emerso, infatti, da alcuni giorni alcuni degli abitanti della zona stanno facendo «le ronde» per tutelare la loro incolumità nel timore di «qualche vendetta» da parte dei rom che, già nel giorno della rapina, hanno assediato l’ospedale di Magenta e in preda al dolore per la morte di Massa hanno protestato violentemente davanti al Pronto soccorso. L’aria è molto tesa anche nel campo rom di corso Unione Sovietica, nella periferia Sud di Torino, dove la vittima risiedeva. «Era lì per lavorare, lascia tre figli, non è giusto ammazzare», è stato lo sfogo (surreale) di uno dei cugini della vittima che ieri è stato intervistato all’interno del campo rom dai giornalisti della trasmissione Ore 14 Sera in onda su Rai2. «Lascia tre figli, uno di pochi mesi, uno di 15 e l’altro di 18», ha aggiunto il cugino, «La mia idea? Non è una cosa giusta per me, non è giusto neanche il nostro lavoro ma non è giusto ammazzare. Non è vero che hanno picchiato il proprietario di casa, sono bugie. Adamo era un tipo normale, come tutti, era lì per lavorare come fanno tutti». La vittima viveva in uno dei campi rom disseminati in Italia in cui coesistono illegalità e violenza. E non è semplice per gli inquirenti indagare in un contesto dove sussistono sacche di omertà che scandiscono la quotidianità. Il vicepremier e ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, ha voluto mandare «un abbraccio a quel ragazzo e capisco che possa essere sconvolto, perché una morte è sempre una morte ed è sempre una sconfitta e non è mai un successo e non c’è niente da celebrare. Non riesco a trovare spazi per attaccare un ragazzo che ha difeso se stesso, la sua famiglia, i suoi affetti, la sua vita. 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Che in serata, purtroppo, diventerà omicidio. La vittima, infatti, con la milza perforata e in arresto cardiocircolatorio causato dall’emorragia, è stata operata d’urgenza in condizioni critiche. In serata è giunta notizia del decesso. Secondo le prime ricostruzioni, la lite tra i due sarebbe cominciata poco prima nei bagni dell’istituto, probabilmente, ipotizzano gli investigatori, per motivi sentimentali. Poi l’escalation. L’aggressione si consuma in aula, dove la vittima avrebbe cercato rifugio. È lì che il diciottenne viene colpito a un fianco. La coltellata è devastante. Perfora la milza. Attraversa il diaframma, colpisce la parte inferiore del polmone sinistro. La corsa contro il tempo dura 90 minuti. Alla fine il battito riparte. Resta sotto i ferri per oltre tre ore. I chirurghi riescono a ridurre le lesioni. L’operazione riesce. Sembra ci siano speranze per i familiari e i compagni di scuola (una cinquantina) assiepati fuori dall’ospedale dal primo pomeriggio. Poi, dopo qualche ora, in terribile aggiornamento. Sugli smartphone gira un’immagine: molti sostengono che sarebbe l’arma usata per l’aggressione, una lama lunga una ventina di centimetri. Nel frattempo, dentro e fuori la scuola, parte la ricostruzione giudiziaria. Gli agenti della polizia di Stato entrano nell’istituto, raccolgono testimonianze tra docenti (compreso il prof che è riuscito a disarmare l’aggressore) e studenti, cercano di mettere in fila i passaggi di una violenza esplosa in pochi minuti ma preparata, forse, prima. Stando ad alcune testimonianze ci sarebbe anche un messaggio dell’aggressore inviato alla vittima nella giornata di giovedì. Il tono sarebbe minaccioso e viene riassunto con queste parole: «Domani ti sistemo io». Al momento però si tratta di una indiscrezione non confermata (ma neanche smentita) da chi indaga. E mentre la polizia scientifica effettua i rilievi nell’aula che si è trasformata nella scena del crimine, la squadra mobile lavora sulla dinamica, ancora in fase di ricostruzione, e sul movente. L’arma viene recuperata e repertata. Il ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara interviene con una nota: «Quanto accaduto è di una gravità assoluta. Allo studente ferito e alla sua famiglia va la mia sentita vicinanza. Episodi di questo genere non devono trovare spazio nella nostra società. La scuola è impegnata a trasmettere valori e a insegnare il rispetto delle persone e delle regole, nel dialogo e nel rifiuto di ogni forma di violenza». «Tra i banchi si portano libri, quaderni e matite, non coltelli e armi. Al lavoro per misure ancora più restrittive e tolleranza zero», ha commentato il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini. E infatti nel nuovo pacchetto sicurezza sono presenti misure di divieto assoluto di porto di armi da taglio con divieto di vendita di coltelli ai minori, sia nei negozi fisici sia sulle piattaforme online (previste anche sanzioni per i genitori). Il sottosegretario all’Interno Wanda Ferro ha quindi auspicato «che le opposizioni collaborino alla rapida approvazione delle misure elaborate dal Viminale».
Francesco Imprezzabile (Ansa)
Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte oggi sarebbe ancora vivo. La sua mamma avrebbe ancora un figlio. Il suo papà lo potrebbe abbracciare, e non in una bara. Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte potrebbe ancora organizzare una vacanza nell’adorata Sicilia, oppure una partitella di calcio, potrebbe dedicarsi alla musica, al nuoto, agli animali che amava. Invece adesso per Francesco c’è solo un funerale. Lo so che lui si ribellerebbe a queste parole. Era orgoglioso della sua divisa, la portava con fierezza, anche quando era amareggiato per il poco rispetto che la circondava. Parlava addirittura di «vocazione». Ma il risultato della vocazione è stato quell’inseguimento, quello schianto, la morte. E allora, guardando a lui con rispetto e ammirazione, non possiamo fare a meno di chiedere agli altri Francesco che in questo momento, nelle strade d’Italia, stanno organizzando posti di blocco: scusate, ma chi ve lo fa fare?
È una domanda amara, ma inevitabile. A inseguire i delinquenti si rischia la vita. O, in alternativa, per chi è fortunato, si rischia il processo. Come è successo ai carabinieri che, sempre a Milano, hanno inseguito Ramy Elgalm il 24 novembre 2024. Ricordate? Anche lì fu forzato un posto di blocco, anche lì gli uomini in divisa si misero all’inseguimento in mezzo alla città. Furono fortunati: sopravvissero. Morì Ramy. E allora, ancor prima che in tribunale, le forze dell’ordine furono processate in piazza (la rivolta del Corvetto), nei talk show e ovviamente nei palazzi della politica, con il sindaco Sala in prima fila a tirare le conclusioni dicendo tout court: «I carabinieri hanno sbagliato». Bene: è arrivata in queste ore la condanna in appello di Fares Bouzidi, il compare di Ramy, quello che guidava la moto che ha forzato il posto di blocco. Gli hanno ridotto la pena perché «ha cambiato stile di vita». Ma nella sentenza si dice in modo chiaro che «non risulta alcun tentativo di speronamento volontario da parte dei militari verso i due fuggitivi», che la «collisione è avvenuta tra la moto che corre verso l’auto e l’auto stesso ma non per effetto di una deliberata manovra di speronamento da parte del militare conducente» e che, anzi, «al momento della collisione l’auto militare era quasi ferma». Dunque i carabinieri che hanno inseguito Ramy, stando a questa sentenza, non hanno avuto alcuna colpa. A parte, ovviamente, quella di essere sopravvissuti.
Ma per essere sopravvissuti quei carabinieri hanno sopportato mesi di insulti, processi in piazza, condanne preventive. Per essere sopravvissuti sono ancora sotto processo, anche se non hanno fatto nulla di diverso di quello che dovevano fare: cioè inseguire chi stava scappando da un posto di blocco. E allora la domanda è inevitabile: la prossima volta, lo faranno ancora? E i loro colleghi? E soprattutto: vale ancora la pena farlo? Dico: vale la pena di inseguire? Se va bene si finisce alla sbarra, se va male si finisce al cimitero, come Francesco Imprezzabile. Penso a chi stamattina sta indossando la divisa, come ogni giorno, penso a quei poliziotti, carabinieri, vigili cui sarà chiesto di fare un posto di blocco. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno lo farà davvero. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno possa sottrarsi al dovere. Ma io lo dico. Non posso non dirlo. Con il cuore pieno di amarezza, ve lo chiedo: ma chi diavolo ve lo fa fare?
Chi forza un posto di blocco, in Italia, trova sempre qualcuno che lo difende. Chi un posto di blocco lo fa, invece, trova sempre qualcuno che lo condanna. A questo punto viene da domandarsi se non convenga trasformare i posti di blocco in sale da the per ladri e scippatori. Si accomodi, passi pure, gradisce un goccio di latte e un pasticcino? Le possiamo offrire un mazzo di fiori? Oppure, direttamente, mi chiedo se, i posti di blocco, non convenga abolirli. Del tutto. Via. Basta. Finish. Pensateci: così non si fa male più nessuno: né chi scappa né chi insegue. E tutti vissero delinquenti e contenti, a parte i cittadini, s’intende che sarebbero ancor più esposti di oggi ai violenti. Ma che ci volete fare? A far rispettare le leggi c’è solo da perderci la salute (se si finisce a processo) o addirittura la vita (se si finisce fuori strada con la moto). E perciò è inevitabile chiedersi perché ci sia ancora qualcuno che lo fa. Anche se le risposta è nota. In fondo è sempre la stessa. «Qui diventa sempre più dura quando ci tocca fare i conti/ con il coraggio della paura/ma poi se c’è una chiamata urgente si prende su/E ci si va lo stesso». Sono passati più di trent’anni dalla canzone di Giorgio Faletti, e purtroppo siamo ancora lì. Anzi, forse peggio. E scusi tanto se non è niente/Minchia signor tenente.
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L’energia è anche al centro degli equilibri fra Russia e America. Ieri, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha rivelato al forum Letture Primakov che gli americani sarebbero pronti a partecipare alle forniture di gas russo all’Europa comprando la parte occidentale del Nord Stream e facendosi pagare dai paesi Ue un sovrapprezzo: «Gli americani stanno trattando per l’acquisto della sezione europea del Nord Stream, il suo ripristino e la sua gestione. Attraverso di esso potrà transitare solo il nostro gas. Noi forniremo il gas e loro lo rivenderanno. Ma credo che il prezzo sarà assai maggiorato».
Così, dopo che l’America ha mandato navi cariche del suo gas liquefatto in Europa, eccola proiettata a gestire il gasdotto sul fondo del Mar Baltico, danneggiato nel settembre 2022 da un attentato sottomarino di probabile matrice ucraina, come sostengono gli inquirenti tedeschi. Per Mosca non cambierebbe nulla, ma gli acquirenti europei pagherebbero royalties aggiuntive agli intermediari Usa. Beffa che riecheggia quanto si sussurrava nel 2025. Già allora il presidente americano Donald Trump evocava un ruolo di aziende Usa nel riparare il Nord Stream, poi erano uscite indiscrezioni secondo cui l’investitore Usa repubblicano Stephen Lynch avrebbe comprato il gasdotto e per altre voci anche l’ex-spia della Stasi, il servizio segreto tedesco-orientale, Matthias Warnig, già gestore di Nord Stream 2 per Gazprom, avrebbe avuto «un piano per riaprire il gasdotto col sostegno di aziende americane».
Di certo, i rapporti russo-americani restano centrali per la risoluzione della guerra ucraina, pur col rischio che i giganti s’accordino alle spalle dell’Europa. Lavrov ha detto che «si sta lavorando a una visita a Mosca degli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner». Oltre che di Ucraina ed economia, parleranno anche degli equilibri strategici fra Aquila e Orso. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, oltre a sostenere che «una difesa europea distinta da quella americana sarebbe ostile alla Russia», ha rammentato che «solo il deterrente nucleare preserva il mondo da una guerra globale, ma non scongiura guerre regionali». Monito agli Stati Uniti, per quella voglia di invulnerabilità che fin dal 2002 li spinse a stracciare il trattato Abm del 1972 che limitava le difese antimissile per garantire la deterrenza reciproca.
Sempre ieri, il segretario Usa alla Guerra, Pete Hegseth, ha annunciato su X che «ha avuto successo il primo test dello scudo antimissile Golden Dome», il sistema multistrato voluto da Trump per proteggere l’America. Hegseth non ha rivelato in quale poligono s’è svolto il collaudo, ma ha scritto che è stato provato il laser Dynamic defense autonomous defeat (Ddad), che guidato da IA abbatte missili da crociera e droni. È però solo il livello a bassa quota del Golden Dome, il cui nerbo sarà la futura rete di satelliti intercettori volti a distruggere missili balistici nemici nello spazio orbitale.
Sul conflitto ucraino, Lavrov ha ribadito che «la Russia non accetterà una tregua lungo la linea del fronte come condizione per l’avvio dei negoziati». I raid di droni ucraini sulle raffinerie hanno causato il razionamento di benzina in 20 regioni russe, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sostiene, da rapporti di intelligence, che i droni hanno «distrutto 60.000 tonnellate di munizioni nell’arsenale della flotta di San Pietroburgo» e l’agenzia Reuters stima che «la raffineria di Mosca sarà ferma per sei mesi». Tuttavia la Russia rivendica un avanzamento delle sue truppe nel distretto di Sumy, mentre gli stessi militari ucraini parlano «di un’offensiva russa su larga scala su tutti i fronti», con particolari spallate a Vovchansk nelle ultime ore.
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La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
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