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2022-07-11
Da Nord a Sud: ecco dove fermarsi per un «on the road» indimenticabile
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Un on the road lungo lo Stivale per godere, con il giusto ritmo, delle bellezze paesaggistiche e storico-artistiche a nostra disposizione: è possibile? La risposta è sì, nonostante l’estensione del nostro Paese sia (relativamente) limitata.
Non siamo negli Stati Uniti né in Australia, dove – non a caso – camper e roulotte sono mezzi privilegiati tra i viaggiatori locali. A proposito di Australia: The Great Ocean Road è stato definito l’on the road più bello al mondo. L’oceano e le scogliere della parte sud-orientale di Oz (espressione con cui viene altrimenti identificato questo magnifico Paese) fanno di queste 157 miglia un percorso indimenticabile.
In Italia niente deserti né strade panoramiche vuote per ore. Eppure anche l’Italia si presta a lunghi viaggi su strada e gli intermezzi tra un luogo e l’altro non hanno nulla da invidiare ad altri Paesi, che raramente possono vantare una simile concentrazione di natura e cultura.
La Strada delle Dolomiti, per esempio, offre 180 chilometri di pura bellezza tra le cime più belle del mondo, non a caso dichiarate Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO. Il punto di partenza è Belluno e quello di arrivo Dobbiaco: provare per credere.
La Toscana - ça va sans dire – è una regione da percorrere rigorosamente on the road. Una delle strade più belle d’Italia, infatti, è la Chiantigiana, che collega Firenze a Siena e consente di ammirare colline, vigneti e borghi arroccati.
La Costiera Amalfitana è forse il simbolo per eccellenza dell’on the road: qui protagonisti sono il mare, i colori e i profumi di questo angolo di paradiso sognato da tutti gli stranieri. Basta percorrere la Statale Panoramica 163 da Positano a Vietri sul Mare per appagare tutti i sensi.
Tra tutte le regioni d’Italia, la Basilicata è quella che forse si presta maggiormente a un viaggio su quattro (o due ruote): paesaggi sgombri, borghi poco conosciuti e spazi incontaminati. A esclusione della turistica Matera, infatti, la Basilicata rimane ancora una regione per pochi. Il consiglio è di non trascurare le Dolomiti Lucane, che regalano scorsi surreali: sembra di stare su un pianeta disabitato.
In cosa consiste la bellezza dei viaggi on the road? Prima di tutto nella libertà che permettono. Certo, è bene organizzarsi un minimo, ma senza eccessi, altrimenti il rischio è di non godersi il fascino tipico di un viaggio su strada. Occorrono essenzialmente due cose: buoni pneumatici e la disponibilità a cambiare programmi. Se si possiedono queste caratteristiche, allora ci si può davvero abbandonare a un on the road vero.
Se si ha proprio necessità di un prontuario pre-partenza, eccone uno:
- Preparare uno scheletro di itinerario (e del tempo che si vuole dedicare a ciascun luogo), aiutandosi con Google Maps.
- Prenotare gli alloggi con anticipo, per evitare brutte sorprese, anche sul fronte economico. La migliore piattaforma rimane ancora Booking.
- Dedicare a ogni luogo almeno una notte: on the road e stress sono nemici.
- Viaggiare leggeri: non ha senso scaricare e caricare grandi valige ogni due giorni.
- Scegliere una buona compilation per assaporare al meglio il viaggio.
- All’ora di pranzo optare per lo street food, non solo per risparmiare tempo e rimanere leggeri durante il viaggio, ma anche per sperimentare la cucina locale da un altro punto di vista. Così, per cena, ci si può concedere un pasto completo.
- Darsi il cambio con il compagno o la compagna di viaggio per evitare colpi di sonno. Se si è soli, concedersi più pause: l’on the road raggiunge il suo vero scopo se lo si intraprende con la giusta filosofia.
Quanto al mezzo, quella è una scelta soggettiva. Ci sono gli amanti della moto, che dell’on the road fanno una filosofia di viaggio, esattamente come i camperisti e gli amanti della roulotte. L’auto rimane invece un mezzo per tutti, anche per chi si appresta a improvvisare un on the road per la prima volta. Non dimentichiamo l’ape-calessino, mezzo che da qualche anno a questa parte spopola soprattutto tra i giovanissimi, non solo in Italia. Via di mezzo tra motorino e automobile, è perfetto per chi ha tempi dilatati e voglia di sperimentare.
Il viaggio che segue prende in considerazione solo alcune delle tappe più interessanti di un on the road da nord a sud. Partenza da Milano e arrivo a Taranto.
Emilia Romagna
Da Milano a Rimini sono circa 6 ore, se si decide di non optare per l’autostrada (un on the road puro la evita). Si tratta di un percorso interessante sia dal punto di vista storico che naturalistico.
È possibile – anzi, consigliato – dividere questo viaggio in tappe. Prima tra tutte: Castiglione D’Adda, storico borgo del Lodigiano. La Pianura Padana non attirerà molte persone, ma Castiglione sorge in una posizione fortunata, a diversi chilometri dai centri più trafficati. Da vedere: il castello Pallavicino Serbelloni, la chiesa di Santa Maria Assunta e quella della Beata Vergine Incoronata. Un piccolo centro ideale per una pausa caffè, prima di continuare con il viaggio verso Rimini.
Seconda tappa: Ferrara, la città delle biciclette, mezzo di locomozione prediletto dai ferraresi, famosi per la loro capacità di godersi la vita con lentezza. La città merita un lasso di tempo che consenta di ammirare il Castello Estense, la vicina cattedrale dedicata a San Giorgio e Palazzo dei Diamanti, chiamato così per i blocchi in marmo bianco e rosa (ben 8500) che ne definiscono struttura e prospettive. A Ferrara è d’obbligo fare una sosta godereccia tra street food e ristoranti di ottima qualità.
Terza tappa: Ravenna. Come trascurare la città in cui è sepolto Dante, illuminata dai preziosi mosaici bizantini? Come per Ferrara, occorre almeno mezza giornata per visitarla, anche se il consiglio rimane quello di fermarsi almeno una notte. Si parte da Piazza del Popolo e il minimo sindacale per poter dire di averla visitata è composto dal Mausoleo di Galla Placidia e dalle Basiliche di San Vitale e di Sant’Apollinare Nuovo.
Infine Rimini. Non solo mare: il Tempio Malatestiano e, in generale, il centro storico (con le sue Piazze Cavour e Tre Martiri) mettono in luce una città estremamente ricca da tutti i punti di vista. Rilassarsi in spiaggia è solo una delle tante opzioni, magari successiva a una visita sulle tracce di Federico Fellini.
Dormire
- Dimora Santa Barbara, via Mortara 1, Ferrara: affittacamere moderno, pulito e centrale.
- Hotel Montecarlo, via Taranto 1, Rivazzurra, Rimini: un tre stelle apprezzato per la pulizia, le colazioni e la vicinanza con il mare.
Mangiare
- Trattoria da Noemi, via Ragno 31, Ferrara: cucina tipica ferrarese. Da provare il tortino di zucca.
- Osteria del Tempo Perso, via Gamba 12, Ravenna: molto buoni i tortellini al ragù.
- La Mi Mama, via Luigi Poletti 32, Rimini: da provare i sardoncini con radicchio e cipolla.
Abruzzo
Lasciandosi alle spalle Rimini, si può finalmente imboccare la strada per l’Abruzzo, direzione Pescara.
Una delle prime tappe in cui consigliamo di fermarsi è Fano, ridente cittadina sul mare delle Marche, meno conosciuta rispetto a Senigallia o Ancona. L’Arco di Augusto, ossia la porta di accesso alla città, dimostra da subito il suo passato romano. Si può anche ammirare dall’alto, precisamente dai Giardini del Pincio, omonimi di quelli presenti nella capitale.
Altra architettura delle meraviglie è il Palazzo Malatestiano, un tempo sede dei Malatesta. In stile rinascimentale, troneggia in centro città. Testimone del romanico-rinascimentale è la Cattedrale di Santa Maria Assunta, che cela al suo interno la Cappella Nolfi, in stile barocco.
E questi sono solo pochissimi esempi della ricchezza storica del luogo. Concludiamo con un suggerimento “marinaro”: la Marina dei Cesari è caratterizzata dalle molte e colorate chiese dei pescatori, mentre il tramonto migliore si gode dalla Passeggiata di Lisippo.
Puntata d’obbligo successiva a Fano è Sirolo, definita la perla dell’Adriatico. Il borgo è estremamente suggestivo e da qui si raggiungono spiagge dalla bellezza incontaminata, come quelle delle Due Sorelle e San Michele. Per non perdersi una delle viste più belle delle Marche, bisogna appuntarsi il Balcone Panoramico, che si trova proprio nella piazza principale.
Infine Pescara, il cui simbolo, oggi, è l’avveniristico Ponte del Mare, che unisce le due sponde della città e che permette anche di ammirare il Gran Sasso e la Majella. Oltre al bel lungomare, Pescara vanta un centro storico vivace ed elegante e punti di riferimento quale Casa D’Annunzio, dove nacque lo scrittore e poeta. A proposito del Vate, fu anche grazie a lui che venne costruita la Cattedrale di San Cetteo, dove si trovano la tomba della madre e L’Estasi di San Francesco del Guercino.
Dormire
- Apartment Schiavoni, via degli Schiavoni 17, Fano: appartamento confortevole e vicinissimo alla spiaggia (100 metri).
- Valcastagno Relais, via Valcastagno 14, Sirolo: luogo incantevole, colazioni ottime.
- Casa Martina, via Fucino 4, Pescara: b&b a due passi dal centro e dalla spiaggia.
Mangiare
- Ristorante Vecchia Fano, via Bonaccorsi 12/14, Fano: famoso per il tiramisù.
- Ristorante La Taverna, piazza Vittorio Veneto 10, Sirolo. Da provare: la dadolata di tonno.
- Somari, Corso Vittorio Emanuele II 247/249, Pescara: ottimi gli arrosticini di pecora.
Foggiano
Da Pescara a Vasto il passo è breve. Siamo in provincia di Chieti, in una cittadina caratterizzata da un delizioso centro storico e da un mare pulito. Bastano poche ore per visitarla: il tempo di una nuotata nella bella Vasto Marina e di un pranzo o una cena.
È giusto sapere che Vasto, tra l’altro, è la base di partenza per visitare la Costa dei Trabocchi, da percorrere possibilmente in bicicletta (uno degli on the road migliori, a nostro avviso, coniuga automobile o camper/roulotte e bici). Ad accoglierci al nostro arrivo è Piazza Rossetti, intitolata al poeta e patriota italiano, cui Vasto ha dato i natali. A Rossetti è dedicato anche il teatro cittadino.
Il centro storico custodisce, tra gli altri preziosi monumenti, il Castello Caldoresco e Palazzo D’Avalos, che apparteneva alla nobile famiglia originaria della Spagna. Al suo interno si trovano il Museo Archeologico più antico d’Abruzzo, la Pinacoteca Civica e il Museo del Costume Antico.
Dopo qualche oretta di relax in questa bella cittadina di mare, è il momento di dirigersi a Lesina (FG), esempio di una Puglia assolutamente fuori dalle righe. Questo piccolo comune si trova alle porte del Gargano ed è dominato da una laguna dai toni surreali. Il pontile in legno va percorso con calma: l’orizzonte che offre, da un lato sul lago e dall’altro sul centro storico, è particolarmente suggestivo all’ora del tramonto.
Un’escursione in barca permette non solo di trascorrere un po’ di tempo in totale relax, ma anche di entrare a contatto con la fauna locale, di cui la regina è l’anguilla, cucinata in tutte le salse.
Per gli amanti del mare: niente paura, perché è vicinissimo.
Altro luogo di questa Puglia insolita è San Severo, sempre nel Foggiano, definita “la città dei campanili” per via delle tante torri che svettano all’interno della cittadina, dominate da tetti in maiolica colorata. Il più alto è quello della chiesa matrice di San Severino abate.
Assolutamente da visitare il MAT (Museo dell’Alto Tavoliere), all’interno del quale una sezione è dedicata ad Andrea Pazienza, originario di San Severo da parte paterna. Infine le tante cattedrali sotterranee del vino, per cui San Severo è famosissima. Qui, infatti, è nata la prima DOC d’Italia.
Dormire
- Le Mansardine, via San Camillo de Lellis 19, Vasto: b&b notevole per l’accoglienza e le colazioni.
- Mattei Domus, viale Sicilia 25, Lesina: b&b in posizione tranquilla ma centrale.
- Tenuta Inagro, S.P. 142 Km 49,100, San Severo: un hotel con tutti i crismi.
Mangiare
- Trattoria 21, via Canaccio 72, Vasto: ottimo il brodetto.
- Le Braci, via Lanza, Lesina: macelleria-braceria di qualità.
- Il Giardino dei Sapori, via Solferino 25, San Severo: ottima anche la pizza.
Taranto
Questo on the road termina in Puglia, ma passando per la Basilicata, a partire da Palazzo San Gervasio (PZ): un borgo antico, ricco di belvedere e cortili. Qui si trovano un castello - che fu tempo dimora di caccia di Federico II - e diversi palazzi nobiliari, come Palazzo D’Errico, oggi Pinacoteca e Biblioteca “Camillo d’Errico”.
Molto interessante anche la chiesa madre di San Nicola, in stile romanico pugliese. All’interno si trovano anche delle creazioni in cartapesta, modellate da artigiani leccesi. Ma è soprattutto la natura circostante a sorprendere, in special modo il bosco comunale, al cui interno si trovano anche un campeggio e l’idilliaco lago Frontetusio, perfetto per gli amanti del birdwatching.
L’on the road in questa parte d’Italia prosegue a Matera, una città cui le parole non possono rendere giustizia. Antichissima e arcana, visto che affonda le sue radici nella Preistoria; ma anche brulla, essenziale, monastica. La parte più antica – la civita – si trova in alto, mentre in basso ci sono il Sasso Caveoso e il Sasso Barisano, rioni pietrosi puntellati da case e da grotte.
Percorrendo via Madonna delle Virtù si ha un affaccio privilegiato sulla gravina, sorta di canyon attraversato dal torrente omonimo. Se si ha una buona forma fisica, bisogna assolutamente fare un’incursione nel Parco della Murgia Materana, la cui natura primordiale convive in perfetta armonia con le costruzioni dell’uomo: si tratta di uno degli spettacoli naturali più ammalianti d’Italia.
Questo viaggio si conclude a Taranto, la più bistrattata delle città pugliesi e una delle meno amate del Paese, cosa che si deve alla presenza dell’Ilva e a una fama non troppo brillante del suo centro storico, in passato poco sicuro. Ma bisogna sfatare i miti, anche quelli negativi: Taranto è pur sempre la capitale della Magna Grecia, oltre che il porto principale della Marina Militare. Famosa per il buon cibo, il mare caraibico e la storia che trasuda da ogni pietra, val bene una visita.
Splendidi il ponte girevole – che all’occorrenza si apre per far passare le navi dal Mar Piccolo al Mar Grande e viceversa – e il Castello Aragonese. Una menzione speciale la merita però Taranto Vecchia, con la sua cattedrale (San Cataldo), amata anche da Sgarbi, e con i suoi tanti ipogei, che fungevano da tombe, fornaci o frantoi.
Se si ha tempo, si può proseguire sulla litoranea, con le sue bellissime – ma affollatissime – spiagge.
Dormire
- B&B Palatium S.G., via Roma 3/5, Palazzo San Gervasio: stanze moderne e confortevoli e posizione centrale.
- Pietre e Sassi, via Don Giovanni Minzoni 4, Matera: centralissimo e dotato di stanze molto belle.
- Hotel Europa, via Roma 2, Taranto: elegante e proteso sia verso il mare che verso il centro città.
Mangiare
- Bramea, viale Villa D’Errico 10, Palazzo San Gervasio: bellissima location e piatti raffinati.
- Agriristories, via Sette Dolori 62, Matera: prodotti a km 0. Ottimi i cavatelli al pesto di pistacchio.
- La Paranza, via Cariati 68, Taranto: ottimi l’antipasto paranza e i bigoli allo scoglio.
Continua a leggereRiduci
Che sia in auto, moto o camper, vi proponiamo un'idea di viaggio a tappe con partenza da Milano e arrivo a Taranto, lungo tutta la Penisola, attraverso le bellezze paesaggistiche e storico-artistiche che il nostro territorio ci mette a disposizione.Lo speciale contiene un articolo e quattro approfondimenti.Un on the road lungo lo Stivale per godere, con il giusto ritmo, delle bellezze paesaggistiche e storico-artistiche a nostra disposizione: è possibile? La risposta è sì, nonostante l’estensione del nostro Paese sia (relativamente) limitata. Non siamo negli Stati Uniti né in Australia, dove – non a caso – camper e roulotte sono mezzi privilegiati tra i viaggiatori locali. A proposito di Australia: The Great Ocean Road è stato definito l’on the road più bello al mondo. L’oceano e le scogliere della parte sud-orientale di Oz (espressione con cui viene altrimenti identificato questo magnifico Paese) fanno di queste 157 miglia un percorso indimenticabile.In Italia niente deserti né strade panoramiche vuote per ore. Eppure anche l’Italia si presta a lunghi viaggi su strada e gli intermezzi tra un luogo e l’altro non hanno nulla da invidiare ad altri Paesi, che raramente possono vantare una simile concentrazione di natura e cultura.La Strada delle Dolomiti, per esempio, offre 180 chilometri di pura bellezza tra le cime più belle del mondo, non a caso dichiarate Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO. Il punto di partenza è Belluno e quello di arrivo Dobbiaco: provare per credere.La Toscana - ça va sans dire – è una regione da percorrere rigorosamente on the road. Una delle strade più belle d’Italia, infatti, è la Chiantigiana, che collega Firenze a Siena e consente di ammirare colline, vigneti e borghi arroccati.La Costiera Amalfitana è forse il simbolo per eccellenza dell’on the road: qui protagonisti sono il mare, i colori e i profumi di questo angolo di paradiso sognato da tutti gli stranieri. Basta percorrere la Statale Panoramica 163 da Positano a Vietri sul Mare per appagare tutti i sensi.Tra tutte le regioni d’Italia, la Basilicata è quella che forse si presta maggiormente a un viaggio su quattro (o due ruote): paesaggi sgombri, borghi poco conosciuti e spazi incontaminati. A esclusione della turistica Matera, infatti, la Basilicata rimane ancora una regione per pochi. Il consiglio è di non trascurare le Dolomiti Lucane, che regalano scorsi surreali: sembra di stare su un pianeta disabitato.In cosa consiste la bellezza dei viaggi on the road? Prima di tutto nella libertà che permettono. Certo, è bene organizzarsi un minimo, ma senza eccessi, altrimenti il rischio è di non godersi il fascino tipico di un viaggio su strada. Occorrono essenzialmente due cose: buoni pneumatici e la disponibilità a cambiare programmi. Se si possiedono queste caratteristiche, allora ci si può davvero abbandonare a un on the road vero.Se si ha proprio necessità di un prontuario pre-partenza, eccone uno:Preparare uno scheletro di itinerario (e del tempo che si vuole dedicare a ciascun luogo), aiutandosi con Google Maps. Prenotare gli alloggi con anticipo, per evitare brutte sorprese, anche sul fronte economico. La migliore piattaforma rimane ancora Booking.Dedicare a ogni luogo almeno una notte: on the road e stress sono nemici.Viaggiare leggeri: non ha senso scaricare e caricare grandi valige ogni due giorni.Scegliere una buona compilation per assaporare al meglio il viaggio.All’ora di pranzo optare per lo street food, non solo per risparmiare tempo e rimanere leggeri durante il viaggio, ma anche per sperimentare la cucina locale da un altro punto di vista. Così, per cena, ci si può concedere un pasto completo.Darsi il cambio con il compagno o la compagna di viaggio per evitare colpi di sonno. Se si è soli, concedersi più pause: l’on the road raggiunge il suo vero scopo se lo si intraprende con la giusta filosofia.Quanto al mezzo, quella è una scelta soggettiva. Ci sono gli amanti della moto, che dell’on the road fanno una filosofia di viaggio, esattamente come i camperisti e gli amanti della roulotte. L’auto rimane invece un mezzo per tutti, anche per chi si appresta a improvvisare un on the road per la prima volta. Non dimentichiamo l’ape-calessino, mezzo che da qualche anno a questa parte spopola soprattutto tra i giovanissimi, non solo in Italia. Via di mezzo tra motorino e automobile, è perfetto per chi ha tempi dilatati e voglia di sperimentare.Il viaggio che segue prende in considerazione solo alcune delle tappe più interessanti di un on the road da nord a sud. Partenza da Milano e arrivo a Taranto.<div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/italia-on-the-road-viaggi-2657648112.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="emilia-romagna" data-post-id="2657648112" data-published-at="1657555993" data-use-pagination="False"> Emilia Romagna Da Milano a Rimini sono circa 6 ore, se si decide di non optare per l’autostrada (un on the road puro la evita). Si tratta di un percorso interessante sia dal punto di vista storico che naturalistico.È possibile – anzi, consigliato – dividere questo viaggio in tappe. Prima tra tutte: Castiglione D’Adda, storico borgo del Lodigiano. La Pianura Padana non attirerà molte persone, ma Castiglione sorge in una posizione fortunata, a diversi chilometri dai centri più trafficati. Da vedere: il castello Pallavicino Serbelloni, la chiesa di Santa Maria Assunta e quella della Beata Vergine Incoronata. Un piccolo centro ideale per una pausa caffè, prima di continuare con il viaggio verso Rimini.Seconda tappa: Ferrara, la città delle biciclette, mezzo di locomozione prediletto dai ferraresi, famosi per la loro capacità di godersi la vita con lentezza. La città merita un lasso di tempo che consenta di ammirare il Castello Estense, la vicina cattedrale dedicata a San Giorgio e Palazzo dei Diamanti, chiamato così per i blocchi in marmo bianco e rosa (ben 8500) che ne definiscono struttura e prospettive. A Ferrara è d’obbligo fare una sosta godereccia tra street food e ristoranti di ottima qualità.Terza tappa: Ravenna. Come trascurare la città in cui è sepolto Dante, illuminata dai preziosi mosaici bizantini? Come per Ferrara, occorre almeno mezza giornata per visitarla, anche se il consiglio rimane quello di fermarsi almeno una notte. Si parte da Piazza del Popolo e il minimo sindacale per poter dire di averla visitata è composto dal Mausoleo di Galla Placidia e dalle Basiliche di San Vitale e di Sant’Apollinare Nuovo.Infine Rimini. Non solo mare: il Tempio Malatestiano e, in generale, il centro storico (con le sue Piazze Cavour e Tre Martiri) mettono in luce una città estremamente ricca da tutti i punti di vista. Rilassarsi in spiaggia è solo una delle tante opzioni, magari successiva a una visita sulle tracce di Federico Fellini.DormireDimora Santa Barbara, via Mortara 1, Ferrara: affittacamere moderno, pulito e centrale.Hotel Montecarlo, via Taranto 1, Rivazzurra, Rimini: un tre stelle apprezzato per la pulizia, le colazioni e la vicinanza con il mare.MangiareTrattoria da Noemi, via Ragno 31, Ferrara: cucina tipica ferrarese. Da provare il tortino di zucca.Osteria del Tempo Perso, via Gamba 12, Ravenna: molto buoni i tortellini al ragù.La Mi Mama, via Luigi Poletti 32, Rimini: da provare i sardoncini con radicchio e cipolla. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/italia-on-the-road-viaggi-2657648112.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="abruzzo" data-post-id="2657648112" data-published-at="1657555993" data-use-pagination="False"> Abruzzo Lasciandosi alle spalle Rimini, si può finalmente imboccare la strada per l’Abruzzo, direzione Pescara.Una delle prime tappe in cui consigliamo di fermarsi è Fano, ridente cittadina sul mare delle Marche, meno conosciuta rispetto a Senigallia o Ancona. L’Arco di Augusto, ossia la porta di accesso alla città, dimostra da subito il suo passato romano. Si può anche ammirare dall’alto, precisamente dai Giardini del Pincio, omonimi di quelli presenti nella capitale.Altra architettura delle meraviglie è il Palazzo Malatestiano, un tempo sede dei Malatesta. In stile rinascimentale, troneggia in centro città. Testimone del romanico-rinascimentale è la Cattedrale di Santa Maria Assunta, che cela al suo interno la Cappella Nolfi, in stile barocco.E questi sono solo pochissimi esempi della ricchezza storica del luogo. Concludiamo con un suggerimento “marinaro”: la Marina dei Cesari è caratterizzata dalle molte e colorate chiese dei pescatori, mentre il tramonto migliore si gode dalla Passeggiata di Lisippo.Puntata d’obbligo successiva a Fano è Sirolo, definita la perla dell’Adriatico. Il borgo è estremamente suggestivo e da qui si raggiungono spiagge dalla bellezza incontaminata, come quelle delle Due Sorelle e San Michele. Per non perdersi una delle viste più belle delle Marche, bisogna appuntarsi il Balcone Panoramico, che si trova proprio nella piazza principale.Infine Pescara, il cui simbolo, oggi, è l’avveniristico Ponte del Mare, che unisce le due sponde della città e che permette anche di ammirare il Gran Sasso e la Majella. Oltre al bel lungomare, Pescara vanta un centro storico vivace ed elegante e punti di riferimento quale Casa D’Annunzio, dove nacque lo scrittore e poeta. A proposito del Vate, fu anche grazie a lui che venne costruita la Cattedrale di San Cetteo, dove si trovano la tomba della madre e L’Estasi di San Francesco del Guercino.Dormire Apartment Schiavoni, via degli Schiavoni 17, Fano: appartamento confortevole e vicinissimo alla spiaggia (100 metri).Valcastagno Relais, via Valcastagno 14, Sirolo: luogo incantevole, colazioni ottime.Casa Martina, via Fucino 4, Pescara: b&b a due passi dal centro e dalla spiaggia.MangiareRistorante Vecchia Fano, via Bonaccorsi 12/14, Fano: famoso per il tiramisù.Ristorante La Taverna, piazza Vittorio Veneto 10, Sirolo. Da provare: la dadolata di tonno.Somari, Corso Vittorio Emanuele II 247/249, Pescara: ottimi gli arrosticini di pecora. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/italia-on-the-road-viaggi-2657648112.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="foggiano" data-post-id="2657648112" data-published-at="1657555993" data-use-pagination="False"> Foggiano Da Pescara a Vasto il passo è breve. Siamo in provincia di Chieti, in una cittadina caratterizzata da un delizioso centro storico e da un mare pulito. Bastano poche ore per visitarla: il tempo di una nuotata nella bella Vasto Marina e di un pranzo o una cena.È giusto sapere che Vasto, tra l’altro, è la base di partenza per visitare la Costa dei Trabocchi, da percorrere possibilmente in bicicletta (uno degli on the road migliori, a nostro avviso, coniuga automobile o camper/roulotte e bici). Ad accoglierci al nostro arrivo è Piazza Rossetti, intitolata al poeta e patriota italiano, cui Vasto ha dato i natali. A Rossetti è dedicato anche il teatro cittadino. Il centro storico custodisce, tra gli altri preziosi monumenti, il Castello Caldoresco e Palazzo D’Avalos, che apparteneva alla nobile famiglia originaria della Spagna. Al suo interno si trovano il Museo Archeologico più antico d’Abruzzo, la Pinacoteca Civica e il Museo del Costume Antico. Dopo qualche oretta di relax in questa bella cittadina di mare, è il momento di dirigersi a Lesina (FG), esempio di una Puglia assolutamente fuori dalle righe. Questo piccolo comune si trova alle porte del Gargano ed è dominato da una laguna dai toni surreali. Il pontile in legno va percorso con calma: l’orizzonte che offre, da un lato sul lago e dall’altro sul centro storico, è particolarmente suggestivo all’ora del tramonto.Un’escursione in barca permette non solo di trascorrere un po’ di tempo in totale relax, ma anche di entrare a contatto con la fauna locale, di cui la regina è l’anguilla, cucinata in tutte le salse. Per gli amanti del mare: niente paura, perché è vicinissimo.Altro luogo di questa Puglia insolita è San Severo, sempre nel Foggiano, definita “la città dei campanili” per via delle tante torri che svettano all’interno della cittadina, dominate da tetti in maiolica colorata. Il più alto è quello della chiesa matrice di San Severino abate. Assolutamente da visitare il MAT (Museo dell’Alto Tavoliere), all’interno del quale una sezione è dedicata ad Andrea Pazienza, originario di San Severo da parte paterna. Infine le tante cattedrali sotterranee del vino, per cui San Severo è famosissima. Qui, infatti, è nata la prima DOC d’Italia.DormireLe Mansardine, via San Camillo de Lellis 19, Vasto: b&b notevole per l’accoglienza e le colazioni.Mattei Domus, viale Sicilia 25, Lesina: b&b in posizione tranquilla ma centrale.Tenuta Inagro, S.P. 142 Km 49,100, San Severo: un hotel con tutti i crismi.MangiareTrattoria 21, via Canaccio 72, Vasto: ottimo il brodetto.Le Braci, via Lanza, Lesina: macelleria-braceria di qualità.Il Giardino dei Sapori, via Solferino 25, San Severo: ottima anche la pizza. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/italia-on-the-road-viaggi-2657648112.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="taranto" data-post-id="2657648112" data-published-at="1657555993" data-use-pagination="False"> Taranto Questo on the road termina in Puglia, ma passando per la Basilicata, a partire da Palazzo San Gervasio (PZ): un borgo antico, ricco di belvedere e cortili. Qui si trovano un castello - che fu tempo dimora di caccia di Federico II - e diversi palazzi nobiliari, come Palazzo D’Errico, oggi Pinacoteca e Biblioteca “Camillo d’Errico”.Molto interessante anche la chiesa madre di San Nicola, in stile romanico pugliese. All’interno si trovano anche delle creazioni in cartapesta, modellate da artigiani leccesi. Ma è soprattutto la natura circostante a sorprendere, in special modo il bosco comunale, al cui interno si trovano anche un campeggio e l’idilliaco lago Frontetusio, perfetto per gli amanti del birdwatching.L’on the road in questa parte d’Italia prosegue a Matera, una città cui le parole non possono rendere giustizia. Antichissima e arcana, visto che affonda le sue radici nella Preistoria; ma anche brulla, essenziale, monastica. La parte più antica – la civita – si trova in alto, mentre in basso ci sono il Sasso Caveoso e il Sasso Barisano, rioni pietrosi puntellati da case e da grotte.Percorrendo via Madonna delle Virtù si ha un affaccio privilegiato sulla gravina, sorta di canyon attraversato dal torrente omonimo. Se si ha una buona forma fisica, bisogna assolutamente fare un’incursione nel Parco della Murgia Materana, la cui natura primordiale convive in perfetta armonia con le costruzioni dell’uomo: si tratta di uno degli spettacoli naturali più ammalianti d’Italia.Questo viaggio si conclude a Taranto, la più bistrattata delle città pugliesi e una delle meno amate del Paese, cosa che si deve alla presenza dell’Ilva e a una fama non troppo brillante del suo centro storico, in passato poco sicuro. Ma bisogna sfatare i miti, anche quelli negativi: Taranto è pur sempre la capitale della Magna Grecia, oltre che il porto principale della Marina Militare. Famosa per il buon cibo, il mare caraibico e la storia che trasuda da ogni pietra, val bene una visita.Splendidi il ponte girevole – che all’occorrenza si apre per far passare le navi dal Mar Piccolo al Mar Grande e viceversa – e il Castello Aragonese. Una menzione speciale la merita però Taranto Vecchia, con la sua cattedrale (San Cataldo), amata anche da Sgarbi, e con i suoi tanti ipogei, che fungevano da tombe, fornaci o frantoi.Se si ha tempo, si può proseguire sulla litoranea, con le sue bellissime – ma affollatissime – spiagge.DormireB&B Palatium S.G., via Roma 3/5, Palazzo San Gervasio: stanze moderne e confortevoli e posizione centrale.Pietre e Sassi, via Don Giovanni Minzoni 4, Matera: centralissimo e dotato di stanze molto belle.Hotel Europa, via Roma 2, Taranto: elegante e proteso sia verso il mare che verso il centro città.MangiareBramea, viale Villa D’Errico 10, Palazzo San Gervasio: bellissima location e piatti raffinati.Agriristories, via Sette Dolori 62, Matera: prodotti a km 0. Ottimi i cavatelli al pesto di pistacchio.La Paranza, via Cariati 68, Taranto: ottimi l’antipasto paranza e i bigoli allo scoglio.
Milano, il restauro del mosaico del toro in Galleria Vittorio Emanuele (Getty Images)
C’è un’attrazione turistica, a Milano, che attira più del Duomo, della Scala, del Castello sforzesco. Questa «meraviglia» si trova in Galleria Vittorio Emanuele. È il celeberrimo mosaico del «toro rampante» che raffigura, sotto la volta in ferro e vetro dell’Ottagono, il salotto buono della città, Torino. Torpedoni di turisti passano appositamente da lì per compiere la «giravolta scaramantica» sopra i testicoli della bestia. Un rito propiziatorio eseguito una volta sola, oppure di più, a seconda della regola che si è diffusa nel gruppo di turisti. E dagli oggi, dagli domani, i poveri attributi maschili dell’animale sono scomparsi (ormai da tempo): al loro posto, i talloni di passanti e turisti hanno lasciato un piccolo cratere profondo oltre 2,5 centimetri.
In questi giorni il Comune di Milano ha transennato l’area: al povero toro bisognava ridare quello che la furia dei turisti ha tolto. Stemma recintato, via le vecchie tessere consunte, parte il restauro. Eseguito non da un professionista qualsiasi ma da Gianluca Galli. Ai più, questo nome potrebbe non dire niente. Ma ha un curriculum di tutto rispetto: ha coordinato interventi in alcune delle principali città d’arte italiane come Trento, Padova, Venezia, Firenze, Roma, Milano, Pisa, oltre a rivestire il ruolo di referente per il progetto italiano di proposta d’intervento presso il Palazzo di Peterhof, la Reggia Di Caterina, a San Pietroburgo, in Russia. Tra il 2017 e il 2018, inoltre, ha eseguito il restauro dell’intero pavimento musivo di Galleria Vittorio Emanuele, a Milano. Insomma, è di casa da quelle parti.
Dopo quasi una settimana di lavori, Marco Granelli, assessore alle Opere pubbliche e cura del territorio, ieri ha potuto postare, tutto orgoglioso, queste due frasi sui social: «E come previsto, il mosaico del toro è tornato in Galleria Vittorio Emanuele, completamente restaurato. Complimenti al nostro artigiano per il lavoro di restauro del mosaico». A corredo di tale impresa, una foto del toro senza più il cratere al posto delle parti intime. Solo che, fin da subito, centinaia di milanesi hanno fatto notare al fidato assessore di Beppe Sala un piccolo particolare: il «nuovo» toro non ha più gli attributi. Nel restauro, i testicoli più scuri che vengono schiacciati dalla piroetta di milanesi e turisti non ci sono più. In pratica, non è più un toro: in galleria c’è un bue. In tanti hanno chiesto a Granelli: «Ma dove sono finite le palle? Ma non si è accorto dell’errore?». Evidentemente no. «Tessere di colore diverso, fughe larghe e disordinate...e questo sarebbe un lavoro fatto bene?», si chiede un altro cittadino furioso. E poi ancora: «Restauro orrendo», «Rattoppo mal fatto», «Transazione di genere per il povero toro», «Sembra un maiale», «Toro transgender» e via discorrendo. I social, spesso, non perdonano.
Per ora il toro rimarrà così. E ai turisti non resta altro che immaginare dove si trovassero i testicoli per riprendere a schiacciarli. Un rito che ha una nascita incerta. Sono tre le ipotesi. La prima: il gesto nascerebbe come rito propiziatorio legato strettamente alla fecondità. Nell’Ottocento, infatti, erano soprattutto le donne a sfiorare con discrezione il mosaico per augurarsi di concepire un figlio. Con il passare dei decenni il concetto di «fertilità» si è progressivamente laicizzato e allargato alla prosperità economica. Poi c’è la tesi più in voga: calpestare le palle del toro era uno sfregio, a metà Ottocento, rivolto verso la città di Torino, in un‘epoca in cui la rivalità tra le due città era all’apice. «Secondo alcuni racconti popolari», argomenta Focus introducendo la terza ipotesi, «si trattava di un rito magico da compiere esclusivamente la notte di San Silvestro. La leggenda voleva che compiere tre giri completi su se stessi con il tallone destro, rigorosamente ad occhi chiusi e allo scoccare esatto della mezzanotte del 31 dicembre, garantisse la benevolenza della sorte».
Insomma, al toro sono cadute le palle per come è stato trattato dalla giunta Sala. Così come ai milanesi.
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Pedro Sánchez (Ansa)
Come è noto, il governo di Madrid, con un un decreto promulgato lo scorso aprile, ha deciso di estendere la cittadinanza spagnola a oltre mezzo milione di immigrati clandestini presenti nel Paese. Una scelta che doveva essere dettata da ragioni soprattutto economiche. Per lo Psoe, il partito socialista di Pedro Sánchez, e per la sinistra di Podemos, guidata da Ione Belarra, l’aumento del Pil del 2,9% nel 2025 era dovuto soprattutto al contributo degli stranieri che, col loro lavoro, non solo avevano permesso di migliorare l’economia spagnola, ma avevano anche rafforzato il sistema del welfare. Sulla carta, quindi, l’operazione del governo spagnolo era perfetta. Sulla carta, però. Perché El Confidencial ha raccolto i numeri elaborati dall’Airef, l’autorità indipendente per la responsabilità fiscale, che raccontano tutta un’altra storia rispetto a quella proposta da Sánchez. Secondo le stime, infatti, l’impatto a lungo termine di questa enorme regolarizzazione (500.000 immigrati su poco più di 860.000, quindi più della metà) sarà estremamente limitato: solo lo 0,03% del Pil. Praticamente nulla.
Più precisamente, secondo l’Airef, questa regolarizzazione di massa contribuirà con lo 0,07% del Pil in contributi durante il primo anno di attuazione, pari a circa 1,3 miliardi di euro. Questa cifra aumenterà nei primi anni successivi alla regolarizzazione, raggiungendo un picco dello 0,11% del Pil nel 2030 che, secondo le previsioni di crescita nominale dell’Airef, ammonterebbe a circa 2,3 miliardi di euro. «In media» - ha detto, durante la conferenza stampa di presentazione dei dati, il presidente dell’Airef, Inés Olóndriz -«su un periodo di tempo molto lungo, l’impatto della regolarizzazione degli immigrati è molto ridotto, nell’ordine di due cifre decimali». Quelle che noi, quando si parla di elezioni, definiremmo da prefisso telefonico.
Ma c’è di più. Perché questo scarso beneficio sul Pil potrebbe diminuire ulteriormente nei prossimi anni, come spiega sempre l’Airef: «L’impatto si attenuerà nell’arco di altri quattro anni [2034, ndr], sulla base delle precedenti regolarizzazioni».
C’è però un altro scenario possibile: quello di un ennesimo allargamento della cittadinanza nei prossimi anni. Potenzialmente, infatti, la platea potrebbe aumentare a 950.000 persone, considerando coloro che sono stati in qualche modo registrati, ma che però risultano privi di documenti, e gli altri richiedenti asilo.
Quindi, se l’economia ti smentisce perché farlo? Perché la Spagna ha anche un enorme problema demografico. Lo stesso, anzi a tratti peggiore, che è presente in tutto il mondo occidentale: non si fanno figli, se non in tarda età e i morti sono più dei nati.
Alcuni numeri: nel 2014 le nascite erano 428.000. Dieci anni dopo, nel 2024, solamente 318.000. Che, tradotto, significa circa il 25% in meno solamente in un decennio. Il tasso di fecondità in Spagna, poi, si attesta a 1,1 figli per donna, uno dei dati più bassi presente in Occidente e, soprattutto, ben lontano dai 2,1 necessari per mantenere la popolazione stabile. Continuando a mettere a confronto i numeri degli ultimi dieci anni notiamo che gli over 65 sono aumentati di oltre il 17% mentre gli over 85 sono cresciuti di circa il 35%. Da ciò deriva la grande difficoltà economica legata soprattutto al welfare. Se andiamo invece ad analizzare i numeri delle persone straniere notiamo un trend opposto. Secondo quanto raccolto dall’Istituto nazionale di statistica spagnolo, un bambino su tre è nato da una mamma nata all’estero. Negli ultimi quattro anni, poi, sono giunti nel Paese almeno 1,6 milioni di persone straniere provenienti soprattutto da Colombia, Venezuela, altri Paesi latinoamericani e Marocco. Tutti Paesi in cui il tasso di fertilità è molto più alto e che, a tendere, andranno a sostituire la popolazione locale. Che è lecito, sia chiaro. Ma ne vale davvero la pena? Non sarebbe meglio - prima di allargare le maglie della cittadinanza con pochi controlli su chi si sta accogliendo, come segnalato dagli stessi sindacati di polizia spagnola - incentivare le nascite locali? Pare proprio che la sinistra spagnola, che in questo si trova in ottima compagnia con quella italiana, stia facendo il possibile per far sì che la popolazione locale diventi una minoranza. Che forse, a quel punto, verrà finalmente tutelata.
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Il premier britannico Keir Starmer. Nel riquadro Henry Nowak, lo studente accoltellato da un sikh a Southampton (Ansa)
È esattamente questa la morale della favola nerissima che ha per protagonista Henry Nowak, diciottenne studente al primo anno di università ammazzato a coltellate il 3 dicembre 2025 a Southampton, in Inghilterra.
Nowak è stato pugnalato più volte con un coltello cerimoniale sikh, ventuno centimetri di lama che non gli hanno lasciato scampo. Giovedì, per il suo omicidio è stato condannato Vickrum Digwa, un ventitreenne sikh. Questo però non è un assassinio come tanti. Ha un sottofondo etnico-culturale che non può lasciare indifferenti. Infatti, curiosamente, di questo caso al di fuori del Regno Unito si è parlato pochissimo. E siamo sicuri che, se le parti fossero state invertite - cioè se fosse stato ferocemente massacrato un immigrato e il colpevole fosse un giovane bianco - avremmo letto paginate indignate sul razzismo imperante e sull’odio in crescita nell’Inghilterra fascista in cui Nigel Farage fa incetta di consensi. Invece è morto un ragazzo bianco europeo, e poco importa.
Ma l’aspetto più atroce della faccenda riguarda gli ultimi istanti di vita di Nowak. Henry tornava da una serata con gli amici del calcio, è stato aggredito e colpito più volte. Nel disperato tentativo di sfuggire al suo aggressore si è trascinato oltre una recinzione, lasciando dietro di sé una spessa striscia di sangue. Quando la polizia è intervenuta, Henry era ancora vivo. Gli agenti accordi sul posto hanno fermato Digwa, e gli hanno chiesto che cosa fosse accaduto. Lui ha dichiarato di avere con sé il pugnale tradizionale che la fede sikh gli impone di portare, e ha detto di avere agito per legittima difesa, dato che Nowak - ubriaco - gli aveva urlato insulti razzisti, lo aveva aggredito e colpito facendogli cadere il prezioso turbante. Ebbene, i poliziotti senza pensarci su troppo gli hanno creduto. Hanno preso Henry Nowak sanguinante e moribondo e lo hanno ammanettato, trattandolo appunto come un criminale razzista.
Digwa ha ripetuto la sua versione al processo, ma in aula le sue «bugie malvagie» sono state smentite: a giugno sarà pronunciata la sentenza definitiva nei suoi riguardi. Non solo. Anche Kiran Kaur, la madre di Digwa, è finita a processo con l’accusa di favoreggiamento per aver tentato di nascondere l’arma del delitto, ovvero il lungo coltello che i sikh pretendono di portare ovunque in virtù delle loro credenze.
Dopo la sentenza, l’organismo di controllo sull’operato della polizia britannica ha avviato un’indagine sul fermo di Nowak. «Stiamo conducendo un’indagine indipendente sui contatti che gli agenti dell’Hampshire e dell’Isola di Wight hanno avuto con il signor Nowak prima della sua morte, avvenuta il 4 dicembre, compreso l’uso delle manette da parte degli agenti e il primo soccorso prestato», si legge nel comunicato ufficiale. «La nostra indagine, avviata a seguito di una segnalazione obbligatoria da parte delle forze dell’ordine, è tuttora in corso e gli agenti coinvolti sono attualmente considerati testimoni».
Nel frattempo, il vicecapo della polizia ad interim, Robert France, parlando alla Bbc, ha presentato scuse formali ai famigliari di Nowak. «È una tragedia che gli agenti non abbiano capito immediatamente cosa fosse successo a Henry», ha detto. «Mi dispiace che sia stato ammanettato e arrestato mentre perdeva conoscenza. Non voglio nascondere i fatti. Voglio che le persone comprendano i fatti nella loro interezza. Gli agenti che inizialmente hanno interagito con Henry sono gli stessi che hanno iniziato la rianimazione cardiopolmonare, che hanno lottato per salvargli la vita e non ho dubbi sul profondo impatto che questo ha avuto su di loro».
Non c’è dubbio che gli agenti abbiano tentato di rianimare Henry quando si sono accorti che stava morendo. Ma su quanto accaduto prima è persino superfluo svolgere approfondimenti, perché è tutto fin troppo chiaro. Sono anni ormai che le forze dell’ordine britanniche sono costrette a occuparsi non solo dei cosiddetti «crimini di odio», ma persino di «episodi di odio non criminali». Centinaia di persone sono state arrestate per post sui social network ritenuti razzisti, tra cui madri di famiglia e comici famosi finiti in manette per una battuta. Altre migliaia di cittadini (minorenni compresi) sono state monitorate e schedate perché qualcuno le aveva sentite usare un linguaggio non appropriato magari durante una lite. Non scherziamo: sono stati schedati ragazzini che avevano dato del ciccione a un compagno di classe nel corso di un litigio, vicini hanno segnalato altri vicini per una risposta maleducata. Ed ecco il risultato di anni e anni di lavaggio del cervello. La polizia - che pure ha più volte protestato per l’enorme quantità di tempo perso a occuparsi di psicoreati inesistenti e stupidaggini - è stata condizionata al punto da credere che un ragazzo sanguinante e morente sia un criminale perché è bianco. E perché un immigrato di seconda generazione lo ha accusato di razzismo. Ripensate alla scena: c’è un uomo agonizzante che gronda sangue, e dall’altra parte un uomo senza un graffio con un coltello di ventuno centimetri. Chi potrebbe essere la vittima? La risposta che gli agenti si sono dati è: l’uomo con il coltello, perché è scuro di pelle e di origini straniere. E nella retorica woke, si sa, gli stranieri sono sempre vittime del bianco oppressore. Di fronte a questo orrore distopico, non c’è dichiarazione di scuse che tenga.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il messaggio suona più o meno così: volete soldi per affrontare il caro energia? Benissimo. Però prima assicuratevi di non rallentare la corsa al riarmo. Mercoledì la Commissione presenterà il pacchetto di primavera del semestre 2026. Una sorta di pagella in cui Bruxelles distribuisce voti, bacchettate e consigli non richiesti. Quest’anno, tuttavia, il clima è diverso. Sullo sfondo ci sono la guerra commerciale globale, i prezzi energetici che continuano a tormentare famiglie e imprese, la crescita asfittica dell’economia europea e soprattutto la nuova ossessione comunitaria: la spesa militare. La coincidenza è singolare. Quando si tratta di finanziare carri armati, missili, sistemi di difesa e programmi militari, le regole del Patto di stabilità possono essere piegate senza problemi. Quando invece si tratta di aiutare imprese e famiglie a pagare bollette diventate insostenibili ricompaiono i ragionieri del rigore. A metà maggio Giorgia Meloni ha scritto direttamente alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Nella lettera ha chiesto di estendere all’emergenza energetica la clausola di salvaguardia che Bruxelles ha già aperto per le spese militari. Una richiesta semplice: se si possono fare deroghe ai vincoli di bilancio per acquistare armamenti, perché non consentirle anche per proteggere il sistema produttivo dall’esplosione dei costi energetici? Domanda apparentemente logica. Ma proprio la logica sembra essere la grande assente nei palazzi europei. Venerdì il portavoce della Commissione, Balazs Ujvari, ha spiegato che il semestre europeo «sarà un’occasione per affrontare i temi indicati nella lettera». Per la serie: ne parleremo.
Purtroppo le probabilità che l’Italia ottenga un’estensione della clausola sembrano ridotte. Le fonti comunitarie parlano apertamente di forti resistenze. «A livello tecnico e di ministri c’è piena opposizione», riferisce una fonte europea.
In compenso, mentre si chiude una porta, Bruxelles ne apre un’altra. O almeno finge di aprirla. Secondo indiscrezioni potrebbe essere predisposto «un qualche strumento di credito».
La risposta farà probabilmente eco alle indicazioni già fornite dal commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, raccomandando di restare all’interno del quadro fiscale e di privilegiare gli investimenti energetici rispetto ai sussidi. Il parametro è sempre lo stesso. Le regole restano regole. Purché non riguardino la difesa.
Infatti sedici Stati membri hanno già attivato la clausola per gli investimenti militari. Sedici. Nessun dramma. Nessun richiamo ai sacrifici delle generazioni future.
Per le armi il portafoglio si apre. Per le bollette si discute. Per le imprese si riflette. Per i cittadini si studia. Per il riarmo si firma. Naturalmente Bruxelles respinge qualsiasi accusa di doppio standard. E il commissario europeo Raffaele Fitto continua a ripetere che si lavora «con spirito costruttivo». Espressione meravigliosa.
Talmente costruttiva che, pochi giorni fa, i governi sono stati invitati a utilizzare le risorse dei fondi di coesione. Una scelta che, ovviamente, ha suscitato le proteste delle comunità che si vedrebbero tagliare i finanziamenti.
Così si fa avanti. Mercoledì la procedura per deficit eccessivo dovrebbe essere confermata. Il deficit del 2025 si è attestato al 3,1% del Pil, appena sopra la soglia magica del 3%. Ci sarà poi il consueto richiamo al consolidamento dei conti pubblici. Ci sarà il controllo sulla crescita della spesa netta. Ci saranno le raccomandazioni. Ci saranno gli ammonimenti. Ci sarà il rituale. Peccato che i numeri raccontino un’altra storia. Nel 2025 la spesa netta italiana è cresciuta dell’1,9%, oltre il limite dell’1,3% fissato dal percorso concordato con Bruxelles. Ma una parte significativa dell’incremento deriva dall’accelerazione nell’utilizzo dei fondi del Pnrr, elemento che le regole europee consentono di sterilizzare nei conteggi. Insomma, anche stavolta la realtà è più complicata delle formule burocratiche.
E come sempre il Semestre europeo si concluderà con il tradizionale elenco delle virtù obbligatorie: innovazione, capitale di rischio, aggregazioni tra imprese, elettrificazione, energie rinnovabili, politiche climatiche e ambientali. Il catalogo delle buone intenzioni non mancherà. Manca invece una risposta convincente alla domanda fondamentale che attraversa tutta questa vicenda. Perché l’Europa considera strategico finanziare la difesa ma non considera altrettanto strategico difendere famiglie e imprese? Una domanda che a Bruxelles preferiscono non sentire.
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