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2021-05-19
L'Italia non beve. E le bibite vanno in crisi
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Anche per i gazzosa il 2020 è stato un anno difficile. Il crollo dei consumi ha pesato per oltre il 15% del mercato in un settore dove i margini sono risicati e sono i volumi a costruire il business. Per avere un'idea basta dire che pure la Coca Cola ha dovuto mettere in cassa integrazione 300 addetti dei reparti commerciali.
La perdita di fatturato è stata attorno la 30% complessivo visto che per tenere quote di mercato nella grande distribuzione si è abbondato di offerte promozionali. E resta tra gli operatori una forte preoccupazione legata a due balzelli che pendono sul settore come una spada di Damocle: la sugar e la plastic tax. La prima che trova giustificazione in quella pedagogia dei consumi che ormai caratterizza lo Stato dietetico - impulso dell' Europa a cui l'Italia del politically correct si è immediatamente conformata - ha già mostrato tutta la sua inutilità. Dove è stata applicata in Francia, in Gran Bretagna, in Olanda la sugar tax non ha affatto ridotto i consumi e per una ragione molto semplice.
Le bibite zuccherate e gassate sono uno dei pochi alimenti a basso costo e più si riducono i redditi disponibili più lo junk food avanza, a parte il fatto che le bibite gassate avvicinandosi l'estate sono un piacere a basso costo e ad alta soddisfazione. Detto questo Assobibe - l'associazione aderente a Confindustria che riunisce i maggiori operatori del settore - continua a chiedere non il rinvio (le due nuove tasse dovrebbero scattare il prossimo anno) ma l'abolizione di questi due balzelli. Per come è concepita in Italia la sugar tax colpirebbe le bibite con un aumento del 28% di tassazione ogni litro e la plastica tax avrebbe un'incidenza ancora superiore: oltre un euro ogni chilo di Pet. Senza tenere conto - come dice il presidente di Assobibe, Giangiacomo Pierini - che le aziende si sono incamminate da tempo su nuove ricette e nuovo packaging. Secondo Pierini con oltre mezzo miliardo d investimenti negli ultimi tre anni si sono ridotte del 27% le calorie in ogni litro di prodotto (è ovviamente una media tra tutti i prodotti di questo comparto) e si è ridotta di oltre il 20% la plastica utilizzata che peraltro è in larghissima misura plastica riciclata a e riciclabile. E tutto questo a fronte di una crisi che per ora non si arresta. In una recente conferenza stampa il presidente dei gazzosai ha ribadito che il crollo dei consumi è continuato. Avendo a disposizione i dati dei primi tre mesi del 2021 come termine di raffronto con il 2019 se ne ricava un calo di vendite del 57%: una mazzata. Per un settore che comunque vale molto, oltre 4,9 miliardi di fatturato, con 100 stabilimenti di produzione e una platea di addetti diretti di 800 mila occupati Senza contare le filiere: cioè i grossisti e la distribuzione. Ma tra chiusure di locali, lockdown, smart working, mancato turismo il cavallo non beve. E la ripresa sembra difficile anche perché gli italiani si sono fatti molto più risparmiosi.
Il crollo dei consumi e un riaccendersi dell'inflazione non lasciano intravedere nessuna immediato rimbalzo che sarebbe legato proprio alla stagione estiva quando la sete aumenta. Ma senza turismo è difficile ipotizzare un'impennata delle bibite. Anche perché noi italiani se siamo in testa alle classifiche di consumo di acqua minerale - consumiamo circa 222 litri a testa all'anno per un totale di 8 miliardi e spiccioli di bottiglie da un litro e mezzo di plastica - siamo molto al di sotto della media europea per quel che riguarda i soft drink. Ne beviamo circa 3,8 miliardi di litri per meno di 52 litri a testa contro una media europea di 94,5 litri dove spiccano i consumi dei tedeschi 140 litri pro capite, dei danesi 125 litri e dei belgi 122 litri. Siamo anche poco affezionati alle novità: se le cola sono di gran lunga le bevande più consumate 8.700 milioni di litri) al secondo posto di gradimento vengono i tè variamente aromatizzati, ma non gassati (360 milioni di litri) e al terzo posto le aranciate che però hanno avuto una flessione di gradimento ( 90 milioni di litri). Tutte le altre fanno il resto, ma un' indicazione in controtendenza è quella che viene delle bibite tradizionali italiane: chinotto, spuma, cedrata, limonata, toniche, gassosa. Queste sono in incremento di valore perché si stanno premiando i piccoli produttori per lo più regionali tant'è che le bibite tradizionali hanno segnato un incremento a valore (dati 2019) del 6,7% con 325 milioni di litri e 250 milioni di fatturato. Diverso il discorso degli energy drink che dalla chiusura dei locali hanno avuto una botta fortissima ma hanno comunque incrementato i consumi trai giovanissimi.
Tassoni resta italiana. Se la bevono i Luneli

Getty Images
La ripartenza può essere anche un bicchiere dove sgorga un liquido giallo, dorato di mille bollicine che fa invidia al sole e profuma d'estate. Succede in Italia esattamente da cento anni, da quando nel 1921 Carlo Amadei crea a Salò la cedrata Tassoni. La storia è molto più antica e bisogna risalire al 1793 quando sulle rive del Garda Lelio Barbaleni aprì la sua spezieria che poi evolve in farmacia, infine in fabbrica di medicinali e distilleria. Ma in piena belle epoque gli sciroppi, parenti stretti dei rosoli, ma non alcolici, affascinavano le signore e il seltz pareva un'invenzione molto alla moda. I travet consumavano la spuma infuso di fiori di sambuco, in acqua con aggiunta di un po' di limone, tanto zucchero e talvolta melassa e la chiamavano la sciampagnina! La Tassoni è la colonna sensoriale delle estati italiane, da quando a Livorno cominciarono agli stabilimenti Pancaldi i primi bani di mare, da quando si andava alle terme, o in riva al lago. Erano le prime villeggiature borghesi. La ripartenza passa anche dall'aver trattenuto qui un simbolo dell'Italia pur appetito da molti colossi del beverage. È accaduto che la famiglia Amadei - gli eredi - dopo quattro generazioni d'impegno a estrarre sciroppo dai cedri del Garda per farne la Tassoni (e davvero basta la parola) volevano cedere tutto. E hanno fatto un' asta. Pensate all'asta al rialzo dei quattrini? No anche se la cifra è notevole, ma un'asta per stabilire chi si sarebbe attenuto al disciplinare della Tassoni e chi avrebbe garantito continuità all'azienda – una trentina di dipendenti, ma solida rete distributiva - e alle sue qualità. E chi ha vinto? Ha vinto un altro simbolo dell'Italia che sa fare l'Italia: la famiglia Lunelli, che significa cantine Ferrari (lo spumante della Formula uno, manco a dirlo) che significa vini di qualità in Toscana( Podernovo), in Veneto (è loro una delle cantine più prestigiose del Cartizze, Bisol con appendice a Venezia) in Umbria (il Carapace ottimo Sagrantino di Montefalco), che significa la più esclusiva acqua minerale d'Italia (Surgiva).
I Lunelli hanno creato il mito del Trentodoc uno degli spumanti più celebrati, ma hanno deciso d'investire in Tassoni per la forza del marchio e per aprire un altro mercato. Il gruppo ha fatturato nel 2019 (anno record) 106 milioni di euro di cui 79 arrivano dagli spumanti Ferrari con quasi 6 milioni di bottiglie vendute in una quarantina di paesi. Quest'anno hanno intenzione di andare oltre nonostante le difficoltà del virus cinese. Come dice Camilla Lunelli che è la responsabile marketing e comunicazione del gruppo: «Siamo orgogliosi di annunciare che Cedral Tassoni, con la sua iconica cedrata, entra a far parte del gruppo Luneli. Siamo entusiasti di dare il via a quest'avventura e felici che un marchio che fa parte dell'immaginario collettivo italiano come Tassoni resti nel nostro Paese. Vogliamo valorizzarne la straordinaria storia iniziata nel 1793 e il legame con il suo bellissimo territorio, il Lago di Garda». Del resto da Trento a Salò c'è solo questo mare interno! E ora per la Cedral si apre un mare di opportunità. Il gruppo di Salò ha fatturato poco meno di dieci milioni con 22 milioni di bottigliette vendute. Ma nelle intenzioni di Matteo Lunelli - è il giovanissimo presidente del gruppo, lunga esperienza in Goldman Sachs, dopo che Gino Lunelli, uno de tre capostipite, ha lasciato l'azienda dove lavorano anche gli altri due "Lunellini", Marcello enologo responsabile di produzione e vicepresidente, e Alessandro che si occupa dell'area tecnica - c'è una forte internazionalizzazione di Tassoni che deve diventare un'icona mondiale del bere all'italiana e una forte sinergia con la rete distributiva di Ferrari. Anche perché negli anni Michela Redini, presidente di Tassoni ed erede diretta del fondatore Carlo Amadei, ed Elio Accardo, amministratore delegato, hanno allargato la gamma delle bibite Tassoni sempre però nel rispetto assoluto della tradizione italiana. Così sono nati il Chinotto, il Sambuco, il Mirto, la Pescamara, le acque Toniche ai limoni del Garda, davvero un campionario della nostra tradizione dissetante. Che rimanda alla pratica conventuale.
I cedri sul Garda li hanno portati nel Trecento i frati francescani. Loro hanno affinato la tecnica di estrazione dell'essenza e loro hanno prodotto le prime bevande al cedro di cui la Tassoni è la fedele interprete. Ma la cosa straordinaria è che dai conventi, dalla suore benedettine e dalle clarisse in special modo sono nati tutti i dissetanti italiani e i rosoli quelli per esempio che Tomasi di Lampedusa rende protagonisti del Gattopardo. Bibite rese possibili dallo zucchero, prerogativa araba dunque siciliana, poi diffusosi in tutta Italia e diventato a buon prezzo da quando si estrae dalla barbabietola e non solo dalla canna, che sono diventate prima diletto dei signori e dopo gioia di popolo. E non c'è estate italiana da cento anni che non abbia profumato di Tassoni. Perciò questa inconfondibile bottiglietta gialla è un raggio di speranza, per una volta un'icona del made in Italy che resta a casa, nonostante il deserto economico che la pandemia ci ha fatto attraversare. Ma già che siamo a raccontar di bibite val la pena ricordarsi di Antoine de Saint-Exupéry che ebbe a notare: il bello del deserto è che da qualche parte nasconde un pozzo!
Dall'acqua zuffregna allo sciroppo di dose

Napoli, 1950: un venditore ambulante di acqua zuffregna aromatizzata al limone di Sorrento
C'era un tempo in cui a Napoli erano famose le venditrici di acqua zuffregna. Attingevano acqua da una fonte sulfurea, la mettevano in brocche di coccio che tenevano sulla testa e per un miracolo chimico quell'acqua aromatizzata talvolta col limone restava sempre fresca. E così a Catania c'erano i chioschi e a Roma i grattacheccai, e a Firenze gli acquaioli. Era l'Italia assetata e povera che però con un bicchiere d'acqua e limone, magari un poco di zucchero scopriva l'immenso piacere delle piccole cose.
È da quest'arte di arrangiarsi per cercare di vivere appena un po' più confortevolmente e dall'abilità di questi venditori di frescura che si sono originate alcune delle bibite caratteristiche del nostro paese, colonna gustativa delle nostre estati. Quest'abilità dei venditori di strada si è declinata con le sapienze delle monache e dei monaci dei conventi che sfruttando erbe e conoscenze quasi alchemiche e ripescando dalla tradizione romana hanno costruito tutta l'arte liquoristica italiana: dagli amari ai rosoli. Dunque l'Italia nel bicchiere è un universo culturale che andrebbe più profondamente esplorato e con maggiore attenzione preservato. Si potrebbe riandare ai tempi della Grecia o della Roma antica per scoprire che anche allora c'erano bibite particolari: l'idromele ricavato da una parziale fermentazione del miele, il sidro, la birra (diversa dalla nostra) molto amata dalle donne a cui non era consentito l'uso del vino, la posca, la bevanda di acqua e aceto che dissetava i legionari romani (è quella che il centurione porge al Cristo sulla croce!) e perfino si sorbetti che i romani erano soliti gustare insaporendo la neve depositata nelle neviere con vini dolcissimi. Saranno poi gli arabi in Sicilia a mettere insieme ghiaccio e agrumi, ghiaccio e sambuco. E proprio a Catania troviamo le tracce dell'antenato della spuma. I chioschi più antichi di cui si ha traccia sono della fine dell'800, ma già si sa che nei pressi di Palagonia vi erano (e vi sono) delle sorgenti di acqua naturalmente frizzanti. Mettendo fiori di sambuco e more di gelso con aggiunta di limone e un po' di zucchero si creo di fatto l'antenata della spuma. Che è stata la bibita più popolare di sempre in Italia. Per farla oltre al sambuco si usa caramello, estratto di radice di rabarbaro. Che poi la spuma sia stata declinata in molti modi con l'aggiunta di essenze talvolta naturali talaltra di sintesi è un altro paio di maniche.
Una bevanda molto simile alla spuma è la miscelazione di succo di mela con acqua gassata o seltz. Sarà il caso di ricordare che i romani e i greci già conoscevano lo zucchero, ma che lo usavano con parsimonia perché era carissimo ed aveva scopo lassativo. Furono gli arabi intorno al Mille a introdurne massiccio uso e l'arrivo dello zucchero consentì miracoli gastronomici come la pasta martorana (quella di mandorle) o l'invenzione degli sciroppi. Gli sciroppi stanno alla base delle nostre bibite. E diventano popolarissimi a partire dai primi dell'800. La prima coltivazione di barbabietole da zucchero è del 1809 il primo zuccherificio industriale si aprì a Rieti nel 1873, nel mezzo vi erano produzioni artigianali. Ed erano i farmacisti a produrre gli sciroppi partendo dalla frutta di stagione e locale. Così cominciarono ad aversi gli sciroppi di amarena (non è un caso che si siano sviluppati agli inizi del '900 tra Modena e Bologna), di limone e di arancio (tra Palermo e Napoli) e poi di orzo (in Toscana) e ancora si aggiunsero gli sciroppi di sambuco, di gelso mentre il latte di mandorle era noto da secoli e lo sciroppo di menta risale ai conventi del 1200, così come c'è tutt'oggi uno sciroppo rarissimo che si fa in Liguria: quello di rose famosissimo in Valescrivia. E ce n'è un altro che un tempo era appannaggio solo degli speziali e dei farmacisti e che ingentiliva le estati delle nobildonne: quello di tamarindo. Il primo modo di bere scuro degli italiani. Da questi sciroppi nascono poi le bibite italiane. Se dobbiamo elencare le più note ci sono il Chinotto ce si fa partendo dall'agrume coltivato ora nel savonese una volta più esteso, poi l'ranciata che contrariamente a quanto si potrebbe pensare nacque non in Sicilia ma nella bergamasca. L'aranciata frizzante è stata inventata da Ezio Granelli allora proprietario della fonte San Pellegrino che la presentò alla Campionaria di Milano nel 1932. Il limoncello manco a dirlo nasce ad Amalfi nel periodo del primissimo turismo utilizzando i limoni sfusati.
Se questi sono i capisaldi della nostra tradizione (anche lo Spritz e i vari aperitivi leggermente alcolici prendono origine da qua: dal Campari all'Aperol sono tutti figli dell'idea di utilizzare il contrasto dulcamaro che viene dal rabarbaro e poi dalle acque toniche) oggi ci sono molti nuovi imprenditori che hanno ripreso i fili di queste produzioni. Tanto per dirne alcuni la Brasilena calabrese che è caffè gassato, i ginger e le toniche di Abbondio in quel di Corsico, le stupende bibite di Bona (Augusta) dal Melograno al mandarino verde al bergamotto, i freschissimi agrumi delle ragazze di BioSmurra di Rossano, le spremute da gassare di Bibite Madre di Modica, l'eccelsa spuma Paoletti - compresa la nera molto rara - di Ascoli Piceno e tra i prodotti noti al largo pubblico come non ricordare il derby dei bitter: Mentasti nel 1961 fa debuttare il Bitter San Pellegrino, nel 1964 risponde Piero Ginocchi con il Picador che di lì a qualche settimana diventerà il Crodino. Sono la declinazione analcolica dei famosissimi bitter (nati da esperimenti di farmacia) a loro volta declinati dal vermouth, la splendida idea che nel 1786 ebbe Antonio Benedetto Carpano di aromatizzare il vino con le erbe officinali ripigliando l'antichissima pratica greco-latina e sposandola con la grande sapienza erboristica consolidatasi in Italia grazie ai monasteri.
Come sempre capita in Italia la diversità è massima e un'indagine di grande valore sarebbe quella di ripercorrere i legami tra queste bibite e l'arte, moltissimi pittori si sono prestati a fare le affiches pubblicitarie. Perfino i futuristi si cimentarono con le bibite (c'è un ampio catalogo di cocktail e soft drink prodotti dai seguaci di Marinetti) e ne crearono le immagini. E oggi c'è chi ha ripreso quell'idea: sono i ragazzi trevigiani di Bevande Futuriste che hanno due linee: la bio e la Cortese. Un universo tutto da bere!
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Le chiusure hanno ridotto i consumi del 57% e all'orizzonte c' è per un settore che vale 4,9 miliardi lo spauracchio sugar e plastic tax.Tassoni rimane italiana. L'iconica cedrata del lago di Garda acquisita dal gruppo degli eccelsi spumanti Ferrari.Acqua zuffregna e sciroppo di dose. Storia delle bevande italiane: dai primi venditori alla riscoperta di antichi marchi in un universo di dolcezza.Lo speciale contiene tre articoli.Anche per i gazzosa il 2020 è stato un anno difficile. Il crollo dei consumi ha pesato per oltre il 15% del mercato in un settore dove i margini sono risicati e sono i volumi a costruire il business. Per avere un'idea basta dire che pure la Coca Cola ha dovuto mettere in cassa integrazione 300 addetti dei reparti commerciali.La perdita di fatturato è stata attorno la 30% complessivo visto che per tenere quote di mercato nella grande distribuzione si è abbondato di offerte promozionali. E resta tra gli operatori una forte preoccupazione legata a due balzelli che pendono sul settore come una spada di Damocle: la sugar e la plastic tax. La prima che trova giustificazione in quella pedagogia dei consumi che ormai caratterizza lo Stato dietetico - impulso dell' Europa a cui l'Italia del politically correct si è immediatamente conformata - ha già mostrato tutta la sua inutilità. Dove è stata applicata in Francia, in Gran Bretagna, in Olanda la sugar tax non ha affatto ridotto i consumi e per una ragione molto semplice.Le bibite zuccherate e gassate sono uno dei pochi alimenti a basso costo e più si riducono i redditi disponibili più lo junk food avanza, a parte il fatto che le bibite gassate avvicinandosi l'estate sono un piacere a basso costo e ad alta soddisfazione. Detto questo Assobibe - l'associazione aderente a Confindustria che riunisce i maggiori operatori del settore - continua a chiedere non il rinvio (le due nuove tasse dovrebbero scattare il prossimo anno) ma l'abolizione di questi due balzelli. Per come è concepita in Italia la sugar tax colpirebbe le bibite con un aumento del 28% di tassazione ogni litro e la plastica tax avrebbe un'incidenza ancora superiore: oltre un euro ogni chilo di Pet. Senza tenere conto - come dice il presidente di Assobibe, Giangiacomo Pierini - che le aziende si sono incamminate da tempo su nuove ricette e nuovo packaging. Secondo Pierini con oltre mezzo miliardo d investimenti negli ultimi tre anni si sono ridotte del 27% le calorie in ogni litro di prodotto (è ovviamente una media tra tutti i prodotti di questo comparto) e si è ridotta di oltre il 20% la plastica utilizzata che peraltro è in larghissima misura plastica riciclata a e riciclabile. E tutto questo a fronte di una crisi che per ora non si arresta. In una recente conferenza stampa il presidente dei gazzosai ha ribadito che il crollo dei consumi è continuato. Avendo a disposizione i dati dei primi tre mesi del 2021 come termine di raffronto con il 2019 se ne ricava un calo di vendite del 57%: una mazzata. Per un settore che comunque vale molto, oltre 4,9 miliardi di fatturato, con 100 stabilimenti di produzione e una platea di addetti diretti di 800 mila occupati Senza contare le filiere: cioè i grossisti e la distribuzione. Ma tra chiusure di locali, lockdown, smart working, mancato turismo il cavallo non beve. E la ripresa sembra difficile anche perché gli italiani si sono fatti molto più risparmiosi.Il crollo dei consumi e un riaccendersi dell'inflazione non lasciano intravedere nessuna immediato rimbalzo che sarebbe legato proprio alla stagione estiva quando la sete aumenta. Ma senza turismo è difficile ipotizzare un'impennata delle bibite. Anche perché noi italiani se siamo in testa alle classifiche di consumo di acqua minerale - consumiamo circa 222 litri a testa all'anno per un totale di 8 miliardi e spiccioli di bottiglie da un litro e mezzo di plastica - siamo molto al di sotto della media europea per quel che riguarda i soft drink. Ne beviamo circa 3,8 miliardi di litri per meno di 52 litri a testa contro una media europea di 94,5 litri dove spiccano i consumi dei tedeschi 140 litri pro capite, dei danesi 125 litri e dei belgi 122 litri. Siamo anche poco affezionati alle novità: se le cola sono di gran lunga le bevande più consumate 8.700 milioni di litri) al secondo posto di gradimento vengono i tè variamente aromatizzati, ma non gassati (360 milioni di litri) e al terzo posto le aranciate che però hanno avuto una flessione di gradimento ( 90 milioni di litri). Tutte le altre fanno il resto, ma un' indicazione in controtendenza è quella che viene delle bibite tradizionali italiane: chinotto, spuma, cedrata, limonata, toniche, gassosa. Queste sono in incremento di valore perché si stanno premiando i piccoli produttori per lo più regionali tant'è che le bibite tradizionali hanno segnato un incremento a valore (dati 2019) del 6,7% con 325 milioni di litri e 250 milioni di fatturato. Diverso il discorso degli energy drink che dalla chiusura dei locali hanno avuto una botta fortissima ma hanno comunque incrementato i consumi trai giovanissimi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/italia-non-beve-bibite-crisi-2653037333.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tassoni-resta-italiana-se-la-bevono-i-luneli" data-post-id="2653037333" data-published-at="1621438273" data-use-pagination="False"> Tassoni resta italiana. Se la bevono i Luneli Getty Images La ripartenza può essere anche un bicchiere dove sgorga un liquido giallo, dorato di mille bollicine che fa invidia al sole e profuma d'estate. Succede in Italia esattamente da cento anni, da quando nel 1921 Carlo Amadei crea a Salò la cedrata Tassoni. La storia è molto più antica e bisogna risalire al 1793 quando sulle rive del Garda Lelio Barbaleni aprì la sua spezieria che poi evolve in farmacia, infine in fabbrica di medicinali e distilleria. Ma in piena belle epoque gli sciroppi, parenti stretti dei rosoli, ma non alcolici, affascinavano le signore e il seltz pareva un'invenzione molto alla moda. I travet consumavano la spuma infuso di fiori di sambuco, in acqua con aggiunta di un po' di limone, tanto zucchero e talvolta melassa e la chiamavano la sciampagnina! La Tassoni è la colonna sensoriale delle estati italiane, da quando a Livorno cominciarono agli stabilimenti Pancaldi i primi bani di mare, da quando si andava alle terme, o in riva al lago. Erano le prime villeggiature borghesi. La ripartenza passa anche dall'aver trattenuto qui un simbolo dell'Italia pur appetito da molti colossi del beverage. È accaduto che la famiglia Amadei - gli eredi - dopo quattro generazioni d'impegno a estrarre sciroppo dai cedri del Garda per farne la Tassoni (e davvero basta la parola) volevano cedere tutto. E hanno fatto un' asta. Pensate all'asta al rialzo dei quattrini? No anche se la cifra è notevole, ma un'asta per stabilire chi si sarebbe attenuto al disciplinare della Tassoni e chi avrebbe garantito continuità all'azienda – una trentina di dipendenti, ma solida rete distributiva - e alle sue qualità. E chi ha vinto? Ha vinto un altro simbolo dell'Italia che sa fare l'Italia: la famiglia Lunelli, che significa cantine Ferrari (lo spumante della Formula uno, manco a dirlo) che significa vini di qualità in Toscana( Podernovo), in Veneto (è loro una delle cantine più prestigiose del Cartizze, Bisol con appendice a Venezia) in Umbria (il Carapace ottimo Sagrantino di Montefalco), che significa la più esclusiva acqua minerale d'Italia (Surgiva).I Lunelli hanno creato il mito del Trentodoc uno degli spumanti più celebrati, ma hanno deciso d'investire in Tassoni per la forza del marchio e per aprire un altro mercato. Il gruppo ha fatturato nel 2019 (anno record) 106 milioni di euro di cui 79 arrivano dagli spumanti Ferrari con quasi 6 milioni di bottiglie vendute in una quarantina di paesi. Quest'anno hanno intenzione di andare oltre nonostante le difficoltà del virus cinese. Come dice Camilla Lunelli che è la responsabile marketing e comunicazione del gruppo: «Siamo orgogliosi di annunciare che Cedral Tassoni, con la sua iconica cedrata, entra a far parte del gruppo Luneli. Siamo entusiasti di dare il via a quest'avventura e felici che un marchio che fa parte dell'immaginario collettivo italiano come Tassoni resti nel nostro Paese. Vogliamo valorizzarne la straordinaria storia iniziata nel 1793 e il legame con il suo bellissimo territorio, il Lago di Garda». Del resto da Trento a Salò c'è solo questo mare interno! E ora per la Cedral si apre un mare di opportunità. Il gruppo di Salò ha fatturato poco meno di dieci milioni con 22 milioni di bottigliette vendute. Ma nelle intenzioni di Matteo Lunelli - è il giovanissimo presidente del gruppo, lunga esperienza in Goldman Sachs, dopo che Gino Lunelli, uno de tre capostipite, ha lasciato l'azienda dove lavorano anche gli altri due "Lunellini", Marcello enologo responsabile di produzione e vicepresidente, e Alessandro che si occupa dell'area tecnica - c'è una forte internazionalizzazione di Tassoni che deve diventare un'icona mondiale del bere all'italiana e una forte sinergia con la rete distributiva di Ferrari. Anche perché negli anni Michela Redini, presidente di Tassoni ed erede diretta del fondatore Carlo Amadei, ed Elio Accardo, amministratore delegato, hanno allargato la gamma delle bibite Tassoni sempre però nel rispetto assoluto della tradizione italiana. Così sono nati il Chinotto, il Sambuco, il Mirto, la Pescamara, le acque Toniche ai limoni del Garda, davvero un campionario della nostra tradizione dissetante. Che rimanda alla pratica conventuale.I cedri sul Garda li hanno portati nel Trecento i frati francescani. Loro hanno affinato la tecnica di estrazione dell'essenza e loro hanno prodotto le prime bevande al cedro di cui la Tassoni è la fedele interprete. Ma la cosa straordinaria è che dai conventi, dalla suore benedettine e dalle clarisse in special modo sono nati tutti i dissetanti italiani e i rosoli quelli per esempio che Tomasi di Lampedusa rende protagonisti del Gattopardo. Bibite rese possibili dallo zucchero, prerogativa araba dunque siciliana, poi diffusosi in tutta Italia e diventato a buon prezzo da quando si estrae dalla barbabietola e non solo dalla canna, che sono diventate prima diletto dei signori e dopo gioia di popolo. E non c'è estate italiana da cento anni che non abbia profumato di Tassoni. Perciò questa inconfondibile bottiglietta gialla è un raggio di speranza, per una volta un'icona del made in Italy che resta a casa, nonostante il deserto economico che la pandemia ci ha fatto attraversare. Ma già che siamo a raccontar di bibite val la pena ricordarsi di Antoine de Saint-Exupéry che ebbe a notare: il bello del deserto è che da qualche parte nasconde un pozzo! <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/italia-non-beve-bibite-crisi-2653037333.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="dall-acqua-zuffregna-allo-sciroppo-di-dose" data-post-id="2653037333" data-published-at="1621438273" data-use-pagination="False"> Dall'acqua zuffregna allo sciroppo di dose Napoli, 1950: un venditore ambulante di acqua zuffregna aromatizzata al limone di Sorrento C'era un tempo in cui a Napoli erano famose le venditrici di acqua zuffregna. Attingevano acqua da una fonte sulfurea, la mettevano in brocche di coccio che tenevano sulla testa e per un miracolo chimico quell'acqua aromatizzata talvolta col limone restava sempre fresca. E così a Catania c'erano i chioschi e a Roma i grattacheccai, e a Firenze gli acquaioli. Era l'Italia assetata e povera che però con un bicchiere d'acqua e limone, magari un poco di zucchero scopriva l'immenso piacere delle piccole cose.È da quest'arte di arrangiarsi per cercare di vivere appena un po' più confortevolmente e dall'abilità di questi venditori di frescura che si sono originate alcune delle bibite caratteristiche del nostro paese, colonna gustativa delle nostre estati. Quest'abilità dei venditori di strada si è declinata con le sapienze delle monache e dei monaci dei conventi che sfruttando erbe e conoscenze quasi alchemiche e ripescando dalla tradizione romana hanno costruito tutta l'arte liquoristica italiana: dagli amari ai rosoli. Dunque l'Italia nel bicchiere è un universo culturale che andrebbe più profondamente esplorato e con maggiore attenzione preservato. Si potrebbe riandare ai tempi della Grecia o della Roma antica per scoprire che anche allora c'erano bibite particolari: l'idromele ricavato da una parziale fermentazione del miele, il sidro, la birra (diversa dalla nostra) molto amata dalle donne a cui non era consentito l'uso del vino, la posca, la bevanda di acqua e aceto che dissetava i legionari romani (è quella che il centurione porge al Cristo sulla croce!) e perfino si sorbetti che i romani erano soliti gustare insaporendo la neve depositata nelle neviere con vini dolcissimi. Saranno poi gli arabi in Sicilia a mettere insieme ghiaccio e agrumi, ghiaccio e sambuco. E proprio a Catania troviamo le tracce dell'antenato della spuma. I chioschi più antichi di cui si ha traccia sono della fine dell'800, ma già si sa che nei pressi di Palagonia vi erano (e vi sono) delle sorgenti di acqua naturalmente frizzanti. Mettendo fiori di sambuco e more di gelso con aggiunta di limone e un po' di zucchero si creo di fatto l'antenata della spuma. Che è stata la bibita più popolare di sempre in Italia. Per farla oltre al sambuco si usa caramello, estratto di radice di rabarbaro. Che poi la spuma sia stata declinata in molti modi con l'aggiunta di essenze talvolta naturali talaltra di sintesi è un altro paio di maniche.Una bevanda molto simile alla spuma è la miscelazione di succo di mela con acqua gassata o seltz. Sarà il caso di ricordare che i romani e i greci già conoscevano lo zucchero, ma che lo usavano con parsimonia perché era carissimo ed aveva scopo lassativo. Furono gli arabi intorno al Mille a introdurne massiccio uso e l'arrivo dello zucchero consentì miracoli gastronomici come la pasta martorana (quella di mandorle) o l'invenzione degli sciroppi. Gli sciroppi stanno alla base delle nostre bibite. E diventano popolarissimi a partire dai primi dell'800. La prima coltivazione di barbabietole da zucchero è del 1809 il primo zuccherificio industriale si aprì a Rieti nel 1873, nel mezzo vi erano produzioni artigianali. Ed erano i farmacisti a produrre gli sciroppi partendo dalla frutta di stagione e locale. Così cominciarono ad aversi gli sciroppi di amarena (non è un caso che si siano sviluppati agli inizi del '900 tra Modena e Bologna), di limone e di arancio (tra Palermo e Napoli) e poi di orzo (in Toscana) e ancora si aggiunsero gli sciroppi di sambuco, di gelso mentre il latte di mandorle era noto da secoli e lo sciroppo di menta risale ai conventi del 1200, così come c'è tutt'oggi uno sciroppo rarissimo che si fa in Liguria: quello di rose famosissimo in Valescrivia. E ce n'è un altro che un tempo era appannaggio solo degli speziali e dei farmacisti e che ingentiliva le estati delle nobildonne: quello di tamarindo. Il primo modo di bere scuro degli italiani. Da questi sciroppi nascono poi le bibite italiane. Se dobbiamo elencare le più note ci sono il Chinotto ce si fa partendo dall'agrume coltivato ora nel savonese una volta più esteso, poi l'ranciata che contrariamente a quanto si potrebbe pensare nacque non in Sicilia ma nella bergamasca. L'aranciata frizzante è stata inventata da Ezio Granelli allora proprietario della fonte San Pellegrino che la presentò alla Campionaria di Milano nel 1932. Il limoncello manco a dirlo nasce ad Amalfi nel periodo del primissimo turismo utilizzando i limoni sfusati.Se questi sono i capisaldi della nostra tradizione (anche lo Spritz e i vari aperitivi leggermente alcolici prendono origine da qua: dal Campari all'Aperol sono tutti figli dell'idea di utilizzare il contrasto dulcamaro che viene dal rabarbaro e poi dalle acque toniche) oggi ci sono molti nuovi imprenditori che hanno ripreso i fili di queste produzioni. Tanto per dirne alcuni la Brasilena calabrese che è caffè gassato, i ginger e le toniche di Abbondio in quel di Corsico, le stupende bibite di Bona (Augusta) dal Melograno al mandarino verde al bergamotto, i freschissimi agrumi delle ragazze di BioSmurra di Rossano, le spremute da gassare di Bibite Madre di Modica, l'eccelsa spuma Paoletti - compresa la nera molto rara - di Ascoli Piceno e tra i prodotti noti al largo pubblico come non ricordare il derby dei bitter: Mentasti nel 1961 fa debuttare il Bitter San Pellegrino, nel 1964 risponde Piero Ginocchi con il Picador che di lì a qualche settimana diventerà il Crodino. Sono la declinazione analcolica dei famosissimi bitter (nati da esperimenti di farmacia) a loro volta declinati dal vermouth, la splendida idea che nel 1786 ebbe Antonio Benedetto Carpano di aromatizzare il vino con le erbe officinali ripigliando l'antichissima pratica greco-latina e sposandola con la grande sapienza erboristica consolidatasi in Italia grazie ai monasteri.Come sempre capita in Italia la diversità è massima e un'indagine di grande valore sarebbe quella di ripercorrere i legami tra queste bibite e l'arte, moltissimi pittori si sono prestati a fare le affiches pubblicitarie. Perfino i futuristi si cimentarono con le bibite (c'è un ampio catalogo di cocktail e soft drink prodotti dai seguaci di Marinetti) e ne crearono le immagini. E oggi c'è chi ha ripreso quell'idea: sono i ragazzi trevigiani di Bevande Futuriste che hanno due linee: la bio e la Cortese. Un universo tutto da bere!
Lapo Elkann (Ansa)
Non proprio un esilio, ma un manifesto di stile come spiega in un intervista al Luzerner Zeitung. «Ogni città apparteneva a una fase della mia vita. A 25 anni Lucerna non sarebbe stato il posto giusto. Oggi sì». Insomma meno lunghe notti con amici non sempre presentabili e più albe sul lago.
E qui arriva la cartolina del Mulino Bianco: moglie portoghese, Joana Lemos, e un San Bernardo da 85 chili di nome Everest a presidiare la svolta esistenziale. «Quando guardiamo lago e montagne al mattino, è molto più piacevole che a New York». Le montagne come alternativa ai grattacieli.
Un trasferimento per stare lontano dal fisco? Ma quando mai. «Forse altri luoghi sarebbero stati più convenienti, ma abbiamo scelto un posto che ci rende felici». Il portafoglio non c’entra: conta il pasto dell’anima.
Poi però l’intervista cambia tono. Perché Commissione europea e industria dell’auto sono temi che, in famiglia, non si trattano mai davvero da semplici osservatori. E infatti Lapo affonda: «A mio avviso, la Commissione europea ha commesso gravi errori e ha contribuito alla crisi». Innesta il turbo contro Green deal: «Spingendo l’elettrificazione in modo troppo aggressivo, l’Europa ha distrutto il proprio vantaggio competitivo . Di fatto ha aiutato la Cina». Non proprio una carezza. Piuttosto un’accusa che suona come un avviso ai naviganti: attenzione a fare i talebani del Green, perché il rischio è ritrovarsi senza industria. con le fabbriche chiuse e gli operai in piazza. «Non credo che i motori elettrici siano l’unica soluzione», aggiunge, mentre cita la Germania - ex locomotiva - oggi alle prese con «grandi sfide» e, soprattutto, con «cattiva regolamentazione» che ha prodotto «chiusure e licenziamenti».
Tra un attacco a Bruxelles e una passeggiata sul lago, resta una vena dichiaratamente tricolore. «Resto italiano», assicura. E si concede persino un momento da curva sud istituzionale: «Mi sono commosso fino alle lacrime quando è stato suonato l’inno alle Olimpiadi».
Non manca nemmeno un endorsement politico: applausi a Giorgia Meloni («ha fatto molto di buono per l’Italia») e stima per Sergio Mattarella. Un patriottismo a ventiquattro carati.
Il risultato è un ritratto perfettamente lapiano: cosmopolita ma sentimentale, critico ma affezionato, elitario ma con improvvise nostalgie da supermercato. E soprattutto libero - di cambiare casa, idea, latitudine.
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Ansa
Questa era costituita dall’art. 6, comma 2 bis del decreto legislativo n. 142/2015, nella parte in cui prevede che, qualora nei confronti dello straniero già trattenuto in un Cpr (Centro per il rimpatrio) in vista della sua espulsione dal territorio dello Stato sia stato disposto il trattenimento ad altro titolo, sostitutivo del primo, costituito dalla ritenuta pretestuosità della domanda di protezione internazionale da lui avanzata, e il relativo provvedimento non sia stato convalidato dal giudice, lo straniero non venga rilasciato ma resti trattenuto fino alla decisione sulla convalida dell’ulteriore provvedimento di trattenimento che, entro 48 ore dalla comunicazione della mancata convalida del precedente, il questore può adottare per taluna delle diverse ragioni previste dal comma 2 dello stesso, citato art. 6 del decreto legislativo n. 142/2015, tra le quali (come nel caso di specie) figura quella costituita dalla ritenuta pericolosità del soggetto desunta da precedenti condanne, anche non definitive. L’incostituzionalità di tale previsione - secondo la Cassazione, dalla quale era stata sollevata la relativa questione - derivava essenzialmente dal fatto che essa comportava il superamento del limite delle 96 ore complessive entro il quale, ai sensi dell’art. 13, secondo comma, della Costituzione, deve intervenire la convalida di qualsiasi provvedimento restrittivo della libertà personale adottato dall’autorità di pubblica sicurezza.
La Corte costituzionale non ha esaminato nel merito la suddetta questione, ma si è limitata a dichiararne l’inammissibilità per difetto di rilevanza ai fini della decisione che la Cassazione avrebbe dovuto adottare sul ricorso che, avverso la convalida del secondo provvedimento di trattenimento, era stato proposto dall’interessato; decisione il cui oggetto doveva essere soltanto la legittimità o meno di detta convalida e non anche l’avvenuto protrarsi del trattenimento fino al momento in cui essa era stata adottata. Nella parte finale della stessa sentenza, però («in cauda venenum») la Corte costituzionale ha chiaramente fatto capire che la medesima questione, se sollevata in un procedimento avente ad oggetto proprio la legittimità del protrarsi del trattenimento dopo la mancata convalida del primo provvedimento (quale proponibile, ad esempio, mediante un ricorso d’urgenza in sede civile) avrebbe buone probabilità di essere accolta. Di qui il suggerimento, da parte della stessa Corte, di un sollecito intervento del legislatore perché, pur perseguendo la legittima finalità di impedire un uso strumentale delle procedure in materia di protezione internazionale, venga assicurato il pieno rispetto delle esigenze di tutela della libertà personale a garanzia delle quali è posto l’articolo 13 della Costituzione.
Ad avviso di chi scrive il suggerimento meriterebbe, in questo caso, di essere accolto giacché, in effetti, la norma sospettata di incostituzionalità (introdotta nell’originario testo del decreto legislativo n. 142/2015 con un provvedimento di modifica emanato nello scorso anno), appare difficilmente conciliabile con il tassativo disposto dell’articolo 13, secondo comma, della Costituzione.
Il contrasto potrebbe, tuttavia, essere facilmente eliminato prevedendo, ad esempio, che, nel caso in cui già in partenza ricorrano tanto una o più delle condizioni indicate nell’articolo 6, comma 2, del decreto legislativo n. 142/2015, quanto l’ulteriore condizione, indicata nel successivo comma 3 e costituita dalla ritenuta pretestuosità della richiesta di protezione internazionale, il trattenimento del richiedente venga disposto con unico provvedimento, motivato con riferimento ad entrambe le condizioni e soggetto, quindi, ad un’unica procedura di convalida.
L’ occasione potrebbe essere, tuttavia, propizia per chiedersi se, più in generale, sia davvero imprescindibile modellare, come ora avviene, l’intera disciplina dei trattenimenti previsti, a vario titolo, dalle norme sull’immigrazione, secondo lo schema dettato dall’articolo 13 della Costituzione, nonostante che ciò non sia richiesto dalle direttive dettate dall’Unione europea. Tanto l’articolo 9 dell’ancora vigente direttiva n. 33/2013 quanto l’articolo 11 di quella n. 1346/2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, prevedono, infatti, espressamente, che, ai fini del controllo giurisdizionale sui provvedimenti che dispongono il trattenimento di stranieri in apposite strutture, in attesa della definizione della loro posizione, possano prevedersi, in alternativa a procedure d’ufficio - quali sono, in Italia, quelle di convalida modellate sull’articolo 13 della Costituzione - procedure da attivarsi solo su richiesta dell’interessato e da definirsi entro determinati, ristretti termini. Procedure, quelle ora dette, che, peraltro, sarebbero perfettamente in linea anche con l’articolo 6 della Cedu (Convenzione europea sui diritti dell’uomo) recepita in Italia con la legge n. 848/1955, in base al quale solo chi sia stato arrestato per essere messo a disposizione di un’autorità giudiziaria dev’essere «al più presto» condotto davanti a quest’ultima per l’esame della sua posizione mentre in ogni altro caso di privazione della libertà personale, ivi compreso quello dell’arresto o della detenzione di uno straniero nei cui confronti sia in corso un procedimento di espulsione (lett. F), è solo previsto «il diritto di presentare un ricorso davanti ad un tribunale».
Non sembra potersi dubitare che prevedere la sola possibilità di un tale ricorso da parte dell’interessato in luogo della procedura obbligatoria di convalida, da attivarsi d’ufficio e da concludersi entro ristrettissimi limiti temporali, a pena di caducazione dei provvedimenti di trattenimento, gioverebbe non poco alla efficacia del sistema di controllo dell’immigrazione irregolare. Né sembra potersi dire che in tal modo si creerebbe inevitabilmente un contrasto con l’articolo 13 della Costituzione. Va infatti osservato, a quest’ultimo riguardo, che l’articolo 117 della Costituzione pone sullo stesso piano, nel fissare gli obblighi cui deve attenersi il legislatore ordinario, il rispetto della Costituzione e quello «dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali». Ne deriva che una norma ordinaria che si attenga a quanto previsto dalle direttive europee e dalla Cedu non potrebbe mai essere ritenuta contraria alla Costituzione salvo il caso (stando alla teoria dei cosiddetti «controlimiti» elaborata proprio dalla Corte costituzionale) in cui cozzi manifestamente con taluno dei principi costituzionali da considerarsi come fondamentali e inderogabili. E non sembra che tra essi possano comprendersi le modalità ed i termini stabiliti dall’articolo 13 della Costituzione ai fini del controllo giudiziario sui provvedimenti limitativi della libertà personale adottati dall’autorità di pubblica sicurezza, quando quel controllo, in determinate materie disciplinate da fonti comunitarie o convenzionali, sia, comunque, adeguatamente assicurato ad eventuale iniziativa dell’interessato.
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«Non abbiam bisogno di parole» (Netflix)
Quel film, poi, avrebbe fatto il giro del mondo, accolto con meno clamore e lacrime di quelle riscosse in patria, ma con gli stessi sorrisi. Un po' dolci e inebetiti, quei sorrisi che, un decennio più tardi, sarebbero comparsi sui volti della dirigenza Netflix, inducendola a produrre una versione inedita de La famiglia Bélier, una versione italiana.
Non abbiam bisogno di parole, disponibile online a partire da venerdì 3 aprile, è pressoché identico al corrispettivo francese. E, come l'originale, porta chi guardi all'interno di una famiglia unica, dove le parole non sono chiamate a codificare (e decodificare) la comunicazione. La famiglia Musso è fatta di genitori affetti da una sordità profonda. Non parlano, né esiste apparecchio che possa aiutarli a farlo. I due comunicano a gesti e sono questi gesti che hanno insegnato ai figli. Uno, come loro affetto da sordità profonda. L'altra, dotata di un udito e di una capacità linguistica ordinaria. Elettra, all'interno della famiglia Musso, è l'unica persona che possa capire e parlare, e a lei i genitori, proprietari di una fattoria, hanno demandato i rapporti con l'esterno. Elettra, pur studentessa in un liceo, gestisce gli affari della fattoria, i rapporti con i commercianti. Vende, tratta, parla. E, intanto, cerca di trovare una propria strada nel mondo.
Pensava avrebbe finito per vivere in eterno con i genitori, così da arrivare dove loro non possono. Invece, l'incontro fortuito con un'insegnante di canto - Serena Rossi, nella pellicola di Netflix - le spariglia le carte. Elettra, una Sarah Toscano al suo esordio da attrice, scopre di avere una voce fuori dal comune, un talento immenso. Sembra nata per cantare, ed è questo che cerca di spiegare ai genitori, scegliendo da sé di sostenere un provino per entrare all'interno di una scuola di canto. Se la prendessero, si trasferirebbe altrove, la valigia piena di sogni che mamma e papà, in prima battuta, non paiono capire. Elettra piange, s'arrabbia e dispera. I Musso storcono il naso, la accusano di abbandono, di incuria, di non avere a cuore l'interesse della famiglia. Poi, come spesso accade nelle commedie di genere, fanno retromarcia e con Elettra si incontrano a metà strada, dove ha luogo il compromesso. Un'epifania in musica, più trascinante di quella che ha segnato La Famiglia Bélier accompagna Non abbiam bisogno di parole, leggero e trascinante come solo i musical sanno essere.
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Getty Images
Ma in tempi di prezzi del petrolio impazziti, di inflazione in rampa di lancio e bollette pronte a riprendere la corsa, la preoccupazione prevale sulla speranza per il futuro che per forze di cose dovrà basarsi sulle nuove tecnologie.
Al di là dell’aspetto comunicativo resta il dato di fatto: con l’accordo che ha coinvolto direttamente Mimit e Invitalia (lo Stato ci mette 1,3 miliardi) l’Italia fa un passo in avanti fondamentale nella corsa all’Ia e ai nuovi software che rappresentano il campo di battaglia della nuova competizione industriale. Sanità, automotive, telecomunicazioni, data center dipendono dai semiconduttori e nel maxi impianto piemontese si lavorerà alla trasformazione del wafer grezzo (il disco di silicio) in un chip funzionante attraverso le varie fasi: dai test fino ad arrivare ai processo finali di packaging e back end.
Non è un mistero che l’Europa sia partita nettissimo in ritardo rispetto al resto del mondo e che per recuperare terreno abbia bisogno di investimenti ambiziosi. Oggi i numeri dicono che il Vecchio Continente è completamente dipendente dalla produzione si semiconduttori asiatici e la sfida (ai limiti dell’impossibile) e passare dal 10 al 20% della fabbricazione di chip mondiali entro il 2030.
Ecco perché Novara può diventare centrale.
Il lavoro sul packaging (una sorta di rivestimento per il disco di silicio) rappresenta un unicum e una volta che il sito piemontese sarà andato a regime (la data per l’inizio della produzione è il 2028) potrebbe contribuire in modo decisivo ad affrancare Roma, Parigi e Berlino dalla loro «sottomissione».
E visto che parliamo di know how, viene difficile non evidenziare il ruolo di Silicon Box. Prima che finanziario, determinante per le conoscenza tecnologiche avanzate. La startup di Singapore, nata nel 2021, è un unicum nel suo genere perché riunisce le storie e le esperienze parallele di tre tra i massimi esperti mondiali in materia di semiconduttori: Byung Joon Han, Sehat Sutardja e Weili Dai. Il focus è quello sui chiplet - piccoli chip modulari che vengono combinati per creare processori più potenti ed efficienti con una funzione essenziale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dell’high-performance computing. Tre anni fa Silicon Box ha inaugurato a Singapore uno stabilimento avanzato da 2 miliardi di dollari: una struttura di 73.000 metri tra le più avanzate al mondo. E pochi mesi dopo si è immediatamente messo a raccogliere altri capitali da investire.
Circa un paio di miliardi sono andati verso l’Italia che ha avuto il grande merito di crederci sempre. Anche perché in diversi momenti l’affare (che era stato annunciato ufficialmente nel giugno del 2024) sembrava sul punto di saltare.
Ora, per il ministro Urso e il governo, è il momento di raccogliere i frutti di un’operazione che restituisce centralità al Paese e rafforza il suo ruolo strategico per l’Europa.
Parliamo di 1.600 posti di lavoro diretti (tra ingegneri, tecnici specializzati e operatori di linee di produzione avanzate) e di altre centinaia di posizioni legati all’indotto: dai fornitori fino alla logistica. Con previsioni che arrivano a stimare la nascita complessiva di circa 3.000 nuovi impieghi.
Non solo. Perché la Commissione Europea ha riconosciuto al progetto lo status di “Open EU Foundry”. Che vuol dire avere una posizione privilegiata nell’ambito del piano per rafforzare la produzione di semiconduttori in Europa (l’European Chips Act). Che si sostanzia in procedure amministrative accelerate, accesso prioritario alle infrastrutture di ricerca finanziate dall’Ue e più visibilità e sostegno strategico da parte di Bruxelles.
Insomma, la strada si è messa in discesa. E il governo, che nel 2024 è arrivato ad attrarre circa 35 miliardi di investimenti esteri greenfield (impianti costruiti ex novo) ed è balzato di tre posizioni nel Fdi Confidence Index, il principale indicatore internazionale sulle operazioni transfrontaliere (dall’undicesimo all’ottavo posto), non vuol perdere l’abbrivio. A breve sono infatti attesi nuovi importanti accordi di sviluppo sulla microelettronica.
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