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2021-05-19
L'Italia non beve. E le bibite vanno in crisi
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Anche per i gazzosa il 2020 è stato un anno difficile. Il crollo dei consumi ha pesato per oltre il 15% del mercato in un settore dove i margini sono risicati e sono i volumi a costruire il business. Per avere un'idea basta dire che pure la Coca Cola ha dovuto mettere in cassa integrazione 300 addetti dei reparti commerciali.
La perdita di fatturato è stata attorno la 30% complessivo visto che per tenere quote di mercato nella grande distribuzione si è abbondato di offerte promozionali. E resta tra gli operatori una forte preoccupazione legata a due balzelli che pendono sul settore come una spada di Damocle: la sugar e la plastic tax. La prima che trova giustificazione in quella pedagogia dei consumi che ormai caratterizza lo Stato dietetico - impulso dell' Europa a cui l'Italia del politically correct si è immediatamente conformata - ha già mostrato tutta la sua inutilità. Dove è stata applicata in Francia, in Gran Bretagna, in Olanda la sugar tax non ha affatto ridotto i consumi e per una ragione molto semplice.
Le bibite zuccherate e gassate sono uno dei pochi alimenti a basso costo e più si riducono i redditi disponibili più lo junk food avanza, a parte il fatto che le bibite gassate avvicinandosi l'estate sono un piacere a basso costo e ad alta soddisfazione. Detto questo Assobibe - l'associazione aderente a Confindustria che riunisce i maggiori operatori del settore - continua a chiedere non il rinvio (le due nuove tasse dovrebbero scattare il prossimo anno) ma l'abolizione di questi due balzelli. Per come è concepita in Italia la sugar tax colpirebbe le bibite con un aumento del 28% di tassazione ogni litro e la plastica tax avrebbe un'incidenza ancora superiore: oltre un euro ogni chilo di Pet. Senza tenere conto - come dice il presidente di Assobibe, Giangiacomo Pierini - che le aziende si sono incamminate da tempo su nuove ricette e nuovo packaging. Secondo Pierini con oltre mezzo miliardo d investimenti negli ultimi tre anni si sono ridotte del 27% le calorie in ogni litro di prodotto (è ovviamente una media tra tutti i prodotti di questo comparto) e si è ridotta di oltre il 20% la plastica utilizzata che peraltro è in larghissima misura plastica riciclata a e riciclabile. E tutto questo a fronte di una crisi che per ora non si arresta. In una recente conferenza stampa il presidente dei gazzosai ha ribadito che il crollo dei consumi è continuato. Avendo a disposizione i dati dei primi tre mesi del 2021 come termine di raffronto con il 2019 se ne ricava un calo di vendite del 57%: una mazzata. Per un settore che comunque vale molto, oltre 4,9 miliardi di fatturato, con 100 stabilimenti di produzione e una platea di addetti diretti di 800 mila occupati Senza contare le filiere: cioè i grossisti e la distribuzione. Ma tra chiusure di locali, lockdown, smart working, mancato turismo il cavallo non beve. E la ripresa sembra difficile anche perché gli italiani si sono fatti molto più risparmiosi.
Il crollo dei consumi e un riaccendersi dell'inflazione non lasciano intravedere nessuna immediato rimbalzo che sarebbe legato proprio alla stagione estiva quando la sete aumenta. Ma senza turismo è difficile ipotizzare un'impennata delle bibite. Anche perché noi italiani se siamo in testa alle classifiche di consumo di acqua minerale - consumiamo circa 222 litri a testa all'anno per un totale di 8 miliardi e spiccioli di bottiglie da un litro e mezzo di plastica - siamo molto al di sotto della media europea per quel che riguarda i soft drink. Ne beviamo circa 3,8 miliardi di litri per meno di 52 litri a testa contro una media europea di 94,5 litri dove spiccano i consumi dei tedeschi 140 litri pro capite, dei danesi 125 litri e dei belgi 122 litri. Siamo anche poco affezionati alle novità: se le cola sono di gran lunga le bevande più consumate 8.700 milioni di litri) al secondo posto di gradimento vengono i tè variamente aromatizzati, ma non gassati (360 milioni di litri) e al terzo posto le aranciate che però hanno avuto una flessione di gradimento ( 90 milioni di litri). Tutte le altre fanno il resto, ma un' indicazione in controtendenza è quella che viene delle bibite tradizionali italiane: chinotto, spuma, cedrata, limonata, toniche, gassosa. Queste sono in incremento di valore perché si stanno premiando i piccoli produttori per lo più regionali tant'è che le bibite tradizionali hanno segnato un incremento a valore (dati 2019) del 6,7% con 325 milioni di litri e 250 milioni di fatturato. Diverso il discorso degli energy drink che dalla chiusura dei locali hanno avuto una botta fortissima ma hanno comunque incrementato i consumi trai giovanissimi.
Tassoni resta italiana. Se la bevono i Luneli

Getty Images
La ripartenza può essere anche un bicchiere dove sgorga un liquido giallo, dorato di mille bollicine che fa invidia al sole e profuma d'estate. Succede in Italia esattamente da cento anni, da quando nel 1921 Carlo Amadei crea a Salò la cedrata Tassoni. La storia è molto più antica e bisogna risalire al 1793 quando sulle rive del Garda Lelio Barbaleni aprì la sua spezieria che poi evolve in farmacia, infine in fabbrica di medicinali e distilleria. Ma in piena belle epoque gli sciroppi, parenti stretti dei rosoli, ma non alcolici, affascinavano le signore e il seltz pareva un'invenzione molto alla moda. I travet consumavano la spuma infuso di fiori di sambuco, in acqua con aggiunta di un po' di limone, tanto zucchero e talvolta melassa e la chiamavano la sciampagnina! La Tassoni è la colonna sensoriale delle estati italiane, da quando a Livorno cominciarono agli stabilimenti Pancaldi i primi bani di mare, da quando si andava alle terme, o in riva al lago. Erano le prime villeggiature borghesi. La ripartenza passa anche dall'aver trattenuto qui un simbolo dell'Italia pur appetito da molti colossi del beverage. È accaduto che la famiglia Amadei - gli eredi - dopo quattro generazioni d'impegno a estrarre sciroppo dai cedri del Garda per farne la Tassoni (e davvero basta la parola) volevano cedere tutto. E hanno fatto un' asta. Pensate all'asta al rialzo dei quattrini? No anche se la cifra è notevole, ma un'asta per stabilire chi si sarebbe attenuto al disciplinare della Tassoni e chi avrebbe garantito continuità all'azienda – una trentina di dipendenti, ma solida rete distributiva - e alle sue qualità. E chi ha vinto? Ha vinto un altro simbolo dell'Italia che sa fare l'Italia: la famiglia Lunelli, che significa cantine Ferrari (lo spumante della Formula uno, manco a dirlo) che significa vini di qualità in Toscana( Podernovo), in Veneto (è loro una delle cantine più prestigiose del Cartizze, Bisol con appendice a Venezia) in Umbria (il Carapace ottimo Sagrantino di Montefalco), che significa la più esclusiva acqua minerale d'Italia (Surgiva).
I Lunelli hanno creato il mito del Trentodoc uno degli spumanti più celebrati, ma hanno deciso d'investire in Tassoni per la forza del marchio e per aprire un altro mercato. Il gruppo ha fatturato nel 2019 (anno record) 106 milioni di euro di cui 79 arrivano dagli spumanti Ferrari con quasi 6 milioni di bottiglie vendute in una quarantina di paesi. Quest'anno hanno intenzione di andare oltre nonostante le difficoltà del virus cinese. Come dice Camilla Lunelli che è la responsabile marketing e comunicazione del gruppo: «Siamo orgogliosi di annunciare che Cedral Tassoni, con la sua iconica cedrata, entra a far parte del gruppo Luneli. Siamo entusiasti di dare il via a quest'avventura e felici che un marchio che fa parte dell'immaginario collettivo italiano come Tassoni resti nel nostro Paese. Vogliamo valorizzarne la straordinaria storia iniziata nel 1793 e il legame con il suo bellissimo territorio, il Lago di Garda». Del resto da Trento a Salò c'è solo questo mare interno! E ora per la Cedral si apre un mare di opportunità. Il gruppo di Salò ha fatturato poco meno di dieci milioni con 22 milioni di bottigliette vendute. Ma nelle intenzioni di Matteo Lunelli - è il giovanissimo presidente del gruppo, lunga esperienza in Goldman Sachs, dopo che Gino Lunelli, uno de tre capostipite, ha lasciato l'azienda dove lavorano anche gli altri due "Lunellini", Marcello enologo responsabile di produzione e vicepresidente, e Alessandro che si occupa dell'area tecnica - c'è una forte internazionalizzazione di Tassoni che deve diventare un'icona mondiale del bere all'italiana e una forte sinergia con la rete distributiva di Ferrari. Anche perché negli anni Michela Redini, presidente di Tassoni ed erede diretta del fondatore Carlo Amadei, ed Elio Accardo, amministratore delegato, hanno allargato la gamma delle bibite Tassoni sempre però nel rispetto assoluto della tradizione italiana. Così sono nati il Chinotto, il Sambuco, il Mirto, la Pescamara, le acque Toniche ai limoni del Garda, davvero un campionario della nostra tradizione dissetante. Che rimanda alla pratica conventuale.
I cedri sul Garda li hanno portati nel Trecento i frati francescani. Loro hanno affinato la tecnica di estrazione dell'essenza e loro hanno prodotto le prime bevande al cedro di cui la Tassoni è la fedele interprete. Ma la cosa straordinaria è che dai conventi, dalla suore benedettine e dalle clarisse in special modo sono nati tutti i dissetanti italiani e i rosoli quelli per esempio che Tomasi di Lampedusa rende protagonisti del Gattopardo. Bibite rese possibili dallo zucchero, prerogativa araba dunque siciliana, poi diffusosi in tutta Italia e diventato a buon prezzo da quando si estrae dalla barbabietola e non solo dalla canna, che sono diventate prima diletto dei signori e dopo gioia di popolo. E non c'è estate italiana da cento anni che non abbia profumato di Tassoni. Perciò questa inconfondibile bottiglietta gialla è un raggio di speranza, per una volta un'icona del made in Italy che resta a casa, nonostante il deserto economico che la pandemia ci ha fatto attraversare. Ma già che siamo a raccontar di bibite val la pena ricordarsi di Antoine de Saint-Exupéry che ebbe a notare: il bello del deserto è che da qualche parte nasconde un pozzo!
Dall'acqua zuffregna allo sciroppo di dose

Napoli, 1950: un venditore ambulante di acqua zuffregna aromatizzata al limone di Sorrento
C'era un tempo in cui a Napoli erano famose le venditrici di acqua zuffregna. Attingevano acqua da una fonte sulfurea, la mettevano in brocche di coccio che tenevano sulla testa e per un miracolo chimico quell'acqua aromatizzata talvolta col limone restava sempre fresca. E così a Catania c'erano i chioschi e a Roma i grattacheccai, e a Firenze gli acquaioli. Era l'Italia assetata e povera che però con un bicchiere d'acqua e limone, magari un poco di zucchero scopriva l'immenso piacere delle piccole cose.
È da quest'arte di arrangiarsi per cercare di vivere appena un po' più confortevolmente e dall'abilità di questi venditori di frescura che si sono originate alcune delle bibite caratteristiche del nostro paese, colonna gustativa delle nostre estati. Quest'abilità dei venditori di strada si è declinata con le sapienze delle monache e dei monaci dei conventi che sfruttando erbe e conoscenze quasi alchemiche e ripescando dalla tradizione romana hanno costruito tutta l'arte liquoristica italiana: dagli amari ai rosoli. Dunque l'Italia nel bicchiere è un universo culturale che andrebbe più profondamente esplorato e con maggiore attenzione preservato. Si potrebbe riandare ai tempi della Grecia o della Roma antica per scoprire che anche allora c'erano bibite particolari: l'idromele ricavato da una parziale fermentazione del miele, il sidro, la birra (diversa dalla nostra) molto amata dalle donne a cui non era consentito l'uso del vino, la posca, la bevanda di acqua e aceto che dissetava i legionari romani (è quella che il centurione porge al Cristo sulla croce!) e perfino si sorbetti che i romani erano soliti gustare insaporendo la neve depositata nelle neviere con vini dolcissimi. Saranno poi gli arabi in Sicilia a mettere insieme ghiaccio e agrumi, ghiaccio e sambuco. E proprio a Catania troviamo le tracce dell'antenato della spuma. I chioschi più antichi di cui si ha traccia sono della fine dell'800, ma già si sa che nei pressi di Palagonia vi erano (e vi sono) delle sorgenti di acqua naturalmente frizzanti. Mettendo fiori di sambuco e more di gelso con aggiunta di limone e un po' di zucchero si creo di fatto l'antenata della spuma. Che è stata la bibita più popolare di sempre in Italia. Per farla oltre al sambuco si usa caramello, estratto di radice di rabarbaro. Che poi la spuma sia stata declinata in molti modi con l'aggiunta di essenze talvolta naturali talaltra di sintesi è un altro paio di maniche.
Una bevanda molto simile alla spuma è la miscelazione di succo di mela con acqua gassata o seltz. Sarà il caso di ricordare che i romani e i greci già conoscevano lo zucchero, ma che lo usavano con parsimonia perché era carissimo ed aveva scopo lassativo. Furono gli arabi intorno al Mille a introdurne massiccio uso e l'arrivo dello zucchero consentì miracoli gastronomici come la pasta martorana (quella di mandorle) o l'invenzione degli sciroppi. Gli sciroppi stanno alla base delle nostre bibite. E diventano popolarissimi a partire dai primi dell'800. La prima coltivazione di barbabietole da zucchero è del 1809 il primo zuccherificio industriale si aprì a Rieti nel 1873, nel mezzo vi erano produzioni artigianali. Ed erano i farmacisti a produrre gli sciroppi partendo dalla frutta di stagione e locale. Così cominciarono ad aversi gli sciroppi di amarena (non è un caso che si siano sviluppati agli inizi del '900 tra Modena e Bologna), di limone e di arancio (tra Palermo e Napoli) e poi di orzo (in Toscana) e ancora si aggiunsero gli sciroppi di sambuco, di gelso mentre il latte di mandorle era noto da secoli e lo sciroppo di menta risale ai conventi del 1200, così come c'è tutt'oggi uno sciroppo rarissimo che si fa in Liguria: quello di rose famosissimo in Valescrivia. E ce n'è un altro che un tempo era appannaggio solo degli speziali e dei farmacisti e che ingentiliva le estati delle nobildonne: quello di tamarindo. Il primo modo di bere scuro degli italiani. Da questi sciroppi nascono poi le bibite italiane. Se dobbiamo elencare le più note ci sono il Chinotto ce si fa partendo dall'agrume coltivato ora nel savonese una volta più esteso, poi l'ranciata che contrariamente a quanto si potrebbe pensare nacque non in Sicilia ma nella bergamasca. L'aranciata frizzante è stata inventata da Ezio Granelli allora proprietario della fonte San Pellegrino che la presentò alla Campionaria di Milano nel 1932. Il limoncello manco a dirlo nasce ad Amalfi nel periodo del primissimo turismo utilizzando i limoni sfusati.
Se questi sono i capisaldi della nostra tradizione (anche lo Spritz e i vari aperitivi leggermente alcolici prendono origine da qua: dal Campari all'Aperol sono tutti figli dell'idea di utilizzare il contrasto dulcamaro che viene dal rabarbaro e poi dalle acque toniche) oggi ci sono molti nuovi imprenditori che hanno ripreso i fili di queste produzioni. Tanto per dirne alcuni la Brasilena calabrese che è caffè gassato, i ginger e le toniche di Abbondio in quel di Corsico, le stupende bibite di Bona (Augusta) dal Melograno al mandarino verde al bergamotto, i freschissimi agrumi delle ragazze di BioSmurra di Rossano, le spremute da gassare di Bibite Madre di Modica, l'eccelsa spuma Paoletti - compresa la nera molto rara - di Ascoli Piceno e tra i prodotti noti al largo pubblico come non ricordare il derby dei bitter: Mentasti nel 1961 fa debuttare il Bitter San Pellegrino, nel 1964 risponde Piero Ginocchi con il Picador che di lì a qualche settimana diventerà il Crodino. Sono la declinazione analcolica dei famosissimi bitter (nati da esperimenti di farmacia) a loro volta declinati dal vermouth, la splendida idea che nel 1786 ebbe Antonio Benedetto Carpano di aromatizzare il vino con le erbe officinali ripigliando l'antichissima pratica greco-latina e sposandola con la grande sapienza erboristica consolidatasi in Italia grazie ai monasteri.
Come sempre capita in Italia la diversità è massima e un'indagine di grande valore sarebbe quella di ripercorrere i legami tra queste bibite e l'arte, moltissimi pittori si sono prestati a fare le affiches pubblicitarie. Perfino i futuristi si cimentarono con le bibite (c'è un ampio catalogo di cocktail e soft drink prodotti dai seguaci di Marinetti) e ne crearono le immagini. E oggi c'è chi ha ripreso quell'idea: sono i ragazzi trevigiani di Bevande Futuriste che hanno due linee: la bio e la Cortese. Un universo tutto da bere!
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Le chiusure hanno ridotto i consumi del 57% e all'orizzonte c' è per un settore che vale 4,9 miliardi lo spauracchio sugar e plastic tax.Tassoni rimane italiana. L'iconica cedrata del lago di Garda acquisita dal gruppo degli eccelsi spumanti Ferrari.Acqua zuffregna e sciroppo di dose. Storia delle bevande italiane: dai primi venditori alla riscoperta di antichi marchi in un universo di dolcezza.Lo speciale contiene tre articoli.Anche per i gazzosa il 2020 è stato un anno difficile. Il crollo dei consumi ha pesato per oltre il 15% del mercato in un settore dove i margini sono risicati e sono i volumi a costruire il business. Per avere un'idea basta dire che pure la Coca Cola ha dovuto mettere in cassa integrazione 300 addetti dei reparti commerciali.La perdita di fatturato è stata attorno la 30% complessivo visto che per tenere quote di mercato nella grande distribuzione si è abbondato di offerte promozionali. E resta tra gli operatori una forte preoccupazione legata a due balzelli che pendono sul settore come una spada di Damocle: la sugar e la plastic tax. La prima che trova giustificazione in quella pedagogia dei consumi che ormai caratterizza lo Stato dietetico - impulso dell' Europa a cui l'Italia del politically correct si è immediatamente conformata - ha già mostrato tutta la sua inutilità. Dove è stata applicata in Francia, in Gran Bretagna, in Olanda la sugar tax non ha affatto ridotto i consumi e per una ragione molto semplice.Le bibite zuccherate e gassate sono uno dei pochi alimenti a basso costo e più si riducono i redditi disponibili più lo junk food avanza, a parte il fatto che le bibite gassate avvicinandosi l'estate sono un piacere a basso costo e ad alta soddisfazione. Detto questo Assobibe - l'associazione aderente a Confindustria che riunisce i maggiori operatori del settore - continua a chiedere non il rinvio (le due nuove tasse dovrebbero scattare il prossimo anno) ma l'abolizione di questi due balzelli. Per come è concepita in Italia la sugar tax colpirebbe le bibite con un aumento del 28% di tassazione ogni litro e la plastica tax avrebbe un'incidenza ancora superiore: oltre un euro ogni chilo di Pet. Senza tenere conto - come dice il presidente di Assobibe, Giangiacomo Pierini - che le aziende si sono incamminate da tempo su nuove ricette e nuovo packaging. Secondo Pierini con oltre mezzo miliardo d investimenti negli ultimi tre anni si sono ridotte del 27% le calorie in ogni litro di prodotto (è ovviamente una media tra tutti i prodotti di questo comparto) e si è ridotta di oltre il 20% la plastica utilizzata che peraltro è in larghissima misura plastica riciclata a e riciclabile. E tutto questo a fronte di una crisi che per ora non si arresta. In una recente conferenza stampa il presidente dei gazzosai ha ribadito che il crollo dei consumi è continuato. Avendo a disposizione i dati dei primi tre mesi del 2021 come termine di raffronto con il 2019 se ne ricava un calo di vendite del 57%: una mazzata. Per un settore che comunque vale molto, oltre 4,9 miliardi di fatturato, con 100 stabilimenti di produzione e una platea di addetti diretti di 800 mila occupati Senza contare le filiere: cioè i grossisti e la distribuzione. Ma tra chiusure di locali, lockdown, smart working, mancato turismo il cavallo non beve. E la ripresa sembra difficile anche perché gli italiani si sono fatti molto più risparmiosi.Il crollo dei consumi e un riaccendersi dell'inflazione non lasciano intravedere nessuna immediato rimbalzo che sarebbe legato proprio alla stagione estiva quando la sete aumenta. Ma senza turismo è difficile ipotizzare un'impennata delle bibite. Anche perché noi italiani se siamo in testa alle classifiche di consumo di acqua minerale - consumiamo circa 222 litri a testa all'anno per un totale di 8 miliardi e spiccioli di bottiglie da un litro e mezzo di plastica - siamo molto al di sotto della media europea per quel che riguarda i soft drink. Ne beviamo circa 3,8 miliardi di litri per meno di 52 litri a testa contro una media europea di 94,5 litri dove spiccano i consumi dei tedeschi 140 litri pro capite, dei danesi 125 litri e dei belgi 122 litri. Siamo anche poco affezionati alle novità: se le cola sono di gran lunga le bevande più consumate 8.700 milioni di litri) al secondo posto di gradimento vengono i tè variamente aromatizzati, ma non gassati (360 milioni di litri) e al terzo posto le aranciate che però hanno avuto una flessione di gradimento ( 90 milioni di litri). Tutte le altre fanno il resto, ma un' indicazione in controtendenza è quella che viene delle bibite tradizionali italiane: chinotto, spuma, cedrata, limonata, toniche, gassosa. Queste sono in incremento di valore perché si stanno premiando i piccoli produttori per lo più regionali tant'è che le bibite tradizionali hanno segnato un incremento a valore (dati 2019) del 6,7% con 325 milioni di litri e 250 milioni di fatturato. Diverso il discorso degli energy drink che dalla chiusura dei locali hanno avuto una botta fortissima ma hanno comunque incrementato i consumi trai giovanissimi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/italia-non-beve-bibite-crisi-2653037333.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tassoni-resta-italiana-se-la-bevono-i-luneli" data-post-id="2653037333" data-published-at="1621438273" data-use-pagination="False"> Tassoni resta italiana. Se la bevono i Luneli Getty Images La ripartenza può essere anche un bicchiere dove sgorga un liquido giallo, dorato di mille bollicine che fa invidia al sole e profuma d'estate. Succede in Italia esattamente da cento anni, da quando nel 1921 Carlo Amadei crea a Salò la cedrata Tassoni. La storia è molto più antica e bisogna risalire al 1793 quando sulle rive del Garda Lelio Barbaleni aprì la sua spezieria che poi evolve in farmacia, infine in fabbrica di medicinali e distilleria. Ma in piena belle epoque gli sciroppi, parenti stretti dei rosoli, ma non alcolici, affascinavano le signore e il seltz pareva un'invenzione molto alla moda. I travet consumavano la spuma infuso di fiori di sambuco, in acqua con aggiunta di un po' di limone, tanto zucchero e talvolta melassa e la chiamavano la sciampagnina! La Tassoni è la colonna sensoriale delle estati italiane, da quando a Livorno cominciarono agli stabilimenti Pancaldi i primi bani di mare, da quando si andava alle terme, o in riva al lago. Erano le prime villeggiature borghesi. La ripartenza passa anche dall'aver trattenuto qui un simbolo dell'Italia pur appetito da molti colossi del beverage. È accaduto che la famiglia Amadei - gli eredi - dopo quattro generazioni d'impegno a estrarre sciroppo dai cedri del Garda per farne la Tassoni (e davvero basta la parola) volevano cedere tutto. E hanno fatto un' asta. Pensate all'asta al rialzo dei quattrini? No anche se la cifra è notevole, ma un'asta per stabilire chi si sarebbe attenuto al disciplinare della Tassoni e chi avrebbe garantito continuità all'azienda – una trentina di dipendenti, ma solida rete distributiva - e alle sue qualità. E chi ha vinto? Ha vinto un altro simbolo dell'Italia che sa fare l'Italia: la famiglia Lunelli, che significa cantine Ferrari (lo spumante della Formula uno, manco a dirlo) che significa vini di qualità in Toscana( Podernovo), in Veneto (è loro una delle cantine più prestigiose del Cartizze, Bisol con appendice a Venezia) in Umbria (il Carapace ottimo Sagrantino di Montefalco), che significa la più esclusiva acqua minerale d'Italia (Surgiva).I Lunelli hanno creato il mito del Trentodoc uno degli spumanti più celebrati, ma hanno deciso d'investire in Tassoni per la forza del marchio e per aprire un altro mercato. Il gruppo ha fatturato nel 2019 (anno record) 106 milioni di euro di cui 79 arrivano dagli spumanti Ferrari con quasi 6 milioni di bottiglie vendute in una quarantina di paesi. Quest'anno hanno intenzione di andare oltre nonostante le difficoltà del virus cinese. Come dice Camilla Lunelli che è la responsabile marketing e comunicazione del gruppo: «Siamo orgogliosi di annunciare che Cedral Tassoni, con la sua iconica cedrata, entra a far parte del gruppo Luneli. Siamo entusiasti di dare il via a quest'avventura e felici che un marchio che fa parte dell'immaginario collettivo italiano come Tassoni resti nel nostro Paese. Vogliamo valorizzarne la straordinaria storia iniziata nel 1793 e il legame con il suo bellissimo territorio, il Lago di Garda». Del resto da Trento a Salò c'è solo questo mare interno! E ora per la Cedral si apre un mare di opportunità. Il gruppo di Salò ha fatturato poco meno di dieci milioni con 22 milioni di bottigliette vendute. Ma nelle intenzioni di Matteo Lunelli - è il giovanissimo presidente del gruppo, lunga esperienza in Goldman Sachs, dopo che Gino Lunelli, uno de tre capostipite, ha lasciato l'azienda dove lavorano anche gli altri due "Lunellini", Marcello enologo responsabile di produzione e vicepresidente, e Alessandro che si occupa dell'area tecnica - c'è una forte internazionalizzazione di Tassoni che deve diventare un'icona mondiale del bere all'italiana e una forte sinergia con la rete distributiva di Ferrari. Anche perché negli anni Michela Redini, presidente di Tassoni ed erede diretta del fondatore Carlo Amadei, ed Elio Accardo, amministratore delegato, hanno allargato la gamma delle bibite Tassoni sempre però nel rispetto assoluto della tradizione italiana. Così sono nati il Chinotto, il Sambuco, il Mirto, la Pescamara, le acque Toniche ai limoni del Garda, davvero un campionario della nostra tradizione dissetante. Che rimanda alla pratica conventuale.I cedri sul Garda li hanno portati nel Trecento i frati francescani. Loro hanno affinato la tecnica di estrazione dell'essenza e loro hanno prodotto le prime bevande al cedro di cui la Tassoni è la fedele interprete. Ma la cosa straordinaria è che dai conventi, dalla suore benedettine e dalle clarisse in special modo sono nati tutti i dissetanti italiani e i rosoli quelli per esempio che Tomasi di Lampedusa rende protagonisti del Gattopardo. Bibite rese possibili dallo zucchero, prerogativa araba dunque siciliana, poi diffusosi in tutta Italia e diventato a buon prezzo da quando si estrae dalla barbabietola e non solo dalla canna, che sono diventate prima diletto dei signori e dopo gioia di popolo. E non c'è estate italiana da cento anni che non abbia profumato di Tassoni. Perciò questa inconfondibile bottiglietta gialla è un raggio di speranza, per una volta un'icona del made in Italy che resta a casa, nonostante il deserto economico che la pandemia ci ha fatto attraversare. Ma già che siamo a raccontar di bibite val la pena ricordarsi di Antoine de Saint-Exupéry che ebbe a notare: il bello del deserto è che da qualche parte nasconde un pozzo! <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/italia-non-beve-bibite-crisi-2653037333.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="dall-acqua-zuffregna-allo-sciroppo-di-dose" data-post-id="2653037333" data-published-at="1621438273" data-use-pagination="False"> Dall'acqua zuffregna allo sciroppo di dose Napoli, 1950: un venditore ambulante di acqua zuffregna aromatizzata al limone di Sorrento C'era un tempo in cui a Napoli erano famose le venditrici di acqua zuffregna. Attingevano acqua da una fonte sulfurea, la mettevano in brocche di coccio che tenevano sulla testa e per un miracolo chimico quell'acqua aromatizzata talvolta col limone restava sempre fresca. E così a Catania c'erano i chioschi e a Roma i grattacheccai, e a Firenze gli acquaioli. Era l'Italia assetata e povera che però con un bicchiere d'acqua e limone, magari un poco di zucchero scopriva l'immenso piacere delle piccole cose.È da quest'arte di arrangiarsi per cercare di vivere appena un po' più confortevolmente e dall'abilità di questi venditori di frescura che si sono originate alcune delle bibite caratteristiche del nostro paese, colonna gustativa delle nostre estati. Quest'abilità dei venditori di strada si è declinata con le sapienze delle monache e dei monaci dei conventi che sfruttando erbe e conoscenze quasi alchemiche e ripescando dalla tradizione romana hanno costruito tutta l'arte liquoristica italiana: dagli amari ai rosoli. Dunque l'Italia nel bicchiere è un universo culturale che andrebbe più profondamente esplorato e con maggiore attenzione preservato. Si potrebbe riandare ai tempi della Grecia o della Roma antica per scoprire che anche allora c'erano bibite particolari: l'idromele ricavato da una parziale fermentazione del miele, il sidro, la birra (diversa dalla nostra) molto amata dalle donne a cui non era consentito l'uso del vino, la posca, la bevanda di acqua e aceto che dissetava i legionari romani (è quella che il centurione porge al Cristo sulla croce!) e perfino si sorbetti che i romani erano soliti gustare insaporendo la neve depositata nelle neviere con vini dolcissimi. Saranno poi gli arabi in Sicilia a mettere insieme ghiaccio e agrumi, ghiaccio e sambuco. E proprio a Catania troviamo le tracce dell'antenato della spuma. I chioschi più antichi di cui si ha traccia sono della fine dell'800, ma già si sa che nei pressi di Palagonia vi erano (e vi sono) delle sorgenti di acqua naturalmente frizzanti. Mettendo fiori di sambuco e more di gelso con aggiunta di limone e un po' di zucchero si creo di fatto l'antenata della spuma. Che è stata la bibita più popolare di sempre in Italia. Per farla oltre al sambuco si usa caramello, estratto di radice di rabarbaro. Che poi la spuma sia stata declinata in molti modi con l'aggiunta di essenze talvolta naturali talaltra di sintesi è un altro paio di maniche.Una bevanda molto simile alla spuma è la miscelazione di succo di mela con acqua gassata o seltz. Sarà il caso di ricordare che i romani e i greci già conoscevano lo zucchero, ma che lo usavano con parsimonia perché era carissimo ed aveva scopo lassativo. Furono gli arabi intorno al Mille a introdurne massiccio uso e l'arrivo dello zucchero consentì miracoli gastronomici come la pasta martorana (quella di mandorle) o l'invenzione degli sciroppi. Gli sciroppi stanno alla base delle nostre bibite. E diventano popolarissimi a partire dai primi dell'800. La prima coltivazione di barbabietole da zucchero è del 1809 il primo zuccherificio industriale si aprì a Rieti nel 1873, nel mezzo vi erano produzioni artigianali. Ed erano i farmacisti a produrre gli sciroppi partendo dalla frutta di stagione e locale. Così cominciarono ad aversi gli sciroppi di amarena (non è un caso che si siano sviluppati agli inizi del '900 tra Modena e Bologna), di limone e di arancio (tra Palermo e Napoli) e poi di orzo (in Toscana) e ancora si aggiunsero gli sciroppi di sambuco, di gelso mentre il latte di mandorle era noto da secoli e lo sciroppo di menta risale ai conventi del 1200, così come c'è tutt'oggi uno sciroppo rarissimo che si fa in Liguria: quello di rose famosissimo in Valescrivia. E ce n'è un altro che un tempo era appannaggio solo degli speziali e dei farmacisti e che ingentiliva le estati delle nobildonne: quello di tamarindo. Il primo modo di bere scuro degli italiani. Da questi sciroppi nascono poi le bibite italiane. Se dobbiamo elencare le più note ci sono il Chinotto ce si fa partendo dall'agrume coltivato ora nel savonese una volta più esteso, poi l'ranciata che contrariamente a quanto si potrebbe pensare nacque non in Sicilia ma nella bergamasca. L'aranciata frizzante è stata inventata da Ezio Granelli allora proprietario della fonte San Pellegrino che la presentò alla Campionaria di Milano nel 1932. Il limoncello manco a dirlo nasce ad Amalfi nel periodo del primissimo turismo utilizzando i limoni sfusati.Se questi sono i capisaldi della nostra tradizione (anche lo Spritz e i vari aperitivi leggermente alcolici prendono origine da qua: dal Campari all'Aperol sono tutti figli dell'idea di utilizzare il contrasto dulcamaro che viene dal rabarbaro e poi dalle acque toniche) oggi ci sono molti nuovi imprenditori che hanno ripreso i fili di queste produzioni. Tanto per dirne alcuni la Brasilena calabrese che è caffè gassato, i ginger e le toniche di Abbondio in quel di Corsico, le stupende bibite di Bona (Augusta) dal Melograno al mandarino verde al bergamotto, i freschissimi agrumi delle ragazze di BioSmurra di Rossano, le spremute da gassare di Bibite Madre di Modica, l'eccelsa spuma Paoletti - compresa la nera molto rara - di Ascoli Piceno e tra i prodotti noti al largo pubblico come non ricordare il derby dei bitter: Mentasti nel 1961 fa debuttare il Bitter San Pellegrino, nel 1964 risponde Piero Ginocchi con il Picador che di lì a qualche settimana diventerà il Crodino. Sono la declinazione analcolica dei famosissimi bitter (nati da esperimenti di farmacia) a loro volta declinati dal vermouth, la splendida idea che nel 1786 ebbe Antonio Benedetto Carpano di aromatizzare il vino con le erbe officinali ripigliando l'antichissima pratica greco-latina e sposandola con la grande sapienza erboristica consolidatasi in Italia grazie ai monasteri.Come sempre capita in Italia la diversità è massima e un'indagine di grande valore sarebbe quella di ripercorrere i legami tra queste bibite e l'arte, moltissimi pittori si sono prestati a fare le affiches pubblicitarie. Perfino i futuristi si cimentarono con le bibite (c'è un ampio catalogo di cocktail e soft drink prodotti dai seguaci di Marinetti) e ne crearono le immagini. E oggi c'è chi ha ripreso quell'idea: sono i ragazzi trevigiani di Bevande Futuriste che hanno due linee: la bio e la Cortese. Un universo tutto da bere!
Matteo Ricci (Ansa)
Coinvolti, tra gli altri, nelle nuove contestazioni, oltre a Ricci, Massimiliano Santini, all’epoca factotum del dem, Silvano Straccini, direttore della fondazione Pescheria, Massimiliano Amadori, ex capo di gabinetto di Ricci e suo stretto collaboratore anche a Bruxelles, la dirigente responsabile della struttura centralizzata appalti del Comune, Paola Nonni e il giornalista Marcello Ciamaglia.
Al centro del nuovo filone c’è una cena elettorale che si è svolta il 12 aprile 2024 e per cui sarebbero stati utilizzati fondi pubblici. La kermesse era collegata alla candidatura in Europa di Ricci ed era l’atto conclusivo della tournée di presentazione del suo libro «Pane e politica».
Ricci, nel filone principale dell’inchiesta, è accusato dalla Procura di Pesaro di corruzione per aver «richiesto formalmente sponsorizzazioni per conto del Comune a soggetti privati» e aver utilizzato due associazioni private per gestire quei denari a fini elettorali. In base all’ultimo capo d’accusa, parte del costo della cena secondo gli inquirenti sarebbe stato pagato con i soldi della Fondazione Pescheria, interamente partecipata dal Comune, previo accordo con il direttore Straccini.
A svelare l’inghippo era stato l’amministratore della società di catering a cui era stato affidato l’evento, Giustogusto. Il titolare, Marco Balducci, a noi aveva riferito che in cambio di uno sconto aveva ottenuto l’inserimento della sua ditta nell’elenco dei fornitori della fondazione, da cui aveva avuto poi un paio di incarichi. Straccini è accusato anche di falso per la firma di una determina collegata all’operazione. L’imprenditore ha confermato agli investigatori della Squadra mobile e della Guardia di finanza quanto già raccontato a noi.
Lo stesso Balducci aveva identificato come mediatore dell’operazione Ciamaglia. Quest’ultimo è stato, come si apprende da Facebook, «direttore ufficio stampa e comunicazione presso Comune di Pesaro» e prima presso la Provincia, sempre al fianco di Ricci.
L’ex sindaco, Santini, Amadori, Ciamaglia, insieme con la Nonni e un’altra dipendente comunale sono indagati anche perché sarebbero usciti dalle casse del Comune pure i pagamenti per il video-operatore coinvolto nella tournée «Pane e politica», ovvero negli incontri di Ricci con alcune famiglie italiane, il cui resoconto è stato raccolto nell’omonimo libro. La dirigente avrebbe gonfiato i pagamenti del film-maker per altri eventi, così da coprire anche le trasferte collegate al volume. Un impegno che non aveva a che fare con l’attività istituzionale del primo cittadino.
Per quanto riguarda l’inchiesta principale la Procura ha chiesto un’ulteriore proroga delle indagini.
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Le navi americane a Hormuz (US Navy)
È entrato in vigore alle 16 (ora italiana) di ieri il blocco navale imposto dagli Stati Uniti nello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico energetico globale. La decisione, annunciata dal Comando centrale americano (Centcom), arriva dopo il fallimento dei colloqui tra Washington e Teheran e segna un’ulteriore escalation nella crisi.
A lanciare l’allarme è stata l’Autorità britannica per le operazioni commerciali marittime (Ukmto), che ha segnalato restrizioni immediate all’accesso verso porti e acque costiere iraniane. Il provvedimento riguarda tutte le navi dirette da e verso infrastrutture iraniane, senza alcuna distinzione di bandiera. Alle imbarcazioni neutrali già presenti nei porti è stato concesso solo un breve periodo per lasciare l’area. Secondo il Centcom, qualsiasi nave che tenti di entrare o uscire dalla zona senza autorizzazione potrà essere intercettata e sequestrata. Le misure si estendono lungo tutta la costa iraniana, includendo terminal petroliferi e infrastrutture energetiche nel Golfo Persico, nel Golfo di Oman e nel Mar arabico.
Il blocco dello Stretto di Hormuz è in vigore e più di 15 navi americane sono impegnate direttamente nell’operazione. Lo riporta il Wall Street Journal citando un funzionario statunitense, secondo il quale gli Stati Uniti possono contare nella regione su cacciatorpediniere lanciamissili e numerose unità navali capaci di impiegare elicotteri per operazioni di abbordaggio e controllo del traffico marittimo.
L’Ukmto ha precisato che il transito nello Stretto verso destinazioni non iraniane non risulta formalmente impedito. Tuttavia, le navi possono essere sottoposte a controlli e procedure d’ispezione. Alle compagnie è stato raccomandato di mantenere la massima allerta, monitorare gli avvisi ai naviganti e contattare la Us Navy sul canale 16. I primi dati indicano che alcune petroliere hanno attraversato lo Stretto senza collegamenti con porti iraniani, segno che il traffico non è del tutto fermo ma si muove in un contesto di forte incertezza. A conferma della volatilità della situazione, il presidente americano Donald Trump ha scritto su Truth che «34 navi sono passate attraverso lo Stretto di Hormuz ieri», definendolo «il numero più alto da quando è iniziata questa chiusura».
Sul piano diplomatico, il nodo nucleare resta il principale punto di scontro. Durante i negoziati del fine settimana, gli Stati Uniti hanno proposto all’Iran di congelare l’arricchimento dell’uranio per 20 anni, mentre Teheran ha controproposto un periodo molto più breve, «a una sola cifra». Il fallimento dei colloqui, guidati dal vicepresidente JD Vance, è stato attribuito proprio alla distanza su questo punto cruciale, anche se l’Iran ha negato la circostanza. Nonostante lo stallo, la Casa Bianca lascia intravedere spiragli. Il presidente americano, Donald Trump, ha dichiarato che «JD Vance ha fatto un buon lavoro nelle trattative», sottolineando che il vero nodo resta il nucleare. «L’altra parte ci ha chiamato e vuole un accordo. Siamo stati contattati questa mattina dalle persone giuste e vogliono lavorare a un’intesa», ha aggiunto senza citare esplicitamente l’Iran. Sul piano militare, tuttavia, la linea della Casa Bianca resta durissima. Trump ha ribadito che qualsiasi nave iraniana che tenterà di violare il blocco sarà «immediatamente eliminata», sostenendo che «la Marina iraniana giace sul fondo del mare, completamente annientata». Parole che accompagnano la minaccia di un’ulteriore escalation se Teheran non cambierà posizione.
Il capo dell’Organizzazione marittima internazionale, Arsenio Dominguez, ha espresso forte preoccupazione per la situazione dei marittimi bloccati nell’area dello Stretto di Hormuz, ribadendo la necessità di garantire la libertà di navigazione. «Migliaia di uomini restano a bordo di navi nel Golfo Persico, esposti a rischi elevati e a un forte stress psicologico», ha dichiarato poco prima dell’avvio del blocco navale statunitense.
Sul fronte internazionale, Israele ha espresso sostegno alla decisione americana, mentre la Cina ha invitato a garantire la libertà di navigazione. Anche la Russia ha avvertito di possibili effetti negativi sui mercati energetici. Dall’Unione europea arriva un appello alla sicurezza marittima. «Quanto sta accadendo oggi nello Stretto di Hormuz rappresenta il segnale più chiaro a favore di una forte coalizione internazionale», ha dichiarato l’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, ribadendo che l’Ue respingerà qualsiasi limitazione alla libera navigazione.
Il quadro resta estremamente fragile. Secondo quanto riportato dal Canale 12 israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ritiene che il cessate il fuoco con l’Iran possa essere messo in discussione «in brevissimo tempo» dopo il fallimento dei negoziati. Di parere contrario il premier pakistano, Shehbaz Sharif, che ha affermato che la tregua tra Stati Uniti e Iran «regge» e che sono in corso sforzi diplomatici per superare le divergenze emerse, nonostante il fallimento dei negoziati svoltisi a Islamabad nel fine settimana.
Roma chiama l’Ue sul caro energia però Ursula fa solo chiacchiere
Nel pieno dell’emergenza energetica, Bruxelles prende tempo. Il massimo dell’azione della Commissione europea è annunciare una serie di proposte legislative che saranno presentate a maggio. Il 22 aprile verranno invece date delle raccomandazioni agli Stati membri a consumare e viaggiare meno, a spingere sulle tecnologie pulite, a intervenire sulle tasse sull’elettricità e sugli oneri di sistema. È questo l’esito della riunione del Collegio dei Commissari che ancora una volta certifica l’irrilevanza dell’Europa. Dall’inizio del conflitto iraniano la spesa della Ue per le importazioni di combustibili fossili è aumentata di oltre 22 miliardi, ha detto la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, sottolineando che i prezzi dell’energia erano già balzati in cima all’agenda politica della Ue a causa dei timori per il calo della competitività rispetto a Cina e Stati Uniti. Ma se l’analisi non fa una piega, la ricetta per gestire la crisi non è proporzionata alla gravità del momento. «A maggio presenteremo proposte legislative per intervenire sulle tasse sull'elettricità e gli oneri di rete. L’obiettivo è quello di implementare misure strutturali per abbassare i prezzi dell’energia e dare sollievo a cittadini e imprese», ha annunciato la presidente. Il piano prevede che l’energia elettrica sia tassata in modo più favorevole rispetto ai combustibili fossili. Il piano della Commissione verrà presentato ai leader al prossimo Consiglio informale, la prossima settimana a Cipro, e ci sarà una comunicazione nel mercoledì precedente» (il 22 aprile). Von der Leyen ha spiegato che si punta a intervenire su tre aspetti. Il coordinamento tra Paesi negli interventi, anche riguardo alle scorte di gas e di petrolio e sulle misure di contenimento dei rincari, che «devono essere mirate ai gruppi vulnerabili, rapide, immediate e temporanee». Secondo, un «quadro temporaneo» che assicuri più flessibilità alle regole sugli aiuti di Stato. E, terzo elemento, e forse il più problematico: «Come possiamo ridurre la domanda».
La dipendenza della Ue dalle importazioni dei combustibili fossili la rende vulnerabile e le misure dovrebbero attutire l’impatto e promuovere l’adozione di tecnologie pulite. Di tasse e oneri di rete si era discusso al Consiglio europeo dello scorso febbraio ma anche allora nessuna decisione. In ballo c’era anche la proposta di modifica dell’impianto Ets (il sistema di acquisto di quote di Co2), che prevede l’interruzione dell’eliminazione delle quote gratuite e l'aumento di quelle immesse nel mercato di certificati. Ma stando alle parole di ieri della presidente dell’esecutivo Ue, il cantiere è ancora aperto: «Siamo sulla buona strada per presentare la revisione completa del sistema Ets, come annunciato, a luglio», ha detto. Nessun ripensamento sulla decarbonizzazione. «L’unico modo duraturo per uscire dalla dipendenza dai combustibili fossili», ha ribadito Von der Leyen, «è spostare la generazione di elettricità verso le energie rinnovabili e il nucleare, e poi, naturalmente, elettrificando l’economia il più rapidamente possibile».
Avanti tutta con l’elettrificazione «della nostra economia, delle nostre operazioni industriali, del modo in cui riscaldiamo le nostre case, della nostra mobilità». E annuncia la presentazione prima dell’estate di «un nuovo ambizioso obiettivo sull’elettrificazione». La presidente incoraggia gli Stati membri «a fare un uso migliore» dei finanziamenti Ue disponibili, come quelli dei fondi di coesione. «I soldi ci sono. Potete investirli nelle reti, nello stoccaggio, nelle batterie». Il quadro si completa con investimenti nei piccoli reattori modulari.
Ma mentre Bruxelles prende tempo i singoli governi procedono in ordine sparso. Dall’inizio della guerra con l’Iran, 22 Stati membri dell’Ue hanno introdotto oltre 120 misure non coordinate, per un costo superiore a 9 miliardi di euro (10,5 miliardi di dollari), al fine di attenuare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia, secondo un rapporto dell’Istituto Jacques Delors.
Manca quindi un coordinamento centrale per la gestione dell’emergenza. Lo ha evidenziato, tra le righe, anche il nostro ministero dell’Economia. Il viceministro, Maurizio Leo, ha sottolineato gli «sforzi notevoli» fatti dal governo per il taglio delle accise, che avrà la copertura fino a fine mese. «È chiaro che poi si dovrà pensare anche a livello europeo a degli interventi per venire incontro a tutte quelle che sono le esigenze del mondo produttivo, pensando agli autotrasportatori». Questi continuano a reclamare il credito d’imposta promesso al settore all’inizio della crisi in Medio Oriente nel consiglio dei ministri del 19 marzo scorso. A quasi un mese di distanza manca ancora il decreto attuativo. Un intervento in tale senso è appeso alle decisioni Bruxelles sul regime degli aiuti di Stato. Intanto gli autotrasportatori siciliani sono entrati in sciopero dalla mezzanotte di ieri sera per 5 giorni, bloccando i rifornimenti alla grande distribuzione dell’isola. Ed è solo l’inizio. Nelle riunioni che si sono svolte nel fine settimana, nell’ambito dell’iniziativa Unatras con assemblee convocate in cento piazze italiane, l’intera categoria nazionale è orientata verso il blocco dei servizi di trasporto su strada. Venerdì prossimo il Comitato esecutivo nazionale di Unatras potrebbe pronunciarsi sul blocco nazionale.
Teheran insorge: «Atto di pirateria, gli statunitensi se ne pentiranno»
«Siamo pronti ad affrontare qualsiasi scenario e le forze armate sono già in stato di massima allerta», ha tuonato il ministro della Difesa iraniano, il generale, Seyyed Majid ibn Reza, «qualsiasi atto di aggressione o provocazione del nemico riceverà una risposta dura e decisiva». La reazione di Teheran alle mosse statunitensi è stata subito estremamente aggressiva, come a voler mostrare i muscoli anche a tutte le nazioni coinvolte. Il blocco navale voluto da Donald Trump, dopo il fallimento del meeting di Islamabad, è stato definito dai Guardiani della rivoluzione come un atto di pirateria marittima e un’azione illegale. Le forze armate degli ayatollah hanno minacciato tutti i porti dell’area, arrivando a dire che nessun porto nel Golfo Persico o nel mar d’Oman sarà più al sicuro. La televisione nazionale Press tv ha dato ampio risalto alle reazione dei rappresentanti della Repubblica islamica come il tenente colonnello Ebrahim Zolfaqari, portavoce del quartier generale del comando unificato Khatam al-Anbiya, che ha detto che le navi affiliate al nemico non hanno e non avranno il diritto di attraversare lo Stretto di Hormuz, mentre le altre navi avranno il permesso di transito, ma soltanto nel rispetto delle normative delle Forze armate. Un messaggio chiaro che lascia intendere che l’Iran non permetterà agli Stati Uniti di decidere chi può attraversare questo vitale passaggio.
Lo scontro verbale ha coinvolto anche il presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian, che ha affermato che tutte le minacce contro le infrastrutture del suo Paese rappresentano un chiaro segno della debolezza del nemico, questo in riposta a Donald Trump che aveva fatto riferimento alle infrastrutture energetiche della nazione asiatica come un obiettivo.
La lista dei dignitari iraniani che hanno risposto a Trump si allunga ora dopo ora e sono come sempre i pasdaran a prendere le posizioni più nette. Esamil Qaani, comandante della Forza Quds, reparto speciale responsabile delle operazioni al di fuori dell’Iran, ha gridato in un comizio che gli Stati Uniti lasceranno la regione senza aver ottenuto nulla e ha poi rimarcato che sia Washington che Tel Aviv dovrebbero ricordarsi di aver abbandonato lo Yemen, senza aver mai raggiunto gli obiettivi prefissati. Il generale, che ha rapporti diretti e personali con gli Huthi, ha velatamente minacciato la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb, la strettoia che porta al mar Rosso e poi al canale di Suez. Da qui passano circa 6 milioni di barili di petrolio al giorno, che sommati agli oltre 20 di Hormuz, metterebbero l’Europa davanti a una crisi senza precedenti. Qaani è l’uomo che la Guida suprema Ali Khamenei aveva incaricato di coordinare quella che veniva chiamata asse della resistenza ed è lui che può far scendere in campo gli Huthi aprendo definitivamente anche il fronte del mar Rosso. Sempre a proposito delle conseguenze economiche, il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf , ha avvertito gli americani su X: «Godetevi i prezzi attuali della benzina. Presto vi mancheranno i 4-5 dollari al gallone».
Il muro contro muro non ha però precluso completamente la via della trattativa e i mediatori di Pakistan, Egitto e Turchia continueranno i colloqui con gli Stati Uniti e l’Iran anche nei prossimi giorni. «Non siamo ancora in una situazione di stallo totale», ha dichiarato Ishaq Dar, ministro degli Esteri di Islamabad, «Il mio governo è convinto che abbiamo assistito soltanto al primo round dei colloqui e il Pakistan farà ancora la sua parte. Il primo ministro Shehbaz Sharif si trova in Arabia Saudita su invito del principe Mohammed bin Salman e insieme lavoreranno per la tregua».
Meno intransigente e più possibilista il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, presente agli Islamabd Talks e uomo dal lungo passato diplomatico. «Le richieste degli Stati Uniti sono state massimaliste e con cambiamenti di posizione continui», ha spiegato il responsabile della politica estera iraniana, «Washington era partito con grande sfiducia nei nostri confronti, ma l’Iran è stato costruttivo e paziente».
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