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2020-09-13
«Iscrizione rifiutata, non c’è spazio». Niente scuola per centinaia di ragazzi
Ansa
- Solo a Milano e provincia, calpestato il diritto allo studio di 82 studenti per mancanza di aule. Un genitore: «Se domani si presentano i carabinieri cosa dico?». Eppure la Chiesa aveva offerto il suo aiuto allo Stato.
- Anche se il 12 agosto erano stati annunciati gli accordi con 11 imprese, a 30 giorni di distanza non si conoscono i nomi e i dettagli. E l'Agenzia ammette: «Sono stati sottoscritti il 27», quindi dopo la scadenza del bando. Intanto la Lega porta in Procura il caso Nexus.
- Per la maggior parte degli allievi più fragili le lezioni non ricominceranno. Matteo Salvini: «260.000 famiglie abbandonate». Le Onlus: «Norme impossibili per il 50% di loro».
- I dirigenti: «200.000 su 2,4 milioni». Protesta del primo cittadino di Brugine (Padova).
Lo speciale contiene quattro articoli.
Respinta da tutti i licei. Francesca, chiamiamola così, domani sarà costretta a rimanere a casa perché nella grande Milano non c'è un posto per lei all'artistico. Da nessuna parte. Vuole frequentare il secondo anno, ma le sue domande sono cadute nel vuoto. «Siamo spiacenti di comunicarle che, considerata l'attuale situazione, non siamo in grado di accettare nuove iscrizioni o nuovi inserimenti», ha risposto la vicepreside dell'Umberto Boccioni, in zona Fiera. Stesso rifiuto dal Brera: «Siamo spiacenti di comunicare che non è più possibile accettare iscrizioni nelle nostre classi seconde, per l'elevato numero di alunni già frequentanti», ha fatto sapere il dirigente scolastico, Emilia Ametrano, che perlomeno ci ha messo il nome, la faccia, nel rifiutare la quattordicenne. L'istituto Caravaggio non si è degnato di rispondere, deve dare per scontato che si sappia che non vuole nuovi iscritti.
«È una vergogna che mia figlia non possa studiare», esclama il padre, da tre mesi alla ricerca di soluzioni per evitare l'umiliazione a Francesca, quando lunedì i suoi ex compagni riprenderanno la scuola e lei sarà invece costretta a casa. «Pensi che c'è stato addirittura chi mi ha suggerito di farle cambiare indirizzo, iscrivendola al classico. Così forse non avrà problemi a trovare posto. Ma stiamo scherzando? Perché dovrei calpestare il diritto allo studio di mia figlia? Un diritto “sulla base dei propri interessi e delle capacità"». Francesca, che come tanti altri studenti ha problemi di dislessia, aveva frequentato il primo quadrimestre in un altro liceo artistico meneghino per poi proseguire gli studi come privatista, in piena pandemia Covid-19. Ha ottenuto l'idoneità al secondo anno, il suo impegno non viene riconosciuto. «L'hanno respinta non perché è dislessica, ci mancherebbe», precisa il padre, «ma perché non c'è proprio posto». La maggior parte degli studenti è stata promossa, i pochi bocciati a fine di un anno scolastico interrotto dall'emergenza sanitaria non sono bastati ad «alleggerire» le classi e gli istituti chiudono gli accessi.
Francesca non è la sola a dover restare a casa domani. Nella sola provincia di Milano, 82 ragazzi per lo più delle superiori non hanno un'iscrizione a un liceo o a una scuola media. Il dato, che proviene dall'ufficio scolastico territoriale, si riferisce soprattutto a ragazzi delle superiori che si sono visti rifiutare l'iscrizione. Per loro i cancelli resteranno chiusi. Gli uffici scolastici milanesi sono in affanno, sanno che è una vergogna enorme, un sopruso perché il diritto allo studio è garantito dalla Costituzione, ma non riescono a trovare posti. La Verità è riuscita a sapere che i casi di ragazzi senza scuola erano inizialmente più di 120. Alcune situazioni, circa una quarantina, sono state risolte, ma lunedì 14 sono ancora 82 gli studenti per i quali non suonerà la campanella. Se questi sono i numeri riferiti a Milano, possiamo immaginare le centinaia di situazioni analoghe in tutta Italia. Eppure in agosto, una circolare del ministero invitava «le istituzioni scolastiche a farsi parte attiva nell'aiutare la famiglia a trovare un'altra sistemazione consona anche attraverso il supporto degli ambiti territoriali degli Usr». C'erano stati i primi rifiuti ad accettare iscrizioni da parte di famiglie che non potevano più sostenere i costi di una paritaria, o che avevano cambiato residenza per questioni lavorative. Tra i tanti, il famoso liceo classico di Roma Ennio Quirino Visconti aveva detto stop a nuovi studenti. L'avviso rimane ancora, nella home page della scuola: «In relazione alla riorganizzazione degli spazi imposta dalla pandemia, e visti i numeri considerevoli degli studenti già iscritti, si comunica che al momento attuale non è possibile accogliere alcuna ulteriore richiesta di iscrizione per nessuno dei cinque anni di corso». Eppure già a fine luglio il direttore dell'Usr Lazio, Rocco Pinneri, aveva raccomandato ai presidi di non rifiutare le iscrizioni. Il ministero precisava: «Resta in ogni caso fermo il dovere di assicurare il diritto all'istruzione».
Oltre ad aule che mancano, a banchi e mascherine che non arrivano, c'è dunque un'emergenza ancor più grave: ragazzi che non possono studiare perché le scuole non li vogliono. Non hanno posto. Se mancavano gli spazi, c'erano sempre le oltre 12.000 scuole paritarie che per mesi hanno messo a disposizione le proprie aule, senza ricevere un cenno di riscontro dal ministro Azzolina. L'ha ricordato e ribadito anche il presidente della Cei: «La Chiesa italiana ha dato piena disponibilità alle istituzioni per concedere eventuali spazi per la scuola», ha detto il cardinale Gualtiero Bassetti. Aggiungendo: «Siamo disponibili a dare tutto ciò che abbiamo per la formazione e l'educazione dei nostri giovani».
Commenta amaro il papà di Francesca: «I carabinieri potrebbero presentarsi a casa e chiedermi come mai mia figlia non è a scuola. Ha 14 anni, è in una fascia di età in cui è tenuta all'obbligo di istruzione. Passerei per un genitore irresponsabile».
Invitalia resta muta sui contratti dei banchi
Domani per la maggior parte degli alunni delle scuole italiane suonerà la prima campanella post lockdown. Ma ieri all'appello mancavano ancora i nomi delle undici aziende, con annessi dettagli, che hanno fornito i 2,4 milioni di banchi monoposto, sia tradizionali che con sedute innovative (ovvero con le ruote) dopo il bando di gara europeo indetto dal commissario per l'emergenza, Domenico Arcuri. In una lettera al Sole 24 Ore dello scorso 27 agosto, Arcuri aveva assicurato che «non appena terminate» le procedure di affidamento, «i riferimenti contrattuali» sarebbero stati pubblicati sul sito del commissario, «nei tempi previsti dalla legge, ovvero nei 30 giorni successivi alla loro sottoscrizione». Il comunicato stampa con cui erano stati annunciati gli undici vincitori del bando risale al 12 agosto, appunto a un mese fa. Eppure a ieri, di nomi e contratti sul sito di Invitalia nemmeno l'ombra.
Gli uffici del commissario, interpellati ieri dalla Verità, precisano che «la decorrenza dei termini va fatta partire dalla sottoscrizione del contratto, non dall'aggiudicazione». In sostanza, il 12 agosto sarebbe stato solo comunicato alle undici aziende prescelte che ce l'avevano fatta. In quella nota ufficiale si legge che sono stati «definiti» ben undici contratti di affidamento ad aziende e raggruppamenti di imprese per la fornitura dei 2,4 milioni di banchi monoposto, sia tradizionali che con «sedute innovative» (ovvero con le ruote). Prendiamo quindi atto che «definiti» non significava sottoscritti, ma solo aggiudicati.
Morale: tra scadenza del bando e stipula dei singoli contratti è passato un certo lasso di tempo. Quanto? Da Invitalia spiegano anche che, in base a quanto scritto da Arcuri al Sole, il calcolo del mese va fatto partire dal 27 agosto, quando tutti i contratti sarebbero stati firmati. «Sono stati già sottoscritti undici contratti di affidamento con tutte le specifiche di consegna in termini di tempi e destinazioni», scrive il commissario al quotidiano di Confindustria. Resta da chiarire il caso dell'azienda Nexus di Ostia con un solo dipendente sollevato dalla Verità dopo l'interrogazione presentata dalla Lega il 3 settembre: agli esponenti del Carroccio l'assegnazione dell'appalto da 45 milioni risulta essere partita il 26 agosto e poi ritirata per «problemi tecnici». Peraltro, Invitalia aveva scritto alla Verità, precisando che «il contratto non è stato mai perfezionato (quindi, mai firmato?, ndr) e comunque già ritirato dal commissario», senza però specificare quando.
In ogni caso bisognerà attendere il 27 settembre per scoprire sul sito di Invitalia tutti i particolari degli accordi e i nomi delle aziende. A oggi ci sono molte altre domande ancora senza risposta. Non si hanno informazioni su chi fornirà il lotto A per i banchi e sedie monoposto e chi il lotto B per i banchi con le ruote, zero dettagli su quanti banchi verranno prodotti all'estero e quanti nel nostro Paese. Quando sono stati chiusi i contratti e fino a quando sono state negoziate le condizioni? I singoli appalti sono stati preceduti dalla fase tecnica chiamata «dialogo competitivo», in cui l'appaltante si mette seduto con i possibili fornitori e cerca di scrivere il testo nel miglior modo possibile? Oppure il bando pubblico è stato integrato a posteriori con una trattativa ulteriore, dato che nessuna azienda aderente era in grado di rispettarne tutte le condizioni (ipotesi espressamente prevista dal Codice appalti)? Saltato il contratto con l'azienda di Ostia, saltano anche quei 180.000 banchi che avrebbe dovuto fornire entro la fine del mese: le strutture del commissario Arcuri hanno già trovato l'accordo con un'altra impresa? Le verifiche sui requisiti richiesti dal bando sono state fatte tutte prima dell'assegnazione dei contratti o dopo?
Due giorni fa sul tema è tornata alla carica la Lega, con una seconda interrogazione: «Sui contratti per la fornitura dei banchi alle scuole ancora troppi punti oscuri. Dopo le criticità sul caso Nexus emerse grazie a una nostra interrogazione, Invitalia si è precipitata a comunicare alla stampa che il contratto è stato ritirato dal commissario Arcuri. Ma resta ancora un mistero come, quando e in base a quali motivazioni, visto che noi ne abbiamo segnalate parecchie. Così come restano altre domande ancora senza risposta», hanno scritto i deputati della Lega in commissione Finanze, in commissione Cultura, Scienza e Istruzione e gli altri deputati del Carroccio del Lazio. Nei primi giorni della settimana, riferiscono inoltre fonti vicine al partito di Matteo Salvini, il caso verrà portato in Procura facendo partire le denunce sulla vicenda dell'appalto con la società di Ostia.
Nel frattempo, continuano ad arrivare segnalazioni di ritardi sulla consegna dei banchi: «si parla di 200.000 consegnati su 2.400.000», ha detto ieri il rappresentante dei presidi, Antonello Giannelli. Nel comunicato di Invitalia del 12 agosto si assicurava che la fornitura «è in grado di superare complessivamente l'intero fabbisogno richiesto dai dirigenti scolastici italiani». Speriamo.
Dimenticati anche gli alunni disabili
Domani le lezioni ricominceranno anche per i circa 260.000 alunni con disabilità, circa il 3% del totale. Nei giorni scorsi le associazioni dei genitori hanno alzato più volte la voce per i loro figli più fragili che, già provati dall'isolamento del lockdown, rischiano di essere ulteriormente penalizzati.
Ieri anche il leader della Lega, Matteo Salvini, ha rivolto un «appello accorato al ministro Azzolina», prendendo la difesa dei ragazzi e delle ragazze con disabilità e delle loro famiglie «che soffrono più delle altre le troppe incertezze». In Piemonte ci sono 15.049 alunni con problemi di disabilità, sono quasi 7.000 in Liguria, 8.000 in Calabria. Salvini ha messo in fila le tante (troppe) cose che, alla vigilia della riapertura della scuola, non funzionano. «Mancano circa 50.000 insegnanti di sostegno specializzati in tutto il Paese, il trasporto pubblico è indebolito da tagli e restrizioni che mettono a rischio la frequenza scolastica, l'eventuale isolamento o quarantena avrà effetti devastanti su studenti e genitori e le linee guida sono lacunose, escludono le famiglie e non garantiscono progetti inclusivi».
Certo non sono tempi facili, l'epidemia di coronavirus ha sconvolto ogni cosa, ma è anche vero che «gli studenti disabili e le loro famiglie non sono invisibili e non meritano di essere cancellati come il governo ha fatto con il ministero ad hoc voluto dalla Lega», ha tuonato Salvini, ricordando che «è necessario un impegno anche economico concreto, serio, efficace». I problemi negli anni passati, «dopo il virus e la chiusura, saranno ancora più grandi», ha osservato il leader leghista formulando la domanda che anche molti genitori si sono posti in queste settimane: «Cosa ha fatto il ministro negli ultimi sei mesi, ha dormito?».
Come fa notare Toni Nocchetti, presidente dell'associazione Tutti a scuola, domani la scuola non potrà partire «per il 92% degli studenti con un ritardo cognitivo e di sicuro non potrà cominciare per il 50% degli alunni disabili che ha una condizione di gravità certificata». È una verità scomoda, dolorosamente scomoda, ma terribilmente vera. «Mascherine e distanziamento», continua Nocchetti, «sono criteri giusti e obbligati in questo periodo, ma non rappresentano la soluzione. I nostri figli più fragili non potranno mai indossare una mascherina o essere impediti negli spostamenti e nelle relazioni con i loro compagni». Questa è la triste verità a cui si deve aggiungere anche il problema degli insegnanti di sostegno, figura di riferimento per gli studenti più fragili e prevista nella «scuola inclusiva» per garantire la «continuità didattica». Peccato che nel 60 per cento dei casi verrà cambiato - come accusa un dossier di Tuttoscuola - nonostante la crescita spropositata degli insegnanti di sostegno che, con i precari, hanno raggiunto quota 185.000.
La responsabile del dicastero dell'Istruzione, Lucia Azzolina, che ieri ha mostrato una maglietta con l'infelice scritta «Che fatica la vita da ministra», minimizza sulla questione. «L'importante è tornare a scuola sapendo che è un anno straordinario», ha detto al Corriere tv, osservando che «dobbiamo trovare l'equilibrio tra il ritornare a scuola minimizzando i rischi e chiedere sacrifici alle famiglie». Nessuna parola sui disabili che, in molti casi, non avranno nemmeno il servizio di trasporto, sostituito con un bonus economico, che non è esattamente la stessa cosa. «La scuola degli anni passati non era perfetta», si è difeso il ministro. La colpa è sempre degli altri.
Poche consegne e pessima qualità. Presidi e sindaci lanciano l’allarme
Dopo il sindaco di Cadoneghe, anche il primo cittadino di Brugine ha commentato sui social il disappunto per i banchi a rotelle. Ieri, nell'altro Comune del Padovano ne erano arrivati 80. «Finalmente i nostri ragazzi saranno sicuri e adopereranno dei banchi ultramoderni», ironizzava Michele Giraldo, muovendoli sulle rotelle «senza alcun vincolo» e poi sedendosi, con il tavolinetto incorporato che blocca ogni movimento. «Credo che questi banchi siano la dimostrazione del fallimento del nostro Stato», esclamava il sindaco di centrodestra. Non soddisfatto della critica, rincarava la dose, definendo i banchi «uno dei più grandi sprechi che la nostra nazione ha conosciuto. Spero non venga ripetuto negli anni a venire. Siamo di fronte a un governo e a un ministro che hanno fatto di tutto per mettere in difficoltà i Comuni dove stanno per iniziare le scuole». Giraldo concludeva il breve video con un messaggio per l'Azzolina: «Caro ministro, questa volta sei stata bocciata». Tra le migliaia di commenti al suo filmato, Cristina Minoja suggerisce di «rivenderli», mentre Annamaria Romanello non le manda a dire: «Che schifo, quelli non sono banchi, possibile che nessuno del governo si ricordi che a scuola si usano libri e quaderni?». Ana Carolina Capolingua osserva: «Da voi in Veneto sono arrivati, da noi in Sicilia forse la prima fornitura sarà a settembre 2021». Valerio Flavio rivolge il pensiero agli alunni: «In caso di terremoto... figuriamoci, dove si riparano i bambini?».
Insomma, i nuovi banchi bassi e super leggeri non sembrano piacere. Alla Verità il sindaco di Cadoneghe, Marco Schiesaro, commentava di non sapere «come faranno dei ragazzini a restare seduti per ore su quelle seggiole rotanti. E se sono un po' robusti di costituzione che cosa accadrà? Le sedute si rompono e gli alunni si fanno del male». Schiesaro è deciso a restituire i banchi a Invitalia, ha promesso di farlo già domani. Ieri mostrava su Facebook quale aspetto abbia un'aula con le sedute a rotelle e scriveva in un post: «Ci hanno raccontato che dovevano liberare l'Italia dalla plastica. Che la plastica andava combattuta. La plastica è dannosa. Avevano ipotizzato di tassare le aziende italiane produttrici di prodotti plastici. Ora, invece, propongono alla scuola banchi monoposto, non regolabili. Tutti rigorosamente in plastica». Quando arrivano i nuovi banchi, sono accolti da critiche. Ma soprattutto continuano a mancare un po' dappertutto. «Sulla consegna riceviamo segnalazioni di ritardi, si parla di 200.000 consegnati su 2.400.000», riferiva ieri Antonello Giannelli, presidente dell'Anp, l'associazione nazionale presidi. Sul fronte degli spazi alternativi per gli studenti, ha detto che «si stanno recuperando, ma non abbiamo ancora dati certi». Massimo Stella, responsabile commerciale della Estel group di Thiene, in provincia di Vicenza, una delle aziende vincitrici dell'appalto europeo, ha spiegato di aver consegnato il 12 per cento dei 200.000 banchi che si è impegnato a fornire entro il 30 ottobre. «Molte scuole non hanno concluso le igienizzazioni e la sistemazione delle aule», riferisce, parlando di «grossi problemi nel tenere in deposito scatoloni di banchi che occupano enorme spazio». Secondo il Cts, il banco monoposto è una delle misure utili per consentire il distanziamento fra gli studenti, ma domani saranno pochissime le scuole in grado di accogliere gli alunni con questi nuovi arredi. Bisognerà ricorrere alle mascherine e questo è l'altro fronte dolorosa perché si ignora quante ne siano state consegnate.
Solo a Milano e provincia, calpestato il diritto allo studio di 82 studenti per mancanza di aule. Un genitore: «Se domani si presentano i carabinieri cosa dico?». Eppure la Chiesa aveva offerto il suo aiuto allo Stato.Anche se il 12 agosto erano stati annunciati gli accordi con 11 imprese, a 30 giorni di distanza non si conoscono i nomi e i dettagli. E l'Agenzia ammette: «Sono stati sottoscritti il 27», quindi dopo la scadenza del bando. Intanto la Lega porta in Procura il caso Nexus.Per la maggior parte degli allievi più fragili le lezioni non ricominceranno. Matteo Salvini: «260.000 famiglie abbandonate». Le Onlus: «Norme impossibili per il 50% di loro».I dirigenti: «200.000 su 2,4 milioni». Protesta del primo cittadino di Brugine (Padova).Lo speciale contiene quattro articoli.Respinta da tutti i licei. Francesca, chiamiamola così, domani sarà costretta a rimanere a casa perché nella grande Milano non c'è un posto per lei all'artistico. Da nessuna parte. Vuole frequentare il secondo anno, ma le sue domande sono cadute nel vuoto. «Siamo spiacenti di comunicarle che, considerata l'attuale situazione, non siamo in grado di accettare nuove iscrizioni o nuovi inserimenti», ha risposto la vicepreside dell'Umberto Boccioni, in zona Fiera. Stesso rifiuto dal Brera: «Siamo spiacenti di comunicare che non è più possibile accettare iscrizioni nelle nostre classi seconde, per l'elevato numero di alunni già frequentanti», ha fatto sapere il dirigente scolastico, Emilia Ametrano, che perlomeno ci ha messo il nome, la faccia, nel rifiutare la quattordicenne. L'istituto Caravaggio non si è degnato di rispondere, deve dare per scontato che si sappia che non vuole nuovi iscritti. «È una vergogna che mia figlia non possa studiare», esclama il padre, da tre mesi alla ricerca di soluzioni per evitare l'umiliazione a Francesca, quando lunedì i suoi ex compagni riprenderanno la scuola e lei sarà invece costretta a casa. «Pensi che c'è stato addirittura chi mi ha suggerito di farle cambiare indirizzo, iscrivendola al classico. Così forse non avrà problemi a trovare posto. Ma stiamo scherzando? Perché dovrei calpestare il diritto allo studio di mia figlia? Un diritto “sulla base dei propri interessi e delle capacità"». Francesca, che come tanti altri studenti ha problemi di dislessia, aveva frequentato il primo quadrimestre in un altro liceo artistico meneghino per poi proseguire gli studi come privatista, in piena pandemia Covid-19. Ha ottenuto l'idoneità al secondo anno, il suo impegno non viene riconosciuto. «L'hanno respinta non perché è dislessica, ci mancherebbe», precisa il padre, «ma perché non c'è proprio posto». La maggior parte degli studenti è stata promossa, i pochi bocciati a fine di un anno scolastico interrotto dall'emergenza sanitaria non sono bastati ad «alleggerire» le classi e gli istituti chiudono gli accessi. Francesca non è la sola a dover restare a casa domani. Nella sola provincia di Milano, 82 ragazzi per lo più delle superiori non hanno un'iscrizione a un liceo o a una scuola media. Il dato, che proviene dall'ufficio scolastico territoriale, si riferisce soprattutto a ragazzi delle superiori che si sono visti rifiutare l'iscrizione. Per loro i cancelli resteranno chiusi. Gli uffici scolastici milanesi sono in affanno, sanno che è una vergogna enorme, un sopruso perché il diritto allo studio è garantito dalla Costituzione, ma non riescono a trovare posti. La Verità è riuscita a sapere che i casi di ragazzi senza scuola erano inizialmente più di 120. Alcune situazioni, circa una quarantina, sono state risolte, ma lunedì 14 sono ancora 82 gli studenti per i quali non suonerà la campanella. Se questi sono i numeri riferiti a Milano, possiamo immaginare le centinaia di situazioni analoghe in tutta Italia. Eppure in agosto, una circolare del ministero invitava «le istituzioni scolastiche a farsi parte attiva nell'aiutare la famiglia a trovare un'altra sistemazione consona anche attraverso il supporto degli ambiti territoriali degli Usr». C'erano stati i primi rifiuti ad accettare iscrizioni da parte di famiglie che non potevano più sostenere i costi di una paritaria, o che avevano cambiato residenza per questioni lavorative. Tra i tanti, il famoso liceo classico di Roma Ennio Quirino Visconti aveva detto stop a nuovi studenti. L'avviso rimane ancora, nella home page della scuola: «In relazione alla riorganizzazione degli spazi imposta dalla pandemia, e visti i numeri considerevoli degli studenti già iscritti, si comunica che al momento attuale non è possibile accogliere alcuna ulteriore richiesta di iscrizione per nessuno dei cinque anni di corso». Eppure già a fine luglio il direttore dell'Usr Lazio, Rocco Pinneri, aveva raccomandato ai presidi di non rifiutare le iscrizioni. Il ministero precisava: «Resta in ogni caso fermo il dovere di assicurare il diritto all'istruzione». Oltre ad aule che mancano, a banchi e mascherine che non arrivano, c'è dunque un'emergenza ancor più grave: ragazzi che non possono studiare perché le scuole non li vogliono. Non hanno posto. Se mancavano gli spazi, c'erano sempre le oltre 12.000 scuole paritarie che per mesi hanno messo a disposizione le proprie aule, senza ricevere un cenno di riscontro dal ministro Azzolina. L'ha ricordato e ribadito anche il presidente della Cei: «La Chiesa italiana ha dato piena disponibilità alle istituzioni per concedere eventuali spazi per la scuola», ha detto il cardinale Gualtiero Bassetti. Aggiungendo: «Siamo disponibili a dare tutto ciò che abbiamo per la formazione e l'educazione dei nostri giovani». Commenta amaro il papà di Francesca: «I carabinieri potrebbero presentarsi a casa e chiedermi come mai mia figlia non è a scuola. Ha 14 anni, è in una fascia di età in cui è tenuta all'obbligo di istruzione. 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In una lettera al Sole 24 Ore dello scorso 27 agosto, Arcuri aveva assicurato che «non appena terminate» le procedure di affidamento, «i riferimenti contrattuali» sarebbero stati pubblicati sul sito del commissario, «nei tempi previsti dalla legge, ovvero nei 30 giorni successivi alla loro sottoscrizione». Il comunicato stampa con cui erano stati annunciati gli undici vincitori del bando risale al 12 agosto, appunto a un mese fa. Eppure a ieri, di nomi e contratti sul sito di Invitalia nemmeno l'ombra. Gli uffici del commissario, interpellati ieri dalla Verità, precisano che «la decorrenza dei termini va fatta partire dalla sottoscrizione del contratto, non dall'aggiudicazione». In sostanza, il 12 agosto sarebbe stato solo comunicato alle undici aziende prescelte che ce l'avevano fatta. In quella nota ufficiale si legge che sono stati «definiti» ben undici contratti di affidamento ad aziende e raggruppamenti di imprese per la fornitura dei 2,4 milioni di banchi monoposto, sia tradizionali che con «sedute innovative» (ovvero con le ruote). Prendiamo quindi atto che «definiti» non significava sottoscritti, ma solo aggiudicati. Morale: tra scadenza del bando e stipula dei singoli contratti è passato un certo lasso di tempo. Quanto? Da Invitalia spiegano anche che, in base a quanto scritto da Arcuri al Sole, il calcolo del mese va fatto partire dal 27 agosto, quando tutti i contratti sarebbero stati firmati. «Sono stati già sottoscritti undici contratti di affidamento con tutte le specifiche di consegna in termini di tempi e destinazioni», scrive il commissario al quotidiano di Confindustria. Resta da chiarire il caso dell'azienda Nexus di Ostia con un solo dipendente sollevato dalla Verità dopo l'interrogazione presentata dalla Lega il 3 settembre: agli esponenti del Carroccio l'assegnazione dell'appalto da 45 milioni risulta essere partita il 26 agosto e poi ritirata per «problemi tecnici». Peraltro, Invitalia aveva scritto alla Verità, precisando che «il contratto non è stato mai perfezionato (quindi, mai firmato?, ndr) e comunque già ritirato dal commissario», senza però specificare quando. In ogni caso bisognerà attendere il 27 settembre per scoprire sul sito di Invitalia tutti i particolari degli accordi e i nomi delle aziende. A oggi ci sono molte altre domande ancora senza risposta. Non si hanno informazioni su chi fornirà il lotto A per i banchi e sedie monoposto e chi il lotto B per i banchi con le ruote, zero dettagli su quanti banchi verranno prodotti all'estero e quanti nel nostro Paese. Quando sono stati chiusi i contratti e fino a quando sono state negoziate le condizioni? I singoli appalti sono stati preceduti dalla fase tecnica chiamata «dialogo competitivo», in cui l'appaltante si mette seduto con i possibili fornitori e cerca di scrivere il testo nel miglior modo possibile? Oppure il bando pubblico è stato integrato a posteriori con una trattativa ulteriore, dato che nessuna azienda aderente era in grado di rispettarne tutte le condizioni (ipotesi espressamente prevista dal Codice appalti)? Saltato il contratto con l'azienda di Ostia, saltano anche quei 180.000 banchi che avrebbe dovuto fornire entro la fine del mese: le strutture del commissario Arcuri hanno già trovato l'accordo con un'altra impresa? Le verifiche sui requisiti richiesti dal bando sono state fatte tutte prima dell'assegnazione dei contratti o dopo? Due giorni fa sul tema è tornata alla carica la Lega, con una seconda interrogazione: «Sui contratti per la fornitura dei banchi alle scuole ancora troppi punti oscuri. Dopo le criticità sul caso Nexus emerse grazie a una nostra interrogazione, Invitalia si è precipitata a comunicare alla stampa che il contratto è stato ritirato dal commissario Arcuri. Ma resta ancora un mistero come, quando e in base a quali motivazioni, visto che noi ne abbiamo segnalate parecchie. Così come restano altre domande ancora senza risposta», hanno scritto i deputati della Lega in commissione Finanze, in commissione Cultura, Scienza e Istruzione e gli altri deputati del Carroccio del Lazio. Nei primi giorni della settimana, riferiscono inoltre fonti vicine al partito di Matteo Salvini, il caso verrà portato in Procura facendo partire le denunce sulla vicenda dell'appalto con la società di Ostia. Nel frattempo, continuano ad arrivare segnalazioni di ritardi sulla consegna dei banchi: «si parla di 200.000 consegnati su 2.400.000», ha detto ieri il rappresentante dei presidi, Antonello Giannelli. Nel comunicato di Invitalia del 12 agosto si assicurava che la fornitura «è in grado di superare complessivamente l'intero fabbisogno richiesto dai dirigenti scolastici italiani». Speriamo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/iscrizione-rifiutata-non-ce-spazio-niente-scuola-per-centinaia-di-ragazzi-2647614035.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="dimenticati-anche-gli-alunni-disabili" data-post-id="2647614035" data-published-at="1599945963" data-use-pagination="False"> Dimenticati anche gli alunni disabili Domani le lezioni ricominceranno anche per i circa 260.000 alunni con disabilità, circa il 3% del totale. Nei giorni scorsi le associazioni dei genitori hanno alzato più volte la voce per i loro figli più fragili che, già provati dall'isolamento del lockdown, rischiano di essere ulteriormente penalizzati. Ieri anche il leader della Lega, Matteo Salvini, ha rivolto un «appello accorato al ministro Azzolina», prendendo la difesa dei ragazzi e delle ragazze con disabilità e delle loro famiglie «che soffrono più delle altre le troppe incertezze». In Piemonte ci sono 15.049 alunni con problemi di disabilità, sono quasi 7.000 in Liguria, 8.000 in Calabria. Salvini ha messo in fila le tante (troppe) cose che, alla vigilia della riapertura della scuola, non funzionano. «Mancano circa 50.000 insegnanti di sostegno specializzati in tutto il Paese, il trasporto pubblico è indebolito da tagli e restrizioni che mettono a rischio la frequenza scolastica, l'eventuale isolamento o quarantena avrà effetti devastanti su studenti e genitori e le linee guida sono lacunose, escludono le famiglie e non garantiscono progetti inclusivi». Certo non sono tempi facili, l'epidemia di coronavirus ha sconvolto ogni cosa, ma è anche vero che «gli studenti disabili e le loro famiglie non sono invisibili e non meritano di essere cancellati come il governo ha fatto con il ministero ad hoc voluto dalla Lega», ha tuonato Salvini, ricordando che «è necessario un impegno anche economico concreto, serio, efficace». I problemi negli anni passati, «dopo il virus e la chiusura, saranno ancora più grandi», ha osservato il leader leghista formulando la domanda che anche molti genitori si sono posti in queste settimane: «Cosa ha fatto il ministro negli ultimi sei mesi, ha dormito?». Come fa notare Toni Nocchetti, presidente dell'associazione Tutti a scuola, domani la scuola non potrà partire «per il 92% degli studenti con un ritardo cognitivo e di sicuro non potrà cominciare per il 50% degli alunni disabili che ha una condizione di gravità certificata». È una verità scomoda, dolorosamente scomoda, ma terribilmente vera. «Mascherine e distanziamento», continua Nocchetti, «sono criteri giusti e obbligati in questo periodo, ma non rappresentano la soluzione. I nostri figli più fragili non potranno mai indossare una mascherina o essere impediti negli spostamenti e nelle relazioni con i loro compagni». Questa è la triste verità a cui si deve aggiungere anche il problema degli insegnanti di sostegno, figura di riferimento per gli studenti più fragili e prevista nella «scuola inclusiva» per garantire la «continuità didattica». Peccato che nel 60 per cento dei casi verrà cambiato - come accusa un dossier di Tuttoscuola - nonostante la crescita spropositata degli insegnanti di sostegno che, con i precari, hanno raggiunto quota 185.000. La responsabile del dicastero dell'Istruzione, Lucia Azzolina, che ieri ha mostrato una maglietta con l'infelice scritta «Che fatica la vita da ministra», minimizza sulla questione. «L'importante è tornare a scuola sapendo che è un anno straordinario», ha detto al Corriere tv, osservando che «dobbiamo trovare l'equilibrio tra il ritornare a scuola minimizzando i rischi e chiedere sacrifici alle famiglie». Nessuna parola sui disabili che, in molti casi, non avranno nemmeno il servizio di trasporto, sostituito con un bonus economico, che non è esattamente la stessa cosa. «La scuola degli anni passati non era perfetta», si è difeso il ministro. La colpa è sempre degli altri. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/iscrizione-rifiutata-non-ce-spazio-niente-scuola-per-centinaia-di-ragazzi-2647614035.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="poche-consegne-e-pessima-qualita-presidi-e-sindaci-lanciano-lallarme" data-post-id="2647614035" data-published-at="1599945963" data-use-pagination="False"> Poche consegne e pessima qualità. Presidi e sindaci lanciano l’allarme Dopo il sindaco di Cadoneghe, anche il primo cittadino di Brugine ha commentato sui social il disappunto per i banchi a rotelle. Ieri, nell'altro Comune del Padovano ne erano arrivati 80. «Finalmente i nostri ragazzi saranno sicuri e adopereranno dei banchi ultramoderni», ironizzava Michele Giraldo, muovendoli sulle rotelle «senza alcun vincolo» e poi sedendosi, con il tavolinetto incorporato che blocca ogni movimento. «Credo che questi banchi siano la dimostrazione del fallimento del nostro Stato», esclamava il sindaco di centrodestra. Non soddisfatto della critica, rincarava la dose, definendo i banchi «uno dei più grandi sprechi che la nostra nazione ha conosciuto. Spero non venga ripetuto negli anni a venire. Siamo di fronte a un governo e a un ministro che hanno fatto di tutto per mettere in difficoltà i Comuni dove stanno per iniziare le scuole». Giraldo concludeva il breve video con un messaggio per l'Azzolina: «Caro ministro, questa volta sei stata bocciata». Tra le migliaia di commenti al suo filmato, Cristina Minoja suggerisce di «rivenderli», mentre Annamaria Romanello non le manda a dire: «Che schifo, quelli non sono banchi, possibile che nessuno del governo si ricordi che a scuola si usano libri e quaderni?». Ana Carolina Capolingua osserva: «Da voi in Veneto sono arrivati, da noi in Sicilia forse la prima fornitura sarà a settembre 2021». Valerio Flavio rivolge il pensiero agli alunni: «In caso di terremoto... figuriamoci, dove si riparano i bambini?». Insomma, i nuovi banchi bassi e super leggeri non sembrano piacere. Alla Verità il sindaco di Cadoneghe, Marco Schiesaro, commentava di non sapere «come faranno dei ragazzini a restare seduti per ore su quelle seggiole rotanti. E se sono un po' robusti di costituzione che cosa accadrà? Le sedute si rompono e gli alunni si fanno del male». Schiesaro è deciso a restituire i banchi a Invitalia, ha promesso di farlo già domani. Ieri mostrava su Facebook quale aspetto abbia un'aula con le sedute a rotelle e scriveva in un post: «Ci hanno raccontato che dovevano liberare l'Italia dalla plastica. Che la plastica andava combattuta. La plastica è dannosa. Avevano ipotizzato di tassare le aziende italiane produttrici di prodotti plastici. Ora, invece, propongono alla scuola banchi monoposto, non regolabili. Tutti rigorosamente in plastica». Quando arrivano i nuovi banchi, sono accolti da critiche. Ma soprattutto continuano a mancare un po' dappertutto. «Sulla consegna riceviamo segnalazioni di ritardi, si parla di 200.000 consegnati su 2.400.000», riferiva ieri Antonello Giannelli, presidente dell'Anp, l'associazione nazionale presidi. Sul fronte degli spazi alternativi per gli studenti, ha detto che «si stanno recuperando, ma non abbiamo ancora dati certi». Massimo Stella, responsabile commerciale della Estel group di Thiene, in provincia di Vicenza, una delle aziende vincitrici dell'appalto europeo, ha spiegato di aver consegnato il 12 per cento dei 200.000 banchi che si è impegnato a fornire entro il 30 ottobre. «Molte scuole non hanno concluso le igienizzazioni e la sistemazione delle aule», riferisce, parlando di «grossi problemi nel tenere in deposito scatoloni di banchi che occupano enorme spazio». Secondo il Cts, il banco monoposto è una delle misure utili per consentire il distanziamento fra gli studenti, ma domani saranno pochissime le scuole in grado di accogliere gli alunni con questi nuovi arredi. Bisognerà ricorrere alle mascherine e questo è l'altro fronte dolorosa perché si ignora quante ne siano state consegnate.
Sergio Mattarella (Ansa)
Si torna quindi all’originale, fedeli al manoscritto autografo del paroliere, che morì durante l’assedio di Roma per una ferita alla gamba. Lo certifica il documento oggi conservato al Museo del Risorgimento di Torino.
La svolta riguarderà soprattutto le cerimonie militari ufficiali. Lo Stato Maggiore della Difesa, in un documento datato 2 dicembre, ha infatti inviato l’ordine a tutte le forze armate: durante gli eventi istituzionali e le manifestazioni militari nelle quali verrà eseguito l’inno nella versione cantata - che parte con un «Allegro marziale» -, il grido in questione dovrà essere omesso. E viene raccomandata «la scrupolosa osservanza» a tutti i livelli, fino al più piccolo presidio territoriale, dalla Guardia di Finanza all’Esercito. Ovviamente nessuno farà una piega se allo stadio i tifosi o i calciatori della nazionale azzurra (discorso che vale per tutti gli sport) faranno uno strappo alla regola, anche se la strada ormai è tracciata.
Per confermare la bontà della decisione del Colle basta ricordare le indicazioni che il Maestro Riccardo Muti diede ai 3.000 coristi (professionisti e amatori, dai 4 agli 87 anni) radunati a Ravenna lo scorso giugno per l’evento dal titolo agostiniano «Cantare amantis est» (Cantare è proprio di chi ama). Proprio in quell’occasione, come avevamo raccontato su queste pagine, il grande direttore d’orchestra - che da decenni cerca di spazzare via dall’opera italiana le aggiunte postume, gli abbellimenti non richiesti e gli acuti non scritti dagli autori, ripulendo le partiture dalle «bieche prassi erroneamente chiamate tradizioni» - ordinò a un coro neonato ma allo stesso tempo immenso: «Il “sì” finale non si canta, nel manoscritto non c’è».
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Scott Bessent (Ansa)
Partiamo da Washington, dove il Pil non solo non rallenta, ma accelera. Nel terzo trimestre dell’anno, da luglio a settembre, l’economia americana è cresciuta del 4,3%. Non un decimale in più o in meno: un punto pieno sopra le attese, ferme a un modesto 3,3%. Un dato arrivato in ritardo, complice lo stop federale che ha paralizzato le attività pubbliche, ma che ha avuto l’effetto di una doccia fredda per gli analisti più pessimisti. Altro che frenata da dazi: rispetto al secondo trimestre, l’incremento è stato dell’1,1%. Altro che economia sotto anestesia. Una successo che spinge Scott Bessent, segretario del Tesoro, a fare pressioni sulla Fed perché tagli i tassi e riveda al ribasso dal 2% all’1,5% il tetto all’inflazione. Il motore della crescita? I consumi, tanto per cambiare. Gli americani hanno continuato a spendere come se i dazi fossero un concetto astratto da talk show. Nel terzo trimestre i consumi sono saliti del 3,5%, dopo il più 2,5% dei mesi precedenti. A spingere il Pil hanno contribuito anche le esportazioni e la spesa pubblica, in un mix poco ideologico e molto concreto. La morale è semplice: mentre la politica discute, l’economia va avanti. E spesso prende un’altra direzione.
E l’Europa? Doveva essere la prima vittima collaterale della guerra commerciale. Anche qui, però, i numeri si ostinano a non obbedire alle narrazioni. L’Italia, per esempio, a novembre ha visto rafforzarsi il saldo commerciale con i Paesi extra Ue, arrivato a più 6,9 miliardi di euro, contro i 5,3 miliardi dello stesso mese del 2024. Quanto agli Stati Uniti, l’export italiano registra sì un calo, ma limitato: meno 3%. Una flessione che somiglia più a un raffreddore stagionale che a una polmonite da dazi. Non esattamente lo scenario da catastrofe annunciata.
Anche la Bce, che per statuto non indulge in entusiasmi, ha dovuto prendere atto della resilienza dell’economia europea. Le nuove proiezioni parlano di una crescita dell’eurozona all’1,4% nel 2025, in rialzo rispetto all’1,2% stimato a settembre, e dell’1,2% nel 2026, contro l’1,0 precedente. Non è un boom, certo, ma nemmeno il deserto postbellico evocato dai più allarmisti. Soprattutto, è un segnale: l’Europa cresce nonostante tutto, e nonostante tutti. E poi c’è la Cina, che osserva il dibattito globale con il sorriso di chi incassa. Nei primi undici mesi del 2025 Pechino ha messo a segno un surplus commerciale record di oltre 1.000 miliardi di dollari, con esportazioni superiori ai 3.400 miliardi. Altro che isolamento: la fabbrica del mondo continua a macinare numeri, mentre l’Occidente discute se i dazi siano il male assoluto o solo un peccato veniale.
Alla fine, la lezione è sempre la stessa. I dazi fanno rumore, le previsioni pure. Ma l’economia parla a bassa voce e con i numeri. E spesso, come in questo caso, si diverte a smentire chi aveva già scritto il copione del disastro. Le cassandre restano senza applausi. Le statistiche, ancora una volta, si prendono la scena.
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Paolo Barletta, Ceo Arsenale S.p.a. (Ansa)
Il contributo di Simest è pari a 15 milioni e passa dalla Sezione Infrastrutture del Fondo 394/81, plafond in convenzione con il ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, dedicato alle imprese italiane impegnate in grandi commesse estere che valorizzano la filiera nazionale. In termini di struttura, il capitale sociale congiunto copre la componente di rischio industriale, mentre la componente del fondo saudita sostiene la rampa di avvio del progetto, riducendo il fabbisogno di capitale a carico dei partner italiani e rafforzando la bancabilità dell’iniziativa nel Paese ospitante, presentata come modello pubblico-privato nel segmento ferroviario di lusso.
L’intesa è inserita nella collaborazione Italia-Arabia Saudita, richiamando l’apertura della sede Simest a Riyadh e il Memorandum of Understanding tra Cdp, Simest e Jiacc. «Dream of the Desert» è indicato come progetto apripista di un modello pubblico-privato nel trasporto ferroviario di lusso.
«Dream of the Desert è un progetto simbolo per il nostro gruppo e per l’industria ferroviaria internazionale. Valorizza le Pmi italiane e costituisce un caso apripista di partnership pubblico-privata nel settore ferroviario di lusso. L’accordo siglato con Simest e le istituzioni saudite conferma come la collaborazione tra imprese e istituzioni possa creare valore duraturo e promuovere le eccellenze italiane nel mondo», commenta Paolo Barletta, amministratore delegato di Arsenale.
Regina Corradini D’Arienzo, amministratore delegato di Simest, aggiunge: «L’intesa sottoscritta con un primario attore industriale come Arsenale per la realizzazione di un progetto strategico per il Made in Italy, conferma il rafforzamento del ruolo di Simest a sostegno del tessuto produttivo italiano e delle sue filiere. Attraverso la prima operazione realizzata nell’ambito del Plafond di equity del fondo pubblico di Investimenti infrastrutturali», continua la numero uno del gruppo, «Simest interviene direttamente come socio per accrescere la competitività delle nostre imprese impegnate in progetti infrastrutturali ad alto valore aggiunto, favorendo al contempo l’espansione del Made in Italy in mercati strategici ad elevato potenziale di crescita, come quello saudita. Lo strumento, sviluppato da Simest sotto la regia del ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale e in collaborazione con Cassa depositi e prestiti, si inserisce pienamente nell’azione del Sistema Italia, che, sotto la regia della Farnesina, vede il coinvolgimento di Cdp, Simest, Ice e Sace. Un approccio integrato volto a garantire alle imprese italiane un supporto strutturato e complementare, dall’azione istituzionale a quella finanziaria, per affrontare con efficacia le principali sfide della competitività internazionale».
Sul piano industriale, Arsenale dichiara un treno interamente progettato, prodotto e allestito in Italia: gli hub Cpl (Brindisi) e Standgreen (Bergamo) operano con Cantieri ferroviari italiani (Cfi) come general contractor, coordinando una rete di Pmi (design, meccanica avanzata, ingegneria, lusso e hospitality). Per il committente estero, questa configurazione «turnkey (chiavi in mano, ndr.)» concentra in un unico soggetto il coordinamento di produzione, integrazione e allestimento; per l’ecosistema italiano, sposta volumi e valore aggiunto lungo la catena domestica, fino alla finitura degli interni ad alto contenuto di design.
Il prodotto sarà un treno di ultra lusso con itinerari da uno a due notti: partenza da Riyadh e collegamenti verso destinazioni iconiche del Regno, tra cui Alula (sito Unesco) e Hail, fino al confine con la Giordania. Gli interni sono firmati dall’architetto e interior designer Aline Asmar d’Amman, fondatore dello studio Culture in Architecture. La prima carrozza è stata consegnata a settembre 2025; l’avvio operativo è previsto per fine 2026, con prenotazioni aperte da novembre 2025.
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Matteo Hallissey (Ansa)
Il video è accompagnato da un post: «Abbiamo messo in atto», scrive l’ex perfetto sconosciuto Hallisey, «un flash mob pacifico pro Ucraina all’interno di un convegno filorusso organizzato dall’Anpi all’università Federico II di Napoli. Dopo aver atteso il termine dell’evento con Alessandro Di Battista e il professor D’Orsi e al momento delle domande, decine di studenti e attivisti pro Ucraina di +Europa, Ora!, Radicali, Liberi Oltre, Azione e della comunità ucraina hanno mostrato maglie e bandiere ucraine. È vergognoso che non ci sia stata data la possibilità di fare domande e che l’attivista che stava interloquendo con i relatori sia stato aggredito e spinto da un rappresentante dell’Anpi fino a rompere il microfono. Anch’io sono stato aggredito violentemente», aggiunge il giovane radicale, «mentre provavo a fare una domanda a D’Orsi sulla sua partecipazione alla sfilata di gala di Russia Today a Mosca due mesi fa. Chi rivendica la storia antifascista e partigiana non può non condannare queste azioni di fronte a una manifestazione pacifica».
Rivedendo più volte il video al Var, di aggressioni non ne abbiamo viste, a parte come detto qualche spinta, ma va detto pure che quando Hallissey scrive «mentre provavo a fare una domanda a D’Orsi», omette di precisare che quella domanda è stata posta al professore, ma in maniera tutt’altro che pacata: le urla del buon Matteo sono scolpite nel video da lui stesso, ripetiamo, pubblicato. Per quel che riguarda la rottura del microfono, le immagini, viste e riviste non chiariscono se il fallo c’è o no: si vede un giovane attivista che contende un microfono a D’Orsi, ma i frame non permettono di accertare se alla fine si sia rotto o sia rimasto intero.
Quello che è certo è che ieri sono piovuti nelle redazioni i soliti comunicati di solidarietà, non solo da parte di Azione, degli stessi Radicali e di Benedetto Della Vedova, ma anche del capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami, che su X ha vergato un severo post: «Solidarietà a Matteo Hallissey, presidente dei Radicali italiani», ha scritto Bignami, «aggredito a un evento Anpi per aver provato a porre domande in un flash mob pacifico. Da chi ogni giorno impartisce lezioni di democrazia ma reagisce con violenza, non accettiamo lezioni». Non si comprende, come abbiamo detto, dove sia la violenza, perché per una volta bisogna pur mettere da parte il politically correct e l’ipocrisia dilagante e dire le cose come stanno: dal video emerge in maniera cristallina la natura provocatoria del flash mob pro Ucraina, e da quelle urla e da quegli atteggiamenti, per noi che abbiamo purtroppo l’abitudine a pensar male, anche se si fa peccato, fa capolino pure che magari l’obiettivo era proprio quello di scatenare una reazione violenta da parte dei partecipanti al convegno.
Non lo sapremo mai: quello che sappiamo è che i Radicali, sigla che nella politica italiana ha avuto un ruolo di primissimo piano per tante battaglie condotte in primis dal compianto Marco Pannella, sono ormai ridotti a praticare forme di puro macchiettismo politico, pur di ottenere un po’ di visibilità: ricorderete lo show di Riccardo Magi, deputato di +Europa, che vaga nell’aula di Montecitorio vestito da fantasma. A proposito di Magi: il congresso che lo scorso febbraio ha rieletto segretario di +Europa il deputato fantasma è stato caratterizzato da innumerevoli polemiche e altrettante ombre. Poche ore prima della chiusura del tesseramento, il 31 dicembre, dalla provincia di Napoli, in particolare da Giugliano e Afragola, arrivano la bellezza di 1.900 nuovi iscritti, praticamente un terzo dell’intera platea di tesserati, iscritti che poi si traducono in delegati che eleggono i vertici del partito. Una conversione di massa alla causa radicale degli abitanti di questi due popolosi comuni del Napoletano in sostanza stravolge gli equilibri congressuali. Tra accuse e controaccuse, un giovanissimo militante, alla fine dello stesso congresso, sconfigge nella corsa alla presidenza di +Europa uno storico esponente del partito come Benedetto Della Vedova. Si tratta proprio di Matteo Hallissey.
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