True
2018-06-05
Inizia la sfida all’Ue sul tema migranti. L’obiettivo è superare il Trattato di Dublino
ANSA
Se per l'approvazione di misure chiave come la flat tax e il reddito di cittadinanza si dovrà aspettare, è indubbio che sull'immigrazione il governo debba dare da subito dei segnali. Anche perché è in corso il vertice dei ministri dell'Interno europei nel Lussemburgo, dove si discuterà delle modifiche agli accordi di Dublino. Il nuovo titolare del dicastero, Matteo Salvini, sarà al Senato per il voto di fiducia all'esecutivo guidato da Giuseppe Conte ma, come ha annunciato domenica a Pozzallo, la delegazione italiana si schiererà contro la revisione del Trattato. Secondo Salvini, infatti, le proposte formulate dal Parlamento europeo sono peggiorative, poiché mirano ad «appesantire i Paesi del Mediterraneo, come Italia, Cipro, Malta, Spagna, dandoci migliaia di migranti per dieci anni».
La nuova versione dell'accordo prevede il superamento del principio per cui il Paese d'ingresso dei migranti è l'unico responsabile della gestione delle richieste d'asilo. Ma il punto dolente è che il sistema delle famose quote sarà reso permanente, cioè la redistribuzione degli arrivi non scatterà solo in caso di emergenze umanitarie come la guerra civile siriana. E se da un lato questo può significare che agli Stati nordeuropei non sarà più consentito voltarsi dall'altra parte, dall'altro un simile principio rischia di incoraggiare le partenze. Che come ben sappiamo, determinano problemi di ordine pubblico e di sicurezza nazionale, visto il comprovato pericolo di infiltrazione dei terroristi dell'Isis sui barconi. Nonostante le lisciate di pelo della cancelliera tedesca Angela Merkel, la quale ha riconosciuto che «l'Italia è stata lasciata sola ad accogliere i migranti dopo il crollo della Libia», il nostro Paese si schiera dunque con il gruppo di Visegrad, che aveva anticipato la propria opposizione alle modifiche di Dublino.
Per Salvini, si tratta di un approccio di «buon senso» a un tema, quello degli sbarchi e dell'accoglienza «di centinaia di migliaia di non profughi», che «non può continuare a essere solo un problema italiano». Ciò non necessariamente deve implicare una rottura con l'operato di Marco Minniti. L'ex titolare del Viminale, ha chiarito il neo-ministro, ha svolto «un discreto lavoro». Ragion per cui il governo gialloverde non smonterà «nulla di ciò che di positivo è stato realizzato», bensì lavorerà «per rendere ancora più efficaci le politiche di controllo, di allontanamento e di espulsione».
È proprio su questi aspetti che il numero uno del Carroccio potrebbe indurre gli ambienti Ue ad abbandonare il loro scetticismo verso la coalizione populista. Il Corriere della Sera, ad esempio, ha ipotizzato che per vari motivi il progetto di Salvini sui migranti potrebbe piacere all'Europa. Il contratto tra Lega e 5 Stelle, infatti, prevede una doppia corsia nell'esame delle richieste d'asilo: la precedenza dovrebbe essere accordata a chi evidentemente ha maggiore bisogno di essere accolto. Al contempo, l'Italia si impegnerebbe ad aumentare da tre a diciotto mesi il tempo massimo di detenzione degli immigrati nei Centri di permanenza, oltre ad accelerare le pratiche di rimpatrio: al ritmo attuale, impiegheremmo più di ottant'anni a mandare a casa gli oltre 600.000 migranti irregolari. Sono propose per mettere in atto le quali l'Unione europea sarebbe pronta a stanziare dei fondi, sulla falsariga di quanto fatto con i 3 miliardi di euro alla Turchia per tenere sotto controllo la rotta balcanica.
Certo, Salvini non ha abbandonato la verve polemica in virtù del ruolo istituzionale. Durante il tour in Sicilia, ha rivelato di voler incontrare Carmelo Zuccaro, il procuratore che aveva messo sotto inchiesta le Ong, definite dal ministro degli Interni «vicescafisti» e accusate di lucrare sulla pelle dei bambini. Il leader della Lega ne ha avute pure per la Tunisia: «È un Paese libero e democratico che non sta esportando galantuomini, ma spesso e volentieri esporta galeotti». La circostanza per cui, in quelle stesse ore, giusto al largo della Tunisia venissero ripescati 47 cadaveri, mentre nell'Egeo il naufragio di un barcone causava nove vittime, tra cui sei bambini, ha dato adito a maligne associazioni mediatiche tra le stragi in mare e le idee del ministro. Che risponde querelando Roberto Saviano, secondo cui Salvini sarebbe uno che «vuole far affogare le persone». Ieri, poi, è arrivata la reazione della Tunisia, che convocando l'ambasciatore italiano ha espresso «profondo stupore per le dichiarazioni» del Viminale.
Intanto, a Pescolanciano, cittadina del Molise, una Regione in cui l'impatto sociale dell'immigrazione sta assumendo contorni drammatici, un incendio ha danneggiato i locali di un centro d'accoglienza dove erano ospitati 15 richiedenti asilo. E se il sindaco parla di possibile movente xenofobo, c'è persino chi, su Twitter, accusa i seguaci «della dottrina Salvini» di aver assassinato a Rosarno Soumaila Sacko, un bracciante maliano che si batteva per i diritti sindacali degli altri contadini africani. Qui, però, casca l'asino: chi vuole più immigrati, vuole più manodopera a basso costo. Più schiavi da mettere al servizio del grande progetto europeo: la deflazione salariale come strumento di competitività sul mercato globale.
Alessandro Rico
Chiudere le frontiere gioverebbe sia agli italiani sia agli stranieri
A leggere certi commenti, Matteo Salvini sarebbe una specie di stragista. In poche ore, infatti, il nuovo ministro dell'Interno si sarebbe reso responsabile di un naufragio avvenuto nell'Egeo, costato la vita a nove persone (tra cui sei bambini), di altre 46 morti al largo della Tunisia, oltre che dell'omicidio di Soumaila Sacko, l'immigrato maliano di 29 anni ucciso a fucilate a San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria.
Tutte tragedie che, ovviamente, sarebbero avvenute anche se al leader leghista non fosse toccato il Viminale, anche se il governo grilloleghista non si fosse mai insediato, posto che lo Stato italiano, da chiunque sia guidato, non ha certo giurisdizione in Grecia o in Tunisia. Ce l'ha, invece, sulla Calabria, e sarebbe bene che Salvini mettesse effettivamente mano a certi contesti infernali. Ma addirittura ritenere responsabile di situazioni di degrado e schiavismo cronicizzato il ministro dell'Interno insediatosi da poche ore, beh, questo è francamente troppo. Salvini è tuttavia messo in croce, in queste ore, per l'intempestività di alcune dichiarazioni, come una già diventata oggetto di dibattito nazionale: «Per gli immigrati clandestini è finita la pacchia, preparatevi a fare le valigie, in maniera educata e tranquilla, ma se ne devono andare», ha detto il leader leghista. «A Salvini vogliamo dire che la pacchia è finita per lui», hanno scandito i lavoratori immigrati scesi in piazza a San Ferdinando in memoria di Sacko.
Che non si capisce bene cosa voglia dire o se voglia essere una minaccia. Non si capisce neanche cosa debba dire il ministro degli Interni rispetto ai clandestini, cioè a coloro che hanno commesso il reato di immigrazione clandestina e che già secondo le leggi vigenti dovrebbero essere espulsi. Il titolare del Viminale dovrebbe forse dire che, in spregio alla legge, queste persone possono restare qui da noi? Curiosa pretesa. Ma forse la polemica si riferisce solo al termine «pacchia». Che si tratti di una semplificazione non c'è dubbio. Che le condizioni di vita di molti immigrati non possano finire sotto nessuno dei significati intrinseci alla parola «pacchia» è altrettanto vero.
Ma, per dovere di onestà, bisognerebbe anche riconoscere che ce ne sono altrettanti, e probabilmente sono molti di più, per i quali quel termine sembra tutt'altro che abusivo. Prendiamo Innocent Oseghale, l'uomo accusato di aver ucciso la povera Pamela Mastropietro: un nigeriano entrato illegalmente in Italia, restato a bivaccare per due anni, a spese nostre, in un centro d'accoglienza, mentre nel frattempo metteva solide radici nel mercato dello spaccio. Difficile considerarla una vitaccia, valutazioni etiche a parte. Ma d'accordo, non tutti gli immigrati sono Oseghale, ce ne sono altri che si spaccano la schiena nei campi per paghe da fame. Quella non è certo una pacchia, d'accordo, ma come la si salva questa gente dalla frusta dei caporali e dai fucili della criminalità organizzata?
È del tutto evidente che lo schiavismo dei campi è solo la versione in prosa della poesia immigrazionista: facciamo entrare tutti, accogliamo tutti, integriamo tutti. E poi, dove vanno, questi tutti? In baraccopoli vergognose, come quelle della Calabria e della Campania. E se invece non facessimo entrare tutti, se facessimo entrare solo coloro a cui possiamo dare un lavoro vero e una paga dignitosa, dopo che lo stesso è stato garantito agli italiani? In fondo è questo quello che chiede Salvini. Che poi riesca a realizzarlo, è un altro paio di maniche. Ma il leader leghista ha tutto il diritto di provarci, senza essere accusato di complicità con fenomeni che non dipendono da lui e che, se le sue idee si affermassero nella realtà, non ci esisterebbero neanche.
Adriano Scianca
Il Partito democratico (Sds), membro in del partito popolare europeo, guidato dal leader storico Janez Janša, ha vinto con il 25% delle preferenze le elezioni parlamentari di domenica svoltesi in Slovenia.
Staccando con quasi il doppio dei voti il rivale della sinistra moderata, ex attore comico, Marjan Šarec, ha attirato gran parte dei voti della destra, dato che ai Cristiano democratici – Nova Slovenia è rimasto un modesto 7,7% mentre tutte le altre preferenze si sono distribuite tra i sei partiti di sinistra con l'eccezione di quattro seggi attribuiti al partito nazionale guidato da Zmago Jelinčič, che rientra in Parlamento dopo ben otto anni di assenza. Sia Janša che Jelinčič hanno impostato parte della propria campagna sull'ineludibilità di una nuova ondata migratoria, per affrontare la quale la Slovenia, in mancanza della revisione degli accordi di Dublino, non sarebbe assolutamente preparata. Il presidente della Repubblica slovena ha già confermato l'intenzione di rispettare la consuetudine costituzionale in base alla quale il vincitore relativo riceve per primo l'incarico di governo. Tuttavia il presidente sloveno Borut Pahor – ex rappresentante del partito comunista – nel commentare la sua decisione ha anche aggiunto che i risultati non gli piacciono e che è giusto che i cittadini capiscano le conseguenze del loro voto. Effettivamente è assai improbabile che Janša riesca nella sua missione. Come sempre in Slovenia, l'intera campagna elettorale è stata polarizzata sulla sua figura, da sempre rappresentata come spauracchio estremista e irresponsabile, a cui bisogna a ogni costo impedire di governare. Alle precedenti elezioni del 2014 lo scopo è stato raggiunto, incarcerandolo sulla base di una sentenza che lo giudicava colpevole di corruzione nell'ambito di un acquisto di veicoli militari avvenuto nel 2005. Una sentenza che il tribunale costituzionale, passate le elezioni, ha rigettato e che mai più è stata ripresa in esame. In questa tornata il sistema mediatico sloveno ha cercato di mettere in difficoltà il presidente del partito Sds, accusandolo di violare la legge sul finanziamento delle campagne elettorali che vieta il sostegno da fonti estere.
L'accusa si basava sul fatto che due società legate al primo ministro ungherese Viktor Orban sono effettivamente corse in aiuto della televisione privata vicina al partito di Janša, prendendone anche il controllo societario. Tuttavia formalmente l'entità commerciale e il partito sono due realtà separate e difficilmente si potrebbe accusare il partito Sds di aver bisogno di poco più di 700.000 di euro – tale è l'apporto ungherese a favore della televisione – quando da più di venticinque anni il finanziamento pubblico ai partiti gli garantisce ogni anno circa la stessa cifra e quando per una campagna elettorale in Slovenia servono al massimo di 500.000 euro.
Il Partito democratico molto probabilmente offrirà a tutti i rappresentanti politici la possibilità di collaborare, una possibilità che sarà rifiutata in blocco dalle forze della sinistra quando non sottoposta alla pretestuosa richiesta di dimissioni previe di Janša.
Una volta constatata l'impossibilità di dar vita ad una coalizione, l'incaricato restituirà il mandato nelle mani del presidente della Repubblica che, visti i commenti fatti, sarà lietissimo di offrirlo al secondo piazzato, ovvero a Marjan Šarec, leader di una delle tante liste estemporanee, senza programma e senza candidati conosciuti create dalla sinistra negli ultimi anni per catalizzare il voto moderato in modo da mantenere la possibilità di governare il Paese. Šarec, conosciuto in Slovenia per la sua sarcastica attività di comico televisivo, avrà un compito abbastanza semplice dato che già oggi tutti i partiti della sinistra potrebbero contare sulla maggioranza dei novanta posti in parlamento. È comunque assai probabile che, per accattivarsi l'Europa e per cercare di reggere al contrattacco di Janša, che cercherà di convincere le istituzioni dell'Unione del fatto che in Slovenia non esista una vera democrazia e che l'intero sistema politico sia controllato dagli ex comunisti, Šarec inviti a far parte della coalizione il partito Cristiano democratico – Nova Slovenia e solo qualora questi rifiutino proceda a invitare il partito Sinistra, guidato da un giovane trentenne dalle idee marcatamente socialiste, che solo per pochi voti non ha superato il più classico Partito socialdemocratico, erede del passato comunista. Intanto, dopo quasi trenta'anni, Roberto Battelli, il rappresentante della minoranza italiana al parlamento di Lubiana, ha rimesso il mandato e al suo posto la comunità ha eletto il vice sindaco di Isola, Felice Ziza.
Laris Gaiser
Continua a leggereRiduci
La linea dell'esecutivo: «O cambia l'Europa o altre strade». Scontro con Tunisi sull'uscita di Matteo Salvini: chiamato l'ambasciatore.È polemica dopo la sparatoria di San Ferdinando e le dichiarazioni sulla «pacchia» del leader leghista Ma la verità è che lo sfruttamento è figlio dell'accoglienza indiscriminata e della mancanza di regole.Alle urne trionfa Janez Janša, ma (pure lì) il presidente non vuole concedere l'incarico La stampa parla di un presunto finanziamento di Victor Orban al politico identitario.Lo speciale contiene tre articoliSe per l'approvazione di misure chiave come la flat tax e il reddito di cittadinanza si dovrà aspettare, è indubbio che sull'immigrazione il governo debba dare da subito dei segnali. Anche perché è in corso il vertice dei ministri dell'Interno europei nel Lussemburgo, dove si discuterà delle modifiche agli accordi di Dublino. Il nuovo titolare del dicastero, Matteo Salvini, sarà al Senato per il voto di fiducia all'esecutivo guidato da Giuseppe Conte ma, come ha annunciato domenica a Pozzallo, la delegazione italiana si schiererà contro la revisione del Trattato. Secondo Salvini, infatti, le proposte formulate dal Parlamento europeo sono peggiorative, poiché mirano ad «appesantire i Paesi del Mediterraneo, come Italia, Cipro, Malta, Spagna, dandoci migliaia di migranti per dieci anni».La nuova versione dell'accordo prevede il superamento del principio per cui il Paese d'ingresso dei migranti è l'unico responsabile della gestione delle richieste d'asilo. Ma il punto dolente è che il sistema delle famose quote sarà reso permanente, cioè la redistribuzione degli arrivi non scatterà solo in caso di emergenze umanitarie come la guerra civile siriana. E se da un lato questo può significare che agli Stati nordeuropei non sarà più consentito voltarsi dall'altra parte, dall'altro un simile principio rischia di incoraggiare le partenze. Che come ben sappiamo, determinano problemi di ordine pubblico e di sicurezza nazionale, visto il comprovato pericolo di infiltrazione dei terroristi dell'Isis sui barconi. Nonostante le lisciate di pelo della cancelliera tedesca Angela Merkel, la quale ha riconosciuto che «l'Italia è stata lasciata sola ad accogliere i migranti dopo il crollo della Libia», il nostro Paese si schiera dunque con il gruppo di Visegrad, che aveva anticipato la propria opposizione alle modifiche di Dublino. Per Salvini, si tratta di un approccio di «buon senso» a un tema, quello degli sbarchi e dell'accoglienza «di centinaia di migliaia di non profughi», che «non può continuare a essere solo un problema italiano». Ciò non necessariamente deve implicare una rottura con l'operato di Marco Minniti. L'ex titolare del Viminale, ha chiarito il neo-ministro, ha svolto «un discreto lavoro». Ragion per cui il governo gialloverde non smonterà «nulla di ciò che di positivo è stato realizzato», bensì lavorerà «per rendere ancora più efficaci le politiche di controllo, di allontanamento e di espulsione».È proprio su questi aspetti che il numero uno del Carroccio potrebbe indurre gli ambienti Ue ad abbandonare il loro scetticismo verso la coalizione populista. Il Corriere della Sera, ad esempio, ha ipotizzato che per vari motivi il progetto di Salvini sui migranti potrebbe piacere all'Europa. Il contratto tra Lega e 5 Stelle, infatti, prevede una doppia corsia nell'esame delle richieste d'asilo: la precedenza dovrebbe essere accordata a chi evidentemente ha maggiore bisogno di essere accolto. Al contempo, l'Italia si impegnerebbe ad aumentare da tre a diciotto mesi il tempo massimo di detenzione degli immigrati nei Centri di permanenza, oltre ad accelerare le pratiche di rimpatrio: al ritmo attuale, impiegheremmo più di ottant'anni a mandare a casa gli oltre 600.000 migranti irregolari. Sono propose per mettere in atto le quali l'Unione europea sarebbe pronta a stanziare dei fondi, sulla falsariga di quanto fatto con i 3 miliardi di euro alla Turchia per tenere sotto controllo la rotta balcanica.Certo, Salvini non ha abbandonato la verve polemica in virtù del ruolo istituzionale. Durante il tour in Sicilia, ha rivelato di voler incontrare Carmelo Zuccaro, il procuratore che aveva messo sotto inchiesta le Ong, definite dal ministro degli Interni «vicescafisti» e accusate di lucrare sulla pelle dei bambini. Il leader della Lega ne ha avute pure per la Tunisia: «È un Paese libero e democratico che non sta esportando galantuomini, ma spesso e volentieri esporta galeotti». La circostanza per cui, in quelle stesse ore, giusto al largo della Tunisia venissero ripescati 47 cadaveri, mentre nell'Egeo il naufragio di un barcone causava nove vittime, tra cui sei bambini, ha dato adito a maligne associazioni mediatiche tra le stragi in mare e le idee del ministro. Che risponde querelando Roberto Saviano, secondo cui Salvini sarebbe uno che «vuole far affogare le persone». Ieri, poi, è arrivata la reazione della Tunisia, che convocando l'ambasciatore italiano ha espresso «profondo stupore per le dichiarazioni» del Viminale.Intanto, a Pescolanciano, cittadina del Molise, una Regione in cui l'impatto sociale dell'immigrazione sta assumendo contorni drammatici, un incendio ha danneggiato i locali di un centro d'accoglienza dove erano ospitati 15 richiedenti asilo. E se il sindaco parla di possibile movente xenofobo, c'è persino chi, su Twitter, accusa i seguaci «della dottrina Salvini» di aver assassinato a Rosarno Soumaila Sacko, un bracciante maliano che si batteva per i diritti sindacali degli altri contadini africani. Qui, però, casca l'asino: chi vuole più immigrati, vuole più manodopera a basso costo. Più schiavi da mettere al servizio del grande progetto europeo: la deflazione salariale come strumento di competitività sul mercato globale.Alessandro Rico<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/inizia-la-sfida-allue-sul-tema-migranti-lobiettivo-e-superare-il-trattato-di-dublino-2575171071.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="chiudere-le-frontiere-gioverebbe-sia-agli-italiani-sia-agli-stranieri" data-post-id="2575171071" data-published-at="1781364118" data-use-pagination="False"> Chiudere le frontiere gioverebbe sia agli italiani sia agli stranieri A leggere certi commenti, Matteo Salvini sarebbe una specie di stragista. In poche ore, infatti, il nuovo ministro dell'Interno si sarebbe reso responsabile di un naufragio avvenuto nell'Egeo, costato la vita a nove persone (tra cui sei bambini), di altre 46 morti al largo della Tunisia, oltre che dell'omicidio di Soumaila Sacko, l'immigrato maliano di 29 anni ucciso a fucilate a San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria. Tutte tragedie che, ovviamente, sarebbero avvenute anche se al leader leghista non fosse toccato il Viminale, anche se il governo grilloleghista non si fosse mai insediato, posto che lo Stato italiano, da chiunque sia guidato, non ha certo giurisdizione in Grecia o in Tunisia. Ce l'ha, invece, sulla Calabria, e sarebbe bene che Salvini mettesse effettivamente mano a certi contesti infernali. Ma addirittura ritenere responsabile di situazioni di degrado e schiavismo cronicizzato il ministro dell'Interno insediatosi da poche ore, beh, questo è francamente troppo. Salvini è tuttavia messo in croce, in queste ore, per l'intempestività di alcune dichiarazioni, come una già diventata oggetto di dibattito nazionale: «Per gli immigrati clandestini è finita la pacchia, preparatevi a fare le valigie, in maniera educata e tranquilla, ma se ne devono andare», ha detto il leader leghista. «A Salvini vogliamo dire che la pacchia è finita per lui», hanno scandito i lavoratori immigrati scesi in piazza a San Ferdinando in memoria di Sacko. Che non si capisce bene cosa voglia dire o se voglia essere una minaccia. Non si capisce neanche cosa debba dire il ministro degli Interni rispetto ai clandestini, cioè a coloro che hanno commesso il reato di immigrazione clandestina e che già secondo le leggi vigenti dovrebbero essere espulsi. Il titolare del Viminale dovrebbe forse dire che, in spregio alla legge, queste persone possono restare qui da noi? Curiosa pretesa. Ma forse la polemica si riferisce solo al termine «pacchia». Che si tratti di una semplificazione non c'è dubbio. Che le condizioni di vita di molti immigrati non possano finire sotto nessuno dei significati intrinseci alla parola «pacchia» è altrettanto vero. Ma, per dovere di onestà, bisognerebbe anche riconoscere che ce ne sono altrettanti, e probabilmente sono molti di più, per i quali quel termine sembra tutt'altro che abusivo. Prendiamo Innocent Oseghale, l'uomo accusato di aver ucciso la povera Pamela Mastropietro: un nigeriano entrato illegalmente in Italia, restato a bivaccare per due anni, a spese nostre, in un centro d'accoglienza, mentre nel frattempo metteva solide radici nel mercato dello spaccio. Difficile considerarla una vitaccia, valutazioni etiche a parte. Ma d'accordo, non tutti gli immigrati sono Oseghale, ce ne sono altri che si spaccano la schiena nei campi per paghe da fame. Quella non è certo una pacchia, d'accordo, ma come la si salva questa gente dalla frusta dei caporali e dai fucili della criminalità organizzata? È del tutto evidente che lo schiavismo dei campi è solo la versione in prosa della poesia immigrazionista: facciamo entrare tutti, accogliamo tutti, integriamo tutti. E poi, dove vanno, questi tutti? In baraccopoli vergognose, come quelle della Calabria e della Campania. E se invece non facessimo entrare tutti, se facessimo entrare solo coloro a cui possiamo dare un lavoro vero e una paga dignitosa, dopo che lo stesso è stato garantito agli italiani? In fondo è questo quello che chiede Salvini. Che poi riesca a realizzarlo, è un altro paio di maniche. Ma il leader leghista ha tutto il diritto di provarci, senza essere accusato di complicità con fenomeni che non dipendono da lui e che, se le sue idee si affermassero nella realtà, non ci esisterebbero neanche. Adriano Scianca <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/inizia-la-sfida-allue-sul-tema-migranti-lobiettivo-e-superare-il-trattato-di-dublino-2575171071.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="particle-2" data-post-id="2575171071" data-published-at="1781364118" data-use-pagination="False"> Il Partito democratico (Sds), membro in del partito popolare europeo, guidato dal leader storico Janez Janša, ha vinto con il 25% delle preferenze le elezioni parlamentari di domenica svoltesi in Slovenia. Staccando con quasi il doppio dei voti il rivale della sinistra moderata, ex attore comico, Marjan Šarec, ha attirato gran parte dei voti della destra, dato che ai Cristiano democratici – Nova Slovenia è rimasto un modesto 7,7% mentre tutte le altre preferenze si sono distribuite tra i sei partiti di sinistra con l'eccezione di quattro seggi attribuiti al partito nazionale guidato da Zmago Jelinčič, che rientra in Parlamento dopo ben otto anni di assenza. Sia Janša che Jelinčič hanno impostato parte della propria campagna sull'ineludibilità di una nuova ondata migratoria, per affrontare la quale la Slovenia, in mancanza della revisione degli accordi di Dublino, non sarebbe assolutamente preparata. Il presidente della Repubblica slovena ha già confermato l'intenzione di rispettare la consuetudine costituzionale in base alla quale il vincitore relativo riceve per primo l'incarico di governo. Tuttavia il presidente sloveno Borut Pahor – ex rappresentante del partito comunista – nel commentare la sua decisione ha anche aggiunto che i risultati non gli piacciono e che è giusto che i cittadini capiscano le conseguenze del loro voto. Effettivamente è assai improbabile che Janša riesca nella sua missione. Come sempre in Slovenia, l'intera campagna elettorale è stata polarizzata sulla sua figura, da sempre rappresentata come spauracchio estremista e irresponsabile, a cui bisogna a ogni costo impedire di governare. Alle precedenti elezioni del 2014 lo scopo è stato raggiunto, incarcerandolo sulla base di una sentenza che lo giudicava colpevole di corruzione nell'ambito di un acquisto di veicoli militari avvenuto nel 2005. Una sentenza che il tribunale costituzionale, passate le elezioni, ha rigettato e che mai più è stata ripresa in esame. In questa tornata il sistema mediatico sloveno ha cercato di mettere in difficoltà il presidente del partito Sds, accusandolo di violare la legge sul finanziamento delle campagne elettorali che vieta il sostegno da fonti estere. L'accusa si basava sul fatto che due società legate al primo ministro ungherese Viktor Orban sono effettivamente corse in aiuto della televisione privata vicina al partito di Janša, prendendone anche il controllo societario. Tuttavia formalmente l'entità commerciale e il partito sono due realtà separate e difficilmente si potrebbe accusare il partito Sds di aver bisogno di poco più di 700.000 di euro – tale è l'apporto ungherese a favore della televisione – quando da più di venticinque anni il finanziamento pubblico ai partiti gli garantisce ogni anno circa la stessa cifra e quando per una campagna elettorale in Slovenia servono al massimo di 500.000 euro. Il Partito democratico molto probabilmente offrirà a tutti i rappresentanti politici la possibilità di collaborare, una possibilità che sarà rifiutata in blocco dalle forze della sinistra quando non sottoposta alla pretestuosa richiesta di dimissioni previe di Janša. Una volta constatata l'impossibilità di dar vita ad una coalizione, l'incaricato restituirà il mandato nelle mani del presidente della Repubblica che, visti i commenti fatti, sarà lietissimo di offrirlo al secondo piazzato, ovvero a Marjan Šarec, leader di una delle tante liste estemporanee, senza programma e senza candidati conosciuti create dalla sinistra negli ultimi anni per catalizzare il voto moderato in modo da mantenere la possibilità di governare il Paese. Šarec, conosciuto in Slovenia per la sua sarcastica attività di comico televisivo, avrà un compito abbastanza semplice dato che già oggi tutti i partiti della sinistra potrebbero contare sulla maggioranza dei novanta posti in parlamento. È comunque assai probabile che, per accattivarsi l'Europa e per cercare di reggere al contrattacco di Janša, che cercherà di convincere le istituzioni dell'Unione del fatto che in Slovenia non esista una vera democrazia e che l'intero sistema politico sia controllato dagli ex comunisti, Šarec inviti a far parte della coalizione il partito Cristiano democratico – Nova Slovenia e solo qualora questi rifiutino proceda a invitare il partito Sinistra, guidato da un giovane trentenne dalle idee marcatamente socialiste, che solo per pochi voti non ha superato il più classico Partito socialdemocratico, erede del passato comunista. Intanto, dopo quasi trenta'anni, Roberto Battelli, il rappresentante della minoranza italiana al parlamento di Lubiana, ha rimesso il mandato e al suo posto la comunità ha eletto il vice sindaco di Isola, Felice Ziza. Laris Gaiser
Elon Musk (Ansa)
Ieri SpaceX ha debuttato contemporaneamente al Nasdaq e al nuovo listino del Texas, una prima assoluta per i mercati americani. Lo ha fatto con numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza. L’offerta ha attribuito alla società spaziale una valutazione iniziale di 1.780 miliardi di dollari, la più alta mai registrata per una quotazione. Vuol dire che la società di Musk vale quanto il Pil annuale dell’Italia. Gli investitori istituzionali e i piccoli risparmiatori si sono letteralmente gettati sull’operazione acquistando 555,6 milioni di azioni collocate a 135 dollari ciascuna. Ma il mercato ha immediatamente deciso che quel prezzo era troppo basso. Nelle prime contrattazioni il titolo è schizzato fino a 175 dollari. E non importa se al momento il gruppo aerospaziale è solo una costosissima promessa: ha un fatturato di 18,7 miliardi e ne perde 4,9. Ma Wall Street voleva SpaceX a qualunque costo.
Il principale beneficiario dell’entusiasmo è stato naturalmente Elon Musk. Già uomo più ricco del pianeta prima della quotazione, con un patrimonio stimato da Forbes in 981 miliardi di dollari, il fondatore della società è diventato il primo individuo della storia a superare la soglia psicologica dei 1.000 miliardi. Vuol dire che da solo vale metà del Pil dell’Italia. Un traguardo che fino a ieri apparteneva alla categoria delle fantasie futuristiche. La raccolta complessiva dell’offerta ha sfiorato i 75 miliardi di dollari, altro record assoluto. Ma sarebbe un errore leggere questa operazione soltanto come una gigantesca operazione di Borsa.
Per Musk il mercato azionario rappresenta soprattutto un gigantesco serbatoio di capitale per alimentare la sua vera ossessione: Marte. Perché, come emerge dai documenti societari, una parte della futura remunerazione del fondatore è legata a un obiettivo che nessun consiglio di amministrazione aveva mai osato scrivere. Non fatturato. Non utili. Non dividendi. Una colonia permanente di almeno un milione di persone su Marte. In pratica, mentre i manager tradizionali sono premiati se aumentano i margini operativi, Musk potrà incassare se riuscirà a trasformare Marte in un nuovo continente abitato. È la differenza che passa tra gestire una società e tentare di riscrivere il sistema solare. Durante una conversazione trasmessa sulla piattaforma X con Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, Musk ha raccontato che da circa dieci anni amici, consulenti e banchieri gli ripetevano sempre la stessa frase: «Quota SpaceX». Per anni ha resistito. Ora invece ha cambiato idea. Il motivo è semplice. O meglio: semplice secondo gli standard di Musk. SpaceX intende mettere in orbita 100.000 satelliti Starlink di nuova generazione. Non qualche centinaio. Non qualche migliaio. Centomila. A questo si aggiunge un progetto ancora più ambizioso: la costruzione di grandi data center di Intelligenza artificiale direttamente nello spazio.
Secondo Musk, questa potrebbe diventare una gigantesca fonte di ricavi. Secondo i suoi banchieri, potrebbe soprattutto richiedere una quantità di capitale mai vista prima.
Ecco perché la Borsa è diventata improvvisamente necessaria. Anche dopo la quotazione, grazie a una speciale categoria di azioni con diritti di voto rafforzati, il fondatore manterrà il controllo assoluto delle decisioni strategiche, finanziarie e manageriali. Ma il dettaglio più sorprendente è un altro.
Nei documenti si scopre infatti che l’unica persona che può licenziare Elon Musk dal ruolo di amministratore delegato è... Elon Musk. Per la sua dimensione colossale, SpaceX potrebbe entrare nel Nasdaq 100 (l’élite della Silicon Valley) dopo appena 15 giorni di contrattazione. Sarebbe un passaggio fondamentale perché costringerebbe una miriade di fondi indicizzati ad acquistare automaticamente il titolo.
L’ingresso nello S&P 500 (il listino di eccellenza di Wall Street) richiederà invece tempi più lunghi. Ma dopo aver conquistato lo spazio, superato il trilione personale e realizzato la più grande quotazione della storia, attendere un po’ potrebbe sembrare il problema meno complicato.
Soprattutto per un uomo che non misura il successo in trimestri o in esercizi fiscali. Lo misura in pianeti.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
Continua a leggereRiduci
La capogruppo di di Fratelli d'Italia in Commissione Covid Alice Buonguerrieri contro Giuseppe Conte: «Emergono fatti gravissimi su presunte provvigioni milionarie per le commesse della struttura di Domenico Arcuri e l'ex premier usa il ruolo di commissario come scudo per non farsi udire. Chi non ha nulla da nascondere si dimetta dalla commissione e venga a riferire la verità agli italiani».
iStock. Nel riquadro, la locandina dell'evento
Nell’area «Bimb*», con la schwa (che storpia ogni parola pur di risultare linguaggio inclusivo e non binario) al posto dell’asterisco, sabato 20 giugno a partire dalle 15 ci saranno intrattenimenti vari, come il momento «Letture» a cura delle famiglie Arcobaleno.
Stiamo parlando dell’associazione «genitori Lgbtqi+, in coppia, single o separati che hanno realizzato il proprio progetto di genitorialità, o che aspirano a farlo», e che purtroppo suggeriscono perfino quali libri far leggere a innocenti creature. Un campionario delle loro scelte si può trovare sul sito ufficiale.
Da Perché hai due mamme? e Perché hai due papà di Francesca Pardi, «nato per aiutare i bambini con due genitori dello stesso sesso nel rispondere alle curiosità degli altri», a un altro libro della stessa autrice dal titolo Qual è il segreto di papà?, spiegato come «un racconto che parla di omosessualità con parole semplici e dirette». Età di lettura consigliata: «Dai 4 anni». Certo, perché a 48 mesi si è già in grado di comprendere temi delicatissimi quali sessualità e identità di genere.
Per non parlare del Giorno specialissimo di Marlon Bundo, di Jill Twiss, storia gay di un coniglietto «che si innamora di un altro coniglietto di nome Wesley e decide di sposarsi con lui», e di cui già si è occupata La Verità. Consigliato ai piccoli dai 5 ai 10 anni, come L’importante è che siamo amici, dove l’orsacchiotto Thomas preferisce essere Tilly. L’autrice, Jessica Walton, voleva scrivere una storia con un protagonista transgender per raccontare al figlio l’esperienza del padre diventato trans e aveva cercato finanziamenti su un sito crowdfunding, ricevendo montagne di soldi.
Ecco un campionario di buone letture con le quali intrattenere dei bimbi, che già dovranno assistere a sfilate di personaggi dall’apparenza affatto normale. Sul palco pomeridiano «spazio di resistenza intersezionale, transfemminismo ed arte, all’insegna di interventi politici, DJ set e performance», saliranno infatti personaggi come Sofia Mehiel, in arte «la papessa», responsabile del progetto per la sezione trans del carcere di Reggio Emilia e che «ha guidato la carovana di genere per l’Ucraina».
E ci sarà Bianca Bonzagni, attivista transgender, classificatasi al secondo posto nel concorso Miss Trans Europa 2025. Soprattutto non mancheranno i «Bear gay», gli «orsi» omosessuali, «sottocultura gay», come la definisce gay.it, in cui si riconosce il soggetto «abbastanza grosso o robusto, con i peli sul petto e una barba lunga, incolta, generalmente un estimatore del cuoio e dei collari».
Sono richiamati dal collettivo Lgbtqi+ Discorso Bear Party, nato nella periferia di Carpi e con base principale al Circolo Mattatoyo. «Al centro del loro percorso c’è la cura e la valorizzazione dei corpi che escono dai canoni estetici imposti: uno spazio libero da etichette rigide per combattere lo stigma grassofobico ed estetico che colpisce tuttə* noi», informano gli organizzatori del Pride a Modena.
I bambini li vedranno, poveretti loro. Respireranno l’atmosfera di questo raduno e ascolteranno gli slogan che verranno ripetuti. Lo dichiara il manifesto politico del Pride modenese, quello che verrà urlato durante la sfilata: «È sin dall’insediamento di questo governo fascista, nel 2022, che è iniziata una vera e propria offensiva nei confronti delle famiglie omogenitoriali, con il preciso intento di delegittimare la genitorialità delle persone Lgbtqia+. Dapprima con la circolare del ministro dell’Interno Piantedosi, che poneva di fatto divieto a sindac* di registrare il genitore intenzionale all’anagrafe, […] ed è culminata con l’approvazione, nell’ottobre 2024, della legge Varchi, che ha reso la gestazione per altre persone reato universale […]. Una legge dal chiaro impianto ideologico, studiata e fortemente voluta dalla maggioranza per punire le coppie di aspiranti padri».
Già, perché sarebbe normale essere due mamme o due papà per una creatura, magari ottenuta servendosi di un utero in affitto? Le famiglie Arcobaleno che porteranno al Pride i bimbi, nati con il seme di un donatore sconosciuto e attraverso la procreazione medicalmente assistita, o con la pratica della maternità surrogata, li faranno assistere a tutto il repertorio in programma? Magari anche alla sosta degli adulti allo stand salute, dove sarà possibile testarsi «in maniera rapida e gratuita» per Hiv e sifilide «con l’aiuto del reparto malattie infettive dell’ospedale di Modena». Terminata la sfilata, lo stand invece si trasformerà in una sala giochi «per poter vincere gadget, sex toys, preservativi femminili e maschili e tanti lubrificanti».
Ma non pensiate che sia solo esibizione di muscoli e altro. Ci sono contenuti anticipati con orgoglio: «Il Modena Pride 2026 è antifascista, contro il razzismo, il colonialismo e i genocidi presenti e passati, antimilitarista, solidale con il popolo palestinese, per la giustizia climatica antiabilista».
Per fortuna, a metà pomeriggio per i bimbi è prevista una non precisata area «sgambamento», immaginiamo riservata a esercizi fisici. O per darsela a gambe, anche solo con la fantasia.
Continua a leggereRiduci