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2018-06-05
Inizia la sfida all’Ue sul tema migranti. L’obiettivo è superare il Trattato di Dublino
ANSA
Se per l'approvazione di misure chiave come la flat tax e il reddito di cittadinanza si dovrà aspettare, è indubbio che sull'immigrazione il governo debba dare da subito dei segnali. Anche perché è in corso il vertice dei ministri dell'Interno europei nel Lussemburgo, dove si discuterà delle modifiche agli accordi di Dublino. Il nuovo titolare del dicastero, Matteo Salvini, sarà al Senato per il voto di fiducia all'esecutivo guidato da Giuseppe Conte ma, come ha annunciato domenica a Pozzallo, la delegazione italiana si schiererà contro la revisione del Trattato. Secondo Salvini, infatti, le proposte formulate dal Parlamento europeo sono peggiorative, poiché mirano ad «appesantire i Paesi del Mediterraneo, come Italia, Cipro, Malta, Spagna, dandoci migliaia di migranti per dieci anni».
La nuova versione dell'accordo prevede il superamento del principio per cui il Paese d'ingresso dei migranti è l'unico responsabile della gestione delle richieste d'asilo. Ma il punto dolente è che il sistema delle famose quote sarà reso permanente, cioè la redistribuzione degli arrivi non scatterà solo in caso di emergenze umanitarie come la guerra civile siriana. E se da un lato questo può significare che agli Stati nordeuropei non sarà più consentito voltarsi dall'altra parte, dall'altro un simile principio rischia di incoraggiare le partenze. Che come ben sappiamo, determinano problemi di ordine pubblico e di sicurezza nazionale, visto il comprovato pericolo di infiltrazione dei terroristi dell'Isis sui barconi. Nonostante le lisciate di pelo della cancelliera tedesca Angela Merkel, la quale ha riconosciuto che «l'Italia è stata lasciata sola ad accogliere i migranti dopo il crollo della Libia», il nostro Paese si schiera dunque con il gruppo di Visegrad, che aveva anticipato la propria opposizione alle modifiche di Dublino.
Per Salvini, si tratta di un approccio di «buon senso» a un tema, quello degli sbarchi e dell'accoglienza «di centinaia di migliaia di non profughi», che «non può continuare a essere solo un problema italiano». Ciò non necessariamente deve implicare una rottura con l'operato di Marco Minniti. L'ex titolare del Viminale, ha chiarito il neo-ministro, ha svolto «un discreto lavoro». Ragion per cui il governo gialloverde non smonterà «nulla di ciò che di positivo è stato realizzato», bensì lavorerà «per rendere ancora più efficaci le politiche di controllo, di allontanamento e di espulsione».
È proprio su questi aspetti che il numero uno del Carroccio potrebbe indurre gli ambienti Ue ad abbandonare il loro scetticismo verso la coalizione populista. Il Corriere della Sera, ad esempio, ha ipotizzato che per vari motivi il progetto di Salvini sui migranti potrebbe piacere all'Europa. Il contratto tra Lega e 5 Stelle, infatti, prevede una doppia corsia nell'esame delle richieste d'asilo: la precedenza dovrebbe essere accordata a chi evidentemente ha maggiore bisogno di essere accolto. Al contempo, l'Italia si impegnerebbe ad aumentare da tre a diciotto mesi il tempo massimo di detenzione degli immigrati nei Centri di permanenza, oltre ad accelerare le pratiche di rimpatrio: al ritmo attuale, impiegheremmo più di ottant'anni a mandare a casa gli oltre 600.000 migranti irregolari. Sono propose per mettere in atto le quali l'Unione europea sarebbe pronta a stanziare dei fondi, sulla falsariga di quanto fatto con i 3 miliardi di euro alla Turchia per tenere sotto controllo la rotta balcanica.
Certo, Salvini non ha abbandonato la verve polemica in virtù del ruolo istituzionale. Durante il tour in Sicilia, ha rivelato di voler incontrare Carmelo Zuccaro, il procuratore che aveva messo sotto inchiesta le Ong, definite dal ministro degli Interni «vicescafisti» e accusate di lucrare sulla pelle dei bambini. Il leader della Lega ne ha avute pure per la Tunisia: «È un Paese libero e democratico che non sta esportando galantuomini, ma spesso e volentieri esporta galeotti». La circostanza per cui, in quelle stesse ore, giusto al largo della Tunisia venissero ripescati 47 cadaveri, mentre nell'Egeo il naufragio di un barcone causava nove vittime, tra cui sei bambini, ha dato adito a maligne associazioni mediatiche tra le stragi in mare e le idee del ministro. Che risponde querelando Roberto Saviano, secondo cui Salvini sarebbe uno che «vuole far affogare le persone». Ieri, poi, è arrivata la reazione della Tunisia, che convocando l'ambasciatore italiano ha espresso «profondo stupore per le dichiarazioni» del Viminale.
Intanto, a Pescolanciano, cittadina del Molise, una Regione in cui l'impatto sociale dell'immigrazione sta assumendo contorni drammatici, un incendio ha danneggiato i locali di un centro d'accoglienza dove erano ospitati 15 richiedenti asilo. E se il sindaco parla di possibile movente xenofobo, c'è persino chi, su Twitter, accusa i seguaci «della dottrina Salvini» di aver assassinato a Rosarno Soumaila Sacko, un bracciante maliano che si batteva per i diritti sindacali degli altri contadini africani. Qui, però, casca l'asino: chi vuole più immigrati, vuole più manodopera a basso costo. Più schiavi da mettere al servizio del grande progetto europeo: la deflazione salariale come strumento di competitività sul mercato globale.
Alessandro Rico
Chiudere le frontiere gioverebbe sia agli italiani sia agli stranieri
A leggere certi commenti, Matteo Salvini sarebbe una specie di stragista. In poche ore, infatti, il nuovo ministro dell'Interno si sarebbe reso responsabile di un naufragio avvenuto nell'Egeo, costato la vita a nove persone (tra cui sei bambini), di altre 46 morti al largo della Tunisia, oltre che dell'omicidio di Soumaila Sacko, l'immigrato maliano di 29 anni ucciso a fucilate a San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria.
Tutte tragedie che, ovviamente, sarebbero avvenute anche se al leader leghista non fosse toccato il Viminale, anche se il governo grilloleghista non si fosse mai insediato, posto che lo Stato italiano, da chiunque sia guidato, non ha certo giurisdizione in Grecia o in Tunisia. Ce l'ha, invece, sulla Calabria, e sarebbe bene che Salvini mettesse effettivamente mano a certi contesti infernali. Ma addirittura ritenere responsabile di situazioni di degrado e schiavismo cronicizzato il ministro dell'Interno insediatosi da poche ore, beh, questo è francamente troppo. Salvini è tuttavia messo in croce, in queste ore, per l'intempestività di alcune dichiarazioni, come una già diventata oggetto di dibattito nazionale: «Per gli immigrati clandestini è finita la pacchia, preparatevi a fare le valigie, in maniera educata e tranquilla, ma se ne devono andare», ha detto il leader leghista. «A Salvini vogliamo dire che la pacchia è finita per lui», hanno scandito i lavoratori immigrati scesi in piazza a San Ferdinando in memoria di Sacko.
Che non si capisce bene cosa voglia dire o se voglia essere una minaccia. Non si capisce neanche cosa debba dire il ministro degli Interni rispetto ai clandestini, cioè a coloro che hanno commesso il reato di immigrazione clandestina e che già secondo le leggi vigenti dovrebbero essere espulsi. Il titolare del Viminale dovrebbe forse dire che, in spregio alla legge, queste persone possono restare qui da noi? Curiosa pretesa. Ma forse la polemica si riferisce solo al termine «pacchia». Che si tratti di una semplificazione non c'è dubbio. Che le condizioni di vita di molti immigrati non possano finire sotto nessuno dei significati intrinseci alla parola «pacchia» è altrettanto vero.
Ma, per dovere di onestà, bisognerebbe anche riconoscere che ce ne sono altrettanti, e probabilmente sono molti di più, per i quali quel termine sembra tutt'altro che abusivo. Prendiamo Innocent Oseghale, l'uomo accusato di aver ucciso la povera Pamela Mastropietro: un nigeriano entrato illegalmente in Italia, restato a bivaccare per due anni, a spese nostre, in un centro d'accoglienza, mentre nel frattempo metteva solide radici nel mercato dello spaccio. Difficile considerarla una vitaccia, valutazioni etiche a parte. Ma d'accordo, non tutti gli immigrati sono Oseghale, ce ne sono altri che si spaccano la schiena nei campi per paghe da fame. Quella non è certo una pacchia, d'accordo, ma come la si salva questa gente dalla frusta dei caporali e dai fucili della criminalità organizzata?
È del tutto evidente che lo schiavismo dei campi è solo la versione in prosa della poesia immigrazionista: facciamo entrare tutti, accogliamo tutti, integriamo tutti. E poi, dove vanno, questi tutti? In baraccopoli vergognose, come quelle della Calabria e della Campania. E se invece non facessimo entrare tutti, se facessimo entrare solo coloro a cui possiamo dare un lavoro vero e una paga dignitosa, dopo che lo stesso è stato garantito agli italiani? In fondo è questo quello che chiede Salvini. Che poi riesca a realizzarlo, è un altro paio di maniche. Ma il leader leghista ha tutto il diritto di provarci, senza essere accusato di complicità con fenomeni che non dipendono da lui e che, se le sue idee si affermassero nella realtà, non ci esisterebbero neanche.
Adriano Scianca
Il Partito democratico (Sds), membro in del partito popolare europeo, guidato dal leader storico Janez Janša, ha vinto con il 25% delle preferenze le elezioni parlamentari di domenica svoltesi in Slovenia.
Staccando con quasi il doppio dei voti il rivale della sinistra moderata, ex attore comico, Marjan Šarec, ha attirato gran parte dei voti della destra, dato che ai Cristiano democratici – Nova Slovenia è rimasto un modesto 7,7% mentre tutte le altre preferenze si sono distribuite tra i sei partiti di sinistra con l'eccezione di quattro seggi attribuiti al partito nazionale guidato da Zmago Jelinčič, che rientra in Parlamento dopo ben otto anni di assenza. Sia Janša che Jelinčič hanno impostato parte della propria campagna sull'ineludibilità di una nuova ondata migratoria, per affrontare la quale la Slovenia, in mancanza della revisione degli accordi di Dublino, non sarebbe assolutamente preparata. Il presidente della Repubblica slovena ha già confermato l'intenzione di rispettare la consuetudine costituzionale in base alla quale il vincitore relativo riceve per primo l'incarico di governo. Tuttavia il presidente sloveno Borut Pahor – ex rappresentante del partito comunista – nel commentare la sua decisione ha anche aggiunto che i risultati non gli piacciono e che è giusto che i cittadini capiscano le conseguenze del loro voto. Effettivamente è assai improbabile che Janša riesca nella sua missione. Come sempre in Slovenia, l'intera campagna elettorale è stata polarizzata sulla sua figura, da sempre rappresentata come spauracchio estremista e irresponsabile, a cui bisogna a ogni costo impedire di governare. Alle precedenti elezioni del 2014 lo scopo è stato raggiunto, incarcerandolo sulla base di una sentenza che lo giudicava colpevole di corruzione nell'ambito di un acquisto di veicoli militari avvenuto nel 2005. Una sentenza che il tribunale costituzionale, passate le elezioni, ha rigettato e che mai più è stata ripresa in esame. In questa tornata il sistema mediatico sloveno ha cercato di mettere in difficoltà il presidente del partito Sds, accusandolo di violare la legge sul finanziamento delle campagne elettorali che vieta il sostegno da fonti estere.
L'accusa si basava sul fatto che due società legate al primo ministro ungherese Viktor Orban sono effettivamente corse in aiuto della televisione privata vicina al partito di Janša, prendendone anche il controllo societario. Tuttavia formalmente l'entità commerciale e il partito sono due realtà separate e difficilmente si potrebbe accusare il partito Sds di aver bisogno di poco più di 700.000 di euro – tale è l'apporto ungherese a favore della televisione – quando da più di venticinque anni il finanziamento pubblico ai partiti gli garantisce ogni anno circa la stessa cifra e quando per una campagna elettorale in Slovenia servono al massimo di 500.000 euro.
Il Partito democratico molto probabilmente offrirà a tutti i rappresentanti politici la possibilità di collaborare, una possibilità che sarà rifiutata in blocco dalle forze della sinistra quando non sottoposta alla pretestuosa richiesta di dimissioni previe di Janša.
Una volta constatata l'impossibilità di dar vita ad una coalizione, l'incaricato restituirà il mandato nelle mani del presidente della Repubblica che, visti i commenti fatti, sarà lietissimo di offrirlo al secondo piazzato, ovvero a Marjan Šarec, leader di una delle tante liste estemporanee, senza programma e senza candidati conosciuti create dalla sinistra negli ultimi anni per catalizzare il voto moderato in modo da mantenere la possibilità di governare il Paese. Šarec, conosciuto in Slovenia per la sua sarcastica attività di comico televisivo, avrà un compito abbastanza semplice dato che già oggi tutti i partiti della sinistra potrebbero contare sulla maggioranza dei novanta posti in parlamento. È comunque assai probabile che, per accattivarsi l'Europa e per cercare di reggere al contrattacco di Janša, che cercherà di convincere le istituzioni dell'Unione del fatto che in Slovenia non esista una vera democrazia e che l'intero sistema politico sia controllato dagli ex comunisti, Šarec inviti a far parte della coalizione il partito Cristiano democratico – Nova Slovenia e solo qualora questi rifiutino proceda a invitare il partito Sinistra, guidato da un giovane trentenne dalle idee marcatamente socialiste, che solo per pochi voti non ha superato il più classico Partito socialdemocratico, erede del passato comunista. Intanto, dopo quasi trenta'anni, Roberto Battelli, il rappresentante della minoranza italiana al parlamento di Lubiana, ha rimesso il mandato e al suo posto la comunità ha eletto il vice sindaco di Isola, Felice Ziza.
Laris Gaiser
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La linea dell'esecutivo: «O cambia l'Europa o altre strade». Scontro con Tunisi sull'uscita di Matteo Salvini: chiamato l'ambasciatore.È polemica dopo la sparatoria di San Ferdinando e le dichiarazioni sulla «pacchia» del leader leghista Ma la verità è che lo sfruttamento è figlio dell'accoglienza indiscriminata e della mancanza di regole.Alle urne trionfa Janez Janša, ma (pure lì) il presidente non vuole concedere l'incarico La stampa parla di un presunto finanziamento di Victor Orban al politico identitario.Lo speciale contiene tre articoliSe per l'approvazione di misure chiave come la flat tax e il reddito di cittadinanza si dovrà aspettare, è indubbio che sull'immigrazione il governo debba dare da subito dei segnali. Anche perché è in corso il vertice dei ministri dell'Interno europei nel Lussemburgo, dove si discuterà delle modifiche agli accordi di Dublino. Il nuovo titolare del dicastero, Matteo Salvini, sarà al Senato per il voto di fiducia all'esecutivo guidato da Giuseppe Conte ma, come ha annunciato domenica a Pozzallo, la delegazione italiana si schiererà contro la revisione del Trattato. Secondo Salvini, infatti, le proposte formulate dal Parlamento europeo sono peggiorative, poiché mirano ad «appesantire i Paesi del Mediterraneo, come Italia, Cipro, Malta, Spagna, dandoci migliaia di migranti per dieci anni».La nuova versione dell'accordo prevede il superamento del principio per cui il Paese d'ingresso dei migranti è l'unico responsabile della gestione delle richieste d'asilo. Ma il punto dolente è che il sistema delle famose quote sarà reso permanente, cioè la redistribuzione degli arrivi non scatterà solo in caso di emergenze umanitarie come la guerra civile siriana. E se da un lato questo può significare che agli Stati nordeuropei non sarà più consentito voltarsi dall'altra parte, dall'altro un simile principio rischia di incoraggiare le partenze. Che come ben sappiamo, determinano problemi di ordine pubblico e di sicurezza nazionale, visto il comprovato pericolo di infiltrazione dei terroristi dell'Isis sui barconi. Nonostante le lisciate di pelo della cancelliera tedesca Angela Merkel, la quale ha riconosciuto che «l'Italia è stata lasciata sola ad accogliere i migranti dopo il crollo della Libia», il nostro Paese si schiera dunque con il gruppo di Visegrad, che aveva anticipato la propria opposizione alle modifiche di Dublino. Per Salvini, si tratta di un approccio di «buon senso» a un tema, quello degli sbarchi e dell'accoglienza «di centinaia di migliaia di non profughi», che «non può continuare a essere solo un problema italiano». Ciò non necessariamente deve implicare una rottura con l'operato di Marco Minniti. L'ex titolare del Viminale, ha chiarito il neo-ministro, ha svolto «un discreto lavoro». Ragion per cui il governo gialloverde non smonterà «nulla di ciò che di positivo è stato realizzato», bensì lavorerà «per rendere ancora più efficaci le politiche di controllo, di allontanamento e di espulsione».È proprio su questi aspetti che il numero uno del Carroccio potrebbe indurre gli ambienti Ue ad abbandonare il loro scetticismo verso la coalizione populista. Il Corriere della Sera, ad esempio, ha ipotizzato che per vari motivi il progetto di Salvini sui migranti potrebbe piacere all'Europa. Il contratto tra Lega e 5 Stelle, infatti, prevede una doppia corsia nell'esame delle richieste d'asilo: la precedenza dovrebbe essere accordata a chi evidentemente ha maggiore bisogno di essere accolto. Al contempo, l'Italia si impegnerebbe ad aumentare da tre a diciotto mesi il tempo massimo di detenzione degli immigrati nei Centri di permanenza, oltre ad accelerare le pratiche di rimpatrio: al ritmo attuale, impiegheremmo più di ottant'anni a mandare a casa gli oltre 600.000 migranti irregolari. Sono propose per mettere in atto le quali l'Unione europea sarebbe pronta a stanziare dei fondi, sulla falsariga di quanto fatto con i 3 miliardi di euro alla Turchia per tenere sotto controllo la rotta balcanica.Certo, Salvini non ha abbandonato la verve polemica in virtù del ruolo istituzionale. Durante il tour in Sicilia, ha rivelato di voler incontrare Carmelo Zuccaro, il procuratore che aveva messo sotto inchiesta le Ong, definite dal ministro degli Interni «vicescafisti» e accusate di lucrare sulla pelle dei bambini. Il leader della Lega ne ha avute pure per la Tunisia: «È un Paese libero e democratico che non sta esportando galantuomini, ma spesso e volentieri esporta galeotti». La circostanza per cui, in quelle stesse ore, giusto al largo della Tunisia venissero ripescati 47 cadaveri, mentre nell'Egeo il naufragio di un barcone causava nove vittime, tra cui sei bambini, ha dato adito a maligne associazioni mediatiche tra le stragi in mare e le idee del ministro. Che risponde querelando Roberto Saviano, secondo cui Salvini sarebbe uno che «vuole far affogare le persone». Ieri, poi, è arrivata la reazione della Tunisia, che convocando l'ambasciatore italiano ha espresso «profondo stupore per le dichiarazioni» del Viminale.Intanto, a Pescolanciano, cittadina del Molise, una Regione in cui l'impatto sociale dell'immigrazione sta assumendo contorni drammatici, un incendio ha danneggiato i locali di un centro d'accoglienza dove erano ospitati 15 richiedenti asilo. E se il sindaco parla di possibile movente xenofobo, c'è persino chi, su Twitter, accusa i seguaci «della dottrina Salvini» di aver assassinato a Rosarno Soumaila Sacko, un bracciante maliano che si batteva per i diritti sindacali degli altri contadini africani. Qui, però, casca l'asino: chi vuole più immigrati, vuole più manodopera a basso costo. Più schiavi da mettere al servizio del grande progetto europeo: la deflazione salariale come strumento di competitività sul mercato globale.Alessandro Rico<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/inizia-la-sfida-allue-sul-tema-migranti-lobiettivo-e-superare-il-trattato-di-dublino-2575171071.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="chiudere-le-frontiere-gioverebbe-sia-agli-italiani-sia-agli-stranieri" data-post-id="2575171071" data-published-at="1774135795" data-use-pagination="False"> Chiudere le frontiere gioverebbe sia agli italiani sia agli stranieri A leggere certi commenti, Matteo Salvini sarebbe una specie di stragista. In poche ore, infatti, il nuovo ministro dell'Interno si sarebbe reso responsabile di un naufragio avvenuto nell'Egeo, costato la vita a nove persone (tra cui sei bambini), di altre 46 morti al largo della Tunisia, oltre che dell'omicidio di Soumaila Sacko, l'immigrato maliano di 29 anni ucciso a fucilate a San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria. Tutte tragedie che, ovviamente, sarebbero avvenute anche se al leader leghista non fosse toccato il Viminale, anche se il governo grilloleghista non si fosse mai insediato, posto che lo Stato italiano, da chiunque sia guidato, non ha certo giurisdizione in Grecia o in Tunisia. Ce l'ha, invece, sulla Calabria, e sarebbe bene che Salvini mettesse effettivamente mano a certi contesti infernali. Ma addirittura ritenere responsabile di situazioni di degrado e schiavismo cronicizzato il ministro dell'Interno insediatosi da poche ore, beh, questo è francamente troppo. Salvini è tuttavia messo in croce, in queste ore, per l'intempestività di alcune dichiarazioni, come una già diventata oggetto di dibattito nazionale: «Per gli immigrati clandestini è finita la pacchia, preparatevi a fare le valigie, in maniera educata e tranquilla, ma se ne devono andare», ha detto il leader leghista. «A Salvini vogliamo dire che la pacchia è finita per lui», hanno scandito i lavoratori immigrati scesi in piazza a San Ferdinando in memoria di Sacko. Che non si capisce bene cosa voglia dire o se voglia essere una minaccia. Non si capisce neanche cosa debba dire il ministro degli Interni rispetto ai clandestini, cioè a coloro che hanno commesso il reato di immigrazione clandestina e che già secondo le leggi vigenti dovrebbero essere espulsi. Il titolare del Viminale dovrebbe forse dire che, in spregio alla legge, queste persone possono restare qui da noi? Curiosa pretesa. Ma forse la polemica si riferisce solo al termine «pacchia». Che si tratti di una semplificazione non c'è dubbio. Che le condizioni di vita di molti immigrati non possano finire sotto nessuno dei significati intrinseci alla parola «pacchia» è altrettanto vero. Ma, per dovere di onestà, bisognerebbe anche riconoscere che ce ne sono altrettanti, e probabilmente sono molti di più, per i quali quel termine sembra tutt'altro che abusivo. Prendiamo Innocent Oseghale, l'uomo accusato di aver ucciso la povera Pamela Mastropietro: un nigeriano entrato illegalmente in Italia, restato a bivaccare per due anni, a spese nostre, in un centro d'accoglienza, mentre nel frattempo metteva solide radici nel mercato dello spaccio. Difficile considerarla una vitaccia, valutazioni etiche a parte. Ma d'accordo, non tutti gli immigrati sono Oseghale, ce ne sono altri che si spaccano la schiena nei campi per paghe da fame. Quella non è certo una pacchia, d'accordo, ma come la si salva questa gente dalla frusta dei caporali e dai fucili della criminalità organizzata? È del tutto evidente che lo schiavismo dei campi è solo la versione in prosa della poesia immigrazionista: facciamo entrare tutti, accogliamo tutti, integriamo tutti. E poi, dove vanno, questi tutti? In baraccopoli vergognose, come quelle della Calabria e della Campania. E se invece non facessimo entrare tutti, se facessimo entrare solo coloro a cui possiamo dare un lavoro vero e una paga dignitosa, dopo che lo stesso è stato garantito agli italiani? In fondo è questo quello che chiede Salvini. Che poi riesca a realizzarlo, è un altro paio di maniche. Ma il leader leghista ha tutto il diritto di provarci, senza essere accusato di complicità con fenomeni che non dipendono da lui e che, se le sue idee si affermassero nella realtà, non ci esisterebbero neanche. 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Staccando con quasi il doppio dei voti il rivale della sinistra moderata, ex attore comico, Marjan Šarec, ha attirato gran parte dei voti della destra, dato che ai Cristiano democratici – Nova Slovenia è rimasto un modesto 7,7% mentre tutte le altre preferenze si sono distribuite tra i sei partiti di sinistra con l'eccezione di quattro seggi attribuiti al partito nazionale guidato da Zmago Jelinčič, che rientra in Parlamento dopo ben otto anni di assenza. Sia Janša che Jelinčič hanno impostato parte della propria campagna sull'ineludibilità di una nuova ondata migratoria, per affrontare la quale la Slovenia, in mancanza della revisione degli accordi di Dublino, non sarebbe assolutamente preparata. Il presidente della Repubblica slovena ha già confermato l'intenzione di rispettare la consuetudine costituzionale in base alla quale il vincitore relativo riceve per primo l'incarico di governo. Tuttavia il presidente sloveno Borut Pahor – ex rappresentante del partito comunista – nel commentare la sua decisione ha anche aggiunto che i risultati non gli piacciono e che è giusto che i cittadini capiscano le conseguenze del loro voto. Effettivamente è assai improbabile che Janša riesca nella sua missione. Come sempre in Slovenia, l'intera campagna elettorale è stata polarizzata sulla sua figura, da sempre rappresentata come spauracchio estremista e irresponsabile, a cui bisogna a ogni costo impedire di governare. Alle precedenti elezioni del 2014 lo scopo è stato raggiunto, incarcerandolo sulla base di una sentenza che lo giudicava colpevole di corruzione nell'ambito di un acquisto di veicoli militari avvenuto nel 2005. Una sentenza che il tribunale costituzionale, passate le elezioni, ha rigettato e che mai più è stata ripresa in esame. In questa tornata il sistema mediatico sloveno ha cercato di mettere in difficoltà il presidente del partito Sds, accusandolo di violare la legge sul finanziamento delle campagne elettorali che vieta il sostegno da fonti estere. L'accusa si basava sul fatto che due società legate al primo ministro ungherese Viktor Orban sono effettivamente corse in aiuto della televisione privata vicina al partito di Janša, prendendone anche il controllo societario. Tuttavia formalmente l'entità commerciale e il partito sono due realtà separate e difficilmente si potrebbe accusare il partito Sds di aver bisogno di poco più di 700.000 di euro – tale è l'apporto ungherese a favore della televisione – quando da più di venticinque anni il finanziamento pubblico ai partiti gli garantisce ogni anno circa la stessa cifra e quando per una campagna elettorale in Slovenia servono al massimo di 500.000 euro. Il Partito democratico molto probabilmente offrirà a tutti i rappresentanti politici la possibilità di collaborare, una possibilità che sarà rifiutata in blocco dalle forze della sinistra quando non sottoposta alla pretestuosa richiesta di dimissioni previe di Janša. Una volta constatata l'impossibilità di dar vita ad una coalizione, l'incaricato restituirà il mandato nelle mani del presidente della Repubblica che, visti i commenti fatti, sarà lietissimo di offrirlo al secondo piazzato, ovvero a Marjan Šarec, leader di una delle tante liste estemporanee, senza programma e senza candidati conosciuti create dalla sinistra negli ultimi anni per catalizzare il voto moderato in modo da mantenere la possibilità di governare il Paese. Šarec, conosciuto in Slovenia per la sua sarcastica attività di comico televisivo, avrà un compito abbastanza semplice dato che già oggi tutti i partiti della sinistra potrebbero contare sulla maggioranza dei novanta posti in parlamento. È comunque assai probabile che, per accattivarsi l'Europa e per cercare di reggere al contrattacco di Janša, che cercherà di convincere le istituzioni dell'Unione del fatto che in Slovenia non esista una vera democrazia e che l'intero sistema politico sia controllato dagli ex comunisti, Šarec inviti a far parte della coalizione il partito Cristiano democratico – Nova Slovenia e solo qualora questi rifiutino proceda a invitare il partito Sinistra, guidato da un giovane trentenne dalle idee marcatamente socialiste, che solo per pochi voti non ha superato il più classico Partito socialdemocratico, erede del passato comunista. Intanto, dopo quasi trenta'anni, Roberto Battelli, il rappresentante della minoranza italiana al parlamento di Lubiana, ha rimesso il mandato e al suo posto la comunità ha eletto il vice sindaco di Isola, Felice Ziza. Laris Gaiser
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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