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2025-04-25
India e Pakistan quasi in guerra per l’acqua
Protesta a Karachi contro la sospensione da parte del governo di Delhi del trattato sulla distribuzione dell'acqua (Getty Images)
L’attacco terroristico a Pahalgam, nel Kashmir indiano, questa settimana ha avuto un effetto domino sulle già complicate relazioni tra India e Pakistan. Entrambe potenze nucleari. E dopo un rapido declassamento dei rapporti diplomatici, ora si teme persino un’escalation militare. New Delhi, che ritiene Islamabad responsabile, da mercoledì sera ha sospeso unilateralmente un trattato fondamentale per la condivisione delle acque, ha chiuso il principale valico tra i due Paesi e ha anche annunciato l’espulsione dei cittadini pakistani entro il 29 aprile. Non si è fatta attendere la risposta di Islamabad che, respingendo le accuse, ha annunciato ieri alcune contromisure tra cui la chiusura dello spazio aereo alle compagnie aeree indiane.
Facendo un passo indietro, la miccia, come già accennato, è stato un attentato lo scorso martedì che ha lasciato una scia di 26 morti, tutti uomini, di cui 25 indiani e un cittadino del Nepal. Il teatro dell’attacco, Pahalgam, è una nota meta turistica nel territorio indiano del Kashmir. E quando gli autori dell’attacco hanno aperto il fuoco erano presenti circa 1.000 persone secondo quanto riportato dalle autorità. Il luogo, con la caccia agli attentatori, si è subito svuotato di turisti ed è stato inondato da centinaia di agenti di sicurezza che hanno fermato ben 1.500 persone per interrogarle. Secondo diversi media l’attentato sarebbe stato rivendicato dal Resistance Front (Trf). Si tratta di un’organizzazione nata nel 2019 da una costola del gruppo terroristico islamico Lashkar-e-Taiba e dal 2023 rientra nella lista dei terroristi per il governo indiano. Ma sono stati anche sollevati dubbi sulla paternità dell’attentato. Per esempio, la Bbc spiega che il comunicato attribuito a Trf non ha alcuni elementi caratteristici come il logo e il nome stesso dell’organizzazione. Si tratterebbe quindi di un comportamento abbastanza inusuale per Trf. Ciò nonostante, ieri la polizia indiana ha avvisato di essere a conoscenza dell’identità di tre dei quattro presunti autori dell’attacco. Due di questi sono cittadini pakistani.
Il primo ministro indiano, Narendra Modi, durante un discorso pubblico nello Stato nordorientale del Bihar, ha dichiarato ieri: «L’India identificherà, perseguirà e punirà i terroristi e coloro che li sostengono», promettendo di raggiungerli «fino in capo al mondo». Ritenendo quindi il Pakistan responsabile, l’India a distanza di 24 ore dall’attacco terroristico ha chiuso il valico più importante per il commercio con il vicino, ha deciso di espellere i pakistani ee ha dato una settimana di tempo ai consiglieri della Difesa del Pakistan presenti in India per lasciare il Paese. A ciò si aggiunge anche la decisione di ridurre la presenza diplomatica indiana in Pakistan. Ma ad aver fatto più scalpore è stata la sospensione da parte dell’India del trattato delle acque dell’Indo in vigore da quasi 65 anni. Un accordo che non è mai stato messo in discussione, neanche durante le guerre tra India e Pakistan e che prevede la condivisione tra i due Paesi delle acque del fiume Indo e dei suoi affluenti. In particolare, il trattato del 1960 sorto con la mediazione della Banca mondiale, garantisce a New Delhi l’uso delle acque di tre fiumi orientali: Sutlej, Beas e Ravi; mentre a Islamabad è stato consentito l’uso dell’oro blu di tre corsi d’acqua occidentali quindi Indo, Jhelum e Chenab. La decisione indiana è senza precedenti, visto anche che il ritiro o la sospensione unilaterale non sono nemmeno contemplati nel trattato. E gli effetti maggiori peseranno inevitabilmente sul sistema agricolo pakistano, visto che non arriveranno da New Delhi i dati sul rilascio di acqua o informazioni sulle inondazioni. La replica da parte del ministro dell’Energia del Pakistan, Awais Lekhari, è stata immediata, con la sospensione che è stata vista come «un atto di guerra per l’acqua, una mossa codarda e illegale». E ieri pomeriggio è stato convocato in Pakistan un Comitato per la sicurezza nazionale per discutere su come meglio rispondere alle misure indiane.
Oltre a sostenere l’assenza di prove sulla responsabilità pakistana dell’attacco, il comunicato di Islamabad, definendo le scelte di New Delhi come «unilaterali, ingiuste, motivate politicamente, estremamente irresponsabili e prive di legalità», ha annunciato la chiusura dello spazio aereo per le compagnie aeree indiane. Ma ha anche sospeso gli accordi bilaterali e il commercio con l’India, ha chiuso il valico di frontiera di Wagah e ha annullato i visti ai cittadini indiani. Il personale diplomatico di New Delhi dovrà ridurre la propria presenza in Pakistan entro la fine del mese, mentre a dover abbandonare completamente il territorio pakistano saranno i consiglieri indiani per la difesa, la marina e l’aviazione. Sempre nella nota di Islamabad si legge anche che «ogni minaccia alla sovranità del Pakistan e alla sicurezza del suo popolo sarà affrontata con misure dure in tutti i settori». E nel rifiutare la sospensione del trattato sulle acque, l’ufficio del primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, ha reso noto che ogni tentativo di fermare o deviare l’acqua «verrà considerato come un atto di guerra».
I serbi di Bosnia sulle barricate. Fallisce l’arresto del leader Dodik
La tensione resta altissima a Sarajevo Est dopo il tentativo da parte della polizia di stato della Bosnia ( Sipa) di arrestare Milorad Dodik, presidente della Repubblica Serba autonoma della Bosnia (Republika Srpska). La magistratura bosniaca aveva emesso nelle settimane scorse un mandato di arresto per attentato all’ordine costituzionale, ma al tentativo di cattura le forze di polizia della Repubblica Srpska si sono opposte, circondando l’edificio e mettendo Dodik sotto custodia. Gli agenti bosniaci non hanno tentato di entrare con la forza nell’edificio governativo, rinunciando di fatto a eseguire il mandato di arresto. Nei giorni scorsi Milorad Dodik ha continuato a viaggiare indisturbato nelle regioni a maggioranza serba, incontrando sindaci e amministratori e dichiarando più volte che il mandato nei suoi confronti non era valido e che non avrebbe tollerato intromissioni da parte della polizia bosniaca.
Il leader serbo-bosniaco vanta un rapporto molto forte con Russia e Serbia ed è un fiero sostenitore dell’indipendenza della Republika Srpska.
Nel sobborgo di Sarajevo Est, a pochi chilometri dalla capitale bosniaca, si sono radunate centinaia di persone per sostenere Dodik dicendosi pronte a difenderlo. La televisione serbo-bosniaca ha riferito che gli agenti del Sipa se ne sono andati dopo aver parlato con la polizia di Sarajevo Est, ma non sono state rilasciate dichiarazioni ufficiali sul caso. In un post su X Milorad Dodik ha dichiarato: «Questa è la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina e la Sipa ha infranto la legge. Mi sento bene e al sicuro. Non ho intenzione di lasciare questa struttura sotto pressione. La polizia della Republika Sprska non si tirerà indietro di fronte a nessuna sfida quando si tratterà di difendere le istituzioni e la Costituzione. Sarajevo sta cercando di aggravare la crisi con menzogne e di portare a un’ escalation della situazione, ma non ci riuscirà». Il leader della minoranza serba, nonostante la condanna a un anno e l’interdizione dalla politica per sei anni, non si è mai fermato e questo incidente ha rafforzato la sua figura nella popolazione serba di Bosnia. In un’accorata conferenza stampa Dodik ha attaccato nuovamente l’Alto rappresentante internazionale in Bosnia-Erzegovina, Christian Schmidt, ribadendo che non ne riconosce l’autorità e accusandolo di essere il vero responsabile della campagna denigratoria nei suoi confronti. Il tribunale bosniaco ha emesso mandati di arresto anche per il primo ministro della Republika Srpska, Radovan Viskovic, e per il capo del Parlamento, Nenad Stevandic, tutti per attentato all’ordine costituzionale. Dodik ha poi dichiarato che sono oltre 30 anni che i serbi di Bosnia subiscono attacchi politici che mirano a negare la loro identità e che se le cose non cambieranno l’indipendenza sarà l’unica strada percorribile.
Da Belgrado intanto sono arrivate parole di solidarietà per Milorad Dodik, che ha un rapporto molto stretto con il presidente serbo, Aleksandar Vucic, tanto da confermare la propria presenza congiunta il 9 maggio a Mosca per l’anniversario della vittoria della seconda guerra mondiale.
La Republika Srpska occupa il 49% del territorio della Bosnia ed Erzegovina, con il 33% della popolazione, di cui i serbi rappresentano circa il 90%. La sua storia inizia con lo smembramento della Yugoslavia e con una lunga e feroce guerra terminata nel 1995 con gli accordi di Dayton, ma che non hanno mai risolto i problemi di convivenza fra i due principali gruppi etnici.
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Dopo l’attacco a Pahalgam, attribuito a fondamentalisti del Paese confinante, Nuova Delhi ha sospeso l’accordo per la condivisione dei flussi irrigui dall’Indo. Stretta pure sui visti. Islamabad chiude lo spazio aereo: «Qualunque intervento sul fiume è un atto ostile».Il presidente della Repubblica Srpska Milorad Dodik, condannato, minaccia Sarajevo di secessione.Lo speciale contiene due articoli.L’attacco terroristico a Pahalgam, nel Kashmir indiano, questa settimana ha avuto un effetto domino sulle già complicate relazioni tra India e Pakistan. Entrambe potenze nucleari. E dopo un rapido declassamento dei rapporti diplomatici, ora si teme persino un’escalation militare. New Delhi, che ritiene Islamabad responsabile, da mercoledì sera ha sospeso unilateralmente un trattato fondamentale per la condivisione delle acque, ha chiuso il principale valico tra i due Paesi e ha anche annunciato l’espulsione dei cittadini pakistani entro il 29 aprile. Non si è fatta attendere la risposta di Islamabad che, respingendo le accuse, ha annunciato ieri alcune contromisure tra cui la chiusura dello spazio aereo alle compagnie aeree indiane.Facendo un passo indietro, la miccia, come già accennato, è stato un attentato lo scorso martedì che ha lasciato una scia di 26 morti, tutti uomini, di cui 25 indiani e un cittadino del Nepal. Il teatro dell’attacco, Pahalgam, è una nota meta turistica nel territorio indiano del Kashmir. E quando gli autori dell’attacco hanno aperto il fuoco erano presenti circa 1.000 persone secondo quanto riportato dalle autorità. Il luogo, con la caccia agli attentatori, si è subito svuotato di turisti ed è stato inondato da centinaia di agenti di sicurezza che hanno fermato ben 1.500 persone per interrogarle. Secondo diversi media l’attentato sarebbe stato rivendicato dal Resistance Front (Trf). Si tratta di un’organizzazione nata nel 2019 da una costola del gruppo terroristico islamico Lashkar-e-Taiba e dal 2023 rientra nella lista dei terroristi per il governo indiano. Ma sono stati anche sollevati dubbi sulla paternità dell’attentato. Per esempio, la Bbc spiega che il comunicato attribuito a Trf non ha alcuni elementi caratteristici come il logo e il nome stesso dell’organizzazione. Si tratterebbe quindi di un comportamento abbastanza inusuale per Trf. Ciò nonostante, ieri la polizia indiana ha avvisato di essere a conoscenza dell’identità di tre dei quattro presunti autori dell’attacco. Due di questi sono cittadini pakistani. Il primo ministro indiano, Narendra Modi, durante un discorso pubblico nello Stato nordorientale del Bihar, ha dichiarato ieri: «L’India identificherà, perseguirà e punirà i terroristi e coloro che li sostengono», promettendo di raggiungerli «fino in capo al mondo». Ritenendo quindi il Pakistan responsabile, l’India a distanza di 24 ore dall’attacco terroristico ha chiuso il valico più importante per il commercio con il vicino, ha deciso di espellere i pakistani ee ha dato una settimana di tempo ai consiglieri della Difesa del Pakistan presenti in India per lasciare il Paese. A ciò si aggiunge anche la decisione di ridurre la presenza diplomatica indiana in Pakistan. Ma ad aver fatto più scalpore è stata la sospensione da parte dell’India del trattato delle acque dell’Indo in vigore da quasi 65 anni. Un accordo che non è mai stato messo in discussione, neanche durante le guerre tra India e Pakistan e che prevede la condivisione tra i due Paesi delle acque del fiume Indo e dei suoi affluenti. In particolare, il trattato del 1960 sorto con la mediazione della Banca mondiale, garantisce a New Delhi l’uso delle acque di tre fiumi orientali: Sutlej, Beas e Ravi; mentre a Islamabad è stato consentito l’uso dell’oro blu di tre corsi d’acqua occidentali quindi Indo, Jhelum e Chenab. La decisione indiana è senza precedenti, visto anche che il ritiro o la sospensione unilaterale non sono nemmeno contemplati nel trattato. E gli effetti maggiori peseranno inevitabilmente sul sistema agricolo pakistano, visto che non arriveranno da New Delhi i dati sul rilascio di acqua o informazioni sulle inondazioni. La replica da parte del ministro dell’Energia del Pakistan, Awais Lekhari, è stata immediata, con la sospensione che è stata vista come «un atto di guerra per l’acqua, una mossa codarda e illegale». E ieri pomeriggio è stato convocato in Pakistan un Comitato per la sicurezza nazionale per discutere su come meglio rispondere alle misure indiane. Oltre a sostenere l’assenza di prove sulla responsabilità pakistana dell’attacco, il comunicato di Islamabad, definendo le scelte di New Delhi come «unilaterali, ingiuste, motivate politicamente, estremamente irresponsabili e prive di legalità», ha annunciato la chiusura dello spazio aereo per le compagnie aeree indiane. Ma ha anche sospeso gli accordi bilaterali e il commercio con l’India, ha chiuso il valico di frontiera di Wagah e ha annullato i visti ai cittadini indiani. Il personale diplomatico di New Delhi dovrà ridurre la propria presenza in Pakistan entro la fine del mese, mentre a dover abbandonare completamente il territorio pakistano saranno i consiglieri indiani per la difesa, la marina e l’aviazione. Sempre nella nota di Islamabad si legge anche che «ogni minaccia alla sovranità del Pakistan e alla sicurezza del suo popolo sarà affrontata con misure dure in tutti i settori». E nel rifiutare la sospensione del trattato sulle acque, l’ufficio del primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, ha reso noto che ogni tentativo di fermare o deviare l’acqua «verrà considerato come un atto di guerra».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/india-pakistan-acqua-2671840733.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-serbi-di-bosnia-sulle-barricate-fallisce-larresto-del-leader-dodik" data-post-id="2671840733" data-published-at="1745526356" data-use-pagination="False"> I serbi di Bosnia sulle barricate. Fallisce l’arresto del leader Dodik La tensione resta altissima a Sarajevo Est dopo il tentativo da parte della polizia di stato della Bosnia ( Sipa) di arrestare Milorad Dodik, presidente della Repubblica Serba autonoma della Bosnia (Republika Srpska). La magistratura bosniaca aveva emesso nelle settimane scorse un mandato di arresto per attentato all’ordine costituzionale, ma al tentativo di cattura le forze di polizia della Repubblica Srpska si sono opposte, circondando l’edificio e mettendo Dodik sotto custodia. Gli agenti bosniaci non hanno tentato di entrare con la forza nell’edificio governativo, rinunciando di fatto a eseguire il mandato di arresto. Nei giorni scorsi Milorad Dodik ha continuato a viaggiare indisturbato nelle regioni a maggioranza serba, incontrando sindaci e amministratori e dichiarando più volte che il mandato nei suoi confronti non era valido e che non avrebbe tollerato intromissioni da parte della polizia bosniaca. Il leader serbo-bosniaco vanta un rapporto molto forte con Russia e Serbia ed è un fiero sostenitore dell’indipendenza della Republika Srpska. Nel sobborgo di Sarajevo Est, a pochi chilometri dalla capitale bosniaca, si sono radunate centinaia di persone per sostenere Dodik dicendosi pronte a difenderlo. La televisione serbo-bosniaca ha riferito che gli agenti del Sipa se ne sono andati dopo aver parlato con la polizia di Sarajevo Est, ma non sono state rilasciate dichiarazioni ufficiali sul caso. In un post su X Milorad Dodik ha dichiarato: «Questa è la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina e la Sipa ha infranto la legge. Mi sento bene e al sicuro. Non ho intenzione di lasciare questa struttura sotto pressione. La polizia della Republika Sprska non si tirerà indietro di fronte a nessuna sfida quando si tratterà di difendere le istituzioni e la Costituzione. Sarajevo sta cercando di aggravare la crisi con menzogne e di portare a un’ escalation della situazione, ma non ci riuscirà». Il leader della minoranza serba, nonostante la condanna a un anno e l’interdizione dalla politica per sei anni, non si è mai fermato e questo incidente ha rafforzato la sua figura nella popolazione serba di Bosnia. In un’accorata conferenza stampa Dodik ha attaccato nuovamente l’Alto rappresentante internazionale in Bosnia-Erzegovina, Christian Schmidt, ribadendo che non ne riconosce l’autorità e accusandolo di essere il vero responsabile della campagna denigratoria nei suoi confronti. Il tribunale bosniaco ha emesso mandati di arresto anche per il primo ministro della Republika Srpska, Radovan Viskovic, e per il capo del Parlamento, Nenad Stevandic, tutti per attentato all’ordine costituzionale. Dodik ha poi dichiarato che sono oltre 30 anni che i serbi di Bosnia subiscono attacchi politici che mirano a negare la loro identità e che se le cose non cambieranno l’indipendenza sarà l’unica strada percorribile. Da Belgrado intanto sono arrivate parole di solidarietà per Milorad Dodik, che ha un rapporto molto stretto con il presidente serbo, Aleksandar Vucic, tanto da confermare la propria presenza congiunta il 9 maggio a Mosca per l’anniversario della vittoria della seconda guerra mondiale. La Republika Srpska occupa il 49% del territorio della Bosnia ed Erzegovina, con il 33% della popolazione, di cui i serbi rappresentano circa il 90%. La sua storia inizia con lo smembramento della Yugoslavia e con una lunga e feroce guerra terminata nel 1995 con gli accordi di Dayton, ma che non hanno mai risolto i problemi di convivenza fra i due principali gruppi etnici.
Il rapporto di costante collaborazione tra la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Brindisi, Lecce e Taranto, il Reparto Operativo Aeronavale di Bari e la Sezione Operativa Navale della Guardia di Finanza di Gallipoli ha consentito, nel mese di giugno 2025, di individuati i resti di una grande imbarcazione di età romana che si è inabissata nelle acque del Mar Ionio.
La scoperta è avvenuta nel corso delle normali attività di controllo in mare condotte dalla Guardia di Finanza con l’uso delle più sofisticate strumentazioni di bordo, che hanno rilevato la presenza di un’anomalia sul fondale. Dopo le immersioni del personale specializzato del Corpo in forza al II° Nucleo Sommozzatori di Taranto assieme alla Soprintendenza hanno rivelato la presenza di un relitto di una grande nave oneraria di epoca tardo-imperiale con il suo carico di anfore.
L’esigenza di assicurare la tutela dell’importante reperto ha determinato la scelta di mantenere il massimo riserbo sul ritrovamento per scongiurare il rischio di saccheggio e per preservare il potenziale informativo custodito nel relitto, in attesa di mettere a punto la migliore strategia d’intervento. L’area, fin dal momento della scoperta, è stata sottoposta a costante monitoraggio da parte della Sezione Operativa Navale della Guardia di Finanza di Gallipoli.
La Soprintendenza si è subito attivata per il reperimento dei fondi necessari a pianificare ed eseguire gli interventi di documentazione, indagine archeologica e messa in sicurezza del relitto. La notizia, da poco apparsa sui quotidiani, relativa all’assegnazione delle risorse per 780.000 euro da parte del Consiglio Superiore dei Beni culturali e paesaggistici, a valere sui fondi della Legge 190/2014, ha di fatto anticipato la comunicazione dell’avvio dell’azione che vede coinvolte la Guardia di Finanza e la Soprintendenza per le operazioni di ricerca archeologica e di tutela del patrimonio sommerso.
Anche questo intervento di recupero, come quello condotto nelle acque di Ugento nello scorso mese di luglio, si inserisce perfettamente nello spirito della recente sottoscrizione del Protocollo di intesa relativo ai rapporti di collaborazione tra Ministero della cultura e la Guardia di Finanza a partire dal 2025 tra il Ministro della cultura Alessandro Giuli e il Comandante Generale Andrea De Gennaro.
Grazie alla proficua collaborazione tra la Soprintendenza e il Reparto Operativo Aeronavale di Bari della Guardia di Finanza che metterà a disposizione i mezzi navali della Sezione operativa navale di Gallipoli e le professionalità subacquee e con la Soprintendenza nazionale per il patrimonio culturale subacqueo di Taranto, prossimamente inizieranno le attività di ricognizione sistematica e documentazione del relitto con le più moderne metodologie di indagine. Le attività saranno propedeutiche alla pianificazione dell'intervento di scavo archeologico subacqueo per il corretto recupero del carico e per le delicate attività conservative da eseguire sui reperti e sui resti dell’imbarcazione antica, in linea con i principi della convenzione Unesco per la Protezione del Patrimonio Culturale Subacqueo.
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Nel 2025 la Commissione europea ha emanato 1.456 atti giuridici: in gran parte atti di esecuzione (1.196), oltre a 21 direttive, 102 regolamenti e 137 atti delegati. A sviscerare i numeri è uno studio di Gesamtmetall, un’associazione tedesca dell’industria metalmeccanica, riportato negli scorsi giorni dalla testata Welt am Sonntag.
I numeri rivelano non solo che il 2025 è stato l’anno dei record, ma anche che la precedente Commissione, tra il 2019 e il 2024, sempre a trazione Ursula, ha superato i suoi due precedenti predecessori. Eppure, lo scorso anno, la stessa Von der Leyen aveva promesso una riduzione «senza precedenti» delle normative.
«L’attuale Commissione europea promette costantemente agevolazioni per le imprese». Sono le accuse di Oliver Zander, direttore generale di Gesamtmetall. «Ma ancora una volta le aspettative sono state deluse». Tirando le somme, in effetti, Bruxelles grava le aziende mediamente con quattro nuovi atti normativi al giorno. «Questo è l’opposto di una semplificazione burocratica e molte aziende riescono a malapena a stare al passo con l’attuazione», ha concluso Zander.
Nell’epicentro delle polemiche sono finiti i 137 atti delegati. Si tratta di modifiche e integrazioni di dettagli tecnici a leggi esistenti, formulate dalla Commissione europea in piena autonomia. «Si tratta di un ambito di azione a Bruxelles che non è assolutamente soggetto a controlli democratici», ha spiegato a Welt am Sonntag Günter Verheugen, ex commissario europeo. «I burocrati si riuniscono e decidono su qualcosa che riguarda la vita di milioni di persone e migliaia di aziende in tutta Europa». Per Verheugen, quindi, l’operato di Von der Leyen avviene in una zona grigia, al riparo da ogni critica e controllo. «La Commissione naturalmente gradisce che sia così, ma considero questo processo molto preoccupante».
Immediata la replica di un portavoce della Commissione che ha vantato, anzi, dieci proposte di semplificazione avanzate nel 2025 e presumibilmente capaci di tagliare costi amministrativi per 15 miliardi di euro nel prossimo futuro. Ciò si tradurrebbe in una riduzione del 25% dei costi amministrativi (e del 35% per le piccole e medie imprese).
Guardando sempre al domani, il portavoce ha annunciato l’avvio di uno «stress test per gli atti delegati e di esecuzione», spiegando che, così, «circa il 30% di questi atti originariamente previsti per il 2026 viene rinviato. Ciò potrebbe portare al loro annullamento». Ad ogni modo, la sottolineatura del portavoce, «ciò che conta è il concreto sollievo per le imprese, non il numero di atti giuridici proposti».
Adesso, però, perfino il fronte europeista non si accontenta delle promesse e delle arrampicate dialettiche di Bruxelles. «L’Unione europea è diventata un luogo di eccessiva regolamentazione, non è così che l’avevamo immaginata e deve cambiare radicalmente», ha dichiarato venerdì scorso Michael Kretschmer, presidente della Sassonia e membro della Cdu. «La Germania è frenata da una moltitudine di vincoli. L’economia ha bisogno di più libertà».
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