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2025-04-25
India e Pakistan quasi in guerra per l’acqua
Protesta a Karachi contro la sospensione da parte del governo di Delhi del trattato sulla distribuzione dell'acqua (Getty Images)
L’attacco terroristico a Pahalgam, nel Kashmir indiano, questa settimana ha avuto un effetto domino sulle già complicate relazioni tra India e Pakistan. Entrambe potenze nucleari. E dopo un rapido declassamento dei rapporti diplomatici, ora si teme persino un’escalation militare. New Delhi, che ritiene Islamabad responsabile, da mercoledì sera ha sospeso unilateralmente un trattato fondamentale per la condivisione delle acque, ha chiuso il principale valico tra i due Paesi e ha anche annunciato l’espulsione dei cittadini pakistani entro il 29 aprile. Non si è fatta attendere la risposta di Islamabad che, respingendo le accuse, ha annunciato ieri alcune contromisure tra cui la chiusura dello spazio aereo alle compagnie aeree indiane.
Facendo un passo indietro, la miccia, come già accennato, è stato un attentato lo scorso martedì che ha lasciato una scia di 26 morti, tutti uomini, di cui 25 indiani e un cittadino del Nepal. Il teatro dell’attacco, Pahalgam, è una nota meta turistica nel territorio indiano del Kashmir. E quando gli autori dell’attacco hanno aperto il fuoco erano presenti circa 1.000 persone secondo quanto riportato dalle autorità. Il luogo, con la caccia agli attentatori, si è subito svuotato di turisti ed è stato inondato da centinaia di agenti di sicurezza che hanno fermato ben 1.500 persone per interrogarle. Secondo diversi media l’attentato sarebbe stato rivendicato dal Resistance Front (Trf). Si tratta di un’organizzazione nata nel 2019 da una costola del gruppo terroristico islamico Lashkar-e-Taiba e dal 2023 rientra nella lista dei terroristi per il governo indiano. Ma sono stati anche sollevati dubbi sulla paternità dell’attentato. Per esempio, la Bbc spiega che il comunicato attribuito a Trf non ha alcuni elementi caratteristici come il logo e il nome stesso dell’organizzazione. Si tratterebbe quindi di un comportamento abbastanza inusuale per Trf. Ciò nonostante, ieri la polizia indiana ha avvisato di essere a conoscenza dell’identità di tre dei quattro presunti autori dell’attacco. Due di questi sono cittadini pakistani.
Il primo ministro indiano, Narendra Modi, durante un discorso pubblico nello Stato nordorientale del Bihar, ha dichiarato ieri: «L’India identificherà, perseguirà e punirà i terroristi e coloro che li sostengono», promettendo di raggiungerli «fino in capo al mondo». Ritenendo quindi il Pakistan responsabile, l’India a distanza di 24 ore dall’attacco terroristico ha chiuso il valico più importante per il commercio con il vicino, ha deciso di espellere i pakistani ee ha dato una settimana di tempo ai consiglieri della Difesa del Pakistan presenti in India per lasciare il Paese. A ciò si aggiunge anche la decisione di ridurre la presenza diplomatica indiana in Pakistan. Ma ad aver fatto più scalpore è stata la sospensione da parte dell’India del trattato delle acque dell’Indo in vigore da quasi 65 anni. Un accordo che non è mai stato messo in discussione, neanche durante le guerre tra India e Pakistan e che prevede la condivisione tra i due Paesi delle acque del fiume Indo e dei suoi affluenti. In particolare, il trattato del 1960 sorto con la mediazione della Banca mondiale, garantisce a New Delhi l’uso delle acque di tre fiumi orientali: Sutlej, Beas e Ravi; mentre a Islamabad è stato consentito l’uso dell’oro blu di tre corsi d’acqua occidentali quindi Indo, Jhelum e Chenab. La decisione indiana è senza precedenti, visto anche che il ritiro o la sospensione unilaterale non sono nemmeno contemplati nel trattato. E gli effetti maggiori peseranno inevitabilmente sul sistema agricolo pakistano, visto che non arriveranno da New Delhi i dati sul rilascio di acqua o informazioni sulle inondazioni. La replica da parte del ministro dell’Energia del Pakistan, Awais Lekhari, è stata immediata, con la sospensione che è stata vista come «un atto di guerra per l’acqua, una mossa codarda e illegale». E ieri pomeriggio è stato convocato in Pakistan un Comitato per la sicurezza nazionale per discutere su come meglio rispondere alle misure indiane.
Oltre a sostenere l’assenza di prove sulla responsabilità pakistana dell’attacco, il comunicato di Islamabad, definendo le scelte di New Delhi come «unilaterali, ingiuste, motivate politicamente, estremamente irresponsabili e prive di legalità», ha annunciato la chiusura dello spazio aereo per le compagnie aeree indiane. Ma ha anche sospeso gli accordi bilaterali e il commercio con l’India, ha chiuso il valico di frontiera di Wagah e ha annullato i visti ai cittadini indiani. Il personale diplomatico di New Delhi dovrà ridurre la propria presenza in Pakistan entro la fine del mese, mentre a dover abbandonare completamente il territorio pakistano saranno i consiglieri indiani per la difesa, la marina e l’aviazione. Sempre nella nota di Islamabad si legge anche che «ogni minaccia alla sovranità del Pakistan e alla sicurezza del suo popolo sarà affrontata con misure dure in tutti i settori». E nel rifiutare la sospensione del trattato sulle acque, l’ufficio del primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, ha reso noto che ogni tentativo di fermare o deviare l’acqua «verrà considerato come un atto di guerra».
I serbi di Bosnia sulle barricate. Fallisce l’arresto del leader Dodik
La tensione resta altissima a Sarajevo Est dopo il tentativo da parte della polizia di stato della Bosnia ( Sipa) di arrestare Milorad Dodik, presidente della Repubblica Serba autonoma della Bosnia (Republika Srpska). La magistratura bosniaca aveva emesso nelle settimane scorse un mandato di arresto per attentato all’ordine costituzionale, ma al tentativo di cattura le forze di polizia della Repubblica Srpska si sono opposte, circondando l’edificio e mettendo Dodik sotto custodia. Gli agenti bosniaci non hanno tentato di entrare con la forza nell’edificio governativo, rinunciando di fatto a eseguire il mandato di arresto. Nei giorni scorsi Milorad Dodik ha continuato a viaggiare indisturbato nelle regioni a maggioranza serba, incontrando sindaci e amministratori e dichiarando più volte che il mandato nei suoi confronti non era valido e che non avrebbe tollerato intromissioni da parte della polizia bosniaca.
Il leader serbo-bosniaco vanta un rapporto molto forte con Russia e Serbia ed è un fiero sostenitore dell’indipendenza della Republika Srpska.
Nel sobborgo di Sarajevo Est, a pochi chilometri dalla capitale bosniaca, si sono radunate centinaia di persone per sostenere Dodik dicendosi pronte a difenderlo. La televisione serbo-bosniaca ha riferito che gli agenti del Sipa se ne sono andati dopo aver parlato con la polizia di Sarajevo Est, ma non sono state rilasciate dichiarazioni ufficiali sul caso. In un post su X Milorad Dodik ha dichiarato: «Questa è la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina e la Sipa ha infranto la legge. Mi sento bene e al sicuro. Non ho intenzione di lasciare questa struttura sotto pressione. La polizia della Republika Sprska non si tirerà indietro di fronte a nessuna sfida quando si tratterà di difendere le istituzioni e la Costituzione. Sarajevo sta cercando di aggravare la crisi con menzogne e di portare a un’ escalation della situazione, ma non ci riuscirà». Il leader della minoranza serba, nonostante la condanna a un anno e l’interdizione dalla politica per sei anni, non si è mai fermato e questo incidente ha rafforzato la sua figura nella popolazione serba di Bosnia. In un’accorata conferenza stampa Dodik ha attaccato nuovamente l’Alto rappresentante internazionale in Bosnia-Erzegovina, Christian Schmidt, ribadendo che non ne riconosce l’autorità e accusandolo di essere il vero responsabile della campagna denigratoria nei suoi confronti. Il tribunale bosniaco ha emesso mandati di arresto anche per il primo ministro della Republika Srpska, Radovan Viskovic, e per il capo del Parlamento, Nenad Stevandic, tutti per attentato all’ordine costituzionale. Dodik ha poi dichiarato che sono oltre 30 anni che i serbi di Bosnia subiscono attacchi politici che mirano a negare la loro identità e che se le cose non cambieranno l’indipendenza sarà l’unica strada percorribile.
Da Belgrado intanto sono arrivate parole di solidarietà per Milorad Dodik, che ha un rapporto molto stretto con il presidente serbo, Aleksandar Vucic, tanto da confermare la propria presenza congiunta il 9 maggio a Mosca per l’anniversario della vittoria della seconda guerra mondiale.
La Republika Srpska occupa il 49% del territorio della Bosnia ed Erzegovina, con il 33% della popolazione, di cui i serbi rappresentano circa il 90%. La sua storia inizia con lo smembramento della Yugoslavia e con una lunga e feroce guerra terminata nel 1995 con gli accordi di Dayton, ma che non hanno mai risolto i problemi di convivenza fra i due principali gruppi etnici.
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Dopo l’attacco a Pahalgam, attribuito a fondamentalisti del Paese confinante, Nuova Delhi ha sospeso l’accordo per la condivisione dei flussi irrigui dall’Indo. Stretta pure sui visti. Islamabad chiude lo spazio aereo: «Qualunque intervento sul fiume è un atto ostile».Il presidente della Repubblica Srpska Milorad Dodik, condannato, minaccia Sarajevo di secessione.Lo speciale contiene due articoli.L’attacco terroristico a Pahalgam, nel Kashmir indiano, questa settimana ha avuto un effetto domino sulle già complicate relazioni tra India e Pakistan. Entrambe potenze nucleari. E dopo un rapido declassamento dei rapporti diplomatici, ora si teme persino un’escalation militare. New Delhi, che ritiene Islamabad responsabile, da mercoledì sera ha sospeso unilateralmente un trattato fondamentale per la condivisione delle acque, ha chiuso il principale valico tra i due Paesi e ha anche annunciato l’espulsione dei cittadini pakistani entro il 29 aprile. Non si è fatta attendere la risposta di Islamabad che, respingendo le accuse, ha annunciato ieri alcune contromisure tra cui la chiusura dello spazio aereo alle compagnie aeree indiane.Facendo un passo indietro, la miccia, come già accennato, è stato un attentato lo scorso martedì che ha lasciato una scia di 26 morti, tutti uomini, di cui 25 indiani e un cittadino del Nepal. Il teatro dell’attacco, Pahalgam, è una nota meta turistica nel territorio indiano del Kashmir. E quando gli autori dell’attacco hanno aperto il fuoco erano presenti circa 1.000 persone secondo quanto riportato dalle autorità. Il luogo, con la caccia agli attentatori, si è subito svuotato di turisti ed è stato inondato da centinaia di agenti di sicurezza che hanno fermato ben 1.500 persone per interrogarle. Secondo diversi media l’attentato sarebbe stato rivendicato dal Resistance Front (Trf). Si tratta di un’organizzazione nata nel 2019 da una costola del gruppo terroristico islamico Lashkar-e-Taiba e dal 2023 rientra nella lista dei terroristi per il governo indiano. Ma sono stati anche sollevati dubbi sulla paternità dell’attentato. Per esempio, la Bbc spiega che il comunicato attribuito a Trf non ha alcuni elementi caratteristici come il logo e il nome stesso dell’organizzazione. Si tratterebbe quindi di un comportamento abbastanza inusuale per Trf. Ciò nonostante, ieri la polizia indiana ha avvisato di essere a conoscenza dell’identità di tre dei quattro presunti autori dell’attacco. Due di questi sono cittadini pakistani. Il primo ministro indiano, Narendra Modi, durante un discorso pubblico nello Stato nordorientale del Bihar, ha dichiarato ieri: «L’India identificherà, perseguirà e punirà i terroristi e coloro che li sostengono», promettendo di raggiungerli «fino in capo al mondo». Ritenendo quindi il Pakistan responsabile, l’India a distanza di 24 ore dall’attacco terroristico ha chiuso il valico più importante per il commercio con il vicino, ha deciso di espellere i pakistani ee ha dato una settimana di tempo ai consiglieri della Difesa del Pakistan presenti in India per lasciare il Paese. A ciò si aggiunge anche la decisione di ridurre la presenza diplomatica indiana in Pakistan. Ma ad aver fatto più scalpore è stata la sospensione da parte dell’India del trattato delle acque dell’Indo in vigore da quasi 65 anni. Un accordo che non è mai stato messo in discussione, neanche durante le guerre tra India e Pakistan e che prevede la condivisione tra i due Paesi delle acque del fiume Indo e dei suoi affluenti. In particolare, il trattato del 1960 sorto con la mediazione della Banca mondiale, garantisce a New Delhi l’uso delle acque di tre fiumi orientali: Sutlej, Beas e Ravi; mentre a Islamabad è stato consentito l’uso dell’oro blu di tre corsi d’acqua occidentali quindi Indo, Jhelum e Chenab. La decisione indiana è senza precedenti, visto anche che il ritiro o la sospensione unilaterale non sono nemmeno contemplati nel trattato. E gli effetti maggiori peseranno inevitabilmente sul sistema agricolo pakistano, visto che non arriveranno da New Delhi i dati sul rilascio di acqua o informazioni sulle inondazioni. La replica da parte del ministro dell’Energia del Pakistan, Awais Lekhari, è stata immediata, con la sospensione che è stata vista come «un atto di guerra per l’acqua, una mossa codarda e illegale». E ieri pomeriggio è stato convocato in Pakistan un Comitato per la sicurezza nazionale per discutere su come meglio rispondere alle misure indiane. Oltre a sostenere l’assenza di prove sulla responsabilità pakistana dell’attacco, il comunicato di Islamabad, definendo le scelte di New Delhi come «unilaterali, ingiuste, motivate politicamente, estremamente irresponsabili e prive di legalità», ha annunciato la chiusura dello spazio aereo per le compagnie aeree indiane. Ma ha anche sospeso gli accordi bilaterali e il commercio con l’India, ha chiuso il valico di frontiera di Wagah e ha annullato i visti ai cittadini indiani. Il personale diplomatico di New Delhi dovrà ridurre la propria presenza in Pakistan entro la fine del mese, mentre a dover abbandonare completamente il territorio pakistano saranno i consiglieri indiani per la difesa, la marina e l’aviazione. Sempre nella nota di Islamabad si legge anche che «ogni minaccia alla sovranità del Pakistan e alla sicurezza del suo popolo sarà affrontata con misure dure in tutti i settori». E nel rifiutare la sospensione del trattato sulle acque, l’ufficio del primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, ha reso noto che ogni tentativo di fermare o deviare l’acqua «verrà considerato come un atto di guerra».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/india-pakistan-acqua-2671840733.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-serbi-di-bosnia-sulle-barricate-fallisce-larresto-del-leader-dodik" data-post-id="2671840733" data-published-at="1745526356" data-use-pagination="False"> I serbi di Bosnia sulle barricate. Fallisce l’arresto del leader Dodik La tensione resta altissima a Sarajevo Est dopo il tentativo da parte della polizia di stato della Bosnia ( Sipa) di arrestare Milorad Dodik, presidente della Repubblica Serba autonoma della Bosnia (Republika Srpska). La magistratura bosniaca aveva emesso nelle settimane scorse un mandato di arresto per attentato all’ordine costituzionale, ma al tentativo di cattura le forze di polizia della Repubblica Srpska si sono opposte, circondando l’edificio e mettendo Dodik sotto custodia. Gli agenti bosniaci non hanno tentato di entrare con la forza nell’edificio governativo, rinunciando di fatto a eseguire il mandato di arresto. Nei giorni scorsi Milorad Dodik ha continuato a viaggiare indisturbato nelle regioni a maggioranza serba, incontrando sindaci e amministratori e dichiarando più volte che il mandato nei suoi confronti non era valido e che non avrebbe tollerato intromissioni da parte della polizia bosniaca. Il leader serbo-bosniaco vanta un rapporto molto forte con Russia e Serbia ed è un fiero sostenitore dell’indipendenza della Republika Srpska. Nel sobborgo di Sarajevo Est, a pochi chilometri dalla capitale bosniaca, si sono radunate centinaia di persone per sostenere Dodik dicendosi pronte a difenderlo. La televisione serbo-bosniaca ha riferito che gli agenti del Sipa se ne sono andati dopo aver parlato con la polizia di Sarajevo Est, ma non sono state rilasciate dichiarazioni ufficiali sul caso. In un post su X Milorad Dodik ha dichiarato: «Questa è la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina e la Sipa ha infranto la legge. Mi sento bene e al sicuro. Non ho intenzione di lasciare questa struttura sotto pressione. La polizia della Republika Sprska non si tirerà indietro di fronte a nessuna sfida quando si tratterà di difendere le istituzioni e la Costituzione. Sarajevo sta cercando di aggravare la crisi con menzogne e di portare a un’ escalation della situazione, ma non ci riuscirà». Il leader della minoranza serba, nonostante la condanna a un anno e l’interdizione dalla politica per sei anni, non si è mai fermato e questo incidente ha rafforzato la sua figura nella popolazione serba di Bosnia. In un’accorata conferenza stampa Dodik ha attaccato nuovamente l’Alto rappresentante internazionale in Bosnia-Erzegovina, Christian Schmidt, ribadendo che non ne riconosce l’autorità e accusandolo di essere il vero responsabile della campagna denigratoria nei suoi confronti. Il tribunale bosniaco ha emesso mandati di arresto anche per il primo ministro della Republika Srpska, Radovan Viskovic, e per il capo del Parlamento, Nenad Stevandic, tutti per attentato all’ordine costituzionale. Dodik ha poi dichiarato che sono oltre 30 anni che i serbi di Bosnia subiscono attacchi politici che mirano a negare la loro identità e che se le cose non cambieranno l’indipendenza sarà l’unica strada percorribile. Da Belgrado intanto sono arrivate parole di solidarietà per Milorad Dodik, che ha un rapporto molto stretto con il presidente serbo, Aleksandar Vucic, tanto da confermare la propria presenza congiunta il 9 maggio a Mosca per l’anniversario della vittoria della seconda guerra mondiale. La Republika Srpska occupa il 49% del territorio della Bosnia ed Erzegovina, con il 33% della popolazione, di cui i serbi rappresentano circa il 90%. La sua storia inizia con lo smembramento della Yugoslavia e con una lunga e feroce guerra terminata nel 1995 con gli accordi di Dayton, ma che non hanno mai risolto i problemi di convivenza fra i due principali gruppi etnici.
Sul fronte macro, il conflitto che coinvolge Usa, Israele e Iran ha riacceso petrolio e gas, riportando al centro il rischio inflazione e la possibilità che la discesa dei tassi diventi più lenta e accidentata. «La situazione geopolitica fragile e il balzo energetico rischiano di mettere in difficoltà molte aziende, con possibili effetti a catena sul fronte dei prestiti e un aumento delle sofferenze», commenta Gaziano, «rendendo il percorso di riduzione dei tassi da parte delle banche centrali molto più accidentato del previsto. Uno scenario che lo stesso Donald Trump non può permettersi a lungo, visto il calo di gradimento tra i suoi sostenitori iniziali dovuto all’incertezza economica». Negli Usa la volatilità sostiene ancora trading e advisory; in Europa, invece, la maggiore dipendenza energetica rende il settore più esposto a uno choc prolungato.
«L’esposizione diretta delle banche europee al conflitto in Medio Oriente è molto limitata e si concentra essenzialmente negli Emirati Arabi Uniti, riguardando due istituti, Standard Chartered e Hsbc», aggiunge Jerome Legras, head of research Axiom Alternative Investments. «Dato ciò», continua, «il meccanismo di trasmissione del rischio dominante per gli istituti di credito del Vecchio continente è quello macroeconomico: uno choc dei prezzi del petrolio che si ripercuote sull’inflazione, sulle aspettative dei tassi di interesse e sulle condizioni di finanziamento in generale, piuttosto che tradursi in perdite dirette di bilancio. Sebbene i fattori geopolitici siano molto diversi, questo scenario macroeconomico non è dissimile da quello osservato durante le prime settimane della guerra in Ucraina. In quell’occasione, l’impatto sui tassi ha pesato di più rispetto a quello sulla qualità degli attivi, grazie alle ingenti riserve detenute dalle banche e ai loro criteri conservativi nella concessione dei prestiti. Resta da vedere se lo stesso vale per una guerra che probabilmente sarà molto più breve».
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Un secolo di storia, un racconto di famiglia, cultura e bollicine italiane: così Valdo ha celebrato a Milano i suoi primi cento anni. Il Teatro Gerolamo è diventato per un giorno il palcoscenico di un viaggio attraverso i riti sociali, le trasformazioni del gusto, una visione imprenditoriale e l’evoluzione di un prodotto che è diventato un’icona contemporanea.
È così che l’evento Cento anni di Valdo. Quando il Prosecco diventa cultura ha intrecciato narrazione corale, immagini e racconti, restituendo il Prosecco non solo come prodotto, ma come gesto conviviale, linguaggio sociale e simbolo di italianità.
A guidare il pubblico tra ricordi, aneddoti e visioni future è stato Pino Strabioli, conduttore televisivo e divulgatore di costume. Al suo fianco, Pierluigi Bolla, presidente di Valdo e seconda generazione alla guida dell’azienda, ha raccontato il percorso della famiglia e della società, affiancato dalla chef stellata Chiara Pavan e dal giornalista wine expert Giulio Somma. «Se dovessi rappresentare in una definizione la storia di Valdo direi: “una vita vivace”», ha spiegato Bolla, citando lo storico claim pubblicitario degli anni Novanta. «Valdo ha sempre guardato al cambiamento con ottimismo, portando, con la freschezza di un perlage unico, gioia e leggerezza anche nei momenti quotidiani». La storia della famiglia Bolla, partita da Albano che nel 1883 produceva vino per i propri ospiti a Soave, ha trovato continuità nella creazione di Valdo nel 1951, un nome e un brand capaci di coniugare tradizione e innovazione. L’azienda ha saputo anticipare i tempi e costruire uno stile vinicolo riconoscibile. «Dalle sperimentazioni sul metodo classico alle cuvée dedicate alla ristorazione, Valdo ha creato vini che raccontano una storia enologica significativa», ha sottolineato Somma. Per Chiara Pavan, il legame tra territorio e gusto è centrale: «Il prosecco è legato a una terra vocata, con sapori unici, ed è ideale per una cucina sostenibile e attenta alle materie prime».
Pierluigi Bolla
L’intervista esclusiva realizzata a margine con Pierluigi Bolla ha reso ancora più chiaro il filo rosso tra passato e futuro dell’azienda. «Innovazione e tradizione sono sempre stati un mantra per Valdo», spiega l'imprenditore. «Oggi abbiamo sfide importanti: lo sviluppo dell’azienda Magredi, nuovi vini e spumanti, e il progetto dello spumante no alcohol. Innovazione e tradizione sono i binari su cui l’azienda deve continuare a muoversi». Ma l’attualità impone anche di guardare con prudenza ai mercati internazionali. Bolla parla di una «tempesta perfetta»: dazi, svalutazione dell’euro e un cambiamento nei comportamenti dei consumatori globali. «Si produce più vino di quello che si consuma. Negli Stati Uniti e in Francia si stanno spiantando migliaia di ettari. La situazione è complessa e richiede esperienza, prudenza, visione e qualche scommessa». Nonostante le difficoltà, il presidente di Valdo mantiene un ottimismo realistico: «Bisogna navigare in tempesta con la consapevolezza del nostro DNA imprenditoriale: avere visione, essere ottimisti e fare scelte coraggiose. L’impegno è vincere, come abbiamo fatto per cento anni».
Il talk e l’intervista hanno anche esplorato la strada del Prosecco del futuro. Valdo Purø – Alcohol Free Blanc de Blancs rappresenta una sperimentazione significativa: il primo spumante analcolico dell’azienda, premiato con la medaglia d’oro al Berliner Wein Trophy. Un esempio di come Valdo sappia conciliare innovazione, identità storica e attenzione al mercato contemporaneo. La sostenibilità è un tema centrale, sia per la produzione del vino sia per la cucina. «Oggi la cucina è più sobria, concentrata sulla materia prima e attenta all’ambiente», spiega Pavan. «È proprio il rispetto del territorio e dell’ecosistema a permetterci di avere prodotti di qualità e sapori autentici». Il territorio rimane cuore pulsante dell’azienda: le colline di Conegliano e Valdobbiadene, patrimonio Unesco, continuano a offrire la miglior espressione della Glera, interpretata con competenza e spirito innovativo. L’acquisizione di nuovi vigneti nelle Grave del Friuli amplia le possibilità di sperimentazione, tra metodo Charmat, classico e vini fermi.
La celebrazione del centenario non è solo memoria, ma impegno verso il futuro. Bolla sottolinea l’importanza di gestire la crescita in un mercato maturo, senza inseguire mode ma guidando il proprio percorso con responsabilità. «Cent’anni non sono un traguardo, sono una responsabilità», conclude. «Significa aver attraversato la storia senza perdere identità, sapere cambiare senza smarrirsi e avere ancora voglia e coraggio di innovare». Tra brindisi, ricordi e visioni, Milano ha salutato un secolo di Valdo, un’azienda che ha trasformato le bollicine in cultura, leggerezza e futuro, pronta a continuare a raccontare la propria storia, e quella di un’Italia che cambia ma continua a brindare con le sue eccellenze vinicole.
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Partiamo dal primo. Il World travel & Tourism council stima che il conflitto stia già costando al Medio Oriente almeno 600 milioni di dollari al giorno in spesa internazionale; la regione vale circa il 5% degli arrivi turistici globali e il 14% del traffico internazionale di transito, mentre i soli hub di Dubai, Abu Dhabi, Doha e Bahrain movimentano normalmente circa 526.000 passeggeri al giorno. Secondo Oxford economics/tourism economics, nel 2026 il Medio Oriente potrebbe perdere da 23 a 38 milioni di visitatori rispetto alle attese, con un buco di 34-56 miliardi di dollari e un calo degli arrivi compreso fra 11% e 27% su base annua.
Per quanto riguarda i viaggi in aereo, nei primi due giorni del conflitto sono stati cancellati oltre 5.000 voli, e al 9 marzo le cancellazioni avevano raggiunto circa 40.000 tratte. Entro il 2 marzo erano già saltati oltre 6.000 voli in sette Paesi mediorientali, con la sola Dubai international responsabile di più di 3.000 cancellazioni. Dxb, l’aeroporto internazionale più trafficato del mondo, gestisce normalmente oltre 1.000 voli al giorno. Il 28 febbraio le compagnie avevano già cancellato circa la metà dei voli verso il Qatar e il 28% dei voli verso il Kuwait.
Secondo AirDna, il 28 febbraio le cancellazioni delle case vacanza negli Emirati sono schizzate a 8.450, contro una media di circa 3.100 nelle altre notti di febbraio; il tasso di cancellazione è salito al 43,8%, contro una media del 14,5% nel resto del mese, e la gran parte riguardava soggiorni previsti per marzo. Il Financial Times riferisce inoltre che nella sola Dubai sono state cancellate oltre 80.000 prenotazioni di affitti brevi nella settimana fino al 6 marzo.
In dettaglio, l’immobiliare emiratino, che fino a gennaio sembrava intoccabile, è il secondo fronte della crisi perché il 65% delle transazioni di Dubai nel 2025 era off-plan, quindi dipendente dalla fiducia di acquirenti esteri e dalla capacità dei costruttori di rifinanziarsi. Dopo i raid iraniani, Emaar e Aldar hanno perso il 5% in Borsa in una seduta, il mercato obbligazionario per nuove emissioni si è di fatto congelato e almeno un aumento di capitale immobiliare negli Emirati è stato rinviato. Il problema è che il settore entra in crisi con una grande ondata di offerta in arrivo: secondo JPMorgan, Dubai dovrà assorbire 300.000-400.000 nuove unità entro il 2028.
Il paradosso è che i prezzi erano ancora in corsa. Per Fitch, tra il 2022 e il primo trimestre 2025, i prezzi immobiliari di Dubai sono saliti del 60%; nel quarto trimestre 2025, secondo Cbre, i prezzi residenziali si sono mostrati in aumento di quasi il 13% annuo a Dubai e di circa il 32% ad Abu Dhabi.
Il Qatar entra nel conflitto da una posizione meno euforica ma comunque forte sul lato turistico. Nel 2025 ha registrato 5,1 milioni di visitatori internazionali (+3,7%), con il 61% arrivato per via aerea, una capacità di circa 42.500 catene alberghiere, occupazione media al 71,3% e 10,84 milioni di notti vendute (+8,6%). Ma proprio questa dipendenza dall’aereo lo rende vulnerabile: il 28 febbraio circa metà dei voli verso il Qatar è stata cancellata.
Anche il real estate qatariota stava già rallentando nei prezzi prima della guerra. Secondo Knight Frank, nel 2025 le vendite residenziali sono salite del 43,5% a 26,6 miliardi di riyal qatarini, con 6.831 transazioni (+50%), ma i prezzi delle ville nel quarto trimestre sono scesi dell’1% annuo e gli affitti medi delle ville del 2,4% gli affitti di uffici appena costruiti o riqualificati sono diminuiti dell’1,4%.
L’Arabia Saudita è il caso più complesso. Sul turismo internazionale i numeri erano robusti: nel 2025 il regno ha accolto circa 30 milioni di turisti con una spesa superiore a 172 miliardi di riyal. Ma sul real estate Riyadh stava già mostrando segni di fatica molto prima della guerra. A settembre 2025 il governo ha imposto un congelamento quinquennale degli aumenti degli affitti nella capitale, dopo rincari del 13,9% per le ville e del 6,9% per gli appartamenti nel secondo trimestre.
Inoltre, c’è stato un aumento dei prezzi degli appartamenti dell’82% e delle ville del 50% dal 2019. Il report Knight Frank 2026 è ancora più netto: a Riyadh il numero di transazioni residenziali è sceso da 67.520 nel 2024 a 30.408 nel 2025 (-55%), con valore giù del 48% a 42 miliardi di riyal, pur in presenza di prezzi ancora in crescita e di 346.700 unità previste fra il 2026 e il 2028.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 marzo 2026. Il nostro Stefano Graziosi ci spiega come sta reagendo il popolo americano alla guerra in Iran.