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2025-04-25
India e Pakistan quasi in guerra per l’acqua
Protesta a Karachi contro la sospensione da parte del governo di Delhi del trattato sulla distribuzione dell'acqua (Getty Images)
L’attacco terroristico a Pahalgam, nel Kashmir indiano, questa settimana ha avuto un effetto domino sulle già complicate relazioni tra India e Pakistan. Entrambe potenze nucleari. E dopo un rapido declassamento dei rapporti diplomatici, ora si teme persino un’escalation militare. New Delhi, che ritiene Islamabad responsabile, da mercoledì sera ha sospeso unilateralmente un trattato fondamentale per la condivisione delle acque, ha chiuso il principale valico tra i due Paesi e ha anche annunciato l’espulsione dei cittadini pakistani entro il 29 aprile. Non si è fatta attendere la risposta di Islamabad che, respingendo le accuse, ha annunciato ieri alcune contromisure tra cui la chiusura dello spazio aereo alle compagnie aeree indiane.
Facendo un passo indietro, la miccia, come già accennato, è stato un attentato lo scorso martedì che ha lasciato una scia di 26 morti, tutti uomini, di cui 25 indiani e un cittadino del Nepal. Il teatro dell’attacco, Pahalgam, è una nota meta turistica nel territorio indiano del Kashmir. E quando gli autori dell’attacco hanno aperto il fuoco erano presenti circa 1.000 persone secondo quanto riportato dalle autorità. Il luogo, con la caccia agli attentatori, si è subito svuotato di turisti ed è stato inondato da centinaia di agenti di sicurezza che hanno fermato ben 1.500 persone per interrogarle. Secondo diversi media l’attentato sarebbe stato rivendicato dal Resistance Front (Trf). Si tratta di un’organizzazione nata nel 2019 da una costola del gruppo terroristico islamico Lashkar-e-Taiba e dal 2023 rientra nella lista dei terroristi per il governo indiano. Ma sono stati anche sollevati dubbi sulla paternità dell’attentato. Per esempio, la Bbc spiega che il comunicato attribuito a Trf non ha alcuni elementi caratteristici come il logo e il nome stesso dell’organizzazione. Si tratterebbe quindi di un comportamento abbastanza inusuale per Trf. Ciò nonostante, ieri la polizia indiana ha avvisato di essere a conoscenza dell’identità di tre dei quattro presunti autori dell’attacco. Due di questi sono cittadini pakistani.
Il primo ministro indiano, Narendra Modi, durante un discorso pubblico nello Stato nordorientale del Bihar, ha dichiarato ieri: «L’India identificherà, perseguirà e punirà i terroristi e coloro che li sostengono», promettendo di raggiungerli «fino in capo al mondo». Ritenendo quindi il Pakistan responsabile, l’India a distanza di 24 ore dall’attacco terroristico ha chiuso il valico più importante per il commercio con il vicino, ha deciso di espellere i pakistani ee ha dato una settimana di tempo ai consiglieri della Difesa del Pakistan presenti in India per lasciare il Paese. A ciò si aggiunge anche la decisione di ridurre la presenza diplomatica indiana in Pakistan. Ma ad aver fatto più scalpore è stata la sospensione da parte dell’India del trattato delle acque dell’Indo in vigore da quasi 65 anni. Un accordo che non è mai stato messo in discussione, neanche durante le guerre tra India e Pakistan e che prevede la condivisione tra i due Paesi delle acque del fiume Indo e dei suoi affluenti. In particolare, il trattato del 1960 sorto con la mediazione della Banca mondiale, garantisce a New Delhi l’uso delle acque di tre fiumi orientali: Sutlej, Beas e Ravi; mentre a Islamabad è stato consentito l’uso dell’oro blu di tre corsi d’acqua occidentali quindi Indo, Jhelum e Chenab. La decisione indiana è senza precedenti, visto anche che il ritiro o la sospensione unilaterale non sono nemmeno contemplati nel trattato. E gli effetti maggiori peseranno inevitabilmente sul sistema agricolo pakistano, visto che non arriveranno da New Delhi i dati sul rilascio di acqua o informazioni sulle inondazioni. La replica da parte del ministro dell’Energia del Pakistan, Awais Lekhari, è stata immediata, con la sospensione che è stata vista come «un atto di guerra per l’acqua, una mossa codarda e illegale». E ieri pomeriggio è stato convocato in Pakistan un Comitato per la sicurezza nazionale per discutere su come meglio rispondere alle misure indiane.
Oltre a sostenere l’assenza di prove sulla responsabilità pakistana dell’attacco, il comunicato di Islamabad, definendo le scelte di New Delhi come «unilaterali, ingiuste, motivate politicamente, estremamente irresponsabili e prive di legalità», ha annunciato la chiusura dello spazio aereo per le compagnie aeree indiane. Ma ha anche sospeso gli accordi bilaterali e il commercio con l’India, ha chiuso il valico di frontiera di Wagah e ha annullato i visti ai cittadini indiani. Il personale diplomatico di New Delhi dovrà ridurre la propria presenza in Pakistan entro la fine del mese, mentre a dover abbandonare completamente il territorio pakistano saranno i consiglieri indiani per la difesa, la marina e l’aviazione. Sempre nella nota di Islamabad si legge anche che «ogni minaccia alla sovranità del Pakistan e alla sicurezza del suo popolo sarà affrontata con misure dure in tutti i settori». E nel rifiutare la sospensione del trattato sulle acque, l’ufficio del primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, ha reso noto che ogni tentativo di fermare o deviare l’acqua «verrà considerato come un atto di guerra».
I serbi di Bosnia sulle barricate. Fallisce l’arresto del leader Dodik
La tensione resta altissima a Sarajevo Est dopo il tentativo da parte della polizia di stato della Bosnia ( Sipa) di arrestare Milorad Dodik, presidente della Repubblica Serba autonoma della Bosnia (Republika Srpska). La magistratura bosniaca aveva emesso nelle settimane scorse un mandato di arresto per attentato all’ordine costituzionale, ma al tentativo di cattura le forze di polizia della Repubblica Srpska si sono opposte, circondando l’edificio e mettendo Dodik sotto custodia. Gli agenti bosniaci non hanno tentato di entrare con la forza nell’edificio governativo, rinunciando di fatto a eseguire il mandato di arresto. Nei giorni scorsi Milorad Dodik ha continuato a viaggiare indisturbato nelle regioni a maggioranza serba, incontrando sindaci e amministratori e dichiarando più volte che il mandato nei suoi confronti non era valido e che non avrebbe tollerato intromissioni da parte della polizia bosniaca.
Il leader serbo-bosniaco vanta un rapporto molto forte con Russia e Serbia ed è un fiero sostenitore dell’indipendenza della Republika Srpska.
Nel sobborgo di Sarajevo Est, a pochi chilometri dalla capitale bosniaca, si sono radunate centinaia di persone per sostenere Dodik dicendosi pronte a difenderlo. La televisione serbo-bosniaca ha riferito che gli agenti del Sipa se ne sono andati dopo aver parlato con la polizia di Sarajevo Est, ma non sono state rilasciate dichiarazioni ufficiali sul caso. In un post su X Milorad Dodik ha dichiarato: «Questa è la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina e la Sipa ha infranto la legge. Mi sento bene e al sicuro. Non ho intenzione di lasciare questa struttura sotto pressione. La polizia della Republika Sprska non si tirerà indietro di fronte a nessuna sfida quando si tratterà di difendere le istituzioni e la Costituzione. Sarajevo sta cercando di aggravare la crisi con menzogne e di portare a un’ escalation della situazione, ma non ci riuscirà». Il leader della minoranza serba, nonostante la condanna a un anno e l’interdizione dalla politica per sei anni, non si è mai fermato e questo incidente ha rafforzato la sua figura nella popolazione serba di Bosnia. In un’accorata conferenza stampa Dodik ha attaccato nuovamente l’Alto rappresentante internazionale in Bosnia-Erzegovina, Christian Schmidt, ribadendo che non ne riconosce l’autorità e accusandolo di essere il vero responsabile della campagna denigratoria nei suoi confronti. Il tribunale bosniaco ha emesso mandati di arresto anche per il primo ministro della Republika Srpska, Radovan Viskovic, e per il capo del Parlamento, Nenad Stevandic, tutti per attentato all’ordine costituzionale. Dodik ha poi dichiarato che sono oltre 30 anni che i serbi di Bosnia subiscono attacchi politici che mirano a negare la loro identità e che se le cose non cambieranno l’indipendenza sarà l’unica strada percorribile.
Da Belgrado intanto sono arrivate parole di solidarietà per Milorad Dodik, che ha un rapporto molto stretto con il presidente serbo, Aleksandar Vucic, tanto da confermare la propria presenza congiunta il 9 maggio a Mosca per l’anniversario della vittoria della seconda guerra mondiale.
La Republika Srpska occupa il 49% del territorio della Bosnia ed Erzegovina, con il 33% della popolazione, di cui i serbi rappresentano circa il 90%. La sua storia inizia con lo smembramento della Yugoslavia e con una lunga e feroce guerra terminata nel 1995 con gli accordi di Dayton, ma che non hanno mai risolto i problemi di convivenza fra i due principali gruppi etnici.
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Dopo l’attacco a Pahalgam, attribuito a fondamentalisti del Paese confinante, Nuova Delhi ha sospeso l’accordo per la condivisione dei flussi irrigui dall’Indo. Stretta pure sui visti. Islamabad chiude lo spazio aereo: «Qualunque intervento sul fiume è un atto ostile».Il presidente della Repubblica Srpska Milorad Dodik, condannato, minaccia Sarajevo di secessione.Lo speciale contiene due articoli.L’attacco terroristico a Pahalgam, nel Kashmir indiano, questa settimana ha avuto un effetto domino sulle già complicate relazioni tra India e Pakistan. Entrambe potenze nucleari. E dopo un rapido declassamento dei rapporti diplomatici, ora si teme persino un’escalation militare. New Delhi, che ritiene Islamabad responsabile, da mercoledì sera ha sospeso unilateralmente un trattato fondamentale per la condivisione delle acque, ha chiuso il principale valico tra i due Paesi e ha anche annunciato l’espulsione dei cittadini pakistani entro il 29 aprile. Non si è fatta attendere la risposta di Islamabad che, respingendo le accuse, ha annunciato ieri alcune contromisure tra cui la chiusura dello spazio aereo alle compagnie aeree indiane.Facendo un passo indietro, la miccia, come già accennato, è stato un attentato lo scorso martedì che ha lasciato una scia di 26 morti, tutti uomini, di cui 25 indiani e un cittadino del Nepal. Il teatro dell’attacco, Pahalgam, è una nota meta turistica nel territorio indiano del Kashmir. E quando gli autori dell’attacco hanno aperto il fuoco erano presenti circa 1.000 persone secondo quanto riportato dalle autorità. Il luogo, con la caccia agli attentatori, si è subito svuotato di turisti ed è stato inondato da centinaia di agenti di sicurezza che hanno fermato ben 1.500 persone per interrogarle. Secondo diversi media l’attentato sarebbe stato rivendicato dal Resistance Front (Trf). Si tratta di un’organizzazione nata nel 2019 da una costola del gruppo terroristico islamico Lashkar-e-Taiba e dal 2023 rientra nella lista dei terroristi per il governo indiano. Ma sono stati anche sollevati dubbi sulla paternità dell’attentato. Per esempio, la Bbc spiega che il comunicato attribuito a Trf non ha alcuni elementi caratteristici come il logo e il nome stesso dell’organizzazione. Si tratterebbe quindi di un comportamento abbastanza inusuale per Trf. Ciò nonostante, ieri la polizia indiana ha avvisato di essere a conoscenza dell’identità di tre dei quattro presunti autori dell’attacco. Due di questi sono cittadini pakistani. Il primo ministro indiano, Narendra Modi, durante un discorso pubblico nello Stato nordorientale del Bihar, ha dichiarato ieri: «L’India identificherà, perseguirà e punirà i terroristi e coloro che li sostengono», promettendo di raggiungerli «fino in capo al mondo». Ritenendo quindi il Pakistan responsabile, l’India a distanza di 24 ore dall’attacco terroristico ha chiuso il valico più importante per il commercio con il vicino, ha deciso di espellere i pakistani ee ha dato una settimana di tempo ai consiglieri della Difesa del Pakistan presenti in India per lasciare il Paese. A ciò si aggiunge anche la decisione di ridurre la presenza diplomatica indiana in Pakistan. Ma ad aver fatto più scalpore è stata la sospensione da parte dell’India del trattato delle acque dell’Indo in vigore da quasi 65 anni. Un accordo che non è mai stato messo in discussione, neanche durante le guerre tra India e Pakistan e che prevede la condivisione tra i due Paesi delle acque del fiume Indo e dei suoi affluenti. In particolare, il trattato del 1960 sorto con la mediazione della Banca mondiale, garantisce a New Delhi l’uso delle acque di tre fiumi orientali: Sutlej, Beas e Ravi; mentre a Islamabad è stato consentito l’uso dell’oro blu di tre corsi d’acqua occidentali quindi Indo, Jhelum e Chenab. La decisione indiana è senza precedenti, visto anche che il ritiro o la sospensione unilaterale non sono nemmeno contemplati nel trattato. E gli effetti maggiori peseranno inevitabilmente sul sistema agricolo pakistano, visto che non arriveranno da New Delhi i dati sul rilascio di acqua o informazioni sulle inondazioni. La replica da parte del ministro dell’Energia del Pakistan, Awais Lekhari, è stata immediata, con la sospensione che è stata vista come «un atto di guerra per l’acqua, una mossa codarda e illegale». E ieri pomeriggio è stato convocato in Pakistan un Comitato per la sicurezza nazionale per discutere su come meglio rispondere alle misure indiane. Oltre a sostenere l’assenza di prove sulla responsabilità pakistana dell’attacco, il comunicato di Islamabad, definendo le scelte di New Delhi come «unilaterali, ingiuste, motivate politicamente, estremamente irresponsabili e prive di legalità», ha annunciato la chiusura dello spazio aereo per le compagnie aeree indiane. Ma ha anche sospeso gli accordi bilaterali e il commercio con l’India, ha chiuso il valico di frontiera di Wagah e ha annullato i visti ai cittadini indiani. Il personale diplomatico di New Delhi dovrà ridurre la propria presenza in Pakistan entro la fine del mese, mentre a dover abbandonare completamente il territorio pakistano saranno i consiglieri indiani per la difesa, la marina e l’aviazione. Sempre nella nota di Islamabad si legge anche che «ogni minaccia alla sovranità del Pakistan e alla sicurezza del suo popolo sarà affrontata con misure dure in tutti i settori». E nel rifiutare la sospensione del trattato sulle acque, l’ufficio del primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, ha reso noto che ogni tentativo di fermare o deviare l’acqua «verrà considerato come un atto di guerra».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/india-pakistan-acqua-2671840733.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-serbi-di-bosnia-sulle-barricate-fallisce-larresto-del-leader-dodik" data-post-id="2671840733" data-published-at="1745526356" data-use-pagination="False"> I serbi di Bosnia sulle barricate. Fallisce l’arresto del leader Dodik La tensione resta altissima a Sarajevo Est dopo il tentativo da parte della polizia di stato della Bosnia ( Sipa) di arrestare Milorad Dodik, presidente della Repubblica Serba autonoma della Bosnia (Republika Srpska). La magistratura bosniaca aveva emesso nelle settimane scorse un mandato di arresto per attentato all’ordine costituzionale, ma al tentativo di cattura le forze di polizia della Repubblica Srpska si sono opposte, circondando l’edificio e mettendo Dodik sotto custodia. Gli agenti bosniaci non hanno tentato di entrare con la forza nell’edificio governativo, rinunciando di fatto a eseguire il mandato di arresto. Nei giorni scorsi Milorad Dodik ha continuato a viaggiare indisturbato nelle regioni a maggioranza serba, incontrando sindaci e amministratori e dichiarando più volte che il mandato nei suoi confronti non era valido e che non avrebbe tollerato intromissioni da parte della polizia bosniaca. Il leader serbo-bosniaco vanta un rapporto molto forte con Russia e Serbia ed è un fiero sostenitore dell’indipendenza della Republika Srpska. Nel sobborgo di Sarajevo Est, a pochi chilometri dalla capitale bosniaca, si sono radunate centinaia di persone per sostenere Dodik dicendosi pronte a difenderlo. La televisione serbo-bosniaca ha riferito che gli agenti del Sipa se ne sono andati dopo aver parlato con la polizia di Sarajevo Est, ma non sono state rilasciate dichiarazioni ufficiali sul caso. In un post su X Milorad Dodik ha dichiarato: «Questa è la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina e la Sipa ha infranto la legge. Mi sento bene e al sicuro. Non ho intenzione di lasciare questa struttura sotto pressione. La polizia della Republika Sprska non si tirerà indietro di fronte a nessuna sfida quando si tratterà di difendere le istituzioni e la Costituzione. Sarajevo sta cercando di aggravare la crisi con menzogne e di portare a un’ escalation della situazione, ma non ci riuscirà». Il leader della minoranza serba, nonostante la condanna a un anno e l’interdizione dalla politica per sei anni, non si è mai fermato e questo incidente ha rafforzato la sua figura nella popolazione serba di Bosnia. In un’accorata conferenza stampa Dodik ha attaccato nuovamente l’Alto rappresentante internazionale in Bosnia-Erzegovina, Christian Schmidt, ribadendo che non ne riconosce l’autorità e accusandolo di essere il vero responsabile della campagna denigratoria nei suoi confronti. Il tribunale bosniaco ha emesso mandati di arresto anche per il primo ministro della Republika Srpska, Radovan Viskovic, e per il capo del Parlamento, Nenad Stevandic, tutti per attentato all’ordine costituzionale. Dodik ha poi dichiarato che sono oltre 30 anni che i serbi di Bosnia subiscono attacchi politici che mirano a negare la loro identità e che se le cose non cambieranno l’indipendenza sarà l’unica strada percorribile. Da Belgrado intanto sono arrivate parole di solidarietà per Milorad Dodik, che ha un rapporto molto stretto con il presidente serbo, Aleksandar Vucic, tanto da confermare la propria presenza congiunta il 9 maggio a Mosca per l’anniversario della vittoria della seconda guerra mondiale. La Republika Srpska occupa il 49% del territorio della Bosnia ed Erzegovina, con il 33% della popolazione, di cui i serbi rappresentano circa il 90%. La sua storia inizia con lo smembramento della Yugoslavia e con una lunga e feroce guerra terminata nel 1995 con gli accordi di Dayton, ma che non hanno mai risolto i problemi di convivenza fra i due principali gruppi etnici.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».