Si getta dal camion rubato e muore. Indagati gli agenti che lo inseguivano

A Milano si chiamava Ramy. In Valle d’Aosta si chiama Davide Suvilla. Due storie diverse, due dinamiche differenti, come le due indagini, ma c’è lo stesso punto politico e giudiziario che ritorna: che cosa devono fare le forze dell’ordine quando qualcuno decide di non rispettare l’ordine di fermarsi? Per di più se chi viene inseguito, un pregiudicato, sta guidando in una strada pubblica un camion da 15 tonnellate appena rubato e ha già provato a speronare più volte le due gazzelle della polizia.
La domanda, questa volta, non parte da una pattuglia che incrocia per caso due ragazzi in motorino nel centro di Milano, ma da un Iveco Trakker da cava, un autocarro del valore di quasi 100.000 euro, trafugato poco prima a Verrayes. Così oggi cinque poliziotti di quella Squadra mobile si ritrovano indagati per omicidio colposo per la morte di Suvilla (nato nel 1982 ad Abbiategrasso), quarantenne con una lunga fedina penale alle spalle, tra spaccio di droga e reati contro il patrimonio: era uscito dal carcere a gennaio. È questo il paradosso della vicenda: cinque agenti, intervenuti nell’ambito di un’attività investigativa sui furti di camion e mezzi pesanti nella zona, si ritrovano dentro un fascicolo penale perché l’uomo che stavano cercando di bloccare, secondo la ricostruzione finora emersa, si sarebbe lanciato dall’abitacolo del camion ancora in movimento durante la fuga. L’autopsia ha già dato un primo elemento: Suvilla, che avrebbe avuto tracce di cocaina nel sangue, è morto per trauma cranico e toracico; la relazione finale del medico legale Roberto Testi sarà depositata in Procura entro sessanta giorni.
La responsabilità degli agenti, al momento, è soltanto ipotizzata. L’iscrizione nel registro degli indagati consente loro di partecipare agli accertamenti tecnici, a partire proprio dall’autopsia. Ma non è un dettaglio banale. Per cinque poliziotti significa entrare in un procedimento per omicidio colposo, nominare difensori, sostenere costi, attendere consulenze, vivere mesi di incertezza. E può significare anche il rischio di conseguenze disciplinari o di una sospensione cautelare dal servizio. Tutto questo pesa ancora di più ad Aosta. La Squadra mobile valdostana non è un grande apparato con decine di uomini da sostituire a rotazione. È un ufficio piccolo, sotto organico, chiamato a lavorare su un territorio che è insieme valle alpina, corridoio autostradale e porta verso Piemonte, Francia e Svizzera.
La storia comincia prima della notte del 27 aprile. La Squadra mobile di Aosta stava già lavorando da tempo su una serie di furti di camion nella zona. Non era un intervento casuale. Gli investigatori avrebbero seguito una pista legata a soggetti del Milanese e avrebbero utilizzato anche strumenti tecnici di localizzazione, tra cui un dispositivo Gps collegato sotto l’auto di uno degli indagati. Quando il segnale entra nell’area valdostana, due pattuglie escono rapidamente. Cinque poliziotti in tutto. L’obiettivo è intercettare un mezzo rubato e fermare chi lo sta portando via.
Questa la scena ricostruita fino ad ora dagli inquirenti. Il camion è stato appena rubato. Accanto al mezzo pesante si muove anche un’auto con due presunti complici, poi fermati sull’autostrada A5 all’altezza di Quincinetto. Uno dei due è egiziano, anche lui con una lunga serie di precedenti alle spalle sin dal 2011, arrestato l’ultima volta a dicembre ma ancora libero: sarà indagato insieme con l’altro complice per associazione a delinquere. L’altro mezzo avrebbe avuto la funzione di appoggio o di scorta. Il camion, intanto, sfonda l’uscita dell’area in cui era parcheggiato e si dirige verso Torino. A quel punto comincia la fuga. Il conducente elude un posto di blocco, prosegue lungo la statale 26, entra nella zona di Châtillon. Le pattuglie lo seguono. Secondo una delle ricostruzioni, durante l’inseguimento il mezzo pesante avrebbe compiuto manovre pericolose, fino al tentativo di far finire le auto della polizia contro le pareti di una galleria. Sono dettagli, tra cui la velocità dei mezzi, che dovranno essere fissati dagli atti, dai rilievi e dalle consulenze. Poi arriva l’ultimo gesto. Suvilla, ormai braccato, apre la portiera del camion ancora in movimento e si lancia sull’asfalto. È un volo di quasi due metri in velocità. Muore nella zona della statale, mentre il mezzo prosegue la sua corsa e finisce contro un muro. Sul luogo dell’incidente non arriverà neppure un magistrato. I primi esiti parlano di trauma cranico e toracico, ma resta da stabilire con precisione la sequenza causale: caduta, eventuale impatto, eventuale schiacciamento, eventuale investimento da parte di terzi, o una combinazione di fattori. Ieri si è svolta l’autopsia richiesta dai pubblici ministeri Francesco Pizzato e Manlio D’Ambrosio. Presenti anche i genitori della vittima.
La Procura chiede di stabilire cause, epoca e modalità della morte. Domanda al consulente anche se il mantenimento delle manette ai polsi di Suvilla, fino all’arrivo dei sanitari, abbia influito sul decesso. Anche se questo ultimo aspetto, secondo quanto risulta alla Verità, sarebbe già stato escluso. L’avvocato Rachele De Stefanis, che difende una delle agenti, non ha usato mezzi termini: «Ormai va di moda indagare i poliziotti». E ha aggiunto un punto centrale per la difesa: «L’inseguimento era del tutto legittimo, il mezzo era rubato». Ancora più esplicito Pietro Porciani, avvocato di due dei poliziotti coinvolti e già difensore in vicende legate al caso Ramy: «Non vorrei che, dopo la vicenda Ramy, molti si sentano autorizzati a fuggire impunemente dalle forze dell’ordine».






