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2020-01-12
In sette giorni Trump ha licenziato il regime
Ansa
La Casa Bianca tira dritto sulla crisi iraniana. Venerdì scorso, l'amministrazione Trump ha imposto nuove sanzioni a Teheran. La misura è volta a colpire svariati settori dell'economia della Repubblica Islamica (soprattutto acciaio, tessile ed edilizia), oltre a mettere nel mirino otto suoi alti funzionari. «Quest'ordine avrà un vasto impatto sull'economia iraniana», ha dichiarato il presidente statunitense in un comunicato. Queste sanzioni vengono ad aggiungersi a quelle comminate in precedenza, per colpire comparti importanti del sistema economico iraniano, come quello petrolifero e quello bancario. La mossa era del resto stata anticipata qualche giorno fa dallo stesso Donald Trump come ritorsione al recente attacco missilistico iraniano contro due basi statunitensi in territorio iracheno (a Baghdad e Erbil): una decisione che ha evidenziato la duplice natura della strategia americana su questo intricato dossier.
Da una parte, il presidente ha aumentato la pressione economica sui Pasdaran, scongiurando - dall'altra - il rischio di una escalation militare che avrebbe potuto portare Stati Uniti e Iran addirittura sull'orlo di una guerra: uno scenario potenzialmenre rischioso per Trump in termini di consenso elettorale. Invece finora non solo Washington non ha avuto neppure una vittima sul campo ma il presidente ha un'arma in più per polemizzare con il Partito Democratico, reo - come ha scritto ieri su Twitter - di aver «difeso la vita di Qasem Soleimani». In tutto questo, Trump - dopo aver escluso l'opzione di un cambio di regime - ha sottolineato la volontà di arrivare a una rinegoziazione dell'intesa sul nucleare con l'Iran e la sua gestione della crisi iraniana ha effettivamente consentito agli Stati Uniti di intavolare una cornice per le trattative: una cornice, che vede oggi Washington oggettivamente in una posizione di superiore forza contrattuale.
Ordinando di uccidere Soleimani, il presidente statunitense è riuscito infatti a conseguire una serie di obiettivi considerevoli. Ha innanzitutto ristabilito la deterrenza in funzione anti iraniana, privando al contempo la Repubblica Islamica di una delle sue figure più rappresentative. Non dimentichiamo infatti che Soleimani fosse il principale regista dell'aggressiva strategia mediorientale di Teheran e che risultasse - tra l'altro - anche il punto di riferimento dei Pasdaran nell'ambito delle dinamiche interne alla stessa politica iraniana. Trump ha quindi per il momento fiaccato notevolmente la Repubblica Islamica: una Repubblica Islamica la cui debolezza si è manifestata in almeno due recenti episodi.
Innanzitutto la suddetta rappresaglia missilistica si è rivelata nella sostanza un atto di facciata: non solo il ministro degli Esteri iraniano, Javed Zarif, si diceva già contrario a una escalation appena poche ore dopo gli eventi ma è stato reso noto che Teheran avesse preventivamente avvisato Baghdad dell'aggressione, dando così agli americani indirettamente la possibilità di essere preallertati. In secondo luogo, bisogna sottolineare la faccenda del Boeing 737 precipitato a solo 5 ore dopo il lancio dei missili contro gli americani: nonostante in un primo momento avesse smentito con forza che fosse stato abbattuto per errore da un proprio missile, alla fine Teheran ha ammesso ieri che le cose siano invece andate esattamente così. Il fatto è grave non soltanto in termini di immagine internazionale. Ma rischia di produrre pesanti contraccolpi anche nella stessa politica interna iraniana. Non solo perché su quel velivolo hanno perso la vita numerosi cittadini iraniani. Ma anche perché è da giorni ormai che la Repubblica Islamica si presenta ai suoi vertici come profondamente dilaniata. A fronte di una retorica bellicosa (soprattutto da parte dell'ayatollah Ali Khamenei e dei Pasdaran), ne sta emergendo una tendenzialmente antitetica (in particolare attraverso la figura di Zarif).
Insomma, l'antica divisione tra falchi e colombe, che da sempre caratterizza la politica iraniana, pare assumere i contorni di uno scontro sempre più più duro. Se nei primi giorni successivi all'uccisione di Soleimani la Repubblica Islamica ostentava compattezza, le crepe si stanno ormai facendo evidenti, con i centristi (radunati attorno al presidente Hassan Rohani) che sembra stiano cercando di mettere all'angolo i Pasdaran, fondamentalmente acefali dopo la scomparsa di Soleimani. Proprio ieri, alcuni moti di protesta sono stati repressi nel sangue dalla forze di polizia, con decine di morti. D'altronde, le nuove sanzioni americane hanno proprio questo obiettivo: isolare i falchi iraniani, cercando di favorire quei settori politici che a Teheran risultano sottotraccia aperti a una trattativa con gli Stati Uniti. Certo: è una strategia rischiosa, quella di Trump. Ma che abbia una sua logica è innegabile.
L’Iran cala le braghe: «L’aereo abbattuto è stata colpa nostra». Proteste in piazza
«Morte a questo governo. Troppi anni di crimini». «Il regime uccide e il leader Ali Khamenei lo sostiene». «Via Khamenei». «Ci dev'essere un processo, non bastano le dimissioni». «Morte ai bugiardi». «Vogliamo giustizia». «Referendum per la costituzione». «Il nostro nemico è qui, una bugia dire che sono gli Stati Uniti».
Questi sono soltanto alcuni degli slogan gridati ieri nelle piazze di Teheran e a Mashhad, nel Nord Est dell'Iran, dopo l'ammissione da parte del regime iraniano che il volo PS752 della Ukrainian International Airlines è stato abbattuto per «errore», scambiandolo per un «aereo militare nemico» da un missile lanciato dai Guardiani della rivoluzione islamica. Nella capitale una manifestazione studentesca per commemorare le 176 vittime, di cui 82 iraniani, si è trasformata in una protesta contro il regime. Secondo diverse testimonianze sui social network, sono intervenute le forze di polizia del regime che con gas lacrimogeni, manganelli e proiettili di vernice hanno cercato di fermare le contestazioni per poi effettuare anche alcuni arresti. Si sono mobilitate anche diverse celebrità locali che hanno postato messaggi di solidarietà con le vittime e critiche al sistema. Alcuni hanno anche invitato a protestare oggi pomeriggio nella celebre e iconica piazza Azadi.
L'annuncio da parte del comandante dell'aeronautica militare dei Pasdaran Amir Ali Hajizadeh è giunto ieri mattina, 24 ore dopo che i Paesi dell'alleanza Five Eyes (Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito, Stati Uniti) avevano confermato l'abbattimento e il governo ucraino aveva fatto enormi pressioni su quello iraniano già dopo le prime indagini. Il generale ha convocato una conferenza stampa in cui ha ribaltato tutta la propaganda che il regime iraniano ha spacciato per tre giorni. Infatti, prima Teheran sosteneva che il Boeing 737-800 decollato dall'aeroporto internazionale Imam Khomeini della capitale alle 6.12 per perdere il contatto due minuti più tardi era precipitato per un problema tecnico. Ieri l'ammissione: «Mi prendo la piena responsabilità e rispetterò qualsiasi decisione sarà presa», ha affermato il generale. E ha aggiunto: «Avrei preferito morire piuttosto che veder accadere un fatto simile». Hajizadeh ha poi spiegato che il missile non ha colpito direttamente l'aereo, ma è esploso accanto al velivolo: «È stato un missile a corto raggio che è esploso vicino all'aereo. Ecco perché il velivolo è stato in grado di continuare a volare. Il Boeing è esploso quando si è schiantato a terra».
«La Repubblica islamica dell'Iran si rammarica profondamente per questo errore disastroso» e le «indagini proseguiranno per identificare e perseguire» gli autori di questa «grande tragedia» e «questo sbaglio imperdonabile», ha spiegato via Twitter il presidente iraniano Hassan Rouhani. «Chiunque sia stato coinvolto nello schianto dell'aereo ucraino sarà presto processato», ha aggiunto. Inoltre, il quartier generale delle Forze armate iraniane ha spiegato in un comunicato che metterà in atto «riforme essenziali nei processi operativi per evitare simili errori in futuro» e che perseguirà legalmente «coloro che hanno commesso l'errore».
Tuttavia, è dalla conferenza stampa del generale Hajizadeh che a Teheran si cerca di accampare scuse dopo aver tentato di coprire la verità. Altro che «problema tecnico», quindi. Così il comandante dell'aeronautica militare dei Pasdaran, pur assumendosi la responsabilità, ha assicurato che a far partire il missile è stato un soldato che ha agito in autonomia, senza averne avuto l'ordine a causa di un'interferenza nelle comunicazioni. E allo scaricabile si è aggregato anche Mohammad Javad Zarif, ministro degli Esteri iraniano: per lui «l'errore umano» dietro all'abbattimento dell'aereo di linea ucraino da parte delle forze armate dell'Iran è accaduto nel «momento di crisi causato dall'avventurismo degli Stati Uniti».
L'agenzia di stampa di regime Fars ha provato a difendere la Guida suprema Ali Khamenei diffondendo che la notizia secondo cui è stato lui a ordinare che fosse resa nota la verità. Secondo il media, «appena il leader supremo è stato informato del catastrofico errore» ha ordinato che il risultato delle indagini «fosse reso noto in modo esplicito e onesto».
Dal suo esilio negli Stati Uniti ha parlato via Twitter Reza Ciro Pahlavi, considerato dai monarchici il principe ereditario dell'Iran, che ha accusato l'ayatollah Khamenei di essere responsabile della morte di 176 civili, tra cui 82 iraniani. Ma le manifestazioni sono arrivate anche in Italia. Decine di studenti iraniani si sono ritrovati davanti all'entrata dell'università La Sapienza a Roma per contestare il regime mentre a favore del «martire» Soleimani, il generale pasdaran ucciso da un raid statunitense una settimana fa, è stato organizzato un sit-in a Milano.
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Due basi bombardate senza fare vittime e un disastro aereo domestico indicano che Teheran ha perso la bussola. L'uccisione di Soleimani, lungi dall'essere il capriccio di un folle, ha diviso la nomenklatura. E ora gli Usa possono dettare le loro condizioni.Il governo ammette: «Un errore imperdonabile». In migliaia chiedono le dimissioni di Khamenei. La polizia spara sulla folla.Lo speciale contiene due articoliLa Casa Bianca tira dritto sulla crisi iraniana. Venerdì scorso, l'amministrazione Trump ha imposto nuove sanzioni a Teheran. La misura è volta a colpire svariati settori dell'economia della Repubblica Islamica (soprattutto acciaio, tessile ed edilizia), oltre a mettere nel mirino otto suoi alti funzionari. «Quest'ordine avrà un vasto impatto sull'economia iraniana», ha dichiarato il presidente statunitense in un comunicato. Queste sanzioni vengono ad aggiungersi a quelle comminate in precedenza, per colpire comparti importanti del sistema economico iraniano, come quello petrolifero e quello bancario. La mossa era del resto stata anticipata qualche giorno fa dallo stesso Donald Trump come ritorsione al recente attacco missilistico iraniano contro due basi statunitensi in territorio iracheno (a Baghdad e Erbil): una decisione che ha evidenziato la duplice natura della strategia americana su questo intricato dossier. Da una parte, il presidente ha aumentato la pressione economica sui Pasdaran, scongiurando - dall'altra - il rischio di una escalation militare che avrebbe potuto portare Stati Uniti e Iran addirittura sull'orlo di una guerra: uno scenario potenzialmenre rischioso per Trump in termini di consenso elettorale. Invece finora non solo Washington non ha avuto neppure una vittima sul campo ma il presidente ha un'arma in più per polemizzare con il Partito Democratico, reo - come ha scritto ieri su Twitter - di aver «difeso la vita di Qasem Soleimani». In tutto questo, Trump - dopo aver escluso l'opzione di un cambio di regime - ha sottolineato la volontà di arrivare a una rinegoziazione dell'intesa sul nucleare con l'Iran e la sua gestione della crisi iraniana ha effettivamente consentito agli Stati Uniti di intavolare una cornice per le trattative: una cornice, che vede oggi Washington oggettivamente in una posizione di superiore forza contrattuale. Ordinando di uccidere Soleimani, il presidente statunitense è riuscito infatti a conseguire una serie di obiettivi considerevoli. Ha innanzitutto ristabilito la deterrenza in funzione anti iraniana, privando al contempo la Repubblica Islamica di una delle sue figure più rappresentative. Non dimentichiamo infatti che Soleimani fosse il principale regista dell'aggressiva strategia mediorientale di Teheran e che risultasse - tra l'altro - anche il punto di riferimento dei Pasdaran nell'ambito delle dinamiche interne alla stessa politica iraniana. Trump ha quindi per il momento fiaccato notevolmente la Repubblica Islamica: una Repubblica Islamica la cui debolezza si è manifestata in almeno due recenti episodi. Innanzitutto la suddetta rappresaglia missilistica si è rivelata nella sostanza un atto di facciata: non solo il ministro degli Esteri iraniano, Javed Zarif, si diceva già contrario a una escalation appena poche ore dopo gli eventi ma è stato reso noto che Teheran avesse preventivamente avvisato Baghdad dell'aggressione, dando così agli americani indirettamente la possibilità di essere preallertati. In secondo luogo, bisogna sottolineare la faccenda del Boeing 737 precipitato a solo 5 ore dopo il lancio dei missili contro gli americani: nonostante in un primo momento avesse smentito con forza che fosse stato abbattuto per errore da un proprio missile, alla fine Teheran ha ammesso ieri che le cose siano invece andate esattamente così. Il fatto è grave non soltanto in termini di immagine internazionale. Ma rischia di produrre pesanti contraccolpi anche nella stessa politica interna iraniana. Non solo perché su quel velivolo hanno perso la vita numerosi cittadini iraniani. Ma anche perché è da giorni ormai che la Repubblica Islamica si presenta ai suoi vertici come profondamente dilaniata. A fronte di una retorica bellicosa (soprattutto da parte dell'ayatollah Ali Khamenei e dei Pasdaran), ne sta emergendo una tendenzialmente antitetica (in particolare attraverso la figura di Zarif). Insomma, l'antica divisione tra falchi e colombe, che da sempre caratterizza la politica iraniana, pare assumere i contorni di uno scontro sempre più più duro. Se nei primi giorni successivi all'uccisione di Soleimani la Repubblica Islamica ostentava compattezza, le crepe si stanno ormai facendo evidenti, con i centristi (radunati attorno al presidente Hassan Rohani) che sembra stiano cercando di mettere all'angolo i Pasdaran, fondamentalmente acefali dopo la scomparsa di Soleimani. Proprio ieri, alcuni moti di protesta sono stati repressi nel sangue dalla forze di polizia, con decine di morti. D'altronde, le nuove sanzioni americane hanno proprio questo obiettivo: isolare i falchi iraniani, cercando di favorire quei settori politici che a Teheran risultano sottotraccia aperti a una trattativa con gli Stati Uniti. Certo: è una strategia rischiosa, quella di Trump. Ma che abbia una sua logica è innegabile. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-sette-giorni-trump-ha-licenziato-il-regime-2644674280.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="liran-cala-le-braghe-laereo-abbattuto-e-stata-colpa-nostra-proteste-in-piazza" data-post-id="2644674280" data-published-at="1767508265" data-use-pagination="False"> L’Iran cala le braghe: «L’aereo abbattuto è stata colpa nostra». Proteste in piazza «Morte a questo governo. Troppi anni di crimini». «Il regime uccide e il leader Ali Khamenei lo sostiene». «Via Khamenei». «Ci dev'essere un processo, non bastano le dimissioni». «Morte ai bugiardi». «Vogliamo giustizia». «Referendum per la costituzione». «Il nostro nemico è qui, una bugia dire che sono gli Stati Uniti». Questi sono soltanto alcuni degli slogan gridati ieri nelle piazze di Teheran e a Mashhad, nel Nord Est dell'Iran, dopo l'ammissione da parte del regime iraniano che il volo PS752 della Ukrainian International Airlines è stato abbattuto per «errore», scambiandolo per un «aereo militare nemico» da un missile lanciato dai Guardiani della rivoluzione islamica. Nella capitale una manifestazione studentesca per commemorare le 176 vittime, di cui 82 iraniani, si è trasformata in una protesta contro il regime. Secondo diverse testimonianze sui social network, sono intervenute le forze di polizia del regime che con gas lacrimogeni, manganelli e proiettili di vernice hanno cercato di fermare le contestazioni per poi effettuare anche alcuni arresti. Si sono mobilitate anche diverse celebrità locali che hanno postato messaggi di solidarietà con le vittime e critiche al sistema. Alcuni hanno anche invitato a protestare oggi pomeriggio nella celebre e iconica piazza Azadi. L'annuncio da parte del comandante dell'aeronautica militare dei Pasdaran Amir Ali Hajizadeh è giunto ieri mattina, 24 ore dopo che i Paesi dell'alleanza Five Eyes (Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito, Stati Uniti) avevano confermato l'abbattimento e il governo ucraino aveva fatto enormi pressioni su quello iraniano già dopo le prime indagini. Il generale ha convocato una conferenza stampa in cui ha ribaltato tutta la propaganda che il regime iraniano ha spacciato per tre giorni. Infatti, prima Teheran sosteneva che il Boeing 737-800 decollato dall'aeroporto internazionale Imam Khomeini della capitale alle 6.12 per perdere il contatto due minuti più tardi era precipitato per un problema tecnico. Ieri l'ammissione: «Mi prendo la piena responsabilità e rispetterò qualsiasi decisione sarà presa», ha affermato il generale. E ha aggiunto: «Avrei preferito morire piuttosto che veder accadere un fatto simile». Hajizadeh ha poi spiegato che il missile non ha colpito direttamente l'aereo, ma è esploso accanto al velivolo: «È stato un missile a corto raggio che è esploso vicino all'aereo. Ecco perché il velivolo è stato in grado di continuare a volare. Il Boeing è esploso quando si è schiantato a terra». «La Repubblica islamica dell'Iran si rammarica profondamente per questo errore disastroso» e le «indagini proseguiranno per identificare e perseguire» gli autori di questa «grande tragedia» e «questo sbaglio imperdonabile», ha spiegato via Twitter il presidente iraniano Hassan Rouhani. «Chiunque sia stato coinvolto nello schianto dell'aereo ucraino sarà presto processato», ha aggiunto. Inoltre, il quartier generale delle Forze armate iraniane ha spiegato in un comunicato che metterà in atto «riforme essenziali nei processi operativi per evitare simili errori in futuro» e che perseguirà legalmente «coloro che hanno commesso l'errore». Tuttavia, è dalla conferenza stampa del generale Hajizadeh che a Teheran si cerca di accampare scuse dopo aver tentato di coprire la verità. Altro che «problema tecnico», quindi. Così il comandante dell'aeronautica militare dei Pasdaran, pur assumendosi la responsabilità, ha assicurato che a far partire il missile è stato un soldato che ha agito in autonomia, senza averne avuto l'ordine a causa di un'interferenza nelle comunicazioni. E allo scaricabile si è aggregato anche Mohammad Javad Zarif, ministro degli Esteri iraniano: per lui «l'errore umano» dietro all'abbattimento dell'aereo di linea ucraino da parte delle forze armate dell'Iran è accaduto nel «momento di crisi causato dall'avventurismo degli Stati Uniti». L'agenzia di stampa di regime Fars ha provato a difendere la Guida suprema Ali Khamenei diffondendo che la notizia secondo cui è stato lui a ordinare che fosse resa nota la verità. Secondo il media, «appena il leader supremo è stato informato del catastrofico errore» ha ordinato che il risultato delle indagini «fosse reso noto in modo esplicito e onesto». Dal suo esilio negli Stati Uniti ha parlato via Twitter Reza Ciro Pahlavi, considerato dai monarchici il principe ereditario dell'Iran, che ha accusato l'ayatollah Khamenei di essere responsabile della morte di 176 civili, tra cui 82 iraniani. Ma le manifestazioni sono arrivate anche in Italia. Decine di studenti iraniani si sono ritrovati davanti all'entrata dell'università La Sapienza a Roma per contestare il regime mentre a favore del «martire» Soleimani, il generale pasdaran ucciso da un raid statunitense una settimana fa, è stato organizzato un sit-in a Milano.
Nicolas Maduro (Getty Images)
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
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Donald Trump (Getty Images)
«Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ha affermato ieri, durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non vogliamo ritrovarci coinvolti nell’ingresso di qualcun altro e nella stessa situazione che abbiamo avuto negli ultimi lunghi anni». «Le compagnie petrolifere americane andranno in Venezuela e investiranno miliardi di dollari», ha anche detto, per poi precisare: «Siamo pronti a lanciare una seconda ondata di attacchi, molto più grande, se necessario». «La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto. Ora la chiamano Dottrina Donroe», ha continuato, proponendo una fusione tra i nomi «Donald» e «Monroe».
Trump ha poi parlato di Maduro, da lui bollato come «dittatore e terrorista», che ha corso il rischio di rimanere ucciso durante l’operazione. «Poteva succedere», ha sottolineato. In particolare, il tycoon ha detto che il leader venezuelano ieri era in viaggio verso New York e che, insieme a sua moglie, dovrà «affrontare tutta la potenza della giustizia americana». L’inquilino della Casa Bianca ha accusato di nuovo Maduro di essere implicato in attività di narcotraffico, ma ha anche trattato la questione sul piano della geopolitica. «Maduro è rimasto al potere e ha condotto una campagna incessante di violenza, terrore e sovversione contro gli Usa, minacciando non solo il nostro popolo, ma la stabilità dell’intera regione, e voi tutti lo avete visto», ha tuonato Trump che, oltre a non escludere l’invio di truppe in territorio venezuelano, ha tacciato il regime chavista di «ospitare sempre più avversari stranieri nella nostra regione e di acquisire armi offensive minacciose che potrebbero mettere a repentaglio gli interessi e le vite degli Stati Uniti». Il presidente americano ha anche sottolineato che l’embargo al petrolio venezuelano resterà per ora in vigore. E ha lanciato un monito agli altri esponenti del regime di Caracas. «Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro, e succederà anche a loro se non saranno giusti, anche nei confronti del loro popolo», ha detto, per poi rendere noto che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, avrebbe accettato di collaborare con Washington.
La cattura di Maduro, che secondo Marco Rubio avrebbe rifiutato delle offerte «molto generose» per lasciare il potere, viene a inserirsi nel solco della strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato il mese scorso. In quel documento, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la necessità di rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale sia per arginare i flussi di droga e di immigrati clandestini sia per contrastare la concorrenza di potenze ostili. Sotto questo aspetto, non va trascurato che il regime di Maduro rappresentava uno dei principali punti di riferimento, in America Latina, di Mosca, Teheran e, soprattutto, Pechino. Quella Pechino che risulta, tra l’altro, il principale acquirente di petrolio venezuelano. La partita energetica si lega d’altronde inscindibilmente a quella geopolitica. Il che evidenzia anche la miopia di chi ha sempre definito Trump un «isolazionista» o un «pacifista». Trump è semplicemente un realista: punta, sì, a ricalibrare l’uso della forza statunitense nello scacchiere internazionale ma non ha mai escluso l’opzione militare per salvaguardare quelli che considera gli interessi di Washington. Non a caso, proprio ieri, ha ricordato quando ordinò l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 e di Qasem Soleimani nel 2020.
A questo punto sorge una domanda. Quando Cina e Russia hanno protestato contro la cattura di Maduro erano sincere? È vero: come detto, Mosca e Pechino sono storicamente assai legate al regime chavista. È però anche vero che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è che negli ultimi quattro mesi abbiano fatto granché per supportare concretamente Maduro nel suo duello con la Casa Bianca. Una situazione, questa, che era stata sottolineata già a dicembre dalla Bbc. E allora le ipotesi di scenario sono due. La prima è che l’operazione di ieri sia avvenuta nel tacito quadro di una Jalta 2.0: il quadro, cioè, di una spartizione dello scacchiere internazionale in varie zone d’influenza. Uno scenario, questo, che potrebbe aver convinto russi e cinesi a mollare la presa sull’America latina per ottenere benefici altrove (dal Donbass a Taiwan). La seconda ipotesi invece è che, dopo quanto accaduto a Caracas, la tensione di Washington con Mosca e Pechino aumenterà. La Cina potrebbe, in particolare, cercare di rompere le uova nel paniere a Trump in Medio Oriente e in Africa, accusandolo di condurre delle politiche neocon. Ma Trump, dal canto suo, potrebbe usare l’operazione contro Maduro come un monito per incrementare la pressione tanto su Mosca quanto su Pechino.
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Getty Images
Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
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Maria Corina Machado (Getty Images)
Nelle ultime ore erano rimbalzate voci su una frettolosa partenza per la Russia da parte della vicepresidente, ma il ministero degli Esteri di Mosca ha negato che Rodríguez si trovi nel territorio della Repubblica federale russa. Intanto, il ministro della Difesa, Vladimiro Padrino Lopez, ha schierato nel Paese le truppe ancora fedeli e ha parlato alla televisione nazionale, facendo appello al popolo e alle forze militari per resistere a quella che ha definito «una vile aggressione da parte di Washington, che viola palesemente il diritto internazionale». Alcuni ministri, come Padrino López, stanno cercando di tenere insieme il regime madurista, coagulandosi intorno al ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, che ha dichiarato: «Alla fine di questi attacchi, vinceremo. Viva la patria! Sempre fedeli! Mai traditori». Sulla testa di Cabello, dato per morto e poi ricomparso, resta ancora una taglia da 50 milioni di dollari, come principale complice dei crimini imputati a Maduro. Alcuni generali delle forze armate da un paio di giorni sembrano aver preso le distanze dal regime, nella speranza di potersi riciclare almeno nel periodo di transizione che il Venezuela potrebbe affrontare molto presto. Una mossa avvalorata dalle dichiarazioni di Trump, che ha minacciato un pessimo futuro per ministri e dirigenti che volessero restare fedeli al regime.
Intanto, nelle strade di Caracas e soprattutto all’interno delle comunità venezuelane sparpagliate nel mondo, è scoppiata la gioia dopo l’arresto del presidente, mentre sono scomparsi dalle strade della Capitale i gruppi paramilitari che rispondevano esclusivamente al regime e che reprimevano ogni forma di dissenso con la violenza. La vicepresidente Rodríguez non è apparsa in pubblico e non ha neanche convocato un Consiglio dei ministri perché probabilmente molti di loro verranno rimossi immediatamente. L’ala dura proverà a tenere insieme i cocci del regime, ma in molti sembrano propensi ad aprire una trattativa con l’opposizione.
Trump ha ammesso che il premio Nobel per la pace, Maria Corina Machado, al momento non può essere il leader giusto per il nuovo Venezuela. «Oggi siamo pronti a far valere il nostro mandato e prendere il potere», aveva dichiarato su X il capo dell’opposizione, facendo immaginare sviluppi diversi: «Venezuelani, è arrivata l’ora della libertà! È ora di concretizzare una transizione democratica». Maria Corina Machado aveva inoltre chiesto che «Edmundo González Urrutia assuma immediatamente la presidenza del Venezuela». La Machado si era già espressa a favore dell’offensiva di Washington per fare pressione sul regime chavista, anche se aveva moderato le sue dichiarazioni dopo aver ricevuto il premio Nobel per la pace. In una conferenza stampa dell’11 dicembre, la leader dell’opposizione aveva sostenuto apertamente tutte le azioni della Casa Bianca. Oggi lo scenario più probabile appare un cambiamento radicale della parte meno compromessa dei regime che possa favorire un governo di transizione.
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