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2020-01-12
In sette giorni Trump ha licenziato il regime
Ansa
La Casa Bianca tira dritto sulla crisi iraniana. Venerdì scorso, l'amministrazione Trump ha imposto nuove sanzioni a Teheran. La misura è volta a colpire svariati settori dell'economia della Repubblica Islamica (soprattutto acciaio, tessile ed edilizia), oltre a mettere nel mirino otto suoi alti funzionari. «Quest'ordine avrà un vasto impatto sull'economia iraniana», ha dichiarato il presidente statunitense in un comunicato. Queste sanzioni vengono ad aggiungersi a quelle comminate in precedenza, per colpire comparti importanti del sistema economico iraniano, come quello petrolifero e quello bancario. La mossa era del resto stata anticipata qualche giorno fa dallo stesso Donald Trump come ritorsione al recente attacco missilistico iraniano contro due basi statunitensi in territorio iracheno (a Baghdad e Erbil): una decisione che ha evidenziato la duplice natura della strategia americana su questo intricato dossier.
Da una parte, il presidente ha aumentato la pressione economica sui Pasdaran, scongiurando - dall'altra - il rischio di una escalation militare che avrebbe potuto portare Stati Uniti e Iran addirittura sull'orlo di una guerra: uno scenario potenzialmenre rischioso per Trump in termini di consenso elettorale. Invece finora non solo Washington non ha avuto neppure una vittima sul campo ma il presidente ha un'arma in più per polemizzare con il Partito Democratico, reo - come ha scritto ieri su Twitter - di aver «difeso la vita di Qasem Soleimani». In tutto questo, Trump - dopo aver escluso l'opzione di un cambio di regime - ha sottolineato la volontà di arrivare a una rinegoziazione dell'intesa sul nucleare con l'Iran e la sua gestione della crisi iraniana ha effettivamente consentito agli Stati Uniti di intavolare una cornice per le trattative: una cornice, che vede oggi Washington oggettivamente in una posizione di superiore forza contrattuale.
Ordinando di uccidere Soleimani, il presidente statunitense è riuscito infatti a conseguire una serie di obiettivi considerevoli. Ha innanzitutto ristabilito la deterrenza in funzione anti iraniana, privando al contempo la Repubblica Islamica di una delle sue figure più rappresentative. Non dimentichiamo infatti che Soleimani fosse il principale regista dell'aggressiva strategia mediorientale di Teheran e che risultasse - tra l'altro - anche il punto di riferimento dei Pasdaran nell'ambito delle dinamiche interne alla stessa politica iraniana. Trump ha quindi per il momento fiaccato notevolmente la Repubblica Islamica: una Repubblica Islamica la cui debolezza si è manifestata in almeno due recenti episodi.
Innanzitutto la suddetta rappresaglia missilistica si è rivelata nella sostanza un atto di facciata: non solo il ministro degli Esteri iraniano, Javed Zarif, si diceva già contrario a una escalation appena poche ore dopo gli eventi ma è stato reso noto che Teheran avesse preventivamente avvisato Baghdad dell'aggressione, dando così agli americani indirettamente la possibilità di essere preallertati. In secondo luogo, bisogna sottolineare la faccenda del Boeing 737 precipitato a solo 5 ore dopo il lancio dei missili contro gli americani: nonostante in un primo momento avesse smentito con forza che fosse stato abbattuto per errore da un proprio missile, alla fine Teheran ha ammesso ieri che le cose siano invece andate esattamente così. Il fatto è grave non soltanto in termini di immagine internazionale. Ma rischia di produrre pesanti contraccolpi anche nella stessa politica interna iraniana. Non solo perché su quel velivolo hanno perso la vita numerosi cittadini iraniani. Ma anche perché è da giorni ormai che la Repubblica Islamica si presenta ai suoi vertici come profondamente dilaniata. A fronte di una retorica bellicosa (soprattutto da parte dell'ayatollah Ali Khamenei e dei Pasdaran), ne sta emergendo una tendenzialmente antitetica (in particolare attraverso la figura di Zarif).
Insomma, l'antica divisione tra falchi e colombe, che da sempre caratterizza la politica iraniana, pare assumere i contorni di uno scontro sempre più più duro. Se nei primi giorni successivi all'uccisione di Soleimani la Repubblica Islamica ostentava compattezza, le crepe si stanno ormai facendo evidenti, con i centristi (radunati attorno al presidente Hassan Rohani) che sembra stiano cercando di mettere all'angolo i Pasdaran, fondamentalmente acefali dopo la scomparsa di Soleimani. Proprio ieri, alcuni moti di protesta sono stati repressi nel sangue dalla forze di polizia, con decine di morti. D'altronde, le nuove sanzioni americane hanno proprio questo obiettivo: isolare i falchi iraniani, cercando di favorire quei settori politici che a Teheran risultano sottotraccia aperti a una trattativa con gli Stati Uniti. Certo: è una strategia rischiosa, quella di Trump. Ma che abbia una sua logica è innegabile.
L’Iran cala le braghe: «L’aereo abbattuto è stata colpa nostra». Proteste in piazza
«Morte a questo governo. Troppi anni di crimini». «Il regime uccide e il leader Ali Khamenei lo sostiene». «Via Khamenei». «Ci dev'essere un processo, non bastano le dimissioni». «Morte ai bugiardi». «Vogliamo giustizia». «Referendum per la costituzione». «Il nostro nemico è qui, una bugia dire che sono gli Stati Uniti».
Questi sono soltanto alcuni degli slogan gridati ieri nelle piazze di Teheran e a Mashhad, nel Nord Est dell'Iran, dopo l'ammissione da parte del regime iraniano che il volo PS752 della Ukrainian International Airlines è stato abbattuto per «errore», scambiandolo per un «aereo militare nemico» da un missile lanciato dai Guardiani della rivoluzione islamica. Nella capitale una manifestazione studentesca per commemorare le 176 vittime, di cui 82 iraniani, si è trasformata in una protesta contro il regime. Secondo diverse testimonianze sui social network, sono intervenute le forze di polizia del regime che con gas lacrimogeni, manganelli e proiettili di vernice hanno cercato di fermare le contestazioni per poi effettuare anche alcuni arresti. Si sono mobilitate anche diverse celebrità locali che hanno postato messaggi di solidarietà con le vittime e critiche al sistema. Alcuni hanno anche invitato a protestare oggi pomeriggio nella celebre e iconica piazza Azadi.
L'annuncio da parte del comandante dell'aeronautica militare dei Pasdaran Amir Ali Hajizadeh è giunto ieri mattina, 24 ore dopo che i Paesi dell'alleanza Five Eyes (Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito, Stati Uniti) avevano confermato l'abbattimento e il governo ucraino aveva fatto enormi pressioni su quello iraniano già dopo le prime indagini. Il generale ha convocato una conferenza stampa in cui ha ribaltato tutta la propaganda che il regime iraniano ha spacciato per tre giorni. Infatti, prima Teheran sosteneva che il Boeing 737-800 decollato dall'aeroporto internazionale Imam Khomeini della capitale alle 6.12 per perdere il contatto due minuti più tardi era precipitato per un problema tecnico. Ieri l'ammissione: «Mi prendo la piena responsabilità e rispetterò qualsiasi decisione sarà presa», ha affermato il generale. E ha aggiunto: «Avrei preferito morire piuttosto che veder accadere un fatto simile». Hajizadeh ha poi spiegato che il missile non ha colpito direttamente l'aereo, ma è esploso accanto al velivolo: «È stato un missile a corto raggio che è esploso vicino all'aereo. Ecco perché il velivolo è stato in grado di continuare a volare. Il Boeing è esploso quando si è schiantato a terra».
«La Repubblica islamica dell'Iran si rammarica profondamente per questo errore disastroso» e le «indagini proseguiranno per identificare e perseguire» gli autori di questa «grande tragedia» e «questo sbaglio imperdonabile», ha spiegato via Twitter il presidente iraniano Hassan Rouhani. «Chiunque sia stato coinvolto nello schianto dell'aereo ucraino sarà presto processato», ha aggiunto. Inoltre, il quartier generale delle Forze armate iraniane ha spiegato in un comunicato che metterà in atto «riforme essenziali nei processi operativi per evitare simili errori in futuro» e che perseguirà legalmente «coloro che hanno commesso l'errore».
Tuttavia, è dalla conferenza stampa del generale Hajizadeh che a Teheran si cerca di accampare scuse dopo aver tentato di coprire la verità. Altro che «problema tecnico», quindi. Così il comandante dell'aeronautica militare dei Pasdaran, pur assumendosi la responsabilità, ha assicurato che a far partire il missile è stato un soldato che ha agito in autonomia, senza averne avuto l'ordine a causa di un'interferenza nelle comunicazioni. E allo scaricabile si è aggregato anche Mohammad Javad Zarif, ministro degli Esteri iraniano: per lui «l'errore umano» dietro all'abbattimento dell'aereo di linea ucraino da parte delle forze armate dell'Iran è accaduto nel «momento di crisi causato dall'avventurismo degli Stati Uniti».
L'agenzia di stampa di regime Fars ha provato a difendere la Guida suprema Ali Khamenei diffondendo che la notizia secondo cui è stato lui a ordinare che fosse resa nota la verità. Secondo il media, «appena il leader supremo è stato informato del catastrofico errore» ha ordinato che il risultato delle indagini «fosse reso noto in modo esplicito e onesto».
Dal suo esilio negli Stati Uniti ha parlato via Twitter Reza Ciro Pahlavi, considerato dai monarchici il principe ereditario dell'Iran, che ha accusato l'ayatollah Khamenei di essere responsabile della morte di 176 civili, tra cui 82 iraniani. Ma le manifestazioni sono arrivate anche in Italia. Decine di studenti iraniani si sono ritrovati davanti all'entrata dell'università La Sapienza a Roma per contestare il regime mentre a favore del «martire» Soleimani, il generale pasdaran ucciso da un raid statunitense una settimana fa, è stato organizzato un sit-in a Milano.
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Due basi bombardate senza fare vittime e un disastro aereo domestico indicano che Teheran ha perso la bussola. L'uccisione di Soleimani, lungi dall'essere il capriccio di un folle, ha diviso la nomenklatura. E ora gli Usa possono dettare le loro condizioni.Il governo ammette: «Un errore imperdonabile». In migliaia chiedono le dimissioni di Khamenei. La polizia spara sulla folla.Lo speciale contiene due articoliLa Casa Bianca tira dritto sulla crisi iraniana. Venerdì scorso, l'amministrazione Trump ha imposto nuove sanzioni a Teheran. La misura è volta a colpire svariati settori dell'economia della Repubblica Islamica (soprattutto acciaio, tessile ed edilizia), oltre a mettere nel mirino otto suoi alti funzionari. «Quest'ordine avrà un vasto impatto sull'economia iraniana», ha dichiarato il presidente statunitense in un comunicato. Queste sanzioni vengono ad aggiungersi a quelle comminate in precedenza, per colpire comparti importanti del sistema economico iraniano, come quello petrolifero e quello bancario. La mossa era del resto stata anticipata qualche giorno fa dallo stesso Donald Trump come ritorsione al recente attacco missilistico iraniano contro due basi statunitensi in territorio iracheno (a Baghdad e Erbil): una decisione che ha evidenziato la duplice natura della strategia americana su questo intricato dossier. Da una parte, il presidente ha aumentato la pressione economica sui Pasdaran, scongiurando - dall'altra - il rischio di una escalation militare che avrebbe potuto portare Stati Uniti e Iran addirittura sull'orlo di una guerra: uno scenario potenzialmenre rischioso per Trump in termini di consenso elettorale. Invece finora non solo Washington non ha avuto neppure una vittima sul campo ma il presidente ha un'arma in più per polemizzare con il Partito Democratico, reo - come ha scritto ieri su Twitter - di aver «difeso la vita di Qasem Soleimani». In tutto questo, Trump - dopo aver escluso l'opzione di un cambio di regime - ha sottolineato la volontà di arrivare a una rinegoziazione dell'intesa sul nucleare con l'Iran e la sua gestione della crisi iraniana ha effettivamente consentito agli Stati Uniti di intavolare una cornice per le trattative: una cornice, che vede oggi Washington oggettivamente in una posizione di superiore forza contrattuale. Ordinando di uccidere Soleimani, il presidente statunitense è riuscito infatti a conseguire una serie di obiettivi considerevoli. Ha innanzitutto ristabilito la deterrenza in funzione anti iraniana, privando al contempo la Repubblica Islamica di una delle sue figure più rappresentative. Non dimentichiamo infatti che Soleimani fosse il principale regista dell'aggressiva strategia mediorientale di Teheran e che risultasse - tra l'altro - anche il punto di riferimento dei Pasdaran nell'ambito delle dinamiche interne alla stessa politica iraniana. Trump ha quindi per il momento fiaccato notevolmente la Repubblica Islamica: una Repubblica Islamica la cui debolezza si è manifestata in almeno due recenti episodi. Innanzitutto la suddetta rappresaglia missilistica si è rivelata nella sostanza un atto di facciata: non solo il ministro degli Esteri iraniano, Javed Zarif, si diceva già contrario a una escalation appena poche ore dopo gli eventi ma è stato reso noto che Teheran avesse preventivamente avvisato Baghdad dell'aggressione, dando così agli americani indirettamente la possibilità di essere preallertati. In secondo luogo, bisogna sottolineare la faccenda del Boeing 737 precipitato a solo 5 ore dopo il lancio dei missili contro gli americani: nonostante in un primo momento avesse smentito con forza che fosse stato abbattuto per errore da un proprio missile, alla fine Teheran ha ammesso ieri che le cose siano invece andate esattamente così. Il fatto è grave non soltanto in termini di immagine internazionale. Ma rischia di produrre pesanti contraccolpi anche nella stessa politica interna iraniana. Non solo perché su quel velivolo hanno perso la vita numerosi cittadini iraniani. Ma anche perché è da giorni ormai che la Repubblica Islamica si presenta ai suoi vertici come profondamente dilaniata. A fronte di una retorica bellicosa (soprattutto da parte dell'ayatollah Ali Khamenei e dei Pasdaran), ne sta emergendo una tendenzialmente antitetica (in particolare attraverso la figura di Zarif). Insomma, l'antica divisione tra falchi e colombe, che da sempre caratterizza la politica iraniana, pare assumere i contorni di uno scontro sempre più più duro. Se nei primi giorni successivi all'uccisione di Soleimani la Repubblica Islamica ostentava compattezza, le crepe si stanno ormai facendo evidenti, con i centristi (radunati attorno al presidente Hassan Rohani) che sembra stiano cercando di mettere all'angolo i Pasdaran, fondamentalmente acefali dopo la scomparsa di Soleimani. Proprio ieri, alcuni moti di protesta sono stati repressi nel sangue dalla forze di polizia, con decine di morti. D'altronde, le nuove sanzioni americane hanno proprio questo obiettivo: isolare i falchi iraniani, cercando di favorire quei settori politici che a Teheran risultano sottotraccia aperti a una trattativa con gli Stati Uniti. Certo: è una strategia rischiosa, quella di Trump. Ma che abbia una sua logica è innegabile. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-sette-giorni-trump-ha-licenziato-il-regime-2644674280.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="liran-cala-le-braghe-laereo-abbattuto-e-stata-colpa-nostra-proteste-in-piazza" data-post-id="2644674280" data-published-at="1768804691" data-use-pagination="False"> L’Iran cala le braghe: «L’aereo abbattuto è stata colpa nostra». Proteste in piazza «Morte a questo governo. Troppi anni di crimini». «Il regime uccide e il leader Ali Khamenei lo sostiene». «Via Khamenei». «Ci dev'essere un processo, non bastano le dimissioni». «Morte ai bugiardi». «Vogliamo giustizia». «Referendum per la costituzione». «Il nostro nemico è qui, una bugia dire che sono gli Stati Uniti». Questi sono soltanto alcuni degli slogan gridati ieri nelle piazze di Teheran e a Mashhad, nel Nord Est dell'Iran, dopo l'ammissione da parte del regime iraniano che il volo PS752 della Ukrainian International Airlines è stato abbattuto per «errore», scambiandolo per un «aereo militare nemico» da un missile lanciato dai Guardiani della rivoluzione islamica. Nella capitale una manifestazione studentesca per commemorare le 176 vittime, di cui 82 iraniani, si è trasformata in una protesta contro il regime. Secondo diverse testimonianze sui social network, sono intervenute le forze di polizia del regime che con gas lacrimogeni, manganelli e proiettili di vernice hanno cercato di fermare le contestazioni per poi effettuare anche alcuni arresti. Si sono mobilitate anche diverse celebrità locali che hanno postato messaggi di solidarietà con le vittime e critiche al sistema. Alcuni hanno anche invitato a protestare oggi pomeriggio nella celebre e iconica piazza Azadi. L'annuncio da parte del comandante dell'aeronautica militare dei Pasdaran Amir Ali Hajizadeh è giunto ieri mattina, 24 ore dopo che i Paesi dell'alleanza Five Eyes (Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito, Stati Uniti) avevano confermato l'abbattimento e il governo ucraino aveva fatto enormi pressioni su quello iraniano già dopo le prime indagini. Il generale ha convocato una conferenza stampa in cui ha ribaltato tutta la propaganda che il regime iraniano ha spacciato per tre giorni. Infatti, prima Teheran sosteneva che il Boeing 737-800 decollato dall'aeroporto internazionale Imam Khomeini della capitale alle 6.12 per perdere il contatto due minuti più tardi era precipitato per un problema tecnico. Ieri l'ammissione: «Mi prendo la piena responsabilità e rispetterò qualsiasi decisione sarà presa», ha affermato il generale. E ha aggiunto: «Avrei preferito morire piuttosto che veder accadere un fatto simile». Hajizadeh ha poi spiegato che il missile non ha colpito direttamente l'aereo, ma è esploso accanto al velivolo: «È stato un missile a corto raggio che è esploso vicino all'aereo. Ecco perché il velivolo è stato in grado di continuare a volare. Il Boeing è esploso quando si è schiantato a terra». «La Repubblica islamica dell'Iran si rammarica profondamente per questo errore disastroso» e le «indagini proseguiranno per identificare e perseguire» gli autori di questa «grande tragedia» e «questo sbaglio imperdonabile», ha spiegato via Twitter il presidente iraniano Hassan Rouhani. «Chiunque sia stato coinvolto nello schianto dell'aereo ucraino sarà presto processato», ha aggiunto. Inoltre, il quartier generale delle Forze armate iraniane ha spiegato in un comunicato che metterà in atto «riforme essenziali nei processi operativi per evitare simili errori in futuro» e che perseguirà legalmente «coloro che hanno commesso l'errore». Tuttavia, è dalla conferenza stampa del generale Hajizadeh che a Teheran si cerca di accampare scuse dopo aver tentato di coprire la verità. Altro che «problema tecnico», quindi. Così il comandante dell'aeronautica militare dei Pasdaran, pur assumendosi la responsabilità, ha assicurato che a far partire il missile è stato un soldato che ha agito in autonomia, senza averne avuto l'ordine a causa di un'interferenza nelle comunicazioni. E allo scaricabile si è aggregato anche Mohammad Javad Zarif, ministro degli Esteri iraniano: per lui «l'errore umano» dietro all'abbattimento dell'aereo di linea ucraino da parte delle forze armate dell'Iran è accaduto nel «momento di crisi causato dall'avventurismo degli Stati Uniti». L'agenzia di stampa di regime Fars ha provato a difendere la Guida suprema Ali Khamenei diffondendo che la notizia secondo cui è stato lui a ordinare che fosse resa nota la verità. Secondo il media, «appena il leader supremo è stato informato del catastrofico errore» ha ordinato che il risultato delle indagini «fosse reso noto in modo esplicito e onesto». Dal suo esilio negli Stati Uniti ha parlato via Twitter Reza Ciro Pahlavi, considerato dai monarchici il principe ereditario dell'Iran, che ha accusato l'ayatollah Khamenei di essere responsabile della morte di 176 civili, tra cui 82 iraniani. Ma le manifestazioni sono arrivate anche in Italia. Decine di studenti iraniani si sono ritrovati davanti all'entrata dell'università La Sapienza a Roma per contestare il regime mentre a favore del «martire» Soleimani, il generale pasdaran ucciso da un raid statunitense una settimana fa, è stato organizzato un sit-in a Milano.
Chi ha inventato le luci sugli aerei? Proprio quelle colorate che vediamo lampeggiare quando ne scorgiamo uno nel cielo. Ecco la storia di Warren e della sua fantastica idea!
Giorgia Meloni (Ansa)
Ieri la pantomima sulla Groenlandia, che Donald Trump ha eletto a checkpoint Charlie del nuovo ordine mondiale, ha toccato l’apice. Gli europei hanno inviato sull’isola un contingente militare di svedesi, francesi e tedeschi. Poche centinaia di soldati, con un ufficiale belga, che hanno fatto arricciare il naso a Vladimir Putin che se dice che la Danimarca è Europa però mette sull’avviso la Nato: manovre vicine a noi provocheranno una reazione. Perciò Copenaghen si è affrettata a sostenere che la missione Artic Endurance, già in ritirata, va allargata agli Usa: finita la guerra in Ucraina prevedendo un espansionismo di Mosca dovranno garantire con gli europei la sicurezza nell’Artico. Ieri mentre il presidente del Ppe Manfred Weber, accodandosi a Pse e Renew, ha sentenziato che «si sospendono gli accordi commerciali tra Usa e Ue finché resta la minaccia dei dazi aggiuntivi», il cancelliere tedesco Friedrich Merz faceva ritirare, dopo 24 ore, le truppe tedesche dalla Groenlandia perché «fa troppo freddo», ma ribadiva: «Siamo a fianco di Danimarca e isolani, come Nato ci impegniamo a garantire la sicurezza nell’Artico e avvertiamo che le minacce tariffarie compromettono le relazioni transatlantiche e comportano il rischio di un’escalation». Qualcosa però non torna. A fine novembre - rivela Die Welt - la Nato ha deciso il trasferimento top secret della difesa dei Paesi nordici dal comando di Brunnsum (Paesi Bassi) a quello di Norfolk (Stati Uniti) e riguarda Danimarca, Finlandia e Svezia. Perciò il comandante della Seconda Flotta Usa di Norfolk, Douglas G. Perry, sarebbe responsabile della difesa della Groenlandia, potenzialmente contro un ordine militare del suo stesso comandante in capo, il presidente americano.
A Bruxelles hanno deciso di sfidare oltre a Donald Trump anche il ridicolo. Stamane il segretario generale della Nato vede il ministro della Difesa della Danimarca, Troels Lund Poulsen, e il ministro per gli Affari esteri della Groenlandia, Vivian Motzfeldt. Ieri Mark Rutte col presidente americano ha discusso i piani di difesa Nato per la sicurezza nell’Artico. Se questo è il quadro sul terreno resta la disperata ricerca di pretesti per farsi vedere. Emmanuel Macron - scavalcando i tedeschi - chiede «l’attivazione dello strumento anticoercizione dell’Ue qualora venissero messe in atto le minacce di Trump relative a nuovi dazi». Significa di fatto interrompere ogni rapporto economico con Washington. È lo stesso strumento invocato da Paolo Gentiloni che alla Stampa accusa: quello di Trump «è l’annuncio di un atto di guerra economica ai propri alleati: il rischio è che in Groenlandia oltre ai ghiacciai si sciolga anche la Nato». E poi aggiunge che la posizione «attendista italiana non giova perché il nostro è il governo più trumpiano d’Europa». Peccato che l’Irlanda col primo ministro Micheal Martin dica che «una guerra commerciale Usa-Ue sarebbe dannosa per tutti e va trovata un’intesa». Non la pensano così Ursula von der Leyen - «si rischia una spirale pericolosa» - e Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo, che come già col Mercosur sperano nella crisi groenlandese per evitare che si liquefaccia l’Europa. Per il Financial Times la Ue starebbe valutando l’ipotesi di controdazi per 93 miliardi. Dà una mano il britannico Keir Starmer che critica i dazi, ma vuole vedersela a tu per tu con Trump.
La posizione italiana - ribadita dal ministro degli Esteri Antonio Tajani: «La nostra capacità di mediare proverà a evitare guerre commerciali e contrasti, vogliamo trovare accordi che non penalizzino nessuno» - è quella di Giorgia Meloni che condivide la preoccupazione di Trump sull’Artico ma stigmatizza: «La previsione di un aumento di dazi nei confronti di quelle nazioni che hanno scelto di contribuire alla sicurezza della Groenlandia è un errore e non la condivido. C’è bisogno di riprendere il dialogo ed evitare l’escalation».
Come già sulla prima partita dei dazi finirà che la Von der Leyen dovrà chiedere aiuto alla Meloni perché - come sostiene Nicola Procaccini di Ecr - «siamo per la distensione, lo strumento anticoercizione invocato da Macron non va in quella direzione, si guardi invece all’accordo sui dazi con gli Usa che tiene e ha dato frutti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente americano ha detto che qualora venissero inviati dei soldati in Groenlandia, gli Stati Uniti metterebbero dazi sui Paesi che partecipassero all’operazione con loro uomini sul terreno. In pratica, più che a un conflitto vero e proprio con Bruxelles, siamo di fronte a una nuova guerra commerciale con gli Stati Uniti. Il problema è che da Macron alla Von der Leyen (Merz si è subito adeguato ordinando la retromarcia delle sue truppe), in molti in Europa sembrano non capire che l’Unione non può permettersi di innescare un’altra battaglia con l’America sul tema dei dazi. Come abbiamo già visto lo scorso anno, la Ue ha tutto da perdere in un braccio di ferro con Washington, prova ne sia che, dopo aver minacciato sfracelli, di fronte alle pretese di Trump di riequilibrare la bilancia commerciale, ha accettato un accordo che ha fatto sparire le tariffe sui prodotti Usa, concordando per di più acquisti di prodotti petroliferi e forniture militari. Che altro può mettere in campo dunque Bruxelles per arginare le pretese americane? A mio parere solo la demagogia. E infatti in queste ore, dal piccolo Napoleone dell’Eliseo alla baronessa che guida l’Unione, se ne sta spargendo a piene mani. Invece di comprendere quali siano le ragioni geopolitiche dello scontro in atto e come cercare di raggiungere un’intesa, l’Europa si appresta a una mossa che non ha alcuna valenza militare ma solo d’immagine. I 100 o 200 militari che si vogliono inviare in Groenlandia non hanno alcuna capacità difensiva, ma il loro schieramento rischia di innescare un conflitto commerciale che la Ue potrebbe pagare a caro prezzo. E non soltanto perché, come spesso abbiamo spiegato a proposito dei dazi, quando si introducono delle tariffe come rappresaglia nei confronti di un Paese, l’arma dalla parte del manico è impugnata dall’acquirente, non certo dal venditore. Giocando con le tasse sui prodotti importati dagli Usa, usandole come strumento di coercizione, l’economia dei Paesi europei rischia non soltanto di farsi molto male, ma di finire definitivamente tra le braccia della Cina, divenendone praticamente un satellite, come già è accaduto ad altri.
Vale la pena di rompersi l’osso del collo per la Groenlandia o non sarebbe il caso di capire perché Trump insiste tanto a volerla? È evidente che ci sono ragioni strategiche dietro alla sua insistenza. Questioni che riguardano i commerci internazionali, le rotte artiche, ma che hanno anche a che fare con gli approvvigionamenti di materie prime. E probabilmente molti di questi punti potrebbero essere risolti con un negoziato che consentisse una maggiore presenza e penetrazione degli Stati Uniti sull’isola.
Tuttavia, il braccio di ferro che potrebbe innescarsi fra America ed Europa non tocca soltanto la possibilità di quest’ultima di resistere a un’offensiva sulle esportazioni, con l’aggravio delle tariffe per le merci Ue. Ha influenza anche sugli schieramenti. Siamo sicuri che una Ue già impegnata sul fronte orientale, già incapace di fronteggiare le minacce russe, sarebbe in grado di reggere anche uno sforzo - se non bellico, probabilmente commerciale - sul fronte occidentale?
Parliamoci chiaro una volta per tutte: oggi, nonostante la prosopopea di qualche suo leader, la Ue è un vaso di coccio fra vasi di ferro. La sua economia è in ritirata da tempo e i troppi sistemi di regolamentazione frenano qualsiasi possibile recupero. Senza dire che invece di pagare il welfare a cui la popolazione si è ormai abituata, la forte immigrazione rischia di mandarlo in bancarotta, aumentando anche i problemi di sicurezza. Detto in altre parole, davvero siamo in grado, noi europei, di dichiarare guerra - per lo meno commerciale - agli Usa? Io credo di no e penso che se lo facessimo, con buona pace dei molti Gentiloni che dopo aver trascorso una vita a fare da scendiletto dei potenti oggi si scoprono un animo da guerrieri, sarebbe un suicidio. Volete un consiglio? Visto che l’Europa, nonostante sia affetta da un complesso di superiorità, è inferiore all’America, chiediamo di aderire agli Stati Uniti. Se entrassimo separati, cioè aderendo ogni Stato per conto proprio, gli Usa avrebbero 67 Stati, ma avrebbero anche 900 milioni di abitanti. Se poi, oltre alla Costituzione americana (la Ue non ne ha una) adottassimo pure le politiche liberiste d’Oltreoceano, non solo sarebbe risolto il problema della Groenlandia e quello dei dazi, ma probabilmente porremmo anche fine al declino europeo. È un’idea folle la mia? Può darsi, ma certo fa meno ridere di quella di mandare 100 o 200 militari a Nuuk scatenando una guerra con gli Usa.
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Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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