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2020-01-12
In sette giorni Trump ha licenziato il regime
Ansa
La Casa Bianca tira dritto sulla crisi iraniana. Venerdì scorso, l'amministrazione Trump ha imposto nuove sanzioni a Teheran. La misura è volta a colpire svariati settori dell'economia della Repubblica Islamica (soprattutto acciaio, tessile ed edilizia), oltre a mettere nel mirino otto suoi alti funzionari. «Quest'ordine avrà un vasto impatto sull'economia iraniana», ha dichiarato il presidente statunitense in un comunicato. Queste sanzioni vengono ad aggiungersi a quelle comminate in precedenza, per colpire comparti importanti del sistema economico iraniano, come quello petrolifero e quello bancario. La mossa era del resto stata anticipata qualche giorno fa dallo stesso Donald Trump come ritorsione al recente attacco missilistico iraniano contro due basi statunitensi in territorio iracheno (a Baghdad e Erbil): una decisione che ha evidenziato la duplice natura della strategia americana su questo intricato dossier.
Da una parte, il presidente ha aumentato la pressione economica sui Pasdaran, scongiurando - dall'altra - il rischio di una escalation militare che avrebbe potuto portare Stati Uniti e Iran addirittura sull'orlo di una guerra: uno scenario potenzialmenre rischioso per Trump in termini di consenso elettorale. Invece finora non solo Washington non ha avuto neppure una vittima sul campo ma il presidente ha un'arma in più per polemizzare con il Partito Democratico, reo - come ha scritto ieri su Twitter - di aver «difeso la vita di Qasem Soleimani». In tutto questo, Trump - dopo aver escluso l'opzione di un cambio di regime - ha sottolineato la volontà di arrivare a una rinegoziazione dell'intesa sul nucleare con l'Iran e la sua gestione della crisi iraniana ha effettivamente consentito agli Stati Uniti di intavolare una cornice per le trattative: una cornice, che vede oggi Washington oggettivamente in una posizione di superiore forza contrattuale.
Ordinando di uccidere Soleimani, il presidente statunitense è riuscito infatti a conseguire una serie di obiettivi considerevoli. Ha innanzitutto ristabilito la deterrenza in funzione anti iraniana, privando al contempo la Repubblica Islamica di una delle sue figure più rappresentative. Non dimentichiamo infatti che Soleimani fosse il principale regista dell'aggressiva strategia mediorientale di Teheran e che risultasse - tra l'altro - anche il punto di riferimento dei Pasdaran nell'ambito delle dinamiche interne alla stessa politica iraniana. Trump ha quindi per il momento fiaccato notevolmente la Repubblica Islamica: una Repubblica Islamica la cui debolezza si è manifestata in almeno due recenti episodi.
Innanzitutto la suddetta rappresaglia missilistica si è rivelata nella sostanza un atto di facciata: non solo il ministro degli Esteri iraniano, Javed Zarif, si diceva già contrario a una escalation appena poche ore dopo gli eventi ma è stato reso noto che Teheran avesse preventivamente avvisato Baghdad dell'aggressione, dando così agli americani indirettamente la possibilità di essere preallertati. In secondo luogo, bisogna sottolineare la faccenda del Boeing 737 precipitato a solo 5 ore dopo il lancio dei missili contro gli americani: nonostante in un primo momento avesse smentito con forza che fosse stato abbattuto per errore da un proprio missile, alla fine Teheran ha ammesso ieri che le cose siano invece andate esattamente così. Il fatto è grave non soltanto in termini di immagine internazionale. Ma rischia di produrre pesanti contraccolpi anche nella stessa politica interna iraniana. Non solo perché su quel velivolo hanno perso la vita numerosi cittadini iraniani. Ma anche perché è da giorni ormai che la Repubblica Islamica si presenta ai suoi vertici come profondamente dilaniata. A fronte di una retorica bellicosa (soprattutto da parte dell'ayatollah Ali Khamenei e dei Pasdaran), ne sta emergendo una tendenzialmente antitetica (in particolare attraverso la figura di Zarif).
Insomma, l'antica divisione tra falchi e colombe, che da sempre caratterizza la politica iraniana, pare assumere i contorni di uno scontro sempre più più duro. Se nei primi giorni successivi all'uccisione di Soleimani la Repubblica Islamica ostentava compattezza, le crepe si stanno ormai facendo evidenti, con i centristi (radunati attorno al presidente Hassan Rohani) che sembra stiano cercando di mettere all'angolo i Pasdaran, fondamentalmente acefali dopo la scomparsa di Soleimani. Proprio ieri, alcuni moti di protesta sono stati repressi nel sangue dalla forze di polizia, con decine di morti. D'altronde, le nuove sanzioni americane hanno proprio questo obiettivo: isolare i falchi iraniani, cercando di favorire quei settori politici che a Teheran risultano sottotraccia aperti a una trattativa con gli Stati Uniti. Certo: è una strategia rischiosa, quella di Trump. Ma che abbia una sua logica è innegabile.
L’Iran cala le braghe: «L’aereo abbattuto è stata colpa nostra». Proteste in piazza
«Morte a questo governo. Troppi anni di crimini». «Il regime uccide e il leader Ali Khamenei lo sostiene». «Via Khamenei». «Ci dev'essere un processo, non bastano le dimissioni». «Morte ai bugiardi». «Vogliamo giustizia». «Referendum per la costituzione». «Il nostro nemico è qui, una bugia dire che sono gli Stati Uniti».
Questi sono soltanto alcuni degli slogan gridati ieri nelle piazze di Teheran e a Mashhad, nel Nord Est dell'Iran, dopo l'ammissione da parte del regime iraniano che il volo PS752 della Ukrainian International Airlines è stato abbattuto per «errore», scambiandolo per un «aereo militare nemico» da un missile lanciato dai Guardiani della rivoluzione islamica. Nella capitale una manifestazione studentesca per commemorare le 176 vittime, di cui 82 iraniani, si è trasformata in una protesta contro il regime. Secondo diverse testimonianze sui social network, sono intervenute le forze di polizia del regime che con gas lacrimogeni, manganelli e proiettili di vernice hanno cercato di fermare le contestazioni per poi effettuare anche alcuni arresti. Si sono mobilitate anche diverse celebrità locali che hanno postato messaggi di solidarietà con le vittime e critiche al sistema. Alcuni hanno anche invitato a protestare oggi pomeriggio nella celebre e iconica piazza Azadi.
L'annuncio da parte del comandante dell'aeronautica militare dei Pasdaran Amir Ali Hajizadeh è giunto ieri mattina, 24 ore dopo che i Paesi dell'alleanza Five Eyes (Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito, Stati Uniti) avevano confermato l'abbattimento e il governo ucraino aveva fatto enormi pressioni su quello iraniano già dopo le prime indagini. Il generale ha convocato una conferenza stampa in cui ha ribaltato tutta la propaganda che il regime iraniano ha spacciato per tre giorni. Infatti, prima Teheran sosteneva che il Boeing 737-800 decollato dall'aeroporto internazionale Imam Khomeini della capitale alle 6.12 per perdere il contatto due minuti più tardi era precipitato per un problema tecnico. Ieri l'ammissione: «Mi prendo la piena responsabilità e rispetterò qualsiasi decisione sarà presa», ha affermato il generale. E ha aggiunto: «Avrei preferito morire piuttosto che veder accadere un fatto simile». Hajizadeh ha poi spiegato che il missile non ha colpito direttamente l'aereo, ma è esploso accanto al velivolo: «È stato un missile a corto raggio che è esploso vicino all'aereo. Ecco perché il velivolo è stato in grado di continuare a volare. Il Boeing è esploso quando si è schiantato a terra».
«La Repubblica islamica dell'Iran si rammarica profondamente per questo errore disastroso» e le «indagini proseguiranno per identificare e perseguire» gli autori di questa «grande tragedia» e «questo sbaglio imperdonabile», ha spiegato via Twitter il presidente iraniano Hassan Rouhani. «Chiunque sia stato coinvolto nello schianto dell'aereo ucraino sarà presto processato», ha aggiunto. Inoltre, il quartier generale delle Forze armate iraniane ha spiegato in un comunicato che metterà in atto «riforme essenziali nei processi operativi per evitare simili errori in futuro» e che perseguirà legalmente «coloro che hanno commesso l'errore».
Tuttavia, è dalla conferenza stampa del generale Hajizadeh che a Teheran si cerca di accampare scuse dopo aver tentato di coprire la verità. Altro che «problema tecnico», quindi. Così il comandante dell'aeronautica militare dei Pasdaran, pur assumendosi la responsabilità, ha assicurato che a far partire il missile è stato un soldato che ha agito in autonomia, senza averne avuto l'ordine a causa di un'interferenza nelle comunicazioni. E allo scaricabile si è aggregato anche Mohammad Javad Zarif, ministro degli Esteri iraniano: per lui «l'errore umano» dietro all'abbattimento dell'aereo di linea ucraino da parte delle forze armate dell'Iran è accaduto nel «momento di crisi causato dall'avventurismo degli Stati Uniti».
L'agenzia di stampa di regime Fars ha provato a difendere la Guida suprema Ali Khamenei diffondendo che la notizia secondo cui è stato lui a ordinare che fosse resa nota la verità. Secondo il media, «appena il leader supremo è stato informato del catastrofico errore» ha ordinato che il risultato delle indagini «fosse reso noto in modo esplicito e onesto».
Dal suo esilio negli Stati Uniti ha parlato via Twitter Reza Ciro Pahlavi, considerato dai monarchici il principe ereditario dell'Iran, che ha accusato l'ayatollah Khamenei di essere responsabile della morte di 176 civili, tra cui 82 iraniani. Ma le manifestazioni sono arrivate anche in Italia. Decine di studenti iraniani si sono ritrovati davanti all'entrata dell'università La Sapienza a Roma per contestare il regime mentre a favore del «martire» Soleimani, il generale pasdaran ucciso da un raid statunitense una settimana fa, è stato organizzato un sit-in a Milano.
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Due basi bombardate senza fare vittime e un disastro aereo domestico indicano che Teheran ha perso la bussola. L'uccisione di Soleimani, lungi dall'essere il capriccio di un folle, ha diviso la nomenklatura. E ora gli Usa possono dettare le loro condizioni.Il governo ammette: «Un errore imperdonabile». In migliaia chiedono le dimissioni di Khamenei. La polizia spara sulla folla.Lo speciale contiene due articoliLa Casa Bianca tira dritto sulla crisi iraniana. Venerdì scorso, l'amministrazione Trump ha imposto nuove sanzioni a Teheran. La misura è volta a colpire svariati settori dell'economia della Repubblica Islamica (soprattutto acciaio, tessile ed edilizia), oltre a mettere nel mirino otto suoi alti funzionari. «Quest'ordine avrà un vasto impatto sull'economia iraniana», ha dichiarato il presidente statunitense in un comunicato. Queste sanzioni vengono ad aggiungersi a quelle comminate in precedenza, per colpire comparti importanti del sistema economico iraniano, come quello petrolifero e quello bancario. La mossa era del resto stata anticipata qualche giorno fa dallo stesso Donald Trump come ritorsione al recente attacco missilistico iraniano contro due basi statunitensi in territorio iracheno (a Baghdad e Erbil): una decisione che ha evidenziato la duplice natura della strategia americana su questo intricato dossier. Da una parte, il presidente ha aumentato la pressione economica sui Pasdaran, scongiurando - dall'altra - il rischio di una escalation militare che avrebbe potuto portare Stati Uniti e Iran addirittura sull'orlo di una guerra: uno scenario potenzialmenre rischioso per Trump in termini di consenso elettorale. Invece finora non solo Washington non ha avuto neppure una vittima sul campo ma il presidente ha un'arma in più per polemizzare con il Partito Democratico, reo - come ha scritto ieri su Twitter - di aver «difeso la vita di Qasem Soleimani». In tutto questo, Trump - dopo aver escluso l'opzione di un cambio di regime - ha sottolineato la volontà di arrivare a una rinegoziazione dell'intesa sul nucleare con l'Iran e la sua gestione della crisi iraniana ha effettivamente consentito agli Stati Uniti di intavolare una cornice per le trattative: una cornice, che vede oggi Washington oggettivamente in una posizione di superiore forza contrattuale. Ordinando di uccidere Soleimani, il presidente statunitense è riuscito infatti a conseguire una serie di obiettivi considerevoli. Ha innanzitutto ristabilito la deterrenza in funzione anti iraniana, privando al contempo la Repubblica Islamica di una delle sue figure più rappresentative. Non dimentichiamo infatti che Soleimani fosse il principale regista dell'aggressiva strategia mediorientale di Teheran e che risultasse - tra l'altro - anche il punto di riferimento dei Pasdaran nell'ambito delle dinamiche interne alla stessa politica iraniana. Trump ha quindi per il momento fiaccato notevolmente la Repubblica Islamica: una Repubblica Islamica la cui debolezza si è manifestata in almeno due recenti episodi. Innanzitutto la suddetta rappresaglia missilistica si è rivelata nella sostanza un atto di facciata: non solo il ministro degli Esteri iraniano, Javed Zarif, si diceva già contrario a una escalation appena poche ore dopo gli eventi ma è stato reso noto che Teheran avesse preventivamente avvisato Baghdad dell'aggressione, dando così agli americani indirettamente la possibilità di essere preallertati. In secondo luogo, bisogna sottolineare la faccenda del Boeing 737 precipitato a solo 5 ore dopo il lancio dei missili contro gli americani: nonostante in un primo momento avesse smentito con forza che fosse stato abbattuto per errore da un proprio missile, alla fine Teheran ha ammesso ieri che le cose siano invece andate esattamente così. Il fatto è grave non soltanto in termini di immagine internazionale. Ma rischia di produrre pesanti contraccolpi anche nella stessa politica interna iraniana. Non solo perché su quel velivolo hanno perso la vita numerosi cittadini iraniani. Ma anche perché è da giorni ormai che la Repubblica Islamica si presenta ai suoi vertici come profondamente dilaniata. A fronte di una retorica bellicosa (soprattutto da parte dell'ayatollah Ali Khamenei e dei Pasdaran), ne sta emergendo una tendenzialmente antitetica (in particolare attraverso la figura di Zarif). Insomma, l'antica divisione tra falchi e colombe, che da sempre caratterizza la politica iraniana, pare assumere i contorni di uno scontro sempre più più duro. Se nei primi giorni successivi all'uccisione di Soleimani la Repubblica Islamica ostentava compattezza, le crepe si stanno ormai facendo evidenti, con i centristi (radunati attorno al presidente Hassan Rohani) che sembra stiano cercando di mettere all'angolo i Pasdaran, fondamentalmente acefali dopo la scomparsa di Soleimani. Proprio ieri, alcuni moti di protesta sono stati repressi nel sangue dalla forze di polizia, con decine di morti. D'altronde, le nuove sanzioni americane hanno proprio questo obiettivo: isolare i falchi iraniani, cercando di favorire quei settori politici che a Teheran risultano sottotraccia aperti a una trattativa con gli Stati Uniti. Certo: è una strategia rischiosa, quella di Trump. Ma che abbia una sua logica è innegabile. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-sette-giorni-trump-ha-licenziato-il-regime-2644674280.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="liran-cala-le-braghe-laereo-abbattuto-e-stata-colpa-nostra-proteste-in-piazza" data-post-id="2644674280" data-published-at="1778869210" data-use-pagination="False"> L’Iran cala le braghe: «L’aereo abbattuto è stata colpa nostra». Proteste in piazza «Morte a questo governo. Troppi anni di crimini». «Il regime uccide e il leader Ali Khamenei lo sostiene». «Via Khamenei». «Ci dev'essere un processo, non bastano le dimissioni». «Morte ai bugiardi». «Vogliamo giustizia». «Referendum per la costituzione». «Il nostro nemico è qui, una bugia dire che sono gli Stati Uniti». Questi sono soltanto alcuni degli slogan gridati ieri nelle piazze di Teheran e a Mashhad, nel Nord Est dell'Iran, dopo l'ammissione da parte del regime iraniano che il volo PS752 della Ukrainian International Airlines è stato abbattuto per «errore», scambiandolo per un «aereo militare nemico» da un missile lanciato dai Guardiani della rivoluzione islamica. Nella capitale una manifestazione studentesca per commemorare le 176 vittime, di cui 82 iraniani, si è trasformata in una protesta contro il regime. Secondo diverse testimonianze sui social network, sono intervenute le forze di polizia del regime che con gas lacrimogeni, manganelli e proiettili di vernice hanno cercato di fermare le contestazioni per poi effettuare anche alcuni arresti. Si sono mobilitate anche diverse celebrità locali che hanno postato messaggi di solidarietà con le vittime e critiche al sistema. Alcuni hanno anche invitato a protestare oggi pomeriggio nella celebre e iconica piazza Azadi. L'annuncio da parte del comandante dell'aeronautica militare dei Pasdaran Amir Ali Hajizadeh è giunto ieri mattina, 24 ore dopo che i Paesi dell'alleanza Five Eyes (Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito, Stati Uniti) avevano confermato l'abbattimento e il governo ucraino aveva fatto enormi pressioni su quello iraniano già dopo le prime indagini. Il generale ha convocato una conferenza stampa in cui ha ribaltato tutta la propaganda che il regime iraniano ha spacciato per tre giorni. Infatti, prima Teheran sosteneva che il Boeing 737-800 decollato dall'aeroporto internazionale Imam Khomeini della capitale alle 6.12 per perdere il contatto due minuti più tardi era precipitato per un problema tecnico. Ieri l'ammissione: «Mi prendo la piena responsabilità e rispetterò qualsiasi decisione sarà presa», ha affermato il generale. E ha aggiunto: «Avrei preferito morire piuttosto che veder accadere un fatto simile». Hajizadeh ha poi spiegato che il missile non ha colpito direttamente l'aereo, ma è esploso accanto al velivolo: «È stato un missile a corto raggio che è esploso vicino all'aereo. Ecco perché il velivolo è stato in grado di continuare a volare. Il Boeing è esploso quando si è schiantato a terra». «La Repubblica islamica dell'Iran si rammarica profondamente per questo errore disastroso» e le «indagini proseguiranno per identificare e perseguire» gli autori di questa «grande tragedia» e «questo sbaglio imperdonabile», ha spiegato via Twitter il presidente iraniano Hassan Rouhani. «Chiunque sia stato coinvolto nello schianto dell'aereo ucraino sarà presto processato», ha aggiunto. Inoltre, il quartier generale delle Forze armate iraniane ha spiegato in un comunicato che metterà in atto «riforme essenziali nei processi operativi per evitare simili errori in futuro» e che perseguirà legalmente «coloro che hanno commesso l'errore». Tuttavia, è dalla conferenza stampa del generale Hajizadeh che a Teheran si cerca di accampare scuse dopo aver tentato di coprire la verità. Altro che «problema tecnico», quindi. Così il comandante dell'aeronautica militare dei Pasdaran, pur assumendosi la responsabilità, ha assicurato che a far partire il missile è stato un soldato che ha agito in autonomia, senza averne avuto l'ordine a causa di un'interferenza nelle comunicazioni. E allo scaricabile si è aggregato anche Mohammad Javad Zarif, ministro degli Esteri iraniano: per lui «l'errore umano» dietro all'abbattimento dell'aereo di linea ucraino da parte delle forze armate dell'Iran è accaduto nel «momento di crisi causato dall'avventurismo degli Stati Uniti». L'agenzia di stampa di regime Fars ha provato a difendere la Guida suprema Ali Khamenei diffondendo che la notizia secondo cui è stato lui a ordinare che fosse resa nota la verità. Secondo il media, «appena il leader supremo è stato informato del catastrofico errore» ha ordinato che il risultato delle indagini «fosse reso noto in modo esplicito e onesto». Dal suo esilio negli Stati Uniti ha parlato via Twitter Reza Ciro Pahlavi, considerato dai monarchici il principe ereditario dell'Iran, che ha accusato l'ayatollah Khamenei di essere responsabile della morte di 176 civili, tra cui 82 iraniani. Ma le manifestazioni sono arrivate anche in Italia. Decine di studenti iraniani si sono ritrovati davanti all'entrata dell'università La Sapienza a Roma per contestare il regime mentre a favore del «martire» Soleimani, il generale pasdaran ucciso da un raid statunitense una settimana fa, è stato organizzato un sit-in a Milano.
Regina Corradini D’Arienzo (Ansa)
Risorse a tassi agevolati e contributi a fondo perduto fino al 30% per contrastare il caro energia e il blocco dello Stretto di Hormuz. La misura, operativa dal 25 maggio, protegge le aziende esportatrici e le filiere strategiche dagli choc del conflitto nel Golfo Persico.
La diplomazia non ha ancora trovato una via d’uscita al conflitto con l’Iran e la crisi energetica legata al blocco del canale di Hormuz si aggrava.
Gli analisti stimano che anche a fronte di una risoluzione a breve, per rimettere in moto il meccanismo dei rapporti con quell’area a cominciare dagli approvvigionamenti, serviranno mesi. Alla luce di questo scenario la Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese del gruppo Cdp (Cassa depositi e prestiti) lancia un nuovo intervento strategico da 800 milioni di euro a sostegno delle imprese colpite dagli effetti del conflitto nel Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici. Le risorse sono destinate alle aziende esportatrici e a quelle che, pur non vendendo direttamente direttamente all’estero i propri prodotti, fanno parte di filiere produttive strategiche. Cuore del pacchetto, attivato nell’ambito dello strumento «Transizione digitale ed ecologica», è la nuova linea «Energia per la competitività internazionale», concepita per offrire una risposta mirata per fronteggiare gli effetti della crisi sui costi energetici e sul fatturato, in modo da salvaguardare la solidità finanziaria e la capacità di continuare a investire all’estero delle imprese.
Potranno accedere al sostegno le realtà imprenditoriali che, nel primo trimestre o quadrimestre del 2026, abbiano registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato pari ad almeno il 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, a causa del conflitto. Il sostegno avverrà attraverso la concessione di finanziamenti agevolati accompagnati da una quota a fondo perduto fino al 30% per le Pmi e fino al 20% per le altre imprese.
Le risorse sono finalizzate a essere utilizzate principalmente per operazioni di rafforzamento patrimoniale (fino al 90% del finanziamento) oppure per finanziamenti di soci, con possibilità di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale e supporto alle società controllate. L’anticipo può arrivare a coprire fino al 50% della somma richiesta mentre la durata del finanziamento sarà di otto anni. Parallelamente, viene ulteriormente rafforzata la misura dedicata alle imprese energivore, cioè a favore dei comparti più esposti al caro energia, con condizioni migliorative affinché possano continuare ad operare e a investire. Si prevede un contributo a fondo perduto fino al 20%, l’esenzione dalla presentazione delle garanzie; poi finanziamenti fino al 90% per il rafforzamento patrimoniale, l’incremento fino a 1,5 milioni di euro della quota da destinare alla capitalizzazione delle controllate e l’innalzamento dell’anticipo fino al 50%. Infine l’estensione della durata dei finanziamenti fino a otto anni.
Le domande potranno essere presentate a partire dal 25 maggio fino al 31 dicembre 2026. Per garantire una gestione ordinata delle richieste, nei primi cinque giorni di apertura della misura, sarà attivato un sistema di «coda virtuale» nel caso di accessi simultanei elevati alla piattaforma.
«Vogliamo dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese che stanno affrontando gli effetti di un quadro internazionale sempre più instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dal forte aumento dei costi energetici, che rischiano di incidere sulla competitività del nostro sistema produttivo. L’obiettivo è sostenere non solo le aziende esportatrici, ma anche tutte le filiere strategiche del Made in Italy, rafforzandone la capacità di continuare a investire e crescere sui mercati internazionali», ha affermato l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo.
Il Fondo monetario internazionale ha segnalato che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. L’intervento di Simest quindi vuole accompagnare le imprese non solo nella gestione della fase emergenziale, ma anche nella gestione del periodo successivo, contribuendo al rafforzamento strutturale.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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