In sette giorni Trump ha licenziato il regime
  • Due basi bombardate senza fare vittime e un disastro aereo domestico indicano che Teheran ha perso la bussola. L’uccisione di Soleimani, lungi dall’essere il capriccio di un folle, ha diviso la nomenklatura. E ora gli Usa possono dettare le loro condizioni.
  • Il governo ammette: «Un errore imperdonabile». In migliaia chiedono le dimissioni di Khamenei. La polizia spara sulla folla.

Lo speciale contiene due articoli

La Casa Bianca tira dritto sulla crisi iraniana. Venerdì scorso, l’amministrazione Trump ha imposto nuove sanzioni a Teheran. La misura è volta a colpire svariati settori dell’economia della Repubblica Islamica (soprattutto acciaio, tessile ed edilizia), oltre a mettere nel mirino otto suoi alti funzionari. «Quest’ordine avrà un vasto impatto sull’economia iraniana», ha dichiarato il presidente statunitense in un comunicato. Queste sanzioni vengono ad aggiungersi a quelle comminate in precedenza, per colpire comparti importanti del sistema economico iraniano, come quello petrolifero e quello bancario. La mossa era del resto stata anticipata qualche giorno fa dallo stesso Donald Trump come ritorsione al recente attacco missilistico iraniano contro due basi statunitensi in territorio iracheno (a Baghdad e Erbil): una decisione che ha evidenziato la duplice natura della strategia americana su questo intricato dossier.

Da una parte, il presidente ha aumentato la pressione economica sui Pasdaran, scongiurando – dall’altra – il rischio di una escalation militare che avrebbe potuto portare Stati Uniti e Iran addirittura sull’orlo di una guerra: uno scenario potenzialmenre rischioso per Trump in termini di consenso elettorale. Invece finora non solo Washington non ha avuto neppure una vittima sul campo ma il presidente ha un’arma in più per polemizzare con il Partito Democratico, reo – come ha scritto ieri su Twitter – di aver «difeso la vita di Qasem Soleimani». In tutto questo, Trump – dopo aver escluso l’opzione di un cambio di regime – ha sottolineato la volontà di arrivare a una rinegoziazione dell’intesa sul nucleare con l’Iran e la sua gestione della crisi iraniana ha effettivamente consentito agli Stati Uniti di intavolare una cornice per le trattative: una cornice, che vede oggi Washington oggettivamente in una posizione di superiore forza contrattuale.

Ordinando di uccidere Soleimani, il presidente statunitense è riuscito infatti a conseguire una serie di obiettivi considerevoli. Ha innanzitutto ristabilito la deterrenza in funzione anti iraniana, privando al contempo la Repubblica Islamica di una delle sue figure più rappresentative. Non dimentichiamo infatti che Soleimani fosse il principale regista dell’aggressiva strategia mediorientale di Teheran e che risultasse – tra l’altro – anche il punto di riferimento dei Pasdaran nell’ambito delle dinamiche interne alla stessa politica iraniana. Trump ha quindi per il momento fiaccato notevolmente la Repubblica Islamica: una Repubblica Islamica la cui debolezza si è manifestata in almeno due recenti episodi.

Innanzitutto la suddetta rappresaglia missilistica si è rivelata nella sostanza un atto di facciata: non solo il ministro degli Esteri iraniano, Javed Zarif, si diceva già contrario a una escalation appena poche ore dopo gli eventi ma è stato reso noto che Teheran avesse preventivamente avvisato Baghdad dell’aggressione, dando così agli americani indirettamente la possibilità di essere preallertati. In secondo luogo, bisogna sottolineare la faccenda del Boeing 737 precipitato a solo 5 ore dopo il lancio dei missili contro gli americani: nonostante in un primo momento avesse smentito con forza che fosse stato abbattuto per errore da un proprio missile, alla fine Teheran ha ammesso ieri che le cose siano invece andate esattamente così. Il fatto è grave non soltanto in termini di immagine internazionale. Ma rischia di produrre pesanti contraccolpi anche nella stessa politica interna iraniana. Non solo perché su quel velivolo hanno perso la vita numerosi cittadini iraniani. Ma anche perché è da giorni ormai che la Repubblica Islamica si presenta ai suoi vertici come profondamente dilaniata. A fronte di una retorica bellicosa (soprattutto da parte dell’ayatollah Ali Khamenei e dei Pasdaran), ne sta emergendo una tendenzialmente antitetica (in particolare attraverso la figura di Zarif).

Insomma, l’antica divisione tra falchi e colombe, che da sempre caratterizza la politica iraniana, pare assumere i contorni di uno scontro sempre più più duro. Se nei primi giorni successivi all’uccisione di Soleimani la Repubblica Islamica ostentava compattezza, le crepe si stanno ormai facendo evidenti, con i centristi (radunati attorno al presidente Hassan Rohani) che sembra stiano cercando di mettere all’angolo i Pasdaran, fondamentalmente acefali dopo la scomparsa di Soleimani. Proprio ieri, alcuni moti di protesta sono stati repressi nel sangue dalla forze di polizia, con decine di morti. D’altronde, le nuove sanzioni americane hanno proprio questo obiettivo: isolare i falchi iraniani, cercando di favorire quei settori politici che a Teheran risultano sottotraccia aperti a una trattativa con gli Stati Uniti. Certo: è una strategia rischiosa, quella di Trump. Ma che abbia una sua logica è innegabile.

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