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2020-01-12
In sette giorni Trump ha licenziato il regime
Ansa
La Casa Bianca tira dritto sulla crisi iraniana. Venerdì scorso, l'amministrazione Trump ha imposto nuove sanzioni a Teheran. La misura è volta a colpire svariati settori dell'economia della Repubblica Islamica (soprattutto acciaio, tessile ed edilizia), oltre a mettere nel mirino otto suoi alti funzionari. «Quest'ordine avrà un vasto impatto sull'economia iraniana», ha dichiarato il presidente statunitense in un comunicato. Queste sanzioni vengono ad aggiungersi a quelle comminate in precedenza, per colpire comparti importanti del sistema economico iraniano, come quello petrolifero e quello bancario. La mossa era del resto stata anticipata qualche giorno fa dallo stesso Donald Trump come ritorsione al recente attacco missilistico iraniano contro due basi statunitensi in territorio iracheno (a Baghdad e Erbil): una decisione che ha evidenziato la duplice natura della strategia americana su questo intricato dossier.
Da una parte, il presidente ha aumentato la pressione economica sui Pasdaran, scongiurando - dall'altra - il rischio di una escalation militare che avrebbe potuto portare Stati Uniti e Iran addirittura sull'orlo di una guerra: uno scenario potenzialmenre rischioso per Trump in termini di consenso elettorale. Invece finora non solo Washington non ha avuto neppure una vittima sul campo ma il presidente ha un'arma in più per polemizzare con il Partito Democratico, reo - come ha scritto ieri su Twitter - di aver «difeso la vita di Qasem Soleimani». In tutto questo, Trump - dopo aver escluso l'opzione di un cambio di regime - ha sottolineato la volontà di arrivare a una rinegoziazione dell'intesa sul nucleare con l'Iran e la sua gestione della crisi iraniana ha effettivamente consentito agli Stati Uniti di intavolare una cornice per le trattative: una cornice, che vede oggi Washington oggettivamente in una posizione di superiore forza contrattuale.
Ordinando di uccidere Soleimani, il presidente statunitense è riuscito infatti a conseguire una serie di obiettivi considerevoli. Ha innanzitutto ristabilito la deterrenza in funzione anti iraniana, privando al contempo la Repubblica Islamica di una delle sue figure più rappresentative. Non dimentichiamo infatti che Soleimani fosse il principale regista dell'aggressiva strategia mediorientale di Teheran e che risultasse - tra l'altro - anche il punto di riferimento dei Pasdaran nell'ambito delle dinamiche interne alla stessa politica iraniana. Trump ha quindi per il momento fiaccato notevolmente la Repubblica Islamica: una Repubblica Islamica la cui debolezza si è manifestata in almeno due recenti episodi.
Innanzitutto la suddetta rappresaglia missilistica si è rivelata nella sostanza un atto di facciata: non solo il ministro degli Esteri iraniano, Javed Zarif, si diceva già contrario a una escalation appena poche ore dopo gli eventi ma è stato reso noto che Teheran avesse preventivamente avvisato Baghdad dell'aggressione, dando così agli americani indirettamente la possibilità di essere preallertati. In secondo luogo, bisogna sottolineare la faccenda del Boeing 737 precipitato a solo 5 ore dopo il lancio dei missili contro gli americani: nonostante in un primo momento avesse smentito con forza che fosse stato abbattuto per errore da un proprio missile, alla fine Teheran ha ammesso ieri che le cose siano invece andate esattamente così. Il fatto è grave non soltanto in termini di immagine internazionale. Ma rischia di produrre pesanti contraccolpi anche nella stessa politica interna iraniana. Non solo perché su quel velivolo hanno perso la vita numerosi cittadini iraniani. Ma anche perché è da giorni ormai che la Repubblica Islamica si presenta ai suoi vertici come profondamente dilaniata. A fronte di una retorica bellicosa (soprattutto da parte dell'ayatollah Ali Khamenei e dei Pasdaran), ne sta emergendo una tendenzialmente antitetica (in particolare attraverso la figura di Zarif).
Insomma, l'antica divisione tra falchi e colombe, che da sempre caratterizza la politica iraniana, pare assumere i contorni di uno scontro sempre più più duro. Se nei primi giorni successivi all'uccisione di Soleimani la Repubblica Islamica ostentava compattezza, le crepe si stanno ormai facendo evidenti, con i centristi (radunati attorno al presidente Hassan Rohani) che sembra stiano cercando di mettere all'angolo i Pasdaran, fondamentalmente acefali dopo la scomparsa di Soleimani. Proprio ieri, alcuni moti di protesta sono stati repressi nel sangue dalla forze di polizia, con decine di morti. D'altronde, le nuove sanzioni americane hanno proprio questo obiettivo: isolare i falchi iraniani, cercando di favorire quei settori politici che a Teheran risultano sottotraccia aperti a una trattativa con gli Stati Uniti. Certo: è una strategia rischiosa, quella di Trump. Ma che abbia una sua logica è innegabile.
L’Iran cala le braghe: «L’aereo abbattuto è stata colpa nostra». Proteste in piazza
«Morte a questo governo. Troppi anni di crimini». «Il regime uccide e il leader Ali Khamenei lo sostiene». «Via Khamenei». «Ci dev'essere un processo, non bastano le dimissioni». «Morte ai bugiardi». «Vogliamo giustizia». «Referendum per la costituzione». «Il nostro nemico è qui, una bugia dire che sono gli Stati Uniti».
Questi sono soltanto alcuni degli slogan gridati ieri nelle piazze di Teheran e a Mashhad, nel Nord Est dell'Iran, dopo l'ammissione da parte del regime iraniano che il volo PS752 della Ukrainian International Airlines è stato abbattuto per «errore», scambiandolo per un «aereo militare nemico» da un missile lanciato dai Guardiani della rivoluzione islamica. Nella capitale una manifestazione studentesca per commemorare le 176 vittime, di cui 82 iraniani, si è trasformata in una protesta contro il regime. Secondo diverse testimonianze sui social network, sono intervenute le forze di polizia del regime che con gas lacrimogeni, manganelli e proiettili di vernice hanno cercato di fermare le contestazioni per poi effettuare anche alcuni arresti. Si sono mobilitate anche diverse celebrità locali che hanno postato messaggi di solidarietà con le vittime e critiche al sistema. Alcuni hanno anche invitato a protestare oggi pomeriggio nella celebre e iconica piazza Azadi.
L'annuncio da parte del comandante dell'aeronautica militare dei Pasdaran Amir Ali Hajizadeh è giunto ieri mattina, 24 ore dopo che i Paesi dell'alleanza Five Eyes (Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito, Stati Uniti) avevano confermato l'abbattimento e il governo ucraino aveva fatto enormi pressioni su quello iraniano già dopo le prime indagini. Il generale ha convocato una conferenza stampa in cui ha ribaltato tutta la propaganda che il regime iraniano ha spacciato per tre giorni. Infatti, prima Teheran sosteneva che il Boeing 737-800 decollato dall'aeroporto internazionale Imam Khomeini della capitale alle 6.12 per perdere il contatto due minuti più tardi era precipitato per un problema tecnico. Ieri l'ammissione: «Mi prendo la piena responsabilità e rispetterò qualsiasi decisione sarà presa», ha affermato il generale. E ha aggiunto: «Avrei preferito morire piuttosto che veder accadere un fatto simile». Hajizadeh ha poi spiegato che il missile non ha colpito direttamente l'aereo, ma è esploso accanto al velivolo: «È stato un missile a corto raggio che è esploso vicino all'aereo. Ecco perché il velivolo è stato in grado di continuare a volare. Il Boeing è esploso quando si è schiantato a terra».
«La Repubblica islamica dell'Iran si rammarica profondamente per questo errore disastroso» e le «indagini proseguiranno per identificare e perseguire» gli autori di questa «grande tragedia» e «questo sbaglio imperdonabile», ha spiegato via Twitter il presidente iraniano Hassan Rouhani. «Chiunque sia stato coinvolto nello schianto dell'aereo ucraino sarà presto processato», ha aggiunto. Inoltre, il quartier generale delle Forze armate iraniane ha spiegato in un comunicato che metterà in atto «riforme essenziali nei processi operativi per evitare simili errori in futuro» e che perseguirà legalmente «coloro che hanno commesso l'errore».
Tuttavia, è dalla conferenza stampa del generale Hajizadeh che a Teheran si cerca di accampare scuse dopo aver tentato di coprire la verità. Altro che «problema tecnico», quindi. Così il comandante dell'aeronautica militare dei Pasdaran, pur assumendosi la responsabilità, ha assicurato che a far partire il missile è stato un soldato che ha agito in autonomia, senza averne avuto l'ordine a causa di un'interferenza nelle comunicazioni. E allo scaricabile si è aggregato anche Mohammad Javad Zarif, ministro degli Esteri iraniano: per lui «l'errore umano» dietro all'abbattimento dell'aereo di linea ucraino da parte delle forze armate dell'Iran è accaduto nel «momento di crisi causato dall'avventurismo degli Stati Uniti».
L'agenzia di stampa di regime Fars ha provato a difendere la Guida suprema Ali Khamenei diffondendo che la notizia secondo cui è stato lui a ordinare che fosse resa nota la verità. Secondo il media, «appena il leader supremo è stato informato del catastrofico errore» ha ordinato che il risultato delle indagini «fosse reso noto in modo esplicito e onesto».
Dal suo esilio negli Stati Uniti ha parlato via Twitter Reza Ciro Pahlavi, considerato dai monarchici il principe ereditario dell'Iran, che ha accusato l'ayatollah Khamenei di essere responsabile della morte di 176 civili, tra cui 82 iraniani. Ma le manifestazioni sono arrivate anche in Italia. Decine di studenti iraniani si sono ritrovati davanti all'entrata dell'università La Sapienza a Roma per contestare il regime mentre a favore del «martire» Soleimani, il generale pasdaran ucciso da un raid statunitense una settimana fa, è stato organizzato un sit-in a Milano.
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Due basi bombardate senza fare vittime e un disastro aereo domestico indicano che Teheran ha perso la bussola. L'uccisione di Soleimani, lungi dall'essere il capriccio di un folle, ha diviso la nomenklatura. E ora gli Usa possono dettare le loro condizioni.Il governo ammette: «Un errore imperdonabile». In migliaia chiedono le dimissioni di Khamenei. La polizia spara sulla folla.Lo speciale contiene due articoliLa Casa Bianca tira dritto sulla crisi iraniana. Venerdì scorso, l'amministrazione Trump ha imposto nuove sanzioni a Teheran. La misura è volta a colpire svariati settori dell'economia della Repubblica Islamica (soprattutto acciaio, tessile ed edilizia), oltre a mettere nel mirino otto suoi alti funzionari. «Quest'ordine avrà un vasto impatto sull'economia iraniana», ha dichiarato il presidente statunitense in un comunicato. Queste sanzioni vengono ad aggiungersi a quelle comminate in precedenza, per colpire comparti importanti del sistema economico iraniano, come quello petrolifero e quello bancario. La mossa era del resto stata anticipata qualche giorno fa dallo stesso Donald Trump come ritorsione al recente attacco missilistico iraniano contro due basi statunitensi in territorio iracheno (a Baghdad e Erbil): una decisione che ha evidenziato la duplice natura della strategia americana su questo intricato dossier. Da una parte, il presidente ha aumentato la pressione economica sui Pasdaran, scongiurando - dall'altra - il rischio di una escalation militare che avrebbe potuto portare Stati Uniti e Iran addirittura sull'orlo di una guerra: uno scenario potenzialmenre rischioso per Trump in termini di consenso elettorale. Invece finora non solo Washington non ha avuto neppure una vittima sul campo ma il presidente ha un'arma in più per polemizzare con il Partito Democratico, reo - come ha scritto ieri su Twitter - di aver «difeso la vita di Qasem Soleimani». In tutto questo, Trump - dopo aver escluso l'opzione di un cambio di regime - ha sottolineato la volontà di arrivare a una rinegoziazione dell'intesa sul nucleare con l'Iran e la sua gestione della crisi iraniana ha effettivamente consentito agli Stati Uniti di intavolare una cornice per le trattative: una cornice, che vede oggi Washington oggettivamente in una posizione di superiore forza contrattuale. Ordinando di uccidere Soleimani, il presidente statunitense è riuscito infatti a conseguire una serie di obiettivi considerevoli. Ha innanzitutto ristabilito la deterrenza in funzione anti iraniana, privando al contempo la Repubblica Islamica di una delle sue figure più rappresentative. Non dimentichiamo infatti che Soleimani fosse il principale regista dell'aggressiva strategia mediorientale di Teheran e che risultasse - tra l'altro - anche il punto di riferimento dei Pasdaran nell'ambito delle dinamiche interne alla stessa politica iraniana. Trump ha quindi per il momento fiaccato notevolmente la Repubblica Islamica: una Repubblica Islamica la cui debolezza si è manifestata in almeno due recenti episodi. Innanzitutto la suddetta rappresaglia missilistica si è rivelata nella sostanza un atto di facciata: non solo il ministro degli Esteri iraniano, Javed Zarif, si diceva già contrario a una escalation appena poche ore dopo gli eventi ma è stato reso noto che Teheran avesse preventivamente avvisato Baghdad dell'aggressione, dando così agli americani indirettamente la possibilità di essere preallertati. In secondo luogo, bisogna sottolineare la faccenda del Boeing 737 precipitato a solo 5 ore dopo il lancio dei missili contro gli americani: nonostante in un primo momento avesse smentito con forza che fosse stato abbattuto per errore da un proprio missile, alla fine Teheran ha ammesso ieri che le cose siano invece andate esattamente così. Il fatto è grave non soltanto in termini di immagine internazionale. Ma rischia di produrre pesanti contraccolpi anche nella stessa politica interna iraniana. Non solo perché su quel velivolo hanno perso la vita numerosi cittadini iraniani. Ma anche perché è da giorni ormai che la Repubblica Islamica si presenta ai suoi vertici come profondamente dilaniata. A fronte di una retorica bellicosa (soprattutto da parte dell'ayatollah Ali Khamenei e dei Pasdaran), ne sta emergendo una tendenzialmente antitetica (in particolare attraverso la figura di Zarif). Insomma, l'antica divisione tra falchi e colombe, che da sempre caratterizza la politica iraniana, pare assumere i contorni di uno scontro sempre più più duro. Se nei primi giorni successivi all'uccisione di Soleimani la Repubblica Islamica ostentava compattezza, le crepe si stanno ormai facendo evidenti, con i centristi (radunati attorno al presidente Hassan Rohani) che sembra stiano cercando di mettere all'angolo i Pasdaran, fondamentalmente acefali dopo la scomparsa di Soleimani. Proprio ieri, alcuni moti di protesta sono stati repressi nel sangue dalla forze di polizia, con decine di morti. D'altronde, le nuove sanzioni americane hanno proprio questo obiettivo: isolare i falchi iraniani, cercando di favorire quei settori politici che a Teheran risultano sottotraccia aperti a una trattativa con gli Stati Uniti. Certo: è una strategia rischiosa, quella di Trump. Ma che abbia una sua logica è innegabile. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-sette-giorni-trump-ha-licenziato-il-regime-2644674280.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="liran-cala-le-braghe-laereo-abbattuto-e-stata-colpa-nostra-proteste-in-piazza" data-post-id="2644674280" data-published-at="1778611402" data-use-pagination="False"> L’Iran cala le braghe: «L’aereo abbattuto è stata colpa nostra». Proteste in piazza «Morte a questo governo. Troppi anni di crimini». «Il regime uccide e il leader Ali Khamenei lo sostiene». «Via Khamenei». «Ci dev'essere un processo, non bastano le dimissioni». «Morte ai bugiardi». «Vogliamo giustizia». «Referendum per la costituzione». «Il nostro nemico è qui, una bugia dire che sono gli Stati Uniti». Questi sono soltanto alcuni degli slogan gridati ieri nelle piazze di Teheran e a Mashhad, nel Nord Est dell'Iran, dopo l'ammissione da parte del regime iraniano che il volo PS752 della Ukrainian International Airlines è stato abbattuto per «errore», scambiandolo per un «aereo militare nemico» da un missile lanciato dai Guardiani della rivoluzione islamica. Nella capitale una manifestazione studentesca per commemorare le 176 vittime, di cui 82 iraniani, si è trasformata in una protesta contro il regime. Secondo diverse testimonianze sui social network, sono intervenute le forze di polizia del regime che con gas lacrimogeni, manganelli e proiettili di vernice hanno cercato di fermare le contestazioni per poi effettuare anche alcuni arresti. Si sono mobilitate anche diverse celebrità locali che hanno postato messaggi di solidarietà con le vittime e critiche al sistema. Alcuni hanno anche invitato a protestare oggi pomeriggio nella celebre e iconica piazza Azadi. L'annuncio da parte del comandante dell'aeronautica militare dei Pasdaran Amir Ali Hajizadeh è giunto ieri mattina, 24 ore dopo che i Paesi dell'alleanza Five Eyes (Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito, Stati Uniti) avevano confermato l'abbattimento e il governo ucraino aveva fatto enormi pressioni su quello iraniano già dopo le prime indagini. Il generale ha convocato una conferenza stampa in cui ha ribaltato tutta la propaganda che il regime iraniano ha spacciato per tre giorni. Infatti, prima Teheran sosteneva che il Boeing 737-800 decollato dall'aeroporto internazionale Imam Khomeini della capitale alle 6.12 per perdere il contatto due minuti più tardi era precipitato per un problema tecnico. Ieri l'ammissione: «Mi prendo la piena responsabilità e rispetterò qualsiasi decisione sarà presa», ha affermato il generale. E ha aggiunto: «Avrei preferito morire piuttosto che veder accadere un fatto simile». Hajizadeh ha poi spiegato che il missile non ha colpito direttamente l'aereo, ma è esploso accanto al velivolo: «È stato un missile a corto raggio che è esploso vicino all'aereo. Ecco perché il velivolo è stato in grado di continuare a volare. Il Boeing è esploso quando si è schiantato a terra». «La Repubblica islamica dell'Iran si rammarica profondamente per questo errore disastroso» e le «indagini proseguiranno per identificare e perseguire» gli autori di questa «grande tragedia» e «questo sbaglio imperdonabile», ha spiegato via Twitter il presidente iraniano Hassan Rouhani. «Chiunque sia stato coinvolto nello schianto dell'aereo ucraino sarà presto processato», ha aggiunto. Inoltre, il quartier generale delle Forze armate iraniane ha spiegato in un comunicato che metterà in atto «riforme essenziali nei processi operativi per evitare simili errori in futuro» e che perseguirà legalmente «coloro che hanno commesso l'errore». Tuttavia, è dalla conferenza stampa del generale Hajizadeh che a Teheran si cerca di accampare scuse dopo aver tentato di coprire la verità. Altro che «problema tecnico», quindi. Così il comandante dell'aeronautica militare dei Pasdaran, pur assumendosi la responsabilità, ha assicurato che a far partire il missile è stato un soldato che ha agito in autonomia, senza averne avuto l'ordine a causa di un'interferenza nelle comunicazioni. E allo scaricabile si è aggregato anche Mohammad Javad Zarif, ministro degli Esteri iraniano: per lui «l'errore umano» dietro all'abbattimento dell'aereo di linea ucraino da parte delle forze armate dell'Iran è accaduto nel «momento di crisi causato dall'avventurismo degli Stati Uniti». L'agenzia di stampa di regime Fars ha provato a difendere la Guida suprema Ali Khamenei diffondendo che la notizia secondo cui è stato lui a ordinare che fosse resa nota la verità. Secondo il media, «appena il leader supremo è stato informato del catastrofico errore» ha ordinato che il risultato delle indagini «fosse reso noto in modo esplicito e onesto». Dal suo esilio negli Stati Uniti ha parlato via Twitter Reza Ciro Pahlavi, considerato dai monarchici il principe ereditario dell'Iran, che ha accusato l'ayatollah Khamenei di essere responsabile della morte di 176 civili, tra cui 82 iraniani. Ma le manifestazioni sono arrivate anche in Italia. Decine di studenti iraniani si sono ritrovati davanti all'entrata dell'università La Sapienza a Roma per contestare il regime mentre a favore del «martire» Soleimani, il generale pasdaran ucciso da un raid statunitense una settimana fa, è stato organizzato un sit-in a Milano.
Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino spiega le conseguenze nel medio e lungo periodo di quello che sta accadendo in Iran.