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2022-03-08
Piombati nell’economia di guerra
Prezzi record dell’energia in tutta Europa. La settimana si è aperta con una raffica di aumenti mai visti nella storia: i precedenti massimi dello scorso dicembre sono stati spazzati via ieri in una giornata di follia sul mercato. Continua a pesare la guerra tra Russia e Ucraina e la minaccia incombente di una sospensione degli acquisti di petrolio e gas come sanzione da parte occidentale nei confronti della Russia. Sul mercato del gas Ttf, benchmark per tutta Europa, il future di aprile ha raggiunto un picco di 345 euro/megawattora (per poi chiudere a 215), quello di maggio 326 euro/megawattora, quello per l’estate 202 euro/megawattora. Il Pun elettrico di oggi per l’Italia è stato fissato a 587,67 euro/megawattora, altro record assoluto. Il petrolio Brent è arrivato a 140 dollari/barile, il massimo da 14 anni, anche per lo slittamento delle trattative con l’Iran sull’accordo per il nucleare. Considerato il forte apprezzamento del dollaro, la quotazione in euro del petrolio è la più alta registrata da quando esiste la moneta unica, circa 128 euro/barile. Sul mercato Eex, dove viene scambiata l’energia elettrica, il future di aprile in Germania ha toccato i 675 euro/megawattora. Per dare un termine di paragone, è come se un litro di benzina, tasse e accise escluse, costasse 6,50 euro al litro (ora costa 1,3 euro/litro, tasse e accise escluse).
Anche il prezzo della benzina non accenna a fermarsi. Il tonfo dell’euro sul dollaro e la prospettiva di blocchi alle forniture russe fa balzare i prezzi a 2 euro/litro in media nazionale (self service), con il gasolio servito ben oltre i 2 euro/litro. Gli aumenti dell’ultima settimana variano da 4 a 8 centesimi al litro, altri ne seguiranno questa settimana.
Alcune categorie produttive reagiscono ai rialzi con iniziative clamorose. Da lunedì notte è iniziato uno sciopero dei pescherecci, che non usciranno in mare per protesta contro il governo, cui i pescatori chiedono un sostegno: «Il caro gasolio non permette più di sostenere l’attività di pesca e il comparto ha deciso di fermarsi», hanno dichiarato i rappresentanti dell’Associazione produttori pesca.
Con questi prezzi di energia e benzina, l’Europa intera si trova in una situazione di stagflazione. I rischi per l’economia europea sono enormi: da una parte prezzi fuori controllo per i beni essenziali (anche i prezzi degli alimentari stanno salendo), dall’altra aziende chiuse, disoccupazione, recessione. La giornata di ieri sui mercati energetici è ruotata intorno al pacchetto di sanzioni che gli Stati Uniti e l’Unione europea intendono applicare alla Russia. Si discute di un blocco graduale degli acquisti di petrolio e gas russi. Il timore è però che la Russia in reazione blocchi immediatamente l’export, non solo di petrolio ma anche di gas, nel qual caso il problema sarebbe tutto dell’Europa, che infatti ieri ha frenato bruscamente. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha affermato nel pomeriggio che l’Europa esclude deliberatamente dalle sanzioni la fornitura di energia dalla Russia, poiché al momento l’energia in Europa non può essere garantita in altro modo. Intanto, per oggi è annunciata a Bruxelles la presentazione della nuova strategia dell’Unione sui prezzi dell’energia, curata dalla Commissione europea. Dalle prime anticipazioni non si scorgono grandi novità: diversificazione delle fonti, migliore uso di stoccaggi e rigassificatori, risparmio energetico e nuovo impulso al programma Fit for 55. Solo le rinnovabili, affermerà il documento della Commissione, possono garantire l’indipendenza energetica all’Europa. Nessuna di queste azioni, tuttavia, può portare effetti nel breve termine. Nuova invece appare la possibilità di inserire un meccanismo di price cap, ovvero dando agli Stati la possibilità di «intervenire con l’attuazione eccezionale e limitata nel tempo di prezzi regolamentati».
Il ministero degli Affari economici tedesco ha annunciato ieri la sigla dell’accordo tra Kfw (la banca di investimento federale tedesca), l’operatore di trasporto Gasunie (100% proprietà dello Stato olandese) e l’utility Rwe per l’avvio del primo dei due rigassificatori annunciati da Scholz domenica scorsa. Ci vorranno come minimo due anni per vedere il primo metro cubo rigassificato dalla nuova struttura.
Per l’Italia, il nuovo decreto del governo ha reintrodotto la possibilità di usare centrali a carbone per risparmiare gas. Considerando che oltre il 65% del carbone termico importato dall’Italia nel 2021 proveniva dalla Russia, sarà necessario cercare altri fornitori. Almeno questo, però, non dovrebbe essere difficile. A fine mese arriverà l’aggiornamento delle tariffe trimestrali di gas ed energia elettrica, curato dall’Autorità per l’energia. Dopo i 10 miliardi spesi sinora per ridurre in parte l’impatto degli aumenti, secondo le prime stime il governo probabilmente dovrà intervenire di nuovo. Se per il gas ci si può attendere un aumento contenuto del 2% rispetto al trimestre in corso, infatti, per l’elettricità i nuovi aumenti potrebbero essere superiori al 20%. In attesa di soluzioni strutturali che non arrivano, si continua a rincorrere la situazione contingente, tra incertezze e scarsità.
La carenza di materie prime blocca anche i cantieri del Recovery
Tra inflazione, costi delle materie prime alle stelle e scarsa disponibilità dei materiali da costruzione, il futuro del Pnrr si preannuncia complicato e piuttosto salato. A questo si aggiungano le difficoltà nate con la crisi russo ucraina e il gioco è fatto: con ogni probabilità le tempistiche imposte dall’Ue non potranno essere rispettate.
L’obiettivo del Pnrr era chiaro. Pianificare la spesa di 235 miliardi di euro per far ripartire l’Italia dopo la pandemia da Covid-19 e realizzare tutto entro il 31 dicembre 2026. Il problema è che dei 235 miliardi in ballo, 108 riguardano opere di edilizia che rischiano di finire in pausa molto presto. Il motivo è semplice: non ci sono materie prime e, se sono disponibili, costano un occhio della testa. Fare stime non è certo facile, ma le previsioni parlano di un rincaro di almeno 10 miliardi di euro per terminare le opere legate al Piano nazionale di ripresa e resilienza.
Del resto, quali possono essere le speranze di non avere forti rincari quando i tondini di ferro sono saliti del 44%, i laminati in acciaio del 48% e i binari ferroviari del 31%? Il punto è che i prezzi, secondo gli esperti, sono destinati a salire ancora con aumenti anche dell’80% per i tondini del 130% per l’acciaio da costruzione. Per non parlare del caro energia, tanto che si inizia a parlare di razionamenti e black out programmati.
Con queste premesse, non manca dunque chi chiede di rimettere mano al Pnrr modificandone tempi e previsioni sui costi. «Il Pnrr dovrebbe essere riscritto» e «allungato nella sua estensione temporanea» perché «tutta l’Europa ha questa necessità», alla luce di quanto successo in Ucraina e «per il balzo dei prezzi dell’energia». A parlare è Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, ospite di Mezz’ora in più su Rai3. «Bisogna essere realisti», ha detto, «allungare i tempi e spostare gli obiettivi della transizione ecologica». Una transizione che dovrebbe essere accompagnata da investimenti molto forti «che oggi non ci sono, e dire chiaramente che ci saranno costi sociali». Dello stesso avviso anche la deputata di Coraggio Italia Daniela Ruffino. «Credo che ormai sia piuttosto chiaro come tutta la politica del Pnrr sia completamente da rivedere alla luce della pesantissima crisi energetica e il conseguente aumento del costo delle materie prime che la guerra in Ucraina ha esacerbato», ha detto. «Bene quindi che Mario Draghi e Ursula von der Leyen da Bruxelles abbiano appena ribadito come la protezione dei consumatori europei debba diventare un imperativo. Auspico che non si perda altro tempo e che l’Unione sappia rapidamente rimodellare la sua risposta a favore di cittadini e imprese per evitare che Next generation Eu e Pnrr diventino obsoleti ancora prima di partire».
D’altronde, la situazione è già difficile. Come spiega il presidente di Argenta soa, Giovanni Pelazzi, «le imprese segnalano già oggi gravi difficoltà. Fermi restando i tempi di approvazione dei bandi Pnrr e di realizzazione delle opere» il rischio è «di compromettere la realizzazione delle infrastrutture previste dal Piano nazionale. Il governo dovrebbe agire sin da ora per chiedere una maggiore elasticità da parte dell’Europa sui tempi di consegna delle opere, anche in considerazione della guerra che ha moltiplicato le difficoltà attuali. Infine, è necessario un ulteriore intervento per compensare le imprese delle costruzioni per i costi inattesi dovuti all’impennata dei prezzi delle materie. Di questo passo, in assenza di interventi mirati, il rischio è che per alcune imprese non sia più conveniente stare sul mercato».
Niente grano, è l’economia di guerra
Siamo all’economia di guerra, si lotta per il grano come da millenni quando ci sono le carestie. Vista dall’Italia la situazione è difficilissima, agli occhi di somali, siriani, libici e libanesi è una tragedia che può sfociare da un momento all’altro in rivolte di popolo. Per loro il frumento a 440 dollari a tonnellata (ultimo prezzo ieri a Parigi con un aumento del 13% rispetto a venerdì), che è più del doppio di un anno fa, significa fame. In Turchia e in Egitto la farina è ormai merce rara e anche la semola di grano duro non si trova. Il prezzo ieri sul mercato di Foggia era 473 euro a tonnellata. Per noi significa pane, se si riesce a farlo visto che le scorte bastano ancora per un quarantina di giorni, ad almeno 6 euro al chilo, la pasta otre i 4 euro.
La crisi alimentare investe tutto: dal latte - ormai non conviene più produrlo - ai formaggi, dai salumi al pesce. La globalizzazione scopre la sua debolezza alimentando focolai di quasi conflitto per il cibo, l’Europa la sua miopia. Stando a noi siamo senza grano tenero. Da Ucraina e Russia non arriva più nulla, ma ieri anche Ungheria e Bulgaria hanno bloccato le esportazioni. Così fa la Moldova con lo zucchero e via via gli altri Paesi produttori.
Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia parla di «notizia gravissima per la sicurezza alimentare dell’Europa, l’Italia importa dall’Ungheria oltre 600 milioni di euro di cereali prevalentemente grano e poi mais. È un crescendo di misure protezionistiche con buona pace di chi a Bruxelles pensava che l’autosufficienza e la sovranità alimentare non fossero più da tutelare e che della Pac e dei nostri agricoltori se ne potesse fare a meno. Ora l’Europa intervenga bloccando immediatamente la norma ungherese». Da mesi si sa che la Cina stava facendo incetta di cereali per rifornire la sua immensa dispensa e la super produzione di carne e latte. Mentre l’Europa demonizza la zootecnia russi e cinesi insieme hanno costruito stalle da 100.000 capi.
Tra due giorni il sottosegretario leghista all’Agricoltura Gian Marco Centinaio apre il tavolo del grano per cercare qualche soluzione, ieri il ministro Stefano Patuanelli ha incontrato la Coldiretti. Per il presidente degli agricoltori Ettore Prandini la situazione è insostenibile: «Con lo scoppio della guerra e la crisi energetica i costi aumentano di almeno 8 miliardi su base annua (l’incasso agricolo è 60 miliardi, i costi sono aumentati del 13% in due mesi rispetto al fatturato, ndr), è a rischio il futuro immediato delle coltivazioni, degli allevamenti, dell’industria di trasformazione nazionale, ma anche il cibo per 5 milioni d’ italiani che sono in povertà». L’energia è aumentata dell’80%, i mangimi del 50%, ma molto mais arriva dall’Ucraina e perciò scarseggia. Gravissima è la crisi dei fertilizzanti: costano il 170% in più eppure non si trovano. L’urea è fatta con il metano, ma se non si concima non ci sono raccolti proprio quando dovremmo produrre di più. Ricorda ancora la Coldiretti: l’Italia produce appena il 36% del frumento che le serve, il 53% del mais, il 51% della carne bovina, il 56% del grano duro per la pasta, il 63% della carne di maiale.
C’è un altro prodotto che è diventato introvabile per quanto sia indispensabile: l’olio di girasole. Ucraina e Russia coprono l’80% della produzione, ma non ne esce più una goccia. Le aziende di prodotti da forno devono chiudere. L’olio non ci sarà neppure l’anno prossimo (idem per il mais): questi sono i giorni della semina e dove ci sono le bombe non crescono i fiori, tanto meno quelli di girasole. Tutti gli altri oli vegetali perciò hanno quotazioni in crescita di oltre il 30%. Anche i pescatori hanno fermato le barche per il caro gasolio. Gli aumenti si scaricheranno sui prezzi finali alimentando l’inflazione e frenando i consumi. Si va dritti verso la stagflazione, è la sanzione visto che siamo in un’economia di guerra.
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Grano, energia e carburanti alle stelle, pescherecci in porto, fertilizzanti e olio di girasole introvabili, fabbriche senza materie prime, cantieri che si fermano: l’effetto boomerang delle sanzioni morde. E si comincia a parlare di razionamenti e blackout programmati. La Russia inserisce anche l’Italia tra le nazioni ostili: così salderà i suoi debiti in rubli...Prezzi record dell’energia in tutta Europa. La settimana si è aperta con una raffica di aumenti mai visti nella storia: i precedenti massimi dello scorso dicembre sono stati spazzati via ieri in una giornata di follia sul mercato. Continua a pesare la guerra tra Russia e Ucraina e la minaccia incombente di una sospensione degli acquisti di petrolio e gas come sanzione da parte occidentale nei confronti della Russia. Sul mercato del gas Ttf, benchmark per tutta Europa, il future di aprile ha raggiunto un picco di 345 euro/megawattora (per poi chiudere a 215), quello di maggio 326 euro/megawattora, quello per l’estate 202 euro/megawattora. Il Pun elettrico di oggi per l’Italia è stato fissato a 587,67 euro/megawattora, altro record assoluto. Il petrolio Brent è arrivato a 140 dollari/barile, il massimo da 14 anni, anche per lo slittamento delle trattative con l’Iran sull’accordo per il nucleare. Considerato il forte apprezzamento del dollaro, la quotazione in euro del petrolio è la più alta registrata da quando esiste la moneta unica, circa 128 euro/barile. Sul mercato Eex, dove viene scambiata l’energia elettrica, il future di aprile in Germania ha toccato i 675 euro/megawattora. Per dare un termine di paragone, è come se un litro di benzina, tasse e accise escluse, costasse 6,50 euro al litro (ora costa 1,3 euro/litro, tasse e accise escluse). Anche il prezzo della benzina non accenna a fermarsi. Il tonfo dell’euro sul dollaro e la prospettiva di blocchi alle forniture russe fa balzare i prezzi a 2 euro/litro in media nazionale (self service), con il gasolio servito ben oltre i 2 euro/litro. Gli aumenti dell’ultima settimana variano da 4 a 8 centesimi al litro, altri ne seguiranno questa settimana. Alcune categorie produttive reagiscono ai rialzi con iniziative clamorose. Da lunedì notte è iniziato uno sciopero dei pescherecci, che non usciranno in mare per protesta contro il governo, cui i pescatori chiedono un sostegno: «Il caro gasolio non permette più di sostenere l’attività di pesca e il comparto ha deciso di fermarsi», hanno dichiarato i rappresentanti dell’Associazione produttori pesca. Con questi prezzi di energia e benzina, l’Europa intera si trova in una situazione di stagflazione. I rischi per l’economia europea sono enormi: da una parte prezzi fuori controllo per i beni essenziali (anche i prezzi degli alimentari stanno salendo), dall’altra aziende chiuse, disoccupazione, recessione. La giornata di ieri sui mercati energetici è ruotata intorno al pacchetto di sanzioni che gli Stati Uniti e l’Unione europea intendono applicare alla Russia. Si discute di un blocco graduale degli acquisti di petrolio e gas russi. Il timore è però che la Russia in reazione blocchi immediatamente l’export, non solo di petrolio ma anche di gas, nel qual caso il problema sarebbe tutto dell’Europa, che infatti ieri ha frenato bruscamente. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha affermato nel pomeriggio che l’Europa esclude deliberatamente dalle sanzioni la fornitura di energia dalla Russia, poiché al momento l’energia in Europa non può essere garantita in altro modo. Intanto, per oggi è annunciata a Bruxelles la presentazione della nuova strategia dell’Unione sui prezzi dell’energia, curata dalla Commissione europea. Dalle prime anticipazioni non si scorgono grandi novità: diversificazione delle fonti, migliore uso di stoccaggi e rigassificatori, risparmio energetico e nuovo impulso al programma Fit for 55. Solo le rinnovabili, affermerà il documento della Commissione, possono garantire l’indipendenza energetica all’Europa. Nessuna di queste azioni, tuttavia, può portare effetti nel breve termine. Nuova invece appare la possibilità di inserire un meccanismo di price cap, ovvero dando agli Stati la possibilità di «intervenire con l’attuazione eccezionale e limitata nel tempo di prezzi regolamentati». Il ministero degli Affari economici tedesco ha annunciato ieri la sigla dell’accordo tra Kfw (la banca di investimento federale tedesca), l’operatore di trasporto Gasunie (100% proprietà dello Stato olandese) e l’utility Rwe per l’avvio del primo dei due rigassificatori annunciati da Scholz domenica scorsa. Ci vorranno come minimo due anni per vedere il primo metro cubo rigassificato dalla nuova struttura.Per l’Italia, il nuovo decreto del governo ha reintrodotto la possibilità di usare centrali a carbone per risparmiare gas. Considerando che oltre il 65% del carbone termico importato dall’Italia nel 2021 proveniva dalla Russia, sarà necessario cercare altri fornitori. Almeno questo, però, non dovrebbe essere difficile. A fine mese arriverà l’aggiornamento delle tariffe trimestrali di gas ed energia elettrica, curato dall’Autorità per l’energia. Dopo i 10 miliardi spesi sinora per ridurre in parte l’impatto degli aumenti, secondo le prime stime il governo probabilmente dovrà intervenire di nuovo. Se per il gas ci si può attendere un aumento contenuto del 2% rispetto al trimestre in corso, infatti, per l’elettricità i nuovi aumenti potrebbero essere superiori al 20%. In attesa di soluzioni strutturali che non arrivano, si continua a rincorrere la situazione contingente, tra incertezze e scarsità.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-due-mesi-gas-schizzato-del-162-lue-pensa-che-basti-un-tetto-ai-prezzi-2656864079.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-carenza-di-materie-prime-blocca-anche-i-cantieri-del-recovery" data-post-id="2656864079" data-published-at="1646688124" data-use-pagination="False"> La carenza di materie prime blocca anche i cantieri del Recovery Tra inflazione, costi delle materie prime alle stelle e scarsa disponibilità dei materiali da costruzione, il futuro del Pnrr si preannuncia complicato e piuttosto salato. A questo si aggiungano le difficoltà nate con la crisi russo ucraina e il gioco è fatto: con ogni probabilità le tempistiche imposte dall’Ue non potranno essere rispettate. L’obiettivo del Pnrr era chiaro. Pianificare la spesa di 235 miliardi di euro per far ripartire l’Italia dopo la pandemia da Covid-19 e realizzare tutto entro il 31 dicembre 2026. Il problema è che dei 235 miliardi in ballo, 108 riguardano opere di edilizia che rischiano di finire in pausa molto presto. Il motivo è semplice: non ci sono materie prime e, se sono disponibili, costano un occhio della testa. Fare stime non è certo facile, ma le previsioni parlano di un rincaro di almeno 10 miliardi di euro per terminare le opere legate al Piano nazionale di ripresa e resilienza. Del resto, quali possono essere le speranze di non avere forti rincari quando i tondini di ferro sono saliti del 44%, i laminati in acciaio del 48% e i binari ferroviari del 31%? Il punto è che i prezzi, secondo gli esperti, sono destinati a salire ancora con aumenti anche dell’80% per i tondini del 130% per l’acciaio da costruzione. Per non parlare del caro energia, tanto che si inizia a parlare di razionamenti e black out programmati. Con queste premesse, non manca dunque chi chiede di rimettere mano al Pnrr modificandone tempi e previsioni sui costi. «Il Pnrr dovrebbe essere riscritto» e «allungato nella sua estensione temporanea» perché «tutta l’Europa ha questa necessità», alla luce di quanto successo in Ucraina e «per il balzo dei prezzi dell’energia». A parlare è Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, ospite di Mezz’ora in più su Rai3. «Bisogna essere realisti», ha detto, «allungare i tempi e spostare gli obiettivi della transizione ecologica». Una transizione che dovrebbe essere accompagnata da investimenti molto forti «che oggi non ci sono, e dire chiaramente che ci saranno costi sociali». Dello stesso avviso anche la deputata di Coraggio Italia Daniela Ruffino. «Credo che ormai sia piuttosto chiaro come tutta la politica del Pnrr sia completamente da rivedere alla luce della pesantissima crisi energetica e il conseguente aumento del costo delle materie prime che la guerra in Ucraina ha esacerbato», ha detto. «Bene quindi che Mario Draghi e Ursula von der Leyen da Bruxelles abbiano appena ribadito come la protezione dei consumatori europei debba diventare un imperativo. Auspico che non si perda altro tempo e che l’Unione sappia rapidamente rimodellare la sua risposta a favore di cittadini e imprese per evitare che Next generation Eu e Pnrr diventino obsoleti ancora prima di partire». D’altronde, la situazione è già difficile. Come spiega il presidente di Argenta soa, Giovanni Pelazzi, «le imprese segnalano già oggi gravi difficoltà. Fermi restando i tempi di approvazione dei bandi Pnrr e di realizzazione delle opere» il rischio è «di compromettere la realizzazione delle infrastrutture previste dal Piano nazionale. Il governo dovrebbe agire sin da ora per chiedere una maggiore elasticità da parte dell’Europa sui tempi di consegna delle opere, anche in considerazione della guerra che ha moltiplicato le difficoltà attuali. Infine, è necessario un ulteriore intervento per compensare le imprese delle costruzioni per i costi inattesi dovuti all’impennata dei prezzi delle materie. Di questo passo, in assenza di interventi mirati, il rischio è che per alcune imprese non sia più conveniente stare sul mercato». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-due-mesi-gas-schizzato-del-162-lue-pensa-che-basti-un-tetto-ai-prezzi-2656864079.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="niente-grano-e-leconomia-di-guerra" data-post-id="2656864079" data-published-at="1646688124" data-use-pagination="False"> Niente grano, è l’economia di guerra Siamo all’economia di guerra, si lotta per il grano come da millenni quando ci sono le carestie. Vista dall’Italia la situazione è difficilissima, agli occhi di somali, siriani, libici e libanesi è una tragedia che può sfociare da un momento all’altro in rivolte di popolo. Per loro il frumento a 440 dollari a tonnellata (ultimo prezzo ieri a Parigi con un aumento del 13% rispetto a venerdì), che è più del doppio di un anno fa, significa fame. In Turchia e in Egitto la farina è ormai merce rara e anche la semola di grano duro non si trova. Il prezzo ieri sul mercato di Foggia era 473 euro a tonnellata. Per noi significa pane, se si riesce a farlo visto che le scorte bastano ancora per un quarantina di giorni, ad almeno 6 euro al chilo, la pasta otre i 4 euro. La crisi alimentare investe tutto: dal latte - ormai non conviene più produrlo - ai formaggi, dai salumi al pesce. La globalizzazione scopre la sua debolezza alimentando focolai di quasi conflitto per il cibo, l’Europa la sua miopia. Stando a noi siamo senza grano tenero. Da Ucraina e Russia non arriva più nulla, ma ieri anche Ungheria e Bulgaria hanno bloccato le esportazioni. Così fa la Moldova con lo zucchero e via via gli altri Paesi produttori. Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia parla di «notizia gravissima per la sicurezza alimentare dell’Europa, l’Italia importa dall’Ungheria oltre 600 milioni di euro di cereali prevalentemente grano e poi mais. È un crescendo di misure protezionistiche con buona pace di chi a Bruxelles pensava che l’autosufficienza e la sovranità alimentare non fossero più da tutelare e che della Pac e dei nostri agricoltori se ne potesse fare a meno. Ora l’Europa intervenga bloccando immediatamente la norma ungherese». Da mesi si sa che la Cina stava facendo incetta di cereali per rifornire la sua immensa dispensa e la super produzione di carne e latte. Mentre l’Europa demonizza la zootecnia russi e cinesi insieme hanno costruito stalle da 100.000 capi. Tra due giorni il sottosegretario leghista all’Agricoltura Gian Marco Centinaio apre il tavolo del grano per cercare qualche soluzione, ieri il ministro Stefano Patuanelli ha incontrato la Coldiretti. Per il presidente degli agricoltori Ettore Prandini la situazione è insostenibile: «Con lo scoppio della guerra e la crisi energetica i costi aumentano di almeno 8 miliardi su base annua (l’incasso agricolo è 60 miliardi, i costi sono aumentati del 13% in due mesi rispetto al fatturato, ndr), è a rischio il futuro immediato delle coltivazioni, degli allevamenti, dell’industria di trasformazione nazionale, ma anche il cibo per 5 milioni d’ italiani che sono in povertà». L’energia è aumentata dell’80%, i mangimi del 50%, ma molto mais arriva dall’Ucraina e perciò scarseggia. Gravissima è la crisi dei fertilizzanti: costano il 170% in più eppure non si trovano. L’urea è fatta con il metano, ma se non si concima non ci sono raccolti proprio quando dovremmo produrre di più. Ricorda ancora la Coldiretti: l’Italia produce appena il 36% del frumento che le serve, il 53% del mais, il 51% della carne bovina, il 56% del grano duro per la pasta, il 63% della carne di maiale. C’è un altro prodotto che è diventato introvabile per quanto sia indispensabile: l’olio di girasole. Ucraina e Russia coprono l’80% della produzione, ma non ne esce più una goccia. Le aziende di prodotti da forno devono chiudere. L’olio non ci sarà neppure l’anno prossimo (idem per il mais): questi sono i giorni della semina e dove ci sono le bombe non crescono i fiori, tanto meno quelli di girasole. Tutti gli altri oli vegetali perciò hanno quotazioni in crescita di oltre il 30%. Anche i pescatori hanno fermato le barche per il caro gasolio. Gli aumenti si scaricheranno sui prezzi finali alimentando l’inflazione e frenando i consumi. Si va dritti verso la stagflazione, è la sanzione visto che siamo in un’economia di guerra.
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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