Intorno agli anni Duemila ci fu l’esplosione di Internet. Grandi profezie, grandi preoccupazioni, soprattutto a livello di concentrazione di potere, e poi in quattro o cinque si sono spartiti il mondo e non è successo una mazza. Seconda apocalisse intorno agli anni Dieci con l’esplosione dei social. Anche lì grandi preoccupazioni economiche nel frattempo che gli stessi si spartivano anche quelli, ripartendo il monopolio in pochi (si chiamerebbe oligopolio).
Ci si pose anche il problema della dipendenza digitale e, col passare del tempo, tale problema è diventato enorme fino a contare, in Italia, intorno a 400.000 malati. Anche in questo caso sembrava, appunto, di essere davanti a un’apocalisse, sembrava che dovessero essere adottati interventi importanti, soprattutto per la fascia di età che va dalla preadolescenza alla giovinezza (non considerando che spesso i social sono diventati i veri babysitter dei bambini), ma anche qui tanto fumo e quasi nulla arrosto. Intorno al 2020, sembrano le piaghe d’Egitto ma a scadenza decennale è arrivato il momento dell’Intelligenza artificiale e anche qui, anche ultimamente, in questi giorni, sono stati pubblicati rapporti di vario genere, in particolare sul rapporto tra Intelligenza artificiale e perdita di posti di lavoro.
Ma anche in questo caso si assiste, quasi inerti, in tutto il mondo, a queste apocalissi della porta accanto di fronte alle quali si profetizzano tempi nefasti, si preannunciano catastrofi ma poi sulla politica prevale la forza economica di chi possiede e gestisce queste realtà e, alla fine, la politica urla ma lo fa da ferma, senza adottare le misure urgenti che potrebbero attenuare, se non risolvere, gli effetti negativi dell’introduzione dell’Intelligenza artificiale nei cicli produttivi. Non ci sarebbe neanche più quella che Marx chiamò l’alienazione del lavoro e cioè quella della classe operaia che, non possedendo i mezzi di produzione, si trova alienata di fronte al proprio lavoro. Ci sarebbe l’alienazione dal lavoro, cioè l’esclusione dell’uomo dai cicli di produzione fatti dalle macchine e guidati da un’intelligenza non umana ma artificiale.
Quello che sconcerta è che sembra che in questi atteggiamenti, denotati da un’alta percentuale di immobilismo politico e istituzionale - di dimensioni mondiali -, ci sia una specie di acquiescenza, come se ci si trovasse di fronte all’ineluttabile. Andrà così e non ci possiamo fare niente. Questo è totalmente falso ed è anche menzognero, cioè tende a velare di menzogne l’incapacità della politica a dettare norme al mercato. Questo è di una gravità assoluta perché anche uno, come il sottoscritto, che crede in un’impostazione liberale dei rapporti tra Stato e mercato, sa bene che, sia per motivi di storia che di teoria economica, non esiste un mercato senza regole e se esiste, prima o poi, fa danni e collassa.
La questione dell’Intelligenza artificiale, come nel caso di Internet e come in quello dei social, ma in modo più problematico, non rappresenta solo un problema di potenziale violazione delle leggi della concorrenza, considerati i pochi attori in campo e spesso costituenti un cartello (cioè un accordo economico per mettersi d’accordo sui prezzi e falsificare la competizione economica), ma comporta anche un enorme problema educativo e di formazione intellettuale e coscienziale delle persone. Bastino due esempi per capire quali sono i rischi.
Il primo esempio ci è fornito dalla formazione, e cioè da quel processo lungo e difficile che deve sviluppare nel soggetto una capacità autonoma di comprensione e di giudizio sulla realtà, la coscienza critica. Essa è il cardine dello sviluppo di una persona, perché essa è il cuore stesso della persona. Conoscenza e volontà sono alla base del comportamento consapevole: non sceglie bene chi non conosce le varie alternative della scelta; non conosce bene chi, di fronte a una scelta, più che alla propria volontà, si affida a quello che il filosofo tedesco Martin Heidegger chiamava il «si dice». Voleva indicare con esso la passività del soggetto di fronte all’opinione comune e la riduzione della coscienza a tale opinione. Quando i giovani di oggi si affidano all’Intelligenza artificiale, magari inconsciamente, vivono una sorta di alienazione dalla propria coscienza, dalla propria interiorità, dalla propria mente e dal proprio io. Non occorre che spieghi alle lettrici e ai lettori gli effetti devastanti che può avere, nei tragitti descritti dalla psicologia evolutiva, questo tipo di appalto dall’intelligenza naturale a quella artificiale.
Il secondo esempio viene da recenti parole di papa Leone XIV che, rivolgendosi ai sacerdoti di una zona di Roma, ha esplicitamente chiesto di non affidarsi all’Intelligenza artificiale nella scrittura delle proprie omelie o prediche, che dir si voglia. E qui siamo nell’assurdo di soggetti che dovrebbero essere guidati dallo Spirito e si affidano a uno spirito inesistente che mai esisterà, perché mai l’Intelligenza artificiale ne sarà dotata. In questo caso ci sarebbe da fare una lunga riflessione teologica e anche spirituale, ma non abbiamo lo spazio sufficiente per farlo. Lo faremo in un’altra occasione. Basti dire che se il Papa è arrivato a richiamare i sacerdoti su questo punto vuol dire che ha cognizione che ciò stia già avvenendo. Francamente ci è incomprensibile come chi dovrebbe essere la voce dello Spirito non riesca a comprendere l’oltraggio nei confronti dei fedeli di ridire in modo pappagallesco ciò che i Padri della Chiesa sostenevano che dovesse procedere attraverso lo stesso procedimento che per gli animali si chiama ruminatio, cioè un processo di assimilazione lenta, profonda, ma soprattutto spirituale, del Verbo di Dio. Se non lo capiscono loro, cosa possiamo aspettarci da chi pensa solo a questioni di profitto?
L’Intelligenza artificiale fa tremare: disoccupati al 10% e Borsa giù del 40%
Un vecchio film di Alberto Sordi (Io e Caterina) immagina un robot che lava e stira sostituendo la domestica e, soprattutto, la moglie. Citrini Research, alza il tiro, trasformando la commedia in tragedia.
Nel fine settimana la semisconosciuta società di ricerche ha pubblicato un rapporto che sembra un film di fantascienza in formato «noir». È ambientato nel giugno 2028, quando l’Intelligenza artificiale avrà rivoluzionato l’economia mondiale, lasciando dietro di sé disoccupazione in crescita al 10%, azioni in caduta del 40% e consumatori paralizzati dal panico. Tra i settori più vulnerabili, Citrini indica i servizi di consegna di cibo a domicilio e le società di carte di credito. Il rapporto non lascia spazio a dubbi: in soli due anni, il predominio di app come DoorDash e Uber Eats sarà sostituito da alternative «vibe-coded»: strumenti digitali capaci di vendere uno stile di vita prima ancora di consegnare una pizza o un sushi.
Per gli investitori, un’immagine da incubo: immaginate un algoritmo che vi promette felicità, avocado toast e yoga virtuale, mentre il vostro algoritmo preferito per le consegne a domicilio finisce nella soffitta digitale. Non meno colpiti, secondo Citrini, sarebbero i colossi dei pagamenti come Mastercard e Visa. Gli algoritmi di Ia potrebbero eliminare del tutto le commissioni, facendo risparmiare i consumatori ma lasciando a secco i gestori di carte di credito. In pratica: il robot salva il consumatore ma fa piangere l’investitore. E non importa se molto spesso sono la stessa persona.
Non si salvano nemmeno i mattoni. Nel settore immobiliare, dove gli acquirenti avevano tollerato commissioni del 5-6% per decenni, l’Ia ha dimostrato che la conoscenza umana può essere replicata in un battito di byte. Citrini indica che già ora la commissione mediana sul lato acquisto nelle principali aree metropolitane si è compressa dal 2,5-3% a meno dell’1%. Nel frattempo la quota crescente di transazioni ha chiuso senza intervento umano. Insomma: gli algoritmi hanno trasformato l’agente immobiliare in una semplice comparsa digitale.
Secondo Citrini, il boom dell’Ia superintelligente farà strage di colletti bianchi, porterà un calo della spesa per consumi e insolvenze sui mutui che diventerà difficile rimborsare. Le azioni dei settori più esposti hanno subito un tracollo immediato. Lunedì l’Etf che raggruppa le società di software ha ceduto fino al 5%, DoorDash ha perso oltre il 6%, American Express oltre il 7%. Mastercard e Visa tra il 4 e il 5% Uber oltre il 4%.
E se qualcuno pensava che la tecnologia fosse gentile con i dinosauri digitali, Ibm ha dato una lezione memorabile: il titolo ha registrato il peggior crollo giornaliero degli ultimi 25 anni: meno 13%, dopo l’annuncio della startup Anthropic secondo cui il suo sistema Claude Code può modernizzare Cobol, il linguaggio di programmazione vintage ancora in uso sui sistemi Ibm. Un promemoria per dire che nemmeno i giganti più solidi sono immuni quando l’Intelligenza artificiale decide di fare il salto di qualità.
«Per tutta la storia economica moderna, l’intelligenza umana è stata il fattore produttivo più scarso. Ora quel vantaggio declina», scrive Citrini con ironia tagliente. Ed è qui che entra in gioco il vero paradosso umano: se l’Ia elimina le inefficienze, riduce i costi e ottimizza ogni singola transazione, chi continuerà a lavorare? E soprattutto, chi consumerà?
Giuseppe Sersale, strategist di Anthilia Capital Partners Sgr, spiega: «L’economia mondiale si basa su inefficienze “umane” che l’Ia sta azzerando, togliendo lavoro ai colletti bianchi e a tutti coloro che di queste inefficienze campano. Le difficoltà dei vari settori ricadono su chi li ha finanziati. Ma se nessuno ha un lavoro e nessuno può consumare perché produrre ancor?». Forse il quadro disegnato da Citrini è fin troppo apocalittico.