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2025-04-25
La storia di Alessandro Proto in un documentario su Sky
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Alessandro Proto (Ansa)
«Regola numero uno: per avere successo non occorre fare i fatti, basta inventarli e poi convincere gli altri che siano veri». Alessandro Proto, queste poche parole, se l'è date come regola. L'invenzione contro l'azione, in una società dove la volontà di approfondimento rasenta ormai lo zero.
E così, millantando, è riuscito a costruire un impero. Lui, venditore porta a porta, s'è cucito addosso la veste dell'imprenditore, ha giurato fare affari con gli uomini più ricchi del mondo. Ha messo in piedi, nel 2001, un'agenzia di consulenze immobiliari. Poi, ha cominciato a costruire il proprio castello di bugie. George Clooney, Leonardo DiCaprio, clienti famosi e facoltosi. Proto ha raccontato di aver fatto affari con il gotha della finanza, di essere cresciuto al punto da aver potuto comprare le quote minoritarie di oltre duecento imprese. I media hanno abboccato. L'imprenditore mandava loro sontuosi comunicati stampa, cose piene di belle e roboanti parole. Magnificava le proprie imprese, rilanciandole poi sul sito Internet della sua società. Si vendeva come un genio. E per tale l'hanno comprato. I giornali hanno cominciato a raccontare le opere straordinarie di Proto, la sua fama a crescere. Proto è diventato una sorta di guru, idolatrato da una certa parte di pubblico. Quel pubblico che, come i media, sarebbe poi stato fregato.
La parabola di Proto, che lui stesso avrebbe poi raccontato in un libro, scritto a quattro mani con il giornalista Andrea Sceresini, a un certo punto s'è fatta discendente. Sono arrivate le prime accuse, le prime indagini, le prime condanne. Il sedicente mago della finanza è stato arrestato e condannato per truffa e, poco a poco, il castello di bugie è crollato. Diverse persone, illustri sconosciuti, hanno raccontato di essere state raggirate da Proto. Questi si diceva determinato a liberalizzare e democraticizzare l'universo della finanza, così che a trarne profitto non fossero solo gli squali. Chiedeva, quindi, a chiunque si fidasse di lui di affidargli i propri risparmi. Poi, prometteva di restituirli con margini di interesse da brivido. Si parlava di guadagni fino al 90%. Si firmavano contratti. Ma i soldi andavano persi. L'imprenditore non restituiva nulla, mai. Anzi. Continuava a chiedere, senza mostrare alcuna pietà o empatia per le vittime. Una, cui ha sottratto circa 130.000 euro, era malata di cancro.
Ed è quest'una, insieme ad altri, a raccontarsi in L'Impostore - La storia di Alessandro Proto, documentario in onda su Sky Crime alle 22.55 di lunedì 28 aprile. Il docufilm, attraverso testimonianze, materiali d’archivio e ricostruzioni, prova a ricostruire e svelare i meccanismi che hanno sostanziato la rete di inganni di Proto. Li mette a nudo, cercando parimenti di ripercorrere le tappe di questa carriera fittizia, di spiegare come sia stato possibile inventare tutto questo e, soprattutto, darla a bere al mondo.
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In onda su Sky Crime alle 22.55 di lunedì 28 aprile, il docufilm, attraverso testimonianze, materiali d’archivio e ricostruzioni, prova a svelare i meccanismi che hanno sostanziato la rete di inganni dell'imprenditore.«Regola numero uno: per avere successo non occorre fare i fatti, basta inventarli e poi convincere gli altri che siano veri». Alessandro Proto, queste poche parole, se l'è date come regola. L'invenzione contro l'azione, in una società dove la volontà di approfondimento rasenta ormai lo zero.E così, millantando, è riuscito a costruire un impero. Lui, venditore porta a porta, s'è cucito addosso la veste dell'imprenditore, ha giurato fare affari con gli uomini più ricchi del mondo. Ha messo in piedi, nel 2001, un'agenzia di consulenze immobiliari. Poi, ha cominciato a costruire il proprio castello di bugie. George Clooney, Leonardo DiCaprio, clienti famosi e facoltosi. Proto ha raccontato di aver fatto affari con il gotha della finanza, di essere cresciuto al punto da aver potuto comprare le quote minoritarie di oltre duecento imprese. I media hanno abboccato. L'imprenditore mandava loro sontuosi comunicati stampa, cose piene di belle e roboanti parole. Magnificava le proprie imprese, rilanciandole poi sul sito Internet della sua società. Si vendeva come un genio. E per tale l'hanno comprato. I giornali hanno cominciato a raccontare le opere straordinarie di Proto, la sua fama a crescere. Proto è diventato una sorta di guru, idolatrato da una certa parte di pubblico. Quel pubblico che, come i media, sarebbe poi stato fregato.La parabola di Proto, che lui stesso avrebbe poi raccontato in un libro, scritto a quattro mani con il giornalista Andrea Sceresini, a un certo punto s'è fatta discendente. Sono arrivate le prime accuse, le prime indagini, le prime condanne. Il sedicente mago della finanza è stato arrestato e condannato per truffa e, poco a poco, il castello di bugie è crollato. Diverse persone, illustri sconosciuti, hanno raccontato di essere state raggirate da Proto. Questi si diceva determinato a liberalizzare e democraticizzare l'universo della finanza, così che a trarne profitto non fossero solo gli squali. Chiedeva, quindi, a chiunque si fidasse di lui di affidargli i propri risparmi. Poi, prometteva di restituirli con margini di interesse da brivido. Si parlava di guadagni fino al 90%. Si firmavano contratti. Ma i soldi andavano persi. L'imprenditore non restituiva nulla, mai. Anzi. Continuava a chiedere, senza mostrare alcuna pietà o empatia per le vittime. Una, cui ha sottratto circa 130.000 euro, era malata di cancro.Ed è quest'una, insieme ad altri, a raccontarsi in L'Impostore - La storia di Alessandro Proto, documentario in onda su Sky Crime alle 22.55 di lunedì 28 aprile. Il docufilm, attraverso testimonianze, materiali d’archivio e ricostruzioni, prova a ricostruire e svelare i meccanismi che hanno sostanziato la rete di inganni di Proto. Li mette a nudo, cercando parimenti di ripercorrere le tappe di questa carriera fittizia, di spiegare come sia stato possibile inventare tutto questo e, soprattutto, darla a bere al mondo.
(Ansa)
Nel verde dei campi e sulle colline coltivate dell’Alta Valtiberina, a cavallo tra Umbria, Toscana e Marche, la Storia ha consegnato uno dei casi più singolari dal punto di vista geopolitico: quello della micro-repubblica di Cospaia, paese di poche anime tra Sansepolcro e Città di Castello. Dai primi documenti risalenti al 1360, il borgo contadino risultava appartenere alla comunità di Città di Castello facente parte dello Stato della Chiesa anche se contesa da Borgo San Sepolcro, allora governato dai Malatesta di Rimini. La svolta che segnerà la storia di Cospaia giunse nel 1440, anno della battaglia di Anghiari. Il periodo segnò anche una fase di crisi finanziaria per lo Stato Pontificio, che il Papa Eugenio IV (il nobile veneziano Gabriele Condulmer) cercò di sanare attraverso la vendita di beni e terreni. Nelle alienazioni cadde anche il territorio di Cospaia, legata alla vendita di Borgo San Sepolcro ai fiorentini di Cosimo Maria de’Medici per 25.000 fiorini. Di fronte alla spartizione del piccolo borgo umbro tra le due grandi potenze, fu la particolare geomorfologia del territorio di Cospaia a cambiarne il destino. Gli incaricati dello Stato Pontificio e quelli di Firenze si diedero appuntamento nel territorio di Cospaia al fine di segnare i nuovi confini tra i due Stati. I nuovi limiti si sarebbero dovuti stabilire lungo il corso del torrente chiamato semplicemente «Rio». Nella realtà Cospaia era lambita da due corsi d’acqua, il «Rio della Gorgaccia» e il Rio detto «Riascolo». Mentre i fiorentini misurarono il torrente posto a Nord (il Gorgaccia), gli uomini del Papa considerarono confine il torrente meridionale, il Riascolo. Le misurazioni tagliarono quindi fuori una parte di territorio di forma triangolare con il vertice verso Nord, che diventò una sorta di «terra di nessuno» e che includeva l’abitato del borgo umbro. Quella fetta di terreno ritagliata per errore diventò una zona libera, non più soggetta al Papa né ceduta ad una Signorìa. La «Repubblica Libera di Cospaia», abitata da poche famiglie contadine divenne una realtà di fatto anche perché i due Stati che la avevano erroneamente creata giudicarono antieconomico iniziare contese per una così piccola parte di territorio. La repubblica non ebbe mai una forma giuridico-istituzionale ben definita. Non aveva giudici, tribunali e carceri. E neppure un parlamento né un esercito. Si basava piuttosto su una forma di autogoverno della «consuetudine», le cui regole erano quelle della secolare vita dei campi, dei casolari contadini, del lavoro scandito dalle stagioni, così come era sempre stato anche sotto un governante esterno. Pertanto non si può giudicarla neppure «anarchia», non certo nel senso moderno del termine. Ciò che fece la differenza e che per i quasi 4 secoli della sua esistenza fu che il territorio libero di Cospaia non pagò più tasse né gabelle, né tributi. Per le contese giuridiche, gli abitanti si rivolgevano ai tribunali di San Sepolcro oppure di Città di Castello. Solo con il tempo si istituì un Consiglio degli anziani e dei capifamiglia, spesso affiancato dalla figura del parroco, l’unico alfabetizzato. A partire dalla metà del Cinquecento Cospaia prosperò grazie all’introduzione della coltivazione estensiva del tabacco introdotta per la prima volta in Italia da Alfonso Tornabuoni, il quale scelse il territorio della microrepubblica per gli evidenti vantaggi della sua natura di porto franco. Ancora oggi il tabacco di Cospaia è considerato tra i più prestigiosi al mondo.
La Repubblica Libera di Cospaia durò fino al 1826, quando in virtù di un accordo fra il Granduca di Toscana Leopoldo II e il Papa Leone XII il territorio fu spartito tra i due Stati pre-unitari.
Le immagini e le mappe della ex Repubblica Libera di Cospaia
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