True
2024-01-31
Pestaggi e manette, la vera storia della Salis
Ilaria Salis in tribunale a Budapest (Ansa/Rai)
Stando al Blikk, uno dei quotidiani ungheresi più seguiti, sarebbe accusata di aver messo in «pericolo» la «vita» della vittima tramite una «tentata lesione personale». Il reato sarebbe stato «commesso» nell’ambito di un’azione di «un’organizzazione criminale». Un reato che a Budapest è considerato particolarmente grave, tanto che l’anarchica italiana Ilaria Salis, 39 anni, di Monza, insegnante, è stata tradotta in udienza davanti al tribunale con le manette ai polsi e alle caviglie (che in Ungheria sembra essere una prassi, visto che i siti Web dei giornali sono pieni di foto che mostrano detenuti ammanettati prima o durante i processi). Il cronista del quotidiano ungherese che ha seguito l’udienza riporta anche che «l’italiana ha acconsentito a farsi riprendere in modo riconoscibile». I sorrisi dispensati al pubblico non sono sfuggiti. E infatti il giornalista sottolinea: «Nessuno direbbe che la sorridente italiana possa far parte di un gruppo estremista».
Stando alla ricostruzione dell’accusa, avrebbe partecipato all’aggressione di due militanti di estrema destra durante la commemorazione del Giorno dell’onore (una cerimonia che ricorda l’impresa di un battaglione nazista che, nel 1945, tentò di impedire l’assedio di Budapest da parte dell’Armata rossa) procurando nelle vittime ferite valutate come guaribili in sette giorni. I movimenti antifascisti che Salis frequenta da tempo (in passato è stata intercettata mentre conversava di manifestazioni e di siti Web dell’area antagonista con Roberto Cropo, l’anarchico estradato dalla Francia nel 2020 e finito nell’operazione Bialystok) avrebbero, stando alle accuse, organizzato una contromanifestazione di protesta. E la Salis, stando al Blikk «è considerata una cacciatrice di nazisti». In passato, Salis si era beccata anche una condanna per «resistenza aggravata» e «per aver intonato cori ostili, posizionato per strada sacchi di spazzatura e lanciato immondizia contro i poliziotti mentre gli urlava “mangiate”»: otto mesi di reclusione nel 2022. L’11 febbraio di un anno fa viene identificata e fermata dalla polizia ungherese che, per accusarla, consegna all’autorità giudiziaria delle riprese video che mostrano due persone accerchiate e aggredite da un gruppo di persone che brandiscono anche delle spranghe. All’inizio viene accusata di aver partecipato a quattro aggressioni, per due di queste, però, la Procura ha ritirato l’accusa, avendo accertato che l’italiana non era ancora arrivata in Ungheria. Al momento del fermo, avvenuto su un taxi, sarebbe stata trovata in possesso di un manganello retrattile («Lo aveva portato con sé per un’eventuale difesa personale», ha poi spiegato suo padre Roberto).
«Mi hanno colpito da dietro e spaccato la testa, che è stata ricucita in ospedale. Il mio volto, al lato sinistro è completamente gonfio, lo zigomo è rotto. La mia ragazza è stata pugnalata due volte alla coscia con qualcosa», ha raccontato una delle vittime dell’aggressione. «Non ho commesso questi crimini, non accetto quello di cui mi accusano», ha detto Salis, stando a quanto riporta il quotidiano ungherese, durante l’udienza. L’imputata, inoltre, non si sarebbe riconosciuta nel video e i suoi avvocati lamentano che i capi d’imputazione non sarebbero stati tradotti in italiano (un aspetto previsto dalle convenzioni internazionali). Il giornale però evidenzia subito dopo che «sorprendentemente» il coimputato, un tedesco che, invece, non avrebbe acconsentito alle riprese video in aula, «ha detto il contrario». Ecco le sue parole: «Chiedo scusa al tribunale e alla Procura. Mi dichiaro colpevole e rinuncio al mio diritto a un processo. Tutto è avvenuto come indicato nell’atto di accusa». Con un processo di tipo immediato e dopo aver scelto di patteggiare, il tedesco è stato condannato a tre anni di reclusione.
Già tempo fa Salis, tramite i suoi avvocati, aveva reso pubbliche le condizioni di detenzione in Ungheria, sostenendo di essere stata costretta a «guardare il muro nelle soste nei corridoi» e denunciando la presenza di «scarafaggi, topi e cimici nelle celle». Ma ha anche sostenuto di non essere riuscita a comunicare con la sua famiglia per mesi e di essere stata «costretta a indossare», in occasione dell’interrogatorio, «senza avvocato», vestiti «sporchi e puzzolenti». In tribunale, invece, hanno sottolineato i cronisti ungheresi, indossava un bel maglione di lana intrecciato ai ferri.
E mentre un impreparato Francesco Lollobrigida ha risposto ai media di non aver visto le immagini e quindi di non voler commentare, le opposizioni (che non hanno fatto lo stesso quando Filippo Turetta, accusato di aver ucciso la fidanzata, è uscito dal carcere tedesco con le manette in mostra) hanno avviato una crociata nei confronti di Giorgia Meloni chiedendo di intervenire su Viktor Orbán (i due ieri si sono sentiti telefonicamente, facendo seguito alle iniziative diplomatiche partite il 22 gennaio) che, a sua volta, dovrebbe fare pressioni sui giudici in un Paese nel quale, come in Italia, la magistratura è indipendente. Ci ha pensato il ministro degli Esteri e vicepremier, Antonio Tajani, a fare un po’ di chiarezza: «Non abbiamo alcun potere per riportare un detenuto da un Paese estero in Italia, abbiamo soltanto la possibilità di protestare in forme istituzionali quando riteniamo che non vengano rispettate alcune norme».
Orbán si smarca dalle pressioni Ue: «Sì aiuti a Kiev, ma solo quest’anno»
Nonostante le minacce dell’Unione europea, il premier ungherese Viktor Orbán tiene il punto sul veto agli aiuti all’Ucraina. Anzi rilancia e, dichiarandosi pronto a trovare una soluzione comune, propone di suddividere gli aiuti in tranche annuali da deliberare di volta in volta all’unanimità. Il primo ministro ungherese, in una intervista al giornale francese Le Point, chiede di decidere ogni anno «se continuare a inviare questo denaro o meno» all’Ucraina, per aiutarla nella difesa contro la Russia.
«Non si tratta di ricattare con il veto, ma di ripristinare e mantenere l’unità dell’Unione europea», ha spiegato Orbán, che ha poi stigmatizzato il piano di Bruxelles di debilitare l’economia ungherese nel caso di nuovi veti di Budapest sugli aiuti all’Ucraina, riportato dal Financial Times. «Abbiamo tutti una certa esperienza in politica internazionale. Non siamo usciti dall’asilo. Se il Financial Times pubblica un documento che descrive nel dettaglio uno scenario di blocco finanziario dell’Ungheria e di ricatto nei nostri confronti, possiamo essere certi che esiste», ha commentato il primo ministro ungherese. Il piano appare in effetti abbastanza esplicito e si baserebbe sul congelamento dei finanziamenti a Budapest in caso di veto ungherese, cosa che innescherebbe un calo della fiducia degli investitori, un aumento del costo del debito e un calo della moneta ungherese, il fiorino.
Il clima è incandescente, in vista del Consiglio europeo straordinario di domani. I leader europei discuteranno della proposta di revisione intermedia del quadro finanziario pluriennale (Qfp) 2021-2027, che comprende tra le altre cose l’erogazione di nuovi aiuti all’Ucraina per 50 miliardi (17 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto e 33 miliardi di prestiti). La revisione del Qfp può essere fatta solo a metà del periodo e può passare solo con l’unanimità in Consiglio europeo. Oltre ai 50 miliardi per l’Ucraina da qui al 2027, la revisione del Qfp comprende nuove spese per altri 14,6 miliardi di euro.
La proposta di Orbán di votare all’unanimità tutti gli anni, però, non è piaciuta a Bruxelles. Secondo un alto funzionario europeo a conoscenza della questione, l’Ungheria «ha detto che poteva non esercitare il veto a determinate condizioni, ma il problema è qui. Le condizioni non sono accettabili per gli altri Stati membri». Tecnicamente la questione è relativa alle diverse modalità di voto con cui si deliberano gli aiuti. La proposta di Orbán è di votare ogni anno il rinnovo dei finanziamenti, con la possibilità di porre il veto, trattandola come questione relativa alla spesa del bilancio annuale europeo. Ma il bilancio annuale viene votato ogni anno a maggioranza qualificata, mentre è solo il Quadro finanziario pluriennale (Qfp) che viene votato ogni sette anni all’unanimità in Consiglio, con possibile revisione a metà del periodo, cioè oggi. In sintesi, il Qfp definisce, con l’unanimità in Consiglio, quanto può spendere al massimo l’Unione europea nel periodo, mentre annualmente, a maggioranza, il Consiglio decide quanto spendere nell’anno.
La proposta ungherese comporterebbe un voto all’unanimità sul bilancio annuale, ma, secondo le indiscrezioni trapelate, gli altri Stati preferiscono la maggiore prevedibilità della spesa utilizzando il Qfp e nessuno intende cambiare il sistema attuale. Domani, quindi, Ungheria contro tutti, sembrerebbe. Anche un supposto appoggio di Giorgia Meloni alla posizione ungherese è stato smentito dallo stesso Orbán nell’intervista a Le Point. Il primo ministro polacco Donald Tusk, interpellato sulla questione, è stato netto: «In un modo o nell’altro, troveremo una soluzione, con o senza Orbán, per sostenere l’Ucraina».
Per l’Ucraina accedere ai finanziamenti europei è fondamentale, dopo che gli aiuti americani si sono incagliati nelle secche delle lotte parlamentari di Washington.
Continua a leggereRiduci
L’anarchica «cacciatrice di nazi» è accusata di appartenere a un gruppo criminale. In aula ha detto sì alle riprese a mani legate, ma ha negato di aver partecipato alle aggressioni. Tajani: «Non abbiamo il potere di riportarla in Italia». Meloni chiama Budapest.Aiuti a Kiev: Viktor Orbàn detta le condizioni a Bruxelles, che minaccia di bloccargli i fondi.Lo speciale contiene due articoli.Stando al Blikk, uno dei quotidiani ungheresi più seguiti, sarebbe accusata di aver messo in «pericolo» la «vita» della vittima tramite una «tentata lesione personale». Il reato sarebbe stato «commesso» nell’ambito di un’azione di «un’organizzazione criminale». Un reato che a Budapest è considerato particolarmente grave, tanto che l’anarchica italiana Ilaria Salis, 39 anni, di Monza, insegnante, è stata tradotta in udienza davanti al tribunale con le manette ai polsi e alle caviglie (che in Ungheria sembra essere una prassi, visto che i siti Web dei giornali sono pieni di foto che mostrano detenuti ammanettati prima o durante i processi). Il cronista del quotidiano ungherese che ha seguito l’udienza riporta anche che «l’italiana ha acconsentito a farsi riprendere in modo riconoscibile». I sorrisi dispensati al pubblico non sono sfuggiti. E infatti il giornalista sottolinea: «Nessuno direbbe che la sorridente italiana possa far parte di un gruppo estremista». Stando alla ricostruzione dell’accusa, avrebbe partecipato all’aggressione di due militanti di estrema destra durante la commemorazione del Giorno dell’onore (una cerimonia che ricorda l’impresa di un battaglione nazista che, nel 1945, tentò di impedire l’assedio di Budapest da parte dell’Armata rossa) procurando nelle vittime ferite valutate come guaribili in sette giorni. I movimenti antifascisti che Salis frequenta da tempo (in passato è stata intercettata mentre conversava di manifestazioni e di siti Web dell’area antagonista con Roberto Cropo, l’anarchico estradato dalla Francia nel 2020 e finito nell’operazione Bialystok) avrebbero, stando alle accuse, organizzato una contromanifestazione di protesta. E la Salis, stando al Blikk «è considerata una cacciatrice di nazisti». In passato, Salis si era beccata anche una condanna per «resistenza aggravata» e «per aver intonato cori ostili, posizionato per strada sacchi di spazzatura e lanciato immondizia contro i poliziotti mentre gli urlava “mangiate”»: otto mesi di reclusione nel 2022. L’11 febbraio di un anno fa viene identificata e fermata dalla polizia ungherese che, per accusarla, consegna all’autorità giudiziaria delle riprese video che mostrano due persone accerchiate e aggredite da un gruppo di persone che brandiscono anche delle spranghe. All’inizio viene accusata di aver partecipato a quattro aggressioni, per due di queste, però, la Procura ha ritirato l’accusa, avendo accertato che l’italiana non era ancora arrivata in Ungheria. Al momento del fermo, avvenuto su un taxi, sarebbe stata trovata in possesso di un manganello retrattile («Lo aveva portato con sé per un’eventuale difesa personale», ha poi spiegato suo padre Roberto). «Mi hanno colpito da dietro e spaccato la testa, che è stata ricucita in ospedale. Il mio volto, al lato sinistro è completamente gonfio, lo zigomo è rotto. La mia ragazza è stata pugnalata due volte alla coscia con qualcosa», ha raccontato una delle vittime dell’aggressione. «Non ho commesso questi crimini, non accetto quello di cui mi accusano», ha detto Salis, stando a quanto riporta il quotidiano ungherese, durante l’udienza. L’imputata, inoltre, non si sarebbe riconosciuta nel video e i suoi avvocati lamentano che i capi d’imputazione non sarebbero stati tradotti in italiano (un aspetto previsto dalle convenzioni internazionali). Il giornale però evidenzia subito dopo che «sorprendentemente» il coimputato, un tedesco che, invece, non avrebbe acconsentito alle riprese video in aula, «ha detto il contrario». Ecco le sue parole: «Chiedo scusa al tribunale e alla Procura. Mi dichiaro colpevole e rinuncio al mio diritto a un processo. Tutto è avvenuto come indicato nell’atto di accusa». Con un processo di tipo immediato e dopo aver scelto di patteggiare, il tedesco è stato condannato a tre anni di reclusione. Già tempo fa Salis, tramite i suoi avvocati, aveva reso pubbliche le condizioni di detenzione in Ungheria, sostenendo di essere stata costretta a «guardare il muro nelle soste nei corridoi» e denunciando la presenza di «scarafaggi, topi e cimici nelle celle». Ma ha anche sostenuto di non essere riuscita a comunicare con la sua famiglia per mesi e di essere stata «costretta a indossare», in occasione dell’interrogatorio, «senza avvocato», vestiti «sporchi e puzzolenti». In tribunale, invece, hanno sottolineato i cronisti ungheresi, indossava un bel maglione di lana intrecciato ai ferri. E mentre un impreparato Francesco Lollobrigida ha risposto ai media di non aver visto le immagini e quindi di non voler commentare, le opposizioni (che non hanno fatto lo stesso quando Filippo Turetta, accusato di aver ucciso la fidanzata, è uscito dal carcere tedesco con le manette in mostra) hanno avviato una crociata nei confronti di Giorgia Meloni chiedendo di intervenire su Viktor Orbán (i due ieri si sono sentiti telefonicamente, facendo seguito alle iniziative diplomatiche partite il 22 gennaio) che, a sua volta, dovrebbe fare pressioni sui giudici in un Paese nel quale, come in Italia, la magistratura è indipendente. Ci ha pensato il ministro degli Esteri e vicepremier, Antonio Tajani, a fare un po’ di chiarezza: «Non abbiamo alcun potere per riportare un detenuto da un Paese estero in Italia, abbiamo soltanto la possibilità di protestare in forme istituzionali quando riteniamo che non vengano rispettate alcune norme».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ilaria-salis-ungheria-processo-2667127712.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="orban-si-smarca-dalle-pressioni-ue-si-aiuti-a-kiev-ma-solo-questanno" data-post-id="2667127712" data-published-at="1706700075" data-use-pagination="False"> Orbán si smarca dalle pressioni Ue: «Sì aiuti a Kiev, ma solo quest’anno» Nonostante le minacce dell’Unione europea, il premier ungherese Viktor Orbán tiene il punto sul veto agli aiuti all’Ucraina. Anzi rilancia e, dichiarandosi pronto a trovare una soluzione comune, propone di suddividere gli aiuti in tranche annuali da deliberare di volta in volta all’unanimità. Il primo ministro ungherese, in una intervista al giornale francese Le Point, chiede di decidere ogni anno «se continuare a inviare questo denaro o meno» all’Ucraina, per aiutarla nella difesa contro la Russia. «Non si tratta di ricattare con il veto, ma di ripristinare e mantenere l’unità dell’Unione europea», ha spiegato Orbán, che ha poi stigmatizzato il piano di Bruxelles di debilitare l’economia ungherese nel caso di nuovi veti di Budapest sugli aiuti all’Ucraina, riportato dal Financial Times. «Abbiamo tutti una certa esperienza in politica internazionale. Non siamo usciti dall’asilo. Se il Financial Times pubblica un documento che descrive nel dettaglio uno scenario di blocco finanziario dell’Ungheria e di ricatto nei nostri confronti, possiamo essere certi che esiste», ha commentato il primo ministro ungherese. Il piano appare in effetti abbastanza esplicito e si baserebbe sul congelamento dei finanziamenti a Budapest in caso di veto ungherese, cosa che innescherebbe un calo della fiducia degli investitori, un aumento del costo del debito e un calo della moneta ungherese, il fiorino. Il clima è incandescente, in vista del Consiglio europeo straordinario di domani. I leader europei discuteranno della proposta di revisione intermedia del quadro finanziario pluriennale (Qfp) 2021-2027, che comprende tra le altre cose l’erogazione di nuovi aiuti all’Ucraina per 50 miliardi (17 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto e 33 miliardi di prestiti). La revisione del Qfp può essere fatta solo a metà del periodo e può passare solo con l’unanimità in Consiglio europeo. Oltre ai 50 miliardi per l’Ucraina da qui al 2027, la revisione del Qfp comprende nuove spese per altri 14,6 miliardi di euro. La proposta di Orbán di votare all’unanimità tutti gli anni, però, non è piaciuta a Bruxelles. Secondo un alto funzionario europeo a conoscenza della questione, l’Ungheria «ha detto che poteva non esercitare il veto a determinate condizioni, ma il problema è qui. Le condizioni non sono accettabili per gli altri Stati membri». Tecnicamente la questione è relativa alle diverse modalità di voto con cui si deliberano gli aiuti. La proposta di Orbán è di votare ogni anno il rinnovo dei finanziamenti, con la possibilità di porre il veto, trattandola come questione relativa alla spesa del bilancio annuale europeo. Ma il bilancio annuale viene votato ogni anno a maggioranza qualificata, mentre è solo il Quadro finanziario pluriennale (Qfp) che viene votato ogni sette anni all’unanimità in Consiglio, con possibile revisione a metà del periodo, cioè oggi. In sintesi, il Qfp definisce, con l’unanimità in Consiglio, quanto può spendere al massimo l’Unione europea nel periodo, mentre annualmente, a maggioranza, il Consiglio decide quanto spendere nell’anno. La proposta ungherese comporterebbe un voto all’unanimità sul bilancio annuale, ma, secondo le indiscrezioni trapelate, gli altri Stati preferiscono la maggiore prevedibilità della spesa utilizzando il Qfp e nessuno intende cambiare il sistema attuale. Domani, quindi, Ungheria contro tutti, sembrerebbe. Anche un supposto appoggio di Giorgia Meloni alla posizione ungherese è stato smentito dallo stesso Orbán nell’intervista a Le Point. Il primo ministro polacco Donald Tusk, interpellato sulla questione, è stato netto: «In un modo o nell’altro, troveremo una soluzione, con o senza Orbán, per sostenere l’Ucraina». Per l’Ucraina accedere ai finanziamenti europei è fondamentale, dopo che gli aiuti americani si sono incagliati nelle secche delle lotte parlamentari di Washington.
Ditonellapiaga e Tony Pitony si esibiscono sul palco del teatro Ariston (Ansa)
La serata delle cover, con i duetti tra concorrenti e ospiti, è la più attesa del Festival. A incuriosire sono gli abbinamenti e la scelta dei brani. L’Ariston risponde con entusiasmo: tra omaggi, energia e qualche azzardo, ecco le pagelle della serata.
Elettra Lamborghini con Las Ketchup 6,5 Aserejé, tormentone primi Duemila, è perfetta per tenere vivo il clima di festa creato dal medley di Laura Pausini. L’Ariston ha voglia di divertirsi. Fasciate in uno sgargiante abito lungo trasmettono spensieratezza. Frizzanti.
Alessandro Siani 6,5 Arriva da Napoli, come cinque dei cantanti in gara e chissà se c’entra la caccia all’audience. Il ping-pong con Carlo Conti sui motivi, istituzionali e giocosi, perché Sanremo è Sanremo è una bella idea, ma è appena abbozzata. Timido.
Bianca Balti 8 Un anno dopo, con i capelli, elegante e sorridente. «Sono qua per godermela, non solo per me, ma per tutte le persone che hanno sofferto come me». E «sono innamoratissima». Entusiasta.
Malika Ayane con Claudio Santamaria 4,5 Quando si sceglie Mi sei scoppiato dentro il cuore di Mina bisogna pensarci 10 volte. Inevitabile balzi all’orecchio ciò che manca. E lo scoppio floppa. Temerari.
Bambole di pezza con Cristina D’Avena 6 per l’impegno Sembrano copiare i Maneskin senza riuscirci e questo la dice tutta. Infatti, il meglio lo danno quando citano Whole lotta love dei Led Zeppelin. Ma perché non hanno proposto quella? Confuse.
Tommaso Paradiso con Stadio 7,5 Una sferzata di rock visionario e apocalittico atterra all’Ariston con L’ultima luna di Lucio Dalla. Gaetano Curreri non ha la voce giusta, Tommaso sì. Di culto.
Michele Bravi con Fiorella Mannoia 5 Per la scelta di Domani è un altro giorno di Ornella Vanoni vale quanto detto per il brano di Mina: si sente il vuoto. Non c’è il carisma, non c’è la drammaticità, non c’è la voce piena dell’interprete originale. Pazienza.
Tredici Pietro con Galeffi, Fudasca & The Band 8,5 Il figlio d’arte cresce e si muove meglio ogni sera. Figurarsi se spunta papà Gianni che Vita la cantava con Lucio Dalla. Chissenefregadeimoralisti.
Maria Antonietta & Colombre con Brunori Sas 8 la voce di Colombre si avvicina a quella di Jimmy Fontana di Il mondo e il confronto con una delle più belle canzoni della musica italiana non è penalizzante. Plausibili.
Fulminacci con Francesca Fagnani 6,5 Qui è più teatro che musica, ma citare Mina e Alberto Lupo di Parole parole dà i brividi. Si può accettare solo in un copione scanzonato e autoironico. Coraggiosi.
LDA e Aka 7even con Tullio De Piscopo 7,5 A 80 anni l’energia e il feeling di De Piscopo sono intatti. E fa tutta la differenza cantare la cover con il suo inventore. L’Ariston continua a fare festa. Andamento veloce.
J-Ax con Ligera County Fam 8 All star de Milan: Cochi Ponzoni (senza Renato Pozzetto) Paolo Rossi, Paolo Jannacci, Ale & Franz accompagnano il rapper. Felicemente sgangherati.
Ditonellapiaga con Tony Pitony 8,5 Parrucca rosa e maschera di plastica. Cabaret anni Quaranta, jazz americano, Broadway, Quartetto Cetra. Con The Lady is a tramp un’altra scarica di energia. E si balla.
Caterina Caselli 9 Emozionata. Ancora con la sua voce metallica e contundente. Non smette di ringraziare le persone dalle quali ha imparato. Interprete, scopritrice di talenti, produttrice discografica, artista completa. Magnetica.
Continua a leggereRiduci
I veicoli dei talebani controllano la sicurezza a un posto di blocco vicino al confine tra Pakistan e Afghanistan a Nangarhar (Ansa)
L’aviazione pachistana la settimana scorsa aveva condotto una serie di attacchi aerei in Afghanistan, colpendo alcuni campi di addestramento per terroristi. Il bilancio era stato di 18 morti e 7 feriti secondo il governo talebano, che aveva convocato l'ambasciatore del Pakistan a Kabul. Era così iniziata quella che in gergo si definisce come una guerra a bassa intensità con continue «scaramucce» sul confine che avvevano comunque provocato morti e feriti. Il governo del primo ministro Shehbaz Sharif ha deciso per un attacco in grande stile con missili terra-aria su uffici, caserme e centri di addestramento del regime talebano che non ha una contraerea in grado di difendere il territorio. Gli studenti coranici avevano «ereditato» dagli americani, al loro abbandono dell’Afghanistan, una serie di aerei ed elicotteri, molti dei quali danneggiati e ormai inservibili. Sul confine si sono moltiplicate le battaglie fra le truppe di terra, ma le cifre di morti e feriti divergono sensibilmente. Islamabad ha dichiarato di aver colpito 22 obiettivi militari e che sono stati uccisi 274 funzionari e militanti talebani. Stando a quanto dichiarato dal portavoce delle forze armate pachistane sarebbero stati solamente 12 i militari caduti negli scontri. Il ministro della Difesa dei talebani ha detto che l’aeronautica militare del ministero della Difesa nazionale ha condotto attacchi aerei coordinati contro un accampamento militare vicino a Faizabad, a Islamabad, una base militare a Nowshera, posizioni militari a Jamrud, mentre Zabihullah Mujahid, portavoce del governo talebano, ha subito indetto una conferenza stampa per annunciare che 55 soldati pachistani erano stati uccisi e 19 postazioni conquistate, mentre 8 combattenti talebani erano caduti. Numeri ovviamente incontrollabili, ma appare difficile credere che la cadente aviazione dell’Afghanistan possa aver ottenuto questi risultati. Zabihullah Mujahid, ha aggiunto di voler subito ricorrere al dialogo per risolvere il conflitto con il vicino Pakistan, sottolineando la necessità di una soluzione pacifica e continuando a sperare che il problema venga risolto senza altra violenza. Il portavoce talebano ha respinto le accuse di Islamabad di essere coinvolti negli attacchi terroristici, rispondendo che sono invece loro che sostengono lo Stato islamico che combatte, sotto il nome di Isis K, per abbattere l’emirato dei talebani. Se proseguisse, lo scontro militare sembrerebbe avere un esito certo, perché le forze armate pachistane dispongono di oltre mezzo milione di uomini e di una forza aerea efficiente, oltre ad un arsenale atomico. L’Afghanistan dichiara di avere 150.000 combattenti, ma non si tratta di un vero e proprio esercito, bensì di milizie abituate soltanto alla guerriglia irregolare. Il fronte però è più ampio di quello che potrebbe sembrare perché il ministro della Difesa di Islamabad ha accusato l’India di avere influenza politica sui talebani. Nuova Delhi ha respinto le accuse, denunciando un piano pachistano per destabilizzare il subcontinente indiano. La Cina e la Russia, unica nazione che ha ufficialmente riconosciuto l’emirato dell’Afghanistan, sono al lavoro per una soluzione diplomatica di un conflitto che potrebbe destabilizzare l’intera Asia centrale.
Continua a leggereRiduci
Matteo Del Fante (Ansa)
L’amministratore delegato sorride tra numeri e strategie, mentre la stima per il 2026 promette ulteriori crescite: «Abbiamo rafforzato la nostra politica dei dividendi», dice, e non è un dettaglio da poco: la cedola proposta sale del 16%, arrivando a 1,25 euro per azione, a testimonianza di un’azienda che non vuole solo correre, ma premiare chi le ha dato fiducia. A dare contenuto a questo risultati soprattutto la finanza e la logistica, con il primato nella consegna dei pacchi.
Il futuro, però, non sono solo conti e percentuali: è anche digitale, innovativo e strategico. Del Fante non si limita a parlare di numeri, ma racconta un percorso di trasformazione che intreccia Poste con Tim, «una partnership che non è mirata a un guadagno immediato ma alla creazione di valore durevole e sostenibile per entrambi i gruppi». Il filo conduttore? Sinergie, integrazione e visione a lungo termine. E per dare concretezza alle parole, la riorganizzazione di gruppo in corso prevede un hub finanziario integrato, dove PostePay e BancoPosta dialogheranno fianco a fianco attraverso la fusione delle rispettive attività. Business come energia e telecomunicazioni saranno distribuiti dalla rete degli sportelli Poste. E non si tratta di semplice fantasia digitale: la nuova super-app di Poste, fiore all’occhiello del 2025, è diventata un fenomeno nazionale, con oltre quattro milioni di utenti giornalieri, la più utilizzata tra gli algoritmi proposti da un’azienda italiana. L’Intelligenza artificiale non è un concetto fumoso: Del Fante la indica come «un acceleratore di crescita chiave» del piano strategico pluriennale che verrà presentato entro il 2026, pronto a inaugurare una nuova stagione dopo nove anni di evoluzioni continue.
I numeri del bilancio restano sotto i riflettori: i ricavi di gruppo hanno raggiunto 13,1 miliardi, in crescita del 4% rispetto al 2024. Il margine operativo tocca i 3,2 miliardi, con un balzo del 10%, e l’utile netto segna 2,2 miliardi, anche questo con un +10%, in anticipo sui target del piano 2024-28. Dalle parole di Del Fante emerge che Poste non solo cresce, ma lo fa stabilmente, costruendo le basi per guardare oltre, fino al 2026: i ricavi sono previsti a 13,5 miliardi, il margine operativo superiore a 3,3 miliardi e l’utile netto (esclusa la partecipazione in Tim) a 2,3 miliardi. Anche i dividendi resteranno generosi, con una percentuale di assegnazione ai soci superiore al 70% degli utili. Da aggiungere un piccolo extra legato all’arrivo del dividendo Tim stimato in cento milioni di euro a partire dal 2027.
Proprio dal gruppo telefonico arriva una novità nella governance. Adrian Calaza, ex direttore finanziario di Tim, è il nuovo presidente di Tim Brasil dove già ricopriva il ruolo di consigliere. Prende il posto di Nicandro Durante. In consiglio entra anche Camillo Greco, direttore finanziario di Poste Italiane. Nell’illustrazione dei conti da parte di Matteo Del Fante manca, naturalmente, il capitolo «grandi manovre»: tra le priorità c’è l’acquisizione del 20% del Polo strategico nazionale da Cdp, un investimento contenuto ma strategico per supportare Tim nella migrazione della pubblica amministrazione italiana verso il cloud. Insomma, tra numeri da record e strategie a lungo termine, Poste italiane si conferma un gigante in movimento: non solo un’azienda di servizi postali e finanziari, ma un ecosistema digitale in piena espansione, pronto a cavalcare la tecnologia, l’Intelligenza artificiale e le sinergie industriali. Matteo Del Fante lo annuncia a tutta la comunità finanziaria che l’ascolta durante la conference call: il 2025 è stato eccezionale, ma l’avventura è appena all’inizio.
Il riflesso dell’uso dell’Ia si vedrà anche sul fronte dei dipendenti: le assunzioni annuali nei centri aziendali nel 2026 si stimano in calo del 15% rispetto alla media degli ultimi quattro anni. Con Tim, di cui è primo socio, Poste ha aperto vari tavoli. I risparmi attesi si aggirano sui cento milioni.
A inizio del prossimo anno, Poste attende, inoltre, completare la riorganizzazione con la creazione di un hub finanziario e la fusione di BancoPosta con PostePay. «A seguito di questa fusione deterremo il business energia e tlc a livello di capogruppo», ha detto l’ad, spiegando il progetto di creazione dell’hub finanziario. L’Intelligenza artificiale sarà cruciale nello sviluppo previsto. Nel servizio clienti ha permesso la riduzione dei costi del 30%. Sono attesi altri 30 milioni entro i prossimi quattro anni. Inoltre, sono stimati fino a circa 100 milioni di euro di risparmio annuo sui costi It.
Continua a leggereRiduci