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2024-01-31
Pestaggi e manette, la vera storia della Salis
Ilaria Salis in tribunale a Budapest (Ansa/Rai)
Stando al Blikk, uno dei quotidiani ungheresi più seguiti, sarebbe accusata di aver messo in «pericolo» la «vita» della vittima tramite una «tentata lesione personale». Il reato sarebbe stato «commesso» nell’ambito di un’azione di «un’organizzazione criminale». Un reato che a Budapest è considerato particolarmente grave, tanto che l’anarchica italiana Ilaria Salis, 39 anni, di Monza, insegnante, è stata tradotta in udienza davanti al tribunale con le manette ai polsi e alle caviglie (che in Ungheria sembra essere una prassi, visto che i siti Web dei giornali sono pieni di foto che mostrano detenuti ammanettati prima o durante i processi). Il cronista del quotidiano ungherese che ha seguito l’udienza riporta anche che «l’italiana ha acconsentito a farsi riprendere in modo riconoscibile». I sorrisi dispensati al pubblico non sono sfuggiti. E infatti il giornalista sottolinea: «Nessuno direbbe che la sorridente italiana possa far parte di un gruppo estremista».
Stando alla ricostruzione dell’accusa, avrebbe partecipato all’aggressione di due militanti di estrema destra durante la commemorazione del Giorno dell’onore (una cerimonia che ricorda l’impresa di un battaglione nazista che, nel 1945, tentò di impedire l’assedio di Budapest da parte dell’Armata rossa) procurando nelle vittime ferite valutate come guaribili in sette giorni. I movimenti antifascisti che Salis frequenta da tempo (in passato è stata intercettata mentre conversava di manifestazioni e di siti Web dell’area antagonista con Roberto Cropo, l’anarchico estradato dalla Francia nel 2020 e finito nell’operazione Bialystok) avrebbero, stando alle accuse, organizzato una contromanifestazione di protesta. E la Salis, stando al Blikk «è considerata una cacciatrice di nazisti». In passato, Salis si era beccata anche una condanna per «resistenza aggravata» e «per aver intonato cori ostili, posizionato per strada sacchi di spazzatura e lanciato immondizia contro i poliziotti mentre gli urlava “mangiate”»: otto mesi di reclusione nel 2022. L’11 febbraio di un anno fa viene identificata e fermata dalla polizia ungherese che, per accusarla, consegna all’autorità giudiziaria delle riprese video che mostrano due persone accerchiate e aggredite da un gruppo di persone che brandiscono anche delle spranghe. All’inizio viene accusata di aver partecipato a quattro aggressioni, per due di queste, però, la Procura ha ritirato l’accusa, avendo accertato che l’italiana non era ancora arrivata in Ungheria. Al momento del fermo, avvenuto su un taxi, sarebbe stata trovata in possesso di un manganello retrattile («Lo aveva portato con sé per un’eventuale difesa personale», ha poi spiegato suo padre Roberto).
«Mi hanno colpito da dietro e spaccato la testa, che è stata ricucita in ospedale. Il mio volto, al lato sinistro è completamente gonfio, lo zigomo è rotto. La mia ragazza è stata pugnalata due volte alla coscia con qualcosa», ha raccontato una delle vittime dell’aggressione. «Non ho commesso questi crimini, non accetto quello di cui mi accusano», ha detto Salis, stando a quanto riporta il quotidiano ungherese, durante l’udienza. L’imputata, inoltre, non si sarebbe riconosciuta nel video e i suoi avvocati lamentano che i capi d’imputazione non sarebbero stati tradotti in italiano (un aspetto previsto dalle convenzioni internazionali). Il giornale però evidenzia subito dopo che «sorprendentemente» il coimputato, un tedesco che, invece, non avrebbe acconsentito alle riprese video in aula, «ha detto il contrario». Ecco le sue parole: «Chiedo scusa al tribunale e alla Procura. Mi dichiaro colpevole e rinuncio al mio diritto a un processo. Tutto è avvenuto come indicato nell’atto di accusa». Con un processo di tipo immediato e dopo aver scelto di patteggiare, il tedesco è stato condannato a tre anni di reclusione.
Già tempo fa Salis, tramite i suoi avvocati, aveva reso pubbliche le condizioni di detenzione in Ungheria, sostenendo di essere stata costretta a «guardare il muro nelle soste nei corridoi» e denunciando la presenza di «scarafaggi, topi e cimici nelle celle». Ma ha anche sostenuto di non essere riuscita a comunicare con la sua famiglia per mesi e di essere stata «costretta a indossare», in occasione dell’interrogatorio, «senza avvocato», vestiti «sporchi e puzzolenti». In tribunale, invece, hanno sottolineato i cronisti ungheresi, indossava un bel maglione di lana intrecciato ai ferri.
E mentre un impreparato Francesco Lollobrigida ha risposto ai media di non aver visto le immagini e quindi di non voler commentare, le opposizioni (che non hanno fatto lo stesso quando Filippo Turetta, accusato di aver ucciso la fidanzata, è uscito dal carcere tedesco con le manette in mostra) hanno avviato una crociata nei confronti di Giorgia Meloni chiedendo di intervenire su Viktor Orbán (i due ieri si sono sentiti telefonicamente, facendo seguito alle iniziative diplomatiche partite il 22 gennaio) che, a sua volta, dovrebbe fare pressioni sui giudici in un Paese nel quale, come in Italia, la magistratura è indipendente. Ci ha pensato il ministro degli Esteri e vicepremier, Antonio Tajani, a fare un po’ di chiarezza: «Non abbiamo alcun potere per riportare un detenuto da un Paese estero in Italia, abbiamo soltanto la possibilità di protestare in forme istituzionali quando riteniamo che non vengano rispettate alcune norme».
Orbán si smarca dalle pressioni Ue: «Sì aiuti a Kiev, ma solo quest’anno»
Nonostante le minacce dell’Unione europea, il premier ungherese Viktor Orbán tiene il punto sul veto agli aiuti all’Ucraina. Anzi rilancia e, dichiarandosi pronto a trovare una soluzione comune, propone di suddividere gli aiuti in tranche annuali da deliberare di volta in volta all’unanimità. Il primo ministro ungherese, in una intervista al giornale francese Le Point, chiede di decidere ogni anno «se continuare a inviare questo denaro o meno» all’Ucraina, per aiutarla nella difesa contro la Russia.
«Non si tratta di ricattare con il veto, ma di ripristinare e mantenere l’unità dell’Unione europea», ha spiegato Orbán, che ha poi stigmatizzato il piano di Bruxelles di debilitare l’economia ungherese nel caso di nuovi veti di Budapest sugli aiuti all’Ucraina, riportato dal Financial Times. «Abbiamo tutti una certa esperienza in politica internazionale. Non siamo usciti dall’asilo. Se il Financial Times pubblica un documento che descrive nel dettaglio uno scenario di blocco finanziario dell’Ungheria e di ricatto nei nostri confronti, possiamo essere certi che esiste», ha commentato il primo ministro ungherese. Il piano appare in effetti abbastanza esplicito e si baserebbe sul congelamento dei finanziamenti a Budapest in caso di veto ungherese, cosa che innescherebbe un calo della fiducia degli investitori, un aumento del costo del debito e un calo della moneta ungherese, il fiorino.
Il clima è incandescente, in vista del Consiglio europeo straordinario di domani. I leader europei discuteranno della proposta di revisione intermedia del quadro finanziario pluriennale (Qfp) 2021-2027, che comprende tra le altre cose l’erogazione di nuovi aiuti all’Ucraina per 50 miliardi (17 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto e 33 miliardi di prestiti). La revisione del Qfp può essere fatta solo a metà del periodo e può passare solo con l’unanimità in Consiglio europeo. Oltre ai 50 miliardi per l’Ucraina da qui al 2027, la revisione del Qfp comprende nuove spese per altri 14,6 miliardi di euro.
La proposta di Orbán di votare all’unanimità tutti gli anni, però, non è piaciuta a Bruxelles. Secondo un alto funzionario europeo a conoscenza della questione, l’Ungheria «ha detto che poteva non esercitare il veto a determinate condizioni, ma il problema è qui. Le condizioni non sono accettabili per gli altri Stati membri». Tecnicamente la questione è relativa alle diverse modalità di voto con cui si deliberano gli aiuti. La proposta di Orbán è di votare ogni anno il rinnovo dei finanziamenti, con la possibilità di porre il veto, trattandola come questione relativa alla spesa del bilancio annuale europeo. Ma il bilancio annuale viene votato ogni anno a maggioranza qualificata, mentre è solo il Quadro finanziario pluriennale (Qfp) che viene votato ogni sette anni all’unanimità in Consiglio, con possibile revisione a metà del periodo, cioè oggi. In sintesi, il Qfp definisce, con l’unanimità in Consiglio, quanto può spendere al massimo l’Unione europea nel periodo, mentre annualmente, a maggioranza, il Consiglio decide quanto spendere nell’anno.
La proposta ungherese comporterebbe un voto all’unanimità sul bilancio annuale, ma, secondo le indiscrezioni trapelate, gli altri Stati preferiscono la maggiore prevedibilità della spesa utilizzando il Qfp e nessuno intende cambiare il sistema attuale. Domani, quindi, Ungheria contro tutti, sembrerebbe. Anche un supposto appoggio di Giorgia Meloni alla posizione ungherese è stato smentito dallo stesso Orbán nell’intervista a Le Point. Il primo ministro polacco Donald Tusk, interpellato sulla questione, è stato netto: «In un modo o nell’altro, troveremo una soluzione, con o senza Orbán, per sostenere l’Ucraina».
Per l’Ucraina accedere ai finanziamenti europei è fondamentale, dopo che gli aiuti americani si sono incagliati nelle secche delle lotte parlamentari di Washington.
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L’anarchica «cacciatrice di nazi» è accusata di appartenere a un gruppo criminale. In aula ha detto sì alle riprese a mani legate, ma ha negato di aver partecipato alle aggressioni. Tajani: «Non abbiamo il potere di riportarla in Italia». Meloni chiama Budapest.Aiuti a Kiev: Viktor Orbàn detta le condizioni a Bruxelles, che minaccia di bloccargli i fondi.Lo speciale contiene due articoli.Stando al Blikk, uno dei quotidiani ungheresi più seguiti, sarebbe accusata di aver messo in «pericolo» la «vita» della vittima tramite una «tentata lesione personale». Il reato sarebbe stato «commesso» nell’ambito di un’azione di «un’organizzazione criminale». Un reato che a Budapest è considerato particolarmente grave, tanto che l’anarchica italiana Ilaria Salis, 39 anni, di Monza, insegnante, è stata tradotta in udienza davanti al tribunale con le manette ai polsi e alle caviglie (che in Ungheria sembra essere una prassi, visto che i siti Web dei giornali sono pieni di foto che mostrano detenuti ammanettati prima o durante i processi). Il cronista del quotidiano ungherese che ha seguito l’udienza riporta anche che «l’italiana ha acconsentito a farsi riprendere in modo riconoscibile». I sorrisi dispensati al pubblico non sono sfuggiti. E infatti il giornalista sottolinea: «Nessuno direbbe che la sorridente italiana possa far parte di un gruppo estremista». Stando alla ricostruzione dell’accusa, avrebbe partecipato all’aggressione di due militanti di estrema destra durante la commemorazione del Giorno dell’onore (una cerimonia che ricorda l’impresa di un battaglione nazista che, nel 1945, tentò di impedire l’assedio di Budapest da parte dell’Armata rossa) procurando nelle vittime ferite valutate come guaribili in sette giorni. I movimenti antifascisti che Salis frequenta da tempo (in passato è stata intercettata mentre conversava di manifestazioni e di siti Web dell’area antagonista con Roberto Cropo, l’anarchico estradato dalla Francia nel 2020 e finito nell’operazione Bialystok) avrebbero, stando alle accuse, organizzato una contromanifestazione di protesta. E la Salis, stando al Blikk «è considerata una cacciatrice di nazisti». In passato, Salis si era beccata anche una condanna per «resistenza aggravata» e «per aver intonato cori ostili, posizionato per strada sacchi di spazzatura e lanciato immondizia contro i poliziotti mentre gli urlava “mangiate”»: otto mesi di reclusione nel 2022. L’11 febbraio di un anno fa viene identificata e fermata dalla polizia ungherese che, per accusarla, consegna all’autorità giudiziaria delle riprese video che mostrano due persone accerchiate e aggredite da un gruppo di persone che brandiscono anche delle spranghe. All’inizio viene accusata di aver partecipato a quattro aggressioni, per due di queste, però, la Procura ha ritirato l’accusa, avendo accertato che l’italiana non era ancora arrivata in Ungheria. Al momento del fermo, avvenuto su un taxi, sarebbe stata trovata in possesso di un manganello retrattile («Lo aveva portato con sé per un’eventuale difesa personale», ha poi spiegato suo padre Roberto). «Mi hanno colpito da dietro e spaccato la testa, che è stata ricucita in ospedale. Il mio volto, al lato sinistro è completamente gonfio, lo zigomo è rotto. La mia ragazza è stata pugnalata due volte alla coscia con qualcosa», ha raccontato una delle vittime dell’aggressione. «Non ho commesso questi crimini, non accetto quello di cui mi accusano», ha detto Salis, stando a quanto riporta il quotidiano ungherese, durante l’udienza. L’imputata, inoltre, non si sarebbe riconosciuta nel video e i suoi avvocati lamentano che i capi d’imputazione non sarebbero stati tradotti in italiano (un aspetto previsto dalle convenzioni internazionali). Il giornale però evidenzia subito dopo che «sorprendentemente» il coimputato, un tedesco che, invece, non avrebbe acconsentito alle riprese video in aula, «ha detto il contrario». Ecco le sue parole: «Chiedo scusa al tribunale e alla Procura. Mi dichiaro colpevole e rinuncio al mio diritto a un processo. Tutto è avvenuto come indicato nell’atto di accusa». Con un processo di tipo immediato e dopo aver scelto di patteggiare, il tedesco è stato condannato a tre anni di reclusione. Già tempo fa Salis, tramite i suoi avvocati, aveva reso pubbliche le condizioni di detenzione in Ungheria, sostenendo di essere stata costretta a «guardare il muro nelle soste nei corridoi» e denunciando la presenza di «scarafaggi, topi e cimici nelle celle». Ma ha anche sostenuto di non essere riuscita a comunicare con la sua famiglia per mesi e di essere stata «costretta a indossare», in occasione dell’interrogatorio, «senza avvocato», vestiti «sporchi e puzzolenti». In tribunale, invece, hanno sottolineato i cronisti ungheresi, indossava un bel maglione di lana intrecciato ai ferri. E mentre un impreparato Francesco Lollobrigida ha risposto ai media di non aver visto le immagini e quindi di non voler commentare, le opposizioni (che non hanno fatto lo stesso quando Filippo Turetta, accusato di aver ucciso la fidanzata, è uscito dal carcere tedesco con le manette in mostra) hanno avviato una crociata nei confronti di Giorgia Meloni chiedendo di intervenire su Viktor Orbán (i due ieri si sono sentiti telefonicamente, facendo seguito alle iniziative diplomatiche partite il 22 gennaio) che, a sua volta, dovrebbe fare pressioni sui giudici in un Paese nel quale, come in Italia, la magistratura è indipendente. Ci ha pensato il ministro degli Esteri e vicepremier, Antonio Tajani, a fare un po’ di chiarezza: «Non abbiamo alcun potere per riportare un detenuto da un Paese estero in Italia, abbiamo soltanto la possibilità di protestare in forme istituzionali quando riteniamo che non vengano rispettate alcune norme».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ilaria-salis-ungheria-processo-2667127712.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="orban-si-smarca-dalle-pressioni-ue-si-aiuti-a-kiev-ma-solo-questanno" data-post-id="2667127712" data-published-at="1706700075" data-use-pagination="False"> Orbán si smarca dalle pressioni Ue: «Sì aiuti a Kiev, ma solo quest’anno» Nonostante le minacce dell’Unione europea, il premier ungherese Viktor Orbán tiene il punto sul veto agli aiuti all’Ucraina. Anzi rilancia e, dichiarandosi pronto a trovare una soluzione comune, propone di suddividere gli aiuti in tranche annuali da deliberare di volta in volta all’unanimità. Il primo ministro ungherese, in una intervista al giornale francese Le Point, chiede di decidere ogni anno «se continuare a inviare questo denaro o meno» all’Ucraina, per aiutarla nella difesa contro la Russia. «Non si tratta di ricattare con il veto, ma di ripristinare e mantenere l’unità dell’Unione europea», ha spiegato Orbán, che ha poi stigmatizzato il piano di Bruxelles di debilitare l’economia ungherese nel caso di nuovi veti di Budapest sugli aiuti all’Ucraina, riportato dal Financial Times. «Abbiamo tutti una certa esperienza in politica internazionale. Non siamo usciti dall’asilo. Se il Financial Times pubblica un documento che descrive nel dettaglio uno scenario di blocco finanziario dell’Ungheria e di ricatto nei nostri confronti, possiamo essere certi che esiste», ha commentato il primo ministro ungherese. Il piano appare in effetti abbastanza esplicito e si baserebbe sul congelamento dei finanziamenti a Budapest in caso di veto ungherese, cosa che innescherebbe un calo della fiducia degli investitori, un aumento del costo del debito e un calo della moneta ungherese, il fiorino. Il clima è incandescente, in vista del Consiglio europeo straordinario di domani. I leader europei discuteranno della proposta di revisione intermedia del quadro finanziario pluriennale (Qfp) 2021-2027, che comprende tra le altre cose l’erogazione di nuovi aiuti all’Ucraina per 50 miliardi (17 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto e 33 miliardi di prestiti). La revisione del Qfp può essere fatta solo a metà del periodo e può passare solo con l’unanimità in Consiglio europeo. Oltre ai 50 miliardi per l’Ucraina da qui al 2027, la revisione del Qfp comprende nuove spese per altri 14,6 miliardi di euro. La proposta di Orbán di votare all’unanimità tutti gli anni, però, non è piaciuta a Bruxelles. Secondo un alto funzionario europeo a conoscenza della questione, l’Ungheria «ha detto che poteva non esercitare il veto a determinate condizioni, ma il problema è qui. Le condizioni non sono accettabili per gli altri Stati membri». Tecnicamente la questione è relativa alle diverse modalità di voto con cui si deliberano gli aiuti. La proposta di Orbán è di votare ogni anno il rinnovo dei finanziamenti, con la possibilità di porre il veto, trattandola come questione relativa alla spesa del bilancio annuale europeo. Ma il bilancio annuale viene votato ogni anno a maggioranza qualificata, mentre è solo il Quadro finanziario pluriennale (Qfp) che viene votato ogni sette anni all’unanimità in Consiglio, con possibile revisione a metà del periodo, cioè oggi. In sintesi, il Qfp definisce, con l’unanimità in Consiglio, quanto può spendere al massimo l’Unione europea nel periodo, mentre annualmente, a maggioranza, il Consiglio decide quanto spendere nell’anno. La proposta ungherese comporterebbe un voto all’unanimità sul bilancio annuale, ma, secondo le indiscrezioni trapelate, gli altri Stati preferiscono la maggiore prevedibilità della spesa utilizzando il Qfp e nessuno intende cambiare il sistema attuale. Domani, quindi, Ungheria contro tutti, sembrerebbe. Anche un supposto appoggio di Giorgia Meloni alla posizione ungherese è stato smentito dallo stesso Orbán nell’intervista a Le Point. Il primo ministro polacco Donald Tusk, interpellato sulla questione, è stato netto: «In un modo o nell’altro, troveremo una soluzione, con o senza Orbán, per sostenere l’Ucraina». Per l’Ucraina accedere ai finanziamenti europei è fondamentale, dopo che gli aiuti americani si sono incagliati nelle secche delle lotte parlamentari di Washington.
George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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