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2024-01-31
Pestaggi e manette, la vera storia della Salis
Ilaria Salis in tribunale a Budapest (Ansa/Rai)
Stando al Blikk, uno dei quotidiani ungheresi più seguiti, sarebbe accusata di aver messo in «pericolo» la «vita» della vittima tramite una «tentata lesione personale». Il reato sarebbe stato «commesso» nell’ambito di un’azione di «un’organizzazione criminale». Un reato che a Budapest è considerato particolarmente grave, tanto che l’anarchica italiana Ilaria Salis, 39 anni, di Monza, insegnante, è stata tradotta in udienza davanti al tribunale con le manette ai polsi e alle caviglie (che in Ungheria sembra essere una prassi, visto che i siti Web dei giornali sono pieni di foto che mostrano detenuti ammanettati prima o durante i processi). Il cronista del quotidiano ungherese che ha seguito l’udienza riporta anche che «l’italiana ha acconsentito a farsi riprendere in modo riconoscibile». I sorrisi dispensati al pubblico non sono sfuggiti. E infatti il giornalista sottolinea: «Nessuno direbbe che la sorridente italiana possa far parte di un gruppo estremista».
Stando alla ricostruzione dell’accusa, avrebbe partecipato all’aggressione di due militanti di estrema destra durante la commemorazione del Giorno dell’onore (una cerimonia che ricorda l’impresa di un battaglione nazista che, nel 1945, tentò di impedire l’assedio di Budapest da parte dell’Armata rossa) procurando nelle vittime ferite valutate come guaribili in sette giorni. I movimenti antifascisti che Salis frequenta da tempo (in passato è stata intercettata mentre conversava di manifestazioni e di siti Web dell’area antagonista con Roberto Cropo, l’anarchico estradato dalla Francia nel 2020 e finito nell’operazione Bialystok) avrebbero, stando alle accuse, organizzato una contromanifestazione di protesta. E la Salis, stando al Blikk «è considerata una cacciatrice di nazisti». In passato, Salis si era beccata anche una condanna per «resistenza aggravata» e «per aver intonato cori ostili, posizionato per strada sacchi di spazzatura e lanciato immondizia contro i poliziotti mentre gli urlava “mangiate”»: otto mesi di reclusione nel 2022. L’11 febbraio di un anno fa viene identificata e fermata dalla polizia ungherese che, per accusarla, consegna all’autorità giudiziaria delle riprese video che mostrano due persone accerchiate e aggredite da un gruppo di persone che brandiscono anche delle spranghe. All’inizio viene accusata di aver partecipato a quattro aggressioni, per due di queste, però, la Procura ha ritirato l’accusa, avendo accertato che l’italiana non era ancora arrivata in Ungheria. Al momento del fermo, avvenuto su un taxi, sarebbe stata trovata in possesso di un manganello retrattile («Lo aveva portato con sé per un’eventuale difesa personale», ha poi spiegato suo padre Roberto).
«Mi hanno colpito da dietro e spaccato la testa, che è stata ricucita in ospedale. Il mio volto, al lato sinistro è completamente gonfio, lo zigomo è rotto. La mia ragazza è stata pugnalata due volte alla coscia con qualcosa», ha raccontato una delle vittime dell’aggressione. «Non ho commesso questi crimini, non accetto quello di cui mi accusano», ha detto Salis, stando a quanto riporta il quotidiano ungherese, durante l’udienza. L’imputata, inoltre, non si sarebbe riconosciuta nel video e i suoi avvocati lamentano che i capi d’imputazione non sarebbero stati tradotti in italiano (un aspetto previsto dalle convenzioni internazionali). Il giornale però evidenzia subito dopo che «sorprendentemente» il coimputato, un tedesco che, invece, non avrebbe acconsentito alle riprese video in aula, «ha detto il contrario». Ecco le sue parole: «Chiedo scusa al tribunale e alla Procura. Mi dichiaro colpevole e rinuncio al mio diritto a un processo. Tutto è avvenuto come indicato nell’atto di accusa». Con un processo di tipo immediato e dopo aver scelto di patteggiare, il tedesco è stato condannato a tre anni di reclusione.
Già tempo fa Salis, tramite i suoi avvocati, aveva reso pubbliche le condizioni di detenzione in Ungheria, sostenendo di essere stata costretta a «guardare il muro nelle soste nei corridoi» e denunciando la presenza di «scarafaggi, topi e cimici nelle celle». Ma ha anche sostenuto di non essere riuscita a comunicare con la sua famiglia per mesi e di essere stata «costretta a indossare», in occasione dell’interrogatorio, «senza avvocato», vestiti «sporchi e puzzolenti». In tribunale, invece, hanno sottolineato i cronisti ungheresi, indossava un bel maglione di lana intrecciato ai ferri.
E mentre un impreparato Francesco Lollobrigida ha risposto ai media di non aver visto le immagini e quindi di non voler commentare, le opposizioni (che non hanno fatto lo stesso quando Filippo Turetta, accusato di aver ucciso la fidanzata, è uscito dal carcere tedesco con le manette in mostra) hanno avviato una crociata nei confronti di Giorgia Meloni chiedendo di intervenire su Viktor Orbán (i due ieri si sono sentiti telefonicamente, facendo seguito alle iniziative diplomatiche partite il 22 gennaio) che, a sua volta, dovrebbe fare pressioni sui giudici in un Paese nel quale, come in Italia, la magistratura è indipendente. Ci ha pensato il ministro degli Esteri e vicepremier, Antonio Tajani, a fare un po’ di chiarezza: «Non abbiamo alcun potere per riportare un detenuto da un Paese estero in Italia, abbiamo soltanto la possibilità di protestare in forme istituzionali quando riteniamo che non vengano rispettate alcune norme».
Orbán si smarca dalle pressioni Ue: «Sì aiuti a Kiev, ma solo quest’anno»
Nonostante le minacce dell’Unione europea, il premier ungherese Viktor Orbán tiene il punto sul veto agli aiuti all’Ucraina. Anzi rilancia e, dichiarandosi pronto a trovare una soluzione comune, propone di suddividere gli aiuti in tranche annuali da deliberare di volta in volta all’unanimità. Il primo ministro ungherese, in una intervista al giornale francese Le Point, chiede di decidere ogni anno «se continuare a inviare questo denaro o meno» all’Ucraina, per aiutarla nella difesa contro la Russia.
«Non si tratta di ricattare con il veto, ma di ripristinare e mantenere l’unità dell’Unione europea», ha spiegato Orbán, che ha poi stigmatizzato il piano di Bruxelles di debilitare l’economia ungherese nel caso di nuovi veti di Budapest sugli aiuti all’Ucraina, riportato dal Financial Times. «Abbiamo tutti una certa esperienza in politica internazionale. Non siamo usciti dall’asilo. Se il Financial Times pubblica un documento che descrive nel dettaglio uno scenario di blocco finanziario dell’Ungheria e di ricatto nei nostri confronti, possiamo essere certi che esiste», ha commentato il primo ministro ungherese. Il piano appare in effetti abbastanza esplicito e si baserebbe sul congelamento dei finanziamenti a Budapest in caso di veto ungherese, cosa che innescherebbe un calo della fiducia degli investitori, un aumento del costo del debito e un calo della moneta ungherese, il fiorino.
Il clima è incandescente, in vista del Consiglio europeo straordinario di domani. I leader europei discuteranno della proposta di revisione intermedia del quadro finanziario pluriennale (Qfp) 2021-2027, che comprende tra le altre cose l’erogazione di nuovi aiuti all’Ucraina per 50 miliardi (17 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto e 33 miliardi di prestiti). La revisione del Qfp può essere fatta solo a metà del periodo e può passare solo con l’unanimità in Consiglio europeo. Oltre ai 50 miliardi per l’Ucraina da qui al 2027, la revisione del Qfp comprende nuove spese per altri 14,6 miliardi di euro.
La proposta di Orbán di votare all’unanimità tutti gli anni, però, non è piaciuta a Bruxelles. Secondo un alto funzionario europeo a conoscenza della questione, l’Ungheria «ha detto che poteva non esercitare il veto a determinate condizioni, ma il problema è qui. Le condizioni non sono accettabili per gli altri Stati membri». Tecnicamente la questione è relativa alle diverse modalità di voto con cui si deliberano gli aiuti. La proposta di Orbán è di votare ogni anno il rinnovo dei finanziamenti, con la possibilità di porre il veto, trattandola come questione relativa alla spesa del bilancio annuale europeo. Ma il bilancio annuale viene votato ogni anno a maggioranza qualificata, mentre è solo il Quadro finanziario pluriennale (Qfp) che viene votato ogni sette anni all’unanimità in Consiglio, con possibile revisione a metà del periodo, cioè oggi. In sintesi, il Qfp definisce, con l’unanimità in Consiglio, quanto può spendere al massimo l’Unione europea nel periodo, mentre annualmente, a maggioranza, il Consiglio decide quanto spendere nell’anno.
La proposta ungherese comporterebbe un voto all’unanimità sul bilancio annuale, ma, secondo le indiscrezioni trapelate, gli altri Stati preferiscono la maggiore prevedibilità della spesa utilizzando il Qfp e nessuno intende cambiare il sistema attuale. Domani, quindi, Ungheria contro tutti, sembrerebbe. Anche un supposto appoggio di Giorgia Meloni alla posizione ungherese è stato smentito dallo stesso Orbán nell’intervista a Le Point. Il primo ministro polacco Donald Tusk, interpellato sulla questione, è stato netto: «In un modo o nell’altro, troveremo una soluzione, con o senza Orbán, per sostenere l’Ucraina».
Per l’Ucraina accedere ai finanziamenti europei è fondamentale, dopo che gli aiuti americani si sono incagliati nelle secche delle lotte parlamentari di Washington.
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L’anarchica «cacciatrice di nazi» è accusata di appartenere a un gruppo criminale. In aula ha detto sì alle riprese a mani legate, ma ha negato di aver partecipato alle aggressioni. Tajani: «Non abbiamo il potere di riportarla in Italia». Meloni chiama Budapest.Aiuti a Kiev: Viktor Orbàn detta le condizioni a Bruxelles, che minaccia di bloccargli i fondi.Lo speciale contiene due articoli.Stando al Blikk, uno dei quotidiani ungheresi più seguiti, sarebbe accusata di aver messo in «pericolo» la «vita» della vittima tramite una «tentata lesione personale». Il reato sarebbe stato «commesso» nell’ambito di un’azione di «un’organizzazione criminale». Un reato che a Budapest è considerato particolarmente grave, tanto che l’anarchica italiana Ilaria Salis, 39 anni, di Monza, insegnante, è stata tradotta in udienza davanti al tribunale con le manette ai polsi e alle caviglie (che in Ungheria sembra essere una prassi, visto che i siti Web dei giornali sono pieni di foto che mostrano detenuti ammanettati prima o durante i processi). Il cronista del quotidiano ungherese che ha seguito l’udienza riporta anche che «l’italiana ha acconsentito a farsi riprendere in modo riconoscibile». I sorrisi dispensati al pubblico non sono sfuggiti. E infatti il giornalista sottolinea: «Nessuno direbbe che la sorridente italiana possa far parte di un gruppo estremista». Stando alla ricostruzione dell’accusa, avrebbe partecipato all’aggressione di due militanti di estrema destra durante la commemorazione del Giorno dell’onore (una cerimonia che ricorda l’impresa di un battaglione nazista che, nel 1945, tentò di impedire l’assedio di Budapest da parte dell’Armata rossa) procurando nelle vittime ferite valutate come guaribili in sette giorni. I movimenti antifascisti che Salis frequenta da tempo (in passato è stata intercettata mentre conversava di manifestazioni e di siti Web dell’area antagonista con Roberto Cropo, l’anarchico estradato dalla Francia nel 2020 e finito nell’operazione Bialystok) avrebbero, stando alle accuse, organizzato una contromanifestazione di protesta. E la Salis, stando al Blikk «è considerata una cacciatrice di nazisti». In passato, Salis si era beccata anche una condanna per «resistenza aggravata» e «per aver intonato cori ostili, posizionato per strada sacchi di spazzatura e lanciato immondizia contro i poliziotti mentre gli urlava “mangiate”»: otto mesi di reclusione nel 2022. L’11 febbraio di un anno fa viene identificata e fermata dalla polizia ungherese che, per accusarla, consegna all’autorità giudiziaria delle riprese video che mostrano due persone accerchiate e aggredite da un gruppo di persone che brandiscono anche delle spranghe. All’inizio viene accusata di aver partecipato a quattro aggressioni, per due di queste, però, la Procura ha ritirato l’accusa, avendo accertato che l’italiana non era ancora arrivata in Ungheria. Al momento del fermo, avvenuto su un taxi, sarebbe stata trovata in possesso di un manganello retrattile («Lo aveva portato con sé per un’eventuale difesa personale», ha poi spiegato suo padre Roberto). «Mi hanno colpito da dietro e spaccato la testa, che è stata ricucita in ospedale. Il mio volto, al lato sinistro è completamente gonfio, lo zigomo è rotto. La mia ragazza è stata pugnalata due volte alla coscia con qualcosa», ha raccontato una delle vittime dell’aggressione. «Non ho commesso questi crimini, non accetto quello di cui mi accusano», ha detto Salis, stando a quanto riporta il quotidiano ungherese, durante l’udienza. L’imputata, inoltre, non si sarebbe riconosciuta nel video e i suoi avvocati lamentano che i capi d’imputazione non sarebbero stati tradotti in italiano (un aspetto previsto dalle convenzioni internazionali). Il giornale però evidenzia subito dopo che «sorprendentemente» il coimputato, un tedesco che, invece, non avrebbe acconsentito alle riprese video in aula, «ha detto il contrario». Ecco le sue parole: «Chiedo scusa al tribunale e alla Procura. Mi dichiaro colpevole e rinuncio al mio diritto a un processo. Tutto è avvenuto come indicato nell’atto di accusa». Con un processo di tipo immediato e dopo aver scelto di patteggiare, il tedesco è stato condannato a tre anni di reclusione. Già tempo fa Salis, tramite i suoi avvocati, aveva reso pubbliche le condizioni di detenzione in Ungheria, sostenendo di essere stata costretta a «guardare il muro nelle soste nei corridoi» e denunciando la presenza di «scarafaggi, topi e cimici nelle celle». Ma ha anche sostenuto di non essere riuscita a comunicare con la sua famiglia per mesi e di essere stata «costretta a indossare», in occasione dell’interrogatorio, «senza avvocato», vestiti «sporchi e puzzolenti». In tribunale, invece, hanno sottolineato i cronisti ungheresi, indossava un bel maglione di lana intrecciato ai ferri. E mentre un impreparato Francesco Lollobrigida ha risposto ai media di non aver visto le immagini e quindi di non voler commentare, le opposizioni (che non hanno fatto lo stesso quando Filippo Turetta, accusato di aver ucciso la fidanzata, è uscito dal carcere tedesco con le manette in mostra) hanno avviato una crociata nei confronti di Giorgia Meloni chiedendo di intervenire su Viktor Orbán (i due ieri si sono sentiti telefonicamente, facendo seguito alle iniziative diplomatiche partite il 22 gennaio) che, a sua volta, dovrebbe fare pressioni sui giudici in un Paese nel quale, come in Italia, la magistratura è indipendente. Ci ha pensato il ministro degli Esteri e vicepremier, Antonio Tajani, a fare un po’ di chiarezza: «Non abbiamo alcun potere per riportare un detenuto da un Paese estero in Italia, abbiamo soltanto la possibilità di protestare in forme istituzionali quando riteniamo che non vengano rispettate alcune norme».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ilaria-salis-ungheria-processo-2667127712.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="orban-si-smarca-dalle-pressioni-ue-si-aiuti-a-kiev-ma-solo-questanno" data-post-id="2667127712" data-published-at="1706700075" data-use-pagination="False"> Orbán si smarca dalle pressioni Ue: «Sì aiuti a Kiev, ma solo quest’anno» Nonostante le minacce dell’Unione europea, il premier ungherese Viktor Orbán tiene il punto sul veto agli aiuti all’Ucraina. Anzi rilancia e, dichiarandosi pronto a trovare una soluzione comune, propone di suddividere gli aiuti in tranche annuali da deliberare di volta in volta all’unanimità. Il primo ministro ungherese, in una intervista al giornale francese Le Point, chiede di decidere ogni anno «se continuare a inviare questo denaro o meno» all’Ucraina, per aiutarla nella difesa contro la Russia. «Non si tratta di ricattare con il veto, ma di ripristinare e mantenere l’unità dell’Unione europea», ha spiegato Orbán, che ha poi stigmatizzato il piano di Bruxelles di debilitare l’economia ungherese nel caso di nuovi veti di Budapest sugli aiuti all’Ucraina, riportato dal Financial Times. «Abbiamo tutti una certa esperienza in politica internazionale. Non siamo usciti dall’asilo. Se il Financial Times pubblica un documento che descrive nel dettaglio uno scenario di blocco finanziario dell’Ungheria e di ricatto nei nostri confronti, possiamo essere certi che esiste», ha commentato il primo ministro ungherese. Il piano appare in effetti abbastanza esplicito e si baserebbe sul congelamento dei finanziamenti a Budapest in caso di veto ungherese, cosa che innescherebbe un calo della fiducia degli investitori, un aumento del costo del debito e un calo della moneta ungherese, il fiorino. Il clima è incandescente, in vista del Consiglio europeo straordinario di domani. I leader europei discuteranno della proposta di revisione intermedia del quadro finanziario pluriennale (Qfp) 2021-2027, che comprende tra le altre cose l’erogazione di nuovi aiuti all’Ucraina per 50 miliardi (17 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto e 33 miliardi di prestiti). La revisione del Qfp può essere fatta solo a metà del periodo e può passare solo con l’unanimità in Consiglio europeo. Oltre ai 50 miliardi per l’Ucraina da qui al 2027, la revisione del Qfp comprende nuove spese per altri 14,6 miliardi di euro. La proposta di Orbán di votare all’unanimità tutti gli anni, però, non è piaciuta a Bruxelles. Secondo un alto funzionario europeo a conoscenza della questione, l’Ungheria «ha detto che poteva non esercitare il veto a determinate condizioni, ma il problema è qui. Le condizioni non sono accettabili per gli altri Stati membri». Tecnicamente la questione è relativa alle diverse modalità di voto con cui si deliberano gli aiuti. La proposta di Orbán è di votare ogni anno il rinnovo dei finanziamenti, con la possibilità di porre il veto, trattandola come questione relativa alla spesa del bilancio annuale europeo. Ma il bilancio annuale viene votato ogni anno a maggioranza qualificata, mentre è solo il Quadro finanziario pluriennale (Qfp) che viene votato ogni sette anni all’unanimità in Consiglio, con possibile revisione a metà del periodo, cioè oggi. In sintesi, il Qfp definisce, con l’unanimità in Consiglio, quanto può spendere al massimo l’Unione europea nel periodo, mentre annualmente, a maggioranza, il Consiglio decide quanto spendere nell’anno. La proposta ungherese comporterebbe un voto all’unanimità sul bilancio annuale, ma, secondo le indiscrezioni trapelate, gli altri Stati preferiscono la maggiore prevedibilità della spesa utilizzando il Qfp e nessuno intende cambiare il sistema attuale. Domani, quindi, Ungheria contro tutti, sembrerebbe. Anche un supposto appoggio di Giorgia Meloni alla posizione ungherese è stato smentito dallo stesso Orbán nell’intervista a Le Point. Il primo ministro polacco Donald Tusk, interpellato sulla questione, è stato netto: «In un modo o nell’altro, troveremo una soluzione, con o senza Orbán, per sostenere l’Ucraina». Per l’Ucraina accedere ai finanziamenti europei è fondamentale, dopo che gli aiuti americani si sono incagliati nelle secche delle lotte parlamentari di Washington.
Roberto Vannacci (Ansa)
Quella del Pd è una risoluzione corposa, suddivisa in sette temi principali e 26 impegni chiesti al governo. I dem chiedono all’esecutivo di «scegliere senza esitazioni e ambiguità, di fronte alle minacce globali e alle sfide continue rappresentate dall’amministrazione americana, l’interesse europeo, all’interno del quale si promuove e realizza il nostro interesse nazionale, collocando l’Italia sulla frontiera più avanzata dell’integrazione contro le spinte disgregatrici, le interferenze esterne e i ripiegamenti nazionalisti». Sulla crisi iraniana, l’impegno chiesto è quello di «assumere, in ogni sede bilaterale e multilaterale, ogni iniziativa utile e urgente volta a fermare le azioni militari in corso».
Quattro le mozioni presentate dalle opposizioni: una del Pd, una del M5s, una di Avs e una di Azione-Iv-Aut (che alla Camera ha il sostegno anche di +Europa e del Pld). Il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, ha spiegato che alcuni punti delle mozioni presentate dal Terzo polo (firmata anche dal dem Pier Ferdinando Casini) e dal Pd trovano accoglimento della risoluzione di maggioranza. Poi c’è chi va in ordine sparso come il deputato dem Marianna Madia che ha votato «la risoluzione del Pd» e ha firmato pure quella dei tre gruppi centristi, «visto che condivido tutto il testo e penso sia un buon impianto in vista del Consiglio europeo e di tutto ciò che sta accadendo nel mondo». Il documento punta, tra le altre cose, a «condannare il ruolo destabilizzante dell’Iran in tutta la regione, esprimendo il suo pieno sostegno al popolo iraniano nella sua lotta per la libertà». E a «ribadire l’importanza di salvaguardare l’integrità e la sicurezza delle frontiere terrestri, aeree e marittime dell’Unione europea, e ad assicurare che esse siano efficacemente protette».
Non manca il tempo per le scenette: il M5s ha regalato simbolicamente cappellini rossi in stile Maga, ma con la scritta «No alla guerra» al premier, con il fine di ironizzare sulla sintonia del capo dell’esecutivo con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. È successo a Palazzo Madama al termine della dichiarazione di voto del capogruppo del M5s, Luca Pirondini e i senatori pentastellati hanno sventolato i berretti.
Ma dal lato delle opposizioni questa volta si siede anche Roberto Vannacci con i suoi. I tre deputati che hanno aderito al movimento fondato dal generale, Futuro nazionale, e iscritti al gruppo Misto, alla Camera hanno votato no sulla risoluzione del centrodestra. Lo ha annunciato Edoardo Ziello, che con Rossano Sasso ed Emanuele Pozzolo si trova critico su alcuni punti della risoluzione di maggioranza, tanto da aver chiesto una votazione per parti separate ma, viene spiegato, la richiesta non sarebbe stata accolta e, dunque, il voto dei tre vannacciani è stato contrario al testo predisposto dal centrodestra. Perché «prima di parlare di Iran e ancor più di Ucraina ci sono gli italiani». I tre deputati invitano così come già fatto dal vicepremier, Matteo Salvini, ad aprire alle offerte del presidente russo, Vladimir Putin, sul gas e il petrolio di Mosca.
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Donald Trump (Ansa)
È in tal senso che ieri, parlando con Axios, l’inquilino della Casa Bianca è tornato ad affermare che il conflitto terminerà «presto», sostenendo che «non c’è più praticamente nulla da colpire» in Iran. D’altronde, sempre ieri, Centcom rendeva noto di aver finora colpito 5.500 obiettivi nel Paese, tra cui oltre 60 navi.
Eppure, mentre l’Fbi teme attacchi di droni iraniani in California, questa exit strategy potrebbe incorrere in uno scoglio: lo Stretto di Hormuz. Secondo fonti d’intelligence statunitense sentite dalla Cnn, il regime khomeinista avrebbe infatti iniziato a piazzare mine nell’area. Una notizia, che, nella serata di martedì, aveva innescato la dura reazione di Trump. «Se l’Iran ha posizionato delle mine nello Stretto di Hormuz, e non abbiamo notizie in merito, vogliamo che vengano rimosse immediatamente! Se per qualsiasi motivo sono state posizionate delle mine e non vengono rimosse immediatamente, le conseguenze militari per l’Iran saranno a un livello mai visto prima», aveva tuonato su Truth, per poi proseguire: «Stiamo utilizzando la stessa tecnologia e le stesse capacità missilistiche impiegate contro i trafficanti di droga per eliminare definitivamente qualsiasi imbarcazione o nave che tenti di minare lo Stretto di Hormuz». «Sono lieto di annunciare che nelle ultime ore abbiamo colpito e completamente distrutto dieci imbarcazioni e/o navi posamine inattive, e ne seguiranno altre», aveva aggiunto, sempre martedì, poco dopo.
È in questo quadro che, ieri, Trump ha esortato le petroliere a usare lo Stretto. «Penso che dovrebbero usarlo, abbiamo distrutto quasi tutte le loro navi posamine in una notte», ha detto, riferendosi agli iraniani, per poi tornare a minacciare di interrompere i rapporti commerciali con Madrid, da lui accusata di «non collaborare affatto». Sempre ieri, Centcom ha esortato i civili a evitare i porti situati nello Stretto di Hormuz, che vengono usati dal regime khomeinista per «condurre operazioni militari che minacciano la navigazione internazionale».
Ora, non è un mistero che da Hormuz passi circa il 20% del greggio a livello mondiale. In tal senso, i pasdaran puntano a rendere la vita dura alle imbarcazioni americane nell’area proprio per mettere in difficoltà Trump sul fronte interno. Il presidente si trova quindi davanti a un dilemma. Da una parte, vuole affrettare la fine delle ostilità per portare il prezzo del petrolio a scendere. Dall’altra, non può escludere interventi armati ad Hormuz, per neutralizzare i tentativi iraniani di tenere alto il costo del greggio. È del resto in quest’ottica che l’amministrazione statunitense sta valutando da giorni la possibilità di scortare le petroliere che transitano nello Stretto. «Se ci verrà assegnato il compito di scortare, valuteremo la gamma di opzioni per definire le condizioni militari necessarie per poterlo fare», ha affermato, l’altro ieri, il capo di Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine, mentre il segretario dell’Interno americano, Doug Burgum, ha annunciato che le compagnie petrolifere Usa aumenteranno presto la produzione.
D’altronde, la questione del greggio è stata anche al centro di attriti tra Washington e Gerusalemme. Gli attacchi israeliani alle infrastrutture petrolifere iraniane avevano infatti irritato l’amministrazione Trump che, secondo Axios, ha chiesto lunedì alla Stato ebraico di astenersi da simili operazioni in futuro. Stando alla testata, una delle motivazioni che hanno spinto Washington a lamentarsi con Gerusalemme sarebbe da ricercarsi nel fatto che «Trump intende cooperare con il settore petrolifero iraniano dopo la guerra, in modo simile all’approccio adottato con il Venezuela». Sotto questo aspetto, l’obiettivo della Casa Bianca è chiaro: abbassare il prezzo del greggio e colpire la Cina sotto due aspetti, vale a dire l’approvvigionamento petrolifero e la tutela del predominio del dollaro nelle transazioni energetiche.
È anche in questo senso che Trump sta cercando di arrivare a una soluzione venezuelana per il futuro politico-istituzionale dell’Iran. Il presidente americano vuole evitare un regime change alla Bush jr sia per non rimanere impelagato in costose operazioni di nation building sia per avere un interlocutore «interno» che, adeguatamente «addomesticato», garantisca la stabilità e, quindi, la cooperazione con Washington sul dossier petrolifero. Quello che Trump sta cercando è, in altre parole, una Delcy Rodriguez in salsa iraniana. Lo stesso Israele, che originariamente era più propenso per un cambio di regime in senso classico, sembrerebbe ultimamente essersi allineato alla posizione della Casa Bianca.
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