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2024-01-31
Pestaggi e manette, la vera storia della Salis
Ilaria Salis in tribunale a Budapest (Ansa/Rai)
Stando al Blikk, uno dei quotidiani ungheresi più seguiti, sarebbe accusata di aver messo in «pericolo» la «vita» della vittima tramite una «tentata lesione personale». Il reato sarebbe stato «commesso» nell’ambito di un’azione di «un’organizzazione criminale». Un reato che a Budapest è considerato particolarmente grave, tanto che l’anarchica italiana Ilaria Salis, 39 anni, di Monza, insegnante, è stata tradotta in udienza davanti al tribunale con le manette ai polsi e alle caviglie (che in Ungheria sembra essere una prassi, visto che i siti Web dei giornali sono pieni di foto che mostrano detenuti ammanettati prima o durante i processi). Il cronista del quotidiano ungherese che ha seguito l’udienza riporta anche che «l’italiana ha acconsentito a farsi riprendere in modo riconoscibile». I sorrisi dispensati al pubblico non sono sfuggiti. E infatti il giornalista sottolinea: «Nessuno direbbe che la sorridente italiana possa far parte di un gruppo estremista».
Stando alla ricostruzione dell’accusa, avrebbe partecipato all’aggressione di due militanti di estrema destra durante la commemorazione del Giorno dell’onore (una cerimonia che ricorda l’impresa di un battaglione nazista che, nel 1945, tentò di impedire l’assedio di Budapest da parte dell’Armata rossa) procurando nelle vittime ferite valutate come guaribili in sette giorni. I movimenti antifascisti che Salis frequenta da tempo (in passato è stata intercettata mentre conversava di manifestazioni e di siti Web dell’area antagonista con Roberto Cropo, l’anarchico estradato dalla Francia nel 2020 e finito nell’operazione Bialystok) avrebbero, stando alle accuse, organizzato una contromanifestazione di protesta. E la Salis, stando al Blikk «è considerata una cacciatrice di nazisti». In passato, Salis si era beccata anche una condanna per «resistenza aggravata» e «per aver intonato cori ostili, posizionato per strada sacchi di spazzatura e lanciato immondizia contro i poliziotti mentre gli urlava “mangiate”»: otto mesi di reclusione nel 2022. L’11 febbraio di un anno fa viene identificata e fermata dalla polizia ungherese che, per accusarla, consegna all’autorità giudiziaria delle riprese video che mostrano due persone accerchiate e aggredite da un gruppo di persone che brandiscono anche delle spranghe. All’inizio viene accusata di aver partecipato a quattro aggressioni, per due di queste, però, la Procura ha ritirato l’accusa, avendo accertato che l’italiana non era ancora arrivata in Ungheria. Al momento del fermo, avvenuto su un taxi, sarebbe stata trovata in possesso di un manganello retrattile («Lo aveva portato con sé per un’eventuale difesa personale», ha poi spiegato suo padre Roberto).
«Mi hanno colpito da dietro e spaccato la testa, che è stata ricucita in ospedale. Il mio volto, al lato sinistro è completamente gonfio, lo zigomo è rotto. La mia ragazza è stata pugnalata due volte alla coscia con qualcosa», ha raccontato una delle vittime dell’aggressione. «Non ho commesso questi crimini, non accetto quello di cui mi accusano», ha detto Salis, stando a quanto riporta il quotidiano ungherese, durante l’udienza. L’imputata, inoltre, non si sarebbe riconosciuta nel video e i suoi avvocati lamentano che i capi d’imputazione non sarebbero stati tradotti in italiano (un aspetto previsto dalle convenzioni internazionali). Il giornale però evidenzia subito dopo che «sorprendentemente» il coimputato, un tedesco che, invece, non avrebbe acconsentito alle riprese video in aula, «ha detto il contrario». Ecco le sue parole: «Chiedo scusa al tribunale e alla Procura. Mi dichiaro colpevole e rinuncio al mio diritto a un processo. Tutto è avvenuto come indicato nell’atto di accusa». Con un processo di tipo immediato e dopo aver scelto di patteggiare, il tedesco è stato condannato a tre anni di reclusione.
Già tempo fa Salis, tramite i suoi avvocati, aveva reso pubbliche le condizioni di detenzione in Ungheria, sostenendo di essere stata costretta a «guardare il muro nelle soste nei corridoi» e denunciando la presenza di «scarafaggi, topi e cimici nelle celle». Ma ha anche sostenuto di non essere riuscita a comunicare con la sua famiglia per mesi e di essere stata «costretta a indossare», in occasione dell’interrogatorio, «senza avvocato», vestiti «sporchi e puzzolenti». In tribunale, invece, hanno sottolineato i cronisti ungheresi, indossava un bel maglione di lana intrecciato ai ferri.
E mentre un impreparato Francesco Lollobrigida ha risposto ai media di non aver visto le immagini e quindi di non voler commentare, le opposizioni (che non hanno fatto lo stesso quando Filippo Turetta, accusato di aver ucciso la fidanzata, è uscito dal carcere tedesco con le manette in mostra) hanno avviato una crociata nei confronti di Giorgia Meloni chiedendo di intervenire su Viktor Orbán (i due ieri si sono sentiti telefonicamente, facendo seguito alle iniziative diplomatiche partite il 22 gennaio) che, a sua volta, dovrebbe fare pressioni sui giudici in un Paese nel quale, come in Italia, la magistratura è indipendente. Ci ha pensato il ministro degli Esteri e vicepremier, Antonio Tajani, a fare un po’ di chiarezza: «Non abbiamo alcun potere per riportare un detenuto da un Paese estero in Italia, abbiamo soltanto la possibilità di protestare in forme istituzionali quando riteniamo che non vengano rispettate alcune norme».
Orbán si smarca dalle pressioni Ue: «Sì aiuti a Kiev, ma solo quest’anno»
Nonostante le minacce dell’Unione europea, il premier ungherese Viktor Orbán tiene il punto sul veto agli aiuti all’Ucraina. Anzi rilancia e, dichiarandosi pronto a trovare una soluzione comune, propone di suddividere gli aiuti in tranche annuali da deliberare di volta in volta all’unanimità. Il primo ministro ungherese, in una intervista al giornale francese Le Point, chiede di decidere ogni anno «se continuare a inviare questo denaro o meno» all’Ucraina, per aiutarla nella difesa contro la Russia.
«Non si tratta di ricattare con il veto, ma di ripristinare e mantenere l’unità dell’Unione europea», ha spiegato Orbán, che ha poi stigmatizzato il piano di Bruxelles di debilitare l’economia ungherese nel caso di nuovi veti di Budapest sugli aiuti all’Ucraina, riportato dal Financial Times. «Abbiamo tutti una certa esperienza in politica internazionale. Non siamo usciti dall’asilo. Se il Financial Times pubblica un documento che descrive nel dettaglio uno scenario di blocco finanziario dell’Ungheria e di ricatto nei nostri confronti, possiamo essere certi che esiste», ha commentato il primo ministro ungherese. Il piano appare in effetti abbastanza esplicito e si baserebbe sul congelamento dei finanziamenti a Budapest in caso di veto ungherese, cosa che innescherebbe un calo della fiducia degli investitori, un aumento del costo del debito e un calo della moneta ungherese, il fiorino.
Il clima è incandescente, in vista del Consiglio europeo straordinario di domani. I leader europei discuteranno della proposta di revisione intermedia del quadro finanziario pluriennale (Qfp) 2021-2027, che comprende tra le altre cose l’erogazione di nuovi aiuti all’Ucraina per 50 miliardi (17 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto e 33 miliardi di prestiti). La revisione del Qfp può essere fatta solo a metà del periodo e può passare solo con l’unanimità in Consiglio europeo. Oltre ai 50 miliardi per l’Ucraina da qui al 2027, la revisione del Qfp comprende nuove spese per altri 14,6 miliardi di euro.
La proposta di Orbán di votare all’unanimità tutti gli anni, però, non è piaciuta a Bruxelles. Secondo un alto funzionario europeo a conoscenza della questione, l’Ungheria «ha detto che poteva non esercitare il veto a determinate condizioni, ma il problema è qui. Le condizioni non sono accettabili per gli altri Stati membri». Tecnicamente la questione è relativa alle diverse modalità di voto con cui si deliberano gli aiuti. La proposta di Orbán è di votare ogni anno il rinnovo dei finanziamenti, con la possibilità di porre il veto, trattandola come questione relativa alla spesa del bilancio annuale europeo. Ma il bilancio annuale viene votato ogni anno a maggioranza qualificata, mentre è solo il Quadro finanziario pluriennale (Qfp) che viene votato ogni sette anni all’unanimità in Consiglio, con possibile revisione a metà del periodo, cioè oggi. In sintesi, il Qfp definisce, con l’unanimità in Consiglio, quanto può spendere al massimo l’Unione europea nel periodo, mentre annualmente, a maggioranza, il Consiglio decide quanto spendere nell’anno.
La proposta ungherese comporterebbe un voto all’unanimità sul bilancio annuale, ma, secondo le indiscrezioni trapelate, gli altri Stati preferiscono la maggiore prevedibilità della spesa utilizzando il Qfp e nessuno intende cambiare il sistema attuale. Domani, quindi, Ungheria contro tutti, sembrerebbe. Anche un supposto appoggio di Giorgia Meloni alla posizione ungherese è stato smentito dallo stesso Orbán nell’intervista a Le Point. Il primo ministro polacco Donald Tusk, interpellato sulla questione, è stato netto: «In un modo o nell’altro, troveremo una soluzione, con o senza Orbán, per sostenere l’Ucraina».
Per l’Ucraina accedere ai finanziamenti europei è fondamentale, dopo che gli aiuti americani si sono incagliati nelle secche delle lotte parlamentari di Washington.
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L’anarchica «cacciatrice di nazi» è accusata di appartenere a un gruppo criminale. In aula ha detto sì alle riprese a mani legate, ma ha negato di aver partecipato alle aggressioni. Tajani: «Non abbiamo il potere di riportarla in Italia». Meloni chiama Budapest.Aiuti a Kiev: Viktor Orbàn detta le condizioni a Bruxelles, che minaccia di bloccargli i fondi.Lo speciale contiene due articoli.Stando al Blikk, uno dei quotidiani ungheresi più seguiti, sarebbe accusata di aver messo in «pericolo» la «vita» della vittima tramite una «tentata lesione personale». Il reato sarebbe stato «commesso» nell’ambito di un’azione di «un’organizzazione criminale». Un reato che a Budapest è considerato particolarmente grave, tanto che l’anarchica italiana Ilaria Salis, 39 anni, di Monza, insegnante, è stata tradotta in udienza davanti al tribunale con le manette ai polsi e alle caviglie (che in Ungheria sembra essere una prassi, visto che i siti Web dei giornali sono pieni di foto che mostrano detenuti ammanettati prima o durante i processi). Il cronista del quotidiano ungherese che ha seguito l’udienza riporta anche che «l’italiana ha acconsentito a farsi riprendere in modo riconoscibile». I sorrisi dispensati al pubblico non sono sfuggiti. E infatti il giornalista sottolinea: «Nessuno direbbe che la sorridente italiana possa far parte di un gruppo estremista». Stando alla ricostruzione dell’accusa, avrebbe partecipato all’aggressione di due militanti di estrema destra durante la commemorazione del Giorno dell’onore (una cerimonia che ricorda l’impresa di un battaglione nazista che, nel 1945, tentò di impedire l’assedio di Budapest da parte dell’Armata rossa) procurando nelle vittime ferite valutate come guaribili in sette giorni. I movimenti antifascisti che Salis frequenta da tempo (in passato è stata intercettata mentre conversava di manifestazioni e di siti Web dell’area antagonista con Roberto Cropo, l’anarchico estradato dalla Francia nel 2020 e finito nell’operazione Bialystok) avrebbero, stando alle accuse, organizzato una contromanifestazione di protesta. E la Salis, stando al Blikk «è considerata una cacciatrice di nazisti». In passato, Salis si era beccata anche una condanna per «resistenza aggravata» e «per aver intonato cori ostili, posizionato per strada sacchi di spazzatura e lanciato immondizia contro i poliziotti mentre gli urlava “mangiate”»: otto mesi di reclusione nel 2022. L’11 febbraio di un anno fa viene identificata e fermata dalla polizia ungherese che, per accusarla, consegna all’autorità giudiziaria delle riprese video che mostrano due persone accerchiate e aggredite da un gruppo di persone che brandiscono anche delle spranghe. All’inizio viene accusata di aver partecipato a quattro aggressioni, per due di queste, però, la Procura ha ritirato l’accusa, avendo accertato che l’italiana non era ancora arrivata in Ungheria. Al momento del fermo, avvenuto su un taxi, sarebbe stata trovata in possesso di un manganello retrattile («Lo aveva portato con sé per un’eventuale difesa personale», ha poi spiegato suo padre Roberto). «Mi hanno colpito da dietro e spaccato la testa, che è stata ricucita in ospedale. Il mio volto, al lato sinistro è completamente gonfio, lo zigomo è rotto. La mia ragazza è stata pugnalata due volte alla coscia con qualcosa», ha raccontato una delle vittime dell’aggressione. «Non ho commesso questi crimini, non accetto quello di cui mi accusano», ha detto Salis, stando a quanto riporta il quotidiano ungherese, durante l’udienza. L’imputata, inoltre, non si sarebbe riconosciuta nel video e i suoi avvocati lamentano che i capi d’imputazione non sarebbero stati tradotti in italiano (un aspetto previsto dalle convenzioni internazionali). Il giornale però evidenzia subito dopo che «sorprendentemente» il coimputato, un tedesco che, invece, non avrebbe acconsentito alle riprese video in aula, «ha detto il contrario». Ecco le sue parole: «Chiedo scusa al tribunale e alla Procura. Mi dichiaro colpevole e rinuncio al mio diritto a un processo. Tutto è avvenuto come indicato nell’atto di accusa». Con un processo di tipo immediato e dopo aver scelto di patteggiare, il tedesco è stato condannato a tre anni di reclusione. Già tempo fa Salis, tramite i suoi avvocati, aveva reso pubbliche le condizioni di detenzione in Ungheria, sostenendo di essere stata costretta a «guardare il muro nelle soste nei corridoi» e denunciando la presenza di «scarafaggi, topi e cimici nelle celle». Ma ha anche sostenuto di non essere riuscita a comunicare con la sua famiglia per mesi e di essere stata «costretta a indossare», in occasione dell’interrogatorio, «senza avvocato», vestiti «sporchi e puzzolenti». In tribunale, invece, hanno sottolineato i cronisti ungheresi, indossava un bel maglione di lana intrecciato ai ferri. E mentre un impreparato Francesco Lollobrigida ha risposto ai media di non aver visto le immagini e quindi di non voler commentare, le opposizioni (che non hanno fatto lo stesso quando Filippo Turetta, accusato di aver ucciso la fidanzata, è uscito dal carcere tedesco con le manette in mostra) hanno avviato una crociata nei confronti di Giorgia Meloni chiedendo di intervenire su Viktor Orbán (i due ieri si sono sentiti telefonicamente, facendo seguito alle iniziative diplomatiche partite il 22 gennaio) che, a sua volta, dovrebbe fare pressioni sui giudici in un Paese nel quale, come in Italia, la magistratura è indipendente. Ci ha pensato il ministro degli Esteri e vicepremier, Antonio Tajani, a fare un po’ di chiarezza: «Non abbiamo alcun potere per riportare un detenuto da un Paese estero in Italia, abbiamo soltanto la possibilità di protestare in forme istituzionali quando riteniamo che non vengano rispettate alcune norme».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ilaria-salis-ungheria-processo-2667127712.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="orban-si-smarca-dalle-pressioni-ue-si-aiuti-a-kiev-ma-solo-questanno" data-post-id="2667127712" data-published-at="1706700075" data-use-pagination="False"> Orbán si smarca dalle pressioni Ue: «Sì aiuti a Kiev, ma solo quest’anno» Nonostante le minacce dell’Unione europea, il premier ungherese Viktor Orbán tiene il punto sul veto agli aiuti all’Ucraina. Anzi rilancia e, dichiarandosi pronto a trovare una soluzione comune, propone di suddividere gli aiuti in tranche annuali da deliberare di volta in volta all’unanimità. Il primo ministro ungherese, in una intervista al giornale francese Le Point, chiede di decidere ogni anno «se continuare a inviare questo denaro o meno» all’Ucraina, per aiutarla nella difesa contro la Russia. «Non si tratta di ricattare con il veto, ma di ripristinare e mantenere l’unità dell’Unione europea», ha spiegato Orbán, che ha poi stigmatizzato il piano di Bruxelles di debilitare l’economia ungherese nel caso di nuovi veti di Budapest sugli aiuti all’Ucraina, riportato dal Financial Times. «Abbiamo tutti una certa esperienza in politica internazionale. Non siamo usciti dall’asilo. Se il Financial Times pubblica un documento che descrive nel dettaglio uno scenario di blocco finanziario dell’Ungheria e di ricatto nei nostri confronti, possiamo essere certi che esiste», ha commentato il primo ministro ungherese. Il piano appare in effetti abbastanza esplicito e si baserebbe sul congelamento dei finanziamenti a Budapest in caso di veto ungherese, cosa che innescherebbe un calo della fiducia degli investitori, un aumento del costo del debito e un calo della moneta ungherese, il fiorino. Il clima è incandescente, in vista del Consiglio europeo straordinario di domani. I leader europei discuteranno della proposta di revisione intermedia del quadro finanziario pluriennale (Qfp) 2021-2027, che comprende tra le altre cose l’erogazione di nuovi aiuti all’Ucraina per 50 miliardi (17 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto e 33 miliardi di prestiti). La revisione del Qfp può essere fatta solo a metà del periodo e può passare solo con l’unanimità in Consiglio europeo. Oltre ai 50 miliardi per l’Ucraina da qui al 2027, la revisione del Qfp comprende nuove spese per altri 14,6 miliardi di euro. La proposta di Orbán di votare all’unanimità tutti gli anni, però, non è piaciuta a Bruxelles. Secondo un alto funzionario europeo a conoscenza della questione, l’Ungheria «ha detto che poteva non esercitare il veto a determinate condizioni, ma il problema è qui. Le condizioni non sono accettabili per gli altri Stati membri». Tecnicamente la questione è relativa alle diverse modalità di voto con cui si deliberano gli aiuti. La proposta di Orbán è di votare ogni anno il rinnovo dei finanziamenti, con la possibilità di porre il veto, trattandola come questione relativa alla spesa del bilancio annuale europeo. Ma il bilancio annuale viene votato ogni anno a maggioranza qualificata, mentre è solo il Quadro finanziario pluriennale (Qfp) che viene votato ogni sette anni all’unanimità in Consiglio, con possibile revisione a metà del periodo, cioè oggi. In sintesi, il Qfp definisce, con l’unanimità in Consiglio, quanto può spendere al massimo l’Unione europea nel periodo, mentre annualmente, a maggioranza, il Consiglio decide quanto spendere nell’anno. La proposta ungherese comporterebbe un voto all’unanimità sul bilancio annuale, ma, secondo le indiscrezioni trapelate, gli altri Stati preferiscono la maggiore prevedibilità della spesa utilizzando il Qfp e nessuno intende cambiare il sistema attuale. Domani, quindi, Ungheria contro tutti, sembrerebbe. Anche un supposto appoggio di Giorgia Meloni alla posizione ungherese è stato smentito dallo stesso Orbán nell’intervista a Le Point. Il primo ministro polacco Donald Tusk, interpellato sulla questione, è stato netto: «In un modo o nell’altro, troveremo una soluzione, con o senza Orbán, per sostenere l’Ucraina». Per l’Ucraina accedere ai finanziamenti europei è fondamentale, dopo che gli aiuti americani si sono incagliati nelle secche delle lotte parlamentari di Washington.
(IStock)
Ma la norma che fa più discutere è quella contenuta nell’articolo 5 della bozza sul tavolo degli operatori. Al comma 1 è previsto che i produttori che utilizzano il gas per produrre energia elettrica siano rimborsati per alcuni corrispettivi oggi compresi nelle tariffe di trasporto del gas. Al comma 2 si prevede che ai produttori termoelettrici vengano rimborsati anche i costi sostenuti per adempiere al sistema Ets, cioè il pagamento dei permessi di emissione di CO2. Tali costi sarebbero rimborsati ai produttori termoelettrici applicando un nuovo onere nella bolletta dei clienti finali. In pratica, con questo meccanismo si tolgono i costi del sistema Ets dal prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso, spalmandoli a valle su una platea più ampia di soggetti, con il risultato atteso di un abbassamento generalizzato delle bollette. La norma avrebbe effetto per un periodo di tempo limitato, da definire.
Le anticipazioni sui contenuti del decreto però hanno avuto un effetto negativo a Piazza Affari, dove alcune aziende produttrici sono quotate. Enel ha perso ieri l’1,49%, mentre A2a l’1,74% ed Erg lo 0,46%.
Il perché è presto detto. In astratto, il meccanismo può portare a un effettivo abbassamento del prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso, perché i produttori di energia termoelettrica non sosterrebbero più i costi diretti del sistema Ets, dunque offrirebbero la loro energia ad un prezzo marginale più basso (in teoria). Per un produttore da fonte rinnovabile però questo abbassamento di prezzo si traduce in un abbassamento dei margini di profitto, perché essi non sostengono i costi dell’Ets. Oggi, il sistema degli oneri per la CO2 è un costo per i produttori termoelettrici, ma è un margine puro per i produttori da fonte rinnovabile, quando sono gli impianti a gas a fissare il prezzo marginale nel mercato giornaliero. Con i prezzi attuali dei permessi di emissione, circa 70 €/tonnellata, si tratta di circa 25-30 €/MWh di mancato margine per i produttori da rinnovabile. Così si spiega il calo in Borsa dei tre maggiori produttori da fonte rinnovabile in Italia, Enel, Erg e A2a appunto.
Al di là degli impatti sulle singole aziende, vi sono però alcuni dubbi dal punto di vista della praticabilità e delle effettive conseguenze di questa norma.
Quanto alla praticabilità, il decreto equivale a una sospensione delle regole europee sull’Ets, applicata solo a una parte degli obbligati, i termoelettrici, mentre tutti gli altri (chi utilizza il gas per il calore, o i cogeneratori) dovrebbero continuare a sostenerne i costi. L’Unione europea accetterà tale sospensione unilaterale, per di più asimmetrica? Le discussioni europee ad alto livello degli ultimi giorni su un possibile ammorbidimento dell’Ets riguardano un futuro ancora lontano. Non è dato sapere se su questo punto specifico vi siano già state interlocuzioni tra il governo e Bruxelles. Immaginiamo di sì, e sarà allora interessante conoscerne gli esiti.
Dal punto di vista degli effetti pratici, i problemi che emergono sono almeno tre. Il primo è legato al fatto che gli investimenti in fonti rinnovabili potrebbero subire dei contraccolpi negativi per il venir meno (temporaneo, certo) di uno dei pilastri delle politiche green. La reazione di ieri della Borsa è indicativa. È un tema che andrà gestito.
Poi, perché il prezzo all’ingrosso si abbassi davvero è necessario che i produttori termoelettrici offrano la loro energia al costo marginale escludendo i costi della CO2. Ma il regolatore (l’autorità di settore Arera) dovrebbe conoscere i costi marginali di ogni impianto, per essere sicuro che il produttore non carichi comunque tutto o parte di quel costo sul prezzo, intascandosi lo sconto. Arera dovrebbe cioè sapere quanto costa il gas per ogni impianto e conoscere l’efficienza di quegli impianti, come minimo, per poter vigilare. Quanto sarebbe praticabile questa sorveglianza?
Infine, abbassando il prezzo dell’energia elettrica in Italia, la nostra energia dalla Zona Nord potrebbe essere esportata occasionalmente, in alcune ore e in alcuni giorni, nei Paesi interconnessi. I produttori riceverebbero il rimborso dalle bollette italiane anche per quella energia venduta all’estero? Si avrebbe un effetto bizzarro di sovvenzione.
Le intenzioni del decreto sono buone, ma se si vuole procedere sulla strada della sterilizzazione dell’Ets per abbassare i costi dell’energia la via migliore appare una sospensione a livello europeo. Sapendo però che gli investimenti nelle fonti rinnovabili ne avrebbero come minimo un rallentamento.
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La manifestazione in onore di Quentin Deranque a Parigi (Ansa)
Di fronte alla gravità della situazione il presidente Emmanuel Macron ha scritto su X che «nella Repubblica, nessuna causa, nessuna ideologia giustificheranno mai il fatto di uccidere». Macron ha parlato della necessità di «trascinare davanti alla giustizia e condannare gli autori di questa ignominia» e lanciato un appello «alla calma, alla moderazione e al rispetto». Domenica, negli studi della trasmissione Grand Jury trasmessa da Le Figaro, Rtl, Public Sénat e M6, il ministro della giustizia Gérald Darmanin ha dichiarato che «la retorica politica violenta porta alla violenza fisica. C’è una complicità all’interno di La France Insoumise nei confronti della violenza politica».
Sempre l’altro ieri dal ministro dell’interno, Laurent Nunez, sono arrivate parole pesanti come macigni. Per prima cosa, il ministro ha definito un «linciaggio», l’aggressione subita da Quentin Deranque aggiungendo che «chiaramente, dietro tutto questo c’era l’estrema sinistra». «L’indagine confermerà o smentirà se fossero membri della Jeune Garde» (sciolta dal ministero dell’interno nel 2025, ndr). Ma, ha aggiunto Nunez, «le testimonianze puntano chiaramente in quella direzione». Con un comunicato, la Jeune Garde ha affermato di non poter «essere ritenuta responsabile» della morte del ventitreenne Deranque.
Dura la posizione ufficiale del governo, ribadita dalla portavoce Maud Bregeon che, rispondendo alle domande di Bfm-Rmc, ha dichiarato: «Per anni, La France Insoumise ha fomentato un clima di violenza. Lfi ha avuto e riconosciuto legami con gruppi di estrema sinistra estremamente violenti». Secondo Bregeon ci sarebbe una «responsabilità morale di Lfi in questo clima di violenza».
Anche tra le file della sinistra non sono mancate le condanne. Su Franceinfo, Alexis Corbière, deputato di Seine-Saint-Denis ex-Lfi, è stato categorico: «Nulla dovrebbe giustificare la violenza». Il deputato di sinistra ha espresso «una condanna molto chiara» dei fatti di Lione. L’Università Lione-2 ha espresso «profonda tristezza».
Più moderata invece la posizione di Raphaël Glucksmann: «Ora dobbiamo porre fine alla brutalizzazione del dibattito pubblico» ha dichiarato Glucksmann su radio Rtl, parlando anche delle «responsabilità di tutti i leader politici che incitano all’odio, compresi quelli di La France Insoumise». Ma dopo aver dato un colpo alla botte, Glucksmann ne ha dato uno al cerchio, dichiarando che «ci sono anche morti causate dalle milizie di estrema destra», e che il Rassemblement national di Marine Le Pen e Jordan Bardella «oggi minaccia di prendere il potere in Francia» e «di far scivolare la Francia nel campo trumpiano e putiniano». Glucksmann ha promesso di diventare una «diga» per la «difesa della democrazia» e che il suo partito non farà «alleanze con movimenti che minano la democrazia, tra cui La France insoumise».
In risposta alle condanne, Lfi ha cercato di farsi passare come la vittima. Da un lato, Jean-Luc Mélenchon ha dichiarato di voler esprimere «la nostra costernazione, ma anche la nostra empatia e compassione per la famiglia» (della vittima, ndr) e ricordato di aver detto «decine di volte che siamo ostili e contrari alla violenza». Dall’altro lato però, Mélenchon, ha cercato di capovolgere la situazione affermando: «Siamo noi a essere attaccati!». L’esponente dei Verdi Sandrine Rousseau ha ribadito su Franceinfo la necessità di avere «nel momento che stiamo vivendo in Francia, dei militanti antifascisti». Tuttavia, per Rousseau, questi «non devono utilizzare la violenza fisica né assumere un atteggiamento virilista attorno alla politica».
Nel frattempo, ieri, la presidente dell’assemblea nazionale Yaël Braun-Pivet ha sospeso «a titolo precauzionale» l’accesso alla Camera bassa all’assistente parlamentare del deputato della Lfi Raphaël Arnault, Jacques-Elie Favrot, sospettato di essere coinvolto nei fatti di Lione. Alcuni testimoni citati da Le Figaro avrebbero detto di aver riconosciuto Favrot tra gli aggressori di Quentin.
Ieri pomeriggio il procuratore di Lione, Thierry Dran, ha tenuto una conferenza stampa nella quale ha fornito una ricostruzione dell’aggressione che ha causato la morte di Quentin Deranque. Dran ha parlato di «diverse testimonianze significative» e dell’apertura dell’inchiesta per «violenze aggravate» e «colpi mortali».
Il procuratore ha menzionato anche «l’autopsia effettuata [lunedì] mattina» che «ha permesso di determinare essenzialmente lesioni alla testa, tra cui un grave trauma cranio-encefalico e una frattura temporale destra». Per Dran, il giovane Deranque sarebbe stato picchiato e buttato per terra «da almeno sei» persone.
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Keir Starmer (Ansa)
Ieri, il premier britannico ha annunciato che, «entro pochi mesi», il governo introdurrà una stretta sull’accesso dei teenager alle piattaforme. Non si tratterà semplicemente di stabilire nuove soglie di età per l’iscrizione, bensì di complicarne l’aggiramento, impedendo le connessioni crittografate, oltre che di limitare alcune funzioni, tra cui l’«auto-scrolling». Quel meccanismo di «costante attaccamento alla macchina», come lo ha chiamato Starmer, per cui gli utenti «non riescono mai a smettere» di compulsare immagini e video. Un fenomeno che va di pari passo con il «doomscrolling»: lasciarsi catturare da un vortice di messaggi negativi e ansiogeni. Il primo ministro si è detto «aperto» addirittura all’idea di seguire l’esempio australiano: il 10 dicembre 2025, Canberra ha fatto entrare in vigore un bando totale sull’utilizzo dei social per i minori di 16 anni. È il primo Paese al mondo.
Che quel pubblico sia particolarmente vulnerabile ad alcune dinamiche che la fruizione delle piattaforme innesca, è oramai verificato dagli scienziati. Gli ultimi studi del 2025 citano la diffusione di disturbi del sonno e dell’alimentazione (Healthcare), un peggioramento del benessere mentale, con incremento della disistima di sé, dello stress sociale e della vulnerabilità psicologica (Adolescent Reserach), episodi di ansia e depressione (Adolescents). Senza contare che, secondo un esperimento condotto da alcuni ricercatori dell’Università di Dublino su un campione di tredicenni, i più giovani sono proprio quelli ai quali l’algoritmo propone contenuti dannosi con maggiore frequenza e velocità. Negli Stati Uniti, intanto, è in corso una causa pionieristica, intentata da una ventenne nei confronti di Instagram, Facebook e YouTube, che le avrebbero provocato stress e depressione. Secondo i legali della ragazza, le piattaforme sono state progettate in modo tale da indurre i fruitori a trascorrervi più tempo possibile. Un trucco che fa tanto più presa quanto più bassa è l’età dell’utente. E più bassa è la sua età, peggiore sarà il danno subìto dall’utente.
Non c’è dubbio, insomma, che qualche azione a salvaguardia dei vulnerabili sia auspicabile. Il punto, nel caso del Regno Unito, è che la stessa solerzia non si è vista quando, per fedeltà alla causa woke, l’establishment laburista chiuse entrambi gli occhi sullo scandalo delle grooming gang, tra gli anni Novanta e gli anni Duemiladieci.
Starmer, ora, rinfaccia ai conservatori di non aver fatto abbastanza per difendere i ragazzini dai danni dei social, che accusa di essere «evoluti in qualcosa» che «sta danneggiando i nostri figli». Ma dal 2008 al 2013 fu direttore del Crown prosecution service, nominato dall’esecutivo di sinistra. E, da super pubblico ministero dell’Inghilterra e del Galles, non ritenne che si dovessero perseguire con rapidità e severità gli abusi degli immigrati islamici sulle bambine. Solo nel 2025, travolto dall’indignazione della gente, il gabinetto laburista si è risolto ad avviare un’inchiesta nazionale. E come mai il premier, che conferì l’incarico di ambasciatore negli Usa a Peter Benjamin Mandelson, in seguito coinvolto nel caso Epstein, sente il bisogno di proteggere i minori da Meta ma non dall’ideologia gender? I reel di Instagram e le pillole video di TikTok sono pericolosi. La transizione di genere a 4 anni, no?
Certo, l’Australia e la Gran Bretagna non sono le uniche nazioni a essersi poste il problema degli adolescenti sui social. Emmanuel Macron, a fine gennaio, ha elogiato il disegno di legge approvato dai parlamentari francesi, per interdire le piattaforme a chi ha meno di 15 anni: «Il cervello dei nostri figli», ha twittato, «non è in vendita. Né sulle piattaforme americane, né sulle reti cinesi». Anche la Spagna di Pedro Sánchez è orientata a proibire i social agli under 16 e disporrà indagini «su possibili violazioni commessa da parte di Instagram, TikTok e Grok», l’intelligenza artificiale di X. Inoltre, un giro di vite è in programma in Danimarca, Grecia, Austria e Portogallo. Finalmente? Sorvoliamo sulle ipocrisie inglesi ed evitiamo di menzionare il peso che hanno le ripicche europee contro Donald Trump e le Big tech Usa. Ciò che sarà davvero cruciale è se - a proposito di strade per l’inferno - nei dettagli non finirà per nascondersi il diavolo.
Pure in Cina, infatti, sono in vigore diverse restrizioni: limiti di un’ora al giorno nei soli weekend per l’uso di videogiochi, nonché tetti al tempo che si può trascorrere su TikTok. Peccato che le misure giustificate dall’imperativo della salute dei minori occultino siano l’involucro in cui avvolgere stratagemmi propagandistici: filtri automatici sugli argomenti spinosi, religione compresa; imposizione di contenuti ideologici, dalla storia riscritta a uso e consumo del regime fino al culto del partito e di Xi Jinping; obblighi di identificazione e tracciamento dei comportamenti, che contribuiscono al pervasivo controllo digitale, chiodo fisso del Dragone comunista.
È vero: qui siamo in Occidente, mica a Pechino. Ma abbiamo vissuto una pandemia. Ci ricordiamo cosa è già successo. E del potere benevolo ci fidiamo poco: il suo scopo è proteggerci o sorvegliarci?
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Astrid, attivista del collettivo Nemesis, racconta la morte di Quentin, il 23enne ucciso a Lione dopo un’aggressione di gruppo durante una manifestazione. Secondo Astrid, l’omicidio sarebbe stato minimizzato dai media e dalle istituzioni, mentre cresce la preoccupazione per la violenza politica nelle piazze francesi.