Agenti bussano alla camera della Salis mentre si trovava con un condannato
Pensava che qualche slogan da sinistra antagonista bastasse per sollevare un polverone, trasformare un controllo di polizia in un caso politico e distogliere l’attenzione dalla reale finalità della procedura di polizia. Il tutto a ridosso della manifestazione «No kings», organizzata da antagonisti e sindacati a Roma. «L’Italia è ormai un regime. Questa mattina la polizia si è presentata all’alba nella mia stanza d’albergo a Roma per un controllo preventivo durato oltre un’ora in vista della manifestazione di oggi (ieri per chi legge, ndr).
A quanto pare, effetto del decreto Sicurezza. Rendiamoci conto a che punto siamo arrivati con il governo Meloni al potere… viviamo già in uno Stato di polizia». L’eurodeputata laria Salis lancia il richiamo per gli ultrà della sinistra sui social come prova di una deriva.
oi, però, arriva la versione ufficiale. Dalla questura di Roma spiegano di aver disposto il controllo dopo un alert scattato sul sistema «Web alloggiati (che censisce chi prende una camera d’albergo, ndr)» per un alert partito dalla Germania attraverso il circuito Schengen. In Germania, infatti, la Salis è stata segnalata per le vicende della «Hammerbande», la banda del martello, il collettivo internazionale di estrema sinistra nato a Berlino che ha colpito anche in Ungheria, proprio dove l’europarlamentare era finita in manette accusata di aver partecipato al pestaggio di alcuni neonazisti durante un evento di skinheads e hooligans, radunatisi a Budapest per commemorare un battaglione nazista. Da allora è censita nella banca dati Sis (Sistema di informazione Schengen) e quando viene registrata in qualsiasi hotel, scatta in modo automatico un alert che finisce dritto alla centrale operativa più vicina. Di solito (e chissà quante altre volte la Salis è stata controllata senza che se ne accorgesse) si muove la Digos, ma questa volta la segnalazione è giunta al commissariato Viminale, che ha inviato sul posto un’auto della sezione Volanti.
Gli agenti, che sapevano solo di dover prendere informazioni su chi alloggiava in quella stanza dell’hotel Varese, si sono trovati davanti l’europarlamentare. Si è trattato, quindi, di un intervento obbligato. E non di un’iniziativa discrezionale, né di un controllo costruito per la manifestazione, ma di un passaggio automatico nel perimetro della cooperazione tra polizie europee. Il questore, Roberto Massucci, ha poi precisato: «Nessuna perquisizione e nessun atto è stato compiuto». Ma, soprattutto, «si esclude pertanto categoricamente», è la posizione della questura di Roma, «che possa essere stato un controllo preventivo effettuato in relazione alla manifestazione». Alla fine, si è trattato di un controllo documentale (durato un quarto d’ora), interrotto quando gli agenti hanno capito di avere davanti un’europarlamentare, senza accesso alla stanza e senza ulteriori sviluppi. Il nodo è proprio qui: Salis parla di un’operazione mirata, di una verifica che avrebbe riguardato proprio lei, sottolinea che le domande sono proseguite nonostante si fosse qualificata e insiste sulla durata. Nel mezzo ci sono i dettagli, quelli che non ha fornito la Salis e che la Verità è in grado di ricostruire.
Ore 7, hotel Varese, via Varese 26, un tre stelle con reception attiva 24 ore su 24 a 300 metri dalla stazione Termini. Le stanze, sui siti Web che permettono le prenotazioni, vengono definite «confortevoli e caratterizzate da un design classico». Bagno privato con asciugacapelli. E una posizione, con valutazioni altissime, «molto apprezzata dalle coppie». Gli agenti si presentano prima della colazione. La Salis è con il dottor Ivan Bonnin, suo assistente parlamentare noto alle autorità per un curriculum costruito nelle piazze durante manifestazioni di protesta. Fu segnalato nel 2014 per i picchetti del collettivo Hobo (la vicenda si chiuse con una multa da 90.000 euro per sei tra studenti e ricercatori) che manifestarono davanti agli ingressi dell’ateneo di Bologna. Il pm chiese un decreto di condanna (poi emesso dal gip) per le accuse di interruzione di pubblico servizio e violenza privata. Il suo curriculum professionale, invece, conta uno studio su «mobilità, solidarietà e immaginari oltre i confini» per il Laboratorio di sociologia visuale dell’Università di Genova (la stessa università in cui è poi stato docente a contratto) e un dottorato di ricerca in Studi europei e internazionali a Roma Tre. Ma è anche un attivista. Promotore dell’Ong Brigate volontarie per l’emergenza, «associazione», si legge nello statuto, «che persegue finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, promuovendo l’organizzazione dal basso in un’ottica comunitaria». Nonché collaboratore della Salis nella stesura di Vipera, il libro dell’eurodeputata pubblicato da Feltrinelli. Il punto, quindi, non è la legittimità del controllo sul piano procedurale, ma come questo viene collocato nel discorso pubblico. Ma probabilmente per la Salis tra un controllo Schengen e uno «Stato di polizia» c’è soltanto una sfumatura.
«Il governo Meloni ha deciso di sottoporre a controlli i parlamentari di opposizione? Non siamo ancora diventati l’Ungheria di Orbán e non intendiamo diventarlo. Su questa vicenda pretendiamo parole di chiarezza dal ministro Piantedosi».
Mentre il duo Bonelli-Fratoianni riversava su X la medesima indignazione per il «trattamento» che avrebbe subito l’europarlamentare eletta nelle liste Avs, il popolo social reagiva sghignazzando. «Le forze dell’ordine hanno fatto il loro dovere, se non ha nulla da nascondere, vada tranquilla a manifestare, senza piagnucolare», era uno dei tanti commenti. A protestare, in effetti, è solo la sinistra. «È un atto in violazione della Costituzione e delle garanzie parlamentari: un gesto da regime, di una destra incattivita dalla sconfitta al referendum. Il messaggio è chiarissimo: chi scende in piazza, chi dissente, viene identificato e intimidito», si precipita a scrivere su Facebook il senatore di Avs, Peppe De Cristofaro.
Allarmato da quella che «sembra una intimidazione di Stato», da Ferrara, dove ha presentato il suo libro Flotilla, un viaggio per Gaza, il deputato del Pd, Arturo Scotto, vaneggia di destra «che ci sta facendo ruzzolare in qualcosa di ignoto che comincia a somigliare a un regime. Faccio fatica a trovare un altro termine». A Bruxelles prende carta e penna (si fa per dire) il vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno (Pd), per esprimere «piena solidarietà all’eurodeputata Ilaria Salis». Su X lo definisce «un episodio molto grave poiché il rispetto delle prerogative parlamentari è indispensabile per garantire l’esercizio libero del mandato».
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, invitava a smorzare i toni: «Prima di alzare il solito polverone di falsità su cosa è accaduto questa mattina all’onorevole Salis, aspettate di ascoltare la verità che è stata data a chi si è recato dal questore per ascoltarla», ma l’occasione era troppo ghiotta per non strepitare ancora.
Così, Giovanni Barbera, della direzione nazionale di Rifondazione comunista, abbozza interventi dei servizi segreti e tuona: «Siamo di fronte a una vera e propria attività di dossieraggio e sorveglianza speciale applicata a una rappresentante delle istituzioni europee». Poi chiama alle armi: «La nostra battaglia contro questo rigurgito di Stato di polizia continuerà con ancora più determinazione».




