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2020-02-15
Il Coronavirus è in Africa: chiudete i porti
Ansa
Il mal d'Africa da oggi non sarà più lo stesso. Covid-19 è arrivato in Egitto. La pandemia cinese ha colpito il primo paziente del Continente nero. A darne notizia è stato il ministero della Salute del Paese. Poche stringate righe per avvisare il mondo intero che l'epidemia ha trovato un nuovo, formidabile incubatore che rischia di rappresentare il detonatore di una esplosione virale molto più potente di quella - già fortissima - che è arrivata da Wuhan e che si è propagata in tutto il pianeta. E questo perché il coronavirus sarà libero di circolare e di attecchire in un continente di circa 1,2 miliardi di persone (di poco inferiore alla Cina) con un sistema sanitario del tutto impreparato ad affrontare i rigori dei protocolli di sicurezza e con strutture socio-economiche carenti e facili al contagio.
Covid-19 in Africa è anche un tema di politica sanitaria internazionale perché investe il tema dei flussi migratori verso l'Europa e, soprattutto, verso l'Italia. Come si comporteranno, adesso, le Ong che sfrecciano nel mar Mediterraneo per portare frotte di disperati da una costa all'altra? Cambieranno modo di operare per la minaccia di traghettare possibili migranti infetti?
Dal 5 febbraio ad oggi, secondo i dati del dipartimento della Protezione civile, in Italia sono stati controllati con i termoscanner e i termometri a pistola 1.037.225 passeggeri sbarcati in Italia con 9.046 voli internazionali. Nella sola giornata di ieri sono stati controllati 144.816 viaggiatori e 1.262 voli. Nel monitoraggio sono impegnati oltre 800 tra medici e volontari: il sistema di profilassi prevede l'impiego di squadre miste, composte da personale medico dell'Ufficio di sanità marittima aerea e di frontiera (Usmaf) e da volontari delle organizzazioni nazionali e regionali di protezione civile e della Croce rossa italiana, con il supporto dei presidi medici aeroportuali. Le organizzazioni non governative che tipo di garanzia possono offrire, anzitutto a quanti collaborano con loro, e poi a chi accoglierà i profughi? Adotteranno misure di prevenzione o si affideranno alla buona sorte? E soprattutto: quanto è compatibile con questo scenario il sistema delle Ong?
Le autorità statali africane sono del tutto impreparate a gestire la complessa macchina degli aiuti e dei soccorsi. Basterebbe pensare che il governo ugandese ha affermato, proprio ieri, che è troppo costoso noleggiare un aereo per riportare a casa i circa 105 studenti bloccati a Wuhan. Secondo quanto riferiscono i media locali, ai ragazzi è stato già inviato del denaro. Una soluzione che in realtà non risolve nulla. Ieri il ministro della Sanità, Jane Ruth Aceng, ha dichiarato ai parlamentari che l'Uganda non ha conoscenze né una struttura specializzata per gestire l'epidemia, ma sarebbero stati stanziati 61.000 dollari per supportare gli studenti bloccati a Wuhan, anche se non è chiaro quanto riceverà ciascuno. Alcuni ragazzi si sono infatti lamentati perché stanno finendo soldi, cibo e mascherine, lanciando una campagna sui social media con l'hashtag #EvacuateUgandansInWuhan. Il governo di Kampala ha confermato inoltre che a più di 260 viaggiatori in arrivo dalla Cina, sia cinesi sia ugandesi, è stato chiesto di autoisolarsi per due settimane. La scorsa settimana, per di più, sono state messe in quarantena circa 100 persone arrivate dalla Cina all'aeroporto internazionale della città ugandese di Entebbe. Troppo poco per poter parlare di una seria politica di prevenzione. E questo senza considerare che il coronavirus avrebbe addirittura una capacità di diffusione superiore a quella stimata finora dall'Organizzazione mondiale della sanità: il numero di persone che possono essere contagiate da un soggetto infetto sarebbe pari a 3,28 (e non compreso tra 1,4 e 2,5 come ipotizzato finora). A sostenerlo è una revisione di 12 studi, pubblicata sul Journal of Travel Medicine dall'università di Umea in Svezia, l'Heidelberg Institute of Public Health in Germania e lo Xiamen University Tan Kah Kee College in Cina. «La nostra revisione dimostra che il coronavirus è trasmissibile almeno quanto il virus della Sars, e questo dice molto della serietà della situazione», ha dichiarato Joacim Rocklov dell'Università di Umea. Gli studi presi in esame stimano la crescita dell'epidemia sulla base dei casi di Covid-19 osservati in Cina e sulla base di modelli statistici e matematici. Se le prime ricerche indicavano una trasmissibilità del coronavirus relativamente bassa, in seguito questo valore è cresciuto rapidamente per stabilizzarsi intorno a 2-3 negli studi più recenti. «Guardando allo sviluppo dell'epidemia», ha aggiunto Rocklov, «la realtà sembra andare di pari passo o addirittura superare il valore massimo di crescita dell'epidemia dei nostri calcoli. Nonostante tutti gli interventi e le attività di controllo, il coronavirus si è già diffuso più di quanto non abbia fatto la Sars».
La nemesi di Burioni: da bullo web a bullizzato
Il coronavairus (come lo chiama Luigi Di Maio, che ha studiato a Cambridge) non deve preoccupare. L'importante è riempire i ristoranti cinesi e considerare analfabeti senza speranza coloro che preferiscono gli spaghetti al sugo cucinati in casa. E chi la pensa in modo diverso? Ovviamente è un minus habens, un bieco sovranista da sciogliere nell'acido del disprezzo.
Per una sorta di nemesi purificatrice, a questa regola non è sfuggito neppure Roberto Burioni, il re social dei divulgatori scientifici, il pontefice massimo dei vaccini anche per i calli, che in questi giorni è al centro di una congiura di palazzo a colpi di provetta. L'infallibile medico con il ciuffo da Elvis Presley ha fatto una scoperta sconvolgente: c'è qualcuno più integralista di lui. Tutto è cominciato da un suo tweet di puro buonsenso: «Capisco benissimo che è una banalità, ma in mancanza di farmaci e vaccino in grado di rallentare l'infezione, l'unica arma per bloccare l'epidemia e sperare di vincere questo virus è l'isolamento». Come dire alla Max Catalano che «il fumo fa male e se ti tuffi in mare ti bagni». Acqua fresca a tal punto che Marco Travaglio gli ha risposto: «Per fortuna ci sono scienziati come lei sennò non ci arrivava nessuno».
Sbagliato, vergogna, cavernicoli, fascisti. Subito si è scatenata l'indignazione degli ayatollah del conformismo progressista, indignati per la conseguenza di un simile consiglio: l'isolamento delle comunità cinesi, lo spreco di involtini primavera, lo strappo al concetto di fratellanza benedetto da papa Francesco e sancito in salsa democristiana da Sergio Mattarella circondato dai bambini. Contro la massima allerta si è scagliata Roberta Villa, medico e giornalista, collaboratrice di lungo corso delle pagine di salute del Corriere della Sera. Mentre il mondo intero (dall'Onu all'Organizzazione mondiale della sanità, dall'Europa agli scienziati in prima linea) è ancora diffidente rispetto alle opacità cinesi sulle reali conseguenze dell'agente patogeno, lei twitta riferendosi a Burioni: «Quando usava gli stessi metodi dogmatici e antiscientifici sui vaccini lo sostenevano tutti perché era per una buona causa. Ora però tocca agli altri, istituzioni in primis, raccogliere i cocci dei danni che sta facendo con il suo disinformation storm».
Scaricato come un terrapiattista dunque, via la patente. Per la verità questa è una shitstorm, demolisce un'icona pop, e il Napoleone dei batteri se la merita. Chi la fa l'aspetti. Ma ad apparire singolare e ambiguo è il ragionamento che sta dietro la critica. Finché faceva il pasdaran funzionale a «una buona causa» Burioni poteva sbandierare dogmi e insultare chiunque. Al contrario, ora che non sta dentro il recinto della correctness da convegno di Riza Psicosomatica, farebbe solo danni. Sei un mito quando mi fa comodo; il metodo è scientifico, non c'è che dire. Caro professore, benvenuto nel club degli analfabeti funzionali, c'è sempre un luminare incontinente più a Nord di te.
I commenti a supporto della tesi si trasformano presto in tempesta sul Web. «Il morbo pressapochista ha infettato Burioni», scrive il sito TheSubmarine; «lo scetticismo alimenta razzismo e panico» vanno giù piatti gli adepti che la sanno lunga, vale a dire economisti renziani, finanzieri col pallottoliere, stuntmen della vita incattiviti dai social. Roberta Villa è costretta a cancellare il tweet come se fosse una voce dal sen fuggita e a spiegare in un altro intervento: «Una cosa, una, era importante anche per superare le paure nei confronti dei vaccini. Riconquistare la fiducia nelle evidenze scientifiche e nelle autorità sanitarie. E invece no: “Non ce la raccontano giusta, nascondono i dati, c'è un singolo studio che dice...". Ma perché?». L'effetto però è raggiunto e ha perfino qualcosa di biblico: il bullizzatore Burioni è stato bullizzato dai suoi seguaci.
La lite da ballatoio conferma che il tifo non è solo una malattia infettiva ma una perversione tollerabile soltanto in uno stadio. E Burioni, che sperava di rimanere dentro il perimetro del politicamente corretto interpretando le parole davvero rassicuranti del ministro della Salute, Roberto Speranza («Stiamo affrontando l'emergenza come se si trattasse di peste o colera»), si è ritrovato improvvisamente come Re Lear, solo e al freddo. Abbandonato dai follower e accusato di tradimento dalla setta degli adoratori dello Stato etico, che durante un'epidemia ti impone quando devi essere preoccupato e dove andare a cena per non sentirti un reprobo. «Bisogna affidarsi all'oggettività della Scienza», ti dicono i giusti. Dove pare che, anche se Nature non ne fa menzione, il loro parametro più oggettivo sia la buona causa.
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Un caso diagnosticato in Egitto. Si è concretizzata la paura degli scienziati: nel Continente nero i contagi sono difficili da contenere e l'escalation è probabile. Le navi delle Ong aumentano i rischi per il nostro Paese.Roberto Burioni, faro del medicalmente corretto, a epidemia scoppiata, ha detto chiaramente che l'unica è isolarsi. Apriti cielo, la sua stessa setta gli si è rivoltata contro accusandolo di oscurantismo. Ora che la crociata sui vaccini è vinta, il bastonatore non serve più.Lo speciale contiene due articoli. Il mal d'Africa da oggi non sarà più lo stesso. Covid-19 è arrivato in Egitto. La pandemia cinese ha colpito il primo paziente del Continente nero. A darne notizia è stato il ministero della Salute del Paese. Poche stringate righe per avvisare il mondo intero che l'epidemia ha trovato un nuovo, formidabile incubatore che rischia di rappresentare il detonatore di una esplosione virale molto più potente di quella - già fortissima - che è arrivata da Wuhan e che si è propagata in tutto il pianeta. E questo perché il coronavirus sarà libero di circolare e di attecchire in un continente di circa 1,2 miliardi di persone (di poco inferiore alla Cina) con un sistema sanitario del tutto impreparato ad affrontare i rigori dei protocolli di sicurezza e con strutture socio-economiche carenti e facili al contagio.Covid-19 in Africa è anche un tema di politica sanitaria internazionale perché investe il tema dei flussi migratori verso l'Europa e, soprattutto, verso l'Italia. Come si comporteranno, adesso, le Ong che sfrecciano nel mar Mediterraneo per portare frotte di disperati da una costa all'altra? Cambieranno modo di operare per la minaccia di traghettare possibili migranti infetti? Dal 5 febbraio ad oggi, secondo i dati del dipartimento della Protezione civile, in Italia sono stati controllati con i termoscanner e i termometri a pistola 1.037.225 passeggeri sbarcati in Italia con 9.046 voli internazionali. Nella sola giornata di ieri sono stati controllati 144.816 viaggiatori e 1.262 voli. Nel monitoraggio sono impegnati oltre 800 tra medici e volontari: il sistema di profilassi prevede l'impiego di squadre miste, composte da personale medico dell'Ufficio di sanità marittima aerea e di frontiera (Usmaf) e da volontari delle organizzazioni nazionali e regionali di protezione civile e della Croce rossa italiana, con il supporto dei presidi medici aeroportuali. Le organizzazioni non governative che tipo di garanzia possono offrire, anzitutto a quanti collaborano con loro, e poi a chi accoglierà i profughi? Adotteranno misure di prevenzione o si affideranno alla buona sorte? E soprattutto: quanto è compatibile con questo scenario il sistema delle Ong?Le autorità statali africane sono del tutto impreparate a gestire la complessa macchina degli aiuti e dei soccorsi. Basterebbe pensare che il governo ugandese ha affermato, proprio ieri, che è troppo costoso noleggiare un aereo per riportare a casa i circa 105 studenti bloccati a Wuhan. Secondo quanto riferiscono i media locali, ai ragazzi è stato già inviato del denaro. Una soluzione che in realtà non risolve nulla. Ieri il ministro della Sanità, Jane Ruth Aceng, ha dichiarato ai parlamentari che l'Uganda non ha conoscenze né una struttura specializzata per gestire l'epidemia, ma sarebbero stati stanziati 61.000 dollari per supportare gli studenti bloccati a Wuhan, anche se non è chiaro quanto riceverà ciascuno. Alcuni ragazzi si sono infatti lamentati perché stanno finendo soldi, cibo e mascherine, lanciando una campagna sui social media con l'hashtag #EvacuateUgandansInWuhan. Il governo di Kampala ha confermato inoltre che a più di 260 viaggiatori in arrivo dalla Cina, sia cinesi sia ugandesi, è stato chiesto di autoisolarsi per due settimane. La scorsa settimana, per di più, sono state messe in quarantena circa 100 persone arrivate dalla Cina all'aeroporto internazionale della città ugandese di Entebbe. Troppo poco per poter parlare di una seria politica di prevenzione. E questo senza considerare che il coronavirus avrebbe addirittura una capacità di diffusione superiore a quella stimata finora dall'Organizzazione mondiale della sanità: il numero di persone che possono essere contagiate da un soggetto infetto sarebbe pari a 3,28 (e non compreso tra 1,4 e 2,5 come ipotizzato finora). A sostenerlo è una revisione di 12 studi, pubblicata sul Journal of Travel Medicine dall'università di Umea in Svezia, l'Heidelberg Institute of Public Health in Germania e lo Xiamen University Tan Kah Kee College in Cina. «La nostra revisione dimostra che il coronavirus è trasmissibile almeno quanto il virus della Sars, e questo dice molto della serietà della situazione», ha dichiarato Joacim Rocklov dell'Università di Umea. Gli studi presi in esame stimano la crescita dell'epidemia sulla base dei casi di Covid-19 osservati in Cina e sulla base di modelli statistici e matematici. Se le prime ricerche indicavano una trasmissibilità del coronavirus relativamente bassa, in seguito questo valore è cresciuto rapidamente per stabilizzarsi intorno a 2-3 negli studi più recenti. «Guardando allo sviluppo dell'epidemia», ha aggiunto Rocklov, «la realtà sembra andare di pari passo o addirittura superare il valore massimo di crescita dell'epidemia dei nostri calcoli. Nonostante tutti gli interventi e le attività di controllo, il coronavirus si è già diffuso più di quanto non abbia fatto la Sars».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-virus-si-diffonde-anche-in-africa-da-adesso-litalia-corre-piu-pericoli-2645154024.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-nemesi-di-burioni-da-bullo-web-a-bullizzato" data-post-id="2645154024" data-published-at="1771888961" data-use-pagination="False"> La nemesi di Burioni: da bullo web a bullizzato Il coronavairus (come lo chiama Luigi Di Maio, che ha studiato a Cambridge) non deve preoccupare. L'importante è riempire i ristoranti cinesi e considerare analfabeti senza speranza coloro che preferiscono gli spaghetti al sugo cucinati in casa. E chi la pensa in modo diverso? Ovviamente è un minus habens, un bieco sovranista da sciogliere nell'acido del disprezzo. Per una sorta di nemesi purificatrice, a questa regola non è sfuggito neppure Roberto Burioni, il re social dei divulgatori scientifici, il pontefice massimo dei vaccini anche per i calli, che in questi giorni è al centro di una congiura di palazzo a colpi di provetta. L'infallibile medico con il ciuffo da Elvis Presley ha fatto una scoperta sconvolgente: c'è qualcuno più integralista di lui. Tutto è cominciato da un suo tweet di puro buonsenso: «Capisco benissimo che è una banalità, ma in mancanza di farmaci e vaccino in grado di rallentare l'infezione, l'unica arma per bloccare l'epidemia e sperare di vincere questo virus è l'isolamento». Come dire alla Max Catalano che «il fumo fa male e se ti tuffi in mare ti bagni». Acqua fresca a tal punto che Marco Travaglio gli ha risposto: «Per fortuna ci sono scienziati come lei sennò non ci arrivava nessuno». Sbagliato, vergogna, cavernicoli, fascisti. Subito si è scatenata l'indignazione degli ayatollah del conformismo progressista, indignati per la conseguenza di un simile consiglio: l'isolamento delle comunità cinesi, lo spreco di involtini primavera, lo strappo al concetto di fratellanza benedetto da papa Francesco e sancito in salsa democristiana da Sergio Mattarella circondato dai bambini. Contro la massima allerta si è scagliata Roberta Villa, medico e giornalista, collaboratrice di lungo corso delle pagine di salute del Corriere della Sera. Mentre il mondo intero (dall'Onu all'Organizzazione mondiale della sanità, dall'Europa agli scienziati in prima linea) è ancora diffidente rispetto alle opacità cinesi sulle reali conseguenze dell'agente patogeno, lei twitta riferendosi a Burioni: «Quando usava gli stessi metodi dogmatici e antiscientifici sui vaccini lo sostenevano tutti perché era per una buona causa. Ora però tocca agli altri, istituzioni in primis, raccogliere i cocci dei danni che sta facendo con il suo disinformation storm». Scaricato come un terrapiattista dunque, via la patente. Per la verità questa è una shitstorm, demolisce un'icona pop, e il Napoleone dei batteri se la merita. Chi la fa l'aspetti. Ma ad apparire singolare e ambiguo è il ragionamento che sta dietro la critica. Finché faceva il pasdaran funzionale a «una buona causa» Burioni poteva sbandierare dogmi e insultare chiunque. Al contrario, ora che non sta dentro il recinto della correctness da convegno di Riza Psicosomatica, farebbe solo danni. Sei un mito quando mi fa comodo; il metodo è scientifico, non c'è che dire. Caro professore, benvenuto nel club degli analfabeti funzionali, c'è sempre un luminare incontinente più a Nord di te. I commenti a supporto della tesi si trasformano presto in tempesta sul Web. «Il morbo pressapochista ha infettato Burioni», scrive il sito TheSubmarine; «lo scetticismo alimenta razzismo e panico» vanno giù piatti gli adepti che la sanno lunga, vale a dire economisti renziani, finanzieri col pallottoliere, stuntmen della vita incattiviti dai social. Roberta Villa è costretta a cancellare il tweet come se fosse una voce dal sen fuggita e a spiegare in un altro intervento: «Una cosa, una, era importante anche per superare le paure nei confronti dei vaccini. Riconquistare la fiducia nelle evidenze scientifiche e nelle autorità sanitarie. E invece no: “Non ce la raccontano giusta, nascondono i dati, c'è un singolo studio che dice...". Ma perché?». L'effetto però è raggiunto e ha perfino qualcosa di biblico: il bullizzatore Burioni è stato bullizzato dai suoi seguaci. La lite da ballatoio conferma che il tifo non è solo una malattia infettiva ma una perversione tollerabile soltanto in uno stadio. E Burioni, che sperava di rimanere dentro il perimetro del politicamente corretto interpretando le parole davvero rassicuranti del ministro della Salute, Roberto Speranza («Stiamo affrontando l'emergenza come se si trattasse di peste o colera»), si è ritrovato improvvisamente come Re Lear, solo e al freddo. Abbandonato dai follower e accusato di tradimento dalla setta degli adoratori dello Stato etico, che durante un'epidemia ti impone quando devi essere preoccupato e dove andare a cena per non sentirti un reprobo. «Bisogna affidarsi all'oggettività della Scienza», ti dicono i giusti. Dove pare che, anche se Nature non ne fa menzione, il loro parametro più oggettivo sia la buona causa.
iStock
Esempio. L’interista grida al compagno opposto di tifo: «Sporco milanista!», accusandolo di essere negativo in quanto milanista e l’essere milanista è talmente negativo da necessitare di un rafforzativo negativo, che può essere «brutto», «disgraziato», «infame», «vigliacco» e così via, fino a «sporco». La sporcizia emblematizza la negatività tanto quanto la bruttezza estetica, le tribolazioni esistenziali, l’attitudine a fare la spia, la viltà e quindi, agli occhi dell’interista, essere milanista è una colpa tanto grave da poter essere rafforzata da un ulteriore stigma accusatorio. Anche la spiegazione della combinazione «sporco» più «caratteristica odiata» non univoca, ma doppia, regge. Il doppio insulto, scollegato rispetto al precedente, «Sei sporco e milanista», comunque si basa sull’attribuzione di un giudizio morale negativo all’essere sporco e, anche se solo simbolica, di un valore negativo ovvero un disvalore al portatore di sporcizia. Insomma, è più che assodato: se volete offendere qualcuno dategli dello sporco, simbolico o reale. Essere tacciati di pulizia, invece, vuol dire essere puri: «Your clothes are clean and your mind is productive» cantava Paul Weller con gli Style Council in quella che è - faremo una confessione pulita - una delle canzoni d’amore preferite di chi scrive, Speak like a child. Ancora, «Hai il cuore pulito come appena nevicato» cantava Eugenio Finardi nella canzone Patrizia. I proverbi traboccano di trionfi della pulizia: «Chi è pulito è bello», non sempre è vero, è pieno il mondo di racchioni puliti, tuttavia si può pensare che anche se non sono belli da guardare sono, almeno, puliti. Un altro: «La pulizia costa poco e molto vale»: verissimo. Un altro ancora: «Non importa che l’abito sia fino, purché sia pulito». Qui concordiamo: un brutto vestito pulito è certamente migliore di uno bello ma sporco.
Ci sono però dei casi in cui il polo positivo rappresentato dal pulito porta con sé qualcosa di negativo. Accade quando l’esercizio della pulizia non è virtuoso come sarebbe se fosse equilibrato, ma è un’attività ansiosa e ossessiva determinata dalla nevrosi di cui si è lievemente o del tutto ammalati. Dopo che la tv inglese ha dedicato loro un programma tv che in lingua originale si intitolava Obsessive Compulsive Cleaners e che in Italia è stato tradotto come Malati di pulito, li conosciamo popolarmente con questa denominazione. Da un punto di vista psichiatrico, il termine tecnico non è però «malati di pulito», che fa il verso ad altre frasi costruite sulla specificazione dell’oggetto della mania come, per esempio, «morti di fama» per intendere, un po’ simpaticamente, quelli che per arrivare al successo venderebbero anche la madre. I rupofobici soffrono molto, da un certo punto di vista, e no, non sono persone bizzarre che come una ha la passione degli scacchi, be‘ quelli ce l’hanno dei mocio lavapavimenti. No. Quelli sono semplici appassionati pulitori. I veri e propri rupofobici sono sofferenti portatori di una sorta di condanna, di una coazione a ripetere una prassi «igienizzante» che non basta mai e che il giorno dopo ricomincerà di nuovo. Sono i Sisifo del disinfettante: ogni giorno maneggiano la pezzetta imbibita di detergente per pulire con tutte le loro forze per poi... ricominciare uguale il giorno dopo. E quello dopo ancora e così via, sempre uguale, per l’eternità. A meno che un trattamento psicoterapeutico non interrompa il ciclo. Ciò che li guida, infatti, a pulire come instancabili ossessionati non è l’effettiva ed oggettiva condizione igienica di, per esempio, la casa. Il rupofobico non pulisce i pavimenti una volta a settimana, è capace di pulirli una volta ogni ora. O del proprio corpo. Il rupofobico non si lava le mani dopo essere andato in bagno, se le lava anche più volte di continuo, continuamente, per tranquillizzarsi, non perché le abbia davvero sporche. La parola rupofobia deriva dall’unione della parola greca rùpos che vuol dire sporcizia, sudiciume e fobia da phobos che significa paura. Attualmente la rupofobia è considerata da alcuni un disturbo d’ansia, da altri un disturbo ossessivo compulsivo. Va detto che alcuni considerano tutti i disturbi ossessivo compulsivi forme d’ansia e altri no, li considerano questioni psicopatologiche diverse. I gradi di afflizione di questa fobia possono essere diversi e andare da una leggera ansia all’idea di toccare qualcosa di sporco al disagio che porta a pensare continuamente allo sporco e a come evitarlo. Nel caso della «semplice» ansia, non si pensa continuamente allo sporco e l’ansia sopraggiunge solo se ci si trova in una situazione non percepita come igienica. Oppure, nella vita quotidiana che naturalmente contempla anche un rapporto continuo con la pulizia propria, della propria casa e, in generale, dei luoghi frequentati fuori casa, si opta sempre per azioni di controllo dell’eventuale sporco: si va dal lavarsi ben bene e con compiacimento le mani quando necessario all’evitare con compiacimento che tranquillizza ed evita l’ansia di bere il caffè nelle tazzine del bar chiedendolo in bicchiere usa e getta, dallo sgridare la persona che prende la frutta e la verdura al supermercato senza guanti come se stesse facendo chissà che di chissà quanto grave all’evitare di toccare cani o gatti considerandoli fonti di sporcizia, dall’iniziare a pulire appena arrivati a casa dal lavoro con una dedizione e un vigore eccessivi al non sopportare l’idea di accumulare i piatti durante una cena con ospiti e dunque all’andare a lavarli, abbandonando la tavola, dopo ogni portata, dal costringere tutti gli abitanti della casa, per primi sé stessi, a lasciare le scarpe fuori per «igiene» all’evitare di andare al ristorante perché nessuno lì impone ai clienti di togliersele e quel pavimento è una miniera a cielo aperto di sozzume. Si parla, insomma, sempre di eccessiva attenzione a non «sporcarsi», a non sporcare, a non trovarsi in mezzo allo sporco, a non far vivere a lungo lo sporco se crearlo è inevitabile, ma comunque non siamo ancora nel campo dell’ossessione, quanto piuttosto in quello del controllo, non simpatico nemmeno questo, ma comunque un filo meno disagevole, per sé e per gli altri, del disturbo ossessivo compulsivo. L’idea di controllare lo sporco che ci può essere addosso e intorno a noi, respingendolo con vigore e compiacimento ci identifica e tranquillizza il rupofobico ansioso.
Nel caso del disturbo ossessivo compulsivo, invece, la paura irrazionale dello sporco diventa un’ossessione. Il rupofobico ossessivo è un ossessivo-compulsivo la cui ossessione è la sporcizia e la cui compulsione è pulire e pulire e pulire per allontanare l’ossessione. Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo psicopatologico cronico e invalidante che si configura come una incontrollata manifestazione nella mente di chi ne soffre di ossessioni e conseguenti compulsioni percepite da chi soffre di Doc, questo l’acronimo, come unica possibilità risolutiva (ovviamente così non è, anzi è più o meno il contrario). Le ossessioni sono pensieri e impulsi involontari, che procurano disagio a chi le vive nella sua mente. Le compulsioni, complementari alle ossessioni, non sono pensieri ma azioni percepite come idonee a evitare che si presenti o almeno a diminuire o eliminare l’angoscia derivante dalle ossessioni. In tutti i casi, comunque, sia che si manifesti con ansia, sia che si palesi come un disturbo ossessivo compulsivo, la rupofobia è una paura irrazionale e patologica dello sporco. Il rupofobico può avere attacchi di ansia e attacchi di panico anche solo pensando allo sporco e si calma pulendo. Il rupofobico può evitare i luoghi molto frequentati, dal bar alla spiaggia passando per i mezzi pubblici, perché disgustato dall’idea di stanziare in luoghi non puliti come vorrebbe lui. Può creare rituali di pulizia e di difesa dallo sporco, non solo in casa, lavando continuamente sé stesso e gli ambienti domestici, ma può esportarli anche fuori di casa. Si pensi a chi, dopo il Covid, andava in giro con guanti e masherine, anche doppi, anche guidando in auto da solo. Un equilibrato rifiuto dello sporco è corretto, un’esagerazione cela un problema.
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Thea Louise Stjernesund e Sara Hector omaggiano Federica Brignone dopo la prova dello slalom gigante femminile (Getty Images)
Si sono concluse ieri, con la maestosa cerimonia dell'Arena di Verona, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un successo per l'Italia sotto tutti i punti di vista: non solo sportivo, con il quarto posto nel medagliere e ogni record precedente spazzato via, ma anche logistico, organizzativo, economico e se vogliamo anche politico. Ma è stata soprattutto l'Olimpiade degli atleti, delle imprese, delle gioie e, talvolta, dei dolori. Dei gesti di fairplay e delle storie dietro ogni medaglia. Momenti indimenticabili che rimangono nella storia.
Tra i fotogrammi più belli lasciati in eredità da Milano-Cortina 2026, impossibile non cominciare da Federica Brignone. La Tigre di La Salle si è presentata a questi Giochi con mille incognite, dubbi e preoccupazioni legate alle sue condizioni fisiche, dopo il grave infortunio subito il 3 aprile 2025 - a meno di un anno dall'appuntamento a cinque cerchi - durante una gara di gigante ai campionati italiani Assoluti all'Alpe Lusia nelle Dolomiti. Quel giorno la diagnosi fu tremenda: frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone della gamba sinistra con rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Le lacrime, l'operazione, la riabilitazione, un secondo intervento e il tempo che scorreva inesorabilmente come un countdown verso l'inizio dell'Olimpiade casalinga, quella che ogni atleta sogna di vivere da protagonista, a maggior ragione se coltiva legittime ambizioni di medaglia per pedigree e talento. Quel talento unito alla tenacia e alla fiducia in se stessa, ma anche alla pazienza e a un'incredibile forza mentale, che hanno permesso a Federica Brignone non solo di presentarsi ai blocchi di partenza di Milano-Cortina, ma anche di farlo da assoluta regina delle nevi, con i due magnifici ori conquistati nello slalom gigante e nel supergigante di quella domenica 15 febbraio che entra di diritto nella storia dello sport azzurro.
Un po' come era successo nel 2021, quando il 1° agosto, anche quel giorno era domenica, ai Giochi di Tokyo arrivarono nel giro di 16 minuti le due incredibili medaglie d'oro vinte da Gianmarco Tamberi nel salto in alto e da Marcell Jacobs nei 100 metri. Otto giorni fa, invece, a Milano-Cortina è andata esattamente così: alle 14.28 Federica Brignone conquista il secondo oro della sua Olimpiade. Alle 14:59 la coppia dello snowboard cross formata da Michela Moioli e Lorenzo Sommariva vince l'argento. Alle 15:15 una leggendaria Lisa Vittozzi sale sul gradino più alto del podio nell'inseguimento del biathlon. 47 minuti di pura adrenalina e goduria sportiva per i nostri colori.
A proposito del biathlon, dalla disciplina che riunisce lo sci di fondo con il tiro a segno con la carabina, è arrivato uno dei momenti più belli e apprezzati, caratterizzato da un enorme gesto di fairplay. Durante una prova che vedeva impegnata proprio Lisa Vittozzi, l'avversaria francese Julia Simon ha perso un bastoncino e dargliene uno di scorta è stato proprio il coach azzurro a bordo pista. E che dire dell'arrivo fianco a fianco, tra gli applausi, ad Anterselva di due colossi biathlon come l'italiana Dorothea Wierer e la tedesca Franziska Preuss, giunte all'ultima danza sulla neve. Sempre nell'inseguimento del biathlon, ma al maschile, toccante ed emozionate è stato il momento in cui il francese Emilien Jacquelin, dopo aver tagliato il traguardo al terzo posto e aver conquistato la medaglia di bronzo, ha dedicato il successo a Marco Pantani indicando l'orecchino che gli era stato regalato dalla mamma del Pirata e la bandana che porta in segno di omaggio al ciclista scomparso nel 2004. Nella mass start, invece, scena pazzesca quella che ci hanno regalato l'italiano Nicola Romanin, il francese Fabien Claude e l'americano Campbell Wright. Questi ultimi due, fuori dalla zona medaglia e nelle ultime posizioni, si fermano a pochi metri dal traguardo per aspettare l'azzurro. I tre si allineano, confabulano un paio di secondi e danno vita a uno sprint con una volata sul rettilineo finale per evitare l'ultima posizione.
Fabien Claude del Team Francia, Nicola Romanin del Team Italia e Campbell Wright del Team Stati Uniti in cammino verso il traguardo ad Anterselva (Getty Images)
Tra le emozioni intense vissute a Milano-Cortina c'è senz'altro quella vissuta da Federico Tomasoni che dopo l'argento conquistata a Livigno nello ski cross ha mostrato il sole disegnato sul suo casco e dedicato la medaglia a Matilde Lorenzi, la sua fidanzata scomparsa il 28 ottobre 2024 dopo una terribile caduta sugli sci.
Storie di sport che si intrecciano a momenti di vita che ognuno di noi può sentire più o meno vicino e farci vivere l'evento oltre la pura competizione sportiva. Come per esempio il primo oro nella storia dei Giochi invernali per il Brasile conquistato da Lucas Braathen e l'emozione dello sciatore appena finita la gara nella telefonata in vivavoce con una leggenda mondiale di questo sport come Alberto Tomba che si congratula e lui che si commuove. Nello sport, il momento che separa un'atleta da un trionfo a una sconfitta può essere invisibile, incalcolabile, ed è quel preciso istante in cui si realizza di non avercela fatta. È quanto è accaduto ad Atle Lei MCGrath. Lo sciatore norvegese, nella prima manche dello slalom maschile, si trovava a condurre in testa davanti a tutti. Aveva la medaglia d'oro praticamente in pugno. Poi sul più bello si è trovato a fare i conti con un errore che gli è costato quattro anni di duro lavoro e sacrifici: l'inforcata, l'uscita fuori pista e il sogno che svanisce mentre tutto il mondo ti osserva e una reazione tanto impulsiva quanto significativa: l'urlo, il lancio al cielo dei bastoncini, i parastinchi slacciati e la camminata solitaria veso il bosco per trovare un rifugio lontano dalle telecamere e fare i conti con se stesso. «Volevo prendermi un po' di tempo per me» - ha raccontato dopo la gara - «Non conosco nessun altro sport in cui ci sia una distanza così breve tra la cosa più bella che puoi realizzare e la cosa peggiore che puoi vivere». Lo stesso ha vissuto il fenomeno mondiale del pattinaggio artistico, Ilia Malinin. L'americano di origini uzbeke, si era presentato come favorito assoluto ma nella finale olimpica non ha performato come avrebbe potuto e voluto e ha chiuso con un deludente e inaspettato ottavo posto. Un flop che lo straordinario pubblico del Forum di Assago ha saputo mitigare con una calorosa standing ovation durante l'esibizione al Galà del 21 febbraio e a cui il fenomeno del salto quadruplo ha risposto con le lacrime. Emozionante anche la vittoria di Elana Meyers-Taylor che alla quinta partecipazione ai Giochi e all'età di 41 anni ha vinto la medaglia d'oro nel mono-bob e ha festeggiato abbracciando i suoi due bimbi, nati entrambi sordi prematuri e uno con la sindrome di Down, ai quali ha comunicato attraverso il linguaggio dei segni la frase: «La mamma ha vinto».
Tra i momenti più divertenti e suggestivi nell'album dei ricordi di Milano-Cortina 2026 va inserito senza alcun dubbio Nazgul. Il bellissimo cane lupo che ha invaso la pista di Tesero durante la gara di qualificazioni dello sprint femminile a squadre e ha tagliato il traguardo davanti agli sguardi increduli e divertiti degli spettatori e delle atlete.
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