True
2020-02-15
Il Coronavirus è in Africa: chiudete i porti
Ansa
Il mal d'Africa da oggi non sarà più lo stesso. Covid-19 è arrivato in Egitto. La pandemia cinese ha colpito il primo paziente del Continente nero. A darne notizia è stato il ministero della Salute del Paese. Poche stringate righe per avvisare il mondo intero che l'epidemia ha trovato un nuovo, formidabile incubatore che rischia di rappresentare il detonatore di una esplosione virale molto più potente di quella - già fortissima - che è arrivata da Wuhan e che si è propagata in tutto il pianeta. E questo perché il coronavirus sarà libero di circolare e di attecchire in un continente di circa 1,2 miliardi di persone (di poco inferiore alla Cina) con un sistema sanitario del tutto impreparato ad affrontare i rigori dei protocolli di sicurezza e con strutture socio-economiche carenti e facili al contagio.
Covid-19 in Africa è anche un tema di politica sanitaria internazionale perché investe il tema dei flussi migratori verso l'Europa e, soprattutto, verso l'Italia. Come si comporteranno, adesso, le Ong che sfrecciano nel mar Mediterraneo per portare frotte di disperati da una costa all'altra? Cambieranno modo di operare per la minaccia di traghettare possibili migranti infetti?
Dal 5 febbraio ad oggi, secondo i dati del dipartimento della Protezione civile, in Italia sono stati controllati con i termoscanner e i termometri a pistola 1.037.225 passeggeri sbarcati in Italia con 9.046 voli internazionali. Nella sola giornata di ieri sono stati controllati 144.816 viaggiatori e 1.262 voli. Nel monitoraggio sono impegnati oltre 800 tra medici e volontari: il sistema di profilassi prevede l'impiego di squadre miste, composte da personale medico dell'Ufficio di sanità marittima aerea e di frontiera (Usmaf) e da volontari delle organizzazioni nazionali e regionali di protezione civile e della Croce rossa italiana, con il supporto dei presidi medici aeroportuali. Le organizzazioni non governative che tipo di garanzia possono offrire, anzitutto a quanti collaborano con loro, e poi a chi accoglierà i profughi? Adotteranno misure di prevenzione o si affideranno alla buona sorte? E soprattutto: quanto è compatibile con questo scenario il sistema delle Ong?
Le autorità statali africane sono del tutto impreparate a gestire la complessa macchina degli aiuti e dei soccorsi. Basterebbe pensare che il governo ugandese ha affermato, proprio ieri, che è troppo costoso noleggiare un aereo per riportare a casa i circa 105 studenti bloccati a Wuhan. Secondo quanto riferiscono i media locali, ai ragazzi è stato già inviato del denaro. Una soluzione che in realtà non risolve nulla. Ieri il ministro della Sanità, Jane Ruth Aceng, ha dichiarato ai parlamentari che l'Uganda non ha conoscenze né una struttura specializzata per gestire l'epidemia, ma sarebbero stati stanziati 61.000 dollari per supportare gli studenti bloccati a Wuhan, anche se non è chiaro quanto riceverà ciascuno. Alcuni ragazzi si sono infatti lamentati perché stanno finendo soldi, cibo e mascherine, lanciando una campagna sui social media con l'hashtag #EvacuateUgandansInWuhan. Il governo di Kampala ha confermato inoltre che a più di 260 viaggiatori in arrivo dalla Cina, sia cinesi sia ugandesi, è stato chiesto di autoisolarsi per due settimane. La scorsa settimana, per di più, sono state messe in quarantena circa 100 persone arrivate dalla Cina all'aeroporto internazionale della città ugandese di Entebbe. Troppo poco per poter parlare di una seria politica di prevenzione. E questo senza considerare che il coronavirus avrebbe addirittura una capacità di diffusione superiore a quella stimata finora dall'Organizzazione mondiale della sanità: il numero di persone che possono essere contagiate da un soggetto infetto sarebbe pari a 3,28 (e non compreso tra 1,4 e 2,5 come ipotizzato finora). A sostenerlo è una revisione di 12 studi, pubblicata sul Journal of Travel Medicine dall'università di Umea in Svezia, l'Heidelberg Institute of Public Health in Germania e lo Xiamen University Tan Kah Kee College in Cina. «La nostra revisione dimostra che il coronavirus è trasmissibile almeno quanto il virus della Sars, e questo dice molto della serietà della situazione», ha dichiarato Joacim Rocklov dell'Università di Umea. Gli studi presi in esame stimano la crescita dell'epidemia sulla base dei casi di Covid-19 osservati in Cina e sulla base di modelli statistici e matematici. Se le prime ricerche indicavano una trasmissibilità del coronavirus relativamente bassa, in seguito questo valore è cresciuto rapidamente per stabilizzarsi intorno a 2-3 negli studi più recenti. «Guardando allo sviluppo dell'epidemia», ha aggiunto Rocklov, «la realtà sembra andare di pari passo o addirittura superare il valore massimo di crescita dell'epidemia dei nostri calcoli. Nonostante tutti gli interventi e le attività di controllo, il coronavirus si è già diffuso più di quanto non abbia fatto la Sars».
La nemesi di Burioni: da bullo web a bullizzato
Il coronavairus (come lo chiama Luigi Di Maio, che ha studiato a Cambridge) non deve preoccupare. L'importante è riempire i ristoranti cinesi e considerare analfabeti senza speranza coloro che preferiscono gli spaghetti al sugo cucinati in casa. E chi la pensa in modo diverso? Ovviamente è un minus habens, un bieco sovranista da sciogliere nell'acido del disprezzo.
Per una sorta di nemesi purificatrice, a questa regola non è sfuggito neppure Roberto Burioni, il re social dei divulgatori scientifici, il pontefice massimo dei vaccini anche per i calli, che in questi giorni è al centro di una congiura di palazzo a colpi di provetta. L'infallibile medico con il ciuffo da Elvis Presley ha fatto una scoperta sconvolgente: c'è qualcuno più integralista di lui. Tutto è cominciato da un suo tweet di puro buonsenso: «Capisco benissimo che è una banalità, ma in mancanza di farmaci e vaccino in grado di rallentare l'infezione, l'unica arma per bloccare l'epidemia e sperare di vincere questo virus è l'isolamento». Come dire alla Max Catalano che «il fumo fa male e se ti tuffi in mare ti bagni». Acqua fresca a tal punto che Marco Travaglio gli ha risposto: «Per fortuna ci sono scienziati come lei sennò non ci arrivava nessuno».
Sbagliato, vergogna, cavernicoli, fascisti. Subito si è scatenata l'indignazione degli ayatollah del conformismo progressista, indignati per la conseguenza di un simile consiglio: l'isolamento delle comunità cinesi, lo spreco di involtini primavera, lo strappo al concetto di fratellanza benedetto da papa Francesco e sancito in salsa democristiana da Sergio Mattarella circondato dai bambini. Contro la massima allerta si è scagliata Roberta Villa, medico e giornalista, collaboratrice di lungo corso delle pagine di salute del Corriere della Sera. Mentre il mondo intero (dall'Onu all'Organizzazione mondiale della sanità, dall'Europa agli scienziati in prima linea) è ancora diffidente rispetto alle opacità cinesi sulle reali conseguenze dell'agente patogeno, lei twitta riferendosi a Burioni: «Quando usava gli stessi metodi dogmatici e antiscientifici sui vaccini lo sostenevano tutti perché era per una buona causa. Ora però tocca agli altri, istituzioni in primis, raccogliere i cocci dei danni che sta facendo con il suo disinformation storm».
Scaricato come un terrapiattista dunque, via la patente. Per la verità questa è una shitstorm, demolisce un'icona pop, e il Napoleone dei batteri se la merita. Chi la fa l'aspetti. Ma ad apparire singolare e ambiguo è il ragionamento che sta dietro la critica. Finché faceva il pasdaran funzionale a «una buona causa» Burioni poteva sbandierare dogmi e insultare chiunque. Al contrario, ora che non sta dentro il recinto della correctness da convegno di Riza Psicosomatica, farebbe solo danni. Sei un mito quando mi fa comodo; il metodo è scientifico, non c'è che dire. Caro professore, benvenuto nel club degli analfabeti funzionali, c'è sempre un luminare incontinente più a Nord di te.
I commenti a supporto della tesi si trasformano presto in tempesta sul Web. «Il morbo pressapochista ha infettato Burioni», scrive il sito TheSubmarine; «lo scetticismo alimenta razzismo e panico» vanno giù piatti gli adepti che la sanno lunga, vale a dire economisti renziani, finanzieri col pallottoliere, stuntmen della vita incattiviti dai social. Roberta Villa è costretta a cancellare il tweet come se fosse una voce dal sen fuggita e a spiegare in un altro intervento: «Una cosa, una, era importante anche per superare le paure nei confronti dei vaccini. Riconquistare la fiducia nelle evidenze scientifiche e nelle autorità sanitarie. E invece no: “Non ce la raccontano giusta, nascondono i dati, c'è un singolo studio che dice...". Ma perché?». L'effetto però è raggiunto e ha perfino qualcosa di biblico: il bullizzatore Burioni è stato bullizzato dai suoi seguaci.
La lite da ballatoio conferma che il tifo non è solo una malattia infettiva ma una perversione tollerabile soltanto in uno stadio. E Burioni, che sperava di rimanere dentro il perimetro del politicamente corretto interpretando le parole davvero rassicuranti del ministro della Salute, Roberto Speranza («Stiamo affrontando l'emergenza come se si trattasse di peste o colera»), si è ritrovato improvvisamente come Re Lear, solo e al freddo. Abbandonato dai follower e accusato di tradimento dalla setta degli adoratori dello Stato etico, che durante un'epidemia ti impone quando devi essere preoccupato e dove andare a cena per non sentirti un reprobo. «Bisogna affidarsi all'oggettività della Scienza», ti dicono i giusti. Dove pare che, anche se Nature non ne fa menzione, il loro parametro più oggettivo sia la buona causa.
Continua a leggereRiduci
Un caso diagnosticato in Egitto. Si è concretizzata la paura degli scienziati: nel Continente nero i contagi sono difficili da contenere e l'escalation è probabile. Le navi delle Ong aumentano i rischi per il nostro Paese.Roberto Burioni, faro del medicalmente corretto, a epidemia scoppiata, ha detto chiaramente che l'unica è isolarsi. Apriti cielo, la sua stessa setta gli si è rivoltata contro accusandolo di oscurantismo. Ora che la crociata sui vaccini è vinta, il bastonatore non serve più.Lo speciale contiene due articoli. Il mal d'Africa da oggi non sarà più lo stesso. Covid-19 è arrivato in Egitto. La pandemia cinese ha colpito il primo paziente del Continente nero. A darne notizia è stato il ministero della Salute del Paese. Poche stringate righe per avvisare il mondo intero che l'epidemia ha trovato un nuovo, formidabile incubatore che rischia di rappresentare il detonatore di una esplosione virale molto più potente di quella - già fortissima - che è arrivata da Wuhan e che si è propagata in tutto il pianeta. E questo perché il coronavirus sarà libero di circolare e di attecchire in un continente di circa 1,2 miliardi di persone (di poco inferiore alla Cina) con un sistema sanitario del tutto impreparato ad affrontare i rigori dei protocolli di sicurezza e con strutture socio-economiche carenti e facili al contagio.Covid-19 in Africa è anche un tema di politica sanitaria internazionale perché investe il tema dei flussi migratori verso l'Europa e, soprattutto, verso l'Italia. Come si comporteranno, adesso, le Ong che sfrecciano nel mar Mediterraneo per portare frotte di disperati da una costa all'altra? Cambieranno modo di operare per la minaccia di traghettare possibili migranti infetti? Dal 5 febbraio ad oggi, secondo i dati del dipartimento della Protezione civile, in Italia sono stati controllati con i termoscanner e i termometri a pistola 1.037.225 passeggeri sbarcati in Italia con 9.046 voli internazionali. Nella sola giornata di ieri sono stati controllati 144.816 viaggiatori e 1.262 voli. Nel monitoraggio sono impegnati oltre 800 tra medici e volontari: il sistema di profilassi prevede l'impiego di squadre miste, composte da personale medico dell'Ufficio di sanità marittima aerea e di frontiera (Usmaf) e da volontari delle organizzazioni nazionali e regionali di protezione civile e della Croce rossa italiana, con il supporto dei presidi medici aeroportuali. Le organizzazioni non governative che tipo di garanzia possono offrire, anzitutto a quanti collaborano con loro, e poi a chi accoglierà i profughi? Adotteranno misure di prevenzione o si affideranno alla buona sorte? E soprattutto: quanto è compatibile con questo scenario il sistema delle Ong?Le autorità statali africane sono del tutto impreparate a gestire la complessa macchina degli aiuti e dei soccorsi. Basterebbe pensare che il governo ugandese ha affermato, proprio ieri, che è troppo costoso noleggiare un aereo per riportare a casa i circa 105 studenti bloccati a Wuhan. Secondo quanto riferiscono i media locali, ai ragazzi è stato già inviato del denaro. Una soluzione che in realtà non risolve nulla. Ieri il ministro della Sanità, Jane Ruth Aceng, ha dichiarato ai parlamentari che l'Uganda non ha conoscenze né una struttura specializzata per gestire l'epidemia, ma sarebbero stati stanziati 61.000 dollari per supportare gli studenti bloccati a Wuhan, anche se non è chiaro quanto riceverà ciascuno. Alcuni ragazzi si sono infatti lamentati perché stanno finendo soldi, cibo e mascherine, lanciando una campagna sui social media con l'hashtag #EvacuateUgandansInWuhan. Il governo di Kampala ha confermato inoltre che a più di 260 viaggiatori in arrivo dalla Cina, sia cinesi sia ugandesi, è stato chiesto di autoisolarsi per due settimane. La scorsa settimana, per di più, sono state messe in quarantena circa 100 persone arrivate dalla Cina all'aeroporto internazionale della città ugandese di Entebbe. Troppo poco per poter parlare di una seria politica di prevenzione. E questo senza considerare che il coronavirus avrebbe addirittura una capacità di diffusione superiore a quella stimata finora dall'Organizzazione mondiale della sanità: il numero di persone che possono essere contagiate da un soggetto infetto sarebbe pari a 3,28 (e non compreso tra 1,4 e 2,5 come ipotizzato finora). A sostenerlo è una revisione di 12 studi, pubblicata sul Journal of Travel Medicine dall'università di Umea in Svezia, l'Heidelberg Institute of Public Health in Germania e lo Xiamen University Tan Kah Kee College in Cina. «La nostra revisione dimostra che il coronavirus è trasmissibile almeno quanto il virus della Sars, e questo dice molto della serietà della situazione», ha dichiarato Joacim Rocklov dell'Università di Umea. Gli studi presi in esame stimano la crescita dell'epidemia sulla base dei casi di Covid-19 osservati in Cina e sulla base di modelli statistici e matematici. Se le prime ricerche indicavano una trasmissibilità del coronavirus relativamente bassa, in seguito questo valore è cresciuto rapidamente per stabilizzarsi intorno a 2-3 negli studi più recenti. «Guardando allo sviluppo dell'epidemia», ha aggiunto Rocklov, «la realtà sembra andare di pari passo o addirittura superare il valore massimo di crescita dell'epidemia dei nostri calcoli. Nonostante tutti gli interventi e le attività di controllo, il coronavirus si è già diffuso più di quanto non abbia fatto la Sars».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-virus-si-diffonde-anche-in-africa-da-adesso-litalia-corre-piu-pericoli-2645154024.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-nemesi-di-burioni-da-bullo-web-a-bullizzato" data-post-id="2645154024" data-published-at="1771366986" data-use-pagination="False"> La nemesi di Burioni: da bullo web a bullizzato Il coronavairus (come lo chiama Luigi Di Maio, che ha studiato a Cambridge) non deve preoccupare. L'importante è riempire i ristoranti cinesi e considerare analfabeti senza speranza coloro che preferiscono gli spaghetti al sugo cucinati in casa. E chi la pensa in modo diverso? Ovviamente è un minus habens, un bieco sovranista da sciogliere nell'acido del disprezzo. Per una sorta di nemesi purificatrice, a questa regola non è sfuggito neppure Roberto Burioni, il re social dei divulgatori scientifici, il pontefice massimo dei vaccini anche per i calli, che in questi giorni è al centro di una congiura di palazzo a colpi di provetta. L'infallibile medico con il ciuffo da Elvis Presley ha fatto una scoperta sconvolgente: c'è qualcuno più integralista di lui. Tutto è cominciato da un suo tweet di puro buonsenso: «Capisco benissimo che è una banalità, ma in mancanza di farmaci e vaccino in grado di rallentare l'infezione, l'unica arma per bloccare l'epidemia e sperare di vincere questo virus è l'isolamento». Come dire alla Max Catalano che «il fumo fa male e se ti tuffi in mare ti bagni». Acqua fresca a tal punto che Marco Travaglio gli ha risposto: «Per fortuna ci sono scienziati come lei sennò non ci arrivava nessuno». Sbagliato, vergogna, cavernicoli, fascisti. Subito si è scatenata l'indignazione degli ayatollah del conformismo progressista, indignati per la conseguenza di un simile consiglio: l'isolamento delle comunità cinesi, lo spreco di involtini primavera, lo strappo al concetto di fratellanza benedetto da papa Francesco e sancito in salsa democristiana da Sergio Mattarella circondato dai bambini. Contro la massima allerta si è scagliata Roberta Villa, medico e giornalista, collaboratrice di lungo corso delle pagine di salute del Corriere della Sera. Mentre il mondo intero (dall'Onu all'Organizzazione mondiale della sanità, dall'Europa agli scienziati in prima linea) è ancora diffidente rispetto alle opacità cinesi sulle reali conseguenze dell'agente patogeno, lei twitta riferendosi a Burioni: «Quando usava gli stessi metodi dogmatici e antiscientifici sui vaccini lo sostenevano tutti perché era per una buona causa. Ora però tocca agli altri, istituzioni in primis, raccogliere i cocci dei danni che sta facendo con il suo disinformation storm». Scaricato come un terrapiattista dunque, via la patente. Per la verità questa è una shitstorm, demolisce un'icona pop, e il Napoleone dei batteri se la merita. Chi la fa l'aspetti. Ma ad apparire singolare e ambiguo è il ragionamento che sta dietro la critica. Finché faceva il pasdaran funzionale a «una buona causa» Burioni poteva sbandierare dogmi e insultare chiunque. Al contrario, ora che non sta dentro il recinto della correctness da convegno di Riza Psicosomatica, farebbe solo danni. Sei un mito quando mi fa comodo; il metodo è scientifico, non c'è che dire. Caro professore, benvenuto nel club degli analfabeti funzionali, c'è sempre un luminare incontinente più a Nord di te. I commenti a supporto della tesi si trasformano presto in tempesta sul Web. «Il morbo pressapochista ha infettato Burioni», scrive il sito TheSubmarine; «lo scetticismo alimenta razzismo e panico» vanno giù piatti gli adepti che la sanno lunga, vale a dire economisti renziani, finanzieri col pallottoliere, stuntmen della vita incattiviti dai social. Roberta Villa è costretta a cancellare il tweet come se fosse una voce dal sen fuggita e a spiegare in un altro intervento: «Una cosa, una, era importante anche per superare le paure nei confronti dei vaccini. Riconquistare la fiducia nelle evidenze scientifiche e nelle autorità sanitarie. E invece no: “Non ce la raccontano giusta, nascondono i dati, c'è un singolo studio che dice...". Ma perché?». L'effetto però è raggiunto e ha perfino qualcosa di biblico: il bullizzatore Burioni è stato bullizzato dai suoi seguaci. La lite da ballatoio conferma che il tifo non è solo una malattia infettiva ma una perversione tollerabile soltanto in uno stadio. E Burioni, che sperava di rimanere dentro il perimetro del politicamente corretto interpretando le parole davvero rassicuranti del ministro della Salute, Roberto Speranza («Stiamo affrontando l'emergenza come se si trattasse di peste o colera»), si è ritrovato improvvisamente come Re Lear, solo e al freddo. Abbandonato dai follower e accusato di tradimento dalla setta degli adoratori dello Stato etico, che durante un'epidemia ti impone quando devi essere preoccupato e dove andare a cena per non sentirti un reprobo. «Bisogna affidarsi all'oggettività della Scienza», ti dicono i giusti. Dove pare che, anche se Nature non ne fa menzione, il loro parametro più oggettivo sia la buona causa.
I nuovi campioni dell’inseguimento: Davide Ghiotto, Michele Malfatti e Andrea Giovannini (Ansa)
Nono oro, 24ª medaglia, un exploit straordinario nell’Olimpiade più generosa della storia. Ed è orgoglio puro - alla faccia di chi continua a rosicare contro i Giochi - quello che ti assale quando vedi il tricolore salire affiancato dalla bandiera a stelle e strisce e dal vessillo cinese: le superpotenze sono dietro i ragazzi italiani. Ora a invidiarci sono gli altri e lo scettico blu può consolarsi con una battuta neorealista: a guardie e ladri siamo sempre i numeri uno. Vent’anni dopo l’impresa di Enrico Fabris, Matteo Anesi e Ippolito Sanfratello sul ghiaccio di Torino, ancora tre azzurri a dettar legge. Tre ori di specialità sono un’enormità, e in tribuna a esultare c’è Francesca Lollobrigida che ha incamerato gli altri due. La locomotiva della squadra è Ghiotto, di nome e di fatto, vicentino di 32 anni che cominciò con le rotelle e avvitò le lame sotto i pattini assistendo all’exploit di Fabris a Torino. «Ho provato a imitarlo, oggi posso dire di esserci riuscito». Fin qui era andato male, medaglia di legno nei 5,000 e solo sesto nei 10.000. Giovannini (32 anni) cominciò a pattinare sul lago ghiacciato di Baselga di Pinè (Trento), poi è venuto il resto, anche i titoli mondiali a Calgary e Hamar. Torna in gara sabato nella Mass Start, praticamente una tonnara. Il trentino Malfatti ha un anno di meno (a questi livelli l’esperienza non è mai un optional), ha calzato i pattini a 5 anni e non li ha più tolti.
Sono tutti figli sportivi di Maurizio Marchetto, considerato a 70 anni il guru del pattinaggio. È stato lui a inventare la squadra stellare in un contesto difficile: piste all’aperto, un freddo boia, lunghe trasferte soprattutto in Olanda per allenarsi come si deve. Pane e pattini. Spiega Giovannini: «Ho due bimbi, Enea e Celeste, che mi riconoscono alla Tv. Adesso mi dedicherò a loro. Ma questo sport è troppo figo, a 65 all’ora in curva ti dà l’ebbrezza della velocità». Lui è milanista sfegatato, è cresciuto col mito di Kakà e come premio extra andrà a San Siro a vedere il derby.
Pattini d’oro per uomini veloci, sci di bronzo per ragazze stravaganti. Lo è Flora Tabanelli, salita lunedì notte sul podio nel Freestyle big air, che significa un trampolino quasi ad angolo retto, evoluzioni pazzesche in volo e atterraggi da reparto di traumatologia. La diciottenne modenese, figlia di albergatori che gestiscono un rifugio sull’Appennino, ha conquistato pubblico e avversarie per la folle genialità. I suoi idoli sono Alberto Tomba, amico di famiglia, e il fratello Miro, eliminato nella prova maschile di Freestyle. Alcuni mesi fa Flora si era fratturata una gamba cadendo e nella rieducazione a Torino ha incontrato Federica Brignone: «L’ho vista lavorare e mi ha impressionato. Ha un’energia interiore incredibile, il suo esempio mi ha aiutato a tornare più forte di prima». Lei è dolce e semplice, niente a che vedere con la sexy star olandese Jutta Leerdam, che dopo aver vinto nel pattinaggio ha mostrato un reggiseno Nike che gli varrà un milione di compenso. A proposito di soldi, l’ucraino dello skeleton Vladi Heraskevych, squalificato per via del casco con le foto delle vittime sportive della guerra, è stato ricompensato con 200.000 euro dal proprietario dello Shakhtar Donetsk. Come se avesse vinto l’oro.
Dopo le medaglie, la delusione più scontata arriva dall’hockey: l’Italia torna a casa. Nei playoff l’ha eliminata la Svizzera (3-0) che avrebbe segnato più gol se non si fosse trovata di fronte Damian Clara, il gemello con i pattini di Gigio Donnarumma. Ha parato quasi tutto: 48 tiri su 51. A 21 anni il ragazzone di Brunico è stato scelto dalla squadra di Los Angeles, gli Anaheim Ducks di Nhl. È il primo italiano chiamato nel gotha dei pro americani. Usa e Canada corrono verso lo scontro stellare nella finale di domenica e a questo proposito c’è un’ipotesi che agita l’organizzazione: all’arena Santa Giulia potrebbe materializzarsi Donald Trump, tifosissimo dello sport più Maga d’America.
Oggi si gareggia per medaglie pesanti, forgiate dalla fatica di uomini e donne degli altopiani. Nella sprint a squadre del Fondo, Federico Pellegrino aspira al podio; nella staffetta femminile di biathlon, Lisa Vittozzi e Dorothea Wierer vogliono imitarlo. Nello slalom speciale donne Lara Della Mea (quarta in gigante) può essere la sorpresa, mentre la notte dello short track promette ovazioni: Pietro Sighel per la vendetta, Arianna Fontana in staffetta per la leggenda.
C’è una gara che non vince nessuno: la caccia alle introvabili mascotte Milo e Tina, i peluche simbolo dei Giochi. I rifornimenti latitano, si comincia a parlare di mercato nero e di contraffazioni. È il consueto effetto collaterale cinese-partenopeo del fascino italiano.
Continua a leggereRiduci
«Creatives» (Amazon Prime Video)
Avrebbero perso la salute, il sonno. I propri, legittimi proventi. Eppure, nonostante l'ambiguità del caso, nonostante le rimostranze di chi lo ha vissuto sulla propria pelle, Amazon Prime Video ha deciso di proporre una narrazione diversa di quel che è accaduto a Velvet Media.
Di intessere una trama romantica, corredata di sliding doors dall'esito felice. Creatives, serie televisiva cui è stato affidato il compito di rileggere l'intera vicenda senza mai farvi accenno diretto, nasce per dare forma all'ipotesi che sia una buona intenzione all'origine del tutto. Un'idea pura, quella di anime decise a creare un ambiente di lavoro basato sul rispetto e la comprensione delle persone che ne siano coinvolte.
Creatives, al debutto sulla piattaforma streaming venerdì 20 febbraio, torna nella provincia di Treviso, tra le sue strade strette. Torna a un gruppo di giovani, che, senza troppo badare agli esiti dell'impresa, specie a quelli nefasti, ha deciso di mettere in piedi un'agenzia sui generis, regalando ai propri dipendenti la più totale autonomia. L'agenzia di cui racconta la serie televisiva, non aveva un orario di lavoro. Ciascuno era libero di autogestirsi. C'era uno psicologo a disposizione dei lavoratori, un'attenzione rara al benessere delle persone. C'era la piena convinzione di come la felicità fosse condicio sine qua non per ottenere produttività. E c'era, pure, una sorta di prova empirica rispetto alla validità del metodo. In poco tempo, l'agenzia è cresciuta, e con lei il numero dei dipendenti, arrivato a superare il centinaio. Sembrava tutto funzionasse, specie l'idea che le persone potessero valere più dei numeri, delle regole. Ma, come spesso accade, la realtà ha fatto presto irruzione nel castello di sogni, svelandone le crepe, le ombre, le fragilità. Complice la pandemia, l'agenzia di cui racconta la serie tv di Amazon Prime Video s'è fermata. Una battuta d'arresto dolorosa e violenta, che, nell'economia del racconto, non ha tolto all'esperimento umano il suo romanticismo.
Creatives, in sei episodi, documenta gli sforzi del gruppo, il colpo di reni per rialzarsi, più forti di prima. Tace il resto, però: quello che le cronache hanno riportato, la disillusione di chi lì dentro ha lavorato, di chi giura di essere stato preso in giro. Tace e il confine rimane labile, sospeso tra verità giudiziaria e narrazione televisiva.
Continua a leggereRiduci