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2026-05-07
Sapevano dall’inizio ma l’hanno nascosto: «Il vaccino? Frena il Covid solo un po’...»
Nicola Magrini (Imagoeconomica)
E, ovviamente, quella falsità era ben conosciuta da coloro che hanno preso per i fondelli noi e la scienza vera, quella senza l’aaah. E lo so che voi che leggete lo sapete da un pezzo. Ma il fatto nuovo è che ora lo ammettono pure loro. E lo ammettono nelle sedi istituzionali più importanti che ci siano. Soltanto che nessuno lo fa notare. Altrimenti sai che figura da peracottai ci farebbero lorsignori e i loro mandanti?
Allora tocca a noi questo ingrato compito. L’altro giorno alla Commissione d’inchiesta Covid era di turno l’ex direttore generale dell’Agenzia per il farmaco (Aifa), Nicola Magrini. Oltre a sproloquiare su plasma e antinfiammatori, come ha notato giustamente ieri la nostra sempre ottima Patrizia Floder Reitter, Magrini ha anche ammesso candidamente che a) il vaccino non ha mai bloccato il contagio e che b) sì, forse ha ridotto un po’ la trasmissione del virus, ma non si è mai saputo di quanto. Riporto le sue testuali parole: «Il vaccino Covid protegge l’individuo che l’ha fatto. La trasmissione (del virus) non è bloccata. Di quanto si riduce? Di un po’. Bon, mi fermo qui». Di un po’. Proprio così. Lui si ferma lì. E alla domanda: ma quell’indicazione (cioè il fatto che il vaccino non bloccava la trasmissione) non è mai stata data? Lui ha risposto, altrettanto candidamente: «No». E perché? «Perché non è stata richiesta e perché era parziale». Non è stata richiesta ed era parziale. Bon, lui si ferma lì. Scientificamente parlando.
Ma noi no. Noi non possiamo fermarci lì. Noi, su questo, diventiamo matti. Andiamo ai pazzi. Pensateci: in meno di trenta secondi di deposizione in sede iper istituzionale, cioè davanti alla commissione d’inchiesta sul Covid, l’ex direttore generale dell’Aifa non solo a) ammette che i vaccini non servivano a bloccare il contagio, ma b) confessa che all’Aifa non sapevano nemmeno di quanto i vaccini, quel contagio, lo avrebbero ridotto davvero. E poi aggiunge che tutto questo non l’hanno detto perché nessuno l’ha chiesto (sic) e perché era un’informazione parziale (sic sic). Ma vi pare? A parte il fatto che non è vero che nessuno l’aveva chiesto (non si parlava d’altro), non sarebbe stato meglio rendere note le informazioni giuste, seppur solo parziali, anziché lasciare circolare liberamente la fake news di Stato del «vaccino che ferma il contagio»? Perché si è preferita la balla cosmica istituzionale alla pura verità scientifica?
Persino il presidente Mattarella si è fatto portavoce di quella balla cosmica arrivando a definire la vaccinazione come «un dovere morale e civico». E perché dovrebbe essere un dovere morale e civico se senza vaccino non faccio del male a nessuno, al massimo a me stesso? Ovvio, perché l’informazione da far passare era quella: «Vaccinarsi serve a fermare la circolazione del virus» (Roberto Burioni, 6 agosto 2021), «Vaccinarsi serve a bloccare il contagio» (Domenico Arcuri, gennaio 2021), «Vaccino Moderna, una dose blocca la trasmissione» (Il Messaggero, 16 dicembre 2020). Erano i giorni in cui tutti si scoprivano esperti di epidemiologia, persino Renzi: «Il vaccino blocca il contagio», e Mario Draghi dava dell’assassino a chi non si vaccinava: «Non ti vaccini, ti ammali, contagi, qualcuno muore». Tutto falso, ovviamente. «Il vaccino blocca la trasmissione al 95 per cento», sentenziava Andrea Crisanti (25 novembre 2021), evidentemente sparando numeri a casaccio. E poi cantava la famosa canzoncina di Natale, con Matteo Bassetti e Fabrizio Pregliasco: «Proteggi gli altri oltre a proteggere te» e «per il calo dei contagi, dosi anche ai Re Magi». Proteggere gli altri? Calo dei contagi? Dosi ai Re Magi? Che quella canzoncina fosse una scemenza fu subito chiaro a tutti. Ma la stonatura più grande, per quanto strano possa sembrare, non veniva dalle voci delle virostar…
La stonatura più grande veniva dalla menzogna che ispirava quella canzoncina. Una menzogna che, veniamo a sapere ora in via ufficiale, l’Aifa conosceva benissimo («di quanto si riduce la trasmissione? Di un po’») e che non ha comunicato («nessuno l’ha chiesto»). Eppure sulla base di quella menzogna sono stati negati diritti fondamentali, tante persone hanno perso il lavoro, insegnanti e infermieri sono stati sospesi, i portuali di Trieste sono stati manganellati… Come può passare ora tutto sotto silenzio? Senza nemmeno una scusa, un pentimento, un’ammissione di colpevolezza da parte di chi è stato protagonista di quella stagione orribile di violenze e bugie?
Durante quella stessa seduta della Commissione d’inchiesta, il senatore Lucio Malan (uno dei pochi coraggiosi, insieme con Galeazzo Bignami, Alice Buonguerrieri e Marco Lisei, che non si arrende nella ricerca della verità) ha chiesto conto a Nicola Magrini anche delle mail interne dell’Aifa svelate durante le trasmissioni di Fuori dal Coro, nell’inchiesta di Marianna Canè. Da quei documenti infatti saltava fuori la volontà dell’Aifa di nascondere dati e verità sui vaccini e sugli effetti avversi. «Non sono mai state smentite dall’Aifa, dunque come le spiega?», ha chiesto Malan. Ma l’ex direttore generale non ha voluto rispondere. «Ho querelato la trasmissione», ha detto tagliando corto per evitare la magra figura, anzi la Magrini figura. E in effetti è vero: c’è una querela che giace da tre anni nei tribunali italiani. Ma a) per quella querela il pm ha già chiesto l’archiviazione; b) si tratta di una querela personale, a nome di Nicola Magrini, non dell’Aifa. Che non può querelare né smentire perché quelle mail sono vere. E rivelano un fatto clamoroso: durante l’emergenza sanitaria, nel pieno di una delle tragedie più grandi della nostra storia, le istituzioni della Repubblica hanno scientificamente mentito ai cittadini. La stessa deposizione di Magrini lo dimostra: ci hanno raccontato balle. Ci hanno preso per i fondelli. Di quanto? Almeno di un po’, per dirla con l’ex direttore generale Aifa. Ma probabilmente assai di più.
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Riduci
Imbarazzante confessione dell’ex direttore dell’Aifa, Nicola Magrini, davanti alla commissione: «Quel farmaco non bloccava i contagi». Ci hanno sempre mentito per imporre gli obblighi come il green pass.Ricordate il mantra «il vaccino ferma il contagio»? Durante la pandemia ce lo facevano ripetere da mattina e sera, e anche all’ora media, come nei conventi dei frati. «Il vaccino ferma il contagio», «il vaccino è un atto di altruismo», «se non ti vaccini uccidi i vecchietti», perciò «bisogna vaccinarsi tutti», obbligo, super obbligo e green pass. Fu la narrazione diffusa, ovviamente in nome della scienzaaah. E chi provava a far notare la falsità di quella narrazione veniva demonizzato a reti unificate, nonché condannato alla dannazione eterna nel girone dei no vax. Bene: invece quella narrazione era davvero falsa. Falsissima. Falsissimissima. E, ovviamente, quella falsità era ben conosciuta da coloro che hanno preso per i fondelli noi e la scienza vera, quella senza l’aaah. E lo so che voi che leggete lo sapete da un pezzo. Ma il fatto nuovo è che ora lo ammettono pure loro. E lo ammettono nelle sedi istituzionali più importanti che ci siano. Soltanto che nessuno lo fa notare. Altrimenti sai che figura da peracottai ci farebbero lorsignori e i loro mandanti? Allora tocca a noi questo ingrato compito. L’altro giorno alla Commissione d’inchiesta Covid era di turno l’ex direttore generale dell’Agenzia per il farmaco (Aifa), Nicola Magrini. Oltre a sproloquiare su plasma e antinfiammatori, come ha notato giustamente ieri la nostra sempre ottima Patrizia Floder Reitter, Magrini ha anche ammesso candidamente che a) il vaccino non ha mai bloccato il contagio e che b) sì, forse ha ridotto un po’ la trasmissione del virus, ma non si è mai saputo di quanto. Riporto le sue testuali parole: «Il vaccino Covid protegge l’individuo che l’ha fatto. La trasmissione (del virus) non è bloccata. Di quanto si riduce? Di un po’. Bon, mi fermo qui». Di un po’. Proprio così. Lui si ferma lì. E alla domanda: ma quell’indicazione (cioè il fatto che il vaccino non bloccava la trasmissione) non è mai stata data? Lui ha risposto, altrettanto candidamente: «No». E perché? «Perché non è stata richiesta e perché era parziale». Non è stata richiesta ed era parziale. Bon, lui si ferma lì. Scientificamente parlando. Ma noi no. Noi non possiamo fermarci lì. Noi, su questo, diventiamo matti. Andiamo ai pazzi. Pensateci: in meno di trenta secondi di deposizione in sede iper istituzionale, cioè davanti alla commissione d’inchiesta sul Covid, l’ex direttore generale dell’Aifa non solo a) ammette che i vaccini non servivano a bloccare il contagio, ma b) confessa che all’Aifa non sapevano nemmeno di quanto i vaccini, quel contagio, lo avrebbero ridotto davvero. E poi aggiunge che tutto questo non l’hanno detto perché nessuno l’ha chiesto (sic) e perché era un’informazione parziale (sic sic). Ma vi pare? A parte il fatto che non è vero che nessuno l’aveva chiesto (non si parlava d’altro), non sarebbe stato meglio rendere note le informazioni giuste, seppur solo parziali, anziché lasciare circolare liberamente la fake news di Stato del «vaccino che ferma il contagio»? Perché si è preferita la balla cosmica istituzionale alla pura verità scientifica? Persino il presidente Mattarella si è fatto portavoce di quella balla cosmica arrivando a definire la vaccinazione come «un dovere morale e civico». E perché dovrebbe essere un dovere morale e civico se senza vaccino non faccio del male a nessuno, al massimo a me stesso? Ovvio, perché l’informazione da far passare era quella: «Vaccinarsi serve a fermare la circolazione del virus» (Roberto Burioni, 6 agosto 2021), «Vaccinarsi serve a bloccare il contagio» (Domenico Arcuri, gennaio 2021), «Vaccino Moderna, una dose blocca la trasmissione» (Il Messaggero, 16 dicembre 2020). Erano i giorni in cui tutti si scoprivano esperti di epidemiologia, persino Renzi: «Il vaccino blocca il contagio», e Mario Draghi dava dell’assassino a chi non si vaccinava: «Non ti vaccini, ti ammali, contagi, qualcuno muore». Tutto falso, ovviamente. «Il vaccino blocca la trasmissione al 95 per cento», sentenziava Andrea Crisanti (25 novembre 2021), evidentemente sparando numeri a casaccio. E poi cantava la famosa canzoncina di Natale, con Matteo Bassetti e Fabrizio Pregliasco: «Proteggi gli altri oltre a proteggere te» e «per il calo dei contagi, dosi anche ai Re Magi». Proteggere gli altri? Calo dei contagi? Dosi ai Re Magi? Che quella canzoncina fosse una scemenza fu subito chiaro a tutti. Ma la stonatura più grande, per quanto strano possa sembrare, non veniva dalle voci delle virostar… La stonatura più grande veniva dalla menzogna che ispirava quella canzoncina. Una menzogna che, veniamo a sapere ora in via ufficiale, l’Aifa conosceva benissimo («di quanto si riduce la trasmissione? Di un po’») e che non ha comunicato («nessuno l’ha chiesto»). Eppure sulla base di quella menzogna sono stati negati diritti fondamentali, tante persone hanno perso il lavoro, insegnanti e infermieri sono stati sospesi, i portuali di Trieste sono stati manganellati… Come può passare ora tutto sotto silenzio? Senza nemmeno una scusa, un pentimento, un’ammissione di colpevolezza da parte di chi è stato protagonista di quella stagione orribile di violenze e bugie?Durante quella stessa seduta della Commissione d’inchiesta, il senatore Lucio Malan (uno dei pochi coraggiosi, insieme con Galeazzo Bignami, Alice Buonguerrieri e Marco Lisei, che non si arrende nella ricerca della verità) ha chiesto conto a Nicola Magrini anche delle mail interne dell’Aifa svelate durante le trasmissioni di Fuori dal Coro, nell’inchiesta di Marianna Canè. Da quei documenti infatti saltava fuori la volontà dell’Aifa di nascondere dati e verità sui vaccini e sugli effetti avversi. «Non sono mai state smentite dall’Aifa, dunque come le spiega?», ha chiesto Malan. Ma l’ex direttore generale non ha voluto rispondere. «Ho querelato la trasmissione», ha detto tagliando corto per evitare la magra figura, anzi la Magrini figura. E in effetti è vero: c’è una querela che giace da tre anni nei tribunali italiani. Ma a) per quella querela il pm ha già chiesto l’archiviazione; b) si tratta di una querela personale, a nome di Nicola Magrini, non dell’Aifa. Che non può querelare né smentire perché quelle mail sono vere. E rivelano un fatto clamoroso: durante l’emergenza sanitaria, nel pieno di una delle tragedie più grandi della nostra storia, le istituzioni della Repubblica hanno scientificamente mentito ai cittadini. La stessa deposizione di Magrini lo dimostra: ci hanno raccontato balle. Ci hanno preso per i fondelli. Di quanto? Almeno di un po’, per dirla con l’ex direttore generale Aifa. Ma probabilmente assai di più.
Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Riduci
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Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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Riduci
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