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2021-11-18
Il Trattato del Quirinale è pronto ma il Parlamento rimane all’oscuro
Sergio Mattarella e Emmanuel Macron (Ansa)
Che belle le parole di Sergio Mattarella a Madrid. «Ogni Parlamento è tempio della democrazia. Il confronto fra diverse visioni vi trova posto, in vista di una sintesi orientata al bene comune», ha detto ieri il nostro capo dello Stato nel suo intervento davanti alle Cortes spagnole. Un luogo dove il concetto di democrazia non è certo teorico visto che pochi anni fa, nel 1981, si è misurato direttamente con un assalto armato. «Tocca ai Parlamenti colmare il divario tra la traiettoria segnata dalle aspirazioni racchiuse nei testi costituzionali e le condizioni reali, attraverso il confronto politico», ha aggiunto, «Si tratta di un compito arduo e appassionante». Ascoltando le parole di Mattarella abbiamo però dovuto riavvolgere il nastro, tornare all'incipit e verificare che il messaggio non fosse solo rivolto alle Cortes spagnole bensì anche ai nostri Senato e Camera. In effetti, «ogni Parlamento è tempio»: avevamo capito bene. Eppure qualcosa stona. Basti pensare alla legge finanziaria. Anzi alle ultime tre manovre finite in Aula con tale ritardo da rendere impossibile il funzionamento bicamerale e imporre un passaggio così a volo d'uccello da trasformare l'attività dei parlamentari in qualcosa di meramente accessorio.
Ma a stonare ancor di più c'è un tema di estrema attualità. Il prossimo 25 novembre, fra sette giorni, il premier francese Emmanuel Macron è dato a Roma. In quell'occasione si firmerà il Trattato del Quirinale che porta proprio il nome del Colle. Come La Verità ha più volte denunciato, si tratterà di un accordo bilaterale in grado di blindare i rapporti tra i due Paesi in modo indissolubile. Su temi che vanno dall'industria alla Difesa, dallo spazio fino alla pesca e alla gestione dei migranti e dei confini marittimi e terrestri. Eppure del Trattato il Parlamento non sa nulla. Non è stato minimamente coinvolto o consultato. A partire da agosto 2020, in collaborazione con la Farnesina e il Colle, sono partiti i tavoli su tutte le tematiche tranne quella della cooperazione spaziale di cui si è cominciato a discutere solo a settembre. La colonna dorsale dell'impianto servirà a creare percorsi di cooperazione così rigidi che qualunque governo ci sarà a Palazzo Chigi nei prossimi anni sarà ininfluente. Non dovrebbe essere in grado di intervenire per cambiare rotta. Ecco perché si sarebbe dovuto alzare le antenne e domandarsi perché le trattative sono praticamente un segreto di Stato. Un compito che certamente spetta al Parlamento. Ma che certamente non riuscirà a portare a termine. Nessuna cerimonia democratica dentro il tempio italiano. La lancetta dell'orologio però corre e in questi sette giorni c'è da chiedersi quale sarà la versione finale e chi metterà la faccia sul trattato, oltre che la firma.
Gli uomini di Macron nelle ultime settimane hanno chiesto di inserire un esplicito riferimento al sostegno che le parti dovrebbero perseguire per rendere l'Accordo di Parigi un elemento essenziale in tutti i tavoli internazionali sul commercio e sugli investimenti sostenuti dall'Ue. Il nostro Paese dovrebbe impegnarsi a rendere il quadro normativo internazionale, che piace ai francesi, di fatto una legge soprastante non solo alle logiche italiane ma anche a quelle dell'intera Unione. Con il rischio concreto di finire con il tagliare il ramo su cui molte aziende italiane siedono quando trattano con gli Usa o anche con altri partner asiatici che delle tematiche ambientali hanno sicuramente una visione diversa. Ma al di là degli aspetti economici, che sono basilari, si ritorna all'interrogativo di fondo sul Parlamento. Non spetta all'Aula decidere e vigilare le decisioni sugli accordi internazionali? Gli italiani hanno la memoria corta. L'attuale commissario Ue all'Economia ha portato avanti in solitudine il Trattato di Caen. Anch'esso un tentativo di definire tra Roma e Parigi relazioni privilegiate. Dove il termine privilegio è da intendere nei confronti della Francia. In quel caso, l'incontro avvenne a marzo del 2015 appunto a Caen, i contenuti miravano alla condivisione e lo sfruttamento di risorse sottomarine oltre che ai relativi interessi delle zone speciali. Il Trattato si è arenato e non è mai arrivato al Parlamento. Nel 2019 il neo ministro degli Affari europei Vincenzo Amendola si disse favorevole a riaprire il tavolo. La spinta del Pd non ha portato a nulla. Per fortuna.
L'attuale Trattato in via di definizione è però molto più sottile e dunque rischioso. Pur immaginando che dovrà avere un percorso parlamentare un po' come è avvenuto ai tempi di Silvio Berlusconi con la Libia, molti passaggi dell'accordo del Quirinale non necessiteranno di ratifiche per entrare in vigore. Quelli industriali, sulla sicurezza, sulla nostra proiezione all'estero e sull'intelligence potranno essere operativi da subito. Ecco, sarebbe il caso che il Parlamento bussi a qualche porta o almeno batta un colpo.
«Prima Euronext, poi i singoli Stati»
Era attesa da tempo l'audizione in commissione finanze alla Camera dell'ad di Euronext, Stéphane Boujnah. E ieri è andato in scena a Montecitorio l'ultimo atto di quella che ricorderemo come la vecchia Borsa italiana. Boujnah, infatti, di fronte ai Parlamentari ha affrontato le tematiche relative alle strategie di consolidamento del gruppo in seguito all'acquisizione del nostro mercato finanziario. Ha di fatto confermato, tra le righe e rispondendo a una domanda della Lega, che l'Italia e gli interessi del Sistema Paese saranno di fatto messi in secondo piano per rendere grande Euronext. Anche perché ha sottolineato come sia vero che «Borsa italiana rappresenta un terzo dei ricavi del gruppo e che Milano contribuisce con una crescita dei ricavi pari al +10%». Ma «ora che i volumi medi quotidiani si avvicinano ai 12 miliardi sarà sempre più importante avere una sola testa europa» . «Nello statuto non si parla di Stati», ha infatti sottolineato. Un tempo il Parlamento, grazie alle pressione di Consob, a molti Parlamentari sfuggiva la partecipazione di Borsa Italiana allo schieramento londinese. Adesso tutti invece dovranno confrontarsi direttamente con Euronext Milano. Dopo una breve relazione introduttiva, accompagnato dal direttore finanziario Giorgio Modica e del prossimo amministratore delegato (dal 28 novembre) di Borsa italiana Fabrizio Testa, Boujnah ha ricordato che un terzo dell'intero organico sarà distribuito tra Milano, Roma e Isernia. Euronext promette anche di sviluppare investimenti in innovazione e che vi sarà la migrazione del core data center (in partnership con Aruba) da Londra a Ponte San Pietro, in provincia di Bergamo. Secondo l'amministratore delegato francese del gruppo l'area del capoluogo diverrà un hub fondamentale, anche se non ha spiegato come. La migrazione rappresenta il più grande investimento di Euronext e dei suoi clienti: creerà decine di posti e i lavori finiranno nel giugno 2022. Ma a fronte di questi slogan e delle rassicurazioni sull'occupazione («Sulle nuove assunzioni, nel 2024 il numero di posti di lavoro sarà uguale a quello odierno» ha detto), Boujnah ha anche dovuto ammettere che i tagli ci potrebbero essere. «Le voci girate quest'estate sui licenziamenti», ha affermato, «sono assurde, ma non possiamo essere più specifici oggi perché in Italia, come negli altri Paesi europei, prima bisogna parlare con i sindacati per cercare di organizzare le cose nella maniera più giusta. Quindi non faremo annunci né prenderemo iniziative senza prima aver parlato con chi rappresenta i lavoratori». Un modo per dire che ci saranno esuberi volontari concordati con i sindacati.
Giulio Centemero, capogruppo della Lega in commissione Finanze, ha ribadito l'importanza del mercato italiano a tutela anche delle Pmi. I responsabili di Piazza Affari dovrebbero essere italiani e l'ad dovrebbe avere un'ampia autonomia proprio in virtù della qualità e della specificità del mercato italiano. Ma, secondo Boujnah, questo discorso non tiene. Perché «Euronext è organizzazione federale: siamo uniti nella diversità». Certo, «ogni mercato ha le proprie specificità (l'Olanda è vitale sui derivati, la Norvegia sulle Pmi e sul tech)», ma Euronext è «un'organizzazione che si evolve e si cercherà di sviluppare la governance federale. Si guarda alla gente, non alla cittadinanza. Nello statuto non si parla di Stati. Euronext non distribuisce i progetti per nazioni» anche se «l'Italia sarà il territorio con i massimi investimenti» come dimostra il data center di Bergamo. Rispetto invece al progetto di acquisizione di Clearnet, il numero uno della Borsa paneuropea ha ricordato che nel 2017 «era stata acquistata al netto della fusione che però non è avvenuta, ma oggi i rapporti sono buoni». Chi ha ascoltato l'audizione ha definito Boujnah, «un ottimo commerciale. Tanti slogan. Speriamo ci sia anche sostanza».
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Il testo, mai visto dall'Aula, sottoscritto fra 7 giorni. Molte parti saranno subito effettive, anche senza ratifica Mattarella celebra le Camere «templi della democrazia», eppure consente la firma senza alcuna votazioneStéphane Boujnah, il francese a capo del conglomerato a cui appartiene la Borsa , in audizione annuncia investimenti e pochi esuberi. Però conferma: «No a scelte di cittadinanza»Lo speciale contiene due articoliChe belle le parole di Sergio Mattarella a Madrid. «Ogni Parlamento è tempio della democrazia. Il confronto fra diverse visioni vi trova posto, in vista di una sintesi orientata al bene comune», ha detto ieri il nostro capo dello Stato nel suo intervento davanti alle Cortes spagnole. Un luogo dove il concetto di democrazia non è certo teorico visto che pochi anni fa, nel 1981, si è misurato direttamente con un assalto armato. «Tocca ai Parlamenti colmare il divario tra la traiettoria segnata dalle aspirazioni racchiuse nei testi costituzionali e le condizioni reali, attraverso il confronto politico», ha aggiunto, «Si tratta di un compito arduo e appassionante». Ascoltando le parole di Mattarella abbiamo però dovuto riavvolgere il nastro, tornare all'incipit e verificare che il messaggio non fosse solo rivolto alle Cortes spagnole bensì anche ai nostri Senato e Camera. In effetti, «ogni Parlamento è tempio»: avevamo capito bene. Eppure qualcosa stona. Basti pensare alla legge finanziaria. Anzi alle ultime tre manovre finite in Aula con tale ritardo da rendere impossibile il funzionamento bicamerale e imporre un passaggio così a volo d'uccello da trasformare l'attività dei parlamentari in qualcosa di meramente accessorio. Ma a stonare ancor di più c'è un tema di estrema attualità. Il prossimo 25 novembre, fra sette giorni, il premier francese Emmanuel Macron è dato a Roma. In quell'occasione si firmerà il Trattato del Quirinale che porta proprio il nome del Colle. Come La Verità ha più volte denunciato, si tratterà di un accordo bilaterale in grado di blindare i rapporti tra i due Paesi in modo indissolubile. Su temi che vanno dall'industria alla Difesa, dallo spazio fino alla pesca e alla gestione dei migranti e dei confini marittimi e terrestri. Eppure del Trattato il Parlamento non sa nulla. Non è stato minimamente coinvolto o consultato. A partire da agosto 2020, in collaborazione con la Farnesina e il Colle, sono partiti i tavoli su tutte le tematiche tranne quella della cooperazione spaziale di cui si è cominciato a discutere solo a settembre. La colonna dorsale dell'impianto servirà a creare percorsi di cooperazione così rigidi che qualunque governo ci sarà a Palazzo Chigi nei prossimi anni sarà ininfluente. Non dovrebbe essere in grado di intervenire per cambiare rotta. Ecco perché si sarebbe dovuto alzare le antenne e domandarsi perché le trattative sono praticamente un segreto di Stato. Un compito che certamente spetta al Parlamento. Ma che certamente non riuscirà a portare a termine. Nessuna cerimonia democratica dentro il tempio italiano. La lancetta dell'orologio però corre e in questi sette giorni c'è da chiedersi quale sarà la versione finale e chi metterà la faccia sul trattato, oltre che la firma. Gli uomini di Macron nelle ultime settimane hanno chiesto di inserire un esplicito riferimento al sostegno che le parti dovrebbero perseguire per rendere l'Accordo di Parigi un elemento essenziale in tutti i tavoli internazionali sul commercio e sugli investimenti sostenuti dall'Ue. Il nostro Paese dovrebbe impegnarsi a rendere il quadro normativo internazionale, che piace ai francesi, di fatto una legge soprastante non solo alle logiche italiane ma anche a quelle dell'intera Unione. Con il rischio concreto di finire con il tagliare il ramo su cui molte aziende italiane siedono quando trattano con gli Usa o anche con altri partner asiatici che delle tematiche ambientali hanno sicuramente una visione diversa. Ma al di là degli aspetti economici, che sono basilari, si ritorna all'interrogativo di fondo sul Parlamento. Non spetta all'Aula decidere e vigilare le decisioni sugli accordi internazionali? Gli italiani hanno la memoria corta. L'attuale commissario Ue all'Economia ha portato avanti in solitudine il Trattato di Caen. Anch'esso un tentativo di definire tra Roma e Parigi relazioni privilegiate. Dove il termine privilegio è da intendere nei confronti della Francia. In quel caso, l'incontro avvenne a marzo del 2015 appunto a Caen, i contenuti miravano alla condivisione e lo sfruttamento di risorse sottomarine oltre che ai relativi interessi delle zone speciali. Il Trattato si è arenato e non è mai arrivato al Parlamento. Nel 2019 il neo ministro degli Affari europei Vincenzo Amendola si disse favorevole a riaprire il tavolo. La spinta del Pd non ha portato a nulla. Per fortuna. L'attuale Trattato in via di definizione è però molto più sottile e dunque rischioso. Pur immaginando che dovrà avere un percorso parlamentare un po' come è avvenuto ai tempi di Silvio Berlusconi con la Libia, molti passaggi dell'accordo del Quirinale non necessiteranno di ratifiche per entrare in vigore. Quelli industriali, sulla sicurezza, sulla nostra proiezione all'estero e sull'intelligence potranno essere operativi da subito. Ecco, sarebbe il caso che il Parlamento bussi a qualche porta o almeno batta un colpo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-trattato-del-quirinale-e-pronto-ma-il-parlamento-rimane-alloscuro-2655755423.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="prima-euronext-poi-i-singoli-stati" data-post-id="2655755423" data-published-at="1637186842" data-use-pagination="False"> «Prima Euronext, poi i singoli Stati» Era attesa da tempo l'audizione in commissione finanze alla Camera dell'ad di Euronext, Stéphane Boujnah. E ieri è andato in scena a Montecitorio l'ultimo atto di quella che ricorderemo come la vecchia Borsa italiana. Boujnah, infatti, di fronte ai Parlamentari ha affrontato le tematiche relative alle strategie di consolidamento del gruppo in seguito all'acquisizione del nostro mercato finanziario. Ha di fatto confermato, tra le righe e rispondendo a una domanda della Lega, che l'Italia e gli interessi del Sistema Paese saranno di fatto messi in secondo piano per rendere grande Euronext. Anche perché ha sottolineato come sia vero che «Borsa italiana rappresenta un terzo dei ricavi del gruppo e che Milano contribuisce con una crescita dei ricavi pari al +10%». Ma «ora che i volumi medi quotidiani si avvicinano ai 12 miliardi sarà sempre più importante avere una sola testa europa» . «Nello statuto non si parla di Stati», ha infatti sottolineato. Un tempo il Parlamento, grazie alle pressione di Consob, a molti Parlamentari sfuggiva la partecipazione di Borsa Italiana allo schieramento londinese. Adesso tutti invece dovranno confrontarsi direttamente con Euronext Milano. Dopo una breve relazione introduttiva, accompagnato dal direttore finanziario Giorgio Modica e del prossimo amministratore delegato (dal 28 novembre) di Borsa italiana Fabrizio Testa, Boujnah ha ricordato che un terzo dell'intero organico sarà distribuito tra Milano, Roma e Isernia. Euronext promette anche di sviluppare investimenti in innovazione e che vi sarà la migrazione del core data center (in partnership con Aruba) da Londra a Ponte San Pietro, in provincia di Bergamo. Secondo l'amministratore delegato francese del gruppo l'area del capoluogo diverrà un hub fondamentale, anche se non ha spiegato come. La migrazione rappresenta il più grande investimento di Euronext e dei suoi clienti: creerà decine di posti e i lavori finiranno nel giugno 2022. Ma a fronte di questi slogan e delle rassicurazioni sull'occupazione («Sulle nuove assunzioni, nel 2024 il numero di posti di lavoro sarà uguale a quello odierno» ha detto), Boujnah ha anche dovuto ammettere che i tagli ci potrebbero essere. «Le voci girate quest'estate sui licenziamenti», ha affermato, «sono assurde, ma non possiamo essere più specifici oggi perché in Italia, come negli altri Paesi europei, prima bisogna parlare con i sindacati per cercare di organizzare le cose nella maniera più giusta. Quindi non faremo annunci né prenderemo iniziative senza prima aver parlato con chi rappresenta i lavoratori». Un modo per dire che ci saranno esuberi volontari concordati con i sindacati. Giulio Centemero, capogruppo della Lega in commissione Finanze, ha ribadito l'importanza del mercato italiano a tutela anche delle Pmi. I responsabili di Piazza Affari dovrebbero essere italiani e l'ad dovrebbe avere un'ampia autonomia proprio in virtù della qualità e della specificità del mercato italiano. Ma, secondo Boujnah, questo discorso non tiene. Perché «Euronext è organizzazione federale: siamo uniti nella diversità». Certo, «ogni mercato ha le proprie specificità (l'Olanda è vitale sui derivati, la Norvegia sulle Pmi e sul tech)», ma Euronext è «un'organizzazione che si evolve e si cercherà di sviluppare la governance federale. Si guarda alla gente, non alla cittadinanza. Nello statuto non si parla di Stati. Euronext non distribuisce i progetti per nazioni» anche se «l'Italia sarà il territorio con i massimi investimenti» come dimostra il data center di Bergamo. Rispetto invece al progetto di acquisizione di Clearnet, il numero uno della Borsa paneuropea ha ricordato che nel 2017 «era stata acquistata al netto della fusione che però non è avvenuta, ma oggi i rapporti sono buoni». Chi ha ascoltato l'audizione ha definito Boujnah, «un ottimo commerciale. Tanti slogan. Speriamo ci sia anche sostanza».
Keir Starmer (Ansa)
Un rapporto del Parlamento britannico avverte che il Regno Unito entra in un'epoca di «radicale incertezza». Nel mirino Russia, Cina, guerre ibride e terrorismo. Cresce anche il timore di un futuro ridimensionamento del sostegno americano alla Nato.
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
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«Purtroppo il caporalato non è un fenomeno di questi giorni e i dati numerici ci dicono che come fenomeno non si sia aggravato, ma di fronte a queste situazioni continueremo ad inasprire le sanzioni e aumentare i controlli. I lavoratori vanno rispettati tutti, italiani e immigrati».
Il ministro ha aggiunto: «È stata l’illegalità diffusa che ha permesso, anche rispetto all’immigrazione clandestina, di trovare sacche delle quali hanno approfittato gli sfruttatori. Con i decreti flussi si prevede invece l’applicazione della civiltà».
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