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2021-11-18
Il Trattato del Quirinale è pronto ma il Parlamento rimane all’oscuro
Sergio Mattarella e Emmanuel Macron (Ansa)
Che belle le parole di Sergio Mattarella a Madrid. «Ogni Parlamento è tempio della democrazia. Il confronto fra diverse visioni vi trova posto, in vista di una sintesi orientata al bene comune», ha detto ieri il nostro capo dello Stato nel suo intervento davanti alle Cortes spagnole. Un luogo dove il concetto di democrazia non è certo teorico visto che pochi anni fa, nel 1981, si è misurato direttamente con un assalto armato. «Tocca ai Parlamenti colmare il divario tra la traiettoria segnata dalle aspirazioni racchiuse nei testi costituzionali e le condizioni reali, attraverso il confronto politico», ha aggiunto, «Si tratta di un compito arduo e appassionante». Ascoltando le parole di Mattarella abbiamo però dovuto riavvolgere il nastro, tornare all'incipit e verificare che il messaggio non fosse solo rivolto alle Cortes spagnole bensì anche ai nostri Senato e Camera. In effetti, «ogni Parlamento è tempio»: avevamo capito bene. Eppure qualcosa stona. Basti pensare alla legge finanziaria. Anzi alle ultime tre manovre finite in Aula con tale ritardo da rendere impossibile il funzionamento bicamerale e imporre un passaggio così a volo d'uccello da trasformare l'attività dei parlamentari in qualcosa di meramente accessorio.
Ma a stonare ancor di più c'è un tema di estrema attualità. Il prossimo 25 novembre, fra sette giorni, il premier francese Emmanuel Macron è dato a Roma. In quell'occasione si firmerà il Trattato del Quirinale che porta proprio il nome del Colle. Come La Verità ha più volte denunciato, si tratterà di un accordo bilaterale in grado di blindare i rapporti tra i due Paesi in modo indissolubile. Su temi che vanno dall'industria alla Difesa, dallo spazio fino alla pesca e alla gestione dei migranti e dei confini marittimi e terrestri. Eppure del Trattato il Parlamento non sa nulla. Non è stato minimamente coinvolto o consultato. A partire da agosto 2020, in collaborazione con la Farnesina e il Colle, sono partiti i tavoli su tutte le tematiche tranne quella della cooperazione spaziale di cui si è cominciato a discutere solo a settembre. La colonna dorsale dell'impianto servirà a creare percorsi di cooperazione così rigidi che qualunque governo ci sarà a Palazzo Chigi nei prossimi anni sarà ininfluente. Non dovrebbe essere in grado di intervenire per cambiare rotta. Ecco perché si sarebbe dovuto alzare le antenne e domandarsi perché le trattative sono praticamente un segreto di Stato. Un compito che certamente spetta al Parlamento. Ma che certamente non riuscirà a portare a termine. Nessuna cerimonia democratica dentro il tempio italiano. La lancetta dell'orologio però corre e in questi sette giorni c'è da chiedersi quale sarà la versione finale e chi metterà la faccia sul trattato, oltre che la firma.
Gli uomini di Macron nelle ultime settimane hanno chiesto di inserire un esplicito riferimento al sostegno che le parti dovrebbero perseguire per rendere l'Accordo di Parigi un elemento essenziale in tutti i tavoli internazionali sul commercio e sugli investimenti sostenuti dall'Ue. Il nostro Paese dovrebbe impegnarsi a rendere il quadro normativo internazionale, che piace ai francesi, di fatto una legge soprastante non solo alle logiche italiane ma anche a quelle dell'intera Unione. Con il rischio concreto di finire con il tagliare il ramo su cui molte aziende italiane siedono quando trattano con gli Usa o anche con altri partner asiatici che delle tematiche ambientali hanno sicuramente una visione diversa. Ma al di là degli aspetti economici, che sono basilari, si ritorna all'interrogativo di fondo sul Parlamento. Non spetta all'Aula decidere e vigilare le decisioni sugli accordi internazionali? Gli italiani hanno la memoria corta. L'attuale commissario Ue all'Economia ha portato avanti in solitudine il Trattato di Caen. Anch'esso un tentativo di definire tra Roma e Parigi relazioni privilegiate. Dove il termine privilegio è da intendere nei confronti della Francia. In quel caso, l'incontro avvenne a marzo del 2015 appunto a Caen, i contenuti miravano alla condivisione e lo sfruttamento di risorse sottomarine oltre che ai relativi interessi delle zone speciali. Il Trattato si è arenato e non è mai arrivato al Parlamento. Nel 2019 il neo ministro degli Affari europei Vincenzo Amendola si disse favorevole a riaprire il tavolo. La spinta del Pd non ha portato a nulla. Per fortuna.
L'attuale Trattato in via di definizione è però molto più sottile e dunque rischioso. Pur immaginando che dovrà avere un percorso parlamentare un po' come è avvenuto ai tempi di Silvio Berlusconi con la Libia, molti passaggi dell'accordo del Quirinale non necessiteranno di ratifiche per entrare in vigore. Quelli industriali, sulla sicurezza, sulla nostra proiezione all'estero e sull'intelligence potranno essere operativi da subito. Ecco, sarebbe il caso che il Parlamento bussi a qualche porta o almeno batta un colpo.
«Prima Euronext, poi i singoli Stati»
Era attesa da tempo l'audizione in commissione finanze alla Camera dell'ad di Euronext, Stéphane Boujnah. E ieri è andato in scena a Montecitorio l'ultimo atto di quella che ricorderemo come la vecchia Borsa italiana. Boujnah, infatti, di fronte ai Parlamentari ha affrontato le tematiche relative alle strategie di consolidamento del gruppo in seguito all'acquisizione del nostro mercato finanziario. Ha di fatto confermato, tra le righe e rispondendo a una domanda della Lega, che l'Italia e gli interessi del Sistema Paese saranno di fatto messi in secondo piano per rendere grande Euronext. Anche perché ha sottolineato come sia vero che «Borsa italiana rappresenta un terzo dei ricavi del gruppo e che Milano contribuisce con una crescita dei ricavi pari al +10%». Ma «ora che i volumi medi quotidiani si avvicinano ai 12 miliardi sarà sempre più importante avere una sola testa europa» . «Nello statuto non si parla di Stati», ha infatti sottolineato. Un tempo il Parlamento, grazie alle pressione di Consob, a molti Parlamentari sfuggiva la partecipazione di Borsa Italiana allo schieramento londinese. Adesso tutti invece dovranno confrontarsi direttamente con Euronext Milano. Dopo una breve relazione introduttiva, accompagnato dal direttore finanziario Giorgio Modica e del prossimo amministratore delegato (dal 28 novembre) di Borsa italiana Fabrizio Testa, Boujnah ha ricordato che un terzo dell'intero organico sarà distribuito tra Milano, Roma e Isernia. Euronext promette anche di sviluppare investimenti in innovazione e che vi sarà la migrazione del core data center (in partnership con Aruba) da Londra a Ponte San Pietro, in provincia di Bergamo. Secondo l'amministratore delegato francese del gruppo l'area del capoluogo diverrà un hub fondamentale, anche se non ha spiegato come. La migrazione rappresenta il più grande investimento di Euronext e dei suoi clienti: creerà decine di posti e i lavori finiranno nel giugno 2022. Ma a fronte di questi slogan e delle rassicurazioni sull'occupazione («Sulle nuove assunzioni, nel 2024 il numero di posti di lavoro sarà uguale a quello odierno» ha detto), Boujnah ha anche dovuto ammettere che i tagli ci potrebbero essere. «Le voci girate quest'estate sui licenziamenti», ha affermato, «sono assurde, ma non possiamo essere più specifici oggi perché in Italia, come negli altri Paesi europei, prima bisogna parlare con i sindacati per cercare di organizzare le cose nella maniera più giusta. Quindi non faremo annunci né prenderemo iniziative senza prima aver parlato con chi rappresenta i lavoratori». Un modo per dire che ci saranno esuberi volontari concordati con i sindacati.
Giulio Centemero, capogruppo della Lega in commissione Finanze, ha ribadito l'importanza del mercato italiano a tutela anche delle Pmi. I responsabili di Piazza Affari dovrebbero essere italiani e l'ad dovrebbe avere un'ampia autonomia proprio in virtù della qualità e della specificità del mercato italiano. Ma, secondo Boujnah, questo discorso non tiene. Perché «Euronext è organizzazione federale: siamo uniti nella diversità». Certo, «ogni mercato ha le proprie specificità (l'Olanda è vitale sui derivati, la Norvegia sulle Pmi e sul tech)», ma Euronext è «un'organizzazione che si evolve e si cercherà di sviluppare la governance federale. Si guarda alla gente, non alla cittadinanza. Nello statuto non si parla di Stati. Euronext non distribuisce i progetti per nazioni» anche se «l'Italia sarà il territorio con i massimi investimenti» come dimostra il data center di Bergamo. Rispetto invece al progetto di acquisizione di Clearnet, il numero uno della Borsa paneuropea ha ricordato che nel 2017 «era stata acquistata al netto della fusione che però non è avvenuta, ma oggi i rapporti sono buoni». Chi ha ascoltato l'audizione ha definito Boujnah, «un ottimo commerciale. Tanti slogan. Speriamo ci sia anche sostanza».
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Il testo, mai visto dall'Aula, sottoscritto fra 7 giorni. Molte parti saranno subito effettive, anche senza ratifica Mattarella celebra le Camere «templi della democrazia», eppure consente la firma senza alcuna votazioneStéphane Boujnah, il francese a capo del conglomerato a cui appartiene la Borsa , in audizione annuncia investimenti e pochi esuberi. Però conferma: «No a scelte di cittadinanza»Lo speciale contiene due articoliChe belle le parole di Sergio Mattarella a Madrid. «Ogni Parlamento è tempio della democrazia. Il confronto fra diverse visioni vi trova posto, in vista di una sintesi orientata al bene comune», ha detto ieri il nostro capo dello Stato nel suo intervento davanti alle Cortes spagnole. Un luogo dove il concetto di democrazia non è certo teorico visto che pochi anni fa, nel 1981, si è misurato direttamente con un assalto armato. «Tocca ai Parlamenti colmare il divario tra la traiettoria segnata dalle aspirazioni racchiuse nei testi costituzionali e le condizioni reali, attraverso il confronto politico», ha aggiunto, «Si tratta di un compito arduo e appassionante». Ascoltando le parole di Mattarella abbiamo però dovuto riavvolgere il nastro, tornare all'incipit e verificare che il messaggio non fosse solo rivolto alle Cortes spagnole bensì anche ai nostri Senato e Camera. In effetti, «ogni Parlamento è tempio»: avevamo capito bene. Eppure qualcosa stona. Basti pensare alla legge finanziaria. Anzi alle ultime tre manovre finite in Aula con tale ritardo da rendere impossibile il funzionamento bicamerale e imporre un passaggio così a volo d'uccello da trasformare l'attività dei parlamentari in qualcosa di meramente accessorio. Ma a stonare ancor di più c'è un tema di estrema attualità. Il prossimo 25 novembre, fra sette giorni, il premier francese Emmanuel Macron è dato a Roma. In quell'occasione si firmerà il Trattato del Quirinale che porta proprio il nome del Colle. Come La Verità ha più volte denunciato, si tratterà di un accordo bilaterale in grado di blindare i rapporti tra i due Paesi in modo indissolubile. Su temi che vanno dall'industria alla Difesa, dallo spazio fino alla pesca e alla gestione dei migranti e dei confini marittimi e terrestri. Eppure del Trattato il Parlamento non sa nulla. Non è stato minimamente coinvolto o consultato. A partire da agosto 2020, in collaborazione con la Farnesina e il Colle, sono partiti i tavoli su tutte le tematiche tranne quella della cooperazione spaziale di cui si è cominciato a discutere solo a settembre. La colonna dorsale dell'impianto servirà a creare percorsi di cooperazione così rigidi che qualunque governo ci sarà a Palazzo Chigi nei prossimi anni sarà ininfluente. Non dovrebbe essere in grado di intervenire per cambiare rotta. Ecco perché si sarebbe dovuto alzare le antenne e domandarsi perché le trattative sono praticamente un segreto di Stato. Un compito che certamente spetta al Parlamento. Ma che certamente non riuscirà a portare a termine. Nessuna cerimonia democratica dentro il tempio italiano. La lancetta dell'orologio però corre e in questi sette giorni c'è da chiedersi quale sarà la versione finale e chi metterà la faccia sul trattato, oltre che la firma. Gli uomini di Macron nelle ultime settimane hanno chiesto di inserire un esplicito riferimento al sostegno che le parti dovrebbero perseguire per rendere l'Accordo di Parigi un elemento essenziale in tutti i tavoli internazionali sul commercio e sugli investimenti sostenuti dall'Ue. Il nostro Paese dovrebbe impegnarsi a rendere il quadro normativo internazionale, che piace ai francesi, di fatto una legge soprastante non solo alle logiche italiane ma anche a quelle dell'intera Unione. Con il rischio concreto di finire con il tagliare il ramo su cui molte aziende italiane siedono quando trattano con gli Usa o anche con altri partner asiatici che delle tematiche ambientali hanno sicuramente una visione diversa. Ma al di là degli aspetti economici, che sono basilari, si ritorna all'interrogativo di fondo sul Parlamento. Non spetta all'Aula decidere e vigilare le decisioni sugli accordi internazionali? Gli italiani hanno la memoria corta. L'attuale commissario Ue all'Economia ha portato avanti in solitudine il Trattato di Caen. Anch'esso un tentativo di definire tra Roma e Parigi relazioni privilegiate. Dove il termine privilegio è da intendere nei confronti della Francia. In quel caso, l'incontro avvenne a marzo del 2015 appunto a Caen, i contenuti miravano alla condivisione e lo sfruttamento di risorse sottomarine oltre che ai relativi interessi delle zone speciali. Il Trattato si è arenato e non è mai arrivato al Parlamento. Nel 2019 il neo ministro degli Affari europei Vincenzo Amendola si disse favorevole a riaprire il tavolo. La spinta del Pd non ha portato a nulla. Per fortuna. L'attuale Trattato in via di definizione è però molto più sottile e dunque rischioso. Pur immaginando che dovrà avere un percorso parlamentare un po' come è avvenuto ai tempi di Silvio Berlusconi con la Libia, molti passaggi dell'accordo del Quirinale non necessiteranno di ratifiche per entrare in vigore. Quelli industriali, sulla sicurezza, sulla nostra proiezione all'estero e sull'intelligence potranno essere operativi da subito. 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Ha di fatto confermato, tra le righe e rispondendo a una domanda della Lega, che l'Italia e gli interessi del Sistema Paese saranno di fatto messi in secondo piano per rendere grande Euronext. Anche perché ha sottolineato come sia vero che «Borsa italiana rappresenta un terzo dei ricavi del gruppo e che Milano contribuisce con una crescita dei ricavi pari al +10%». Ma «ora che i volumi medi quotidiani si avvicinano ai 12 miliardi sarà sempre più importante avere una sola testa europa» . «Nello statuto non si parla di Stati», ha infatti sottolineato. Un tempo il Parlamento, grazie alle pressione di Consob, a molti Parlamentari sfuggiva la partecipazione di Borsa Italiana allo schieramento londinese. Adesso tutti invece dovranno confrontarsi direttamente con Euronext Milano. Dopo una breve relazione introduttiva, accompagnato dal direttore finanziario Giorgio Modica e del prossimo amministratore delegato (dal 28 novembre) di Borsa italiana Fabrizio Testa, Boujnah ha ricordato che un terzo dell'intero organico sarà distribuito tra Milano, Roma e Isernia. Euronext promette anche di sviluppare investimenti in innovazione e che vi sarà la migrazione del core data center (in partnership con Aruba) da Londra a Ponte San Pietro, in provincia di Bergamo. Secondo l'amministratore delegato francese del gruppo l'area del capoluogo diverrà un hub fondamentale, anche se non ha spiegato come. La migrazione rappresenta il più grande investimento di Euronext e dei suoi clienti: creerà decine di posti e i lavori finiranno nel giugno 2022. Ma a fronte di questi slogan e delle rassicurazioni sull'occupazione («Sulle nuove assunzioni, nel 2024 il numero di posti di lavoro sarà uguale a quello odierno» ha detto), Boujnah ha anche dovuto ammettere che i tagli ci potrebbero essere. «Le voci girate quest'estate sui licenziamenti», ha affermato, «sono assurde, ma non possiamo essere più specifici oggi perché in Italia, come negli altri Paesi europei, prima bisogna parlare con i sindacati per cercare di organizzare le cose nella maniera più giusta. Quindi non faremo annunci né prenderemo iniziative senza prima aver parlato con chi rappresenta i lavoratori». Un modo per dire che ci saranno esuberi volontari concordati con i sindacati. Giulio Centemero, capogruppo della Lega in commissione Finanze, ha ribadito l'importanza del mercato italiano a tutela anche delle Pmi. I responsabili di Piazza Affari dovrebbero essere italiani e l'ad dovrebbe avere un'ampia autonomia proprio in virtù della qualità e della specificità del mercato italiano. Ma, secondo Boujnah, questo discorso non tiene. Perché «Euronext è organizzazione federale: siamo uniti nella diversità». Certo, «ogni mercato ha le proprie specificità (l'Olanda è vitale sui derivati, la Norvegia sulle Pmi e sul tech)», ma Euronext è «un'organizzazione che si evolve e si cercherà di sviluppare la governance federale. Si guarda alla gente, non alla cittadinanza. Nello statuto non si parla di Stati. Euronext non distribuisce i progetti per nazioni» anche se «l'Italia sarà il territorio con i massimi investimenti» come dimostra il data center di Bergamo. Rispetto invece al progetto di acquisizione di Clearnet, il numero uno della Borsa paneuropea ha ricordato che nel 2017 «era stata acquistata al netto della fusione che però non è avvenuta, ma oggi i rapporti sono buoni». Chi ha ascoltato l'audizione ha definito Boujnah, «un ottimo commerciale. Tanti slogan. Speriamo ci sia anche sostanza».
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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