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2021-09-23
Il sogno del Pd è alzare le tasse per abbassare la bolletta elettrica
I costi del gas e dell'energia in generale non accennano a diminuire. «I prezzi del gas in Europa sono aumentati fino al 280% finora quest'anno e minacciano di far salire alle stelle le bollette per gli impianti di riscaldamento invernale, danneggiando i consumi e aggravando il picco di inflazione a breve termine». A dirlo è Mohammed Barkindo, il segretario generale dell'Opec, l'Organizzazione dei Paesi produttori del petrolio. L'alert sarà sicuramente di parte, visto la posizione e il ruolo dell'Opec, ma è basato su dati condivisi. «Il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici dovrebbe essere l'organismo più autorevole sia per quanto riguarda i cambiamenti climatici che per la transizione», ha aggiunto, «E noi dell'Opec crediamo che stiano facendo un ottimo lavoro, stanno producendo rapporti molto molto importanti ma purtroppo questi rapporti vengono messi da parte e le discussioni che ne conseguono al momento sono guidate più dalle emozioni che dal grande lavoro che questo organismo scientifico sta producendo per tutti noi».
Non sono parole poi così dissimili, almeno nella sostanza, da quelle che nelle ultime settimane sono uscite dalla bocca di Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica. Il che fotografa una coazione a ripetere. La scelta europea è quella di alzare sempre più l'asticella. Come dire, il green alza i prezzi e quindi serve più green. Invece è importante tenere alto il dibattito. Immaginare di poter mettere in parallelo il maggior numero di fonti energetiche possibile. Ben venga la discussione su nucleare di nuova generazione, il gas e l'idrogeno e al tempo stesso l'ottimizzazione delle reti elettriche. Purtroppo, non siamo di fronte a scelte facili e applicabili in tempi rapidi. Per questo nel breve termine bisognerebbe intervenire per calmierare le bollette elettriche e, a livello di Vecchio continente, almeno sul gas adoperarsi per superare i colli di bottiglia dell'approvvigionamento. Nel brevissimo tempo, la politica ha come obiettivo il contenimento dei prezzi che le famiglie dovranno affrontare per riscaldare le proprie case. La scorsa settimana il governo si sarebbe dovuto riunire per trovare almeno i 3 miliardi necessari a un temporaneo raffreddamento degli oneri in bolletta. Al momento non ci sono soluzioni pronte.
Ieri però il Pd per tramite del senatore, nonché responsabile economico, Antonio Misiani, ha detto la sua. «È necessario che il governo intervenga, lo abbiamo chiesto come Pd e probabilmente avverrà nel cdm di giovedì (domani, ndr) per ridurre il più possibile l'impatto sulle famiglie con un intervento significativo sugli oneri di sistema». In pratica si tratta di sfilare dalla bolletta una parte degli oneri di sistema, che sono gli incentivi che lo Stato fornisce ai produttori di rinnovabili, per poi scaricarli sulla fiscalità generale. Idea non condivisibile se non la si accoppia con altre iniziative, perché risulterebbe essere un gioco delle tre carte. Ma il colpo di genio è un altro. «Vedo improbabile la soluzione spagnola, in Italia dieci anni fa vi fu un appesantimento delle imposte sulle aziende energetiche, ma credo che una sentenza della Corte costituzionale abbia dichiarato illegittima quella soluzione ed è un peccato perché secondo me quello poteva essere uno dei canali per reperire risorse», ha aggiunto Misiani. Spieghiamo meglio. Circa dieci anni fa è stata ideata la Robin tax, una addizionale per le aziende produttrici di energia. La Corte l'ha dichiarata illegittima perché violava i diritti basilari del fare azienda. Non si può mettere un tetto agli utili. Ma se allora era incostituzionale, adesso sarebbe un doppio danno. Perché le aziende che in questi mesi stanno guadagnando dal rally di gas e petrolio sono le stesse impegnate a gestire la transizione. Limitare gli utili significherebbe tagliare gli investimenti e quindi rendere necessari più sussidi. Con il risultato di alzare i prezzi delle bollette. Eppure per il Pd sarebbe stata la soluzione perfetta. Aggiungiamo noi, per avviare il circolo vizioso perfetto.
Purtroppo non è l'unico cul de sac. Mario Draghi ha recentemente spinto l'acceleratore sulle rinnovabili e sulla transizione. Il Pnrr prevede l'installazione di 70 gigawatt di potenza entro il 2030. Si tratta di 7 giga all'anno. Nei primi sei mesi ne sono stati installati 500 mega. Colmare gli altri 6,5 giga è impossibile. «Soltanto la nostra società», spiega alla Verità Raffaello Giacchetti, fondatore dell'associazione Gis, gruppo impianti solari, «e il consorzio che rappresentiamo ha bloccati impianti per circa 2 giga. Abbiamo assistito a bocciature anche da parte del Consiglio dei ministri guidato da Giuseppe Conte, lo stesso che adesso celebra l'importanza delle rinnovabili». Le Regioni stanno a loro volta frenando. Il Lazio ad esempio ha sospeso le autorizzazioni fino al prossimo aprile con il rischio di far scappare gli investitori esteri. I consorzi come Gis come potranno spiegare ai fondi esteri la schizofrenia italiana? Anche se le rinnovabili fossero la soluzione (e abbiamo spiegato più volte che non è così) come si può da un lato chiedere di spingere il piede dell'acceleratore degli investimenti e poi non accorgersi che sotto non si muove nulla? La domanda è retorica. Non necessita di risposta.
«Dipendenza energetica da ridurre»
Sul caro bollette, la Lega si muove e chiede al governo di intervenire per calmierare gli aumenti di energia elettrica e gas, sia con provvedimenti urgenti - i rincari sono previsti con il prossimo aggiornamento delle tariffe da parte di Arera, il 1° ottobre - sia con misure di più ampio respiro: per questo il Carroccio ha depositato, al Senato e alla Camera, una mozione che vede come primi firmatari i senatori Paolo Arrigoni e Massimiliano Romeo, capogruppo del partito a Palazzo Madama. La mozione, spiegano i due parlamentari, «contiene indicazioni importanti in vista della deliberazione del Consiglio dei ministri, che dovrebbe avvenire giovedì, e che non si limitano alla sola richiesta di un intervento immediato ma sottolineano l'esigenza di alcune azioni strutturali. Per la Lega è infatti imprescindibile assicurare la neutralità tecnologica e che la sostenibilità ambientale sia accompagnata da quella economica e sociale, altrimenti ci troveremo a pagare un prezzo troppo alto per la transizione ecologica».
«Le ragioni dei rincari sono note: l'aumento del costo del gas e dei prezzi per le emissioni di anidride carbonica», sottolinea Arrigoni, che è anche responsabile del dipartimento energia della Lega, alla Verità. «Qualcuno sostiene che tutto questo sta accadendo perché non si usano abbastanza energie rinnovabili, ma io ritengo invece che parte del problema sia legato alla transizione ecologica». Se non si interviene subito, le conseguenze saranno gravi per le famiglie e per le imprese: come spiega il testo della mozione, «gli aumenti dell'energia colpiscono pesantemente le famiglie, sia direttamente con i rincari in bolletta e sia per gli inevitabili aumenti dei prezzi dei beni di consumo per effetto dei maggiori costi di produzione, e le attività economiche italiane, che vedono ulteriormente indebolita la propria competitività sui mercati europei e internazionali, che da anni beneficiano di prezzi dell'energia inferiori a quelli italiani».
Cosa fare, quindi? La mozione della Lega suggerisce all'esecutivo di operare nell'immediato «un taglio di parte degli oneri di sistema da trasferire alla fiscalità generale», fa sapere Arrigoni. «Chiediamo anche di valutare una riduzione dell'Iva e che venga riservata un'attenzione particolare alle famiglie bisognose, con il rafforzamento dello sconto sulle bollette previsto dal bonus sociale. Per calmierare gli aumenti suggeriamo di utilizzare parte dei proventi delle aste dei permessi di emissione di CO2 nel sistema Ets, come già è stato fatto a luglio, ferma restando comunque la destinazione finale di questi fondi alla decarbonizzazione».
Una volta tamponata l'emergenza, aggiunge Arrigoni, «servono interventi organici, perché questi aumenti non sono contingenti ma continueranno a verificarsi nei trimestri a venire. Bisogna quindi mettere mano a un riordino delle voci della bolletta, tra cui gli oneri di sistema. Fondamentale è poi, come la Lega sostiene da sempre, che il governo si adoperi per ridurre la dipendenza energetica dell'Italia». Il nostro Paese, evidenzia il senatore, «importa il 93% dei consumi di gas naturale, e noi riteniamo che l'esecutivo debba agire in questo senso, anche attraverso la diversificazione degli approvvigionamenti. Chiediamo poi un altro intervento organico, e cioè un percorso equilibrato e sostenibile per la revisione del Piano nazionale integrato energia clima (Pniec): il governo si deve adoperare perché vengano adottate politiche energetiche a livello nazionale ed europeo con l'obiettivo di evitare futuri aumenti incontrollati dei prezzi del gas e dunque dell'energia».
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Mentre il cdm cerca 3 miliardi per coprire gli oneri, Antonio Misiani celebra le imposte: «Avevamo la Robin tax, però la Consulta l'ha bocciata». Schizofrenia sul verde: non arrivano le autorizzazioni per le rinnovabiliIl leghista Claudio Arrigoni ha firmato una mozione contro i rincari: «Fra le nostre proposte anche la riduzione dell'Iva. Vanno diversificate le fonti di approvvigionamento»Lo speciale contiene due articoliI costi del gas e dell'energia in generale non accennano a diminuire. «I prezzi del gas in Europa sono aumentati fino al 280% finora quest'anno e minacciano di far salire alle stelle le bollette per gli impianti di riscaldamento invernale, danneggiando i consumi e aggravando il picco di inflazione a breve termine». A dirlo è Mohammed Barkindo, il segretario generale dell'Opec, l'Organizzazione dei Paesi produttori del petrolio. L'alert sarà sicuramente di parte, visto la posizione e il ruolo dell'Opec, ma è basato su dati condivisi. «Il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici dovrebbe essere l'organismo più autorevole sia per quanto riguarda i cambiamenti climatici che per la transizione», ha aggiunto, «E noi dell'Opec crediamo che stiano facendo un ottimo lavoro, stanno producendo rapporti molto molto importanti ma purtroppo questi rapporti vengono messi da parte e le discussioni che ne conseguono al momento sono guidate più dalle emozioni che dal grande lavoro che questo organismo scientifico sta producendo per tutti noi». Non sono parole poi così dissimili, almeno nella sostanza, da quelle che nelle ultime settimane sono uscite dalla bocca di Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica. Il che fotografa una coazione a ripetere. La scelta europea è quella di alzare sempre più l'asticella. Come dire, il green alza i prezzi e quindi serve più green. Invece è importante tenere alto il dibattito. Immaginare di poter mettere in parallelo il maggior numero di fonti energetiche possibile. Ben venga la discussione su nucleare di nuova generazione, il gas e l'idrogeno e al tempo stesso l'ottimizzazione delle reti elettriche. Purtroppo, non siamo di fronte a scelte facili e applicabili in tempi rapidi. Per questo nel breve termine bisognerebbe intervenire per calmierare le bollette elettriche e, a livello di Vecchio continente, almeno sul gas adoperarsi per superare i colli di bottiglia dell'approvvigionamento. Nel brevissimo tempo, la politica ha come obiettivo il contenimento dei prezzi che le famiglie dovranno affrontare per riscaldare le proprie case. La scorsa settimana il governo si sarebbe dovuto riunire per trovare almeno i 3 miliardi necessari a un temporaneo raffreddamento degli oneri in bolletta. Al momento non ci sono soluzioni pronte. Ieri però il Pd per tramite del senatore, nonché responsabile economico, Antonio Misiani, ha detto la sua. «È necessario che il governo intervenga, lo abbiamo chiesto come Pd e probabilmente avverrà nel cdm di giovedì (domani, ndr) per ridurre il più possibile l'impatto sulle famiglie con un intervento significativo sugli oneri di sistema». In pratica si tratta di sfilare dalla bolletta una parte degli oneri di sistema, che sono gli incentivi che lo Stato fornisce ai produttori di rinnovabili, per poi scaricarli sulla fiscalità generale. Idea non condivisibile se non la si accoppia con altre iniziative, perché risulterebbe essere un gioco delle tre carte. Ma il colpo di genio è un altro. «Vedo improbabile la soluzione spagnola, in Italia dieci anni fa vi fu un appesantimento delle imposte sulle aziende energetiche, ma credo che una sentenza della Corte costituzionale abbia dichiarato illegittima quella soluzione ed è un peccato perché secondo me quello poteva essere uno dei canali per reperire risorse», ha aggiunto Misiani. Spieghiamo meglio. Circa dieci anni fa è stata ideata la Robin tax, una addizionale per le aziende produttrici di energia. La Corte l'ha dichiarata illegittima perché violava i diritti basilari del fare azienda. Non si può mettere un tetto agli utili. Ma se allora era incostituzionale, adesso sarebbe un doppio danno. Perché le aziende che in questi mesi stanno guadagnando dal rally di gas e petrolio sono le stesse impegnate a gestire la transizione. Limitare gli utili significherebbe tagliare gli investimenti e quindi rendere necessari più sussidi. Con il risultato di alzare i prezzi delle bollette. Eppure per il Pd sarebbe stata la soluzione perfetta. Aggiungiamo noi, per avviare il circolo vizioso perfetto. Purtroppo non è l'unico cul de sac. Mario Draghi ha recentemente spinto l'acceleratore sulle rinnovabili e sulla transizione. Il Pnrr prevede l'installazione di 70 gigawatt di potenza entro il 2030. Si tratta di 7 giga all'anno. Nei primi sei mesi ne sono stati installati 500 mega. Colmare gli altri 6,5 giga è impossibile. «Soltanto la nostra società», spiega alla Verità Raffaello Giacchetti, fondatore dell'associazione Gis, gruppo impianti solari, «e il consorzio che rappresentiamo ha bloccati impianti per circa 2 giga. Abbiamo assistito a bocciature anche da parte del Consiglio dei ministri guidato da Giuseppe Conte, lo stesso che adesso celebra l'importanza delle rinnovabili». Le Regioni stanno a loro volta frenando. Il Lazio ad esempio ha sospeso le autorizzazioni fino al prossimo aprile con il rischio di far scappare gli investitori esteri. I consorzi come Gis come potranno spiegare ai fondi esteri la schizofrenia italiana? Anche se le rinnovabili fossero la soluzione (e abbiamo spiegato più volte che non è così) come si può da un lato chiedere di spingere il piede dell'acceleratore degli investimenti e poi non accorgersi che sotto non si muove nulla? La domanda è retorica. 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La mozione, spiegano i due parlamentari, «contiene indicazioni importanti in vista della deliberazione del Consiglio dei ministri, che dovrebbe avvenire giovedì, e che non si limitano alla sola richiesta di un intervento immediato ma sottolineano l'esigenza di alcune azioni strutturali. Per la Lega è infatti imprescindibile assicurare la neutralità tecnologica e che la sostenibilità ambientale sia accompagnata da quella economica e sociale, altrimenti ci troveremo a pagare un prezzo troppo alto per la transizione ecologica». «Le ragioni dei rincari sono note: l'aumento del costo del gas e dei prezzi per le emissioni di anidride carbonica», sottolinea Arrigoni, che è anche responsabile del dipartimento energia della Lega, alla Verità. «Qualcuno sostiene che tutto questo sta accadendo perché non si usano abbastanza energie rinnovabili, ma io ritengo invece che parte del problema sia legato alla transizione ecologica». Se non si interviene subito, le conseguenze saranno gravi per le famiglie e per le imprese: come spiega il testo della mozione, «gli aumenti dell'energia colpiscono pesantemente le famiglie, sia direttamente con i rincari in bolletta e sia per gli inevitabili aumenti dei prezzi dei beni di consumo per effetto dei maggiori costi di produzione, e le attività economiche italiane, che vedono ulteriormente indebolita la propria competitività sui mercati europei e internazionali, che da anni beneficiano di prezzi dell'energia inferiori a quelli italiani». Cosa fare, quindi? La mozione della Lega suggerisce all'esecutivo di operare nell'immediato «un taglio di parte degli oneri di sistema da trasferire alla fiscalità generale», fa sapere Arrigoni. «Chiediamo anche di valutare una riduzione dell'Iva e che venga riservata un'attenzione particolare alle famiglie bisognose, con il rafforzamento dello sconto sulle bollette previsto dal bonus sociale. Per calmierare gli aumenti suggeriamo di utilizzare parte dei proventi delle aste dei permessi di emissione di CO2 nel sistema Ets, come già è stato fatto a luglio, ferma restando comunque la destinazione finale di questi fondi alla decarbonizzazione». Una volta tamponata l'emergenza, aggiunge Arrigoni, «servono interventi organici, perché questi aumenti non sono contingenti ma continueranno a verificarsi nei trimestri a venire. Bisogna quindi mettere mano a un riordino delle voci della bolletta, tra cui gli oneri di sistema. Fondamentale è poi, come la Lega sostiene da sempre, che il governo si adoperi per ridurre la dipendenza energetica dell'Italia». Il nostro Paese, evidenzia il senatore, «importa il 93% dei consumi di gas naturale, e noi riteniamo che l'esecutivo debba agire in questo senso, anche attraverso la diversificazione degli approvvigionamenti. Chiediamo poi un altro intervento organico, e cioè un percorso equilibrato e sostenibile per la revisione del Piano nazionale integrato energia clima (Pniec): il governo si deve adoperare perché vengano adottate politiche energetiche a livello nazionale ed europeo con l'obiettivo di evitare futuri aumenti incontrollati dei prezzi del gas e dunque dell'energia».
Celebrazioni a Teheran per Mojtaba Khamenei (Ansa)
La Repubblica islamica dell’Iran sostiene di aver già individuato la figura destinata a succedere alla guida del Paese dopo la morte dell’ayatollah Ali Khamenei, ma ufficialmente, al momento di andare in stampa, il nome del nuovo leader supremo non è stato ancora reso pubblico. Un silenzio che riflette le profonde tensioni politiche e istituzionali che attraversano il sistema di potere iraniano in uno dei momenti più delicati della sua storia recente. A confermare che una decisione sarebbe stata presa è stato un membro dell’Assemblea degli esperti, l’organo religioso incaricato dalla Costituzione di designare la Guida suprema; l’ayatollah Mohammad-Mahdi Mirbagheri ha dichiarato che all’interno dell’Assemblea sono stati compiuti «grandi sforzi per determinare la Guida» e che sarebbe stato raggiunto «un parere decisivo e unanime». Un altro membro dell’Assemblea, Hojjatoleslam Jafari, rappresentante della provincia di Zanjan, ha espresso l’auspicio che la decisione venga resa nota al più presto. «Il ritardo nell’elezione del terzo leader è amaro e indesiderato per tutti», ha spiegato, invitando tuttavia la popolazione a non perdere fiducia nei rappresentanti religiosi chiamati a prendere una decisione così delicata.
Nel frattempo, un altro religioso dell’Assemblea ha assicurato che il nome di Khamenei come leader dell’Iran «continuerà a esistere», sottolineando come la futura guida della Repubblica islamica dovrà muoversi nel solco politico e ideologico tracciato dal defunto ayatollah. Secondo la Costituzione, spetta all’Assemblea degli esperti - composta da 88 religiosi - scegliere la Guida suprema quando la carica rimane vacante. È quanto accaduto dopo i quasi 37 anni di leadership di Ali Khamenei, morto a seguito di un attacco Usa a Teheran lo scorso 28 febbraio. La successione rappresenta quindi uno dei passaggi più sensibili nella storia politica della Repubblica islamica.
Il dibattito interno è reso ancora più complesso dalla possibile candidatura di Mojtaba Khamenei, figlio della precedente Guida suprema e da tempo indicato come uno dei principali pretendenti alla successione. La sua nomina, osteggiata dal presidente statunitense Donald Trump secondo il quale «sarebbe inaccettabile», garantirebbe continuità con la linea politica del padre e lascerebbe campo libero ai pasdaran, principali sponsor della sua ascesa.
Il prezzo, secondo molti osservatori, lo pagherebbe la popolazione iraniana, che potrebbe trovarsi di fronte a una repressione ancora più dura mentre il conflitto in corso rischierebbe di intensificarsi ulteriormente. Secondo alcune informazioni circolate nelle ultime ore, Mojtaba Khamenei sarebbe inoltre rimasto gravemente ferito nei raid che hanno colpito la città di Qom alla fine di febbraio e si troverebbe attualmente ricoverato in ospedale. Un altro membro dell’Assemblea, l’ayatollah Mohsen Heidari Alekasir, ha dichiarato che il candidato prescelto sarebbe stato individuato anche tenendo conto delle indicazioni lasciate dallo stesso Khamenei prima della morte. Secondo il religioso, il nuovo leader dovrebbe essere una figura «odiata dal nemico», aggiungendo che «persino il Grande Satana» avrebbe già fatto il suo nome. Ovvio il riferimento a Mojtaba Khamenei. All’interno del clero non mancano le pressioni per accelerare la decisione. L’ayatollah ha chiesto di rendere pubblico al più presto il nome del «giurista a pieno titolo» selezionato dall’Assemblea. Rahim Tavakol, altro membro dell’organismo religioso, ha assicurato che l’assemblea ha già svolto il proprio compito e che «presto verrà annunciato il successore» di Khamenei. Tuttavia diversi osservatori ritengono che il ritardo possa essere legato anche a questioni procedurali e di sicurezza. Secondo alcuni giuristi iraniani, la Costituzione prevede che almeno due terzi dei membri dell’Assemblea partecipino fisicamente alla deliberazione. In mancanza di questa condizione, qualsiasi decisione rischierebbe di non avere piena validità legale.
Emergono anche divisioni all’interno dell’establishment. Alcune fonti sostengono che il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Ali Larijani, si sarebbe opposto alla nomina di Mojtaba Khamenei, preferendo invece la candidatura del fratello Sadeq Larijani, ex capo della magistratura e figura influente dell’apparato religioso e politico iraniano. Per l’esercito israeliano, invece, non è importante chi verrà nominato: «Continueremo a colpire chiunque tenti di assumere o designare la carica di Guida Suprema» ha affermato l’Idf in una nota.
La guerra «sotterranea» dell’acqua
L’escalation militare in Medio Oriente continua ad allargarsi mentre il confronto tra Iran, Israele e Stati Uniti apre nuovi fronti di tensione in tutta la regione. A Teheran la situazione appare sempre più critica dopo una serie di raid che hanno colpito infrastrutture energetiche della capitale provocando incendi di vaste proporzioni. Il corrispondente della Cnn Frederik Pleitgen ha raccontato dalla città uno scenario che ha definito «apocalittico». Gli attacchi israeliani hanno centrato diversi impianti petroliferi causando roghi che, a distanza di oltre 12 ore, continuavano ancora a bruciare. Colonne di fumo nero si sono alzate sopra la capitale mentre la pioggia, mescolata ai residui di petrolio dispersi nell’aria, è ricaduta sulle strade.
Nel frattempo il comando militare Usa per il Medio Oriente ha diffuso un messaggio diretto alla popolazione iraniana invitando i civili a restare nelle proprie abitazioni: «State a casa. Il regime sta consapevolmente mettendo in pericolo le vite dei civili», si legge nell’avviso diffuso dallo Us central command. Nel comunicato si accusa inoltre Teheran di utilizzare quartieri densamente abitati per operazioni militari, compreso il lancio di droni d’attacco e missili balistici. Washington ha tuttavia precisato di non essere coinvolta negli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane.
Il segretario statunitense all’Energia, Chris Wright, intervistato dalla Cnn, ha dichiarato che gli Stati Uniti non intendono colpire l’industria petrolifera o del gas della Repubblica islamica. Secondo Wright gli obiettivi dei raid riguarderebbero depositi di carburante utilizzati per rifornire le stazioni di benzina della capitale. Il segretario ha riconosciuto l’impatto degli attacchi sulla qualità dell’aria a Teheran, aggiungendo, tuttavia, che «alcuni giorni di qualità dell’aria peggiore non sono nulla rispetto a ciò che il popolo iraniano ha sofferto sotto il regime». La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, intervistata da Fox News, ha spiegato che la strategia dell’amministrazione guidata da Donald Trump resta concentrata su una campagna di bombardamenti aerei. «Il dispiegamento di truppe a terra non rientra nel piano attuale ma il presidente non ha rimosso l’opzione dal tavolo», ha dichiarato.
Le tensioni si estendono anche al Golfo. Le autorità del Bahrein hanno denunciato un attacco con drone attribuito all’Iran contro un impianto di desalinizzazione nei pressi della capitale Manama. In una nota ufficiale il governo ha riferito che l’azione ha colpito obiettivi civili causando danni materiali alla struttura. L’Autorità elettrica e idrica del Paese ha tuttavia assicurato che l’incidente non ha interrotto la distribuzione dell’acqua potabile. Il tema resta particolarmente delicato perché nei Paesi del Golfo la sopravvivenza delle città dipende in larga parte dagli impianti di desalinizzazione.
Proprio gli Emirati Arabi Uniti sono finiti al centro di nuove polemiche diplomatiche. Secondo indiscrezioni riportate dal quotidiano israeliano Ynet, Abu Dhabi avrebbe valutato la possibilità di colpire un impianto di desalinizzazione in Iran come segnale politico. Negli Emirati cresce però la rabbia per le notizie diffuse dai media israeliani. Secondo quanto riferito da Channel 12, fonti vicine alla leadership emiratina ritengono che rivelazioni pubbliche di questo tipo possano compromettere un delicato equilibrio regionale. Sul piano diplomatico Teheran continua intanto a ribadire la propria determinazione a resistere. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, intervistato dalla Nbc, ha affermato che la cooperazione con la Russia «non è una novità né un segreto» e che l’Iran continuerà a difendere il proprio territorio: «La nostra dignità non è in vendita», ha dichiarato. Resta instabile anche il fronte libanese. Secondo le Forze di difesa israeliane, negli ultimi giorni oltre 200 membri di Hezbollah e di altri gruppi armati sarebbero stati uccisi durante le operazioni militari in Libano. Il ministero della Salute libanese ha riferito che i bombardamenti della scorsa settimana hanno provocato almeno 394 morti, confermando come il conflitto stia assumendo dimensioni sempre più ampie.
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Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia cerca sempre di dare un aiuto». E Poi: «Giorgia è un’ottima leader ed è una mia amica». Le dichiarazioni che Donald Trump ha rilasciato al Corriere della Sera a sostegno del presidente del Consiglio Giorgia Meloni hanno provocato moltissime proteste da parte dell’opposizione.«L’Italia non è parte del conflitto, non intende essere parte del conflitto. Noi ci stiamo limitando a rafforzare la nostra presenza nei Paesi del Golfo che sono stati attaccati dall’Iran con missili, con droni, ma solo a scopo difensivo». La risposta di Meloni a chi accusa l’esecutivo di essere entrato in guerra arriva su Rete 4 in un’intervista rilasciata a Mario Giordano, nella puntata di ieri di Fuori dal coro. «Una decisione che nasce dal bisogno che noi abbiamo di proteggere le decine di migliaia di italiani che sono presenti nell’area, oltre che i nostri contingenti militari», ha puntualizzato il premier, spiegando che «noi abbiamo circa 2.000 soldati dislocati in quella regione. Dopodiché quelle sono anche nazioni con le quali noi abbiamo sicuramente ottimi rapporti, ma che sono anche vitali per i nostri interessi energetici». E poi ha ribadito: «Però non intendiamo entrare in guerra e non ci entreremo».
Sulle parole del presidente degli Stati Uniti era già intervenuto anche il ministro degli Interni Antonio Tajani. «Quella del presidente Donald Trump al Corriere della sera è una dichiarazione più politica e non credo che ci sia nulla da chiarire». E poi sulle contestazioni arrivate da Pd, Avs e Movimento 5 stelle ha detto: «Le opposizioni fanno la loro parte, mi pare che adesso in questo momento non ci sia nulla da commentare», ha spiegato. «Tutto quello che si sta facendo si è fatto, si farà, è stato detto in Parlamento, quindi, non c’è null’altro per quanto mi riguarda da aggiungere».
Sulla guerra, Meloni da Giordano ha insistito: «La guerra ovviamente non piace a nessuno e nessuno sottovaluta i rischi e le difficoltà che ne seguono, però neanche l’alternativa è rassicurante. Che è la ragione per cui noi ci siamo spesi moltissimo per arrivare a un accordo sul nucleare iraniano, cioè per avere certezza che l’Iran rinuncia all’atomica, che però sono falliti. E quindi adesso, secondo me, la priorità è capire se ci siano i margini per riprendere quei negoziati. E se ci fossero, ovviamente l’Italia intende lavorare su questo, cioè al ritorno della diplomazia».
Sull’Iran, poi, attacca le opposizioni che accusa di fare «propaganda spicciola» e si chiede «se davvero sia questo il momento». Anche perché «noi dobbiamo fare i conti con un quadro nel quale sono oggettivamente saltate le regole del diritto internazionale».
La guerra preoccupa anche per le possibili conseguenze a livello di terrorismo ma Meloni ha rassicurato: «Non ci sono particolari allarmi in questo momento, ma sicuramente noi, a scopo di prevenzione, siamo mobilitatissimi», anche perché, ha spiegato, «il Comitato antiterrorismo e il Comitato nazionale difesa e sicurezza, sono praticamente convocati a oltranza». Guerra, terrorismo e rincaro dei prezzi inevitabile. Questo preoccupa le persone e il premier ha consigliato «prudenza» a chi specula «perché non escludo di aumentare le tasse a quelle aziende che si dovessero rendere responsabili della speculazione e dell’aumento dei prezzi». Sui rincari della benzina ha detto che intende valutare «di attivare le cosiddette accise mobili, un meccanismo che esiste dal 2008 e che noi abbiamo reso più efficace con il nostro provvedimento sui carburanti nel 2023», perché «se i prezzi dovessero aumentare in modo stabile, questo meccanismo consentirebbe di utilizzare la parte di maggiore Iva che arriva dall’aumento per calmierare i prezzi riducendo le accise».
Inevitabile un passaggio sul referendum a poco meno di due settimane dal voto: «Se non partiamo dalla base, non possiamo risolvere i problemi. Sono convinta che la riforma della giustizia interviene anche su materie come immigrazione e sicurezza». Meloni, infatti, ha ricordato che questi due temi viaggiano su tre livelli: le leggi «messe a disposizione» anche dal governo, il lavoro delle forze dell’ordine e la «magistratura che fa rispettare le leggi». «Se uno dei tre livelli non funziona il meccanismo si inceppa e io conosco moltissimi casi nei quali il meccanismo si è inceppato», ha spiegato Meloni, citando le «devastazioni dei centri sociali a Roma e a Torino, dove non c’è stato alcun seguito giudiziario e addirittura i giudici hanno annullato il Daspo fatto agli antagonisti».
Sull’immigrazione ha ricordato «le continue interpretazioni forzate delle norme per impedirci di governare il fenomeno dell’immigrazione». Infine, un appello per il Sì al referendum del 22 e del 23 marzo: «Non avremo altre occasioni» di riformare la giustizia. «Se vogliamo far camminare questa nazione, dobbiamo avere il coraggio di modernizzarla. Di cambiare quello che non funziona».
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