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2021-09-23
Il sogno del Pd è alzare le tasse per abbassare la bolletta elettrica
I costi del gas e dell'energia in generale non accennano a diminuire. «I prezzi del gas in Europa sono aumentati fino al 280% finora quest'anno e minacciano di far salire alle stelle le bollette per gli impianti di riscaldamento invernale, danneggiando i consumi e aggravando il picco di inflazione a breve termine». A dirlo è Mohammed Barkindo, il segretario generale dell'Opec, l'Organizzazione dei Paesi produttori del petrolio. L'alert sarà sicuramente di parte, visto la posizione e il ruolo dell'Opec, ma è basato su dati condivisi. «Il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici dovrebbe essere l'organismo più autorevole sia per quanto riguarda i cambiamenti climatici che per la transizione», ha aggiunto, «E noi dell'Opec crediamo che stiano facendo un ottimo lavoro, stanno producendo rapporti molto molto importanti ma purtroppo questi rapporti vengono messi da parte e le discussioni che ne conseguono al momento sono guidate più dalle emozioni che dal grande lavoro che questo organismo scientifico sta producendo per tutti noi».
Non sono parole poi così dissimili, almeno nella sostanza, da quelle che nelle ultime settimane sono uscite dalla bocca di Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica. Il che fotografa una coazione a ripetere. La scelta europea è quella di alzare sempre più l'asticella. Come dire, il green alza i prezzi e quindi serve più green. Invece è importante tenere alto il dibattito. Immaginare di poter mettere in parallelo il maggior numero di fonti energetiche possibile. Ben venga la discussione su nucleare di nuova generazione, il gas e l'idrogeno e al tempo stesso l'ottimizzazione delle reti elettriche. Purtroppo, non siamo di fronte a scelte facili e applicabili in tempi rapidi. Per questo nel breve termine bisognerebbe intervenire per calmierare le bollette elettriche e, a livello di Vecchio continente, almeno sul gas adoperarsi per superare i colli di bottiglia dell'approvvigionamento. Nel brevissimo tempo, la politica ha come obiettivo il contenimento dei prezzi che le famiglie dovranno affrontare per riscaldare le proprie case. La scorsa settimana il governo si sarebbe dovuto riunire per trovare almeno i 3 miliardi necessari a un temporaneo raffreddamento degli oneri in bolletta. Al momento non ci sono soluzioni pronte.
Ieri però il Pd per tramite del senatore, nonché responsabile economico, Antonio Misiani, ha detto la sua. «È necessario che il governo intervenga, lo abbiamo chiesto come Pd e probabilmente avverrà nel cdm di giovedì (domani, ndr) per ridurre il più possibile l'impatto sulle famiglie con un intervento significativo sugli oneri di sistema». In pratica si tratta di sfilare dalla bolletta una parte degli oneri di sistema, che sono gli incentivi che lo Stato fornisce ai produttori di rinnovabili, per poi scaricarli sulla fiscalità generale. Idea non condivisibile se non la si accoppia con altre iniziative, perché risulterebbe essere un gioco delle tre carte. Ma il colpo di genio è un altro. «Vedo improbabile la soluzione spagnola, in Italia dieci anni fa vi fu un appesantimento delle imposte sulle aziende energetiche, ma credo che una sentenza della Corte costituzionale abbia dichiarato illegittima quella soluzione ed è un peccato perché secondo me quello poteva essere uno dei canali per reperire risorse», ha aggiunto Misiani. Spieghiamo meglio. Circa dieci anni fa è stata ideata la Robin tax, una addizionale per le aziende produttrici di energia. La Corte l'ha dichiarata illegittima perché violava i diritti basilari del fare azienda. Non si può mettere un tetto agli utili. Ma se allora era incostituzionale, adesso sarebbe un doppio danno. Perché le aziende che in questi mesi stanno guadagnando dal rally di gas e petrolio sono le stesse impegnate a gestire la transizione. Limitare gli utili significherebbe tagliare gli investimenti e quindi rendere necessari più sussidi. Con il risultato di alzare i prezzi delle bollette. Eppure per il Pd sarebbe stata la soluzione perfetta. Aggiungiamo noi, per avviare il circolo vizioso perfetto.
Purtroppo non è l'unico cul de sac. Mario Draghi ha recentemente spinto l'acceleratore sulle rinnovabili e sulla transizione. Il Pnrr prevede l'installazione di 70 gigawatt di potenza entro il 2030. Si tratta di 7 giga all'anno. Nei primi sei mesi ne sono stati installati 500 mega. Colmare gli altri 6,5 giga è impossibile. «Soltanto la nostra società», spiega alla Verità Raffaello Giacchetti, fondatore dell'associazione Gis, gruppo impianti solari, «e il consorzio che rappresentiamo ha bloccati impianti per circa 2 giga. Abbiamo assistito a bocciature anche da parte del Consiglio dei ministri guidato da Giuseppe Conte, lo stesso che adesso celebra l'importanza delle rinnovabili». Le Regioni stanno a loro volta frenando. Il Lazio ad esempio ha sospeso le autorizzazioni fino al prossimo aprile con il rischio di far scappare gli investitori esteri. I consorzi come Gis come potranno spiegare ai fondi esteri la schizofrenia italiana? Anche se le rinnovabili fossero la soluzione (e abbiamo spiegato più volte che non è così) come si può da un lato chiedere di spingere il piede dell'acceleratore degli investimenti e poi non accorgersi che sotto non si muove nulla? La domanda è retorica. Non necessita di risposta.
«Dipendenza energetica da ridurre»
Sul caro bollette, la Lega si muove e chiede al governo di intervenire per calmierare gli aumenti di energia elettrica e gas, sia con provvedimenti urgenti - i rincari sono previsti con il prossimo aggiornamento delle tariffe da parte di Arera, il 1° ottobre - sia con misure di più ampio respiro: per questo il Carroccio ha depositato, al Senato e alla Camera, una mozione che vede come primi firmatari i senatori Paolo Arrigoni e Massimiliano Romeo, capogruppo del partito a Palazzo Madama. La mozione, spiegano i due parlamentari, «contiene indicazioni importanti in vista della deliberazione del Consiglio dei ministri, che dovrebbe avvenire giovedì, e che non si limitano alla sola richiesta di un intervento immediato ma sottolineano l'esigenza di alcune azioni strutturali. Per la Lega è infatti imprescindibile assicurare la neutralità tecnologica e che la sostenibilità ambientale sia accompagnata da quella economica e sociale, altrimenti ci troveremo a pagare un prezzo troppo alto per la transizione ecologica».
«Le ragioni dei rincari sono note: l'aumento del costo del gas e dei prezzi per le emissioni di anidride carbonica», sottolinea Arrigoni, che è anche responsabile del dipartimento energia della Lega, alla Verità. «Qualcuno sostiene che tutto questo sta accadendo perché non si usano abbastanza energie rinnovabili, ma io ritengo invece che parte del problema sia legato alla transizione ecologica». Se non si interviene subito, le conseguenze saranno gravi per le famiglie e per le imprese: come spiega il testo della mozione, «gli aumenti dell'energia colpiscono pesantemente le famiglie, sia direttamente con i rincari in bolletta e sia per gli inevitabili aumenti dei prezzi dei beni di consumo per effetto dei maggiori costi di produzione, e le attività economiche italiane, che vedono ulteriormente indebolita la propria competitività sui mercati europei e internazionali, che da anni beneficiano di prezzi dell'energia inferiori a quelli italiani».
Cosa fare, quindi? La mozione della Lega suggerisce all'esecutivo di operare nell'immediato «un taglio di parte degli oneri di sistema da trasferire alla fiscalità generale», fa sapere Arrigoni. «Chiediamo anche di valutare una riduzione dell'Iva e che venga riservata un'attenzione particolare alle famiglie bisognose, con il rafforzamento dello sconto sulle bollette previsto dal bonus sociale. Per calmierare gli aumenti suggeriamo di utilizzare parte dei proventi delle aste dei permessi di emissione di CO2 nel sistema Ets, come già è stato fatto a luglio, ferma restando comunque la destinazione finale di questi fondi alla decarbonizzazione».
Una volta tamponata l'emergenza, aggiunge Arrigoni, «servono interventi organici, perché questi aumenti non sono contingenti ma continueranno a verificarsi nei trimestri a venire. Bisogna quindi mettere mano a un riordino delle voci della bolletta, tra cui gli oneri di sistema. Fondamentale è poi, come la Lega sostiene da sempre, che il governo si adoperi per ridurre la dipendenza energetica dell'Italia». Il nostro Paese, evidenzia il senatore, «importa il 93% dei consumi di gas naturale, e noi riteniamo che l'esecutivo debba agire in questo senso, anche attraverso la diversificazione degli approvvigionamenti. Chiediamo poi un altro intervento organico, e cioè un percorso equilibrato e sostenibile per la revisione del Piano nazionale integrato energia clima (Pniec): il governo si deve adoperare perché vengano adottate politiche energetiche a livello nazionale ed europeo con l'obiettivo di evitare futuri aumenti incontrollati dei prezzi del gas e dunque dell'energia».
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Mentre il cdm cerca 3 miliardi per coprire gli oneri, Antonio Misiani celebra le imposte: «Avevamo la Robin tax, però la Consulta l'ha bocciata». Schizofrenia sul verde: non arrivano le autorizzazioni per le rinnovabiliIl leghista Claudio Arrigoni ha firmato una mozione contro i rincari: «Fra le nostre proposte anche la riduzione dell'Iva. Vanno diversificate le fonti di approvvigionamento»Lo speciale contiene due articoliI costi del gas e dell'energia in generale non accennano a diminuire. «I prezzi del gas in Europa sono aumentati fino al 280% finora quest'anno e minacciano di far salire alle stelle le bollette per gli impianti di riscaldamento invernale, danneggiando i consumi e aggravando il picco di inflazione a breve termine». A dirlo è Mohammed Barkindo, il segretario generale dell'Opec, l'Organizzazione dei Paesi produttori del petrolio. L'alert sarà sicuramente di parte, visto la posizione e il ruolo dell'Opec, ma è basato su dati condivisi. «Il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici dovrebbe essere l'organismo più autorevole sia per quanto riguarda i cambiamenti climatici che per la transizione», ha aggiunto, «E noi dell'Opec crediamo che stiano facendo un ottimo lavoro, stanno producendo rapporti molto molto importanti ma purtroppo questi rapporti vengono messi da parte e le discussioni che ne conseguono al momento sono guidate più dalle emozioni che dal grande lavoro che questo organismo scientifico sta producendo per tutti noi». Non sono parole poi così dissimili, almeno nella sostanza, da quelle che nelle ultime settimane sono uscite dalla bocca di Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica. Il che fotografa una coazione a ripetere. La scelta europea è quella di alzare sempre più l'asticella. Come dire, il green alza i prezzi e quindi serve più green. Invece è importante tenere alto il dibattito. Immaginare di poter mettere in parallelo il maggior numero di fonti energetiche possibile. Ben venga la discussione su nucleare di nuova generazione, il gas e l'idrogeno e al tempo stesso l'ottimizzazione delle reti elettriche. Purtroppo, non siamo di fronte a scelte facili e applicabili in tempi rapidi. Per questo nel breve termine bisognerebbe intervenire per calmierare le bollette elettriche e, a livello di Vecchio continente, almeno sul gas adoperarsi per superare i colli di bottiglia dell'approvvigionamento. Nel brevissimo tempo, la politica ha come obiettivo il contenimento dei prezzi che le famiglie dovranno affrontare per riscaldare le proprie case. La scorsa settimana il governo si sarebbe dovuto riunire per trovare almeno i 3 miliardi necessari a un temporaneo raffreddamento degli oneri in bolletta. Al momento non ci sono soluzioni pronte. Ieri però il Pd per tramite del senatore, nonché responsabile economico, Antonio Misiani, ha detto la sua. «È necessario che il governo intervenga, lo abbiamo chiesto come Pd e probabilmente avverrà nel cdm di giovedì (domani, ndr) per ridurre il più possibile l'impatto sulle famiglie con un intervento significativo sugli oneri di sistema». In pratica si tratta di sfilare dalla bolletta una parte degli oneri di sistema, che sono gli incentivi che lo Stato fornisce ai produttori di rinnovabili, per poi scaricarli sulla fiscalità generale. Idea non condivisibile se non la si accoppia con altre iniziative, perché risulterebbe essere un gioco delle tre carte. Ma il colpo di genio è un altro. «Vedo improbabile la soluzione spagnola, in Italia dieci anni fa vi fu un appesantimento delle imposte sulle aziende energetiche, ma credo che una sentenza della Corte costituzionale abbia dichiarato illegittima quella soluzione ed è un peccato perché secondo me quello poteva essere uno dei canali per reperire risorse», ha aggiunto Misiani. Spieghiamo meglio. Circa dieci anni fa è stata ideata la Robin tax, una addizionale per le aziende produttrici di energia. La Corte l'ha dichiarata illegittima perché violava i diritti basilari del fare azienda. Non si può mettere un tetto agli utili. Ma se allora era incostituzionale, adesso sarebbe un doppio danno. Perché le aziende che in questi mesi stanno guadagnando dal rally di gas e petrolio sono le stesse impegnate a gestire la transizione. Limitare gli utili significherebbe tagliare gli investimenti e quindi rendere necessari più sussidi. Con il risultato di alzare i prezzi delle bollette. Eppure per il Pd sarebbe stata la soluzione perfetta. Aggiungiamo noi, per avviare il circolo vizioso perfetto. Purtroppo non è l'unico cul de sac. Mario Draghi ha recentemente spinto l'acceleratore sulle rinnovabili e sulla transizione. Il Pnrr prevede l'installazione di 70 gigawatt di potenza entro il 2030. Si tratta di 7 giga all'anno. Nei primi sei mesi ne sono stati installati 500 mega. Colmare gli altri 6,5 giga è impossibile. «Soltanto la nostra società», spiega alla Verità Raffaello Giacchetti, fondatore dell'associazione Gis, gruppo impianti solari, «e il consorzio che rappresentiamo ha bloccati impianti per circa 2 giga. Abbiamo assistito a bocciature anche da parte del Consiglio dei ministri guidato da Giuseppe Conte, lo stesso che adesso celebra l'importanza delle rinnovabili». Le Regioni stanno a loro volta frenando. Il Lazio ad esempio ha sospeso le autorizzazioni fino al prossimo aprile con il rischio di far scappare gli investitori esteri. I consorzi come Gis come potranno spiegare ai fondi esteri la schizofrenia italiana? Anche se le rinnovabili fossero la soluzione (e abbiamo spiegato più volte che non è così) come si può da un lato chiedere di spingere il piede dell'acceleratore degli investimenti e poi non accorgersi che sotto non si muove nulla? La domanda è retorica. 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La mozione, spiegano i due parlamentari, «contiene indicazioni importanti in vista della deliberazione del Consiglio dei ministri, che dovrebbe avvenire giovedì, e che non si limitano alla sola richiesta di un intervento immediato ma sottolineano l'esigenza di alcune azioni strutturali. Per la Lega è infatti imprescindibile assicurare la neutralità tecnologica e che la sostenibilità ambientale sia accompagnata da quella economica e sociale, altrimenti ci troveremo a pagare un prezzo troppo alto per la transizione ecologica». «Le ragioni dei rincari sono note: l'aumento del costo del gas e dei prezzi per le emissioni di anidride carbonica», sottolinea Arrigoni, che è anche responsabile del dipartimento energia della Lega, alla Verità. «Qualcuno sostiene che tutto questo sta accadendo perché non si usano abbastanza energie rinnovabili, ma io ritengo invece che parte del problema sia legato alla transizione ecologica». Se non si interviene subito, le conseguenze saranno gravi per le famiglie e per le imprese: come spiega il testo della mozione, «gli aumenti dell'energia colpiscono pesantemente le famiglie, sia direttamente con i rincari in bolletta e sia per gli inevitabili aumenti dei prezzi dei beni di consumo per effetto dei maggiori costi di produzione, e le attività economiche italiane, che vedono ulteriormente indebolita la propria competitività sui mercati europei e internazionali, che da anni beneficiano di prezzi dell'energia inferiori a quelli italiani». Cosa fare, quindi? La mozione della Lega suggerisce all'esecutivo di operare nell'immediato «un taglio di parte degli oneri di sistema da trasferire alla fiscalità generale», fa sapere Arrigoni. «Chiediamo anche di valutare una riduzione dell'Iva e che venga riservata un'attenzione particolare alle famiglie bisognose, con il rafforzamento dello sconto sulle bollette previsto dal bonus sociale. Per calmierare gli aumenti suggeriamo di utilizzare parte dei proventi delle aste dei permessi di emissione di CO2 nel sistema Ets, come già è stato fatto a luglio, ferma restando comunque la destinazione finale di questi fondi alla decarbonizzazione». Una volta tamponata l'emergenza, aggiunge Arrigoni, «servono interventi organici, perché questi aumenti non sono contingenti ma continueranno a verificarsi nei trimestri a venire. Bisogna quindi mettere mano a un riordino delle voci della bolletta, tra cui gli oneri di sistema. Fondamentale è poi, come la Lega sostiene da sempre, che il governo si adoperi per ridurre la dipendenza energetica dell'Italia». Il nostro Paese, evidenzia il senatore, «importa il 93% dei consumi di gas naturale, e noi riteniamo che l'esecutivo debba agire in questo senso, anche attraverso la diversificazione degli approvvigionamenti. Chiediamo poi un altro intervento organico, e cioè un percorso equilibrato e sostenibile per la revisione del Piano nazionale integrato energia clima (Pniec): il governo si deve adoperare perché vengano adottate politiche energetiche a livello nazionale ed europeo con l'obiettivo di evitare futuri aumenti incontrollati dei prezzi del gas e dunque dell'energia».
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.