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2022-03-11
Il sesso, la droga e i traumi della Generazione Z raccontati in «Euphoria»
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Zendaya, protagonista del telefilm «Euphoria»
Il teen drama, scritto da Sam Levinson e composto da due stagioni con otto episodi ciascuno, racconta la storia di un gruppo di adolescenti dello stesso liceo attraverso lo sguardo e la narrazione di Rue, interpretata da Zendaya, diciassettenne tossicodipendente. In ogni episodio la storia di un personaggio è sviscerata, mentre la vita dei ragazzi prosegue districandosi tra sesso, droga, social, traumi e affetti.
La serie ha fatto molto parlare di sé per essere tremendamente esplicita. Il cocktail glitterato di droghe pesanti, depressione, continue scene di nudo e violenza non è adatto a tutti. L’estremizzazione e la brutalità con cui sono rappresentati tratti che caratterizzano l’adolescenza non possono che generare un contraccolpo nello spettatore. Che sia sgomento, ansia, rabbia o inquietudine, in ogni caso non si può guardare e rimanere indifferenti.
Il primo capitolo di
Euphoria comincia con la voce fuori campo di Rue «Una volta ero appagata, felice, sguazzavo nella mia piscina privata primordiale. Poi un giorno per ragioni al di fuori del mio controllo, sono stata schiacciata ripetutamente, più e più volte dalla cervice crudele di mia madre, Leslie. Mi sono difesa bene, ma ho perso». La ricerca di una risposta al «E io chi sono?» leopardiano accompagnano ogni personaggio. Rue cerca nella droga, Jules nel genere, Cassie nella dipendenza da amori tossici, Nate nella violenza, Kat nella prostituzione virtuale, Cal nel sesso nella sua brutalità. La serie potrebbe essere erroneamente letta come la rappresentazione della nuova gioventù bruciata e dei suoi drammi dovuti all’iper-esposizione online, ma sarebbe estremamente scorretto e riduttivo. Levinson non rappresenta solamente i ragazzi, ma anche gli adulti da cui sono attorniati. È il racconto drammatico di una società che è fermamente convinta di compiersi in se stessa. Non trovando però risposta soddisfacente nei tentavi fatti tutto ciò che rimane è il nulla, ovvero un’inesorabile esistenza senza senso. E nessuno può convivere con una vita senza scopo senza diventare il Joker di Todd Phillips, perciò l’individuo assume consistenza con l’affermazione di sé, con il dominio e il possesso. «Gli uomini hanno dimenticato tutti gli dèi, salvo l’Usura, la Lussuria e il Potere». Così profetizzava Eliot nel settimo Coro della Rocca. La maggior parte delle scene di sesso nella serie sono raccapriccianti e angoscianti, proprio perché è la dimensione in cui i personaggi sembrano consistere maggiormente: possedere o lasciarsi possedere dall’altro. Il sesso diventa violenza o sottomissione, ed è uno dei pochi attimi di euforia per cui abbia senso continuare a campare.
Un altro tratto della serie che colpisce è la solitudine dei personaggi. Nonostante siano costantemente immersi in rapporti di ogni tipo e feste dionisiache, non riescono a trovare qualcuno che condivida con loro la ricerca del perché alle proprie fragilità e alle proprie ferite. Lo rivela Cal, padre di uno dei ragazzi, alla fine del quarto episodio della seconda stagione, in una scena forte, quanto emblematica. Tornato a casa ubriaco, comincia a urlare e a urinare in salotto, e alla domanda della moglie «Cal, ma che problema hai?», la risposta perentoria è «Mi sento molto solo». Non c’è nessun tu a cui porre le proprie domande; l’unica soluzione è salvarsi da soli, ma una volta accortisi dell’illusione perseguita non c’è più niente da fare; la sola cosa che rimane è la disperazione animalesca di un uomo adulto che, ubriaco, orina in salotto davanti ai suoi figli increduli.
In mezzo a questo “deserto e vuoto”, rimane Rue, la narratrice diciassettenne, che inizia a drogarsi per la sofferenza data dalla morte del padre. Per tutta la serie anela incessantemente a un senso rifugiandosi nella droga e in rapporti morbosi ed è il personaggio in cui più di tutti aderiscono i versi di
Leopardi «Natura umana, or come,/ se frale in tutto e vile,/ se polve ed ombra sei, tant’alto senti?». Il grido irriducibile di Rue non riesce ad essere soffocato da tutte le proposte inadeguate e parziali della sua realtà e commuove vedere la parabola che compie dall’inizio alla fine della storia. Il primo episodio è titolato «Due secondi di nulla» e l’ultimo, uscito ancora solo in inglese, «All My Life, My Heart Has Yearned for a Thing I Cannot Name», ovvero «Per tutta la vita, il mio cuore ha bramato una cosa che non riesco a definire». Dall’inseguimento di brevi istanti di euforia, per soffrire il meno possibile, passa a cercare qualcuno con cui condividere quello che Pavese chiama destino, in un frammento celebre del suo diario. «Da uno che non è disposto a condividere con te il destino non dovresti accettare nemmeno una sigaretta».
E finalmente Rue, non trova un senso, ma qualcuno con cui poter fumare e domandarlo.
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La serie tv, la cui seconda stagione è in onda su Sky, è il manifesto dei ragazzi di oggi. Protagonista della serie Zendaya che interpreta una problematica diciassettenne divisa tra famiglia, social e affetti. Il teen drama, scritto da Sam Levinson e composto da due stagioni con otto episodi ciascuno, racconta la storia di un gruppo di adolescenti dello stesso liceo attraverso lo sguardo e la narrazione di Rue, interpretata da Zendaya, diciassettenne tossicodipendente. In ogni episodio la storia di un personaggio è sviscerata, mentre la vita dei ragazzi prosegue districandosi tra sesso, droga, social, traumi e affetti. La serie ha fatto molto parlare di sé per essere tremendamente esplicita. Il cocktail glitterato di droghe pesanti, depressione, continue scene di nudo e violenza non è adatto a tutti. L’estremizzazione e la brutalità con cui sono rappresentati tratti che caratterizzano l’adolescenza non possono che generare un contraccolpo nello spettatore. Che sia sgomento, ansia, rabbia o inquietudine, in ogni caso non si può guardare e rimanere indifferenti. Il primo capitolo di Euphoria comincia con la voce fuori campo di Rue «Una volta ero appagata, felice, sguazzavo nella mia piscina privata primordiale. Poi un giorno per ragioni al di fuori del mio controllo, sono stata schiacciata ripetutamente, più e più volte dalla cervice crudele di mia madre, Leslie. Mi sono difesa bene, ma ho perso». La ricerca di una risposta al «E io chi sono?» leopardiano accompagnano ogni personaggio. Rue cerca nella droga, Jules nel genere, Cassie nella dipendenza da amori tossici, Nate nella violenza, Kat nella prostituzione virtuale, Cal nel sesso nella sua brutalità. La serie potrebbe essere erroneamente letta come la rappresentazione della nuova gioventù bruciata e dei suoi drammi dovuti all’iper-esposizione online, ma sarebbe estremamente scorretto e riduttivo. Levinson non rappresenta solamente i ragazzi, ma anche gli adulti da cui sono attorniati. È il racconto drammatico di una società che è fermamente convinta di compiersi in se stessa. Non trovando però risposta soddisfacente nei tentavi fatti tutto ciò che rimane è il nulla, ovvero un’inesorabile esistenza senza senso. E nessuno può convivere con una vita senza scopo senza diventare il Joker di Todd Phillips, perciò l’individuo assume consistenza con l’affermazione di sé, con il dominio e il possesso. «Gli uomini hanno dimenticato tutti gli dèi, salvo l’Usura, la Lussuria e il Potere». Così profetizzava Eliot nel settimo Coro della Rocca. La maggior parte delle scene di sesso nella serie sono raccapriccianti e angoscianti, proprio perché è la dimensione in cui i personaggi sembrano consistere maggiormente: possedere o lasciarsi possedere dall’altro. Il sesso diventa violenza o sottomissione, ed è uno dei pochi attimi di euforia per cui abbia senso continuare a campare. Un altro tratto della serie che colpisce è la solitudine dei personaggi. Nonostante siano costantemente immersi in rapporti di ogni tipo e feste dionisiache, non riescono a trovare qualcuno che condivida con loro la ricerca del perché alle proprie fragilità e alle proprie ferite. Lo rivela Cal, padre di uno dei ragazzi, alla fine del quarto episodio della seconda stagione, in una scena forte, quanto emblematica. Tornato a casa ubriaco, comincia a urlare e a urinare in salotto, e alla domanda della moglie «Cal, ma che problema hai?», la risposta perentoria è «Mi sento molto solo». Non c’è nessun tu a cui porre le proprie domande; l’unica soluzione è salvarsi da soli, ma una volta accortisi dell’illusione perseguita non c’è più niente da fare; la sola cosa che rimane è la disperazione animalesca di un uomo adulto che, ubriaco, orina in salotto davanti ai suoi figli increduli. In mezzo a questo “deserto e vuoto”, rimane Rue, la narratrice diciassettenne, che inizia a drogarsi per la sofferenza data dalla morte del padre. Per tutta la serie anela incessantemente a un senso rifugiandosi nella droga e in rapporti morbosi ed è il personaggio in cui più di tutti aderiscono i versi di Leopardi «Natura umana, or come,/ se frale in tutto e vile,/ se polve ed ombra sei, tant’alto senti?». Il grido irriducibile di Rue non riesce ad essere soffocato da tutte le proposte inadeguate e parziali della sua realtà e commuove vedere la parabola che compie dall’inizio alla fine della storia. Il primo episodio è titolato «Due secondi di nulla» e l’ultimo, uscito ancora solo in inglese, «All My Life, My Heart Has Yearned for a Thing I Cannot Name», ovvero «Per tutta la vita, il mio cuore ha bramato una cosa che non riesco a definire». Dall’inseguimento di brevi istanti di euforia, per soffrire il meno possibile, passa a cercare qualcuno con cui condividere quello che Pavese chiama destino, in un frammento celebre del suo diario. «Da uno che non è disposto a condividere con te il destino non dovresti accettare nemmeno una sigaretta». E finalmente Rue, non trova un senso, ma qualcuno con cui poter fumare e domandarlo.
Michele De Pascale (Imagoeconomica)
Peccato che sotto il suo mandato dem, per otto anni (dal 2016 al 2024) la Provincia di Ravenna (tra le più colpite dalle alluvioni del 2023 e 2024) abbia accentuato problematiche geologiche, territoriali e produttive come segnalava nel maggio dello scorso anno il 1° Rapporto Cassa di Ravenna-Censis che analizzava la situazione post-emergenza. «Il suolo è saturo e la provincia presenta un’urbanizzazione abbastanza fragile», si leggeva. «Il consumo di suolo a Ravenna, cioè quel fenomeno associato alla perdita di una risorsa ambientale fondamentale, dovuta all’occupazione di superficie originariamente agricola, naturale o seminaturale e, quindi, l’incremento della copertura artificiale di terreno legato alle dinamiche insediative, è pari al 10,3%, rispetto all’8,9% dell’Emilia-Romagna e al 7,2% a livello nazionale. Il ritmo di crescita del suolo impermeabilizzato è del +2,8% tra il 2017 e il 2023, contro l’1,8% della media italiana. Il 7,7% del suolo consumato si trova proprio in aree a pericolosità idraulica frequente». Che cosa faceva, allora, De Pascale? «Negli ultimi dieci anni», guarda proprio durante il suo mandato, «le imprese attive in provincia di Ravenna sono calate del 9,4%, più della media regionale (-5,9%) e nazionale (-1,9%)». E «la fragilità sociale si è intrecciata con quella ambientale».
Acqua, anzi alluvione passata, sembra pensare il presidente, che ha lanciato con orgoglio la nuova Agenzia regionale per la sicurezza territoriale e la Protezione civile. Si occuperà di post emergenza e ricostruzione in supporto alle gestioni commissariali e sub-commissariali, gestirà i 919 milioni di euro stanziati dal governo in 10 anni per opere di prevenzione come casse di espansione. «Lavoreremo insieme ai Comuni e alla struttura commissariale per realizzare opere strategiche attese da molti anni», annuncia il presidente della Regione, perché «la messa in sicurezza del nostro territorio sarà il cuore della nostra azione amministrativa». Alla buon’ora, dopo anni di mancata manutenzione dei corsi d’acqua delle aree più fragili e delle frane, lasciando vivere indisturbate le nutrie.
«Il problema della fauna non si risolve, va gestito, mentre su tutto il resto abbiamo le competenze per intervenire. Bisogna iniziare ad affrontare il problema con una visione almeno ventennale e non di rattoppo, e di conseguenza comportarsi», spiegava tre anni fa Paride Antolini, presidente dell’Ordine dei geologi dell’Emilia-Romagna. Uno studio del 2021, dell’Università di Modena e Reggio, l’aveva spiegato bene: l’argine di un fiume in condizioni ordinarie regge cent’anni, ma se in quel tratto vivono animali come tassi, istrici o nutrie, la vita di quell’opera essenziale per la sicurezza idraulica cala a 10 anni al massimo.
Oggi De Pascale vuole fare da solo e se il Pd è sempre stato contrario alla decentralizzazione, il presidente della Regione rossa chiede, invece, per l’Emilia-Romagna autonomia di risorse finanziarie, materiali e umane, necessarie a espletare competenze diversificate su materie di grande importanza.
Lo fa con critiche nette. «L’intervento da Roma funziona male», dice, e attribuisce scarsa competenza alle agenzie statali coinvolte nella ricostruzione. «Sono in difficoltà, perché questo mestiere non l’hanno mai fatto. Bisogna avere veramente gli stivali sul campo, oggi stiamo anche pensando di “riprendere” alcune opere». Il presidente non si è messo gli stivali nemmeno durante i sopralluoghi lungo il corso del torrente Marzeno, un affluente del Lamone che era esondato in più punti, anche per tre volte. «L’intero corso d’acqua non è arginato», ammetteva a maggio 2025 controllando i lavori.
«Sul post-alluvione stiamo ancora attendendo che la Regione Emilia-Romagna inizi a fare la propria parte. Le risorse ci sono, gli indirizzi della struttura commissariale ci sono, le scadenze sono chiare: quello che ancora manca sono le proposte operative della Regione, le rimodulazioni delle risorse già stanziate e l’apertura delle piattaforme necessarie per continuare a procedere con le opere di ricostruzione», hanno dichiarato le onorevoli di FdI Alice Buonguerrieri e Beatriz Colombo, rispettivamente segretario e capogruppo in commissione d’inchiesta sul rischio idrogeologico.
Hanno poi aggiunto: «La Regione ha chiuso la piattaforma informatica delle richieste il 30 aprile e non ha ancora avanzato la proposta di rimodulazione delle risorse alla struttura commissariale per l’emissione della relativa ordinanza» e per i nuovi interventi, «con risorse pari a 100 milioni di euro per gli eventi del 2024 e 400 milioni per quelli del 2023 e 2024 […] la Regione non ha ancora aperto la piattaforma per consentire ai soggetti attuatori di inserire le richieste per poi procedere alla definizione dell’elenco delle opere ulteriormente finanziabili».
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Eugenio Giani (Imagoeconomica)
La sanità è un colabrodo, con ospedali al collasso e liste d’attesa infinite. I trasporti un terno all’otto, non si sa né quando si parte né se si torna. Firenze, grazie anche alla «bravura» della sua sodale sindaca, Sara Funaro, è una cloaca a cielo aperto, con sporcizia, degrado e insicurezza che partono dalla stazione e finiscono di là d’Arno.
Ad aggiungersi a tutto questo, Giani insieme al suo assessore ai Trasporti, Filippo Boni, ha avuto la brillante idea di aumentare il costo dei biglietti e abbonamenti del bus. Amento a dir poco ingiustificato visto il servizio inadeguato e scadente, con tempi di percorrenza lunghissimi, corse soppresse o saltate, mezzi vetusti e carenti di manutenzione, vetture continuamente ferme per guasti. Ma ecco come si giustifica il poliedrico Giani: «Questo aumento è nel contratto, non l’ho fatto io. Il costo dei biglietti deve essere relazionato all’inflazione e agli aumenti Istat».
La cosa buffa è che anche l’assessore alla mobilità del Comune di Firenze, Andrea Giorgio, della sua stessa area politica, giudica inaccettabili quegli aumenti. Perplessi anche Anci Toscana e diversi sindaci Pd, tra cui il primo cittadino di Prato, Matteo Biffoni. Contrari i sindacati rossi. Cgil e Filt chiedono maggiori tutele per i pendolari mentre Fit Cisl definisce la misura socialmente ingiusta. E così, dal 1° agosto i biglietti passeranno da 1,70 euro a 2 euro. Il governatore rigira la frittata verso un maggiore contributo economico da parte dei Comuni. «La Regione Toscana», dice, «ogni anno per tenere bassi i biglietti stanzia 145 milioni di euro; i Comuni e le Province ne mettono 44: serve uno sforzo anche da parte loro». E dà poi la colpa al caro carburanti: «Una persona di buon senso si rende conto che un ritocco fosse naturale quando, solo in questo anno, il carburante è aumentato del 40%».
Naturale per lui. I consiglieri regionali toscani di Forza Italia, Marco Stella e Jacopo Ferri, avviano gazebo in tutta la Regione per raccogliere le firme contro questo aumento. «Dietro a questo aumento ci sono solo incapacità gestionali. Dopo l’aumento dell’Irpef regionale, un’altra tassa per i toscani, che colpisce i ceti più poveri». Il presidente della Provincia di Prato, Simone Calamai, afferma che è «necessario individuare soluzioni alternative. Si tratta di una misura che rischia di gravare sulle fasce più fragili della popolazione per le quali i servizi di mobilità rappresentano uno strumento essenziale per gli spostamenti quotidiani». All’attacco anche i Cobas: «Aumenti ingiustificati e vergognosi».
Ma questo non è il solo problema per Giani e per la sua giunta che da ottobre non ne ha fatta una come si deve. «La crisi della moda, della pelle, del tessile, della meccanica e della componentistica automotive sta colpendo duramente territori che rappresentano da decenni il cuore produttivo della Toscana», dicono Cgil, Cisl e Uil Toscana che proclamano per il 9 luglio uno sciopero regionale dell’intera giornata, dei settori industriali e manifatturieri.
Come ciliegina sulla torta la tegola degli affitti brevi. Il consiglio regionale ha approvato il nuovo testo unico del turismo, introducendo una estensione delle norme che consentono ai Comuni di limitare le locazioni. In totale saranno 165 i Comuni che potranno adottare misure restrittive sugli affitti brevi (fino a ora erano 91). «La legge sul turismo significa valorizzazione, promozione e senso di accoglienza», si giustifica Giani. L’assessore al Turismo, Leonardo Marras, fa peggio: «L’obiettivo non è combattere il turismo, ma la rendita». Il portavoce dell’opposizione, Alessandro Tomasi, avverte: «Questo testo non modificherà il fenomeno».
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Imagoeconomica. Nel riquadro, la locandina della mostra su Castro a Jesi
Così, un luogo storico patrimonio universale (non solo per il riconoscimento dell’Unesco) è divenuto un luogo di fanatismo politico, di discriminazione dei lavoratori, un luogo di divisione, un luogo da sporcare con l’infamante rifiuto da parte dell’Asbl «Le Bois du Cazier», l’ente gestore del sito, di aprire le porte ad un sindacato. La colpa dell’Ugl? Essere collocato nell’area politica del conservatorismo anche se sul campo si ritrova spesso accanto anche a sigle come Usb (com’è accaduto recentemente a Roma in alcune manifestazioni di lavoratori). L’Ugl non potrà apporre una targa commemorativa sul Muro del Ricordo della miniera di Bois du Cazier, perché i casellanti della Storia hanno negato il timbro democratico. La risposta ufficiale dell’ente gestore del sito «è particolarmente allarmante», ha dichiarato il segretario dell’Ugl Francesco Capone. «Nella comunicazione inviata al nostro incaricato viene infatti affermato che il rifiuto sarebbe stato deciso in ragione della presunta "tendenza di estrema destra" attribuita alla nostra organizzazione. Marcinelle non appartiene a una parte politica, a una sigla o a un fronte sindacale: appartiene alla storia del lavoro, al sacrificio degli italiani emigrati, al dolore delle famiglie e alla coscienza civile dell’Europa. Siamo davanti a un cortocircuito democratico», ha concluso il capo dell’Ugl, «si pretende di difendere i valori della memoria e del pluralismo negando, proprio in quel luogo, il pluralismo e la libertà di espressione».
Qualcuno potrebbe ricordare a questi hooligan della memoria che negli anni Ottanta nelle fabbriche del Nord molti tesserati della rossissima Fiom erano anche militanti della Lega. Qualcosa si è clamorosamente inceppato se in Europa il ricordo e la difesa dei diritti dipendono da passaporti politici timbrati da censori evidentemente intossicati da un concetto di libertà appreso negli anni di abbeveraggio dai rubinetti sovietici o affini.
Così Marcinelle diventa un pezzo della traiettoria che tocca la rassegna «Più Libri più Liberi» e si allunga a Jesi dove gli stessi gendarmi della libertà hanno deciso di dedicare una grande mostra a Fidel Castro! L’Ugl non può ricordare gli italiani morti a Marcinelle, ma la Fondazione Cassa di risparmio di Jesi in collaborazione con il Centro Fidel Castro Ruz de L’Avana può osannare a Palazzo Bisaccioni in Jesi (città dove nacque Federico II di Svevia…) Castro. «Il leader che sfidò il secolo» viene celebrato «con fotografie, documenti come l’atto di nascita, manifesti, telegrammi, proclami, ritagli di giornali e perfino il camicione bianco che indossava nel tempo libero». Una «pisciata» di retorica che sicuramente farà sbrodolare i compagni col culto nostalgico di Fidel, di Stalin, di Mao, di Pol Pot e compagnia cantante.
Ma ritorniamo alla vicenda di Marcinelle perché è decisamente più grave rispetto all’esaltazione di uno spompato castrismo: nel luogo dove settant’anni fa morirono 136 minatori italiani, sui 262 lavoratori, coloro che dovrebbero garantire la memoria di quella tragedia, si arrogano - non si sa con quale autorità - il diritto di chiedere un «passaporto politico» all’Ugl, escludendo un sindacato pienamente legittimo, attivo in Italia a ogni livello. Quell’Ugl che i lavoratori hanno scelto come opzione di garanzia e come loro interlocutore negoziale in difesa di diritti, salario, libertà, non avrebbe l’agibilità storica e lo standing morale per commemorare altri lavoratori, che in quel pezzo di Belgio non trovarono sufficiente protezione.
E allora non possiamo che domandare al presidente Sergio Mattarella se un sindacato italiano possa essere discriminato e umiliato, e se non ritiene di esporsi di fronte all’arroganza di chi alza o abbassa la barriera della memoria con imbarazzante superficialità.
Ma quand’anche affermiamo che l’Ugl non fa parte del giro dei compagni, perché un sindacato conservatore non avrebbe la liceità di commemorare la tragedia di Marcinelle? Che cosa c’entra il «passaporto politico» con una tragica e sottovalutata dinamica di sicurezza all’interno della miniera? I minatori rimasero intrappolati a quasi mille metri di profondità; non c’erano porte stagne per isolare il fumo e l’impianto possedeva strutture in legno che bruciarono rapidamente. Le squadre di soccorso, inoltre, non poterono intervenire tempestivamente a causa dell’aria resa irrespirabile. Che senso ha il passaggio (tra l’altro falso) sulla «tendenza di estrema destra»? Marcinelle è una ferita collettiva, una ferita per tutta la comunità italiana. Fa bene l’Ugl a sottolineare la discriminazione ricevuta e farebbe bene il nostro Capo dello Stato a spendere una parola di sostegno.
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Valentina Tereshkova e Sally K.Ride (Getty Images/Nasa)
Due storie parallele di donne che viaggiarono in orbita negli stessi giorni, a distanza di 20 anni esatti. Sono quelle dell’astronauta sovietica Valentina Tereshkova e della sua omologa americana Sally K.Ride, in orbita con la Nasa.
Entrambe si trovarono a migliaia di chilometri dalla terra il giorno 18 giugno. La Tereskova nel 1963, la Ride nel 1983, agli estremi temporali della corsa allo spazio che caratterizzò gli anni della Guerra fredda.
All’inizio degli anni Sessanta, sembrò che l’Unione Sovietica potesse prevalere sugli Stati Uniti in campo spaziale. Nel 1957 lo Sputnik era stata la prima missione di successo: per la prima volta un oggetto costruito dall’uomo aveva superato l’atmosfera. Nel 1961 Juri Gagarin fu il primo uomo in orbita a bordo della Vostok 1. Fu nel clima di entusiasmo per l’impresa che si aprì la strada di Valentina Tereshkova, pilota e paracadutista. Di origini bielorusse, nata nel 1937, orfana di guerra ed ex operaia e studentessa lavoratrice, dopo il brevetto da paracadutista si candidò quale prima donna nello Spazio all’interno del programma Vostok, lo stesso di Gagarin. Passata la selezione, si addestrò per un anno prima di essere confermata come membro dell’equipaggio del Vostok 6. Il programma prevedeva il lancio di due vettori ad due giorni di distanza l’uno dall’altro. Per prima fu lanciata la Vostok 5 con l’astronauta Valery Bykovski, mentre il 16 giugno 1963 fu la volta della Vostok 6 con a bordo la Tereshkova. L’obbiettivo della missione era il rendez-vous tra le due navicelle, secondo un calcolo della rotta studiato da terra (per i due astronauti non era possibile intervenire in alcun modo). Il lancio non presentò problemi e «Chaika» (gabbiano, nome in codice della Tereskova) fu la prima donna nello spazio. La Vostok 6, dopo numerose orbitazioni incontrò la gemella Vostok 5 il 18 giugno 1963, anche se il rendez-vous non fu completato ma comunque un successo, perché le due navicelle si avvicinarono a meno di 5 chilometri l’una dall’altra. Il 19 giugno la Tereskova compì le manovre di rientro e, come previsto allora, si paracadutò in una landa del Kazhakistan dove fu recuperata da un gruppo di contadini e nutrita. La missione fu trasmessa dalla televisione sovietica e sfruttata dal presidente Nikita Krushev come battaglia vinta nella guerra spaziale con gli Usa. L’eco dell’impresa della Tereshkova fu globale e l’astronauta fu mandata dal partito in tournée nei paesi Europei. Visitò Londra e la regina Elisabetta. In Italia fu a Roma, Milano e in altri capoluoghi per raccontare la sua impresa. Dopo la fine della carriera l’astronauta entrò nella dirigenza del Pcus e alla caduta dell’Urss proseguì con il partito Russia Unita di Vladimir Putin. Nel 2022 è stata una delle più convinte sostenitrici dell’«Operazione speciale» in Ucraina.
Erano passati esattamente vent’anni dal viaggio della Tereshkova e il mondo era ancora diviso nei due blocchi contrapposti separati dalla Cortina di ferro, anche se di lì a poco la Perestrojika di Michail Gorbaciov avrebbe spinto verso la fine della Guerra fredda e alla successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il mondo della corsa allo spazio era cambiato, vinto alla fine dagli Usa con la conquista della Luna e le successive missioni Apollo dal 1969 al 1972. Nel 1983 la Nasa aveva da poco iniziato le missioni STS (Space Transportation System) con lo Space Shuttle. Già nel 1978 lo sviluppo del nuovo velivolo spaziale era in pieno sviluppo. Fu in quell’anno che la Nasa incluse per la prima volta una donna come candidata ai voli spaziali. Sally K.Ride, californiana allora ventisettenne, aveva avuto una storia personale molto diversa da quella della pioniera Tereshkova. Astrofisica, rispose all’appello dell’agenzia spaziale americana e fu selezionata per l’addestramento ai voli STS, che avevano l’obiettivo di lanciare satelliti e condurre esperimenti scientifici. Sally fu destinata alla missione STS-7 sullo Shuttle «Challenger», che aveva come ulteriore compito quello di testare per la prima volta il braccio robotico «Canadarm». Il lancio avvenne il 18 giugno 1983, con la Ride accompagnata dagli astronauti Robert Crippen, Frederick Hauck, John Fabian e Norman Thagard dal Kennedy Space Center. Durante la missione furono portati a termine 10 esperimenti scientifici, tra cui lo studio degli effetti dello spazio sulle formiche, e lanciati i satelliti Anik C-2 di Telesat Canada e l’indonesiano Palapa-B1. Lo Shuttle con a bordo la Ride compì 98 orbitazioni terrestri prima dell’atterraggio (lo Shuttle atterrava come un aereo di linea) sulla pista della Edwards Air Force Base in California il 24 giugno 1983. L’esito della missione fu positivo, anche se al rientro fu notata una dispersione di schiuma isolante dalla carlinga del velivolo. Lo stesso problema fu la causa alla base del tragico incidente che coinvolse anni dopo lo Shuttle «Columbia» quando un pezzo di schiuma danneggiò la struttura durante il rientro. Il gas plasma penetrò in un’ala e distrusse lo Shuttle uccidendo tutto l’equipaggio. L'incidente si verificò il 1°febbraio 2003, vent’anni dopo il volo di Sally Ride che fu nominata membro della CAIB, la commissione d’inchiesta sul disastro. La prima americana nello Spazio fu chiamata in causa anche tre anni dopo il suo primo volo quando lo Shuttle che l’aveva portata in orbita, il «Challenger» esplose poco dopo il lancio. La Ride ebbe il merito di evidenziare le cause della sciagura causata dalla mancata tenuta degli «O-rings», gli anelli di congiunzione dei serbatoi e di mettere in luce i difetti di progettazione e le responsabilità dell’incidente.
Sally Ride è mancata prematuramente nel 2012, sopraffatta da una malattia incurabile.
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