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2021-01-26
Il pressing di Zinga fa cedere l’avvocato. Ma il Pd è pronto anche ad altri scenari
Romano Prodi (Antonio Masiello/Getty Images)
Dal Nazareno si sono fatti sentire in tanti negli ultimi giorni. Dario Franceschini, capo della delegazione pd al governo, ha indicato la linea per primo: dimissioni di Giuseppe Conte, appello a un governo di «salvezza nazionale» o formule analoghe, apertura ai responsabili e brandelli di centristi. Nicola Zingaretti, il segretario, ha fatto un pressing sfiancante sul premier ricordandogli che «il Pd è l'unica forza responsabile» e che «non vuole elezioni anticipate» né galleggiare in balia degli umori di Clemente Mastella. Non solo, una volta saputa la notizia che Giuseppi questa mattina sarebbe andato al Quirinale, il segretario dem ha twittato, come per rassicurarlo: «Con Conte per un nuovo governo chiaramente europeista e sostenuto da una base parlamentare ampia, che garantisca credibilità e stabilità per affrontare le grandi sfide che l'Italia ha davanti». Francesco Boccia, il ministro incaricato di mediare con le Regioni, ha fatto capire che dalle parti del suo partito sarebbero stati disponibili perfino a rimettersi seduti attorno a un tavolo con Matteo Renzi: «Noi ci siamo sempre stati, lui lo sa». Il problema è non farlo sotto la minaccia di un ricatto. Un tweet del capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, ha lanciato un invito: «Per rilanciare la legislatura e l'attività di governo fermiamo la guerra e ragioniamo».
Insomma, nella strategia del Pd la via crucis di Conte verso le dimissioni al Quirinale era segnata. Ma la spallata decisiva all'avvocato del popolo è arrivata da lui, il prevosto del Pd. Romano Prodi ha vergato domenica un editoriale sul Messaggero che racconta la crisi «vista da Bruxelles». Lui a Bruxelles non ci vive più da tempo, il quinquennio da presidente della Commissione europea è finito 15 anni fa, ma è sempre il portavoce più informato dei voleri dei signori Ue. Lui vede l'Italia dall'unico punto di osservazione possibile, quello dei poteri forti comunitari. E il messaggio che arriva dalle cancellerie è chiaro: «Per essere sintetico», taglia corto Prodi, «la crisi italiana spaventa l'Europa».
Il terrore non riguarda tanto le formulette del governo, ma il cash, i soldi, il destino del fiume di euro che sta per valicare le Alpi sotto il nome di Recovery fund. Dunque, che fare per tranquillizzare i partner che si apprestano ad aprire il portafoglio? Mister Euro non risparmia i suoi saggi consigli. Serve «un governo in grado di rispondere positivamente all'allarme dei nostri partner», con un programma di «quattro o cinque progetti di riforma indispensabili per unirci alla comune strategia di ripresa». Provvedimenti «urgenti e necessari sui quali è concretamente possibile trovare un largo consenso». E quali sono questi punti, secondo Prodi? Nell'ordine: riduzione dei tempi della giustizia, riorganizzazione della scuola, riforma fiscale, revisione del codice degli appalti, semplificazione della burocrazia.
L'ex premier si spinge fino a disegnare il perimetro della nuova coalizione: una «necessaria aggregazione politica non solo del Parlamento, ma delle forze sociali, che, a differenza di altri momenti storici, si sono mantenute singolarmente al margine del processo politico delle scorse settimane». Questa è una bella tirata d'orecchi all'assolutismo di Conte che si è abituato ai dpcm e non sente più nessuno quando si tratta di prendere decisioni. «Quando il governo da me presieduto si propose di portare l'Italia nell'euro», ricorda il Professore, «non disponeva certo di una maggioranza larga e omogenea, ma fu in grado di raccoglierla e renderla compatta proponendo al Parlamento un obiettivo voluto dalla maggioranza degli italiani». Oggi, secondo il ventriloquo di Bruxelles, «è possibile aggregare una solida maggioranza parlamentare e non una coalizione di reduci tenuta insieme solo per finire la legislatura». E qui arriva anche la tirata d'orecchi ai compagni del Pd, che pur di arrivare al 2023 sono disposti a tirare a campare con Lello Ciampolillo, Renata Polverini e Maria Rosaria Rossi.
Giustizia, scuola, fisco, appalti, burocrazia. In Italia se ne parla da una vita ma non si riesce a combinare nulla, figurarsi cosa riuscirebbe a fare Conte con la sua collezione di Ciampolilli. È un programma di legislatura, anzi di un paio di legislature. Ci vogliono anni di lavoro e di maggioranze d'acciaio per rifare il Paese. E ci vuole soprattutto un garante che tiri le redini, detti i tempi, scriva le agende e non tagli i ponti con gli amici di Bruxelles. Ci vuole uno che faccia quello che dice Prodi. Anzi, per farla breve, ci vuole Prodi. Proprio lui, solo lui. La sostanza è che l'uomo dei poteri forti europei si propone come il tramite tra il prossimo esecutivo e gli interessi comunitari, il padre nobile di questo finale di legislatura e possibilmente anche della prossima. Si offre cioè come prossimo inquilino del Colle.
Quello di Prodi è un colpo di frusta al Pd. Conte non viene mai menzionato e probabilmente, secondo il Professore, dell'avvocato di Volturara Appula si potrebbe pure fare a meno. Quello che conta sono i voleri europei. Il collante del nuovo governo dovrebbe essere il Recovery fund e la coalizione che dovrebbe sostenerlo è la famosa «maggioranza Ursula», quella che ha appoggiato l'elezione della presidente della Commissione Ue e ha indotto alle dimissioni l'allora ministro Matteo Salvini, cioè Pd, 5 stelle, Forza Italia, Italia viva: a quell'epoca Renzi era ancora saldamente nel Pd. Nessuna remora nel mandare Conte a dimettersi, fa capire Prodi. E nessun riguardo nel proporre un avvicendamento a Palazzo Chigi per collocare un uomo in grado di realizzare gli elevati obiettivi che il Professore propone, in attesa di dettare ordini direttamente dal Quirinale.
Berlusconi rassicura i suoi alleati: «Noi fuori da qualunque trattativa»
Dopo una giornata concitata, ieri in serata è arrivato l'annuncio: questa mattina iI premier, Giuseppe Conte, dopo un passaggio in Consiglio dei ministri per comunicare le sue intenzioni, salirà al Quirinale per rassegnare le sue dimissioni nelle mani del presidente Sergio Mattarella. Sarà il giorno della svolta dopo l'apertura della crisi con le dimissioni dei ministri di Italia viva. La maggioranza giallorossa, azzoppata da Matteo Renzi, spera che il Colle conceda un reincarico al premier, un Conte ter che non convince la minoranza che continua a indicare come unica strada il ritorno alle urne.
Secondo Matteo Salvini le dimissioni andavano date prima perché Conte non ha i numeri». Ieri, lasciando il tribunale di Torino dopo aver testimoniato nel processo in cui è accusato di vilipendio all'ordine giudiziario, il leader della Lega ha ribadito che «l'Italia non può rimanere immobile in attesa della compravendita di senatori di notte, in cambio di non si sa cosa. La posizione della Lega è chiara. Io mi aspetto che prevalgano buonsenso e amore per il Paese. In queste settimane lo spettacolo Conte, Renzi, Di Maio, Mastella, Zingaretti, Tabacci è stato squallido. Mi auguro che se non hanno i numeri per governare, si facciano da parte».
«Il premier si dimetta e apra una fase nuova», ha ribadito ieri Maria Stella Gelmini, capogruppo a Montecitorio di Forza Italia, il partito nell'occhio del ciclone perché indicato come bacino di »responsabili».
Ma a chiudere ogni illazione sul «soccorso azzurro» lo stesso presidente Silvio Berlusconi (indicato da Salvini come possibile nuovo capo dello Stato), anche per eliminare i sospetti su Gianni Letta e Renato Brunetta, ha dichiarato: «Garantisco io l'assoluta unità del partito. Né io né miei collaboratori o parlamentari abbiamo in corso trattative di qualsiasi tipo per sostenere il governo in carica. Ci rimettiamo a Mattarella. Serve un nuovo governo che rappresenti l'unità sostanziale del Paese in questo momento di emergenza oppure bisogna restituire la parola agli italiani». Duro anche il commento sul Conte bis: «L'implosione dell'attuale maggioranza sotto il peso delle sue contraddizioni è naturale conseguenza della sua origine improvvisata e contraddittoria, che contraddiceva il responso delle urne e che era finalizzata esclusivamente a impedire al centrodestra di governare».
Da sempre convinta che la crisi si risolve soltanto con le elezioni Giorgia Meloni, che ieri mattina commentava le parole del segretario del Pd, Nicola Zingaretti, e del vicesegretario, Andrea Orlando, «sulla necessità di un governo autorevole, europeista e in grado di affrontare i problemi facendo un appello alla responsabilità a tutti». La leader di Fdi scriveva su Facebook: «Le parole di Zingaretti sull'ipotesi di elezioni anticipate sono perfettamente rappresentative del terrore che hanno Pd e M5s verso il voto libero dei cittadini. Con che coraggio questa gente si definisce democratica? Tranquilli, arriverà il giorno in cui dovrete rispondere davanti agli italiani delle vostre bugie e dei vostri fallimenti. Se serve un governo autorevole significa che il segretario dem ammette candidamente che l'esecutivo Conte non lo è. Fdi lo sostiene fin dall'inizio: questo governo non è all'altezza, non ha visione e non è capace di risolvere i problemi concreti degli italiani. La via maestra da seguire per dare alla nazione un governo forte, coeso e autorevole rimangono le elezioni». Senza l'alibi della pandemia visto che anche in Portogallo si voterà.
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Mentre il segretario dem auspica un nuovo governo europeista con lo stesso premier, Romano Prodi lancia l'esecutivo di unità nazionale.Matteo Salvini attacca: «I giallorossi tengono il Paese bloccato». Giorgia Meloni: «Unica via le urne»Lo speciale contiene due articoli.Dal Nazareno si sono fatti sentire in tanti negli ultimi giorni. Dario Franceschini, capo della delegazione pd al governo, ha indicato la linea per primo: dimissioni di Giuseppe Conte, appello a un governo di «salvezza nazionale» o formule analoghe, apertura ai responsabili e brandelli di centristi. Nicola Zingaretti, il segretario, ha fatto un pressing sfiancante sul premier ricordandogli che «il Pd è l'unica forza responsabile» e che «non vuole elezioni anticipate» né galleggiare in balia degli umori di Clemente Mastella. Non solo, una volta saputa la notizia che Giuseppi questa mattina sarebbe andato al Quirinale, il segretario dem ha twittato, come per rassicurarlo: «Con Conte per un nuovo governo chiaramente europeista e sostenuto da una base parlamentare ampia, che garantisca credibilità e stabilità per affrontare le grandi sfide che l'Italia ha davanti». Francesco Boccia, il ministro incaricato di mediare con le Regioni, ha fatto capire che dalle parti del suo partito sarebbero stati disponibili perfino a rimettersi seduti attorno a un tavolo con Matteo Renzi: «Noi ci siamo sempre stati, lui lo sa». Il problema è non farlo sotto la minaccia di un ricatto. Un tweet del capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, ha lanciato un invito: «Per rilanciare la legislatura e l'attività di governo fermiamo la guerra e ragioniamo».Insomma, nella strategia del Pd la via crucis di Conte verso le dimissioni al Quirinale era segnata. Ma la spallata decisiva all'avvocato del popolo è arrivata da lui, il prevosto del Pd. Romano Prodi ha vergato domenica un editoriale sul Messaggero che racconta la crisi «vista da Bruxelles». Lui a Bruxelles non ci vive più da tempo, il quinquennio da presidente della Commissione europea è finito 15 anni fa, ma è sempre il portavoce più informato dei voleri dei signori Ue. Lui vede l'Italia dall'unico punto di osservazione possibile, quello dei poteri forti comunitari. E il messaggio che arriva dalle cancellerie è chiaro: «Per essere sintetico», taglia corto Prodi, «la crisi italiana spaventa l'Europa».Il terrore non riguarda tanto le formulette del governo, ma il cash, i soldi, il destino del fiume di euro che sta per valicare le Alpi sotto il nome di Recovery fund. Dunque, che fare per tranquillizzare i partner che si apprestano ad aprire il portafoglio? Mister Euro non risparmia i suoi saggi consigli. Serve «un governo in grado di rispondere positivamente all'allarme dei nostri partner», con un programma di «quattro o cinque progetti di riforma indispensabili per unirci alla comune strategia di ripresa». Provvedimenti «urgenti e necessari sui quali è concretamente possibile trovare un largo consenso». E quali sono questi punti, secondo Prodi? Nell'ordine: riduzione dei tempi della giustizia, riorganizzazione della scuola, riforma fiscale, revisione del codice degli appalti, semplificazione della burocrazia. L'ex premier si spinge fino a disegnare il perimetro della nuova coalizione: una «necessaria aggregazione politica non solo del Parlamento, ma delle forze sociali, che, a differenza di altri momenti storici, si sono mantenute singolarmente al margine del processo politico delle scorse settimane». Questa è una bella tirata d'orecchi all'assolutismo di Conte che si è abituato ai dpcm e non sente più nessuno quando si tratta di prendere decisioni. «Quando il governo da me presieduto si propose di portare l'Italia nell'euro», ricorda il Professore, «non disponeva certo di una maggioranza larga e omogenea, ma fu in grado di raccoglierla e renderla compatta proponendo al Parlamento un obiettivo voluto dalla maggioranza degli italiani». Oggi, secondo il ventriloquo di Bruxelles, «è possibile aggregare una solida maggioranza parlamentare e non una coalizione di reduci tenuta insieme solo per finire la legislatura». E qui arriva anche la tirata d'orecchi ai compagni del Pd, che pur di arrivare al 2023 sono disposti a tirare a campare con Lello Ciampolillo, Renata Polverini e Maria Rosaria Rossi.Giustizia, scuola, fisco, appalti, burocrazia. In Italia se ne parla da una vita ma non si riesce a combinare nulla, figurarsi cosa riuscirebbe a fare Conte con la sua collezione di Ciampolilli. È un programma di legislatura, anzi di un paio di legislature. Ci vogliono anni di lavoro e di maggioranze d'acciaio per rifare il Paese. E ci vuole soprattutto un garante che tiri le redini, detti i tempi, scriva le agende e non tagli i ponti con gli amici di Bruxelles. Ci vuole uno che faccia quello che dice Prodi. Anzi, per farla breve, ci vuole Prodi. Proprio lui, solo lui. La sostanza è che l'uomo dei poteri forti europei si propone come il tramite tra il prossimo esecutivo e gli interessi comunitari, il padre nobile di questo finale di legislatura e possibilmente anche della prossima. Si offre cioè come prossimo inquilino del Colle.Quello di Prodi è un colpo di frusta al Pd. Conte non viene mai menzionato e probabilmente, secondo il Professore, dell'avvocato di Volturara Appula si potrebbe pure fare a meno. Quello che conta sono i voleri europei. Il collante del nuovo governo dovrebbe essere il Recovery fund e la coalizione che dovrebbe sostenerlo è la famosa «maggioranza Ursula», quella che ha appoggiato l'elezione della presidente della Commissione Ue e ha indotto alle dimissioni l'allora ministro Matteo Salvini, cioè Pd, 5 stelle, Forza Italia, Italia viva: a quell'epoca Renzi era ancora saldamente nel Pd. Nessuna remora nel mandare Conte a dimettersi, fa capire Prodi. E nessun riguardo nel proporre un avvicendamento a Palazzo Chigi per collocare un uomo in grado di realizzare gli elevati obiettivi che il Professore propone, in attesa di dettare ordini direttamente dal Quirinale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pressing-di-zinga-fa-cedere-lavvocato-ma-il-pd-e-pronto-anche-ad-altri-scenari-2650132761.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="berlusconi-rassicura-i-suoi-alleati-noi-fuori-da-qualunque-trattativa" data-post-id="2650132761" data-published-at="1611605455" data-use-pagination="False"> Berlusconi rassicura i suoi alleati: «Noi fuori da qualunque trattativa» Dopo una giornata concitata, ieri in serata è arrivato l'annuncio: questa mattina iI premier, Giuseppe Conte, dopo un passaggio in Consiglio dei ministri per comunicare le sue intenzioni, salirà al Quirinale per rassegnare le sue dimissioni nelle mani del presidente Sergio Mattarella. Sarà il giorno della svolta dopo l'apertura della crisi con le dimissioni dei ministri di Italia viva. La maggioranza giallorossa, azzoppata da Matteo Renzi, spera che il Colle conceda un reincarico al premier, un Conte ter che non convince la minoranza che continua a indicare come unica strada il ritorno alle urne. Secondo Matteo Salvini le dimissioni andavano date prima perché Conte non ha i numeri». Ieri, lasciando il tribunale di Torino dopo aver testimoniato nel processo in cui è accusato di vilipendio all'ordine giudiziario, il leader della Lega ha ribadito che «l'Italia non può rimanere immobile in attesa della compravendita di senatori di notte, in cambio di non si sa cosa. La posizione della Lega è chiara. Io mi aspetto che prevalgano buonsenso e amore per il Paese. In queste settimane lo spettacolo Conte, Renzi, Di Maio, Mastella, Zingaretti, Tabacci è stato squallido. Mi auguro che se non hanno i numeri per governare, si facciano da parte». «Il premier si dimetta e apra una fase nuova», ha ribadito ieri Maria Stella Gelmini, capogruppo a Montecitorio di Forza Italia, il partito nell'occhio del ciclone perché indicato come bacino di »responsabili». Ma a chiudere ogni illazione sul «soccorso azzurro» lo stesso presidente Silvio Berlusconi (indicato da Salvini come possibile nuovo capo dello Stato), anche per eliminare i sospetti su Gianni Letta e Renato Brunetta, ha dichiarato: «Garantisco io l'assoluta unità del partito. Né io né miei collaboratori o parlamentari abbiamo in corso trattative di qualsiasi tipo per sostenere il governo in carica. Ci rimettiamo a Mattarella. Serve un nuovo governo che rappresenti l'unità sostanziale del Paese in questo momento di emergenza oppure bisogna restituire la parola agli italiani». Duro anche il commento sul Conte bis: «L'implosione dell'attuale maggioranza sotto il peso delle sue contraddizioni è naturale conseguenza della sua origine improvvisata e contraddittoria, che contraddiceva il responso delle urne e che era finalizzata esclusivamente a impedire al centrodestra di governare». Da sempre convinta che la crisi si risolve soltanto con le elezioni Giorgia Meloni, che ieri mattina commentava le parole del segretario del Pd, Nicola Zingaretti, e del vicesegretario, Andrea Orlando, «sulla necessità di un governo autorevole, europeista e in grado di affrontare i problemi facendo un appello alla responsabilità a tutti». La leader di Fdi scriveva su Facebook: «Le parole di Zingaretti sull'ipotesi di elezioni anticipate sono perfettamente rappresentative del terrore che hanno Pd e M5s verso il voto libero dei cittadini. Con che coraggio questa gente si definisce democratica? Tranquilli, arriverà il giorno in cui dovrete rispondere davanti agli italiani delle vostre bugie e dei vostri fallimenti. Se serve un governo autorevole significa che il segretario dem ammette candidamente che l'esecutivo Conte non lo è. Fdi lo sostiene fin dall'inizio: questo governo non è all'altezza, non ha visione e non è capace di risolvere i problemi concreti degli italiani. La via maestra da seguire per dare alla nazione un governo forte, coeso e autorevole rimangono le elezioni». Senza l'alibi della pandemia visto che anche in Portogallo si voterà.
Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.
Flavio Cattaneo (Ansa)
Il risultato? A Piazza Affari il titolo ha fatto ciò che ogni amministratore delegato sogna di vedere subito dopo una presentazione agli analisti: +6,8% in chiusura, quota 9,7 euro, con quell’aria da studente diligente che si presenta all’esame con i compiti già fatti.
Il piano firmato dall’amministratore delegato Flavio Cattaneo ha innestato il turbo. Gli investimenti salgono di dieci miliardi rispetto al programma precedente e toccano i 53 miliardi complessivi. Non un ritocco cosmetico, ma una vera accelerazione con l’obiettivo dichiarato di svilupparsi «nelle geografie più dinamiche»: Europa e Americhe, cioè mercati regolati, domanda solida e – dettaglio non trascurabile – minori sorprese politiche.
L’idea industriale è semplice quanto potente: se il mondo consuma più elettricità perché arrivano data center, intelligenza artificiale, robotica, auto elettriche e re-industrializzazione, qualcuno dovrà pur produrla e distribuirla. E fra i big c’è Enel. La gran parte delle risorse va a ciò che oggi fa davvero la differenza in un gruppo energetico: infrastrutture e generazione pulita.
Oltre 26 miliardi saranno destinati al business integrato, con circa 20 miliardi nelle rinnovabili. Di questi, più di 23 miliardi finiranno tra Europa (Italia e Spagna) e Nord America, mentre circa 3 miliardi prenderanno la strada dell’America Latina.
Altri 26 miliardi abbondanti andranno alle reti, il vero «asset invisibile» che però garantisce stabilità dei flussi di cassa. Il 55% sarà investito in Italia, il resto distribuito tra Penisola Iberica e America Latina.
Tradotto dal linguaggio finanziario: meno avventure, più chilometri di cavi. Ed è esattamente quello che i mercati vogliono sentirsi dire.
La cedola proposta per il 2025 sale a 0,49 euro per azione (da 0,47) ed è solo l’inizio: la crescita prevista è del 6% annuo. In un’epoca in cui molti gruppi promettono transizioni epocali ma dimenticano di remunerare gli azionisti nel frattempo, Enel fa l’opposto: investe molto e paga subito. Non a caso nel triennio 2023-2025 sono già stati restituiti circa 15 miliardi tra dividendi e buy-back. Un messaggio chiaro: la transizione energetica non è una penitenza francescana, ma un business regolato con ritorni prevedibili.
Naturalmente non esiste piano industriale italiano senza una variabile normativa. Il decreto Bollette peserà per circa 1,8 miliardi in tre anni. Il direttore finanziario Stefano De Angelis ha spiegato agli analisti che l’impatto sarà compensato da azioni gestionali e recuperi progressivi: l’effetto sull’utile netto oscillerà tra 300 e 400 milioni nell’anno peggiore, il 2028. Insomma, una zavorra gestibile. E infatti il mercato ha scelto di guardare avanti, non nello specchietto retrovisore. Come ha osservato lo stesso Cattaneo, la Borsa «non vede il passato ma il futuro». Efficienza prima ancora che crescita. Il gruppo non parte da zero. Le efficienze previste dal piano precedente – circa un miliardo – sono state centrate con un anno di anticipo.
Ora si punta ad altri 700 milioni di risparmi entro il 2028, mentre l’utile netto ordinario per azione è atteso salire fino a 0,80-0,82 euro, rispetto agli 0,69 stimati nel 2025. Il tutto con un prezzo dell’energia assunto a 85 euro per megawattora, livello prudenziale rispetto alle montagne russe viste negli ultimi anni.
Per anni la transizione è stata raccontata come una promessa lontana, fatta di slogan verdi e ritorni nebulosi. Questo piano segna invece il passaggio alla fase adulta: grandi investimenti, reti fisiche, rinnovabili industrializzate, crescita degli utili e dividendi prevedibili.
In altre parole, meno ideologia e più contabilità. E quando la transizione energetica incontra il rendimento, la Borsa – che non ha mai avuto vocazioni spirituali – applaude senza esitazioni.
Del resto, come insegna la vecchia scuola milanese, l’elettricità sarà anche invisibile, ma i dividendi si vedono benissimo.
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Ecco #DimmiLaVerità del 24 febbraio 2026. Ospite l'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti. L'argomento del giorno è: "La situazione in Ucraina e le elezioni di Midterm negli Usa".