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2021-01-26
Il pressing di Zinga fa cedere l’avvocato. Ma il Pd è pronto anche ad altri scenari
Romano Prodi (Antonio Masiello/Getty Images)
Dal Nazareno si sono fatti sentire in tanti negli ultimi giorni. Dario Franceschini, capo della delegazione pd al governo, ha indicato la linea per primo: dimissioni di Giuseppe Conte, appello a un governo di «salvezza nazionale» o formule analoghe, apertura ai responsabili e brandelli di centristi. Nicola Zingaretti, il segretario, ha fatto un pressing sfiancante sul premier ricordandogli che «il Pd è l'unica forza responsabile» e che «non vuole elezioni anticipate» né galleggiare in balia degli umori di Clemente Mastella. Non solo, una volta saputa la notizia che Giuseppi questa mattina sarebbe andato al Quirinale, il segretario dem ha twittato, come per rassicurarlo: «Con Conte per un nuovo governo chiaramente europeista e sostenuto da una base parlamentare ampia, che garantisca credibilità e stabilità per affrontare le grandi sfide che l'Italia ha davanti». Francesco Boccia, il ministro incaricato di mediare con le Regioni, ha fatto capire che dalle parti del suo partito sarebbero stati disponibili perfino a rimettersi seduti attorno a un tavolo con Matteo Renzi: «Noi ci siamo sempre stati, lui lo sa». Il problema è non farlo sotto la minaccia di un ricatto. Un tweet del capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, ha lanciato un invito: «Per rilanciare la legislatura e l'attività di governo fermiamo la guerra e ragioniamo».
Insomma, nella strategia del Pd la via crucis di Conte verso le dimissioni al Quirinale era segnata. Ma la spallata decisiva all'avvocato del popolo è arrivata da lui, il prevosto del Pd. Romano Prodi ha vergato domenica un editoriale sul Messaggero che racconta la crisi «vista da Bruxelles». Lui a Bruxelles non ci vive più da tempo, il quinquennio da presidente della Commissione europea è finito 15 anni fa, ma è sempre il portavoce più informato dei voleri dei signori Ue. Lui vede l'Italia dall'unico punto di osservazione possibile, quello dei poteri forti comunitari. E il messaggio che arriva dalle cancellerie è chiaro: «Per essere sintetico», taglia corto Prodi, «la crisi italiana spaventa l'Europa».
Il terrore non riguarda tanto le formulette del governo, ma il cash, i soldi, il destino del fiume di euro che sta per valicare le Alpi sotto il nome di Recovery fund. Dunque, che fare per tranquillizzare i partner che si apprestano ad aprire il portafoglio? Mister Euro non risparmia i suoi saggi consigli. Serve «un governo in grado di rispondere positivamente all'allarme dei nostri partner», con un programma di «quattro o cinque progetti di riforma indispensabili per unirci alla comune strategia di ripresa». Provvedimenti «urgenti e necessari sui quali è concretamente possibile trovare un largo consenso». E quali sono questi punti, secondo Prodi? Nell'ordine: riduzione dei tempi della giustizia, riorganizzazione della scuola, riforma fiscale, revisione del codice degli appalti, semplificazione della burocrazia.
L'ex premier si spinge fino a disegnare il perimetro della nuova coalizione: una «necessaria aggregazione politica non solo del Parlamento, ma delle forze sociali, che, a differenza di altri momenti storici, si sono mantenute singolarmente al margine del processo politico delle scorse settimane». Questa è una bella tirata d'orecchi all'assolutismo di Conte che si è abituato ai dpcm e non sente più nessuno quando si tratta di prendere decisioni. «Quando il governo da me presieduto si propose di portare l'Italia nell'euro», ricorda il Professore, «non disponeva certo di una maggioranza larga e omogenea, ma fu in grado di raccoglierla e renderla compatta proponendo al Parlamento un obiettivo voluto dalla maggioranza degli italiani». Oggi, secondo il ventriloquo di Bruxelles, «è possibile aggregare una solida maggioranza parlamentare e non una coalizione di reduci tenuta insieme solo per finire la legislatura». E qui arriva anche la tirata d'orecchi ai compagni del Pd, che pur di arrivare al 2023 sono disposti a tirare a campare con Lello Ciampolillo, Renata Polverini e Maria Rosaria Rossi.
Giustizia, scuola, fisco, appalti, burocrazia. In Italia se ne parla da una vita ma non si riesce a combinare nulla, figurarsi cosa riuscirebbe a fare Conte con la sua collezione di Ciampolilli. È un programma di legislatura, anzi di un paio di legislature. Ci vogliono anni di lavoro e di maggioranze d'acciaio per rifare il Paese. E ci vuole soprattutto un garante che tiri le redini, detti i tempi, scriva le agende e non tagli i ponti con gli amici di Bruxelles. Ci vuole uno che faccia quello che dice Prodi. Anzi, per farla breve, ci vuole Prodi. Proprio lui, solo lui. La sostanza è che l'uomo dei poteri forti europei si propone come il tramite tra il prossimo esecutivo e gli interessi comunitari, il padre nobile di questo finale di legislatura e possibilmente anche della prossima. Si offre cioè come prossimo inquilino del Colle.
Quello di Prodi è un colpo di frusta al Pd. Conte non viene mai menzionato e probabilmente, secondo il Professore, dell'avvocato di Volturara Appula si potrebbe pure fare a meno. Quello che conta sono i voleri europei. Il collante del nuovo governo dovrebbe essere il Recovery fund e la coalizione che dovrebbe sostenerlo è la famosa «maggioranza Ursula», quella che ha appoggiato l'elezione della presidente della Commissione Ue e ha indotto alle dimissioni l'allora ministro Matteo Salvini, cioè Pd, 5 stelle, Forza Italia, Italia viva: a quell'epoca Renzi era ancora saldamente nel Pd. Nessuna remora nel mandare Conte a dimettersi, fa capire Prodi. E nessun riguardo nel proporre un avvicendamento a Palazzo Chigi per collocare un uomo in grado di realizzare gli elevati obiettivi che il Professore propone, in attesa di dettare ordini direttamente dal Quirinale.
Berlusconi rassicura i suoi alleati: «Noi fuori da qualunque trattativa»
Dopo una giornata concitata, ieri in serata è arrivato l'annuncio: questa mattina iI premier, Giuseppe Conte, dopo un passaggio in Consiglio dei ministri per comunicare le sue intenzioni, salirà al Quirinale per rassegnare le sue dimissioni nelle mani del presidente Sergio Mattarella. Sarà il giorno della svolta dopo l'apertura della crisi con le dimissioni dei ministri di Italia viva. La maggioranza giallorossa, azzoppata da Matteo Renzi, spera che il Colle conceda un reincarico al premier, un Conte ter che non convince la minoranza che continua a indicare come unica strada il ritorno alle urne.
Secondo Matteo Salvini le dimissioni andavano date prima perché Conte non ha i numeri». Ieri, lasciando il tribunale di Torino dopo aver testimoniato nel processo in cui è accusato di vilipendio all'ordine giudiziario, il leader della Lega ha ribadito che «l'Italia non può rimanere immobile in attesa della compravendita di senatori di notte, in cambio di non si sa cosa. La posizione della Lega è chiara. Io mi aspetto che prevalgano buonsenso e amore per il Paese. In queste settimane lo spettacolo Conte, Renzi, Di Maio, Mastella, Zingaretti, Tabacci è stato squallido. Mi auguro che se non hanno i numeri per governare, si facciano da parte».
«Il premier si dimetta e apra una fase nuova», ha ribadito ieri Maria Stella Gelmini, capogruppo a Montecitorio di Forza Italia, il partito nell'occhio del ciclone perché indicato come bacino di »responsabili».
Ma a chiudere ogni illazione sul «soccorso azzurro» lo stesso presidente Silvio Berlusconi (indicato da Salvini come possibile nuovo capo dello Stato), anche per eliminare i sospetti su Gianni Letta e Renato Brunetta, ha dichiarato: «Garantisco io l'assoluta unità del partito. Né io né miei collaboratori o parlamentari abbiamo in corso trattative di qualsiasi tipo per sostenere il governo in carica. Ci rimettiamo a Mattarella. Serve un nuovo governo che rappresenti l'unità sostanziale del Paese in questo momento di emergenza oppure bisogna restituire la parola agli italiani». Duro anche il commento sul Conte bis: «L'implosione dell'attuale maggioranza sotto il peso delle sue contraddizioni è naturale conseguenza della sua origine improvvisata e contraddittoria, che contraddiceva il responso delle urne e che era finalizzata esclusivamente a impedire al centrodestra di governare».
Da sempre convinta che la crisi si risolve soltanto con le elezioni Giorgia Meloni, che ieri mattina commentava le parole del segretario del Pd, Nicola Zingaretti, e del vicesegretario, Andrea Orlando, «sulla necessità di un governo autorevole, europeista e in grado di affrontare i problemi facendo un appello alla responsabilità a tutti». La leader di Fdi scriveva su Facebook: «Le parole di Zingaretti sull'ipotesi di elezioni anticipate sono perfettamente rappresentative del terrore che hanno Pd e M5s verso il voto libero dei cittadini. Con che coraggio questa gente si definisce democratica? Tranquilli, arriverà il giorno in cui dovrete rispondere davanti agli italiani delle vostre bugie e dei vostri fallimenti. Se serve un governo autorevole significa che il segretario dem ammette candidamente che l'esecutivo Conte non lo è. Fdi lo sostiene fin dall'inizio: questo governo non è all'altezza, non ha visione e non è capace di risolvere i problemi concreti degli italiani. La via maestra da seguire per dare alla nazione un governo forte, coeso e autorevole rimangono le elezioni». Senza l'alibi della pandemia visto che anche in Portogallo si voterà.
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Mentre il segretario dem auspica un nuovo governo europeista con lo stesso premier, Romano Prodi lancia l'esecutivo di unità nazionale.Matteo Salvini attacca: «I giallorossi tengono il Paese bloccato». Giorgia Meloni: «Unica via le urne»Lo speciale contiene due articoli.Dal Nazareno si sono fatti sentire in tanti negli ultimi giorni. Dario Franceschini, capo della delegazione pd al governo, ha indicato la linea per primo: dimissioni di Giuseppe Conte, appello a un governo di «salvezza nazionale» o formule analoghe, apertura ai responsabili e brandelli di centristi. Nicola Zingaretti, il segretario, ha fatto un pressing sfiancante sul premier ricordandogli che «il Pd è l'unica forza responsabile» e che «non vuole elezioni anticipate» né galleggiare in balia degli umori di Clemente Mastella. Non solo, una volta saputa la notizia che Giuseppi questa mattina sarebbe andato al Quirinale, il segretario dem ha twittato, come per rassicurarlo: «Con Conte per un nuovo governo chiaramente europeista e sostenuto da una base parlamentare ampia, che garantisca credibilità e stabilità per affrontare le grandi sfide che l'Italia ha davanti». Francesco Boccia, il ministro incaricato di mediare con le Regioni, ha fatto capire che dalle parti del suo partito sarebbero stati disponibili perfino a rimettersi seduti attorno a un tavolo con Matteo Renzi: «Noi ci siamo sempre stati, lui lo sa». Il problema è non farlo sotto la minaccia di un ricatto. Un tweet del capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, ha lanciato un invito: «Per rilanciare la legislatura e l'attività di governo fermiamo la guerra e ragioniamo».Insomma, nella strategia del Pd la via crucis di Conte verso le dimissioni al Quirinale era segnata. Ma la spallata decisiva all'avvocato del popolo è arrivata da lui, il prevosto del Pd. Romano Prodi ha vergato domenica un editoriale sul Messaggero che racconta la crisi «vista da Bruxelles». Lui a Bruxelles non ci vive più da tempo, il quinquennio da presidente della Commissione europea è finito 15 anni fa, ma è sempre il portavoce più informato dei voleri dei signori Ue. Lui vede l'Italia dall'unico punto di osservazione possibile, quello dei poteri forti comunitari. E il messaggio che arriva dalle cancellerie è chiaro: «Per essere sintetico», taglia corto Prodi, «la crisi italiana spaventa l'Europa».Il terrore non riguarda tanto le formulette del governo, ma il cash, i soldi, il destino del fiume di euro che sta per valicare le Alpi sotto il nome di Recovery fund. Dunque, che fare per tranquillizzare i partner che si apprestano ad aprire il portafoglio? Mister Euro non risparmia i suoi saggi consigli. Serve «un governo in grado di rispondere positivamente all'allarme dei nostri partner», con un programma di «quattro o cinque progetti di riforma indispensabili per unirci alla comune strategia di ripresa». Provvedimenti «urgenti e necessari sui quali è concretamente possibile trovare un largo consenso». E quali sono questi punti, secondo Prodi? Nell'ordine: riduzione dei tempi della giustizia, riorganizzazione della scuola, riforma fiscale, revisione del codice degli appalti, semplificazione della burocrazia. L'ex premier si spinge fino a disegnare il perimetro della nuova coalizione: una «necessaria aggregazione politica non solo del Parlamento, ma delle forze sociali, che, a differenza di altri momenti storici, si sono mantenute singolarmente al margine del processo politico delle scorse settimane». Questa è una bella tirata d'orecchi all'assolutismo di Conte che si è abituato ai dpcm e non sente più nessuno quando si tratta di prendere decisioni. «Quando il governo da me presieduto si propose di portare l'Italia nell'euro», ricorda il Professore, «non disponeva certo di una maggioranza larga e omogenea, ma fu in grado di raccoglierla e renderla compatta proponendo al Parlamento un obiettivo voluto dalla maggioranza degli italiani». Oggi, secondo il ventriloquo di Bruxelles, «è possibile aggregare una solida maggioranza parlamentare e non una coalizione di reduci tenuta insieme solo per finire la legislatura». E qui arriva anche la tirata d'orecchi ai compagni del Pd, che pur di arrivare al 2023 sono disposti a tirare a campare con Lello Ciampolillo, Renata Polverini e Maria Rosaria Rossi.Giustizia, scuola, fisco, appalti, burocrazia. In Italia se ne parla da una vita ma non si riesce a combinare nulla, figurarsi cosa riuscirebbe a fare Conte con la sua collezione di Ciampolilli. È un programma di legislatura, anzi di un paio di legislature. Ci vogliono anni di lavoro e di maggioranze d'acciaio per rifare il Paese. E ci vuole soprattutto un garante che tiri le redini, detti i tempi, scriva le agende e non tagli i ponti con gli amici di Bruxelles. Ci vuole uno che faccia quello che dice Prodi. Anzi, per farla breve, ci vuole Prodi. Proprio lui, solo lui. La sostanza è che l'uomo dei poteri forti europei si propone come il tramite tra il prossimo esecutivo e gli interessi comunitari, il padre nobile di questo finale di legislatura e possibilmente anche della prossima. Si offre cioè come prossimo inquilino del Colle.Quello di Prodi è un colpo di frusta al Pd. Conte non viene mai menzionato e probabilmente, secondo il Professore, dell'avvocato di Volturara Appula si potrebbe pure fare a meno. Quello che conta sono i voleri europei. Il collante del nuovo governo dovrebbe essere il Recovery fund e la coalizione che dovrebbe sostenerlo è la famosa «maggioranza Ursula», quella che ha appoggiato l'elezione della presidente della Commissione Ue e ha indotto alle dimissioni l'allora ministro Matteo Salvini, cioè Pd, 5 stelle, Forza Italia, Italia viva: a quell'epoca Renzi era ancora saldamente nel Pd. Nessuna remora nel mandare Conte a dimettersi, fa capire Prodi. E nessun riguardo nel proporre un avvicendamento a Palazzo Chigi per collocare un uomo in grado di realizzare gli elevati obiettivi che il Professore propone, in attesa di dettare ordini direttamente dal Quirinale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pressing-di-zinga-fa-cedere-lavvocato-ma-il-pd-e-pronto-anche-ad-altri-scenari-2650132761.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="berlusconi-rassicura-i-suoi-alleati-noi-fuori-da-qualunque-trattativa" data-post-id="2650132761" data-published-at="1611605455" data-use-pagination="False"> Berlusconi rassicura i suoi alleati: «Noi fuori da qualunque trattativa» Dopo una giornata concitata, ieri in serata è arrivato l'annuncio: questa mattina iI premier, Giuseppe Conte, dopo un passaggio in Consiglio dei ministri per comunicare le sue intenzioni, salirà al Quirinale per rassegnare le sue dimissioni nelle mani del presidente Sergio Mattarella. Sarà il giorno della svolta dopo l'apertura della crisi con le dimissioni dei ministri di Italia viva. La maggioranza giallorossa, azzoppata da Matteo Renzi, spera che il Colle conceda un reincarico al premier, un Conte ter che non convince la minoranza che continua a indicare come unica strada il ritorno alle urne. Secondo Matteo Salvini le dimissioni andavano date prima perché Conte non ha i numeri». Ieri, lasciando il tribunale di Torino dopo aver testimoniato nel processo in cui è accusato di vilipendio all'ordine giudiziario, il leader della Lega ha ribadito che «l'Italia non può rimanere immobile in attesa della compravendita di senatori di notte, in cambio di non si sa cosa. La posizione della Lega è chiara. Io mi aspetto che prevalgano buonsenso e amore per il Paese. In queste settimane lo spettacolo Conte, Renzi, Di Maio, Mastella, Zingaretti, Tabacci è stato squallido. Mi auguro che se non hanno i numeri per governare, si facciano da parte». «Il premier si dimetta e apra una fase nuova», ha ribadito ieri Maria Stella Gelmini, capogruppo a Montecitorio di Forza Italia, il partito nell'occhio del ciclone perché indicato come bacino di »responsabili». Ma a chiudere ogni illazione sul «soccorso azzurro» lo stesso presidente Silvio Berlusconi (indicato da Salvini come possibile nuovo capo dello Stato), anche per eliminare i sospetti su Gianni Letta e Renato Brunetta, ha dichiarato: «Garantisco io l'assoluta unità del partito. Né io né miei collaboratori o parlamentari abbiamo in corso trattative di qualsiasi tipo per sostenere il governo in carica. Ci rimettiamo a Mattarella. Serve un nuovo governo che rappresenti l'unità sostanziale del Paese in questo momento di emergenza oppure bisogna restituire la parola agli italiani». Duro anche il commento sul Conte bis: «L'implosione dell'attuale maggioranza sotto il peso delle sue contraddizioni è naturale conseguenza della sua origine improvvisata e contraddittoria, che contraddiceva il responso delle urne e che era finalizzata esclusivamente a impedire al centrodestra di governare». Da sempre convinta che la crisi si risolve soltanto con le elezioni Giorgia Meloni, che ieri mattina commentava le parole del segretario del Pd, Nicola Zingaretti, e del vicesegretario, Andrea Orlando, «sulla necessità di un governo autorevole, europeista e in grado di affrontare i problemi facendo un appello alla responsabilità a tutti». La leader di Fdi scriveva su Facebook: «Le parole di Zingaretti sull'ipotesi di elezioni anticipate sono perfettamente rappresentative del terrore che hanno Pd e M5s verso il voto libero dei cittadini. Con che coraggio questa gente si definisce democratica? Tranquilli, arriverà il giorno in cui dovrete rispondere davanti agli italiani delle vostre bugie e dei vostri fallimenti. Se serve un governo autorevole significa che il segretario dem ammette candidamente che l'esecutivo Conte non lo è. Fdi lo sostiene fin dall'inizio: questo governo non è all'altezza, non ha visione e non è capace di risolvere i problemi concreti degli italiani. La via maestra da seguire per dare alla nazione un governo forte, coeso e autorevole rimangono le elezioni». Senza l'alibi della pandemia visto che anche in Portogallo si voterà.
Il cardinale Camillo Ruini (Getty Images)
L’ultima volta che abbiamo avuto occasione di scambiare due chiacchiere con don Camillo ci ha detto di essere «personalmente molto contento dell’elezione di Robert Francis Prevost», oggi papa Leone XIV.
Il cardinale Camillo Ruini era nato il 19 febbraio 1931 a Sassuolo, bassa emiliana verace. Lì la terra è piatta come il mare e feconda come poche. Una terra laboriosa e passionale come tutta quella «fettaccia di terra» che va dal Po al mare, lì ci nascono personalità che quando devono attraversare una vita da prete lo fanno in modo assai originale. Magari da vescovi e poi da cardinali, perfino vicari del Papa a Roma e magari da presidente dei vescovi italiani per tre lustri abbondanti, dal 1991 al 2007. Magari con la benedizione di un santo Papa polacco, Giovanni Paolo II, e l’appoggio di un teologo di razza di nome Joseph Ratzinger, poi Benedetto XVI.
La sua per la chiesa italiana è stata una vera e propria «era Ruini» che iniziò di fatto con il famoso Convegno di Loreto del 1985, quando Giovanni Paolo II cambiò decisamente rotta alla Chiesa italiana dell’epoca – imponendole una presenza attiva sulla scena pubblica, come «forza trainante» – e ne sostituì la guida. In quell’occasione Camillo Ruini lavorò fianco a fianco con papa Wojtyla e c’è il lavoro dell’allora vescovo ausiliare di Reggio Emilia-Guastalla in quella che fu una vera e propria virata alla chiesa italiana rivolta a realizzare quella presenza forte e visibile del cattolicesimo italiano a livello sociale.
Il rapporto tra Ruini e papa Giovanni Paolo II non si interruppe più, con un legame saldissimo e una visione comune. Il fiuto «politico» di Ruini è stato il suo lato più scintillante e riconosciuto da amici e avversari, attraversando la prima e la seconda Repubblica, passando dall’egemonia della grande balena bianca, la Dc, fino alla fine del partito unico con l’irrompere dei cosiddetti principi non negoziabili (vita, famiglia e libera educazione) e la conseguente possibilità per i cattolici di militare in qualunque partito purché, appunto, fossero uniti su quei principi. Quindi fu il berlusconismo che Ruini ha navigato con sapiente distanza, ma con altrettanta distinzione rispetto a chi, soprattutto certi cattolici «adulti», deragliava sui principi. Memorabile quando durante la battaglia per i cosiddetti Pacs (2007) non esitò a vergare un editoriale sul quotidiano Avvenire intitolato «Non possumus». Un titolo che al cattolico «adulto» Romano Prodi, di cui don Camillo aveva celebrato le nozze, provocò un certo fastidio e i due, da amici che erano, divennero cordialmente ex amici.
Padre del «progetto culturale» della chiesa italiana, sulle ali della convinzione di Giovanni Paolo II che la fede o si fa cultura o muore, a lui non sono state risparmiate critiche, anche intra ecclesiali. Don Giuseppe Dossetti, reggiano come don Camillo, lanciò i suoi strali soprattutto per le scelte «politiche» di Ruini, arrivando persino a cogliere una similitudine tra l’atteggiamento della Chiesa che secondo lui aveva accolto la vittoria di Berlusconi e quella che settant’anni prima aveva spalancato le braccia al regime fascista. Ma il vertice del ruinismo è senza dubbio rappresentato dalla schiacciante vittoria al referendum sulla «procreazione assistita» del 2004, quando la Cei di Ruini mise in campo un comitato, Scienza&Vita, che fu il promotore e motore della linea del «doppio no» al referendum che però aveva proprio nel capo dei vescovi il suo maître à penser. Ruini aveva un obiettivo chiaro: l’invalidazione dei quattro referendum tramite il non voto. E cosi fu, con la Chiesa intera che seguì in modo compatto; forse l’ultima volta in cui si è visto davvero un mondo cattolico unito e battagliero come un sol uomo.
Il cardinale Ruini ha partecipato da protagonista al conclave del 2005 in cui diede un contributo fondamentale per l’elezione di papa Benedetto XVI, insieme a quello che è stato definito «partito del sale della terra», un gruppo di porporati che aveva proprio in Ruini uno dei suoi più illustri rappresentanti e che si contrapponeva alla cosiddetta «mafia di san Gallo», secondo una definizione del cardinale belga Godfried Danneels, membro di quel gruppo di cardinali e vescovi che aveva l’abitudine di trovarsi in Svizzera, a San Gallo, per conversare di vie alternative all’impronta impressa alla Chiesa da Karol Wojtyla. Nel febbraio 2013 con le dimissioni di papa Ratzinger, a cui il cardinale reagì dicendo che, come cattolico, le decisioni del Papa non si discutono ma si accolgono, anche se possono provocare dolore, l’elezione di papa Francesco è stata la sorpresa. «Non ho avuto con papa Francesco», disse in una intervista concessa al Corriere della Sera, «un rapporto analogo a quello che avevo con i due Pontefici precedenti. Però non sono in alcun modo ostile a papa Francesco. E non concordo con coloro che non riconoscono niente di buono nel suo pontificato, o addirittura ne contestano la legittimità».
Quindi ecco il conclave del 2025, dove Ruini ha partecipato da non elettore alle congregazioni generali, le riunioni di cardinali che precedono il voto vero e proprio. In quell’occasione ha diramato un piccolo comunicato con «quattro auspici per la Chiesa di un futuro che spero molto prossimo». Fra di essi ricordava che «serve la capacità di rispondere in chiave cristiana alle sfide intellettuali di oggi, ma servono anche la certezza della verità e la sicurezza della dottrina. Da troppi anni stiamo sperimentando che, se queste si indeboliscono, tutti noi, pastori e fedeli siamo duramente penalizzati».
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I ragazzi italiani non meritano le macerie che si sono accumulate dal 1996 in poi, da quando Luigi Berlinguer fraintese come «distruzione» il nome del ministero affidatogli; e l’insipienza di quel consiglio di classe è uno dei frutti.
Innanzitutto, il provvedimento contro i ragazzi non riguarda certamente l’atto di aver appeso uno striscione, ché il componimento «educativo» non lascia dubbi: s’è inteso punire la scritta sullo striscione o, meglio, l’arbitraria interpretazione che il consiglio di classe ha voluto dare a quella scritta. Parlo di insipienza perché, di tutta evidenza, nel consiglio di classe non c’era alcuno che avesse i fondamentali né della Costituzione italiana né dei diritti/doveri degli insegnanti rapportati agli studenti.
L’articolo 21 della Costituzione - «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» - tutela non soltanto le opinioni comunemente condivise, ma anche quelle controverse. In ogni caso, la frase scritta dagli studenti non ha alcunché di controverso. Né contiene minacce, insulti, istigazioni alla violenza o riferimenti offensivi nei confronti di nessuno. Insomma, l’eventuale «male» era solo nella testa dei professori del consiglio di classe, che hanno voluto vedere razzismo dove non c’è.
A scanso di equivoci: se nello striscione ci fosse stata scritta la frase «Siamo razzisti», anche in quel caso si sarebbe nell’ambito della tutelata libertà di espressione del proprio pensiero. A questo proposito colgo l’occasione di far notare che analoga libertà si ha nel caso qualcuno volesse dichiararsi «fascista», ed è una violazione della Costituzione pretendere da chicchessia una dichiarazione di antifascismo. Preciso questo perché le cronache riportano casi di codeste pretese.
Tornando alla scuola, questa è in difetto anche per aver trasgredito un obbligo della propria missione: mantenere una posizione di neutralità rispetto alle diverse opinioni politiche e ideologiche espresse dagli studenti: è vietato dalla deontologia del docente accettare o rifiutare selettivamente idee degli studenti e discriminarli sulle idee non condivise.
Ma, dicevo, la malizia - per non dire cattiveria - è solo nella testa dei docenti che hanno voluto interpretare «razzista» la frase sullo striscione. L’interpretazione è inequivocabile, visto il titolo del componimento assegnato: «Gli africani siamo noi». Il punto però, qui, non è una cattiva interpretazione del testo - circostanza che meraviglia in un liceo classico ove, immagino, ci sarà stato un professore avvezzo alla traduzione in italiano del pensiero di testi in latino o greco antico: evidentemente non c’è, visto che nessuno ha pensato che la frase non fosse razzista. Il punto, dicevo, è un altro: anche quando la frase fosse stata razzista - anzi anche quando la frase fosse stata «Noi siamo razzisti» - assegnare un compito come strumento di rieducazione ideologica per indurre l’adesione a una determinata impostazione di valori è azione, di nuovo, contro la deontologia del docente. Costui non deve dire agli studenti cosa pensare ma, semmai, come pensare, cioè come articolare un pensiero, come difenderlo e come confutarlo.
La coercizione ideologica è incompatibile col pluralismo educativo previsto dalla Costituzione, ma oggi la scuola pubblica si mostra intollerante, tende a imporre risposte prestabilite alle domande dei ragazzi e inibisce il pensiero critico. Per questo, dicevo all’inizio, va smantellata.
Il consiglio di classe, poi, ha dimostrato di non conoscere i limiti del proprio potere disciplinare. Questo è finalizzato alla tutela dell’ordine scolastico e del rispetto reciproco, non per selezionare quali opinioni siano consentite e quali no. La scuola dovrebbe formare e non è un’autorità chiamata a garantire conformità ideologica tra gli studenti.
Non sono un giurista, ma come sentore personale registro molta violenza. Cercando nel codice penale, leggo che l’art. 610 punisce «chiunque con violenza o minaccia costringe altri a fare qualcosa», e (art. 339) la pena è aumentata se la violenza è esercitata da più persone riunite (nel nostro caso il consiglio di classe). Spetterebbe a un giudice stabilire se è o no violenza l’indebita costrizione della libertà morale degli studenti (peraltro esercitata da chi ha, per così dire, il coltello dalla parte del manico), così lascio aperta la questione.
Autoritarismo, rifiuto del pluralismo, soppressione del dissenso, sono tutte caratteristiche di ciò che additiamo come fascismo. Se ora rammentiamo che la Costituzione vieta «la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del partito fascista», mi chiedo se possa individuarsi nel consiglio di classe una delle «qualsiasi forme» di cui alla Disposizione costituzionale. Quasi sicuramente no, epperò se il consiglio di classe avesse voluto riorganizzare il partito fascista, avrebbe senz’altro agito come ha agito nei confronti dei ragazzi.
Concludo con una nota di colore. Mi ha molto colpito che ci fosse una scuola intitolata a Vincenzo Monti, una figura del tutto marginale della nostra letteratura: il suo massimo pregio fu la versione italiana dell’Iliade, ma non conosceva il greco e fu bollato come «traduttor dei traduttor d’Omero». Però era un patriota. Nel suo poemetto Per la liberazione dell’Italia ebbe a scrivere: «Ben di senso è privo/chi non ti conosce, Italia, e non t’adora». E in una sua lettera a un amico che prendeva moglie, lo rassicurava che l’amore addolcisce tutti gli uomini. Tutti, anche ove essi fossero, diceva, «Cannibali, Traci, o Garamanti». Come a dire i più rozzi, feroci e incivili che ci siano. Insomma, Vincenzo Monti (virgolettato e non): 6 in condotta anche a voi.
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Guido Guidesi (Imagoeconomica)
«Stiamo costruendo un modello che anticipa e interpreta la nuova politica industriale europea, fondato su produzione, innovazione e sovranità tecnologica. Qui si decide il futuro industriale dell’Europa», ha spiegato Guidesi. Poi ha sottolineato che «non è un insieme di misure, ma una strategia organica che definisce la direzione della politica industriale lombarda dei prossimi anni: innovazione, capitale, produzione e territori come unico ecosistema competitivo». Il Pacchetto si articola in una serie di sezioni, ciascuna focalizzata su un’area di intervento. Basket bond Lombardia con una dotazione di 32 milioni di euro, per finanziare progetti per la transizione digitale, l’autonomia produttiva, la crescita dimensionale delle aziende e interventi per la transizione verso l’economia circolare. Poi c’è la Lombardia venture e Lombardia venture Step (140 milioni di euro). La Regione investe in fondi di investimento in capitale di rischio (Venture capital) specializzati e appositamente selezionati, che a loro volta accompagnano e investono nella crescita di startup e Pmi innovative, attraendo capitali privati. L’attenzione è alle tecnologie critiche e strategiche per l’Europa (come digitale avanzato, deep tech e tecnologie green), in linea con le priorità della piattaforma europea Step.
La sezione Re-Impresa con 20 milioni di euro, è un mix di strumenti pubblici e bancari per sostenere la fase di rilancio di Pmi in difficoltà attraverso strumenti finanziari pubblici e privati. Con Quota Lombardia (25 milioni di euro), si vogliono aiutare le Pmi intenzionate a migliorare la loro solidità finanziaria e ad aumentare la visibilità sui mercati attraverso la raccolta di capitali tramite investitori. Questi entrerebbero nel capitale dell’azienda attraverso la Borsa con contributi a fondo perduto a copertura parziale dei costi relativi all’ammissione alla quotazione e dei servizi di consulenza correlati. Startup Radar Lombardia (15 milioni di euro) è il nuovo fondo regionale pensato per sostenere la crescita di startup innovative lombarde attraverso un modello di corporate venture capital pubblico-privato. L’iniziativa punta a promuovere collaborazioni strategiche nei settori chiave della ricerca, dell’innovazione e della transizione tecnologica. Sono previste Misure per startup (15,6 milioni di euro), ad alto contenuto tecnologico nella fase early stage, per accompagnarle nel percorso di crescita e sviluppo industriale. I contributi, a fondo perduto fino all’80% delle spese ammissibili, vengono assegnati sulla base della qualità del progetto, del team e del modello di business. Dei 15,6 milioni di euro complessivi, 7 milioni sono riservati ai progetti legati al settore energetico e alla transizione sostenibile.
La Regione promuove nel 2026 sei competition dedicate alle startup innovative, organizzate in collaborazione con dieci università lombarde e con Innovation federated @Mind, con l’obiettivo di sostenere nuovi progetti imprenditoriali ad alto potenziale innovativo. Sono previsti 36 premi da 25.000 euro ciascuno, per un valore complessivo di 900.000 euro. Un’agevolazione a fondo perduto («Misura Talenti») è destinata all’assunzione da parte delle Pmi lombarde di competenze altamente qualificate per favorire il processo di innovazione, digitalizzazione e transizione ecologica.
Guidesi è intervenuto anche sulla pace tra Usa e Iran sottolineando che «ci saranno conseguenze anche dal punto di vista economico, perché quella situazione noi non potevamo reggerla, ha influenzato notevolmente i costi energetici anche dal punto di vista della speculazione». Ora, quindi, l’attesa è di una stabilizzazione della situazione affinché, ha detto l’assessore, si ponga fine alla spirale inflattiva. «Anche se le previsioni della Commissione europea ci dicono che il prossimo semestre sarà complicato da questo punto di vista». E ha richiamato il «costo della vita estremamente elevato in Lombardia, «per cui un ennesimo periodo di inflazione potrebbe provocarci evidentemente delle situazioni che ci limitano dal punto di vista competitivo e con conseguenze anche nei consumi e dal punto di vista sociale che noi vogliamo evitare».
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Kevin Nader (Getty Images)
Il rappresentante del partito di Marine Le Pen non è impazzito, semplicemente ha inteso così rispondere alla situazione che si è trovato davanti e che, a questo punto, vale la pena riepilogare dall’inizio.
A Ivry-sur-Seine, inespugnabile roccaforte rossa, dove comanda il Partito comunista dalla bellezza di 110 anni, l’11 giugno si è, come da programma, tenuto il Consiglio comunale, che ha tra le sue elette due donne con il velo: Estelle Boufala e Fenda Diarra. Una situazione considerata anomala da Nader, che è l’unico eletto di destra in quella assemblea, il quale, giovedì scorso, rivolgendosi alle due elette musulmane ha proposto un emendamento finalizzato a vietare «durante le sedute» del consiglio qualsivoglia simbolo che mostri «apertamente un’affiliazione religiosa». Una proposta che ha irritato Fenda Diarra, che è anche assessore e che ha risposto: «Sono orgogliosa di essere stata eletta indossando il velo». Parole ben accolte da Philippe Boyssou, il sindaco del Partito comunista appunto eletto lo scorso marzo con oltre il 53% dei voti, che non solo si è compiaciuto della diversità della sua giunta, ma ha pure detto che non avrebbe neppure fatto mettere l’emendamento ai voti. La proposta del politico di Rn è così naufragata, con gli esponenti della maggioranza di sinistra che hanno anche fatto notare al collega di opposizione che la legge del 1905, che effettivamente impone la neutralità ai dipendenti pubblici, non si applica ai funzionari eletti durante le sessioni istituzionali.
Nader però non si è dato per vinto e, tornando a ciò che si diceva in apertura, alla bocciatura del suo emendamento ha reagito così: «È un vero peccato che non abbiate messo ai voti il mio emendamento e lo abbiate respinto per motivi morali: vi rifiutate di farvi guidare dal principio di laicità. Rifiutate la laicità in questo consiglio comunale». «Quindi», ha aggiunto estraendo un crocifisso, «d’ora in poi, saremo sotto il segno della croce». Il consigliere di Rn ha quindi iniziato a recitare un’Ave Maria. Non l’avesse mai fatto.
Il sindaco, visibilmente turbato, ha reagito adirandosi e, da un lato ha immediatamente sospeso la seduta e, dall’altro lato ha definito quello di Nader «crimine politico». «È una vergogna, un vero scandalo. In poche ore di consiglio, avete raggiunto tutti i livelli e oltrepassato tutti i limiti», sono state le esatte parole di Bouyssou, secondo cui «il Consiglio comunale di Ivry non era mai stato insultato in questo modo». Inutile sottolineare come l’episodio, anche grazie ai video circolati in rete che lo documentano, abbia suscitato un certo clamore. Questo il commento che Nader ha condiviso su Facebook con riferimento all’accaduto: «A quanto pare a Ivry, indossare il velo in consiglio comunale è innocuo, ma la croce è inquietante, persino ripugnante».
Bouyssou, contattato da Libération, ha definito l’emendamento del consigliere di opposizione «illegale», a causa, parole sue, «dell’enorme confusione tra laicità e neutralità del servizio pubblico». Non solo. Il sindaco ha pure contattato il prefetto della Val-de-Marne e si è consultato con i legali per capire adesso come muoversi. Tutto questo, lo si ripete, per un’Ave Maria e un piccolo crocifisso. Il che, per quanto ci si faccia scudo con leggi e regolamenti, alimenta il sospetto che davvero a sinistra, e non solo in Francia, la laicità sia un valore, per così dire, a doppio senso di marcia: implacabile con il cristianesimo, sospesa davanti all’Islam.
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