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2021-06-19
Il premier mostra intesa con Salvini. Delusi i fan dell’emergenza perenne
Mario Draghi (Ansa)
L'Italia torna in zona bianca (tranne la Valle d'Aosta che resta in zona gialla) e ora si infiamma il dibattito politico e tra gli esperti sull'abolizione dell'obbligo di indossare la mascherina all'aperto. Ieri il ministro della Salute, Roberto Speranza, sulla base dei dati epidemiologici e delle indicazioni della cabina di regia, ha firmato le ordinanze che eliminano il rosso, l'arancione e il giallo dalla cartina geografica della nostra penisola. Un passo in avanti, un evento a suo modo storico: l'ordinanza entrerà in vigore lunedì prossimo, 21 giugno.
Con tutta la cautela necessaria, non si può non considerare questa notizia come una vera e propria liberazione: l'incubo della pandemia sembra ormai alle spalle, l'Italia può tornare a lavorare, a vivere.
Ma a respirare liberamente ancora no: non c'è ancora, infatti, una data certa per l'addio all'obbligo della mascherina all'aperto. In molti altri Paesi, questo obbligo è già un ricordo: dall'altro ieri lo ha abolito la Francia, nei giorni scorsi era caduto in Germania, in Grecia, a Bruxelles (ma non nel resto del Belgio), in Polonia. Ieri l'atteso annuncio è arrivato anche per la Spagna: dal 26 giugno stop alle mascherine all'aperto: «Questo», ha detto il premier spagnolo, Pedro Sanchez, «sarà l'ultimo week end con l'obbligo della mascherina. Giovedì prossimo si terrà una riunione per deliberare la decisione di eliminare l'obbligo della mascherina all'aperto».
E in Italia? Il premier Mario Draghi affronta il problema con il suo proverbiale pragmatismo, nel corso del blitz del tardo pomeriggio di ieri in cui ha di fatto commissariato il ministro Speranza: «Sull'abolizione dell'obbligo di mascherina», dice Draghi in conferenza stampa, «non ci sono date. C'è una data in cui chiederò un parere al Cts ed è domani (oggi, ndr). Farò richiesta formale per sapere se possiamo toglierci la mascherina all'aperto oppure no, molti Paesi hanno tolto l'obbligo».
Una posizione che suscita il comprensibile apprezzamento di Matteo Salvini: «Draghi», commenta il leader della Lega, «chiede al Cts l'ok per togliere la mascherina, almeno all'aperto. Bene, come chiesto dalla Lega si torni al lavoro e al sorriso in libertà, come sta già accadendo in tutta Europa. Mi piace». Perfettamente sovrapponibili le linee di Draghi e Salvini anche sull'ipotesi di prorogare lo stato di emergenza: «Una emergenza è una emergenza», argomenta il presidente del Consiglio, «e quindi una eventuale proroga dello stato di emergenza la decideremo quando saremo vicini alla data di scadenza (il 31 luglio, ndr). Non mi sono mai espresso ma se avessi avuto intenzione», sottolinea Draghi, «mi sarebbe passata la voglia, dopo l'articolo del professor Cassese che ricorda a chi si vuol esprimere prima che non si può decidere lo stato di emergenza con un mese e mezzo di anticipo».
Una bella ramanzina a chi, da sinistra, si è lasciato andare a previsioni sul prolungamento dello stato di emergenza fino addirittura al prossimo 31 dicembre.
Secondo diverse fonti di governo, l'obbligo della mascherina all'aperto nel nostro Paese cadrà entro la metà di luglio, ma nulla è deciso e il dibattito diventa rovente come i nostri volti coperti sotto la canicola estiva. «Lo stop all'obbligo di mascherine anche all'aperto», dice a Radio Uno il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, «arriverà verosimilmente ai primi di luglio. Abbiamo oltre il 50% della popolazione con almeno una dose di vaccino. La data lasciamola decidere al Cts, ma io personalmente non andrei oltre i primi di luglio, e non è una data a caso».
Per il direttore della Prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, «la decisione è della politica. Sappiamo che contrarre l'infezione all'aperto è più difficile. Poi un conto è stare da solo in una foresta», aggiunge Rezza, «un altro se c'è folla o contatto diretto. Serve buonsenso». «Nei prossimi giorni», dice all'Agi il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, «sentiremo il Comitato tecnico scientifico e fisseremo una data per togliere l'obbligo delle mascherine all'aperto. Credo sia ragionevole pensare che sarà entro la prima metà di luglio». «Se dal 1 luglio», argomenta ancora il leader della Lega, Salvini, «ci saranno il via alla mascherina e la riapertura di tutti i locali che ancora oggi sono chiusi, come Lega avremo raggiunto il nostro obiettivo». «Siamo quasi tutti in zona bianca», commenta, sempre in area Lega, il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, «spero che più prima che poi si apra anche alla possibilità all'aperto di poter girare senza mascherine, credo che sia una delle ipotesi al vaglio del governo».
Dall'opposizione attacca Giorgia Meloni: «Obbligo di mascherine all'aperto», sottolinea la leader di Fratelli d'Italia, «dopo la Francia anche la Spagna annuncia lo stop. Che aspetta il governo Draghi a fare lo stesso in Italia? Da mesi Fratelli d'Italia si batte per eliminare tutte quelle limitazioni delle libertà personali che non sono utili al contrasto del contagio. Lo abbiamo fatto contro la follia del coprifuoco e lo facciamo anche per l'obbligo di mascherina all'aperto».
Quarantena, Speranza dà i numeri
In Gran Bretagna, la variante indiana infetta a ritmi già dimezzati rispetto a quelli di due settimane fa. E gli scienziati si aspettano che, trascorsi altri 15 giorni, la nuova «ondatina» da mutazione delta entrerà in fase recessiva. Ciò confermerebbe il progetto di Boris Johnson, che confida di eliminare ogni restrizione anti Covid entro il 19 luglio. Anche se, per il Paese che fino a qualche mese fa sognava di «scippare» l'intera edizione degli Europei di calcio, potrebbe profilarsi una clamorosa beffa: l'Uefa avrebbe minacciato di spostare alla Puskas Arena di Budapest semifinali e finale, previste a Wembley, se Downing Street non allentasse i divieti, consentendo l'ingresso allo stadio londinese di 2.500 spettatori Vip.
Intanto, l'Italia, che per stessa ammissione di Donato Greco del Cts, è «indietro» sui sequenziamenti, prova a schermarsi dalla temuta variante con un'ordinanza grottesca di Roberto Speranza: a partire da lunedì, quarantena di cinque giorni, con obbligo di tampone, per chiunque provenga dalla Gran Bretagna. Un mini isolamento di cui è difficile comprendere il senso, visto che il periodo d'incubazione del Covid, sul sito del ministero della Salute, è ancora stimato «tra uno e 14 giorni». Tanto che, sempre secondo il portale del dicastero, è esattamente di 14 giorni «dall'ultima esposizione», la quarantena imposta ai contatti stretti asintomatici di una persona risultata positiva al virus.
All'anomalia si aggiunge il fatto che i cinque giorni di isolamento saranno richiesti anche ai già vaccinati. Un assist involontario a chi dubita che la liberazione dalle strette pandemiche passerà per il sacro siero: se mi vaccino e poi vengo rinchiuso lo stesso, ragionerà qualcuno, tanto vale che non mi vaccini affatto. Ai turisti provenienti da Usa, Giappone, Canada ed Europa, comunque, per entrare in Italia basterà il green pass.
Ma a proposito di lockdown perpetrati alla faccia delle immunizzazioni, all'indomani del pezzo con cui La Verità ha messo in guardia sugli automatismi delle regole antivirus, che potrebbero farci ripiombare in zona rossa anche con gli ospedali semivuoti, una prima conferma che il problema è serio arriva dal Portogallo. In apprensione per i contagi in risalita nella regione di Lisbona, a causa della variante delta, il governo ha deciso di proibire tutti gli spostamenti da e per la capitale e la sua periferia, dal venerdì sera al lunedì mattina.
La portavoce dell'esecutivo, Mariana Vieira da Silva, ha definito «preoccupanti» i numeri delle infezioni, che da febbraio non superavano per due giorni consecutivi i 1.000 casi, dei quali circa l'80% è concentrato a Lisbona. Risultano in aumento anche i ricoveri, con 364 posti letto occupati nell'intera nazione, il picco dal 25 aprile, e 88 pazienti in terapia intensiva (non succedeva dal 2 maggio). Attenzione, però: al momento, gli ingressi in rianimazione rappresentano il 7% del totale dei posti letto e circa il 10% delle unità Covid. Un dato ben lontano financo dalle soglie di allerta previste dalla normativa italiana, che fa coincidere l'aggravamento del rischio alle fasi in cui è occupato più del 30% dei posti letto in area medica e più del 20% delle terapie intensive.
Ma soprattutto, dal punto di vista delle vaccinazioni, il Portogallo ha una situazione perfettamente paragonabile alla nostra: ha ricevuto la prima dose il 52,8% dei cittadini, contro il 57,8% degli italiani, mentre la doppia dose è stata somministrata al 29,9% dei portoghesi, rispetto al 27,7% dei nostri connazionali. I lusitani, tra l'altro, hanno immunizzato sensibilmente di più tutte le fasce d'età a rischio e sono parecchio più avanti di noi nella fascia degli over 60.
Eppure, nonostante la situazione nei nosocomi risulti ancora gestibile e le immunizzazioni procedano a spron battuto, il tasso d'incidenza dei contagi da variante indiana ha riportato sotto chiave Lisbona. Noi seguiremo il fulgido esempio?
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Tutta Italia zona bianca tranne la Val d'Aosta. Mario Draghi chiede al Cts l'ok per togliere le mascherine all'aperto. Poi bacchetta i chiusuristi sulla proroga dei poteri speciali: «Impossibile deciderlo un mese e mezzo prima».Previsti cinque giorni di isolamento per chi viene dalla Gran Bretagna, ma su che basi? Intanto la variante delta spaventa già meno. E Lisbona richiude (anche per i vaccinati).Lo speciale contiene due articoli.L'Italia torna in zona bianca (tranne la Valle d'Aosta che resta in zona gialla) e ora si infiamma il dibattito politico e tra gli esperti sull'abolizione dell'obbligo di indossare la mascherina all'aperto. Ieri il ministro della Salute, Roberto Speranza, sulla base dei dati epidemiologici e delle indicazioni della cabina di regia, ha firmato le ordinanze che eliminano il rosso, l'arancione e il giallo dalla cartina geografica della nostra penisola. Un passo in avanti, un evento a suo modo storico: l'ordinanza entrerà in vigore lunedì prossimo, 21 giugno. Con tutta la cautela necessaria, non si può non considerare questa notizia come una vera e propria liberazione: l'incubo della pandemia sembra ormai alle spalle, l'Italia può tornare a lavorare, a vivere. Ma a respirare liberamente ancora no: non c'è ancora, infatti, una data certa per l'addio all'obbligo della mascherina all'aperto. In molti altri Paesi, questo obbligo è già un ricordo: dall'altro ieri lo ha abolito la Francia, nei giorni scorsi era caduto in Germania, in Grecia, a Bruxelles (ma non nel resto del Belgio), in Polonia. Ieri l'atteso annuncio è arrivato anche per la Spagna: dal 26 giugno stop alle mascherine all'aperto: «Questo», ha detto il premier spagnolo, Pedro Sanchez, «sarà l'ultimo week end con l'obbligo della mascherina. Giovedì prossimo si terrà una riunione per deliberare la decisione di eliminare l'obbligo della mascherina all'aperto». E in Italia? Il premier Mario Draghi affronta il problema con il suo proverbiale pragmatismo, nel corso del blitz del tardo pomeriggio di ieri in cui ha di fatto commissariato il ministro Speranza: «Sull'abolizione dell'obbligo di mascherina», dice Draghi in conferenza stampa, «non ci sono date. C'è una data in cui chiederò un parere al Cts ed è domani (oggi, ndr). Farò richiesta formale per sapere se possiamo toglierci la mascherina all'aperto oppure no, molti Paesi hanno tolto l'obbligo». Una posizione che suscita il comprensibile apprezzamento di Matteo Salvini: «Draghi», commenta il leader della Lega, «chiede al Cts l'ok per togliere la mascherina, almeno all'aperto. Bene, come chiesto dalla Lega si torni al lavoro e al sorriso in libertà, come sta già accadendo in tutta Europa. Mi piace». Perfettamente sovrapponibili le linee di Draghi e Salvini anche sull'ipotesi di prorogare lo stato di emergenza: «Una emergenza è una emergenza», argomenta il presidente del Consiglio, «e quindi una eventuale proroga dello stato di emergenza la decideremo quando saremo vicini alla data di scadenza (il 31 luglio, ndr). Non mi sono mai espresso ma se avessi avuto intenzione», sottolinea Draghi, «mi sarebbe passata la voglia, dopo l'articolo del professor Cassese che ricorda a chi si vuol esprimere prima che non si può decidere lo stato di emergenza con un mese e mezzo di anticipo». Una bella ramanzina a chi, da sinistra, si è lasciato andare a previsioni sul prolungamento dello stato di emergenza fino addirittura al prossimo 31 dicembre. Secondo diverse fonti di governo, l'obbligo della mascherina all'aperto nel nostro Paese cadrà entro la metà di luglio, ma nulla è deciso e il dibattito diventa rovente come i nostri volti coperti sotto la canicola estiva. «Lo stop all'obbligo di mascherine anche all'aperto», dice a Radio Uno il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, «arriverà verosimilmente ai primi di luglio. Abbiamo oltre il 50% della popolazione con almeno una dose di vaccino. La data lasciamola decidere al Cts, ma io personalmente non andrei oltre i primi di luglio, e non è una data a caso». Per il direttore della Prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, «la decisione è della politica. Sappiamo che contrarre l'infezione all'aperto è più difficile. Poi un conto è stare da solo in una foresta», aggiunge Rezza, «un altro se c'è folla o contatto diretto. Serve buonsenso». «Nei prossimi giorni», dice all'Agi il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, «sentiremo il Comitato tecnico scientifico e fisseremo una data per togliere l'obbligo delle mascherine all'aperto. Credo sia ragionevole pensare che sarà entro la prima metà di luglio». «Se dal 1 luglio», argomenta ancora il leader della Lega, Salvini, «ci saranno il via alla mascherina e la riapertura di tutti i locali che ancora oggi sono chiusi, come Lega avremo raggiunto il nostro obiettivo». «Siamo quasi tutti in zona bianca», commenta, sempre in area Lega, il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, «spero che più prima che poi si apra anche alla possibilità all'aperto di poter girare senza mascherine, credo che sia una delle ipotesi al vaglio del governo». Dall'opposizione attacca Giorgia Meloni: «Obbligo di mascherine all'aperto», sottolinea la leader di Fratelli d'Italia, «dopo la Francia anche la Spagna annuncia lo stop. Che aspetta il governo Draghi a fare lo stesso in Italia? Da mesi Fratelli d'Italia si batte per eliminare tutte quelle limitazioni delle libertà personali che non sono utili al contrasto del contagio. Lo abbiamo fatto contro la follia del coprifuoco e lo facciamo anche per l'obbligo di mascherina all'aperto». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-premier-mostra-intesa-con-salvini-delusi-i-fan-dellemergenza-perenne-2653452955.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="quarantena-speranza-da-i-numeri" data-post-id="2653452955" data-published-at="1624043801" data-use-pagination="False"> Quarantena, Speranza dà i numeri In Gran Bretagna, la variante indiana infetta a ritmi già dimezzati rispetto a quelli di due settimane fa. E gli scienziati si aspettano che, trascorsi altri 15 giorni, la nuova «ondatina» da mutazione delta entrerà in fase recessiva. Ciò confermerebbe il progetto di Boris Johnson, che confida di eliminare ogni restrizione anti Covid entro il 19 luglio. Anche se, per il Paese che fino a qualche mese fa sognava di «scippare» l'intera edizione degli Europei di calcio, potrebbe profilarsi una clamorosa beffa: l'Uefa avrebbe minacciato di spostare alla Puskas Arena di Budapest semifinali e finale, previste a Wembley, se Downing Street non allentasse i divieti, consentendo l'ingresso allo stadio londinese di 2.500 spettatori Vip. Intanto, l'Italia, che per stessa ammissione di Donato Greco del Cts, è «indietro» sui sequenziamenti, prova a schermarsi dalla temuta variante con un'ordinanza grottesca di Roberto Speranza: a partire da lunedì, quarantena di cinque giorni, con obbligo di tampone, per chiunque provenga dalla Gran Bretagna. Un mini isolamento di cui è difficile comprendere il senso, visto che il periodo d'incubazione del Covid, sul sito del ministero della Salute, è ancora stimato «tra uno e 14 giorni». Tanto che, sempre secondo il portale del dicastero, è esattamente di 14 giorni «dall'ultima esposizione», la quarantena imposta ai contatti stretti asintomatici di una persona risultata positiva al virus. All'anomalia si aggiunge il fatto che i cinque giorni di isolamento saranno richiesti anche ai già vaccinati. Un assist involontario a chi dubita che la liberazione dalle strette pandemiche passerà per il sacro siero: se mi vaccino e poi vengo rinchiuso lo stesso, ragionerà qualcuno, tanto vale che non mi vaccini affatto. Ai turisti provenienti da Usa, Giappone, Canada ed Europa, comunque, per entrare in Italia basterà il green pass. Ma a proposito di lockdown perpetrati alla faccia delle immunizzazioni, all'indomani del pezzo con cui La Verità ha messo in guardia sugli automatismi delle regole antivirus, che potrebbero farci ripiombare in zona rossa anche con gli ospedali semivuoti, una prima conferma che il problema è serio arriva dal Portogallo. In apprensione per i contagi in risalita nella regione di Lisbona, a causa della variante delta, il governo ha deciso di proibire tutti gli spostamenti da e per la capitale e la sua periferia, dal venerdì sera al lunedì mattina. La portavoce dell'esecutivo, Mariana Vieira da Silva, ha definito «preoccupanti» i numeri delle infezioni, che da febbraio non superavano per due giorni consecutivi i 1.000 casi, dei quali circa l'80% è concentrato a Lisbona. Risultano in aumento anche i ricoveri, con 364 posti letto occupati nell'intera nazione, il picco dal 25 aprile, e 88 pazienti in terapia intensiva (non succedeva dal 2 maggio). Attenzione, però: al momento, gli ingressi in rianimazione rappresentano il 7% del totale dei posti letto e circa il 10% delle unità Covid. Un dato ben lontano financo dalle soglie di allerta previste dalla normativa italiana, che fa coincidere l'aggravamento del rischio alle fasi in cui è occupato più del 30% dei posti letto in area medica e più del 20% delle terapie intensive. Ma soprattutto, dal punto di vista delle vaccinazioni, il Portogallo ha una situazione perfettamente paragonabile alla nostra: ha ricevuto la prima dose il 52,8% dei cittadini, contro il 57,8% degli italiani, mentre la doppia dose è stata somministrata al 29,9% dei portoghesi, rispetto al 27,7% dei nostri connazionali. I lusitani, tra l'altro, hanno immunizzato sensibilmente di più tutte le fasce d'età a rischio e sono parecchio più avanti di noi nella fascia degli over 60. Eppure, nonostante la situazione nei nosocomi risulti ancora gestibile e le immunizzazioni procedano a spron battuto, il tasso d'incidenza dei contagi da variante indiana ha riportato sotto chiave Lisbona. Noi seguiremo il fulgido esempio?
Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli (Ansa)
Per costruire una grande menzogna, ci vogliono tante piccole verità. Altrimenti nessuno ci crederebbe fin dal principio. Il concetto, attribuito al filosofo tedesco Ernst Bloch, descrive bene la maldestra conferenza stampa con cui i leader di Avs, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, hanno cercato ieri di utilizzare lo scandalo degli Epstein files come clava contro la Lega e la maggioranza. Proprio mentre emergono legami tra il loro partito e i responsabili dell’uccisione di Quentin Deranque, il ventitreenne francese ammazzato a Lione da frange dell’estrema sinistra transalpina legata a Jean-Luc Mélenchon.
Prima verità: Matteo Salvini compare negli Epstein files, in particolare nelle conversazioni tra il finanziere ebreo e Steve Bannon, ex «stratega di Trump». Seconda verità: Epstein aveva contatti con tanti potenti del mondo e, benché non vi sia una verità giudiziaria che lo attesti in maniera inequivocabile, ci sono molti elementi per ritenere che registrasse materiale a sfondo sessuale per ricattarne alcuni. La grande menzogna sarebbe usare queste due verità per attaccare la Lega, senza prima aver letto i documenti originali e aver valutato il contesto del periodo cui si riferiscono. Tanto più che, nella rete del faccendiere, vi è una netta prevalenz di individui legati alla galassia liberal, come dimostra la cronaca americana ed europea delle ultime settimane.
«Sto andando a Milano per incontrare Salvini», scrive Bannon a Epstein il 4 marzo 2018. Data che a qualcuno suonerà familiare, perché quel giorno si tennero le elezioni in cui il M5s superò il 30%, consegnandoci alla legislatura di lockdown e green pass. In una chat su iMessage del 9 marzo successivo, Bannon si spaccia già per consigliere dell’allora Front National di Marine Le Pen, della Lega, di Afd, dello Swiss People's Party e dei partiti di Viktor Orbán e Nigel Farage. L’americano pensa già alle europee del maggio 2019, in cui prevede un boom di 200 seggi per le forze sovraniste. Non andò così. Infatti, grazie ai voti «decisivi» dei pentastellati nacque la prima commissione Ursula, e con lei la legislatura del Green deal. Un altro incontro, dai file, sembra essere avvenuto a settembre dello stesso anno. «Sono solo concentrato a raccogliere fondi per Le Pen e Salvini in modo che possano presentare liste complete [di candidati]», si legge invece in un’altra chat del 5 marzo 2019, pochi più di due mesi prima delle elezioni.
Questo è quanto si trova su Salvini nei file desecretati dal Dipartimento della Giustizia americano (per altro stando alle sole parole di Bannon). E questo è quanto basta al duo di Avs per chiedere una commissione d’inchiesta per verificare un’eventuale «manipolazione dell’opinione pubblica» nel nostro Paese e in Europa. Fratoianni e Bonelli parlano di «moltissimi riferimenti» che ci sono all’interno dei file «al vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini e soprattutto alla Lega»: «La Lega ha smentito», affermano, «ma da Bannon non c’è una parola». Tentativo patetico, e nemmeno troppo fantasioso: ci hanno già provato nel 2018, col caso Metropol, a screditare il Carroccio denunciando presunti finanziamenti russi. Morale della vicenda, finita archiviata: non basta che due persone si incontrino, o perfino che intavolino una presunta trattativa, affinché si configurino reati di corruzione.
Steve Bannon è stato il direttore della campagna elettorale di Donald Trump nel 2016, considerato la mente dietro al primo, impronosticabile successo di The Donald: peccato che dopo i primi mesi di mandato, nei quai ricopriva il ruolo di capo stratega della Casa Bianca, fu licenziato. E poi Trump ha rivinto nel 2024, ancora più inaspettatamente visti i fatti di Capitoll Hill, ma senza di lui. Evidentemente, non era così fondamentale. Dal 2017, Bannon si è autoritagliato il ruolo di punto di riferimento globale del mondo Maga e identitario, senza ricoprire alcun incarico ufficiale. In altre parole, Bannon dal 2017 conta poco nulla. Tanto è vero che, come mostrano le conversazioni con Epstein, cercava in tutti i modi di finire sulla stampa internazionale: chi conta veramente qualcosa, e sta realmente muovendo pedine sulla scacchiera del potere mondiale, non ha tutta questa voglia di apparire. Tutt’altro. Tant’è che, in un altro scambio del 2018 con Epstein, Bannon invoca il ricorso al venticinquesimo emendamento perché considera Trump mentalmente instabile (letteralmente: «oltre il bordeline»). Ed Epstein cerca più volte di frenare questa sua idea dell’internazionale sovranista.
Tuttavia, agli occhi degli europei Bannon era un volto del nuovo Gop targato Trump. E qualunque partito che conti qualcosa tesse legami con forze politiche estere di ispirazione simile. Non sfuggirà certo ad Avs, non solo erede, con vari avvicendamenti, del fu Partito comunista italiano - che ai tempi non disprezzava i rubli (questi accertati) dei sovietici - ma anche in ottimi rapporti con l’estrema sinistra francese, come dimostrano i fatti di questi giorni. O come insegna Ilaria Salis, accolta a braccia aperte e candidata all’europarlamento, anche lei affiliata a reti antifa europee.
Oltre al fatto che chiunque aspiri a governare l’Italia debba avere rapporti con la prima potenza mondiale, è a maggior ragione ovvio che chiunque in Europa si ponga l’obiettivo di mettere in discussione i dogmi dell’Ue, moneta unica e vincoli di bilancio in primis, debba per forza avere il sostegno di Washington. Sarebbe stato folle, al contrario, se la Lega e Salvini non avessero avuto interlocuzioni con i repubblicani Usa. E, al di là del soggetto, Bannon stava cercando col suo «The Movement» di unire i partiti populisti e sovranisti d’Europa. Un flop, proprio come il soggetto, e infatti non se n’è fatto più nulla. E come la coppietta di Avs, cui fa comodo dire il contrario.
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Il caso Tortora è la storia del più clamoroso abbaglio della giustizia italiana. Insieme a Vittorio Pezzuto, autore di «Applausi e sputi», ripercorriamo l'arresto di Enzo Tortora, le bugie dei falsi pentiti e la gogna mediatica di un uomo che trasformò il proprio calvario in una battaglia di civiltà per tutti i cittadini.
Enrico Letta, Ursula Von der Leyen, Antonio Costa e Friedrich Merz al castello di Alden Biesen in Belgio (Ansa)
È del tutto naturale quindi che affiori scetticismo, sia negli osservatori che nell’opinione pubblica: ci si interroga su quante volte i leader si debbano riunire per dibattere sempre le stesse cose senza mai fare ciò che dovrebbero. Quante volte si assiste a queste liturgie autocelebrative che contrastano con la necessità di decisioni rapide e concrete?
Tra l’altro, se i risultati pratici latitano, non è che dal punto di vista dell’immagine le cose siano andate meglio: la scelta di tenere questi «ritiri informali» per discutere di economia deteriorata in contesti lussuosi, come i castelli di Alden Biesen o Egmont, risulta un vero e proprio paradosso. Evidenziano scenari di «spettacolo e sfarzo» evocando l’immagine di un’élite distaccata dai problemi reali, lontana dalla società civile e perfino dallo stesso Parlamento europeo.
Il dibattito, stretto tra «l’Europa a due velocità» e la «coalizione dei volenterosi», ha rivelato la natura divisiva della riunione. Peraltro, non tutti i Paesi erano presenti (mancavano Spagna, Portogallo, Irlanda, Slovenia, Malta e i Paesi baltici) e ciò genera la percezione di un «pre-vertice» tra un gruppo ristretto, che potremmo definire poco elegante verso gli altri membri. L’impressione che se ne ricava è che le divisioni strategiche persistenti renderanno difficile qualsiasi percorso. Nonostante i tentativi di mostrare unità di Macron e Merz, permangono profondi disaccordi su come finanziare gli investimenti (joint debit/eurobond), con la Germania e i Paesi del nord scettici e preoccupati per il protezionismo o i saldi di bilancio. In definitiva quindi la cosiddetta «strategia del castello» pensata da António Costa che mira a recuperare terreno su Usa e Cina, manca ancora di solide basi sulle quali indirizzare la politica europea.
Sarà interessante invece vedere a quali sviluppi porterà il recente incontro tra la presidente del Consiglio e il cancelliere tedesco, tenutasi qualche giorno prima del vertice di Alden Biesen. Non molti osservatori hanno colto appieno il significato di questo bilaterale, nonostante i temi trattati intervengano direttamente sul complesso del disegno europeo. A ben guardare lo spirito delle soluzioni suggerite dall’intesa tra Meloni e Merz non si presentano come soggette alla normale dialettica decisionale delle istituzioni dell’Unione, ma, implicitamente e in qualche caso in modo proprio esplicito, configurano una specie di «tutela» da parte delle volontà politiche degli Stati sulle decisioni stesse. Quella immaginata dai leader di Germania e Italia, peraltro, si potrebbe definire come una sorta di «rivoluzione anti burocratica», anche se, in verità, il meccanismo in parte esiste già: una parte consistente delle politiche di Bruxelles è fortemente condizionata da «interessi nazionali» presentati e difesi come insopprimibili. Ciò vale in modo evidente per tutto il capitolo del «green deal» e anche per le decisioni sugli approvvigionamenti energetici, ma si può facilmente immaginare quali conflitti si innescherebbero quando si dovesse arrivare a prendere decisioni in materia di difesa o di scelte di politica internazionale. Non è un caso che proponendo il suo contestato piano di riarmo, Ursula von der Leyen abbia scelto di renderne protagonisti gli Stati nazionali piuttosto che l’Unione in quanto tale. È la dimostrazione plateale del fatto che la stessa titolare della massima autorità comunitaria si è arresa ai voleri e agli interessi dei governi, come peraltro è avvenuto in modo del tutto manifesto proprio con il Green deal.
In questo scenario, non si può certo accusare Giorgia Meloni per il suo posizionamento, dato che il suo governo ha sempre ribadito che gli interessi nazionali devono prevalere su quelli comunitari. Per cui è oggettivamente specioso e monotono chiedere, come spesso fanno alcuni osservatori e giornali in Italia, da che parte sta la Meloni. Semmai questa domanda dovrebbe essere rivolta alla sinistra italiana che vorrebbe candidarsi a governare il Paese. Provate a chiederle quali posizioni ha sull’Europa a due velocità, sul debito comune, sugli armamenti, sui rapporti con Mosca, insomma sull’insieme della politica estera e troverete una babele di linguaggi senza un minimo comune denominatore se non quello di essere contro il governo attuale.
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«Gli italiani hanno votato il centrodestra anche per questo, per ristabilire regole chiare e farle rispettare, e il governo lo sta facendo con determinazione nonostante una parte politicizzata della magistratura continui a ostacolare ogni azione volta a contrastare l’immigrazione illegale di massa, perché accogliere chi ha diritto è doveroso, rispettare le leggi italiane è indispensabile e chi non intende farlo non è benvenuto in Italia».
Così, in un video sui social, il presidente del Consiglio a proposito della vicenda di un «cittadino algerino, irregolare in Italia, che ha alle spalle 23 condanne, tra le quali lesioni per aver picchiato una donna a calci e pugni», che «non potrà essere trattenuto in un Cpr né trasferito in Albania per il rimpatrio. Per lui — dice il premier — alcuni giudici hanno stabilito addirittura non solo che non ci sarà un’espulsione, ma che il Ministero dell’Interno dovrà risarcirlo con 700 euro per aver tentato di far rispettare un provvedimento di espulsione».
«Il governo — assicura Meloni nel video social — continuerà con determinazione il proprio lavoro per rafforzare i rimpatri, per rendere più efficaci gli strumenti di contrasto all’immigrazione irregolare, per garantire sicurezza e legalità ai cittadini, anche attraverso le iniziative che l’Italia sta portando avanti in Europa per procedure più rapide e rimpatri effettivi».