True
2021-06-19
Il premier mostra intesa con Salvini. Delusi i fan dell’emergenza perenne
Mario Draghi (Ansa)
L'Italia torna in zona bianca (tranne la Valle d'Aosta che resta in zona gialla) e ora si infiamma il dibattito politico e tra gli esperti sull'abolizione dell'obbligo di indossare la mascherina all'aperto. Ieri il ministro della Salute, Roberto Speranza, sulla base dei dati epidemiologici e delle indicazioni della cabina di regia, ha firmato le ordinanze che eliminano il rosso, l'arancione e il giallo dalla cartina geografica della nostra penisola. Un passo in avanti, un evento a suo modo storico: l'ordinanza entrerà in vigore lunedì prossimo, 21 giugno.
Con tutta la cautela necessaria, non si può non considerare questa notizia come una vera e propria liberazione: l'incubo della pandemia sembra ormai alle spalle, l'Italia può tornare a lavorare, a vivere.
Ma a respirare liberamente ancora no: non c'è ancora, infatti, una data certa per l'addio all'obbligo della mascherina all'aperto. In molti altri Paesi, questo obbligo è già un ricordo: dall'altro ieri lo ha abolito la Francia, nei giorni scorsi era caduto in Germania, in Grecia, a Bruxelles (ma non nel resto del Belgio), in Polonia. Ieri l'atteso annuncio è arrivato anche per la Spagna: dal 26 giugno stop alle mascherine all'aperto: «Questo», ha detto il premier spagnolo, Pedro Sanchez, «sarà l'ultimo week end con l'obbligo della mascherina. Giovedì prossimo si terrà una riunione per deliberare la decisione di eliminare l'obbligo della mascherina all'aperto».
E in Italia? Il premier Mario Draghi affronta il problema con il suo proverbiale pragmatismo, nel corso del blitz del tardo pomeriggio di ieri in cui ha di fatto commissariato il ministro Speranza: «Sull'abolizione dell'obbligo di mascherina», dice Draghi in conferenza stampa, «non ci sono date. C'è una data in cui chiederò un parere al Cts ed è domani (oggi, ndr). Farò richiesta formale per sapere se possiamo toglierci la mascherina all'aperto oppure no, molti Paesi hanno tolto l'obbligo».
Una posizione che suscita il comprensibile apprezzamento di Matteo Salvini: «Draghi», commenta il leader della Lega, «chiede al Cts l'ok per togliere la mascherina, almeno all'aperto. Bene, come chiesto dalla Lega si torni al lavoro e al sorriso in libertà, come sta già accadendo in tutta Europa. Mi piace». Perfettamente sovrapponibili le linee di Draghi e Salvini anche sull'ipotesi di prorogare lo stato di emergenza: «Una emergenza è una emergenza», argomenta il presidente del Consiglio, «e quindi una eventuale proroga dello stato di emergenza la decideremo quando saremo vicini alla data di scadenza (il 31 luglio, ndr). Non mi sono mai espresso ma se avessi avuto intenzione», sottolinea Draghi, «mi sarebbe passata la voglia, dopo l'articolo del professor Cassese che ricorda a chi si vuol esprimere prima che non si può decidere lo stato di emergenza con un mese e mezzo di anticipo».
Una bella ramanzina a chi, da sinistra, si è lasciato andare a previsioni sul prolungamento dello stato di emergenza fino addirittura al prossimo 31 dicembre.
Secondo diverse fonti di governo, l'obbligo della mascherina all'aperto nel nostro Paese cadrà entro la metà di luglio, ma nulla è deciso e il dibattito diventa rovente come i nostri volti coperti sotto la canicola estiva. «Lo stop all'obbligo di mascherine anche all'aperto», dice a Radio Uno il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, «arriverà verosimilmente ai primi di luglio. Abbiamo oltre il 50% della popolazione con almeno una dose di vaccino. La data lasciamola decidere al Cts, ma io personalmente non andrei oltre i primi di luglio, e non è una data a caso».
Per il direttore della Prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, «la decisione è della politica. Sappiamo che contrarre l'infezione all'aperto è più difficile. Poi un conto è stare da solo in una foresta», aggiunge Rezza, «un altro se c'è folla o contatto diretto. Serve buonsenso». «Nei prossimi giorni», dice all'Agi il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, «sentiremo il Comitato tecnico scientifico e fisseremo una data per togliere l'obbligo delle mascherine all'aperto. Credo sia ragionevole pensare che sarà entro la prima metà di luglio». «Se dal 1 luglio», argomenta ancora il leader della Lega, Salvini, «ci saranno il via alla mascherina e la riapertura di tutti i locali che ancora oggi sono chiusi, come Lega avremo raggiunto il nostro obiettivo». «Siamo quasi tutti in zona bianca», commenta, sempre in area Lega, il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, «spero che più prima che poi si apra anche alla possibilità all'aperto di poter girare senza mascherine, credo che sia una delle ipotesi al vaglio del governo».
Dall'opposizione attacca Giorgia Meloni: «Obbligo di mascherine all'aperto», sottolinea la leader di Fratelli d'Italia, «dopo la Francia anche la Spagna annuncia lo stop. Che aspetta il governo Draghi a fare lo stesso in Italia? Da mesi Fratelli d'Italia si batte per eliminare tutte quelle limitazioni delle libertà personali che non sono utili al contrasto del contagio. Lo abbiamo fatto contro la follia del coprifuoco e lo facciamo anche per l'obbligo di mascherina all'aperto».
Quarantena, Speranza dà i numeri
In Gran Bretagna, la variante indiana infetta a ritmi già dimezzati rispetto a quelli di due settimane fa. E gli scienziati si aspettano che, trascorsi altri 15 giorni, la nuova «ondatina» da mutazione delta entrerà in fase recessiva. Ciò confermerebbe il progetto di Boris Johnson, che confida di eliminare ogni restrizione anti Covid entro il 19 luglio. Anche se, per il Paese che fino a qualche mese fa sognava di «scippare» l'intera edizione degli Europei di calcio, potrebbe profilarsi una clamorosa beffa: l'Uefa avrebbe minacciato di spostare alla Puskas Arena di Budapest semifinali e finale, previste a Wembley, se Downing Street non allentasse i divieti, consentendo l'ingresso allo stadio londinese di 2.500 spettatori Vip.
Intanto, l'Italia, che per stessa ammissione di Donato Greco del Cts, è «indietro» sui sequenziamenti, prova a schermarsi dalla temuta variante con un'ordinanza grottesca di Roberto Speranza: a partire da lunedì, quarantena di cinque giorni, con obbligo di tampone, per chiunque provenga dalla Gran Bretagna. Un mini isolamento di cui è difficile comprendere il senso, visto che il periodo d'incubazione del Covid, sul sito del ministero della Salute, è ancora stimato «tra uno e 14 giorni». Tanto che, sempre secondo il portale del dicastero, è esattamente di 14 giorni «dall'ultima esposizione», la quarantena imposta ai contatti stretti asintomatici di una persona risultata positiva al virus.
All'anomalia si aggiunge il fatto che i cinque giorni di isolamento saranno richiesti anche ai già vaccinati. Un assist involontario a chi dubita che la liberazione dalle strette pandemiche passerà per il sacro siero: se mi vaccino e poi vengo rinchiuso lo stesso, ragionerà qualcuno, tanto vale che non mi vaccini affatto. Ai turisti provenienti da Usa, Giappone, Canada ed Europa, comunque, per entrare in Italia basterà il green pass.
Ma a proposito di lockdown perpetrati alla faccia delle immunizzazioni, all'indomani del pezzo con cui La Verità ha messo in guardia sugli automatismi delle regole antivirus, che potrebbero farci ripiombare in zona rossa anche con gli ospedali semivuoti, una prima conferma che il problema è serio arriva dal Portogallo. In apprensione per i contagi in risalita nella regione di Lisbona, a causa della variante delta, il governo ha deciso di proibire tutti gli spostamenti da e per la capitale e la sua periferia, dal venerdì sera al lunedì mattina.
La portavoce dell'esecutivo, Mariana Vieira da Silva, ha definito «preoccupanti» i numeri delle infezioni, che da febbraio non superavano per due giorni consecutivi i 1.000 casi, dei quali circa l'80% è concentrato a Lisbona. Risultano in aumento anche i ricoveri, con 364 posti letto occupati nell'intera nazione, il picco dal 25 aprile, e 88 pazienti in terapia intensiva (non succedeva dal 2 maggio). Attenzione, però: al momento, gli ingressi in rianimazione rappresentano il 7% del totale dei posti letto e circa il 10% delle unità Covid. Un dato ben lontano financo dalle soglie di allerta previste dalla normativa italiana, che fa coincidere l'aggravamento del rischio alle fasi in cui è occupato più del 30% dei posti letto in area medica e più del 20% delle terapie intensive.
Ma soprattutto, dal punto di vista delle vaccinazioni, il Portogallo ha una situazione perfettamente paragonabile alla nostra: ha ricevuto la prima dose il 52,8% dei cittadini, contro il 57,8% degli italiani, mentre la doppia dose è stata somministrata al 29,9% dei portoghesi, rispetto al 27,7% dei nostri connazionali. I lusitani, tra l'altro, hanno immunizzato sensibilmente di più tutte le fasce d'età a rischio e sono parecchio più avanti di noi nella fascia degli over 60.
Eppure, nonostante la situazione nei nosocomi risulti ancora gestibile e le immunizzazioni procedano a spron battuto, il tasso d'incidenza dei contagi da variante indiana ha riportato sotto chiave Lisbona. Noi seguiremo il fulgido esempio?
Continua a leggereRiduci
Tutta Italia zona bianca tranne la Val d'Aosta. Mario Draghi chiede al Cts l'ok per togliere le mascherine all'aperto. Poi bacchetta i chiusuristi sulla proroga dei poteri speciali: «Impossibile deciderlo un mese e mezzo prima».Previsti cinque giorni di isolamento per chi viene dalla Gran Bretagna, ma su che basi? Intanto la variante delta spaventa già meno. E Lisbona richiude (anche per i vaccinati).Lo speciale contiene due articoli.L'Italia torna in zona bianca (tranne la Valle d'Aosta che resta in zona gialla) e ora si infiamma il dibattito politico e tra gli esperti sull'abolizione dell'obbligo di indossare la mascherina all'aperto. Ieri il ministro della Salute, Roberto Speranza, sulla base dei dati epidemiologici e delle indicazioni della cabina di regia, ha firmato le ordinanze che eliminano il rosso, l'arancione e il giallo dalla cartina geografica della nostra penisola. Un passo in avanti, un evento a suo modo storico: l'ordinanza entrerà in vigore lunedì prossimo, 21 giugno. Con tutta la cautela necessaria, non si può non considerare questa notizia come una vera e propria liberazione: l'incubo della pandemia sembra ormai alle spalle, l'Italia può tornare a lavorare, a vivere. Ma a respirare liberamente ancora no: non c'è ancora, infatti, una data certa per l'addio all'obbligo della mascherina all'aperto. In molti altri Paesi, questo obbligo è già un ricordo: dall'altro ieri lo ha abolito la Francia, nei giorni scorsi era caduto in Germania, in Grecia, a Bruxelles (ma non nel resto del Belgio), in Polonia. Ieri l'atteso annuncio è arrivato anche per la Spagna: dal 26 giugno stop alle mascherine all'aperto: «Questo», ha detto il premier spagnolo, Pedro Sanchez, «sarà l'ultimo week end con l'obbligo della mascherina. Giovedì prossimo si terrà una riunione per deliberare la decisione di eliminare l'obbligo della mascherina all'aperto». E in Italia? Il premier Mario Draghi affronta il problema con il suo proverbiale pragmatismo, nel corso del blitz del tardo pomeriggio di ieri in cui ha di fatto commissariato il ministro Speranza: «Sull'abolizione dell'obbligo di mascherina», dice Draghi in conferenza stampa, «non ci sono date. C'è una data in cui chiederò un parere al Cts ed è domani (oggi, ndr). Farò richiesta formale per sapere se possiamo toglierci la mascherina all'aperto oppure no, molti Paesi hanno tolto l'obbligo». Una posizione che suscita il comprensibile apprezzamento di Matteo Salvini: «Draghi», commenta il leader della Lega, «chiede al Cts l'ok per togliere la mascherina, almeno all'aperto. Bene, come chiesto dalla Lega si torni al lavoro e al sorriso in libertà, come sta già accadendo in tutta Europa. Mi piace». Perfettamente sovrapponibili le linee di Draghi e Salvini anche sull'ipotesi di prorogare lo stato di emergenza: «Una emergenza è una emergenza», argomenta il presidente del Consiglio, «e quindi una eventuale proroga dello stato di emergenza la decideremo quando saremo vicini alla data di scadenza (il 31 luglio, ndr). Non mi sono mai espresso ma se avessi avuto intenzione», sottolinea Draghi, «mi sarebbe passata la voglia, dopo l'articolo del professor Cassese che ricorda a chi si vuol esprimere prima che non si può decidere lo stato di emergenza con un mese e mezzo di anticipo». Una bella ramanzina a chi, da sinistra, si è lasciato andare a previsioni sul prolungamento dello stato di emergenza fino addirittura al prossimo 31 dicembre. Secondo diverse fonti di governo, l'obbligo della mascherina all'aperto nel nostro Paese cadrà entro la metà di luglio, ma nulla è deciso e il dibattito diventa rovente come i nostri volti coperti sotto la canicola estiva. «Lo stop all'obbligo di mascherine anche all'aperto», dice a Radio Uno il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, «arriverà verosimilmente ai primi di luglio. Abbiamo oltre il 50% della popolazione con almeno una dose di vaccino. La data lasciamola decidere al Cts, ma io personalmente non andrei oltre i primi di luglio, e non è una data a caso». Per il direttore della Prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, «la decisione è della politica. Sappiamo che contrarre l'infezione all'aperto è più difficile. Poi un conto è stare da solo in una foresta», aggiunge Rezza, «un altro se c'è folla o contatto diretto. Serve buonsenso». «Nei prossimi giorni», dice all'Agi il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, «sentiremo il Comitato tecnico scientifico e fisseremo una data per togliere l'obbligo delle mascherine all'aperto. Credo sia ragionevole pensare che sarà entro la prima metà di luglio». «Se dal 1 luglio», argomenta ancora il leader della Lega, Salvini, «ci saranno il via alla mascherina e la riapertura di tutti i locali che ancora oggi sono chiusi, come Lega avremo raggiunto il nostro obiettivo». «Siamo quasi tutti in zona bianca», commenta, sempre in area Lega, il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, «spero che più prima che poi si apra anche alla possibilità all'aperto di poter girare senza mascherine, credo che sia una delle ipotesi al vaglio del governo». Dall'opposizione attacca Giorgia Meloni: «Obbligo di mascherine all'aperto», sottolinea la leader di Fratelli d'Italia, «dopo la Francia anche la Spagna annuncia lo stop. Che aspetta il governo Draghi a fare lo stesso in Italia? Da mesi Fratelli d'Italia si batte per eliminare tutte quelle limitazioni delle libertà personali che non sono utili al contrasto del contagio. Lo abbiamo fatto contro la follia del coprifuoco e lo facciamo anche per l'obbligo di mascherina all'aperto». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-premier-mostra-intesa-con-salvini-delusi-i-fan-dellemergenza-perenne-2653452955.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="quarantena-speranza-da-i-numeri" data-post-id="2653452955" data-published-at="1624043801" data-use-pagination="False"> Quarantena, Speranza dà i numeri In Gran Bretagna, la variante indiana infetta a ritmi già dimezzati rispetto a quelli di due settimane fa. E gli scienziati si aspettano che, trascorsi altri 15 giorni, la nuova «ondatina» da mutazione delta entrerà in fase recessiva. Ciò confermerebbe il progetto di Boris Johnson, che confida di eliminare ogni restrizione anti Covid entro il 19 luglio. Anche se, per il Paese che fino a qualche mese fa sognava di «scippare» l'intera edizione degli Europei di calcio, potrebbe profilarsi una clamorosa beffa: l'Uefa avrebbe minacciato di spostare alla Puskas Arena di Budapest semifinali e finale, previste a Wembley, se Downing Street non allentasse i divieti, consentendo l'ingresso allo stadio londinese di 2.500 spettatori Vip. Intanto, l'Italia, che per stessa ammissione di Donato Greco del Cts, è «indietro» sui sequenziamenti, prova a schermarsi dalla temuta variante con un'ordinanza grottesca di Roberto Speranza: a partire da lunedì, quarantena di cinque giorni, con obbligo di tampone, per chiunque provenga dalla Gran Bretagna. Un mini isolamento di cui è difficile comprendere il senso, visto che il periodo d'incubazione del Covid, sul sito del ministero della Salute, è ancora stimato «tra uno e 14 giorni». Tanto che, sempre secondo il portale del dicastero, è esattamente di 14 giorni «dall'ultima esposizione», la quarantena imposta ai contatti stretti asintomatici di una persona risultata positiva al virus. All'anomalia si aggiunge il fatto che i cinque giorni di isolamento saranno richiesti anche ai già vaccinati. Un assist involontario a chi dubita che la liberazione dalle strette pandemiche passerà per il sacro siero: se mi vaccino e poi vengo rinchiuso lo stesso, ragionerà qualcuno, tanto vale che non mi vaccini affatto. Ai turisti provenienti da Usa, Giappone, Canada ed Europa, comunque, per entrare in Italia basterà il green pass. Ma a proposito di lockdown perpetrati alla faccia delle immunizzazioni, all'indomani del pezzo con cui La Verità ha messo in guardia sugli automatismi delle regole antivirus, che potrebbero farci ripiombare in zona rossa anche con gli ospedali semivuoti, una prima conferma che il problema è serio arriva dal Portogallo. In apprensione per i contagi in risalita nella regione di Lisbona, a causa della variante delta, il governo ha deciso di proibire tutti gli spostamenti da e per la capitale e la sua periferia, dal venerdì sera al lunedì mattina. La portavoce dell'esecutivo, Mariana Vieira da Silva, ha definito «preoccupanti» i numeri delle infezioni, che da febbraio non superavano per due giorni consecutivi i 1.000 casi, dei quali circa l'80% è concentrato a Lisbona. Risultano in aumento anche i ricoveri, con 364 posti letto occupati nell'intera nazione, il picco dal 25 aprile, e 88 pazienti in terapia intensiva (non succedeva dal 2 maggio). Attenzione, però: al momento, gli ingressi in rianimazione rappresentano il 7% del totale dei posti letto e circa il 10% delle unità Covid. Un dato ben lontano financo dalle soglie di allerta previste dalla normativa italiana, che fa coincidere l'aggravamento del rischio alle fasi in cui è occupato più del 30% dei posti letto in area medica e più del 20% delle terapie intensive. Ma soprattutto, dal punto di vista delle vaccinazioni, il Portogallo ha una situazione perfettamente paragonabile alla nostra: ha ricevuto la prima dose il 52,8% dei cittadini, contro il 57,8% degli italiani, mentre la doppia dose è stata somministrata al 29,9% dei portoghesi, rispetto al 27,7% dei nostri connazionali. I lusitani, tra l'altro, hanno immunizzato sensibilmente di più tutte le fasce d'età a rischio e sono parecchio più avanti di noi nella fascia degli over 60. Eppure, nonostante la situazione nei nosocomi risulti ancora gestibile e le immunizzazioni procedano a spron battuto, il tasso d'incidenza dei contagi da variante indiana ha riportato sotto chiave Lisbona. Noi seguiremo il fulgido esempio?
Keir Starmer (Ansa)
Se entro il 16 luglio non dovessero giungere altre candidature al comitato esecutivo nazionale laburista e Burnham, ex sindaco della Great Manchester, non incontrerà ostacoli nella sua corsa verso Downing Street, potrebbe diventare automaticamente premier intorno al 18 luglio. Il secondo scenario, che prevede un cambio ai vertici in tempi più lunghi (verosimilmente a settembre) potrebbe scattare se si dovessero presentare altri sfidanti alle candidature per la leadership del partito, che Starmer aprirà il 9 luglio. In lizza potrebbe esserci Al Carns, ex viceministro delle forze armate, che vuole però conoscere la «visione» di Burnham per il Paese prima di decidere se candidarsi o meno: «Vedremo come si evolverà la situazione», ha dichiarato Carns. Un’ipotesi di là da venire, se si considera che il favorito alla successione di Starmer non ha mai presentato un programma e le sue idee su temi cruciali come la Brexit e il riavvicinamento di Londra all’Ue non sono affatto chiare: al momento è concentrato sulle poltrone e sta mettendo in piedi la squadra di governo. Anche il ministro Darren Jones, fedelissimo di Starmer, pur ritenendo la sua candidatura «molto improbabile», è stato incoraggiato da alcuni parlamentari a sfidare Burnham e anche lui, riferiscono fonti interne al partito, si sta tenendo aperte tutte le opzioni finché il favorito non presenterà «piani di governo più dettagliati, in particolare per quanto riguarda l’economia»: auguri anche a lui. Chi invece era considerato lo sfidante più probabile, l’ex ministro della salute Wes Streeting, esponente della «destra blairiana», ha già offerto il suo endorsement a Burnham.
La verità è che l’esito, con o senza competizione interna, sarà comunque scontato: se gli eventuali candidati hanno bisogno dell’appoggio di 81 parlamentari laburisti, Burnham è sostenuto dalla stragrande maggioranza degli oltre 400 deputati del gruppo di maggioranza ed è in testa anche nei sondaggi condotti fra gli iscritti. Il «Re del Nord», inoltre, è al momento il politico più popolare del Regno Unito e, pur non avendo offerto neanche l’ombra di una previsione economica di facciata, furoreggia sui social: quanto basta al malandato Labour per giudicarlo spendibile ed evitare di andare ad elezioni, come chiede insistentemente il partito di destra Reform guidato da Nigel Farage, primo partito inglese secondo i sondaggi. Alcuni parlamentari insistono sul fatto che convincere Burnham a presentarsi a elezioni generali, come richiesto dalla destra, conferirebbe maggiore legittimità al suo mandato, ma per il ministro Nick Thomas-Symonds una «rapida transizione» è «nel migliore interesse del Paese». E così, anche il Regno Unito passerà per la (ormai superata) trafila «all’italiana», avendo avuto sette primi ministri in dieci anni, dalla Brexit a oggi, e un futuro premier che non sarà eletto direttamente dal popolo, come invece è stato Starmer (e in Italia Giorgia Meloni). Il premier dimissionario, nel frattempo, porta avanti gli appuntamenti ufficiali: oggi sarà a Berlino insieme con Meloni, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro polacco Donald Tusk per discutere del sostegno all’Ucraina. Il vertice tra Unione europea e Regno Unito previsto per il 22 luglio appare invece sempre più incerto dopo le dimissioni: Starmer aveva fatto del ripristino delle relazioni con l’Ue una delle priorità del proprio mandato e stava finalizzando diversi accordi per rafforzare gli scambi commerciali e integrare i mercati dell’energia elettrica, ma Bruxelles ha confermato che i piani sono attualmente «in fase di rivalutazione».
Continua a leggereRiduci
La nuova flotta di bus elettrici della Capitale (Ansa)
La giunta Gualtieri, in pompa magna, dal Campidoglio, con i fondi del Pnrr, con un investimento colossale di 250 milioni di euro annunciò l’acquisto di 411 mezzi, bus elettrici, pagati oltre 500.000 euro ciascuno. Ma sono bastate le prime giornate di caldo torrido per costringere decine di mezzi a interrompere il servizio e rientrare anticipatamente nei depositi per non rischiare di rimanere a secco in mezzo alla strada: questo perché le batterie elettriche da 340 kWh non reggono il caldo e consumano molto di più, tanto che l’autonomia reale di questi mezzi rischia di dimezzarsi rispetto ai 300 chilometri previsti non appena si accende l’aria condizionata per non far crepare dal caldo lavoratori e passeggeri.
La giunta Gualtieri meriterebbe il premio Nobel per il «capolavoro green totale»: poiché c’è l’emergenza climatica bisogna spostare tutto sull’elettrico, salvo il fatto che poi il caldo «spegne» le batterie. Neanche Einstein, volendo convertire il suo genio all’invenzione di qualcosa di completamente cretino, pur con grande impegno, sarebbe arrivato a tanto.
Se ci è permesso, detto alla nostra maniera, si è passati dal surriscaldamento climatico al surriscaldamento dei coglioni dei romani, usando tale termine in senso metaforico e applicabile ad ambedue i sessi e anche a situazioni fluide: talmente fluide che i medesimi coglioni si sono liquefatti assieme alle batterie elettriche della svolta green. Da ora in poi Gualtieri lo chiameremo «Icaro», che costruì le ali di cera volando verso il sole, ma il sole le liquefece e Icaro cadde rovinosamente a terra.
Così è successo alla giunta Gualtieri, guidata di Icaro Gualtieri, fu Roberto, con il solo distinguo che mentre Icaro, a quanto ci risulta, si pagò la cera da solo, il novello Icaro i bus elettrici li ha fatti pagare con i nostri soldi. Ricordiamoci sempre, infatti, che i soldi del Pnrr sono gira e rigira prestiti che dovranno essere restituiti con gli interessi dagli italiani. I soldi europei non cadono dal cielo come la manna per gli Israeliti, ma vengono dati con la mano destra e ripresi con la mano sinistra.
Una prima domanda è chi abbia progettato e prodotto questi bus elettrici. Pensavano di produrli forniti di gomme chiodate o di catene per le ruote in previsione di una spedizione al Polo Nord? Pensavano di mandarli nei Paesi del Nord Europa? Avevano fatto un accordo con Putin per assicurarsi il voto dei siberiani in caso di difficoltà di spostamento? Vorremmo entrare nel cervello di coloro che hanno progettato e prodotto questi pullman e soprattutto le batterie, magari comprate in Cina. Perché delle due l’una: o non credono al surriscaldamento globale (del resto non necessario nel caso di Roma perché nella capitale c’è un caldo terribile da tempo immemore), e quindi progettano e producono solo perché il mercato va in quella direzione e se ne fottono della funzionalità dei mezzi di trasporto da loro prodotti; oppure sono un gruppo di imbecilli incapaci di progettare e produrre qualcosa che sia adatto al clima derivante dal surriscaldamento globale. Le due ipotesi, tradendo il principio di non contraddizione di Parmenide, per cui A non può essere nello stesso tempo non-A, in questo caso, eccezionalmente, possono essere valide entrambe: producono perché gli conviene e sono al contempo dei grandi imbecilli. In termini di diritto amministrativo si potrebbe dire che le due cariche sono compatibili. L’unica cosa che non è compatibile è che le batterie cariche si scaricano velocemente, basta un po’ di caldo.
Intanto i romani sono rimasti a piedi sotto il sole cocente dopo che, sia pure in minima parte, continueranno a pagare il debito contratto con l’Europa e i relativi interessi dei fondi prestati con il Pnrr. Un vero e proprio capolavoro.
Sarà interessante, molto interessante, vedere le reazioni dei sostenitori a spada tratta del Green deal, non perché ci aspettiamo una loro ritrattazione (noi crediamo che ci sia un evidente problema climatico), ma perché ci basterebbe una presa d’atto che le modalità e i tempi con i quali questo Green deal è stato pensato e attuato sono totalmente irragionevoli, irrealistici, utopistici e completamente impermeabili agli effetti nefasti che sta provocando. Vedi le condizioni disastrose in cui si trova l’industria automobilistica europea, a partire da quella tedesca che trainava il settore in Europa e non solo. Per non dire di quella italiana, ma lì dovremmo entrare nella mente degli Elkann: e non essendo speleologi, non siamo francamente in grado.
C’è poi un’ultima domanda da porsi e riguarda il capitolato d’appalto attraverso il quale si è fatta la gara per l’acquisto dei bus elettrici. Il capitolato è quell’insieme di clausole di un contratto e, in questo caso, una delle parti è la pubblica amministrazione. Chi ha scritto questo capitolato ha messo delle clausole che riguardano la sostenibilità di tali batterie al caldo e al freddo e la loro relativa efficienza? Se non ce le ha messe ha compiuto un errore da scuole elementari dove, infatti, il diritto amministrativo non viene insegnato.
Insomma, questa situazione meriterebbe un approfondimento anche legale e giuridico. Vediamo se chi di dovere compirà gli accertamenti dovuti: questo scandalo non può esimere dal farli, a partire dalla stampa. Non siamo molto ottimisti che verrà fatto, ma siamo sicuri che la figura di merda che ha fatto la giunta che guida la città Capitale d’Italia è di dimensioni enormi, molto superiori ai pur grandissimi disagi provocati alla popolazione che vive a Roma, nonché ai turisti che vengono a visitarla. Una figura di merda di dimensioni internazionali, per questo merita un premio speciale: il Nobel della coglionata.
Continua a leggereRiduci
Ansa
E ancor meno che mai su questi stessi media si leggerà la notizia delle manifestazioni di piazza tenutesi a Tripoli la settimana scorsa per contestare proprio l’ente che si dovrebbe trovare là per fare il loro esclusivo bene: l’Unhcr. Figuriamoci se poi i manifestanti si mettono a esporre cartelli con la scritta: «La Libia ai libici», cosa che se li avesse visti una preside di Cesena li avrebbe immediatamente sanzionati.
Ma la notizia è che a Tripoli sono scesi in piazza per chiedere la chiusura degli uffici locali dell’agenzia Onu che gestisce l’immigrazione in quanto ritenuta responsabile della trasformazione della Libia in un enorme hub di illegalità e degrado. L’Unhcr, l’agenzia che gestisce i «corridoi umanitari», è percepita come parte di un apparato che mantiene la Libia in una condizione oggettiva di extraterritorialità, funzionale agli interessi dei Paesi di destinazione e causa dell’erosione del principio di autodeterminazione, di tensioni sociali interne e degrado sociale.
In pratica in Libia stanno dicendo quello che dicono i sostenitori europei della remigrazione ma trovandosi in una condizione speculare. E nessun immigrazionista europeo o alto funzionario Onu ammetterà mai che l’Africa subsahariana è strutturata come un vero e proprio spazio postcoloniale il cui sviluppo interno è bloccato dalla necessità di costituirsi come serbatoio di manodopera a basso costo e di flussi umani destinati a compensare la denatalità europea. Nessun funzionario Unhcr ammetterà (in pubblico) di trovarsi a gestire una condizione di biopolitica rovesciata, un neocolonialismo che non estrae risorse materiali ma potenziale demografico, perpetuando la dipendenza delle ex colonie senza formalizzare il dominio territoriale.
In questo senso l’Africa non è affatto «lasciata indietro», come vorrebbe la narrazione terzomondista, ma attivamente configurata come periferia funzionale al centro, come riserva di materia prima da estrarre e da incanalare verso la gestione degli apparati parastatali preposti. E non c’è niente né di umanitario né tantomeno di «redistributivo» in tutto ciò: rapporti della World bank e dati Onu documentano come le rimesse in valuta pregiata provenienti dagli emigrati in Europa abbiano creato in diversi Paesi africani una classe intermedia di famiglie che, grazie ai trasferimenti regolari dall’estero, possono contare su uno status sociale da perfetti rentier. E nessun terzomondista parlerà mai di questa stratificazione sociale di origine neocoloniale in termini di condanna marxista per una nuova borghesia africana il cui interesse oggettivo è il mantenimento del circuito di esodo e rimesse mentre lo sviluppo produttivo interno resta del tutto dormiente a dispetto dei fondi di sviluppo percepiti. Il sistema di estrazione di manodopera e flussi demografici dall’Africa non viene letto come neocolonialismo ma come «necessità umanitaria» basata sull’estensione narrativa del concetto di «guerra perpetua», poi derubricata a «fame» e poi a «emergenza climatica». La mobilità umana verso l’Europa è presentata come diritto universale e riscatto postcoloniale mentre qualsiasi restrizione è bollata come razzismo o sovranismo, quando invece il primo dei diritti sarebbe quello di non emigrare e l’unica vera fuoriuscita dal colonialismo dovrebbe basarsi sul rispetto delle sovranità e diversità altrui. Il postcolonialismo viene applicato solo al passato europeo, mentre le nuove asimmetrie vengono neutralizzate dal paradigma dei «nuovi diritti» avulsi da ogni riflessione sulle conseguenze del sistema immigrazionista.
Le stesse morti in mare non vengono mai lette come conseguenze di questo apparato di sfruttamento ma sono sempre attribuite a cause esterne, ignorando con ciò il fatto che la promozione di flussi non selettivi e scarsamente governati produce strutturalmente queste perdite come conseguenza prevedibile ma accettata dal paradigma, a maggior ragione in presenza di una filiera d’intervento strutturata e basata sulle Ong europee.
Appare difficile non ammettere il cinismo di questa enorme e ormai pluridecennale dinamica basata sulla separazione tra etica umanitaria dichiarata e razionalità gestionale implicita, dove i morti vengono considerati, questa volta con molto rigore marxista, come vittime dei «trafficanti», dei malvagi che si fanno guidare dal profitto ma che, se non esistessero, consentirebbero a tutti gli immigrati di utilizzare i sicuri voli di linea, gli stessi voli che ci sono ma che nessuno prende mai. La verità è che un sistema che estrae valore umano da un continente sottosviluppato per alimentare il sistema produttivo di un continente iperindustrializzato e ormai alle porte della rivoluzione robotica, non viene riconosciuto come tale perché chi ne trae beneficio materiale e simbolico basa la propria stessa esistenza ed espansione sulla narrazione dell’inevitabilità.
Continua a leggereRiduci