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2021-06-19
Il premier mostra intesa con Salvini. Delusi i fan dell’emergenza perenne
Mario Draghi (Ansa)
L'Italia torna in zona bianca (tranne la Valle d'Aosta che resta in zona gialla) e ora si infiamma il dibattito politico e tra gli esperti sull'abolizione dell'obbligo di indossare la mascherina all'aperto. Ieri il ministro della Salute, Roberto Speranza, sulla base dei dati epidemiologici e delle indicazioni della cabina di regia, ha firmato le ordinanze che eliminano il rosso, l'arancione e il giallo dalla cartina geografica della nostra penisola. Un passo in avanti, un evento a suo modo storico: l'ordinanza entrerà in vigore lunedì prossimo, 21 giugno.
Con tutta la cautela necessaria, non si può non considerare questa notizia come una vera e propria liberazione: l'incubo della pandemia sembra ormai alle spalle, l'Italia può tornare a lavorare, a vivere.
Ma a respirare liberamente ancora no: non c'è ancora, infatti, una data certa per l'addio all'obbligo della mascherina all'aperto. In molti altri Paesi, questo obbligo è già un ricordo: dall'altro ieri lo ha abolito la Francia, nei giorni scorsi era caduto in Germania, in Grecia, a Bruxelles (ma non nel resto del Belgio), in Polonia. Ieri l'atteso annuncio è arrivato anche per la Spagna: dal 26 giugno stop alle mascherine all'aperto: «Questo», ha detto il premier spagnolo, Pedro Sanchez, «sarà l'ultimo week end con l'obbligo della mascherina. Giovedì prossimo si terrà una riunione per deliberare la decisione di eliminare l'obbligo della mascherina all'aperto».
E in Italia? Il premier Mario Draghi affronta il problema con il suo proverbiale pragmatismo, nel corso del blitz del tardo pomeriggio di ieri in cui ha di fatto commissariato il ministro Speranza: «Sull'abolizione dell'obbligo di mascherina», dice Draghi in conferenza stampa, «non ci sono date. C'è una data in cui chiederò un parere al Cts ed è domani (oggi, ndr). Farò richiesta formale per sapere se possiamo toglierci la mascherina all'aperto oppure no, molti Paesi hanno tolto l'obbligo».
Una posizione che suscita il comprensibile apprezzamento di Matteo Salvini: «Draghi», commenta il leader della Lega, «chiede al Cts l'ok per togliere la mascherina, almeno all'aperto. Bene, come chiesto dalla Lega si torni al lavoro e al sorriso in libertà, come sta già accadendo in tutta Europa. Mi piace». Perfettamente sovrapponibili le linee di Draghi e Salvini anche sull'ipotesi di prorogare lo stato di emergenza: «Una emergenza è una emergenza», argomenta il presidente del Consiglio, «e quindi una eventuale proroga dello stato di emergenza la decideremo quando saremo vicini alla data di scadenza (il 31 luglio, ndr). Non mi sono mai espresso ma se avessi avuto intenzione», sottolinea Draghi, «mi sarebbe passata la voglia, dopo l'articolo del professor Cassese che ricorda a chi si vuol esprimere prima che non si può decidere lo stato di emergenza con un mese e mezzo di anticipo».
Una bella ramanzina a chi, da sinistra, si è lasciato andare a previsioni sul prolungamento dello stato di emergenza fino addirittura al prossimo 31 dicembre.
Secondo diverse fonti di governo, l'obbligo della mascherina all'aperto nel nostro Paese cadrà entro la metà di luglio, ma nulla è deciso e il dibattito diventa rovente come i nostri volti coperti sotto la canicola estiva. «Lo stop all'obbligo di mascherine anche all'aperto», dice a Radio Uno il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, «arriverà verosimilmente ai primi di luglio. Abbiamo oltre il 50% della popolazione con almeno una dose di vaccino. La data lasciamola decidere al Cts, ma io personalmente non andrei oltre i primi di luglio, e non è una data a caso».
Per il direttore della Prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, «la decisione è della politica. Sappiamo che contrarre l'infezione all'aperto è più difficile. Poi un conto è stare da solo in una foresta», aggiunge Rezza, «un altro se c'è folla o contatto diretto. Serve buonsenso». «Nei prossimi giorni», dice all'Agi il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, «sentiremo il Comitato tecnico scientifico e fisseremo una data per togliere l'obbligo delle mascherine all'aperto. Credo sia ragionevole pensare che sarà entro la prima metà di luglio». «Se dal 1 luglio», argomenta ancora il leader della Lega, Salvini, «ci saranno il via alla mascherina e la riapertura di tutti i locali che ancora oggi sono chiusi, come Lega avremo raggiunto il nostro obiettivo». «Siamo quasi tutti in zona bianca», commenta, sempre in area Lega, il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, «spero che più prima che poi si apra anche alla possibilità all'aperto di poter girare senza mascherine, credo che sia una delle ipotesi al vaglio del governo».
Dall'opposizione attacca Giorgia Meloni: «Obbligo di mascherine all'aperto», sottolinea la leader di Fratelli d'Italia, «dopo la Francia anche la Spagna annuncia lo stop. Che aspetta il governo Draghi a fare lo stesso in Italia? Da mesi Fratelli d'Italia si batte per eliminare tutte quelle limitazioni delle libertà personali che non sono utili al contrasto del contagio. Lo abbiamo fatto contro la follia del coprifuoco e lo facciamo anche per l'obbligo di mascherina all'aperto».
Quarantena, Speranza dà i numeri
In Gran Bretagna, la variante indiana infetta a ritmi già dimezzati rispetto a quelli di due settimane fa. E gli scienziati si aspettano che, trascorsi altri 15 giorni, la nuova «ondatina» da mutazione delta entrerà in fase recessiva. Ciò confermerebbe il progetto di Boris Johnson, che confida di eliminare ogni restrizione anti Covid entro il 19 luglio. Anche se, per il Paese che fino a qualche mese fa sognava di «scippare» l'intera edizione degli Europei di calcio, potrebbe profilarsi una clamorosa beffa: l'Uefa avrebbe minacciato di spostare alla Puskas Arena di Budapest semifinali e finale, previste a Wembley, se Downing Street non allentasse i divieti, consentendo l'ingresso allo stadio londinese di 2.500 spettatori Vip.
Intanto, l'Italia, che per stessa ammissione di Donato Greco del Cts, è «indietro» sui sequenziamenti, prova a schermarsi dalla temuta variante con un'ordinanza grottesca di Roberto Speranza: a partire da lunedì, quarantena di cinque giorni, con obbligo di tampone, per chiunque provenga dalla Gran Bretagna. Un mini isolamento di cui è difficile comprendere il senso, visto che il periodo d'incubazione del Covid, sul sito del ministero della Salute, è ancora stimato «tra uno e 14 giorni». Tanto che, sempre secondo il portale del dicastero, è esattamente di 14 giorni «dall'ultima esposizione», la quarantena imposta ai contatti stretti asintomatici di una persona risultata positiva al virus.
All'anomalia si aggiunge il fatto che i cinque giorni di isolamento saranno richiesti anche ai già vaccinati. Un assist involontario a chi dubita che la liberazione dalle strette pandemiche passerà per il sacro siero: se mi vaccino e poi vengo rinchiuso lo stesso, ragionerà qualcuno, tanto vale che non mi vaccini affatto. Ai turisti provenienti da Usa, Giappone, Canada ed Europa, comunque, per entrare in Italia basterà il green pass.
Ma a proposito di lockdown perpetrati alla faccia delle immunizzazioni, all'indomani del pezzo con cui La Verità ha messo in guardia sugli automatismi delle regole antivirus, che potrebbero farci ripiombare in zona rossa anche con gli ospedali semivuoti, una prima conferma che il problema è serio arriva dal Portogallo. In apprensione per i contagi in risalita nella regione di Lisbona, a causa della variante delta, il governo ha deciso di proibire tutti gli spostamenti da e per la capitale e la sua periferia, dal venerdì sera al lunedì mattina.
La portavoce dell'esecutivo, Mariana Vieira da Silva, ha definito «preoccupanti» i numeri delle infezioni, che da febbraio non superavano per due giorni consecutivi i 1.000 casi, dei quali circa l'80% è concentrato a Lisbona. Risultano in aumento anche i ricoveri, con 364 posti letto occupati nell'intera nazione, il picco dal 25 aprile, e 88 pazienti in terapia intensiva (non succedeva dal 2 maggio). Attenzione, però: al momento, gli ingressi in rianimazione rappresentano il 7% del totale dei posti letto e circa il 10% delle unità Covid. Un dato ben lontano financo dalle soglie di allerta previste dalla normativa italiana, che fa coincidere l'aggravamento del rischio alle fasi in cui è occupato più del 30% dei posti letto in area medica e più del 20% delle terapie intensive.
Ma soprattutto, dal punto di vista delle vaccinazioni, il Portogallo ha una situazione perfettamente paragonabile alla nostra: ha ricevuto la prima dose il 52,8% dei cittadini, contro il 57,8% degli italiani, mentre la doppia dose è stata somministrata al 29,9% dei portoghesi, rispetto al 27,7% dei nostri connazionali. I lusitani, tra l'altro, hanno immunizzato sensibilmente di più tutte le fasce d'età a rischio e sono parecchio più avanti di noi nella fascia degli over 60.
Eppure, nonostante la situazione nei nosocomi risulti ancora gestibile e le immunizzazioni procedano a spron battuto, il tasso d'incidenza dei contagi da variante indiana ha riportato sotto chiave Lisbona. Noi seguiremo il fulgido esempio?
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Tutta Italia zona bianca tranne la Val d'Aosta. Mario Draghi chiede al Cts l'ok per togliere le mascherine all'aperto. Poi bacchetta i chiusuristi sulla proroga dei poteri speciali: «Impossibile deciderlo un mese e mezzo prima».Previsti cinque giorni di isolamento per chi viene dalla Gran Bretagna, ma su che basi? Intanto la variante delta spaventa già meno. E Lisbona richiude (anche per i vaccinati).Lo speciale contiene due articoli.L'Italia torna in zona bianca (tranne la Valle d'Aosta che resta in zona gialla) e ora si infiamma il dibattito politico e tra gli esperti sull'abolizione dell'obbligo di indossare la mascherina all'aperto. Ieri il ministro della Salute, Roberto Speranza, sulla base dei dati epidemiologici e delle indicazioni della cabina di regia, ha firmato le ordinanze che eliminano il rosso, l'arancione e il giallo dalla cartina geografica della nostra penisola. Un passo in avanti, un evento a suo modo storico: l'ordinanza entrerà in vigore lunedì prossimo, 21 giugno. Con tutta la cautela necessaria, non si può non considerare questa notizia come una vera e propria liberazione: l'incubo della pandemia sembra ormai alle spalle, l'Italia può tornare a lavorare, a vivere. Ma a respirare liberamente ancora no: non c'è ancora, infatti, una data certa per l'addio all'obbligo della mascherina all'aperto. In molti altri Paesi, questo obbligo è già un ricordo: dall'altro ieri lo ha abolito la Francia, nei giorni scorsi era caduto in Germania, in Grecia, a Bruxelles (ma non nel resto del Belgio), in Polonia. Ieri l'atteso annuncio è arrivato anche per la Spagna: dal 26 giugno stop alle mascherine all'aperto: «Questo», ha detto il premier spagnolo, Pedro Sanchez, «sarà l'ultimo week end con l'obbligo della mascherina. Giovedì prossimo si terrà una riunione per deliberare la decisione di eliminare l'obbligo della mascherina all'aperto». E in Italia? Il premier Mario Draghi affronta il problema con il suo proverbiale pragmatismo, nel corso del blitz del tardo pomeriggio di ieri in cui ha di fatto commissariato il ministro Speranza: «Sull'abolizione dell'obbligo di mascherina», dice Draghi in conferenza stampa, «non ci sono date. C'è una data in cui chiederò un parere al Cts ed è domani (oggi, ndr). Farò richiesta formale per sapere se possiamo toglierci la mascherina all'aperto oppure no, molti Paesi hanno tolto l'obbligo». Una posizione che suscita il comprensibile apprezzamento di Matteo Salvini: «Draghi», commenta il leader della Lega, «chiede al Cts l'ok per togliere la mascherina, almeno all'aperto. Bene, come chiesto dalla Lega si torni al lavoro e al sorriso in libertà, come sta già accadendo in tutta Europa. Mi piace». Perfettamente sovrapponibili le linee di Draghi e Salvini anche sull'ipotesi di prorogare lo stato di emergenza: «Una emergenza è una emergenza», argomenta il presidente del Consiglio, «e quindi una eventuale proroga dello stato di emergenza la decideremo quando saremo vicini alla data di scadenza (il 31 luglio, ndr). Non mi sono mai espresso ma se avessi avuto intenzione», sottolinea Draghi, «mi sarebbe passata la voglia, dopo l'articolo del professor Cassese che ricorda a chi si vuol esprimere prima che non si può decidere lo stato di emergenza con un mese e mezzo di anticipo». Una bella ramanzina a chi, da sinistra, si è lasciato andare a previsioni sul prolungamento dello stato di emergenza fino addirittura al prossimo 31 dicembre. Secondo diverse fonti di governo, l'obbligo della mascherina all'aperto nel nostro Paese cadrà entro la metà di luglio, ma nulla è deciso e il dibattito diventa rovente come i nostri volti coperti sotto la canicola estiva. «Lo stop all'obbligo di mascherine anche all'aperto», dice a Radio Uno il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, «arriverà verosimilmente ai primi di luglio. Abbiamo oltre il 50% della popolazione con almeno una dose di vaccino. La data lasciamola decidere al Cts, ma io personalmente non andrei oltre i primi di luglio, e non è una data a caso». Per il direttore della Prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, «la decisione è della politica. Sappiamo che contrarre l'infezione all'aperto è più difficile. Poi un conto è stare da solo in una foresta», aggiunge Rezza, «un altro se c'è folla o contatto diretto. Serve buonsenso». «Nei prossimi giorni», dice all'Agi il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, «sentiremo il Comitato tecnico scientifico e fisseremo una data per togliere l'obbligo delle mascherine all'aperto. Credo sia ragionevole pensare che sarà entro la prima metà di luglio». «Se dal 1 luglio», argomenta ancora il leader della Lega, Salvini, «ci saranno il via alla mascherina e la riapertura di tutti i locali che ancora oggi sono chiusi, come Lega avremo raggiunto il nostro obiettivo». «Siamo quasi tutti in zona bianca», commenta, sempre in area Lega, il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, «spero che più prima che poi si apra anche alla possibilità all'aperto di poter girare senza mascherine, credo che sia una delle ipotesi al vaglio del governo». Dall'opposizione attacca Giorgia Meloni: «Obbligo di mascherine all'aperto», sottolinea la leader di Fratelli d'Italia, «dopo la Francia anche la Spagna annuncia lo stop. Che aspetta il governo Draghi a fare lo stesso in Italia? Da mesi Fratelli d'Italia si batte per eliminare tutte quelle limitazioni delle libertà personali che non sono utili al contrasto del contagio. Lo abbiamo fatto contro la follia del coprifuoco e lo facciamo anche per l'obbligo di mascherina all'aperto». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-premier-mostra-intesa-con-salvini-delusi-i-fan-dellemergenza-perenne-2653452955.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="quarantena-speranza-da-i-numeri" data-post-id="2653452955" data-published-at="1624043801" data-use-pagination="False"> Quarantena, Speranza dà i numeri In Gran Bretagna, la variante indiana infetta a ritmi già dimezzati rispetto a quelli di due settimane fa. E gli scienziati si aspettano che, trascorsi altri 15 giorni, la nuova «ondatina» da mutazione delta entrerà in fase recessiva. Ciò confermerebbe il progetto di Boris Johnson, che confida di eliminare ogni restrizione anti Covid entro il 19 luglio. Anche se, per il Paese che fino a qualche mese fa sognava di «scippare» l'intera edizione degli Europei di calcio, potrebbe profilarsi una clamorosa beffa: l'Uefa avrebbe minacciato di spostare alla Puskas Arena di Budapest semifinali e finale, previste a Wembley, se Downing Street non allentasse i divieti, consentendo l'ingresso allo stadio londinese di 2.500 spettatori Vip. Intanto, l'Italia, che per stessa ammissione di Donato Greco del Cts, è «indietro» sui sequenziamenti, prova a schermarsi dalla temuta variante con un'ordinanza grottesca di Roberto Speranza: a partire da lunedì, quarantena di cinque giorni, con obbligo di tampone, per chiunque provenga dalla Gran Bretagna. Un mini isolamento di cui è difficile comprendere il senso, visto che il periodo d'incubazione del Covid, sul sito del ministero della Salute, è ancora stimato «tra uno e 14 giorni». Tanto che, sempre secondo il portale del dicastero, è esattamente di 14 giorni «dall'ultima esposizione», la quarantena imposta ai contatti stretti asintomatici di una persona risultata positiva al virus. All'anomalia si aggiunge il fatto che i cinque giorni di isolamento saranno richiesti anche ai già vaccinati. Un assist involontario a chi dubita che la liberazione dalle strette pandemiche passerà per il sacro siero: se mi vaccino e poi vengo rinchiuso lo stesso, ragionerà qualcuno, tanto vale che non mi vaccini affatto. Ai turisti provenienti da Usa, Giappone, Canada ed Europa, comunque, per entrare in Italia basterà il green pass. Ma a proposito di lockdown perpetrati alla faccia delle immunizzazioni, all'indomani del pezzo con cui La Verità ha messo in guardia sugli automatismi delle regole antivirus, che potrebbero farci ripiombare in zona rossa anche con gli ospedali semivuoti, una prima conferma che il problema è serio arriva dal Portogallo. In apprensione per i contagi in risalita nella regione di Lisbona, a causa della variante delta, il governo ha deciso di proibire tutti gli spostamenti da e per la capitale e la sua periferia, dal venerdì sera al lunedì mattina. La portavoce dell'esecutivo, Mariana Vieira da Silva, ha definito «preoccupanti» i numeri delle infezioni, che da febbraio non superavano per due giorni consecutivi i 1.000 casi, dei quali circa l'80% è concentrato a Lisbona. Risultano in aumento anche i ricoveri, con 364 posti letto occupati nell'intera nazione, il picco dal 25 aprile, e 88 pazienti in terapia intensiva (non succedeva dal 2 maggio). Attenzione, però: al momento, gli ingressi in rianimazione rappresentano il 7% del totale dei posti letto e circa il 10% delle unità Covid. Un dato ben lontano financo dalle soglie di allerta previste dalla normativa italiana, che fa coincidere l'aggravamento del rischio alle fasi in cui è occupato più del 30% dei posti letto in area medica e più del 20% delle terapie intensive. Ma soprattutto, dal punto di vista delle vaccinazioni, il Portogallo ha una situazione perfettamente paragonabile alla nostra: ha ricevuto la prima dose il 52,8% dei cittadini, contro il 57,8% degli italiani, mentre la doppia dose è stata somministrata al 29,9% dei portoghesi, rispetto al 27,7% dei nostri connazionali. I lusitani, tra l'altro, hanno immunizzato sensibilmente di più tutte le fasce d'età a rischio e sono parecchio più avanti di noi nella fascia degli over 60. Eppure, nonostante la situazione nei nosocomi risulti ancora gestibile e le immunizzazioni procedano a spron battuto, il tasso d'incidenza dei contagi da variante indiana ha riportato sotto chiave Lisbona. Noi seguiremo il fulgido esempio?
Keir Starmer (Ansa)
Il premier britannico sotto assedio: «Non mi riferirono del vetting fallito da Mandelson». I Tories: «Ha mentito all'Aula, deve dimettersi». Bordate anche dall'ala sinistra del Labour.
«Voglio essere molto chiaro con la Camera: anche se questa dichiarazione si concentrerà sul processo riguardante il vetting e la nomina di Peter Mandelson, al centro di tutto c’è anche un giudizio che ho espresso e che era sbagliato. Non avrei dovuto nominare Peter Mandelson. Mi assumo la piena responsabilità di quella decisione. E chiedo nuovamente scusa alle vittime del pedofilo Jeffrey Epstein, che sono state chiaramente deluse dalla mia decisione». Inizia con un mea culpa l’intervento di Keir Starmer, ieri alla Camera dei Comuni, dopo che la settimana scorsa è emerso che Mandelson era stato nominato ambasciatore negli Stati Uniti nonostante non avesse superato i controlli di sicurezza.
Un mea culpa che molti giudicano strumentale: mentre il premier ammette l’errore di giudizio, il resto del discorso punta a dimostrare che lui non era stato informato dell’esito negativo del vetting, un processo di indagine approfondita condotto dai servizi di sicurezza britannici prima di assegnare incarichi sensibili. Starmer punta il dito contro Olly Robbins, il sottosegretario permanente al Foreign Office costretto alle dimissioni la settimana scorsa. Robbins, però, ha dichiarato davanti alla commissione parlamentare: «Starmer voleva Mandelson. Noi abbiamo agito sulla base della sua decisione». Fonti vicine a Robbins, citate da Sky News, riferiscono inoltre che Starmer e l’allora capo dello staff Morgan McSweeney avevano fatto capire chiaramente ai funzionari che «non erano interessati a obiezioni» e che la nomina «doveva andare avanti a tutti i costi».
«La raccomandazione relativa al caso di Mandelson avrebbe potuto e dovuto essere condivisa con me prima che assumesse l’incarico», dichiara Starmer in Parlamento. «È incredibile che», aggiunge, «durante tutto questo susseguirsi di eventi, i funzionari del ministero degli Esteri abbiano ritenuto opportuno nascondere queste informazioni ai ministri di più alto livello del nostro governo». In pochi nel Regno Unito, però, credono a questa ricostruzione. La leader dei Conservatori, Kemi Badenoch, ha ribadito la richiesta di dimissioni del premier, accusandolo di aver mentito al Parlamento e ricordandogli le sue stesse parole pronunciate contro Boris Johnson durante il Partygate: «Conferma le sue parole di allora, o vale una regola per lei e un’altra per tutti gli altri?». Prima dell’affondo, Badenoch aveva rivolto a Starmer sei domande scomode sulla vicenda, ricordando tra l’altro le indiscrezioni sul mancato superamento del vetting da parte di Mandelson, pubblicate già a settembre dello scorso anno dal giornalista David Maddox dell’Independent.
Maddox aveva reso pubblica la chat Whatsapp con Tim Allan, allora direttore della Comunicazione di Downing Street (un’altra figura sacrificata nello scandalo per cercare di salvare la faccia a Starmer), il quale aveva risposto alle sue domande: «Il vetting è stato effettuato dal Foreign Office nel modo normale». Questa risposta, insieme alla pubblicazione della notizia sette mesi fa, rende poco credibile la versione secondo cui Starmer sarebbe venuto a conoscenza del problema solo la settimana scorsa. Prima del discorso in Parlamento, inoltre, Sky News aveva pubblicato un documento che dimostrerebbe come il premier fosse stato informato della procedura di controllo necessaria per la nomina, suggerendogli di rinviare l’assegnazione all’espletamento delle verifiche.
Ma le critiche non arrivano solo dall’opposizione. Il deputato laburista John McDonnell in Aula afferma che «il messaggio non detto ai funzionari civili era: quello che vuole Mandelson, Mandelson lo ottiene». L’anziano esponente della sinistra laburista ha sottolineato la dipendenza di Starmer da Mandelson e McSweeney per finanziare e organizzare la sua campagna da leader: «Quando è diventato primo ministro, la ricompensa per McSweeney è stata il controllo di Downing Street, e per Mandelson il più alto incarico diplomatico». Il portavoce del premier, tuttavia, aveva già avvisato prima della seduta in Aula: Starmer non si dimetterà. Per ora, verrebbe da aggiungere.
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Il centro per migranti di Gjader, in Albania (Getty Images)
di Matteo Carnieletto, inviato a Gjader (Albania)
Quando entriamo, gli ospiti del centro di permanenza per i rimpatri, che ha una capienza massima di 96 posti, sono 83. Altre 82 persone - l’ultima, di nazionalità algerina, è stata rimpatriata proprio questa notte - sono state rimandate nei loro Paesi di origine. In totale, da quando è stato aperto il centro (aprile 2025), sono passati 536 migranti da Gjader. Tra questi, la metà è stata rilasciata per non convalida del trattenimento da parte dell’autorità giudiziaria. Altri 40, invece, sono stati dimessi per motivi sanitari e inidoneità alla vita ristretta. Il centro quindi, nonostante gli ostacoli di una certa magistratura, funziona. Come spiega - mentre è in visita al centro insieme a Giovanni Donzelli, Galeazzo Bignami, Lucio Malan, Augusta Montaruli, Raffaele Speranzon, Salvatore Sallemi, Francesco Filini e Marco Lisei - Sara Kelany, responsabile immigrazione di Fratelli d’Italia che, alla Verità, dichiara: «Siamo venuti a smentire la narrazione falsa e distorta delle sinistre. Il Cpr in Albania funziona a pieno regime. Qui transitano migranti con profili di altissima pericolosità sociale. In questo modo, noi difendiamo la sicurezza dei cittadini, a differenza delle sinistre che addirittura vorrebbero chiudere i Cpr».
Sulla stessa lunghezza d’onda anche il vice capogruppo di Fdl alla Camera, Augusta Montaruli: «Mentre la sinistra vuole smantellare il modello Albania del governo Meloni, Fratelli d’Italia e qui per difenderlo e per continuare quella lotta all’immigrazione clandestina che ha già portato a una riduzione di oltre il 70% degli sbarchi».
Al momento, i fondi assegnati per l’attuazione del protocollo tra Italia e Albania ammontano a circa 670 milioni euro nell’arco del primo quinquennio (2024-2028): 134 milioni l’anno, ovvero il 7,5% delle spese riguardanti l’accoglienza dei migranti in Italia se paragonati a quelli del 2023. Una cifra non così «monstre» come una certa sinistra vorrebbe far credere. Questi i numeri.
Oggi, quindi, la parte di Gjader che ospita il Cpr funziona a pieno regime. Quella invece che dovrebbe servire a facilitare la richiesta (o il respingimento) delle domande di asilo è ancora vuota a causa del blocco dei giudici. Eppure qui tutto è pronto, come sottolineano i rappresentanti di Fdi mentre attraversano l’area: «Il Centro per l’espletamento per le procedure accelerate di frontiera è già pronto per entrare in funzione non appena sarà in vigore il nuovo Patto per la migrazione e l’asilo». Del resto, le camere per accogliere gli ospiti ci sono già. Lo stesso per il centro medico dove è possibile fare anche piccole operazioni chirurgiche (e una è già stata fatta dopo che un migrante ha aggredito un operatore). Gli psicologi sono già operativi 24 ore su 24 e sono già state allestite anche le stanze in cui gli ospiti potrebbero incontrare i loro avvocati. Tutto pronto, eppure congelato. Nessuno entra. Anche se a giugno le cose dovrebbero cambiare. Del resto, l’Unione europea ha recepito l’indirizzo sui Paesi sicuri e anche il cosiddetto «modello Albania» è stato apprezzato da altri membri Ue ottenendo parecchi consensi.
La vita all’interno del Cpr è monotona ma comunque dignitosa. L’area è però inaccessibile e gli ospiti non si possono incontrare. Ma si intravedono i panni stesi, il vociare continuo dei migranti che mischiano parole straniere e italiane. Ogni tanto, poi, si sente qualche protesta non appena i migranti sentono qualche passo in lontananza. Ogni giorno, però, i migranti presenti nel Cpr ricevono una piccola mancia di 2,50 euro per qualche sfizio o per le sigarette. I pasti sono regolari, le aree a disposizione sono tutto sommato confortevoli. Non si tratta di un lager, come è stato descritto da una certa stampa. È semplicemente un centro di permanenza per i rimpatri che funziona. Con buona pace di chi ha cercato di sabotarlo.
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