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2021-06-19
Il premier mostra intesa con Salvini. Delusi i fan dell’emergenza perenne
Mario Draghi (Ansa)
L'Italia torna in zona bianca (tranne la Valle d'Aosta che resta in zona gialla) e ora si infiamma il dibattito politico e tra gli esperti sull'abolizione dell'obbligo di indossare la mascherina all'aperto. Ieri il ministro della Salute, Roberto Speranza, sulla base dei dati epidemiologici e delle indicazioni della cabina di regia, ha firmato le ordinanze che eliminano il rosso, l'arancione e il giallo dalla cartina geografica della nostra penisola. Un passo in avanti, un evento a suo modo storico: l'ordinanza entrerà in vigore lunedì prossimo, 21 giugno.
Con tutta la cautela necessaria, non si può non considerare questa notizia come una vera e propria liberazione: l'incubo della pandemia sembra ormai alle spalle, l'Italia può tornare a lavorare, a vivere.
Ma a respirare liberamente ancora no: non c'è ancora, infatti, una data certa per l'addio all'obbligo della mascherina all'aperto. In molti altri Paesi, questo obbligo è già un ricordo: dall'altro ieri lo ha abolito la Francia, nei giorni scorsi era caduto in Germania, in Grecia, a Bruxelles (ma non nel resto del Belgio), in Polonia. Ieri l'atteso annuncio è arrivato anche per la Spagna: dal 26 giugno stop alle mascherine all'aperto: «Questo», ha detto il premier spagnolo, Pedro Sanchez, «sarà l'ultimo week end con l'obbligo della mascherina. Giovedì prossimo si terrà una riunione per deliberare la decisione di eliminare l'obbligo della mascherina all'aperto».
E in Italia? Il premier Mario Draghi affronta il problema con il suo proverbiale pragmatismo, nel corso del blitz del tardo pomeriggio di ieri in cui ha di fatto commissariato il ministro Speranza: «Sull'abolizione dell'obbligo di mascherina», dice Draghi in conferenza stampa, «non ci sono date. C'è una data in cui chiederò un parere al Cts ed è domani (oggi, ndr). Farò richiesta formale per sapere se possiamo toglierci la mascherina all'aperto oppure no, molti Paesi hanno tolto l'obbligo».
Una posizione che suscita il comprensibile apprezzamento di Matteo Salvini: «Draghi», commenta il leader della Lega, «chiede al Cts l'ok per togliere la mascherina, almeno all'aperto. Bene, come chiesto dalla Lega si torni al lavoro e al sorriso in libertà, come sta già accadendo in tutta Europa. Mi piace». Perfettamente sovrapponibili le linee di Draghi e Salvini anche sull'ipotesi di prorogare lo stato di emergenza: «Una emergenza è una emergenza», argomenta il presidente del Consiglio, «e quindi una eventuale proroga dello stato di emergenza la decideremo quando saremo vicini alla data di scadenza (il 31 luglio, ndr). Non mi sono mai espresso ma se avessi avuto intenzione», sottolinea Draghi, «mi sarebbe passata la voglia, dopo l'articolo del professor Cassese che ricorda a chi si vuol esprimere prima che non si può decidere lo stato di emergenza con un mese e mezzo di anticipo».
Una bella ramanzina a chi, da sinistra, si è lasciato andare a previsioni sul prolungamento dello stato di emergenza fino addirittura al prossimo 31 dicembre.
Secondo diverse fonti di governo, l'obbligo della mascherina all'aperto nel nostro Paese cadrà entro la metà di luglio, ma nulla è deciso e il dibattito diventa rovente come i nostri volti coperti sotto la canicola estiva. «Lo stop all'obbligo di mascherine anche all'aperto», dice a Radio Uno il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, «arriverà verosimilmente ai primi di luglio. Abbiamo oltre il 50% della popolazione con almeno una dose di vaccino. La data lasciamola decidere al Cts, ma io personalmente non andrei oltre i primi di luglio, e non è una data a caso».
Per il direttore della Prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, «la decisione è della politica. Sappiamo che contrarre l'infezione all'aperto è più difficile. Poi un conto è stare da solo in una foresta», aggiunge Rezza, «un altro se c'è folla o contatto diretto. Serve buonsenso». «Nei prossimi giorni», dice all'Agi il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, «sentiremo il Comitato tecnico scientifico e fisseremo una data per togliere l'obbligo delle mascherine all'aperto. Credo sia ragionevole pensare che sarà entro la prima metà di luglio». «Se dal 1 luglio», argomenta ancora il leader della Lega, Salvini, «ci saranno il via alla mascherina e la riapertura di tutti i locali che ancora oggi sono chiusi, come Lega avremo raggiunto il nostro obiettivo». «Siamo quasi tutti in zona bianca», commenta, sempre in area Lega, il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, «spero che più prima che poi si apra anche alla possibilità all'aperto di poter girare senza mascherine, credo che sia una delle ipotesi al vaglio del governo».
Dall'opposizione attacca Giorgia Meloni: «Obbligo di mascherine all'aperto», sottolinea la leader di Fratelli d'Italia, «dopo la Francia anche la Spagna annuncia lo stop. Che aspetta il governo Draghi a fare lo stesso in Italia? Da mesi Fratelli d'Italia si batte per eliminare tutte quelle limitazioni delle libertà personali che non sono utili al contrasto del contagio. Lo abbiamo fatto contro la follia del coprifuoco e lo facciamo anche per l'obbligo di mascherina all'aperto».
Quarantena, Speranza dà i numeri
In Gran Bretagna, la variante indiana infetta a ritmi già dimezzati rispetto a quelli di due settimane fa. E gli scienziati si aspettano che, trascorsi altri 15 giorni, la nuova «ondatina» da mutazione delta entrerà in fase recessiva. Ciò confermerebbe il progetto di Boris Johnson, che confida di eliminare ogni restrizione anti Covid entro il 19 luglio. Anche se, per il Paese che fino a qualche mese fa sognava di «scippare» l'intera edizione degli Europei di calcio, potrebbe profilarsi una clamorosa beffa: l'Uefa avrebbe minacciato di spostare alla Puskas Arena di Budapest semifinali e finale, previste a Wembley, se Downing Street non allentasse i divieti, consentendo l'ingresso allo stadio londinese di 2.500 spettatori Vip.
Intanto, l'Italia, che per stessa ammissione di Donato Greco del Cts, è «indietro» sui sequenziamenti, prova a schermarsi dalla temuta variante con un'ordinanza grottesca di Roberto Speranza: a partire da lunedì, quarantena di cinque giorni, con obbligo di tampone, per chiunque provenga dalla Gran Bretagna. Un mini isolamento di cui è difficile comprendere il senso, visto che il periodo d'incubazione del Covid, sul sito del ministero della Salute, è ancora stimato «tra uno e 14 giorni». Tanto che, sempre secondo il portale del dicastero, è esattamente di 14 giorni «dall'ultima esposizione», la quarantena imposta ai contatti stretti asintomatici di una persona risultata positiva al virus.
All'anomalia si aggiunge il fatto che i cinque giorni di isolamento saranno richiesti anche ai già vaccinati. Un assist involontario a chi dubita che la liberazione dalle strette pandemiche passerà per il sacro siero: se mi vaccino e poi vengo rinchiuso lo stesso, ragionerà qualcuno, tanto vale che non mi vaccini affatto. Ai turisti provenienti da Usa, Giappone, Canada ed Europa, comunque, per entrare in Italia basterà il green pass.
Ma a proposito di lockdown perpetrati alla faccia delle immunizzazioni, all'indomani del pezzo con cui La Verità ha messo in guardia sugli automatismi delle regole antivirus, che potrebbero farci ripiombare in zona rossa anche con gli ospedali semivuoti, una prima conferma che il problema è serio arriva dal Portogallo. In apprensione per i contagi in risalita nella regione di Lisbona, a causa della variante delta, il governo ha deciso di proibire tutti gli spostamenti da e per la capitale e la sua periferia, dal venerdì sera al lunedì mattina.
La portavoce dell'esecutivo, Mariana Vieira da Silva, ha definito «preoccupanti» i numeri delle infezioni, che da febbraio non superavano per due giorni consecutivi i 1.000 casi, dei quali circa l'80% è concentrato a Lisbona. Risultano in aumento anche i ricoveri, con 364 posti letto occupati nell'intera nazione, il picco dal 25 aprile, e 88 pazienti in terapia intensiva (non succedeva dal 2 maggio). Attenzione, però: al momento, gli ingressi in rianimazione rappresentano il 7% del totale dei posti letto e circa il 10% delle unità Covid. Un dato ben lontano financo dalle soglie di allerta previste dalla normativa italiana, che fa coincidere l'aggravamento del rischio alle fasi in cui è occupato più del 30% dei posti letto in area medica e più del 20% delle terapie intensive.
Ma soprattutto, dal punto di vista delle vaccinazioni, il Portogallo ha una situazione perfettamente paragonabile alla nostra: ha ricevuto la prima dose il 52,8% dei cittadini, contro il 57,8% degli italiani, mentre la doppia dose è stata somministrata al 29,9% dei portoghesi, rispetto al 27,7% dei nostri connazionali. I lusitani, tra l'altro, hanno immunizzato sensibilmente di più tutte le fasce d'età a rischio e sono parecchio più avanti di noi nella fascia degli over 60.
Eppure, nonostante la situazione nei nosocomi risulti ancora gestibile e le immunizzazioni procedano a spron battuto, il tasso d'incidenza dei contagi da variante indiana ha riportato sotto chiave Lisbona. Noi seguiremo il fulgido esempio?
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Tutta Italia zona bianca tranne la Val d'Aosta. Mario Draghi chiede al Cts l'ok per togliere le mascherine all'aperto. Poi bacchetta i chiusuristi sulla proroga dei poteri speciali: «Impossibile deciderlo un mese e mezzo prima».Previsti cinque giorni di isolamento per chi viene dalla Gran Bretagna, ma su che basi? Intanto la variante delta spaventa già meno. E Lisbona richiude (anche per i vaccinati).Lo speciale contiene due articoli.L'Italia torna in zona bianca (tranne la Valle d'Aosta che resta in zona gialla) e ora si infiamma il dibattito politico e tra gli esperti sull'abolizione dell'obbligo di indossare la mascherina all'aperto. Ieri il ministro della Salute, Roberto Speranza, sulla base dei dati epidemiologici e delle indicazioni della cabina di regia, ha firmato le ordinanze che eliminano il rosso, l'arancione e il giallo dalla cartina geografica della nostra penisola. Un passo in avanti, un evento a suo modo storico: l'ordinanza entrerà in vigore lunedì prossimo, 21 giugno. Con tutta la cautela necessaria, non si può non considerare questa notizia come una vera e propria liberazione: l'incubo della pandemia sembra ormai alle spalle, l'Italia può tornare a lavorare, a vivere. Ma a respirare liberamente ancora no: non c'è ancora, infatti, una data certa per l'addio all'obbligo della mascherina all'aperto. In molti altri Paesi, questo obbligo è già un ricordo: dall'altro ieri lo ha abolito la Francia, nei giorni scorsi era caduto in Germania, in Grecia, a Bruxelles (ma non nel resto del Belgio), in Polonia. Ieri l'atteso annuncio è arrivato anche per la Spagna: dal 26 giugno stop alle mascherine all'aperto: «Questo», ha detto il premier spagnolo, Pedro Sanchez, «sarà l'ultimo week end con l'obbligo della mascherina. Giovedì prossimo si terrà una riunione per deliberare la decisione di eliminare l'obbligo della mascherina all'aperto». E in Italia? Il premier Mario Draghi affronta il problema con il suo proverbiale pragmatismo, nel corso del blitz del tardo pomeriggio di ieri in cui ha di fatto commissariato il ministro Speranza: «Sull'abolizione dell'obbligo di mascherina», dice Draghi in conferenza stampa, «non ci sono date. C'è una data in cui chiederò un parere al Cts ed è domani (oggi, ndr). Farò richiesta formale per sapere se possiamo toglierci la mascherina all'aperto oppure no, molti Paesi hanno tolto l'obbligo». Una posizione che suscita il comprensibile apprezzamento di Matteo Salvini: «Draghi», commenta il leader della Lega, «chiede al Cts l'ok per togliere la mascherina, almeno all'aperto. Bene, come chiesto dalla Lega si torni al lavoro e al sorriso in libertà, come sta già accadendo in tutta Europa. Mi piace». Perfettamente sovrapponibili le linee di Draghi e Salvini anche sull'ipotesi di prorogare lo stato di emergenza: «Una emergenza è una emergenza», argomenta il presidente del Consiglio, «e quindi una eventuale proroga dello stato di emergenza la decideremo quando saremo vicini alla data di scadenza (il 31 luglio, ndr). Non mi sono mai espresso ma se avessi avuto intenzione», sottolinea Draghi, «mi sarebbe passata la voglia, dopo l'articolo del professor Cassese che ricorda a chi si vuol esprimere prima che non si può decidere lo stato di emergenza con un mese e mezzo di anticipo». Una bella ramanzina a chi, da sinistra, si è lasciato andare a previsioni sul prolungamento dello stato di emergenza fino addirittura al prossimo 31 dicembre. Secondo diverse fonti di governo, l'obbligo della mascherina all'aperto nel nostro Paese cadrà entro la metà di luglio, ma nulla è deciso e il dibattito diventa rovente come i nostri volti coperti sotto la canicola estiva. «Lo stop all'obbligo di mascherine anche all'aperto», dice a Radio Uno il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, «arriverà verosimilmente ai primi di luglio. Abbiamo oltre il 50% della popolazione con almeno una dose di vaccino. La data lasciamola decidere al Cts, ma io personalmente non andrei oltre i primi di luglio, e non è una data a caso». Per il direttore della Prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, «la decisione è della politica. Sappiamo che contrarre l'infezione all'aperto è più difficile. Poi un conto è stare da solo in una foresta», aggiunge Rezza, «un altro se c'è folla o contatto diretto. Serve buonsenso». «Nei prossimi giorni», dice all'Agi il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, «sentiremo il Comitato tecnico scientifico e fisseremo una data per togliere l'obbligo delle mascherine all'aperto. Credo sia ragionevole pensare che sarà entro la prima metà di luglio». «Se dal 1 luglio», argomenta ancora il leader della Lega, Salvini, «ci saranno il via alla mascherina e la riapertura di tutti i locali che ancora oggi sono chiusi, come Lega avremo raggiunto il nostro obiettivo». «Siamo quasi tutti in zona bianca», commenta, sempre in area Lega, il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, «spero che più prima che poi si apra anche alla possibilità all'aperto di poter girare senza mascherine, credo che sia una delle ipotesi al vaglio del governo». Dall'opposizione attacca Giorgia Meloni: «Obbligo di mascherine all'aperto», sottolinea la leader di Fratelli d'Italia, «dopo la Francia anche la Spagna annuncia lo stop. Che aspetta il governo Draghi a fare lo stesso in Italia? Da mesi Fratelli d'Italia si batte per eliminare tutte quelle limitazioni delle libertà personali che non sono utili al contrasto del contagio. Lo abbiamo fatto contro la follia del coprifuoco e lo facciamo anche per l'obbligo di mascherina all'aperto». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-premier-mostra-intesa-con-salvini-delusi-i-fan-dellemergenza-perenne-2653452955.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="quarantena-speranza-da-i-numeri" data-post-id="2653452955" data-published-at="1624043801" data-use-pagination="False"> Quarantena, Speranza dà i numeri In Gran Bretagna, la variante indiana infetta a ritmi già dimezzati rispetto a quelli di due settimane fa. E gli scienziati si aspettano che, trascorsi altri 15 giorni, la nuova «ondatina» da mutazione delta entrerà in fase recessiva. Ciò confermerebbe il progetto di Boris Johnson, che confida di eliminare ogni restrizione anti Covid entro il 19 luglio. Anche se, per il Paese che fino a qualche mese fa sognava di «scippare» l'intera edizione degli Europei di calcio, potrebbe profilarsi una clamorosa beffa: l'Uefa avrebbe minacciato di spostare alla Puskas Arena di Budapest semifinali e finale, previste a Wembley, se Downing Street non allentasse i divieti, consentendo l'ingresso allo stadio londinese di 2.500 spettatori Vip. Intanto, l'Italia, che per stessa ammissione di Donato Greco del Cts, è «indietro» sui sequenziamenti, prova a schermarsi dalla temuta variante con un'ordinanza grottesca di Roberto Speranza: a partire da lunedì, quarantena di cinque giorni, con obbligo di tampone, per chiunque provenga dalla Gran Bretagna. Un mini isolamento di cui è difficile comprendere il senso, visto che il periodo d'incubazione del Covid, sul sito del ministero della Salute, è ancora stimato «tra uno e 14 giorni». Tanto che, sempre secondo il portale del dicastero, è esattamente di 14 giorni «dall'ultima esposizione», la quarantena imposta ai contatti stretti asintomatici di una persona risultata positiva al virus. All'anomalia si aggiunge il fatto che i cinque giorni di isolamento saranno richiesti anche ai già vaccinati. Un assist involontario a chi dubita che la liberazione dalle strette pandemiche passerà per il sacro siero: se mi vaccino e poi vengo rinchiuso lo stesso, ragionerà qualcuno, tanto vale che non mi vaccini affatto. Ai turisti provenienti da Usa, Giappone, Canada ed Europa, comunque, per entrare in Italia basterà il green pass. Ma a proposito di lockdown perpetrati alla faccia delle immunizzazioni, all'indomani del pezzo con cui La Verità ha messo in guardia sugli automatismi delle regole antivirus, che potrebbero farci ripiombare in zona rossa anche con gli ospedali semivuoti, una prima conferma che il problema è serio arriva dal Portogallo. In apprensione per i contagi in risalita nella regione di Lisbona, a causa della variante delta, il governo ha deciso di proibire tutti gli spostamenti da e per la capitale e la sua periferia, dal venerdì sera al lunedì mattina. La portavoce dell'esecutivo, Mariana Vieira da Silva, ha definito «preoccupanti» i numeri delle infezioni, che da febbraio non superavano per due giorni consecutivi i 1.000 casi, dei quali circa l'80% è concentrato a Lisbona. Risultano in aumento anche i ricoveri, con 364 posti letto occupati nell'intera nazione, il picco dal 25 aprile, e 88 pazienti in terapia intensiva (non succedeva dal 2 maggio). Attenzione, però: al momento, gli ingressi in rianimazione rappresentano il 7% del totale dei posti letto e circa il 10% delle unità Covid. Un dato ben lontano financo dalle soglie di allerta previste dalla normativa italiana, che fa coincidere l'aggravamento del rischio alle fasi in cui è occupato più del 30% dei posti letto in area medica e più del 20% delle terapie intensive. Ma soprattutto, dal punto di vista delle vaccinazioni, il Portogallo ha una situazione perfettamente paragonabile alla nostra: ha ricevuto la prima dose il 52,8% dei cittadini, contro il 57,8% degli italiani, mentre la doppia dose è stata somministrata al 29,9% dei portoghesi, rispetto al 27,7% dei nostri connazionali. I lusitani, tra l'altro, hanno immunizzato sensibilmente di più tutte le fasce d'età a rischio e sono parecchio più avanti di noi nella fascia degli over 60. Eppure, nonostante la situazione nei nosocomi risulti ancora gestibile e le immunizzazioni procedano a spron battuto, il tasso d'incidenza dei contagi da variante indiana ha riportato sotto chiave Lisbona. Noi seguiremo il fulgido esempio?
Il ministro dal Consiglio Agrifish della Ue: «L’Italia non ha paura di affrontare fasi di dibattito e di dialogo anche rispetto a regolamenti che si sono dimostrati non capaci di garantire». Ha poi aggiunto: «Ci interessa il modello di informazione puntuale alle persone che acquistano e consumano».
Roberto Vannacci nella sede romana di Futuro Nazionale (Imagoeconomica)
Perché», risponde Vannacci, «non mi risulta sia capo di un partito politico. Oppure stiamo dicendo che Forza Italia è un partito eterodiretto dal potere dei soldi e dell’editoria? Non mi risulta che Marina Berlusconi faccia politica. Quindi perché dovrei rispondere a qualcuno che non fa politica?».
Vannacci è convinto, ed è difficile dargli torto, che il centrodestra, alle prossime politiche, avrà bisogno di lui, e quindi può permettersi di tutto e di più, anche di dettare condizioni: «Per l’alleanza», sottolinea il generale, «ci sono margini, purché si adeguino alle nostre linee rosse che sono quelle della destra, perché oggi probabilmente abbiamo una destra che fa più la sinistra, non alla moda. Questo probabilmente non piace ai cittadini, tant’è vero che in soli tre mesi Futuro nazionale sta riscuotendo successo per questo motivo. La sinistra non è alla moda, non piace. E quindi, che la destra ritorni a fare la destra. La destra ha perso la trebisonda, probabilmente. E quindi arriva Futuro nazionale che è una specie di sestante: fa il punto nave, ristabilisce la rotta giusta e andiamo avanti per la rotta giusta». Per Vannacci, in fin dei conti, la legge elettorale non è un grande problema: se il centrodestra avrà bisogno dei suoi voti e stringerà l’intesa elettorale, o dovrà assegnare a Futuro nazionale una parte di collegi sicuri, come accade per tutti i partiti, oppure, se la legge cambierà, avrà una quota di suoi rappresentanti nel listino bloccato del premio di maggioranza. Tiene però alle preferenze: «Noi ci preoccupiamo poco della legge elettorale», argomenta Vannacci, «perché qualsiasi essa sia noi ci adegueremo. Ci dispiace che le nostre proposte non siano state prese in considerazione e ci dispiace che la futura legge elettorale, se andrà per come è stata disegnata e progettata, continui a togliere la sovranità al popolo. Noi ci vogliamo battere per il ritorno delle preferenze, perché la democrazia è là dove il cittadino sceglie i propri rappresentanti. Oggi non siamo in questa situazione, oggi i rappresentanti vengono scelti dalle segreterie di partito, secondo delle logiche e delle dinamiche totalmente estranee a quelle democratiche».
Intanto, il suo partito continua a crescere sui territori. Ieri due consiglieri regionali lombardi, Luca Ferrazzi del gruppo misto e Pietro Macconi di Fratelli d’Italia, hanno aderito a Futuro nazionale. «Non ho nessuna valutazione da fare», commenta il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, «nel senso che è una scelta che hanno fatto due consiglieri, sono liberissimi di farla. Possono spostarsi dove vogliono. Personalmente ho sempre sostenuto che la Lega non abbia nulla in comune con Vannacci». Stessa scelta l’ha fatta la ex deputata leghista Francesca Martini, già Sottosegretaria alla Salute nel governo Berlusconi dal 2009 al 2011 e, prima ancora, assessore alla Sanità della Regione Veneto. La Martini è stata parlamentare del Carroccio per due legislature, e nel 2017 era stata tra i fondatori di Grande Nord.
L’unico a tenere ancora chiuse le porte del centrodestra a Futuro nazionale è Maurizio Lupi: «Ho un grande rispetto per tutti coloro che si mettono a fare politica», sottolinea il leader di Noi moderati, «che iniziano anche una proposta politica e un percorso. Detto questo, Vannacci nulla ha a che fare con la storia del centrodestra, nulla ha a che fare con la proposta di governo del futuro del nostro Paese». Questa ce la segniamo…
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Olimpia Tarzia (Imagoeconomica)
di Olimpia Tarzia, Responsabile del Dipartimento di bioetica e diritti umani di Forza Italia
Il 27 novembre 2020 il presidente Berlusconi mi nominò responsabile nazionale del Dipartimento di bioetica e diritti umani di Forza Italia. Accolsi la proposta, accettando, per la prima volta - in 20 anni di vita politica e istituzionale vissuta, nelle tre legislature alla Regione Lazio, come indipendente nell’area del centrodestra - di aderire a un partito, proprio a motivo delle sue posizioni sul tema della vita, considerando che, pur nelle variegate sfumature delle singole posizioni sui temi etici presenti in Fi, affidarmi un tale Dipartimento esprimeva una precisa volontà politica del presidente di rafforzare una visione antropologica basata su principi e valori cristiani.
Queste le sue parole nel motivare l’incarico affidatomi: «Un affettuoso benvenuto ad Olimpia Tarzia, che ha scelto di far parte di Forza Italia. La sua decisione ha un grande significato: Olimpia in questi anni è stata ed è una degli esponenti più qualificati e più rappresentativi dell’associazionismo e del volontariato cattolico. Le sue competenze e il suo impegno nel delicatissimo settore della bioetica, l’esperienza del Movimento per la vita di cui è cofondatrice, le tante battaglie per la vita e per la famiglia delle quali è stata protagonista, ne fanno un punto di riferimento per tutti coloro che credono nei valori di un autentico umanesimo cristiano. Sono valori che Forza Italia considera parte integrante della sua visione dell’uomo e della società, e per i quali ci siamo battuti e ci batteremo, pur nel rispetto della libertà di coscienza di ciascuno, in ogni occasione parlamentare e politica. La presenza di Olimpia ci darà più forza in queste battaglie di civiltà. Con lei ci rivolgeremo ai tanti elettori cattolici disorientati e delusi dalla politica e dai politici che li hanno rappresentati in Parlamento».
A settembre 2022 Berlusconi rilasciò una lunga intervista ad Avvenire, in cui affermava: «Noi su temi come unioni civili e biotestamento abbiamo sempre votato contro».
Sui temi eticamente sensibili, in questi anni, fino a pochi mesi fa, ho potuto liberamente condurre il Dipartimento su tale strada. Da quando è iniziato il dibattito sul ddl Fine vita, in diverse occasioni, in colloqui singoli all’interno del partito, ma anche pubblicamente, ho manifestato la mia contrarietà a una legge che normasse il suicidio assistito, sottolineando la rilevanza etica e antropologica di una tale disciplina giuridica, nella ferma convinzione che una legge ad hoc non serva e che le direttive della Consulta non necessitino di una legge che le recepisca, in quanto la Consulta ha già di fatto eliminato, alle condizioni indicate, il presidio della sanzione penale all’aiuto al suicidio che è stato posto dall’articolo 580 del Codice penale.
Su questo tema sono intervenuta più volte, fin dal 2021, con significativi risultati di coinvolgimento e sensibilizzazione attraverso molteplici iniziative rivolte particolarmente al mondo cattolico, sia con interventi sui media, sia organizzando convegni e incontri, ribadendo tale linea e sostenendo la necessità di un rafforzamento delle cure palliative in termini di allocazione di fondi e di realizzazione di strutture ad hoc. Come è chiaramente scritto nell’Evangelium vitae (n. 66): «Condividere l’intenzione suicida di un altro e aiutarlo a realizzarla mediante il cosiddetto “suicidio assistito” significa farsi collaboratori, e qualche volta attori in prima persona, di un’ingiustizia che non può mai essere giustificata, neppure quando fosse richiesta».
È per questo motivo che le recenti prese di posizione del partito sul fine vita, che, non tenendo in considerazione le mie forti perplessità, hanno portato alla scelta di portare avanti un disegno di legge sul suicidio assistito, mi costringono a constatare che sono venuti a mancare i presupposti per mantenere, in tale contesto, il mio incarico come responsabile nazionale del Dipartimento di bioetica e diritti umani di Forza Italia.
Nella mia storia di vita personale, associativa e politica, ho sempre considerato la libertà interiore, la coerenza delle scelte e la fedeltà ai principi in cui si crede un punto fermo, anche a costo di sacrifici personali: non intendo ora rendermi corresponsabile di una legge, foriera di inevitabili pericolose implicazioni e conseguenze, che di fatto sancisce, anche se surrettiziamente, il «diritto al suicidio», una legge che vedrebbe lo Stato, anziché garantire e tutelare il diritto alla vita, specialmente dei più vulnerabili, assicurare la morte, mettendo a disposizione risorse economiche e strutture adeguate a rendere fruibile quell’atto, anche magari tramite il Servizio sanitario nazionale.
Con questa mia decisione non ho alcuna intenzione di colpevolizzare chi sta impegnandosi per trovare le migliori soluzioni possibili a una questione estremamente delicata e complessa, ma non posso condividere l’idea di considerare questa proposta di legge come una scelta obbligata al fine di perseguire una «riduzione del danno» perché il «male minore», come ci insegna la dottrina cattolica, si può tollerare, se inevitabilmente costretti (e non è questo il caso), ma non può mai essere una scelta.
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Stefano Zenni, musicologo jazz, ricorda Sonny Rollins, leggendario sassofonista scomparso a 95 anni e a poche ore dal centenario di Miles Davis. La sua inesauribile fantasia, unita a generose dosi di ironia, lo ha reso un colosso assoluto dell’arte dell’improvvisazione.