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2022-09-02
Nessun aiuto sulle bollette. Solo tagli al riscaldamento
Roberto Cingolani (Ansa)
L’Italia si prepara alla tempesta perfetta, quella della crisi energetica, con misure che almeno per il momento appaiono più che altro un pannicello caldo. Caldo ma non troppo: ieri in cdm il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha illustrato al premier, Mario Draghi, e ai colleghi il piano di risparmio sul gas. L’unica misura praticamente certa, che verrà messa nero su bianco nei prossimi giorni, è la riduzione di un grado (da 20 a 19) e lo spegnimento degli impianti di riscaldamento un’ora prima del solito a partire dal mese di ottobre nelle abitazioni private e negli uffici pubblici, mentre è esclusa la dad per gli studenti.
Singolare, per non dire tragicomica, l’ipotesi che invece vedrebbe la riduzione di due gradi di temperatura e di due ore al giorno dei riscaldamenti nelle aree del Paese dove il clima è meno rigido: praticamente al Sud e nelle isole gli italiani dovrebbero affrontare un inverno più gelido rispetto ai compatrioti del Centro e del Nord, anche se il Meridione d’Italia, ma forse questo Cingolani non lo sa, è pieno di centri abitati situati in montagna o in collina, dove il freddo punge eccome.
Per le imprese, a quanto apprende La Verità da fonti di governo, si prevede di vendere pacchetti di energia a prezzi calmierati a quelle più esposte, le cosiddette energivore e gasivore, a forte consumo di energia elettrica e gas. Questi pacchetti consisterebbero in energia prodotta in Italia e rinnovabili. Niente smart working per le aziende, niente spegnimenti delle vetrine, niente razionamenti: l’Italia, che secondo Cingolani ha un ottimo livello di stoccaggio di gas, all’81%, e che ha ridotto la sua dipendenza dal gas russo dal 40% al 18%, sceglie una linea molto soft, basata più che altro su una campagna di comunicazione che verrà realizzata attraverso degli spot. Prepariamoci quindi a vedere in tv e ascoltare in radio qualche Vip che ci invita a fare meno docce, a spegnere le lampadine o a utilizzare quelle a basso consumo, a non lasciare la tv accesa e altri suggerimenti di questo genere, suggerimenti che le nostre nonne ci hanno abituati ad ascoltare fin da bambini, ma che sono sostanzialmente il nulla rispetto alla gigantesca crisi che incombe.
Il piano verrà inviato a Bruxelles per essere vagliato dalla Commissione europea, entro la scadenza del 15 ottobre, e contiene anche le previsioni nel caso in cui la situazione dovesse precipitare: ad esempio, se la Russia dovesse ridurre ulteriormente o addirittura interrompere le forniture di gas ai Paesi europei. A mettere a rischio il piano di Cingolani, anche l’eventuale ritardo nella realizzazione del rigassificatore di Piombino: se non si procederà in maniera spedita, in primavera la situazione potrebbe precipitare.
«Il piano», aggiunge alla Verità un’altra fonte di governo, «è basato su due gambe. La prima: la prossima settimana interverremo con un provvedimento molto importante per il sostegno all’economia, il ministro Daniele Franco sta lavorando per reperire le risorse. La cifra non è ancora stata stabilita ma una cosa si può dire: non ci sarà alcuno scostamento di bilancio. Lo stesso Giulio Tremonti», argomenta la nostra fonte, «ha dichiarato di essere contrario. La seconda gamba è il piano di risparmio energetico, che Cingolani ha illustrato in Consiglio dei ministri in maniera sintetica, e che verrà messo a punto nei prossimi giorni. Un piano basato sulle buone pratiche: basta veramente un piccolo sacrificio, come usare lampadine a basso consumo, stare attenti a non sprecare ettolitri di acqua calda, abbassare di un minimo il riscaldamento, per risparmiare una enorme quantità di energia».
Siamo, come appare evidente, di fronte a una non scelta, probabilmente dettata da una precisa strategia politica, quella di lasciare al probabile futuro governo di centrodestra il peso di decisioni più drastiche e impopolari. Il piano di Cingolani è infatti costellato di contraddizioni, paradossi, lacune. Iniziamo dalla riduzione della temperatura dei riscaldamenti e dello spegnimento anticipato degli stessi: chi controllerà che le misure vengano rispettate? Nel caso dei condomini a impianto centralizzato verrà responsabilizzato l’amministratore, ma chi ha un riscaldamento autonomo dovrà essere convinto dalla campagna di comunicazione, poiché controllare sarà impossibile. Per quel che riguarda poi i fantomatici pacchetti di energia a prezzi calmierati per le imprese, siamo di fronte a una mera dichiarazione di intenti: dove verrà reperito il gas da vendere sottocosto? Di quanto sarà ridotto il prezzo dell’energia? Chi deciderà quali imprese avranno diritto a questa agevolazione e quali no? Tutte domande senza risposta. Anche se il Mite pensa positivo e arriva a prevedere «risparmi variabili tra 3 e 6 miliardi di metri cubi di gas in un anno» grazie al razionamento dei riscaldamenti, l’uso di combustibili alternativi e l’ottimizzazione dell’utilizzo dell’energia.
Come se non bastasse, ieri è arrivato uno stop al rigassificatore di Piombino, pilastro del piano: l’amministrazione comunale ha inviato alla Regione Toscana il primo parere sulla collocazione del rigassificatore nel porto piombinese. «È un parere negativo», spiega il sindaco Francesco Ferrari in una nota, «che, per la parte tecnica redatta dalla task force del Comune, si basa sull’aspetto urbanistico della vicenda, riservandoci di sollevare successivamente le tante questioni in merito alla sicurezza e all’ambiente. Le criticità legate a quel progetto sono innumerevoli e variegate e faremo tutto quanto in nostro potere per farle emergere all’interno dei procedimenti autorizzativi».
Settimana prossima il dl anti rincari. Lega e M5s spingono lo scostamento
La borsa o la vita. L’ennesimo scostamento di bilancio o il precipizio. Oppure, chissà. C’è poco da giraci attorno. Per mitigare il caro bollette serve un’altra vagonata di miliardi. «Trenta» quantifica il leader della Lega, Matteo Salvini, che evoca unità nazionale: «Questi soldi servono adesso, mettiamoci d’accordo». E poco importa se, come ricorda Giorgia Meloni, da premier in pectore, «negli ultimi 15 mesi il debito pubblico italiano è cresciuto di 116 miliardi». Un puntiglio che condivide con il primo ministro ancora in carica: Mario Draghi. L’ex presidente della Bce tiene duro. Per fronteggiare la pandemia, sono stati già approvati sei scostamenti di bilancio. Ma intervenire immediatamente resta comunque imperativo. Il governo invece porterà in Consiglio dei ministri l’attesissimo decreto contro i salassi causati dal prezzo del gas solo la prossima settimana. «Un ampio piano» per sostenere le imprese e abbassare il costo dell’energia promette il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani.
Rimane un dirimente tema: con quali risorse? La politica si accapiglia. Anche nel centrodestra, mentre la Lega non pone limiti alla provvidenza statale, Fratelli d’Italia sembra inflessibile. O quasi. «Un ulteriore debito per questa nazione è l’extrema ratio» dice Meloni. «Siamo quelli nel mondo occidentale che si sono già indebitati di più con i soldi del Pnrr». Visto che però le priorità sono cambiate, aggiunge, «quei miliardi dovrebbero essere concentrati sulla priorità delle bollette». Giorgia contro Matteo, dunque. E il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, nel mezzo: «Il governo in carica può e deve intervenire subito con un decreto. Se ci sono i margini per farlo senza ricorrere a un nuovo scostamento di bilancio, ovviamente questo è preferibile per tutti. Ma, in ogni caso, non possiamo assolutamente stare fermi».
L’unico a pensarla come Salvini è il presidente dei 5 stelle: Giuseppe Conte, il Mélenchon foggiano, l’italico emulo del leader dell’estrema sinistra francese. Giuseppón, già due mesi fa, in tempi meno sospetti, scriveva a Draghi: «Signor presidente, la crisi in atto richiede un intervento straordinario, ampio e organico, a favore di famiglie e imprese». Conte, indispettito, aggiungeva: «Le abbiamo chiesto più volte uno scostamento di bilancio». Una richiesta che adesso, in pienissima campagna elettorale, diventa l’ennesima arma propagandistica: «Il caro energia e il caro bollette ci stanno strangolando e stanno strangolando le imprese e le famiglie. Quello che ci fa rabbia è che siamo stati inascoltati».
Terzista, ovviamente, la posizione dei terzisti. In un’intervista al Corriere della Sera, Carlo Calenda, alla guida dell’egotico centrino, premette: sarebbe meglio evitare lo scostamento di bilancio. Eppure, gli tocca ammettere: «I margini di manovra sono limitatissimi». Dunque? «L’impatto sui conti possiamo gestirlo solo se i partiti si impegneranno a rispettare, una volta al governo, la disciplina di bilancio». Al fu breve alleato, Enrico Letta, segretario del Pd, tocca invece prendere a prestito le parole della stigmatizzata Meloni: anche per lui, lo scostamento è «l’extrema ratio». Da discutere con gli altri Paesi europei, chiarisce: «Le nostre scelte devono essere per una conclamata emergenza. Se le facciamo per campagna elettorale, lo paghiamo in tassi interesse che salgono».
La sofisticata posizione lettiana sembra però isolata nel centrosinistra, o quel che ne resta. La fondatrice di +Europa, Emma Bonino, scrive su Twitter che non riesce «a capire la disinvoltura con cui le altre forze politiche continuano a parlare dello scostamento di bilancio». I partiti, annota, «dovrebbero dire la verità ai giovani: il debito pubblico, che già ora si attesta a 2.700 miliardi, “lo pagherete voi”». Anche la premiata coppia Europa verde&Sinistra italiana è contrarissima. L’ecologista fondamentalista Angelo Bonelli spiega che Draghi «ha ragione nel dire no»: le risorse per tagliare le bollette andrebbero reperite dagli extraprofitti. Concorda, da sinistrissima, Nicola Fratoianni: piuttosto che togliere altri soldi ai cittadini, ragiona, bisogna disintegrare i «fenomeni speculativi». Le aziende energetiche italiane, intima, restituiscano il maltolto: nientemeno che 50 miliardi, calcola.
A dispetto delle magre percentuali accreditate a Impegno civico, interviene pure Luigi Di Maio. Il titolare degli Esteri conferma che la prossima settimana il decreto arriverà finalmente in Consiglio dei ministri: «Un intervento necessario per supportare nell’immediato le nostre famiglie». Quindi, propone: lo Stato paghi l’80% delle bollette a tutte le imprese. Già, ma con quali danari? «Il tema non è lo scostamento di bilancio» spiega stentoreo Di Maio. «Quello è diventato solo un modo per fare notizia». Ah, sì? «Non abbiamo la preoccupazione di dove reperire i soldi» assicura Giggino. Ha le idee chiare, beato lui. Peccato per lo 0,7% dei sondaggi.
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In cdm il ministro Roberto Cingolani annuncia i piani di razionamento per case e uffici pubblici: ancora niente sul vero nodo, cioè le aziende. Rinviato invece a settimana prossima il decreto per sterilizzare i costi.Lo speciale comprende due articoli.L’Italia si prepara alla tempesta perfetta, quella della crisi energetica, con misure che almeno per il momento appaiono più che altro un pannicello caldo. Caldo ma non troppo: ieri in cdm il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha illustrato al premier, Mario Draghi, e ai colleghi il piano di risparmio sul gas. L’unica misura praticamente certa, che verrà messa nero su bianco nei prossimi giorni, è la riduzione di un grado (da 20 a 19) e lo spegnimento degli impianti di riscaldamento un’ora prima del solito a partire dal mese di ottobre nelle abitazioni private e negli uffici pubblici, mentre è esclusa la dad per gli studenti. Singolare, per non dire tragicomica, l’ipotesi che invece vedrebbe la riduzione di due gradi di temperatura e di due ore al giorno dei riscaldamenti nelle aree del Paese dove il clima è meno rigido: praticamente al Sud e nelle isole gli italiani dovrebbero affrontare un inverno più gelido rispetto ai compatrioti del Centro e del Nord, anche se il Meridione d’Italia, ma forse questo Cingolani non lo sa, è pieno di centri abitati situati in montagna o in collina, dove il freddo punge eccome.Per le imprese, a quanto apprende La Verità da fonti di governo, si prevede di vendere pacchetti di energia a prezzi calmierati a quelle più esposte, le cosiddette energivore e gasivore, a forte consumo di energia elettrica e gas. Questi pacchetti consisterebbero in energia prodotta in Italia e rinnovabili. Niente smart working per le aziende, niente spegnimenti delle vetrine, niente razionamenti: l’Italia, che secondo Cingolani ha un ottimo livello di stoccaggio di gas, all’81%, e che ha ridotto la sua dipendenza dal gas russo dal 40% al 18%, sceglie una linea molto soft, basata più che altro su una campagna di comunicazione che verrà realizzata attraverso degli spot. Prepariamoci quindi a vedere in tv e ascoltare in radio qualche Vip che ci invita a fare meno docce, a spegnere le lampadine o a utilizzare quelle a basso consumo, a non lasciare la tv accesa e altri suggerimenti di questo genere, suggerimenti che le nostre nonne ci hanno abituati ad ascoltare fin da bambini, ma che sono sostanzialmente il nulla rispetto alla gigantesca crisi che incombe. Il piano verrà inviato a Bruxelles per essere vagliato dalla Commissione europea, entro la scadenza del 15 ottobre, e contiene anche le previsioni nel caso in cui la situazione dovesse precipitare: ad esempio, se la Russia dovesse ridurre ulteriormente o addirittura interrompere le forniture di gas ai Paesi europei. A mettere a rischio il piano di Cingolani, anche l’eventuale ritardo nella realizzazione del rigassificatore di Piombino: se non si procederà in maniera spedita, in primavera la situazione potrebbe precipitare. «Il piano», aggiunge alla Verità un’altra fonte di governo, «è basato su due gambe. La prima: la prossima settimana interverremo con un provvedimento molto importante per il sostegno all’economia, il ministro Daniele Franco sta lavorando per reperire le risorse. La cifra non è ancora stata stabilita ma una cosa si può dire: non ci sarà alcuno scostamento di bilancio. Lo stesso Giulio Tremonti», argomenta la nostra fonte, «ha dichiarato di essere contrario. La seconda gamba è il piano di risparmio energetico, che Cingolani ha illustrato in Consiglio dei ministri in maniera sintetica, e che verrà messo a punto nei prossimi giorni. Un piano basato sulle buone pratiche: basta veramente un piccolo sacrificio, come usare lampadine a basso consumo, stare attenti a non sprecare ettolitri di acqua calda, abbassare di un minimo il riscaldamento, per risparmiare una enorme quantità di energia».Siamo, come appare evidente, di fronte a una non scelta, probabilmente dettata da una precisa strategia politica, quella di lasciare al probabile futuro governo di centrodestra il peso di decisioni più drastiche e impopolari. Il piano di Cingolani è infatti costellato di contraddizioni, paradossi, lacune. Iniziamo dalla riduzione della temperatura dei riscaldamenti e dello spegnimento anticipato degli stessi: chi controllerà che le misure vengano rispettate? Nel caso dei condomini a impianto centralizzato verrà responsabilizzato l’amministratore, ma chi ha un riscaldamento autonomo dovrà essere convinto dalla campagna di comunicazione, poiché controllare sarà impossibile. Per quel che riguarda poi i fantomatici pacchetti di energia a prezzi calmierati per le imprese, siamo di fronte a una mera dichiarazione di intenti: dove verrà reperito il gas da vendere sottocosto? Di quanto sarà ridotto il prezzo dell’energia? Chi deciderà quali imprese avranno diritto a questa agevolazione e quali no? Tutte domande senza risposta. Anche se il Mite pensa positivo e arriva a prevedere «risparmi variabili tra 3 e 6 miliardi di metri cubi di gas in un anno» grazie al razionamento dei riscaldamenti, l’uso di combustibili alternativi e l’ottimizzazione dell’utilizzo dell’energia.Come se non bastasse, ieri è arrivato uno stop al rigassificatore di Piombino, pilastro del piano: l’amministrazione comunale ha inviato alla Regione Toscana il primo parere sulla collocazione del rigassificatore nel porto piombinese. «È un parere negativo», spiega il sindaco Francesco Ferrari in una nota, «che, per la parte tecnica redatta dalla task force del Comune, si basa sull’aspetto urbanistico della vicenda, riservandoci di sollevare successivamente le tante questioni in merito alla sicurezza e all’ambiente. Le criticità legate a quel progetto sono innumerevoli e variegate e faremo tutto quanto in nostro potere per farle emergere all’interno dei procedimenti autorizzativi».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-piano-gas-di-cingolani-nasce-monco-case-al-freddo-sulle-imprese-si-vedra-2658004118.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="settimana-prossima-il-dl-anti-rincari-lega-e-m5s-spingono-lo-scostamento" data-post-id="2658004118" data-published-at="1662059563" data-use-pagination="False"> Settimana prossima il dl anti rincari. Lega e M5s spingono lo scostamento La borsa o la vita. L’ennesimo scostamento di bilancio o il precipizio. Oppure, chissà. C’è poco da giraci attorno. Per mitigare il caro bollette serve un’altra vagonata di miliardi. «Trenta» quantifica il leader della Lega, Matteo Salvini, che evoca unità nazionale: «Questi soldi servono adesso, mettiamoci d’accordo». E poco importa se, come ricorda Giorgia Meloni, da premier in pectore, «negli ultimi 15 mesi il debito pubblico italiano è cresciuto di 116 miliardi». Un puntiglio che condivide con il primo ministro ancora in carica: Mario Draghi. L’ex presidente della Bce tiene duro. Per fronteggiare la pandemia, sono stati già approvati sei scostamenti di bilancio. Ma intervenire immediatamente resta comunque imperativo. Il governo invece porterà in Consiglio dei ministri l’attesissimo decreto contro i salassi causati dal prezzo del gas solo la prossima settimana. «Un ampio piano» per sostenere le imprese e abbassare il costo dell’energia promette il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani. Rimane un dirimente tema: con quali risorse? La politica si accapiglia. Anche nel centrodestra, mentre la Lega non pone limiti alla provvidenza statale, Fratelli d’Italia sembra inflessibile. O quasi. «Un ulteriore debito per questa nazione è l’extrema ratio» dice Meloni. «Siamo quelli nel mondo occidentale che si sono già indebitati di più con i soldi del Pnrr». Visto che però le priorità sono cambiate, aggiunge, «quei miliardi dovrebbero essere concentrati sulla priorità delle bollette». Giorgia contro Matteo, dunque. E il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, nel mezzo: «Il governo in carica può e deve intervenire subito con un decreto. Se ci sono i margini per farlo senza ricorrere a un nuovo scostamento di bilancio, ovviamente questo è preferibile per tutti. Ma, in ogni caso, non possiamo assolutamente stare fermi». L’unico a pensarla come Salvini è il presidente dei 5 stelle: Giuseppe Conte, il Mélenchon foggiano, l’italico emulo del leader dell’estrema sinistra francese. Giuseppón, già due mesi fa, in tempi meno sospetti, scriveva a Draghi: «Signor presidente, la crisi in atto richiede un intervento straordinario, ampio e organico, a favore di famiglie e imprese». Conte, indispettito, aggiungeva: «Le abbiamo chiesto più volte uno scostamento di bilancio». Una richiesta che adesso, in pienissima campagna elettorale, diventa l’ennesima arma propagandistica: «Il caro energia e il caro bollette ci stanno strangolando e stanno strangolando le imprese e le famiglie. Quello che ci fa rabbia è che siamo stati inascoltati». Terzista, ovviamente, la posizione dei terzisti. In un’intervista al Corriere della Sera, Carlo Calenda, alla guida dell’egotico centrino, premette: sarebbe meglio evitare lo scostamento di bilancio. Eppure, gli tocca ammettere: «I margini di manovra sono limitatissimi». Dunque? «L’impatto sui conti possiamo gestirlo solo se i partiti si impegneranno a rispettare, una volta al governo, la disciplina di bilancio». Al fu breve alleato, Enrico Letta, segretario del Pd, tocca invece prendere a prestito le parole della stigmatizzata Meloni: anche per lui, lo scostamento è «l’extrema ratio». Da discutere con gli altri Paesi europei, chiarisce: «Le nostre scelte devono essere per una conclamata emergenza. Se le facciamo per campagna elettorale, lo paghiamo in tassi interesse che salgono». La sofisticata posizione lettiana sembra però isolata nel centrosinistra, o quel che ne resta. La fondatrice di +Europa, Emma Bonino, scrive su Twitter che non riesce «a capire la disinvoltura con cui le altre forze politiche continuano a parlare dello scostamento di bilancio». I partiti, annota, «dovrebbero dire la verità ai giovani: il debito pubblico, che già ora si attesta a 2.700 miliardi, “lo pagherete voi”». Anche la premiata coppia Europa verde&Sinistra italiana è contrarissima. L’ecologista fondamentalista Angelo Bonelli spiega che Draghi «ha ragione nel dire no»: le risorse per tagliare le bollette andrebbero reperite dagli extraprofitti. Concorda, da sinistrissima, Nicola Fratoianni: piuttosto che togliere altri soldi ai cittadini, ragiona, bisogna disintegrare i «fenomeni speculativi». Le aziende energetiche italiane, intima, restituiscano il maltolto: nientemeno che 50 miliardi, calcola. A dispetto delle magre percentuali accreditate a Impegno civico, interviene pure Luigi Di Maio. Il titolare degli Esteri conferma che la prossima settimana il decreto arriverà finalmente in Consiglio dei ministri: «Un intervento necessario per supportare nell’immediato le nostre famiglie». Quindi, propone: lo Stato paghi l’80% delle bollette a tutte le imprese. Già, ma con quali danari? «Il tema non è lo scostamento di bilancio» spiega stentoreo Di Maio. «Quello è diventato solo un modo per fare notizia». Ah, sì? «Non abbiamo la preoccupazione di dove reperire i soldi» assicura Giggino. Ha le idee chiare, beato lui. Peccato per lo 0,7% dei sondaggi.
Martino Midali
Non solo luogo di produzione, ma spazio di pensiero, cultura e responsabilità. Perché il futuro della moda italiana, sembra suggerire, non si gioca soltanto su dove si produce, ma su come e perché si sceglie di farlo. E forse è proprio in questa consapevolezza che il Made in Italy può continuare a riconoscersi — e a farsi riconoscere — nel mondo.
A ridosso della giornata del Made in Italy (15 aprile), che significato ha oggi per lei il «fatto in Italia»? Rischia di diventare più uno slogan che una realtà?
«Appartengo a una generazione, quella post anni ’60-’70, che ha creduto profondamente nel valore sociale del lavoro e nella costruzione della classe media. Il Made in Italy, per noi, non è mai stato uno slogan ma una realtà concreta, fatta di cultura, manifattura e identità. La frattura nasce quando, a partire dagli anni ’80, siamo stati considerati “le sartine d’Europa”: lì abbiamo iniziato a perdere qualcosa. Abbiamo progressivamente smantellato un sistema straordinario, come quello tessile della Valle di Biella o della seta a Como, che era frutto di oltre un secolo di sapere industriale. Oggi comunichiamo molto il Made in Italy, ma produciamo sempre meno in Italia. E senza produzione reale, la comunicazione diventa vuota».
Qual è oggi il pericolo più concreto per il Made in Italy: costi, delocalizzazione o perdita di identità?
«Sono tre aspetti legati tra loro, ma il nodo centrale è la perdita della classe media. Senza una classe media forte, viene meno il pubblico naturale del Made in Italy. I costi delle materie prime e della produzione sono diventati altissimi, e questo spinge inevitabilmente verso la delocalizzazione. Ma il vero rischio è che, nel processo, si perda l’identità culturale del prodotto. Se perdiamo il sapere, la mano, la tradizione, perdiamo tutto».
Se potesse chiedere una cosa precisa al governo, concreta e immediata, quale sarebbe per difendere davvero il sistema moda italiano?
«Chiederei un intervento strutturale sul sistema: prima di tutto una forte riduzione dell’Iva sull’abbigliamento, riportandola a livelli più bassi come in passato, per rilanciare i consumi e sostenere la classe media. Poi servono politiche industriali vere per salvaguardare il nostro know-how: valorizzare i distretti tessili, incentivare la produzione interna e creare un sistema che formi nuove competenze. Bisogna anche avere il coraggio di integrare chi arriva in Italia, insegnando un mestiere e inserendolo nella filiera produttiva. È una questione sociale ma anche economica».
I mercati internazionali chiedono ancora «italianità» o stanno cambiando paradigma? Dove funziona di più oggi il brand Martino Midali?
«Il mercato internazionale ha ancora un grande bisogno di italianità, in senso ampio: cultura, stile di vita, qualità. Il problema è che oggi molti consumatori si rifugiano nel marchio, nella “griffe”, anche quando è falso, invece di cercare qualità e autenticità. Il mio prodotto funziona ovunque ci sia una donna consapevole: in tutta Italia, ma anche all’estero. Tuttavia oggi il prezzo è diventato un limite importante, perché anche chi ama il prodotto fatica ad acquistarlo».
Chi compra oggi moda è davvero più attento a qualità e provenienza o prevale ancora il prezzo?
«Il prezzo è diventato determinante. Fare qualità costa, e non tutti possono permettersela. Il rischio è che la qualità passi in secondo piano. Io continuo a credere che un capo debba durare nel tempo, essere vissuto, accompagnare la persona. Ma oggi questa visione è messa sotto pressione dai costi».
Come si è sviluppato il marchio Martino Midali nel tempo?
«Fin dall’inizio ho avuto un’idea chiara: creare capi che la donna potesse interpretare liberamente. Una delle prime rivoluzioni è stata introdurre l’elastico in vita: all’inizio sembrava una follia, poi è diventato un successo. Ho lavorato molto sui tessuti, rendendoli pratici, lavabili, confortevoli, anticipando un’esigenza reale della donna moderna. È stato un percorso lungo, fatto di sperimentazione, tentativi e coerenza».
La moda inclusiva è diventata una parola chiave: nel suo lavoro è una scelta autentica o il sistema la sta trasformando in moda del momento?
«Per me è sempre stata una scelta autentica. Inclusività significa creare capi che si adattino alla vita reale, a tutte le età e a tutte le forme, senza costrizioni. Oggi è diventata una parola di moda, ma per me è sempre stata sostanza: libertà di movimento, comfort, identità».
Quando dice che l’abito è uno spazio da vivere, sta andando contro l’idea tradizionale di moda?
«Sì, in parte. Non ho mai creduto in una moda che impone. L’abito non deve rappresentare lo stilista, ma la persona che lo indossa. Deve essere uno spazio in cui la donna si esprime, si muove, vive. Non una costrizione».
Il suo marchio è sempre stato indipendente: è stata una scelta o una necessità? E oggi rifarebbe lo stesso percorso?
«È stata una necessità legata alla mia personalità. Non riuscirei a fare un lavoro che non mi rappresenta. Non ho mai seguito altri modelli: ho sempre cercato dentro di me la mia strada. E sì, rifarei tutto esattamente allo stesso modo».
Guardando avanti, il futuro di Martino Midali sarà più nella continuità o nella rottura?
«Nella continuità con capacità di rottura. La continuità è la mia identità, la rottura è necessaria per evolvere. Il futuro è trovare questo equilibrio: cambiare senza tradire se stessi».
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Il modulo Halo della stazione Lunar Gateway in costruzione alla Thales Alenia di Torino (Getty Images)
«L’Italia metà dovere/e metà fortuna/Viva l’Italia/L’Italia sulla Luna…». Così cantava Francesco de Gregori nel 1979. Oggi si può dire che quei versi siano diventati la realtà con le missioni Artemis, alle quali l’industria aerospaziale italiana e l’Agenzia Spaziale Italiana hanno dato un contributo essenziale per il programma di ritorno e la successiva colonizzazione della Luna.
La missione Artemis II si è conclusa l’11 aprile 2026 con un successo. Dopo 9 giorni in cui gli astronauti hanno orbitato attorno al satellite terrestre, il rientro (la fase più pericolosa della missione) è avvenuto senza incidenti per il modulo spaziale, dopo l’impatto con l’atmosfera terrestre a 40.000 km/h. Nella progettazione di Orion, il vettore di Artemis, tanta tecnologia italiana nell’ESM, (European Service Module) il modulo di servizio.
Thales Alenia Space (consorzio tra Thales e Leonardo) ha realizzato a Torino la struttura metallica del modulo, lo scheletro in grado di reggere alle incredibili sollecitazioni e di supportare tutti gli elementi che lo compongono, grazie allla struttura composta da una serie di pannelli sandwich con pelli in fibra di carbonio e un'anima a nido d'ape in alluminio. Anche il sistema di raffreddamento, che previene il surriscaldamento della struttura e dei componenti elettronici è stata realizzata a Torino. Le piastre di raffreddamento, parte del sistema, sono invece nate a Modena, realizzate dalla Dtm Technologies, da 25 anni specializzata in costruzioni dedicate al settore aerospaziale, presente anche nelle missioni dello Space Shuttle e della Stazione spaziale internazionale (Iss).
L’industria italiana, si può dire, ha contribuito anche alla corretta ossigenazione dell’aria respirata dall’equipaggio di Artemis II, grazie alle valvole realizzate dalla CrioTec di Chivasso. Sempre in provincia di Torino, a Sommariva del Bosco, Alfa Meccanica ha fornito i 4 serbatoi da 80 litri d’acqua come riserva per gli astronauti durante i 9 giorni della missione. A poca distanza da Alfa Meccanica, a Pianezza (Torino), la Aviotec ha realizzato le reti a ragnatela chiamate «spidernets» che reggono la copertura in kevlar della parte inferiore del modulo ESM.
A Nerviano, nell’hinterland milanese, sono nati i pannelli solari che garantiscono al modulo l’alimentazione elettrica. Leonardo ha fornito le 4 «ali» composte a loro volta da 3 pannelli lunghi 7 metri ciascuno, che garantiscono una produzione di elettricità da 11 kilowatt.
Oltre alla realizzazione del modulo ESM, l’industria italiana sta contribuendo attivamente alle missioni Artemis anche per quanto riguarda le fasi future, vale a dire il prossimo allunaggio e i progetti di colonizzazione stabile del suolo lunare. Dal 2020, anno degli accordi di intesa tra Asi e Nasa sul programma spaziale dedicato alla Luna, l’industria aerospaziale italiana si è dedicata non soltanto alla realizzazione dei vettori, ma anche agli strumenti e alle strutture progettate per una presenza stabile dell’uomo sul satellite della Terra.
A Bassano del Grappa (Vicenza) ha preso forma uno strumento molto importante per le comunicazioni Terra-Luna, dopo gli accordi tra Asi e Nasa. Alla Quascom, in collaborazione con il Politecnico di Torino, è stato realizzato il LuGRE (Lunar Gnss Receiver Experiment), uno strumento tutto made in Italy in grado di captare ed amplificare i segnali satellitari sulla superficie della Luna, uno degli aspetti più problematici nelle fasi preliminari delle missioni Artemis, dato che i segnali sono fino a 10.000 volte più deboli di quelli captati sulla Terra dal Gps e dai satelliti come Galileo. Lo strumento si trova attualmente nel Mare delle Crisi sulla superficie lunare, dopo l’allunaggio avvenuto il 2 marzo 2025. Il LuGRE ha acquisito per la prima volta i segnali GPS oltre i 200.000 chilometri dalla Terra e di Galileo oltre l’orbita terrestre.
Un altro programma delle missioni Artemis parla italiano: si tratta di Halo. Il primo modulo abitativo cislunare agganciato a Lunar Gateway, stazione spaziale nell’orbita lunare per gli astronauti in viaggio, una collaborazione tra Nasa e l’Agenzia Spaziale Europea, dove l’Italia è partner principale. Costituito da 7 moduli simili a quelli della Iss, il Lunar Gateway permetterà agli astronauti di risiedere nell’orbita lunare anche per scopi scientifici per una permanenza fino a 3 mesi. Halo rappresenta il modulo abitativo della stazione, realizzato a Torino da Thales Alenia in collaborazione con l’americana Northrop Grumman. Sul progetto, attualmente gravano molte incertezze perché i tagli (circa il 24% del budget) decisi dall’attuale amministrazione Usa hanno temporaneamente congelato i piani riguardo al Lunar Gateway, indicando una priorità alla realizzazione di una base direttamente sulla superficie lunare, fatto che richiederebbe una totale riprogettazione dei componenti della stazione, Halo compreso.Continua a leggereRiduci
Domenico Dolce e Stefano Gabbana (Ansa)
Perché qui non siamo più al romanzo fashion degli anni Ottanta, quando Domenico Dolce e Stefano Gabbana, ragazzi originari di Polizzi Generosa, Madonie, provincia di Palermo, si incontrano in un ufficio stile di Milano. La madre di Domenico fa la sarta. Cuce vestiti e prepara rammendi. Introduce il figlio ai segreti dell’ago e del filo. I due ragazzi si innamorano, fondano un marchio e conquistano il mondo a colpi di Sicilia, pizzi, vedove nere e sensualità mediterranea. Vecchi ricordi perché adesso siamo all’ultima stagione, quella dove i conti correnti fanno più paura delle recensioni dei giornali di moda.
Il segnale è arrivato: Stefano Gabbana si è dimesso dalla presidenza del gruppo. Ufficialmente, «una naturale evoluzione della governance». Qualcosa si muove. Ma non per preparare la collezione autunno-inverno.
Il punto è che quando uno dei due fondatori, dopo oltre quarant’anni di sodalizio professionale (e una storia sentimentale finita ma mai archiviata), lascia la poltrona e contemporaneamente valuta la cessione del suo 40%, non siamo davanti a un semplice riassetto. Siamo alla vigilia del divorzio. Non più solo sentimentale, come vent’anni fa. Ma industriale. Finanziario. Definitivo. Il marchio Dolce & Gabbana potrebbe diventare davvero Dolce end Gabbana. Ognuno per conto proprio. Oppure, più brutalmente, Dolce senza Gabbana. Un marchio monco, come suggerisce con ironia involontaria anche il rilancio del profumo «The One»: l’unico. Già, ma quale dei due? E pensare che tutto era cominciato sotto una stella. Anzi, sotto una popstar. Perché se oggi parliamo di un impero da circa due miliardi di fatturato, lo dobbiamo anche a quella scena quasi mitologica: Madonna che irrompe a una loro sfilata milanese. Erano quasi sconosciuti. Diventano un fenomeno globale. Una benedizione laica. Un’investitura pop. Il momento in cui il brand smette di essere un sogno italiano e diventa una macchina internazionale. Madonna li ha lanciati. Madonna è tornata al Metropol in viale Piave a Milano per l’ultima sfilata. Madonna è il testimonial del profumo. Quasi un cerchio che si chiude. O forse un cappio che si stringe.
Perché nel frattempo, dietro le luci, c’è il lato meno glamour della moda: il debito. E qui i numeri non sono accessori, sono protagonisti: 450 milioni di esposizione. Trattative in corso con le banche. Richiesta di nuova liquidità fino a 150 milioni. Ipotesi di cessione di immobili per fare cassa.
Altro che abiti sartoriali: qui si sta cucendo un vestito finanziario su misura, con il rischio che non basti il filo.
La crisi globale del lusso, aggravata dalle tensioni geopolitiche – vedi la guerra in Iran – ha fatto il resto. Meno domanda, margini sotto pressione, scadenze che diventano più pesanti di una pelliccia in agosto.
E allora il gioco cambia: non si tratta più solo di creare desiderio, ma di convincere i creditori. Nel nuovo fashion system, i creativi sono seduti nei consigli di amministrazione delle banche.
Rothschild & Co. è già al tavolo. I negoziati sono aperti. E quando entrano in scena certi nomi, significa che la partita è seria. Molto seria. Nel frattempo, Alfonso Dolce fratelli di Domenicoprende la presidenza, mentre si prepara l’arrivo di manager pesanti come Stefano Cantino, ex Gucci. Segno che la casa sta cercando una nuova struttura, più manageriale, meno romantica. La difficoltà di Dolce & Gabbana non è un caso isolato. È un nuovo sintomo della crisi del fashion “made in Italy. Il messaggio è chiaro: l’indipendenza nel lusso sta diventando un lusso. Chi vuole restare solo, deve avere spalle molto larghe. O conti molto solidi. Meglio entrambe.
E allora eccoci al punto: cosa diventerà Dolce & Gabbana? Ancora D&G, come lo abbiamo conosciuto? Oppure D&D, Dolce & Debito, marchio simbolo di una stagione che cambia? O ancora, Dolce end Gabbana, con tanto di titoli di coda su uno dei sodalizi più iconici della moda italiana? Perché il vero spettacolo non è mai solo sulla passerella. È dietro le quinte.
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Ansa
Perché l’aumento delle riserve non coincide con la capacità di trattenerle per distribuirle. Le paratie dei bacini vengono aperte per evitare la tracimazione e la risorsa viene lasciata scivolare via, letteralmente, verso il mare. Uno spreco che nasce da limiti infrastrutturali, non dalla mancanza d’acqua. È il paradosso certificato dall’Osservatorio dell’Anbi, l’associazione che tutela i Consorzi di bonifica italiani: dighe al limite della capienza e, nello stesso momento, territori che continuano a fare i conti con una gestione fragile, incompleta, a tratti inefficace.
Gli invasi sono pieni e devono rilasciare acqua per ragioni di sicurezza. Così una parte consistente della risorsa viene dispersa. In Molise la diga del Liscione ha aperto le paratie scaricando 240 metri cubi al secondo. In Puglia la diga di Occhito, che disseta la piana del Tavoliere, ha aumentato il proprio volume di 69 milioni di metri cubi in appena due giorni. In Basilicata (Regione che lo scorso anno ha dovuto fronteggiare una importante crisi idrica) lo sbarramento di Monte Cotugno, sul fiume Sinni, ha superato i 240 metri, arrivando oltre la quota di sicurezza. Ma è in Sicilia che il cortocircuito diventa evidente. Da una parte bacini potenzialmente capaci di contenere 1 miliardo di metri cubi d’acqua, sufficienti al fabbisogno dell’intera isola. Dall’altra una realtà in cui ne viene trattenuta solo la metà. Il motivo è noto: mancano collaudi, manutenzioni, interventi strutturali. Solo 25 delle 45 dighe siciliane possono funzionare a pieno regime. Più della metà del sistema è, di fatto, limitato o addirittura inutilizzabile. Non a caso il primo provvedimento firmato dal nuovo Commissario all’emergenza idrica nazionale Fabio Ciciliano prolunga il funzionamento del dissalatore di Porto Empedocle. Eppure la versione ufficiale è diversa.
«Nessuna situazione critica negli invasi siciliani, come è facile evincere dal report, aggiornato al primo marzo e appena pubblicato dall’Autorità di bacino della Regione. L’interpretazione dei dati fatta da alcuni di organi di stampa, infatti, è fuorviante e non restituisce il quadro reale», afferma Carmelo Frittitta, segretario generale dell’Autorità di bacino siciliana. E spiega: «Gli invasi registrano un livello di acqua superiore del 57 per cento rispetto al 2025 e del 38 rispetto al mese scorso, un incremento significativo che testimonia un netto miglioramento della disponibilità idrica grazie alle abbondanti piogge e ai lavori che hanno consentito di captare maggiormente questa acqua». A queste riserve idriche si aggiungono, inoltre, gli oltre 2.000 litri al secondo, che diventeranno presto 4.000, già recuperati grazie alle centinaia di interventi della Regione sui pozzi e reti, oltre all’apporto dei tre dissalatori costruiti a Trapani, Porto Empedocle e Gela. Ma basta leggere i numeri fino in fondo per capire che il problema resta.
Secondo il report dell’Autorità di Bacino, a fronte di una capacità di circa 1 miliardo di metri cubi, le dighe ne contengono 536,11 milioni. E dentro questi numeri c’è un’altra verità: circa 160 milioni di metri cubi sono in realtà sabbia e terra accumulati negli anni. Spazio sottratto all’acqua. La risorsa davvero utilizzabile scende così a circa 370 milioni, poco più di un terzo della capacità. Il dato reale è quindi molto più basso di quello apparente. E i numeri delle singole dighe sono altrettanto indicativi. La Garcia, nel Palermitano, ha accumulato 30 milioni su una capacità di 80. La Nicoletti 8,54 su 20,20. La Pozzillo 53 su 150. Non è solo una questione di pioggia. Infrastrutture che non rendono quanto potrebbero. Il nodo è strutturale e viene da lontano. «La verità è che le dighe sono state considerate contenitori a perdere e gli enti hanno rinunciato a pulirle perché ormai è troppo costoso e svuotare del fango un invaso oggi costa quanto costruirne uno nuovo», spiega l’ingegner Leonardo Santoro, alla guida dell’Autorità di bacino fino al febbraio scorso. La lista degli interventi necessari è chiara: «Sfangamento, interventi di riduzione dell’apporto solido, riefficientamento impiantistico, idraulico, consolidamenti statici e collaudi».
Dopo la crisi degli ultimi due anni, la Regione guidata da Renato Schifani ha stanziato circa 170 milioni. Ma le misure si sono concentrate soprattutto su nuovi pozzi e sulla riduzione delle perdite della rete: circa 2.000 litri al secondo recuperati, con altri 1.500 previsti entro sei mesi e 500 entro due anni. Soluzioni che tamponano l’emergenza ma che non si presentano come risolutive. Tutto è demandato alla clemenza del meteo. Come nel Lazio, dove calano i livelli dei laghi Albano e Nemi, mentre il Tevere aumenta la portata e il Velino resta sotto media. In Abruzzo si registrano piogge fino al 400 per cento sopra la media lungo la costa, con quasi 300 millimetri a Ortona, mentre nell’entroterra si scende a 20 millimetri. In Campania crescono i livelli dei fiumi Sele e Volturno, ma gli invasi del Velia sono già colmi. La soluzione: paratie aperte. Anche se in vista c’è la prossima crisi idrica estiva. Perché il sistema continuerà a rincorrere l’acqua, anche quando l’acqua c’è.
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