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2022-09-02
Nessun aiuto sulle bollette. Solo tagli al riscaldamento
Roberto Cingolani (Ansa)
L’Italia si prepara alla tempesta perfetta, quella della crisi energetica, con misure che almeno per il momento appaiono più che altro un pannicello caldo. Caldo ma non troppo: ieri in cdm il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha illustrato al premier, Mario Draghi, e ai colleghi il piano di risparmio sul gas. L’unica misura praticamente certa, che verrà messa nero su bianco nei prossimi giorni, è la riduzione di un grado (da 20 a 19) e lo spegnimento degli impianti di riscaldamento un’ora prima del solito a partire dal mese di ottobre nelle abitazioni private e negli uffici pubblici, mentre è esclusa la dad per gli studenti.
Singolare, per non dire tragicomica, l’ipotesi che invece vedrebbe la riduzione di due gradi di temperatura e di due ore al giorno dei riscaldamenti nelle aree del Paese dove il clima è meno rigido: praticamente al Sud e nelle isole gli italiani dovrebbero affrontare un inverno più gelido rispetto ai compatrioti del Centro e del Nord, anche se il Meridione d’Italia, ma forse questo Cingolani non lo sa, è pieno di centri abitati situati in montagna o in collina, dove il freddo punge eccome.
Per le imprese, a quanto apprende La Verità da fonti di governo, si prevede di vendere pacchetti di energia a prezzi calmierati a quelle più esposte, le cosiddette energivore e gasivore, a forte consumo di energia elettrica e gas. Questi pacchetti consisterebbero in energia prodotta in Italia e rinnovabili. Niente smart working per le aziende, niente spegnimenti delle vetrine, niente razionamenti: l’Italia, che secondo Cingolani ha un ottimo livello di stoccaggio di gas, all’81%, e che ha ridotto la sua dipendenza dal gas russo dal 40% al 18%, sceglie una linea molto soft, basata più che altro su una campagna di comunicazione che verrà realizzata attraverso degli spot. Prepariamoci quindi a vedere in tv e ascoltare in radio qualche Vip che ci invita a fare meno docce, a spegnere le lampadine o a utilizzare quelle a basso consumo, a non lasciare la tv accesa e altri suggerimenti di questo genere, suggerimenti che le nostre nonne ci hanno abituati ad ascoltare fin da bambini, ma che sono sostanzialmente il nulla rispetto alla gigantesca crisi che incombe.
Il piano verrà inviato a Bruxelles per essere vagliato dalla Commissione europea, entro la scadenza del 15 ottobre, e contiene anche le previsioni nel caso in cui la situazione dovesse precipitare: ad esempio, se la Russia dovesse ridurre ulteriormente o addirittura interrompere le forniture di gas ai Paesi europei. A mettere a rischio il piano di Cingolani, anche l’eventuale ritardo nella realizzazione del rigassificatore di Piombino: se non si procederà in maniera spedita, in primavera la situazione potrebbe precipitare.
«Il piano», aggiunge alla Verità un’altra fonte di governo, «è basato su due gambe. La prima: la prossima settimana interverremo con un provvedimento molto importante per il sostegno all’economia, il ministro Daniele Franco sta lavorando per reperire le risorse. La cifra non è ancora stata stabilita ma una cosa si può dire: non ci sarà alcuno scostamento di bilancio. Lo stesso Giulio Tremonti», argomenta la nostra fonte, «ha dichiarato di essere contrario. La seconda gamba è il piano di risparmio energetico, che Cingolani ha illustrato in Consiglio dei ministri in maniera sintetica, e che verrà messo a punto nei prossimi giorni. Un piano basato sulle buone pratiche: basta veramente un piccolo sacrificio, come usare lampadine a basso consumo, stare attenti a non sprecare ettolitri di acqua calda, abbassare di un minimo il riscaldamento, per risparmiare una enorme quantità di energia».
Siamo, come appare evidente, di fronte a una non scelta, probabilmente dettata da una precisa strategia politica, quella di lasciare al probabile futuro governo di centrodestra il peso di decisioni più drastiche e impopolari. Il piano di Cingolani è infatti costellato di contraddizioni, paradossi, lacune. Iniziamo dalla riduzione della temperatura dei riscaldamenti e dello spegnimento anticipato degli stessi: chi controllerà che le misure vengano rispettate? Nel caso dei condomini a impianto centralizzato verrà responsabilizzato l’amministratore, ma chi ha un riscaldamento autonomo dovrà essere convinto dalla campagna di comunicazione, poiché controllare sarà impossibile. Per quel che riguarda poi i fantomatici pacchetti di energia a prezzi calmierati per le imprese, siamo di fronte a una mera dichiarazione di intenti: dove verrà reperito il gas da vendere sottocosto? Di quanto sarà ridotto il prezzo dell’energia? Chi deciderà quali imprese avranno diritto a questa agevolazione e quali no? Tutte domande senza risposta. Anche se il Mite pensa positivo e arriva a prevedere «risparmi variabili tra 3 e 6 miliardi di metri cubi di gas in un anno» grazie al razionamento dei riscaldamenti, l’uso di combustibili alternativi e l’ottimizzazione dell’utilizzo dell’energia.
Come se non bastasse, ieri è arrivato uno stop al rigassificatore di Piombino, pilastro del piano: l’amministrazione comunale ha inviato alla Regione Toscana il primo parere sulla collocazione del rigassificatore nel porto piombinese. «È un parere negativo», spiega il sindaco Francesco Ferrari in una nota, «che, per la parte tecnica redatta dalla task force del Comune, si basa sull’aspetto urbanistico della vicenda, riservandoci di sollevare successivamente le tante questioni in merito alla sicurezza e all’ambiente. Le criticità legate a quel progetto sono innumerevoli e variegate e faremo tutto quanto in nostro potere per farle emergere all’interno dei procedimenti autorizzativi».
Settimana prossima il dl anti rincari. Lega e M5s spingono lo scostamento
La borsa o la vita. L’ennesimo scostamento di bilancio o il precipizio. Oppure, chissà. C’è poco da giraci attorno. Per mitigare il caro bollette serve un’altra vagonata di miliardi. «Trenta» quantifica il leader della Lega, Matteo Salvini, che evoca unità nazionale: «Questi soldi servono adesso, mettiamoci d’accordo». E poco importa se, come ricorda Giorgia Meloni, da premier in pectore, «negli ultimi 15 mesi il debito pubblico italiano è cresciuto di 116 miliardi». Un puntiglio che condivide con il primo ministro ancora in carica: Mario Draghi. L’ex presidente della Bce tiene duro. Per fronteggiare la pandemia, sono stati già approvati sei scostamenti di bilancio. Ma intervenire immediatamente resta comunque imperativo. Il governo invece porterà in Consiglio dei ministri l’attesissimo decreto contro i salassi causati dal prezzo del gas solo la prossima settimana. «Un ampio piano» per sostenere le imprese e abbassare il costo dell’energia promette il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani.
Rimane un dirimente tema: con quali risorse? La politica si accapiglia. Anche nel centrodestra, mentre la Lega non pone limiti alla provvidenza statale, Fratelli d’Italia sembra inflessibile. O quasi. «Un ulteriore debito per questa nazione è l’extrema ratio» dice Meloni. «Siamo quelli nel mondo occidentale che si sono già indebitati di più con i soldi del Pnrr». Visto che però le priorità sono cambiate, aggiunge, «quei miliardi dovrebbero essere concentrati sulla priorità delle bollette». Giorgia contro Matteo, dunque. E il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, nel mezzo: «Il governo in carica può e deve intervenire subito con un decreto. Se ci sono i margini per farlo senza ricorrere a un nuovo scostamento di bilancio, ovviamente questo è preferibile per tutti. Ma, in ogni caso, non possiamo assolutamente stare fermi».
L’unico a pensarla come Salvini è il presidente dei 5 stelle: Giuseppe Conte, il Mélenchon foggiano, l’italico emulo del leader dell’estrema sinistra francese. Giuseppón, già due mesi fa, in tempi meno sospetti, scriveva a Draghi: «Signor presidente, la crisi in atto richiede un intervento straordinario, ampio e organico, a favore di famiglie e imprese». Conte, indispettito, aggiungeva: «Le abbiamo chiesto più volte uno scostamento di bilancio». Una richiesta che adesso, in pienissima campagna elettorale, diventa l’ennesima arma propagandistica: «Il caro energia e il caro bollette ci stanno strangolando e stanno strangolando le imprese e le famiglie. Quello che ci fa rabbia è che siamo stati inascoltati».
Terzista, ovviamente, la posizione dei terzisti. In un’intervista al Corriere della Sera, Carlo Calenda, alla guida dell’egotico centrino, premette: sarebbe meglio evitare lo scostamento di bilancio. Eppure, gli tocca ammettere: «I margini di manovra sono limitatissimi». Dunque? «L’impatto sui conti possiamo gestirlo solo se i partiti si impegneranno a rispettare, una volta al governo, la disciplina di bilancio». Al fu breve alleato, Enrico Letta, segretario del Pd, tocca invece prendere a prestito le parole della stigmatizzata Meloni: anche per lui, lo scostamento è «l’extrema ratio». Da discutere con gli altri Paesi europei, chiarisce: «Le nostre scelte devono essere per una conclamata emergenza. Se le facciamo per campagna elettorale, lo paghiamo in tassi interesse che salgono».
La sofisticata posizione lettiana sembra però isolata nel centrosinistra, o quel che ne resta. La fondatrice di +Europa, Emma Bonino, scrive su Twitter che non riesce «a capire la disinvoltura con cui le altre forze politiche continuano a parlare dello scostamento di bilancio». I partiti, annota, «dovrebbero dire la verità ai giovani: il debito pubblico, che già ora si attesta a 2.700 miliardi, “lo pagherete voi”». Anche la premiata coppia Europa verde&Sinistra italiana è contrarissima. L’ecologista fondamentalista Angelo Bonelli spiega che Draghi «ha ragione nel dire no»: le risorse per tagliare le bollette andrebbero reperite dagli extraprofitti. Concorda, da sinistrissima, Nicola Fratoianni: piuttosto che togliere altri soldi ai cittadini, ragiona, bisogna disintegrare i «fenomeni speculativi». Le aziende energetiche italiane, intima, restituiscano il maltolto: nientemeno che 50 miliardi, calcola.
A dispetto delle magre percentuali accreditate a Impegno civico, interviene pure Luigi Di Maio. Il titolare degli Esteri conferma che la prossima settimana il decreto arriverà finalmente in Consiglio dei ministri: «Un intervento necessario per supportare nell’immediato le nostre famiglie». Quindi, propone: lo Stato paghi l’80% delle bollette a tutte le imprese. Già, ma con quali danari? «Il tema non è lo scostamento di bilancio» spiega stentoreo Di Maio. «Quello è diventato solo un modo per fare notizia». Ah, sì? «Non abbiamo la preoccupazione di dove reperire i soldi» assicura Giggino. Ha le idee chiare, beato lui. Peccato per lo 0,7% dei sondaggi.
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In cdm il ministro Roberto Cingolani annuncia i piani di razionamento per case e uffici pubblici: ancora niente sul vero nodo, cioè le aziende. Rinviato invece a settimana prossima il decreto per sterilizzare i costi.Lo speciale comprende due articoli.L’Italia si prepara alla tempesta perfetta, quella della crisi energetica, con misure che almeno per il momento appaiono più che altro un pannicello caldo. Caldo ma non troppo: ieri in cdm il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha illustrato al premier, Mario Draghi, e ai colleghi il piano di risparmio sul gas. L’unica misura praticamente certa, che verrà messa nero su bianco nei prossimi giorni, è la riduzione di un grado (da 20 a 19) e lo spegnimento degli impianti di riscaldamento un’ora prima del solito a partire dal mese di ottobre nelle abitazioni private e negli uffici pubblici, mentre è esclusa la dad per gli studenti. Singolare, per non dire tragicomica, l’ipotesi che invece vedrebbe la riduzione di due gradi di temperatura e di due ore al giorno dei riscaldamenti nelle aree del Paese dove il clima è meno rigido: praticamente al Sud e nelle isole gli italiani dovrebbero affrontare un inverno più gelido rispetto ai compatrioti del Centro e del Nord, anche se il Meridione d’Italia, ma forse questo Cingolani non lo sa, è pieno di centri abitati situati in montagna o in collina, dove il freddo punge eccome.Per le imprese, a quanto apprende La Verità da fonti di governo, si prevede di vendere pacchetti di energia a prezzi calmierati a quelle più esposte, le cosiddette energivore e gasivore, a forte consumo di energia elettrica e gas. Questi pacchetti consisterebbero in energia prodotta in Italia e rinnovabili. Niente smart working per le aziende, niente spegnimenti delle vetrine, niente razionamenti: l’Italia, che secondo Cingolani ha un ottimo livello di stoccaggio di gas, all’81%, e che ha ridotto la sua dipendenza dal gas russo dal 40% al 18%, sceglie una linea molto soft, basata più che altro su una campagna di comunicazione che verrà realizzata attraverso degli spot. Prepariamoci quindi a vedere in tv e ascoltare in radio qualche Vip che ci invita a fare meno docce, a spegnere le lampadine o a utilizzare quelle a basso consumo, a non lasciare la tv accesa e altri suggerimenti di questo genere, suggerimenti che le nostre nonne ci hanno abituati ad ascoltare fin da bambini, ma che sono sostanzialmente il nulla rispetto alla gigantesca crisi che incombe. Il piano verrà inviato a Bruxelles per essere vagliato dalla Commissione europea, entro la scadenza del 15 ottobre, e contiene anche le previsioni nel caso in cui la situazione dovesse precipitare: ad esempio, se la Russia dovesse ridurre ulteriormente o addirittura interrompere le forniture di gas ai Paesi europei. A mettere a rischio il piano di Cingolani, anche l’eventuale ritardo nella realizzazione del rigassificatore di Piombino: se non si procederà in maniera spedita, in primavera la situazione potrebbe precipitare. «Il piano», aggiunge alla Verità un’altra fonte di governo, «è basato su due gambe. La prima: la prossima settimana interverremo con un provvedimento molto importante per il sostegno all’economia, il ministro Daniele Franco sta lavorando per reperire le risorse. La cifra non è ancora stata stabilita ma una cosa si può dire: non ci sarà alcuno scostamento di bilancio. Lo stesso Giulio Tremonti», argomenta la nostra fonte, «ha dichiarato di essere contrario. La seconda gamba è il piano di risparmio energetico, che Cingolani ha illustrato in Consiglio dei ministri in maniera sintetica, e che verrà messo a punto nei prossimi giorni. Un piano basato sulle buone pratiche: basta veramente un piccolo sacrificio, come usare lampadine a basso consumo, stare attenti a non sprecare ettolitri di acqua calda, abbassare di un minimo il riscaldamento, per risparmiare una enorme quantità di energia».Siamo, come appare evidente, di fronte a una non scelta, probabilmente dettata da una precisa strategia politica, quella di lasciare al probabile futuro governo di centrodestra il peso di decisioni più drastiche e impopolari. Il piano di Cingolani è infatti costellato di contraddizioni, paradossi, lacune. Iniziamo dalla riduzione della temperatura dei riscaldamenti e dello spegnimento anticipato degli stessi: chi controllerà che le misure vengano rispettate? Nel caso dei condomini a impianto centralizzato verrà responsabilizzato l’amministratore, ma chi ha un riscaldamento autonomo dovrà essere convinto dalla campagna di comunicazione, poiché controllare sarà impossibile. Per quel che riguarda poi i fantomatici pacchetti di energia a prezzi calmierati per le imprese, siamo di fronte a una mera dichiarazione di intenti: dove verrà reperito il gas da vendere sottocosto? Di quanto sarà ridotto il prezzo dell’energia? Chi deciderà quali imprese avranno diritto a questa agevolazione e quali no? Tutte domande senza risposta. Anche se il Mite pensa positivo e arriva a prevedere «risparmi variabili tra 3 e 6 miliardi di metri cubi di gas in un anno» grazie al razionamento dei riscaldamenti, l’uso di combustibili alternativi e l’ottimizzazione dell’utilizzo dell’energia.Come se non bastasse, ieri è arrivato uno stop al rigassificatore di Piombino, pilastro del piano: l’amministrazione comunale ha inviato alla Regione Toscana il primo parere sulla collocazione del rigassificatore nel porto piombinese. «È un parere negativo», spiega il sindaco Francesco Ferrari in una nota, «che, per la parte tecnica redatta dalla task force del Comune, si basa sull’aspetto urbanistico della vicenda, riservandoci di sollevare successivamente le tante questioni in merito alla sicurezza e all’ambiente. Le criticità legate a quel progetto sono innumerevoli e variegate e faremo tutto quanto in nostro potere per farle emergere all’interno dei procedimenti autorizzativi».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-piano-gas-di-cingolani-nasce-monco-case-al-freddo-sulle-imprese-si-vedra-2658004118.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="settimana-prossima-il-dl-anti-rincari-lega-e-m5s-spingono-lo-scostamento" data-post-id="2658004118" data-published-at="1662059563" data-use-pagination="False"> Settimana prossima il dl anti rincari. Lega e M5s spingono lo scostamento La borsa o la vita. L’ennesimo scostamento di bilancio o il precipizio. Oppure, chissà. C’è poco da giraci attorno. Per mitigare il caro bollette serve un’altra vagonata di miliardi. «Trenta» quantifica il leader della Lega, Matteo Salvini, che evoca unità nazionale: «Questi soldi servono adesso, mettiamoci d’accordo». E poco importa se, come ricorda Giorgia Meloni, da premier in pectore, «negli ultimi 15 mesi il debito pubblico italiano è cresciuto di 116 miliardi». Un puntiglio che condivide con il primo ministro ancora in carica: Mario Draghi. L’ex presidente della Bce tiene duro. Per fronteggiare la pandemia, sono stati già approvati sei scostamenti di bilancio. Ma intervenire immediatamente resta comunque imperativo. Il governo invece porterà in Consiglio dei ministri l’attesissimo decreto contro i salassi causati dal prezzo del gas solo la prossima settimana. «Un ampio piano» per sostenere le imprese e abbassare il costo dell’energia promette il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani. Rimane un dirimente tema: con quali risorse? La politica si accapiglia. Anche nel centrodestra, mentre la Lega non pone limiti alla provvidenza statale, Fratelli d’Italia sembra inflessibile. O quasi. «Un ulteriore debito per questa nazione è l’extrema ratio» dice Meloni. «Siamo quelli nel mondo occidentale che si sono già indebitati di più con i soldi del Pnrr». Visto che però le priorità sono cambiate, aggiunge, «quei miliardi dovrebbero essere concentrati sulla priorità delle bollette». Giorgia contro Matteo, dunque. E il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, nel mezzo: «Il governo in carica può e deve intervenire subito con un decreto. Se ci sono i margini per farlo senza ricorrere a un nuovo scostamento di bilancio, ovviamente questo è preferibile per tutti. Ma, in ogni caso, non possiamo assolutamente stare fermi». L’unico a pensarla come Salvini è il presidente dei 5 stelle: Giuseppe Conte, il Mélenchon foggiano, l’italico emulo del leader dell’estrema sinistra francese. Giuseppón, già due mesi fa, in tempi meno sospetti, scriveva a Draghi: «Signor presidente, la crisi in atto richiede un intervento straordinario, ampio e organico, a favore di famiglie e imprese». Conte, indispettito, aggiungeva: «Le abbiamo chiesto più volte uno scostamento di bilancio». Una richiesta che adesso, in pienissima campagna elettorale, diventa l’ennesima arma propagandistica: «Il caro energia e il caro bollette ci stanno strangolando e stanno strangolando le imprese e le famiglie. Quello che ci fa rabbia è che siamo stati inascoltati». Terzista, ovviamente, la posizione dei terzisti. In un’intervista al Corriere della Sera, Carlo Calenda, alla guida dell’egotico centrino, premette: sarebbe meglio evitare lo scostamento di bilancio. Eppure, gli tocca ammettere: «I margini di manovra sono limitatissimi». Dunque? «L’impatto sui conti possiamo gestirlo solo se i partiti si impegneranno a rispettare, una volta al governo, la disciplina di bilancio». Al fu breve alleato, Enrico Letta, segretario del Pd, tocca invece prendere a prestito le parole della stigmatizzata Meloni: anche per lui, lo scostamento è «l’extrema ratio». Da discutere con gli altri Paesi europei, chiarisce: «Le nostre scelte devono essere per una conclamata emergenza. Se le facciamo per campagna elettorale, lo paghiamo in tassi interesse che salgono». La sofisticata posizione lettiana sembra però isolata nel centrosinistra, o quel che ne resta. La fondatrice di +Europa, Emma Bonino, scrive su Twitter che non riesce «a capire la disinvoltura con cui le altre forze politiche continuano a parlare dello scostamento di bilancio». I partiti, annota, «dovrebbero dire la verità ai giovani: il debito pubblico, che già ora si attesta a 2.700 miliardi, “lo pagherete voi”». Anche la premiata coppia Europa verde&Sinistra italiana è contrarissima. L’ecologista fondamentalista Angelo Bonelli spiega che Draghi «ha ragione nel dire no»: le risorse per tagliare le bollette andrebbero reperite dagli extraprofitti. Concorda, da sinistrissima, Nicola Fratoianni: piuttosto che togliere altri soldi ai cittadini, ragiona, bisogna disintegrare i «fenomeni speculativi». Le aziende energetiche italiane, intima, restituiscano il maltolto: nientemeno che 50 miliardi, calcola. A dispetto delle magre percentuali accreditate a Impegno civico, interviene pure Luigi Di Maio. Il titolare degli Esteri conferma che la prossima settimana il decreto arriverà finalmente in Consiglio dei ministri: «Un intervento necessario per supportare nell’immediato le nostre famiglie». Quindi, propone: lo Stato paghi l’80% delle bollette a tutte le imprese. Già, ma con quali danari? «Il tema non è lo scostamento di bilancio» spiega stentoreo Di Maio. «Quello è diventato solo un modo per fare notizia». Ah, sì? «Non abbiamo la preoccupazione di dove reperire i soldi» assicura Giggino. Ha le idee chiare, beato lui. Peccato per lo 0,7% dei sondaggi.
Federico Vecchioni (Ansa)
History Law & Economics dalla Lumsa, la Libera Università Maria Santissima Assunta. Il conferimento, approvato dal dipartimento di giurisprudenza, economia e comunicazione dell’ateneo - con successiva delibera del Senato Accademico - si deve al fatto che la figura professionale di Vecchioni rappresenta «un punto di riferimento di rilievo nel panorama dell’economia agroalimentare italiana e mediterranea, per la capacità di coniugare visione strategica, innovazione tecnologica e attenzione ai profili di sostenibilità economica, sociale e ambientale».
La cerimonia è stata introdotta dal professor Gabriele Carapezza Figlia, coordinatore del collegio dei docenti del dottorato di ricerca in Mediterranean Studies e la laudatio è stata curata dal professor Giovanni Battista Dagnino, ordinario di economia e gestione delle imprese. A conferire titolo e proclamazione, il professor Francesco Bonini, rettore dell’ateneo. Alla cerimonia è seguita la lectio magistralis di Vecchioni. «Ricevere questo dottorato honoris causa dalla Libera Università Maria Santissima Assunta», le parole pronunciate da Vecchioni, «rappresenta per me un grande onore e una grande responsabilità. Ho sempre creduto nel valore del dialogo tra impresa, istituzioni e mondo accademico come leva per generare sviluppo duraturo. Il Mediterraneo non è soltanto uno spazio geografico, ma un orizzonte culturale ed economico strategico, nel quale l’Italia può e deve esercitare un ruolo da protagonista attraverso innovazione, sostenibilità e cooperazione internazionale». «In quest’ottica», ha proseguito quindi il presidente di Bonifiche Ferraresi, «si inseriscono le iniziative internazionali portate avanti da Bf con l’obiettivo di creare la più importante riserva agricolo alimentare del Mediterraneo».
A completamento delle formalità si pone poi il discorso del rettore della Lumsa, professor Bonini, che ha voluto rimarcare l’importanza del conferimento accademico: «Il dottorato in Mediterranean Studies, basato nel nostro dipartimento di Palermo, traguarda anche l’importante investimento che l’Università Lumsa ha aperto con l’istituzione del nostro University Africa Center. Il conferimento del dottorato a una personalità come quella di Federico Vecchioni vuole essere esemplare per i nostri studenti e studentesse, e per un impegno di ricerca, sviluppo e collaborazione con le realtà vive della società che qualifica l’università e ne conferma l’ispirazione e l’impegno per il bene comune nella grande prospettiva globale».
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Mentre l’Italia tenta una timida risalita (+7,6% a marzo, con 185.367 immatricolazioni), il resto del continente (+1,7%) resta frenato da condizioni finanziarie restrittive: tassi elevati che la Bce fatica a ridurre, complice uno choc petrolifero che alimenta un’inflazione ancora persistente e comprime i redditi reali. In questo contesto, la domanda effettiva si contrae e il pricing power si deteriora.
La realtà è che l’ideologia politica in Europa ha preteso di ignorare le leggi della domanda: le aziende «vulnerabili», quelle che hanno puntato tutto su una transizione elettrica forzata, si ritrovano oggi con piazzali pieni e margini a picco. Parallelamente, la Cina ha cambiato ruolo: da mercato di sbocco a concorrente diretto e aggressivo. Marchi come Byd e Leapmotor registrano crescite a tre o quattro cifre anche in Italia, segnalando un vantaggio competitivo costruito su costi, integrazione verticale e velocità di esecuzione.
Il nesso per il portafoglio del risparmiatore è brutale. I dati appena pubblicati dal Gruppo Volkswagen per il primo trimestre 2026 confermano che il «mal di Cina» è diventato cronico e forse irreversibile. Le consegne globali sono calate del 4% (2,05 milioni di unità), ma è il tracollo delle elettriche a far tremare Wolfsburg: un pesantissimo -64% in Cina e -80% negli Stati Uniti. La tenuta europea (+12%) non basta a compensare la fine degli incentivi e l’inasprimento dei dazi americani.
Come osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf: «Volkswagen sta vivendo il suo momento più buio: il mercato cinese, che un tempo garantiva profitti certi, oggi rigetta i modelli tedeschi. Il rischio per chi ha il titolo in portafoglio è di restare intrappolati in un gigante che fatica a ruotare la sua enorme stazza verso ciò che il cliente vuole davvero: auto accessibili, concrete e con motorizzazioni affidabili».
In questo scenario, Stellantis affronta una transizione manageriale critica. Il nuovo numero uno, Antonio Filosa, è chiamato a ricostruire un gruppo segnato dalla precedente gestione di Carlos Tavares, lodata per il cost-cutting ma accusata di aver compresso investimenti e qualità. «Filosa sta tentando di rimettere in carreggiata un’auto che rischiava il deragliamento», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente. «Ha ereditato una struttura dove l’ossessione per il bilancio a breve termine ha logorato la qualità e la fiducia della rete».
La delusione più fragorosa arriva però da Porsche. Nel primo trimestre 2026 le vendite globali sono scese del 15%, con un crollo in Cina da 68.000 unità nel primo trimestre 2022 a meno di 7.800. L’utile netto è crollato del 91,4% (da 3,6 miliardi nel 2024 a 310 milioni nel 2025), mentre il fatturato si è contratto a circa 36,3 miliardi.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 aprile 2026. La deputata della Lega Rebecca Frassini illustra i contenuti della manifestazione di sabato 18 a Milano.