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2022-09-02
Nessun aiuto sulle bollette. Solo tagli al riscaldamento
Roberto Cingolani (Ansa)
L’Italia si prepara alla tempesta perfetta, quella della crisi energetica, con misure che almeno per il momento appaiono più che altro un pannicello caldo. Caldo ma non troppo: ieri in cdm il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha illustrato al premier, Mario Draghi, e ai colleghi il piano di risparmio sul gas. L’unica misura praticamente certa, che verrà messa nero su bianco nei prossimi giorni, è la riduzione di un grado (da 20 a 19) e lo spegnimento degli impianti di riscaldamento un’ora prima del solito a partire dal mese di ottobre nelle abitazioni private e negli uffici pubblici, mentre è esclusa la dad per gli studenti.
Singolare, per non dire tragicomica, l’ipotesi che invece vedrebbe la riduzione di due gradi di temperatura e di due ore al giorno dei riscaldamenti nelle aree del Paese dove il clima è meno rigido: praticamente al Sud e nelle isole gli italiani dovrebbero affrontare un inverno più gelido rispetto ai compatrioti del Centro e del Nord, anche se il Meridione d’Italia, ma forse questo Cingolani non lo sa, è pieno di centri abitati situati in montagna o in collina, dove il freddo punge eccome.
Per le imprese, a quanto apprende La Verità da fonti di governo, si prevede di vendere pacchetti di energia a prezzi calmierati a quelle più esposte, le cosiddette energivore e gasivore, a forte consumo di energia elettrica e gas. Questi pacchetti consisterebbero in energia prodotta in Italia e rinnovabili. Niente smart working per le aziende, niente spegnimenti delle vetrine, niente razionamenti: l’Italia, che secondo Cingolani ha un ottimo livello di stoccaggio di gas, all’81%, e che ha ridotto la sua dipendenza dal gas russo dal 40% al 18%, sceglie una linea molto soft, basata più che altro su una campagna di comunicazione che verrà realizzata attraverso degli spot. Prepariamoci quindi a vedere in tv e ascoltare in radio qualche Vip che ci invita a fare meno docce, a spegnere le lampadine o a utilizzare quelle a basso consumo, a non lasciare la tv accesa e altri suggerimenti di questo genere, suggerimenti che le nostre nonne ci hanno abituati ad ascoltare fin da bambini, ma che sono sostanzialmente il nulla rispetto alla gigantesca crisi che incombe.
Il piano verrà inviato a Bruxelles per essere vagliato dalla Commissione europea, entro la scadenza del 15 ottobre, e contiene anche le previsioni nel caso in cui la situazione dovesse precipitare: ad esempio, se la Russia dovesse ridurre ulteriormente o addirittura interrompere le forniture di gas ai Paesi europei. A mettere a rischio il piano di Cingolani, anche l’eventuale ritardo nella realizzazione del rigassificatore di Piombino: se non si procederà in maniera spedita, in primavera la situazione potrebbe precipitare.
«Il piano», aggiunge alla Verità un’altra fonte di governo, «è basato su due gambe. La prima: la prossima settimana interverremo con un provvedimento molto importante per il sostegno all’economia, il ministro Daniele Franco sta lavorando per reperire le risorse. La cifra non è ancora stata stabilita ma una cosa si può dire: non ci sarà alcuno scostamento di bilancio. Lo stesso Giulio Tremonti», argomenta la nostra fonte, «ha dichiarato di essere contrario. La seconda gamba è il piano di risparmio energetico, che Cingolani ha illustrato in Consiglio dei ministri in maniera sintetica, e che verrà messo a punto nei prossimi giorni. Un piano basato sulle buone pratiche: basta veramente un piccolo sacrificio, come usare lampadine a basso consumo, stare attenti a non sprecare ettolitri di acqua calda, abbassare di un minimo il riscaldamento, per risparmiare una enorme quantità di energia».
Siamo, come appare evidente, di fronte a una non scelta, probabilmente dettata da una precisa strategia politica, quella di lasciare al probabile futuro governo di centrodestra il peso di decisioni più drastiche e impopolari. Il piano di Cingolani è infatti costellato di contraddizioni, paradossi, lacune. Iniziamo dalla riduzione della temperatura dei riscaldamenti e dello spegnimento anticipato degli stessi: chi controllerà che le misure vengano rispettate? Nel caso dei condomini a impianto centralizzato verrà responsabilizzato l’amministratore, ma chi ha un riscaldamento autonomo dovrà essere convinto dalla campagna di comunicazione, poiché controllare sarà impossibile. Per quel che riguarda poi i fantomatici pacchetti di energia a prezzi calmierati per le imprese, siamo di fronte a una mera dichiarazione di intenti: dove verrà reperito il gas da vendere sottocosto? Di quanto sarà ridotto il prezzo dell’energia? Chi deciderà quali imprese avranno diritto a questa agevolazione e quali no? Tutte domande senza risposta. Anche se il Mite pensa positivo e arriva a prevedere «risparmi variabili tra 3 e 6 miliardi di metri cubi di gas in un anno» grazie al razionamento dei riscaldamenti, l’uso di combustibili alternativi e l’ottimizzazione dell’utilizzo dell’energia.
Come se non bastasse, ieri è arrivato uno stop al rigassificatore di Piombino, pilastro del piano: l’amministrazione comunale ha inviato alla Regione Toscana il primo parere sulla collocazione del rigassificatore nel porto piombinese. «È un parere negativo», spiega il sindaco Francesco Ferrari in una nota, «che, per la parte tecnica redatta dalla task force del Comune, si basa sull’aspetto urbanistico della vicenda, riservandoci di sollevare successivamente le tante questioni in merito alla sicurezza e all’ambiente. Le criticità legate a quel progetto sono innumerevoli e variegate e faremo tutto quanto in nostro potere per farle emergere all’interno dei procedimenti autorizzativi».
Settimana prossima il dl anti rincari. Lega e M5s spingono lo scostamento
La borsa o la vita. L’ennesimo scostamento di bilancio o il precipizio. Oppure, chissà. C’è poco da giraci attorno. Per mitigare il caro bollette serve un’altra vagonata di miliardi. «Trenta» quantifica il leader della Lega, Matteo Salvini, che evoca unità nazionale: «Questi soldi servono adesso, mettiamoci d’accordo». E poco importa se, come ricorda Giorgia Meloni, da premier in pectore, «negli ultimi 15 mesi il debito pubblico italiano è cresciuto di 116 miliardi». Un puntiglio che condivide con il primo ministro ancora in carica: Mario Draghi. L’ex presidente della Bce tiene duro. Per fronteggiare la pandemia, sono stati già approvati sei scostamenti di bilancio. Ma intervenire immediatamente resta comunque imperativo. Il governo invece porterà in Consiglio dei ministri l’attesissimo decreto contro i salassi causati dal prezzo del gas solo la prossima settimana. «Un ampio piano» per sostenere le imprese e abbassare il costo dell’energia promette il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani.
Rimane un dirimente tema: con quali risorse? La politica si accapiglia. Anche nel centrodestra, mentre la Lega non pone limiti alla provvidenza statale, Fratelli d’Italia sembra inflessibile. O quasi. «Un ulteriore debito per questa nazione è l’extrema ratio» dice Meloni. «Siamo quelli nel mondo occidentale che si sono già indebitati di più con i soldi del Pnrr». Visto che però le priorità sono cambiate, aggiunge, «quei miliardi dovrebbero essere concentrati sulla priorità delle bollette». Giorgia contro Matteo, dunque. E il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, nel mezzo: «Il governo in carica può e deve intervenire subito con un decreto. Se ci sono i margini per farlo senza ricorrere a un nuovo scostamento di bilancio, ovviamente questo è preferibile per tutti. Ma, in ogni caso, non possiamo assolutamente stare fermi».
L’unico a pensarla come Salvini è il presidente dei 5 stelle: Giuseppe Conte, il Mélenchon foggiano, l’italico emulo del leader dell’estrema sinistra francese. Giuseppón, già due mesi fa, in tempi meno sospetti, scriveva a Draghi: «Signor presidente, la crisi in atto richiede un intervento straordinario, ampio e organico, a favore di famiglie e imprese». Conte, indispettito, aggiungeva: «Le abbiamo chiesto più volte uno scostamento di bilancio». Una richiesta che adesso, in pienissima campagna elettorale, diventa l’ennesima arma propagandistica: «Il caro energia e il caro bollette ci stanno strangolando e stanno strangolando le imprese e le famiglie. Quello che ci fa rabbia è che siamo stati inascoltati».
Terzista, ovviamente, la posizione dei terzisti. In un’intervista al Corriere della Sera, Carlo Calenda, alla guida dell’egotico centrino, premette: sarebbe meglio evitare lo scostamento di bilancio. Eppure, gli tocca ammettere: «I margini di manovra sono limitatissimi». Dunque? «L’impatto sui conti possiamo gestirlo solo se i partiti si impegneranno a rispettare, una volta al governo, la disciplina di bilancio». Al fu breve alleato, Enrico Letta, segretario del Pd, tocca invece prendere a prestito le parole della stigmatizzata Meloni: anche per lui, lo scostamento è «l’extrema ratio». Da discutere con gli altri Paesi europei, chiarisce: «Le nostre scelte devono essere per una conclamata emergenza. Se le facciamo per campagna elettorale, lo paghiamo in tassi interesse che salgono».
La sofisticata posizione lettiana sembra però isolata nel centrosinistra, o quel che ne resta. La fondatrice di +Europa, Emma Bonino, scrive su Twitter che non riesce «a capire la disinvoltura con cui le altre forze politiche continuano a parlare dello scostamento di bilancio». I partiti, annota, «dovrebbero dire la verità ai giovani: il debito pubblico, che già ora si attesta a 2.700 miliardi, “lo pagherete voi”». Anche la premiata coppia Europa verde&Sinistra italiana è contrarissima. L’ecologista fondamentalista Angelo Bonelli spiega che Draghi «ha ragione nel dire no»: le risorse per tagliare le bollette andrebbero reperite dagli extraprofitti. Concorda, da sinistrissima, Nicola Fratoianni: piuttosto che togliere altri soldi ai cittadini, ragiona, bisogna disintegrare i «fenomeni speculativi». Le aziende energetiche italiane, intima, restituiscano il maltolto: nientemeno che 50 miliardi, calcola.
A dispetto delle magre percentuali accreditate a Impegno civico, interviene pure Luigi Di Maio. Il titolare degli Esteri conferma che la prossima settimana il decreto arriverà finalmente in Consiglio dei ministri: «Un intervento necessario per supportare nell’immediato le nostre famiglie». Quindi, propone: lo Stato paghi l’80% delle bollette a tutte le imprese. Già, ma con quali danari? «Il tema non è lo scostamento di bilancio» spiega stentoreo Di Maio. «Quello è diventato solo un modo per fare notizia». Ah, sì? «Non abbiamo la preoccupazione di dove reperire i soldi» assicura Giggino. Ha le idee chiare, beato lui. Peccato per lo 0,7% dei sondaggi.
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In cdm il ministro Roberto Cingolani annuncia i piani di razionamento per case e uffici pubblici: ancora niente sul vero nodo, cioè le aziende. Rinviato invece a settimana prossima il decreto per sterilizzare i costi.Lo speciale comprende due articoli.L’Italia si prepara alla tempesta perfetta, quella della crisi energetica, con misure che almeno per il momento appaiono più che altro un pannicello caldo. Caldo ma non troppo: ieri in cdm il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha illustrato al premier, Mario Draghi, e ai colleghi il piano di risparmio sul gas. L’unica misura praticamente certa, che verrà messa nero su bianco nei prossimi giorni, è la riduzione di un grado (da 20 a 19) e lo spegnimento degli impianti di riscaldamento un’ora prima del solito a partire dal mese di ottobre nelle abitazioni private e negli uffici pubblici, mentre è esclusa la dad per gli studenti. Singolare, per non dire tragicomica, l’ipotesi che invece vedrebbe la riduzione di due gradi di temperatura e di due ore al giorno dei riscaldamenti nelle aree del Paese dove il clima è meno rigido: praticamente al Sud e nelle isole gli italiani dovrebbero affrontare un inverno più gelido rispetto ai compatrioti del Centro e del Nord, anche se il Meridione d’Italia, ma forse questo Cingolani non lo sa, è pieno di centri abitati situati in montagna o in collina, dove il freddo punge eccome.Per le imprese, a quanto apprende La Verità da fonti di governo, si prevede di vendere pacchetti di energia a prezzi calmierati a quelle più esposte, le cosiddette energivore e gasivore, a forte consumo di energia elettrica e gas. Questi pacchetti consisterebbero in energia prodotta in Italia e rinnovabili. Niente smart working per le aziende, niente spegnimenti delle vetrine, niente razionamenti: l’Italia, che secondo Cingolani ha un ottimo livello di stoccaggio di gas, all’81%, e che ha ridotto la sua dipendenza dal gas russo dal 40% al 18%, sceglie una linea molto soft, basata più che altro su una campagna di comunicazione che verrà realizzata attraverso degli spot. Prepariamoci quindi a vedere in tv e ascoltare in radio qualche Vip che ci invita a fare meno docce, a spegnere le lampadine o a utilizzare quelle a basso consumo, a non lasciare la tv accesa e altri suggerimenti di questo genere, suggerimenti che le nostre nonne ci hanno abituati ad ascoltare fin da bambini, ma che sono sostanzialmente il nulla rispetto alla gigantesca crisi che incombe. Il piano verrà inviato a Bruxelles per essere vagliato dalla Commissione europea, entro la scadenza del 15 ottobre, e contiene anche le previsioni nel caso in cui la situazione dovesse precipitare: ad esempio, se la Russia dovesse ridurre ulteriormente o addirittura interrompere le forniture di gas ai Paesi europei. A mettere a rischio il piano di Cingolani, anche l’eventuale ritardo nella realizzazione del rigassificatore di Piombino: se non si procederà in maniera spedita, in primavera la situazione potrebbe precipitare. «Il piano», aggiunge alla Verità un’altra fonte di governo, «è basato su due gambe. La prima: la prossima settimana interverremo con un provvedimento molto importante per il sostegno all’economia, il ministro Daniele Franco sta lavorando per reperire le risorse. La cifra non è ancora stata stabilita ma una cosa si può dire: non ci sarà alcuno scostamento di bilancio. Lo stesso Giulio Tremonti», argomenta la nostra fonte, «ha dichiarato di essere contrario. La seconda gamba è il piano di risparmio energetico, che Cingolani ha illustrato in Consiglio dei ministri in maniera sintetica, e che verrà messo a punto nei prossimi giorni. Un piano basato sulle buone pratiche: basta veramente un piccolo sacrificio, come usare lampadine a basso consumo, stare attenti a non sprecare ettolitri di acqua calda, abbassare di un minimo il riscaldamento, per risparmiare una enorme quantità di energia».Siamo, come appare evidente, di fronte a una non scelta, probabilmente dettata da una precisa strategia politica, quella di lasciare al probabile futuro governo di centrodestra il peso di decisioni più drastiche e impopolari. Il piano di Cingolani è infatti costellato di contraddizioni, paradossi, lacune. Iniziamo dalla riduzione della temperatura dei riscaldamenti e dello spegnimento anticipato degli stessi: chi controllerà che le misure vengano rispettate? Nel caso dei condomini a impianto centralizzato verrà responsabilizzato l’amministratore, ma chi ha un riscaldamento autonomo dovrà essere convinto dalla campagna di comunicazione, poiché controllare sarà impossibile. Per quel che riguarda poi i fantomatici pacchetti di energia a prezzi calmierati per le imprese, siamo di fronte a una mera dichiarazione di intenti: dove verrà reperito il gas da vendere sottocosto? Di quanto sarà ridotto il prezzo dell’energia? Chi deciderà quali imprese avranno diritto a questa agevolazione e quali no? Tutte domande senza risposta. Anche se il Mite pensa positivo e arriva a prevedere «risparmi variabili tra 3 e 6 miliardi di metri cubi di gas in un anno» grazie al razionamento dei riscaldamenti, l’uso di combustibili alternativi e l’ottimizzazione dell’utilizzo dell’energia.Come se non bastasse, ieri è arrivato uno stop al rigassificatore di Piombino, pilastro del piano: l’amministrazione comunale ha inviato alla Regione Toscana il primo parere sulla collocazione del rigassificatore nel porto piombinese. «È un parere negativo», spiega il sindaco Francesco Ferrari in una nota, «che, per la parte tecnica redatta dalla task force del Comune, si basa sull’aspetto urbanistico della vicenda, riservandoci di sollevare successivamente le tante questioni in merito alla sicurezza e all’ambiente. Le criticità legate a quel progetto sono innumerevoli e variegate e faremo tutto quanto in nostro potere per farle emergere all’interno dei procedimenti autorizzativi».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-piano-gas-di-cingolani-nasce-monco-case-al-freddo-sulle-imprese-si-vedra-2658004118.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="settimana-prossima-il-dl-anti-rincari-lega-e-m5s-spingono-lo-scostamento" data-post-id="2658004118" data-published-at="1662059563" data-use-pagination="False"> Settimana prossima il dl anti rincari. Lega e M5s spingono lo scostamento La borsa o la vita. L’ennesimo scostamento di bilancio o il precipizio. Oppure, chissà. C’è poco da giraci attorno. Per mitigare il caro bollette serve un’altra vagonata di miliardi. «Trenta» quantifica il leader della Lega, Matteo Salvini, che evoca unità nazionale: «Questi soldi servono adesso, mettiamoci d’accordo». E poco importa se, come ricorda Giorgia Meloni, da premier in pectore, «negli ultimi 15 mesi il debito pubblico italiano è cresciuto di 116 miliardi». Un puntiglio che condivide con il primo ministro ancora in carica: Mario Draghi. L’ex presidente della Bce tiene duro. Per fronteggiare la pandemia, sono stati già approvati sei scostamenti di bilancio. Ma intervenire immediatamente resta comunque imperativo. Il governo invece porterà in Consiglio dei ministri l’attesissimo decreto contro i salassi causati dal prezzo del gas solo la prossima settimana. «Un ampio piano» per sostenere le imprese e abbassare il costo dell’energia promette il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani. Rimane un dirimente tema: con quali risorse? La politica si accapiglia. Anche nel centrodestra, mentre la Lega non pone limiti alla provvidenza statale, Fratelli d’Italia sembra inflessibile. O quasi. «Un ulteriore debito per questa nazione è l’extrema ratio» dice Meloni. «Siamo quelli nel mondo occidentale che si sono già indebitati di più con i soldi del Pnrr». Visto che però le priorità sono cambiate, aggiunge, «quei miliardi dovrebbero essere concentrati sulla priorità delle bollette». Giorgia contro Matteo, dunque. E il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, nel mezzo: «Il governo in carica può e deve intervenire subito con un decreto. Se ci sono i margini per farlo senza ricorrere a un nuovo scostamento di bilancio, ovviamente questo è preferibile per tutti. Ma, in ogni caso, non possiamo assolutamente stare fermi». L’unico a pensarla come Salvini è il presidente dei 5 stelle: Giuseppe Conte, il Mélenchon foggiano, l’italico emulo del leader dell’estrema sinistra francese. Giuseppón, già due mesi fa, in tempi meno sospetti, scriveva a Draghi: «Signor presidente, la crisi in atto richiede un intervento straordinario, ampio e organico, a favore di famiglie e imprese». Conte, indispettito, aggiungeva: «Le abbiamo chiesto più volte uno scostamento di bilancio». Una richiesta che adesso, in pienissima campagna elettorale, diventa l’ennesima arma propagandistica: «Il caro energia e il caro bollette ci stanno strangolando e stanno strangolando le imprese e le famiglie. Quello che ci fa rabbia è che siamo stati inascoltati». Terzista, ovviamente, la posizione dei terzisti. In un’intervista al Corriere della Sera, Carlo Calenda, alla guida dell’egotico centrino, premette: sarebbe meglio evitare lo scostamento di bilancio. Eppure, gli tocca ammettere: «I margini di manovra sono limitatissimi». Dunque? «L’impatto sui conti possiamo gestirlo solo se i partiti si impegneranno a rispettare, una volta al governo, la disciplina di bilancio». Al fu breve alleato, Enrico Letta, segretario del Pd, tocca invece prendere a prestito le parole della stigmatizzata Meloni: anche per lui, lo scostamento è «l’extrema ratio». Da discutere con gli altri Paesi europei, chiarisce: «Le nostre scelte devono essere per una conclamata emergenza. Se le facciamo per campagna elettorale, lo paghiamo in tassi interesse che salgono». La sofisticata posizione lettiana sembra però isolata nel centrosinistra, o quel che ne resta. La fondatrice di +Europa, Emma Bonino, scrive su Twitter che non riesce «a capire la disinvoltura con cui le altre forze politiche continuano a parlare dello scostamento di bilancio». I partiti, annota, «dovrebbero dire la verità ai giovani: il debito pubblico, che già ora si attesta a 2.700 miliardi, “lo pagherete voi”». Anche la premiata coppia Europa verde&Sinistra italiana è contrarissima. L’ecologista fondamentalista Angelo Bonelli spiega che Draghi «ha ragione nel dire no»: le risorse per tagliare le bollette andrebbero reperite dagli extraprofitti. Concorda, da sinistrissima, Nicola Fratoianni: piuttosto che togliere altri soldi ai cittadini, ragiona, bisogna disintegrare i «fenomeni speculativi». Le aziende energetiche italiane, intima, restituiscano il maltolto: nientemeno che 50 miliardi, calcola. A dispetto delle magre percentuali accreditate a Impegno civico, interviene pure Luigi Di Maio. Il titolare degli Esteri conferma che la prossima settimana il decreto arriverà finalmente in Consiglio dei ministri: «Un intervento necessario per supportare nell’immediato le nostre famiglie». Quindi, propone: lo Stato paghi l’80% delle bollette a tutte le imprese. Già, ma con quali danari? «Il tema non è lo scostamento di bilancio» spiega stentoreo Di Maio. «Quello è diventato solo un modo per fare notizia». Ah, sì? «Non abbiamo la preoccupazione di dove reperire i soldi» assicura Giggino. Ha le idee chiare, beato lui. Peccato per lo 0,7% dei sondaggi.
«La presenza dell’Ice alle Olimpiadi non è una compressione della nostra sovranità». Lo ha detto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, nel corso dell’informativa alla Camera sull’ipotesi della presenza di agenti americani dell’Ice durante i prossimi Giochi olimpici di Milano-Cortina.
«La cooperazione in questione tra le autorità italiane e l’Homeland Security Investigations risale a un accordo bilaterale del 2009, ratificato con legge nel luglio 2014, quando al Governo c’era quella stessa opposizione che oggi mostra di indignarsi». «Potrei insistere su questa contraddizione, ma non lo faccio perché quella iniziativa del governo dell’epoca fu vantaggiosa in quanto l’accordo bilaterale tra Stati Uniti e Italia sulla cooperazione di polizia nel contrasto ad alcuni delitti particolarmente gravi corrispondeva, e tuttora corrisponde, all’interesse di entrambi i Paesi, e contribuì ad aumentare la sicurezza dell’Italia», ha aggiunto.
Il pm Fabio De Pasquale (Ansa)
Ecco, io non vorrei farmi indagare da un magistrato che ha collezionato ben due condanne, a otto mesi di carcere, per reati inerenti il suo lavoro. E invece nel magico mondo della magistratura italiana, quella che non vuole farsi riformare né giudicare, questo è ritenuto assolutamente normale. Scusate se scrivo per fatto personale, ma ieri ho ricevuto dalla procura di Milano un avviso di fine indagini a mio carico e fissazione dell’udienza preliminare. Da direttore de Il Giornale non avrei impedito la pubblicazione di una notizia del collega Felice Manti che raccontava di una denuncia della famiglia Borsellino su alcune vicende che riguardano l’allora procuratore di Palermo, Guido Lo Forte, e i veleni che circolavano in quella procura ai tempi di Falcone e Borsellino. Ma non è questo il punto.
Il punto è che l’inchiesta su di me, conclusa il 14 gennaio 2026, porta la firma del Pm Fabio De Pasquale, condannato per ben due volte, in primo e secondo grado, a otto mesi di reclusione per avere truccato uno dei più importanti processi che si sono celebrati recentemente in Italia, quello all’Eni che tanto danno ha provocato a quell’azienda e all’immagine dell’Italia, e che si è concluso con l’assoluzione di tutti gli indagati «per non aver commesso il fatto». La domanda è semplice: come è possibile che a un pm condannato al carcere per un reato grave e infamante sia concesso di continuare a fare il suo mestiere, di indagare su chicchessia, di formulare accuse e chiedere processi?
Ecco, io non accetto di essere sottoposto ad esame da una persona del genere, neppure da una categoria, i magistrati, che tollerano tutto ciò. Non dico tanto, ma una «sospensione cautelare» in attesa della Cassazione - come accadrebbe in qualsiasi altra professione - sarebbe chiedere troppo? Non lo accetto da cittadino, non lo accetto da giornalista, non lo accetto neppure da portavoce del Comitato per il Sì al referendum sulla giustizia. Quella di De Pasquale - al quale non ho mai risparmiato dure critiche per il suo operato che a oggi ben due sentenze definiscono truffaldino - è una intimidazione inaccettabile, che guarda caso arriva a due anni distanza dai fatti e nel pieno della campagna referendaria. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa l’Associazione nazionale magistrati, che cosa ne pensa il Csm che si ostina a lasciarlo al suo posto, che cosa ne pensano i vari sostenitori del No alla riforma. Mi piacerebbe, ma so già che nulla accadrà perché De Pasquale ben li rappresenta. Rappresenta tutto ciò che la riforma della giustizia che andrà a referendum il 22 e 23 marzo vuole cambiare e che la casta dei magistrati vuole invece mantenere per continuare a spadroneggiare sul diritto.
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La sede dell'Eppo, la Procura europea (Ansa)
Giuseppe Capoccia, Procuratore di Lecce
Poi, come spesso accade, l’attesa è durata fino al 1989 quando fu varato il Codice Vassalli, frutto di una lunghissima gestazione: scomparve il giudice istruttore e si creò la Procura presso la Pretura. Ancora dieci anni dopo si introdusse in Costituzione il principio del giusto processo: «Ogni processo si svolge in contraddittorio tra le parti in condizioni di parità davanti ad un giudice terzo e imparziale».
Cosa significava l’inserimento di quell’articolo in Costituzione? Che in precedenza i processi erano ontologicamente ingiusti? Che i Costituenti avevano pensato a un processo senza il giudice terzo? No di certo! L’articolo 111 testimoniava che la sensibilità della società era cambiata, si era evoluta, accresciuta, migliorata e, a un dato momento, è stato necessario introdurre innovazioni che meglio rispondessero a questa nuova esigenza sociale.
Ha forse l’articolo 111 della Costituzione risolto i problemi del processo penale? No, ma non è la Costituzione che risolve i problemi pratici della giustizia penale (al pari dei problemi della sanità). Ma certamente le norme costituzionali stabiliscono i principi e indicano la via di una evoluzione sulla quale, infatti, il legislatore ordinario si è incamminato (e ancora prosegue) nell’intento di riequilibrare le posizioni delle parti, di aumentare gli spazi per la difesa, soprattutto in tema di libertà personale e di tutela della riservatezza e dignità delle persone indagate. Percorso lungo e non sempre lineare che, però, se osservato con un minimo di sguardo storico, evidenzia una direzione ben precisa.
E la separazione delle carriere (non solo delle funzioni) è un passaggio decisivo per porre il giudice in una posizione di assoluta terzietà rispetto alle parti processuali.
Giudice e Pm fanno mestieri diversi e devono avere percorsi professionali distinti e separati a partire dalla selezione iniziale; un percorso formativo che educhi e raffini capacità differenti.
L’approccio alla realtà da parte del Pm è propositivo, coltivando curiosità e spirito di ricerca, capacità di dirigere la polizia giudiziaria (e di non farsi da quella dirigere), attitudine a considerare una strategia investigativa nella prospettiva del dibattimento. E poi occorre che sia sempre aggiornato sulle tecniche di investigazione, sui nuovi strumenti, sulle specializzazioni dei consulenti tecnici; deve anche essere appassionato a conoscere l’evoluzione dei fenomeni criminali. E soprattutto deve essere pronto e disponibile alla collaborazione con i colleghi dell’ufficio, con altre Procure e con gli organismi dell’Unione europea e degli altri Stati: oggi non si può concepire alcuna indagine che abbia un qualche rilievo e che non coinvolga nella fase del coordinamento investigativo la Procura nazionale antimafia o Eurojust. L’epoca del Pm solitario, geloso del suo fascicolo, è definitivamente tramontata; l’autonomia del magistrato si misura nella sua capacità di collaborare lealmente con altri uffici, condividendo informazioni e atti, agendo di comune accordo, calibrando i tempi e riconoscendo le legittime esigenze dei colleghi: su questi parametri si deve misurare adesso il Pm che voglia essere realmente autonomo, ma al contempo responsabile. L’idea che autonomia e indipendenza siano la monade in cui è racchiuso il singolo Pm è oggi piuttosto la caricatura del nostro ruolo. La Procura è un ufficio giudiziario in cui predomina il profilo della collaborazione, della condivisione, del lavoro in gruppo: il frequente riunirsi in assemblea generale o per gruppi specializzati evidenzia una attitudine ad affrontare insieme questioni e problemi e trovare soluzioni nella sintesi delle differenti posizioni individuali: e tutti sono sollecitati, in correttezza e lealtà, a convergere verso posizioni condivise.
Al Giudice queste caratteristiche e questo lavoro di sintesi non interessano! Anzi il Giudice deve agire in maniera esattamente opposta: seduto sul suo ideale scranno, attende le richieste del Pm (e della Difesa), le valuta nella loro oggettività in quel luogo sacro e inviolabile che è la camera di consiglio ed esprime il suo giudizio.
Mi soffermo soltanto sulla fase delle indagini preliminari, allorquando il Pm agisce con la tutela del segreto istruttorio, di tanto in tanto domandando al Giudice un’autorizzazione per un atto particolarmente invasivo o per una misura cautelare. Sia chiaro: le indagini devono essere segrete, altrimenti non sarebbero indagini. Ma proprio in ragione di questa caratteristica e della occasionalità del suo intervento, egli non è coinvolto nelle investigazioni, non conosce e non deve conoscere il percorso investigativo che conduce il Pm a quella richiesta da valutarsi nella sua pura oggettività: legittimità della richiesta e adeguatezza degli argomenti. Il Giudice non deve occuparsi di considerazioni complessive dell’indagine, del suo sviluppo, della sua razionalità: interviene soltanto per singoli, isolati atti di cui giudica legittimità e motivazione. Figura lontanissima dal vecchio giudice istruttore che (come dice il nome) istruiva il processo, accompagnato dal Pm, formando una coppia inseparabile. È giunto il tempo in cui questo legame indissolubile tra giudice e Pm sia sciolto perché il processo accusatorio è tutt’altra cosa da quello inquisitorio. Le indagini sono condotte in autonomia dal Pm con la polizia giudiziaria, richiedendo l’intervento del giudice per singoli, isolati atti. E la necessaria frequentazione processuale (spesso quotidiana) non deve essere alterata dalla colleganza: è necessario che sia presidiata dalla separatezza delle carriere scolpita in Costituzione.
D’altro canto, nel panorama europeo la più recente creazione di un ufficio del Pm è stato Eppo (European public prosecutor’s office) che svolge investigazioni sui fatti che offendono gli interessi finanziari dell’Unione: si tratta di un ufficio separato e distinto dai giudici nazionali davanti ai quali propone e sostiene l’accusa. Non ha nulla a che vedere con i giudici. Totale estraneità. È questo è il modello europeo di Pm: indipendente e autonomo da ogni altro potere. Separato dal Giudice.
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