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2019-01-05
Il peggio e il meglio della Serie A
Ansa
I FLOP
1) Gigi Donnarumma
Il portiere del Milan farà in tempo a diventare il migliore del mondo, ma per ora (nonostante il marketing di Gennaro Gattuso e Mino Raiola) non lo è. Fortissimo sull'istinto, è ancora fragile quando deve ragionare e non trasferisce alla difesa quell'autorevolezza tranquilla, indispensabile per compiere capolavori. Alterna paratone a errori che lasciano perplessi. Nella fase ascendente della stagione sta qui anche perché paga il blackout nell'ultimo minuto del derby: quel cross di Matias Vecino partito da Abbiategrasso non sarebbe mai dovuto arrivare sulla testa di Mauro Icardi e costringere Mauro Suma (voce storica del Milan) ad ammettere «voglio morire in questo momento». Sono crudeltà.
2) Sime Vrsaljko
Doveva essere il sostituto di Cancelo, per ora è la riserva di Danilo D'Ambrosio. Arrivato dall'Atletico Madrid come una soluzione, per ora il croato è un problema per Luciano Spalletti, che non lo ha mai visto supportare Matteo Politano come ci si aspetterebbe. Pochi cross, il compitino in difesa, fermo ai box al primo raffreddore. All'Inter serve altro. Nella stessa barca c'è Darijo Srna. Il Cagliari potrebbe essere costretto (ragioni di bilancio) a mettere sul mercato il terzino croato, che dopo una partenza folgorante sta svernando sull'isola. È un signore, ha esperienza da vendere (a 36 anni ci mancherebbe) e alcuni gol di Leonardo Pavoletti sono arrivati da suoi cross radiocomandati. Ma per salvarsi, i sardi avrebbero più bisogno della follia muscolare della gioventù.
3) Raul Albiol
Un paracarro di lusso, salvato da un impianto difensivo collaudato e da quel fenomeno vivente di Koulibaly. Ma se il Napoli in Europa ha quasi sempre preso un gol di troppo e in campionato non ha mai chiuso a tre mandate l'area di rigore, la colpa è anche del centrale spagnolo di 33 anni non più all'altezza della sua fama. Soffre gli attaccanti rapidi, fatica a contenere a sportellate quelli fisici. Anche se di testa è ancora decisivo, il suo tramonto sul golfo sembra cominciato.
4) Federico Fazio
Eusebio Di Francesco era convinto che lo standard del centrale argentino fosse quello dello scorso anno. Si sbagliava come tutti; in questi ultimi mesi del 2018 il Comandante ha perso i gradi. E se a guidare la difesa della Roma non ci fosse Kostas Manolas, i guai sarebbero anche più numerosi. Di Fazio avevamo ammirato autorevolezza, strapotere fisico e una musica interiore nel dettare i tempi di uscita del reparto. Difficile confermarsi sui livelli che avevano portato la Roma alla semifinale di Champions. E infatti lui oggi - nonostante abbia come icona Walter Samuel - è tutt'altro che un muro.
5) Tiémoué Bakayoko
Arrivato in prestito dal Chelsea per 5 milioni e riscattabile con altri 35, il medianone del Milan era partito malissimo. Sembrava il classico oggetto misterioso, come Geoffrey Kondogbia nel primo anno all'Inter. Poi ha cominciato a risalire la china, è stato il migliore in campo con Parma e Spal, ora sembra che Leonardo voglia provare a trattare per tenerlo senza svenarsi e senza irritare l'Uefa. La posizione alla Marcel Desailly davanti alla difesa è quella dove il francese rende di più. La seconda parte della stagione di Bakayoko potrebbe dargli ragione, di sicuro la prima (quella caratterizzata da un'altalena di risultati in campionato e la cacciata dall'Europa) è stata deficitaria, dispersiva, da costoso comprimario che vaga per San Siro alla ricerca di una via d'uscita. Può solo migliorare, anzi deve solo migliorare.
6) Javier Pastore
Più è pesante il nome, più sono alte le aspettative, più è penetrante il sibilo del soggetto in caduta. Commento a Trastevere: «È un ex giocatore». In realtà El Flaco ha ancora la testa con le bollicine e il tocco magico, ma quel polpaccio sfilacciato che lo tormenta ne sta affrettando il declino. Proprio per questo a Parigi lo chiamavano Uomo di Vetro e lo hanno lasciato andare. A Roma ha giocato la metà delle partite possibili, quasi mai ha inciso, è volato in Cina per guarire, ha inviato tweet malinconici del tipo: «Quanti ostacoli. Ma ci vediamo presto». L'argentino non ha ancora 30 anni, potrebbe essere decisivo in Italia e in Europa, ma l'orizzonte è grigio. Alla ripresa, con l'esplosione di Nicolò Zaniolo e la crescita di Lorenzo Pellegrini, ripartirà dalla panchina. E sarà l'ultima sfida.
7) Radja Nainggolan
Quelle «due o tre cose» che ha in testa e mette davanti al calcio (parole di Spalletti) hanno trasformato un guerriero in un furiere. Non ancora in un fantasma, perché lui è sempre molto visibile: infatti si preoccupa di farsi fotografare su Instagram in discoteca, con un mastello di birra in mano, accanto a floride figliole, con auto da Fast and furious sullo sfondo. Le due o tre cose. È la metamorfosi kafkiana di Nainggolan, fortemente voluto dall'allenatore dell'Inter per mettere una tigre nel motore e scambiato con Zaniolo (miglior prospetto giovane del vivaio) più Davide Santon e 24 milioni. Per ora è il flop dell'anno e non è escluso che (dopo gli affari Gabigol e Joao Mario, quest'ultimo comunque in pieno rilancio) la famiglia Zhang abbia accelerato l'ingaggio di Beppe Marotta per chiudere definitivamente la stagione delle bufale.
8) Sergej Milinkovic-Savic
Il principe si è svegliato, si è stiracchiato, ha fatto gol al Cagliari il 23 dicembre e si è attovagliato per Natale. La Lazio esulta, ma nessuno si può dimenticare che il principe aveva dormito 4 mesi, lontano parente di quel fuoriclasse arrivato in estate a valere 120 milioni di euro, prezzo fatto da Claudio Lotito e sognato da Lotito nel mercato ideale di Lotito. Già al Mondiale di Russia, in una squadra sgangherata, Sergej aveva deluso. Ma il peggio è arrivato in autunno quando il leader naturale delle Aquile sembrava un piccione, frastornato e contrariato perché gli avversari osavano non fargli vedere palla. Problemi di crescita, bravo Simone Inzaghi ad aspettarlo. Se Milinkovic-Savic torna quello dell'anno scorso nulla è perduto, neppure il posto in Champions e i 120 milioni.
9) Gonzalo Higuain
Vederlo triste solitario y final a caccia di ogni pallone come un Domenico Berardi qualunque mette tristezza. Higuain non merita d'essere scambiato per un ballerino di fila, ma in questa strana stagione milanista il suo destino sembra quello di Amleto: una professionalità indiscutibile, guizzi da fuoriclasse qual è, ma solo 6 gol come Marco Benassi e Andrea Petagna mentre CR7 ne ha segnati più del doppio. E la consapevolezza che dialogare con atipici tarantolati come Suso e Hakan Calhanoglu non sarà mai semplice. Il Pipita ha pagato il cambio di maglia, potrebbe perfino essere un balzello fisiologico. Se il Milan ritrova le giuste armonie, ritroverà automaticamente uno dei più decisivi attaccanti dell'ultimo decennio.
10) Patrik Schick
Lo stiamo aspettando da due stagioni. Pazienti, fiduciosi, consapevoli come Di Francesco che potrebbe davvero essere il nuovo Robert Lewandowski, ma anche uno dei tanti che passano e non lasciano traccia per mancanza di furore interiore. Sembrava compresso dalle sue paure, poi dal sistema tattico della Roma, infine dalla personalità di Edin Dzeko. Ma l'infortunio del centravanti titolare e la crescita della squadra gli hanno tolto gli alibi; se non decolla (e non sta decollando) sono problemi. Peccato perché i mesi alla Samp ci avevano mostrato un attaccante formidabile, che oggi per ritrovare le motivazioni si è affidato a un mental coach. Peraltro ha solo 22 anni e tutto il tempo per esplodere.
11) Douglas Costa
Uno sputo e via, scomparso fra le righe verticali della maglia come se fossero sbarre da carcerato d'oro. Dopo lo sgradevole episodio col Sassuolo e una fastidiosa serie di infortuni, il brasiliano della Juve è scivolato in fondo alla lista degli attaccanti a disposizione di Allegri. Formidabile per talento e fantasia, non è fatto per allargare i gomiti a caccia di 30 minuti di partita, ma per essere protagonista. Il suo destino dipende dalla prossima primavera: o trova spazio e ritrova il sorriso, oppure sarà difficile respingere il Manchester United, che offre 70 milioni al club e uno stipendio da urlo a lui.
Note di demerito
Giovanni Simeone è il grande assente nella Fiorentina che cerca soddisfazioni sulla strada dell'Europa. Più che nei gol (finora 4) il figlio del Cholo manca in quel lavoro di sponde e raddoppi, specialità della casa nella scorsa stagione e preziosissimo apporto alla causa viola. Meno lucido e ormai più conosciuto dagli avversari, è in palese involuzione, speriamo passeggera. Come lui, fatica a tornare su sontuosi livelli il Gallo Andrea Belotti, molto frenato dagli infortuni, alla ricerca (ormai lunga come una traversata del deserto) della condizione ideale per essere di nuovo devastante.
Allenatore: Giampiero Ventura
Difficile trovarne un altro per la squadra dei flop, anche se umanamente spiace. Quattro partite sulla panchina del Chievo nel tentativo disperato di far dimenticare la Svezia, quattro sconfitte e dimissioni. Come per Mondino Fabbri (ct del disastro con la Corea), certe catastrofi sono così grandi da trasformarsi in mausolei.
I TOP
1) Ionut Radu
In una stagione fin qui senza squadre catenacciare in giro (diversa la musica da febbraio quando chi non fa punti è perduto), non si sono visti portieri imbattibili o stressati. Tutti, anche i più forti, hanno un punto debole: Robin Olsen non sicurissimo fra i pali, Samir Handanovic da infarto in uscita, Alex Meret preda di qualche peccato di gioventù. E allora il più interessante del momento diventa Radu, il portierino del Genoa in prestito dall'Inter, che nell'infernale girone d'andata del Grifone (tre allenatori, sbandamenti da brivido) ha mostrato guantoni grandi e solidi.
2) Joao Cancelo
Già lo scorso anno aveva stupito per genialità e intelligenza. Prelevato come da tradizione da una rivale per indebolirla (scientifica strategia bianconera), il portoghese della Juventus è padrone assoluto della fascia. E non ci sta da terzino, bensì da regista aggiunto, in grado di dettare i tempi e imbucare come un rifinitore. Se attaccato da un'ala tosta (Chiesa, Politano) va in crisi, ma Max Allegri sa come farlo aiutare dai suoi corazzieri centrali. Infortunato, tornerà per le partite chiave in Champions League.
3) Kalidou Koulibaly
Lo scandalo di fine anno ha sancito la classe superiore di questo grande centrale di difesa, che come si diceva ai tempi di Franco Baresi e Gaetano Scirea, fa reparto da solo. Quei buuu partiti a San Siro dalle bocche di gente misera e sportivamente terrorizzata, volevano fiaccarlo, svuotarlo psicologicamente. Koulibaly è l'oro di Napoli, un Bonucci con 5 anni di meno, più forte sull'uomo anche se meno strategico nell'impostare. Nel suo ruolo, nessuno in Europa è decisivo quanto lui.
4) Milan Skriniar
Il centrale slovacco dell'Inter si sta confermando una roccia: ha 23 anni, un futuro da superstar e presto un contratto da top player visto che per rimanere a Milano ha chiesto un ritocco a 4 milioni di euro a stagione. Denaro che Manchester United e Barcellona gli darebbero senza problemi. Comprato per 15 milioni due estati fa dall'Inter, oggi ne vale 80. Fortissimo nelle chiusure e nel presidiare l'area, sta mostrando un punto debole inatteso: nelle uscite palla al piede sembra Lucio, se perde il passo sono guai. Limitarsi, please.
5) Gianluca Mancini
Dalla rosa dell'Atalanta escono difensori centrali fenomeni come da un supermercato. Dopo Mattia Caldara e Alessandro Bastoni, ecco Mancini, 21 anni, toscano, corazziere, che l'estate prossima sarà al centro di un'asta con 25 milioni come base di partenza per la felicità del presidente Antonio Percassi davanti a ragazzini molto più forti in area di quanto non fosse lui quando giocava. Prelevato dal Perugia, ha come idolo Marco Materazzi, è l'ideale per una difesa a tre a fa pure gol (sinora 4). Anche Giorgio Chiellini (33 anni) sta facendo un campionato sublime, confermandosi insuperabile, ma in prospettiva un millennial affascina di più.
6) Hamed Traorè
È il ragazzino del momento, quattro mesi in serie A nell'Empoli per entusiasmare gli osservatori delle grandi. A 20 anni il centrocampista della Costa d'Avorio ha classe, polmoni e carattere; combatte come Nicolò Barella e sa dettare i tempi come il primo Andrea Pirlo. Deve ovviamente crescere in esperienza e passo, ma la stoffa è cachemire e la prospettiva è da tuttocampista, quel giocatore universale che puoi mettere sulla fascia quando ti serve un uomo in più che sappia interdire e pensare. Come in questo caso.
7) Miralem Pjanic
Il metronomo della Juventus, unico nel suo genere, così inimitabile che Allegri se lo porterebbe a casa tutte le sere per non farselo rubare. E nel frattempo lo circonda di grandi passisti per proteggerne i colpi di genio. L'ultimo in ordine di tempo sarà Aaron Ramsey, in uscita dall'Arsenal, pronto a cantare in un coro impareggiabile con Emre Can, Blaise Matuidi (vecchietto), Sami Khedira (vecchietto) e Rodrigo Bentancur. Nessuno in Europa ha a disposizione una simile potenza di fuoco, figuriamoci in Italia dove almeno metà delle squadre del campionato più scontato del pianeta saranno doppiate dai cannibali di Torino.
8) Allan
Una conferma non scontata, un centrocampista con una marcia in più che nell'ultimo anno di Maurizio Sarri aveva mostrato una marcia in meno. Rinato con Carlo Ancelotti, Allan Marques Loureiro è mister Wolf che risolve ogni problema ai compagni mettendoli nella condizione ideale di giocare una palla perfetta. Peccato che in questa prima fase di stagione Lorenzo Insigne lo abbia assecondato poco. Lo vuole a tutti i costi il Psg per sostituire Adrien Rabiot in uscita verso Barcellona, ma Aurelio De Laurentiis sembra pronto a rinunciare a 70 milioni pur di vincere qualcosa. Sembra.
9) Federico Chiesa
L'uomo del destino, il prossimo oggetto del desiderio dei top club. Si sta confermando sui livelli stellari della scorsa stagione, imperversa sulla fascia, segna, dispensa assist e sta anche imparando a raddoppiare in fase difensiva. A 21 anni è un barbaro sognante anche perché gioca 90 minuti a settimana, a differenza per esempio di Federico Bernardeschi (il pensiero arriva lì per associazione di idee color viola) che cresce come le piante, vale a dire da fermo in panchina alla Juventus. Se limita i tuffi in area alla Inzaghi senior, Chiesa è un grande calciatore.
10) Cristiano Ronaldo
Basterebbe il nome, tutto il resto è inutile. È arrivato in elicottero, gioca in elicottero, riparte in elicottero. È un extraterrestre che ha impiegato una ventina di secondi a capire il campionato italiano, a differenza di Michel Platini che impiegò una stagione. È capocannoniere (14 reti), gioca a memoria con i compagni, ha una consapevolezza di superiorità che annichilisce gli avversari. A 33 anni basta e avanza. Al suo posto nella squadra ideale starebbero divinamente anche Mario Mandzukic (che a differenza di Paulo Dybala non ha sofferto un'unghia per l'arrivo dell'alieno) e Mauro Icardi. Quest'ultimo ogni anno più forte e più determinante. Con un unico difetto, la moglie.
11) Krzysztof Piatek
Di qui non lo sposta nessuno, l'incoronazione se l'è meritata fino in fondo perché ad agosto era solo un cognome su Wikipedia. Uscito dal cappello a cilindro di Enrico Preziosi (che lo ingaggiò dopo aver visto un suo filmato mentre stappava bollicine ghiacciate a Ibiza), Piatek è un giovane centravanti all'antica: scatto breve, tiro imparabile e la devastante capacità di intuire l'ultimo rimpallo. Tredici gol, uno meno di CR7, roba folle. Come è stupendamente folle la stagione di Fabio Quagliarella, dirimpettaio alla Sampdoria, che a 35 anni ne ha segnati 12 facendo impazzire di punta e di tacco le difese più attrezzate.
Note di merito
Christian Kouamé, nidiata Costa d'Avorio, 21 anni, l'uomo che innesca Piatek al Genoa fino a qualche mese fa giocava nel Cittadella in serie B. Radiomercato sostiene che in queste ore è stato ceduto al Napoli per 28 milioni, ma che è destinato a giocare a Marassi sino a fine stagione. Ha il passo di Paul Pogba, fa svanire la palla fra i piedi, gioca a testa alta. Se mantiene metà di ciò che promette è un ottimo giocatore.
Rodrigo De Paul è una delle poche soddisfazioni dell'Udinese in questa balbettante stagione. L'argentino, che lo scorso anno aveva segnato 4 gol, a metà di questo è già a 6. In grado di giocare rifinitore o seconda punta, è il classico attaccante che apre gli spazi e in contropiede trasforma il campo in prateria. La sua qualità sarà decisiva nella corsa verso la salvezza.
Nicolò Zaniolo è il teenager italiano (19 anni) del momento. Per tre motivi: è un centrocampista dai piedi divini, ha trovato posto nella Roma dopo essere stato convocato in nazionale (di solito accade il contrario), è arrivato nella capitale dall'Inter in quello che finora è stato lo scambio di mercato più delirante del decennio. Sbertucciato sui giornali dai campioni del mercante in fiera come plusvalenza ambulante, doveva essere un incentivo nerazzurro per ottenere Radja Nainggolan, il ninja che fa la differenza in discoteca. Invece la sta facendo lui in campo. Per ora non serve altro.
Allenatore: Carlo Ancelotti
È il tecnico ideale per allenare questa squadra con un mix di uomini di classe, uomini da corsa, giovani ruggenti e un fenomeno. Il Carlo Nazionale sta facendo bene a Napoli e ha allestito un gruppo in grado di arrivare fino in fondo all'Europa League. Bene, ma non benissimo, perché l'eliminazione dalla Champions resta una macchia e quelle tre sconfitte in campionato (Juve, Samp, Inter) parlano di una squadra in affanno contro avversarie di grinta e fisicità. Il saldo rimane comunque positivo e Ancelotti passeggia in via Caracciolo come una mozzarella. In carrozza.
Continua a leggereRiduci
Un pallone fermo trasmette sempre tristezza, perciò durante la sosta di campionato «La Verità» disegna due formazioni immaginarie per continuare a giocare: i peggiori e i migliori fino a oggi. Fra i dominatori della stagione, guidati da un incontenibile CR7, si celano anche giovani sorprese e graditi ritorni. Ma non è escluso che, da qui a maggio, pure qualche bidone trovi nuovo smalto.<div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-peggio-e-il-meglio-della-serie-a-2625130027.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-flop" data-post-id="2625130027" data-published-at="1782266732" data-use-pagination="False"> I FLOP 1) Gigi DonnarummaIl portiere del Milan farà in tempo a diventare il migliore del mondo, ma per ora (nonostante il marketing di Gennaro Gattuso e Mino Raiola) non lo è. Fortissimo sull'istinto, è ancora fragile quando deve ragionare e non trasferisce alla difesa quell'autorevolezza tranquilla, indispensabile per compiere capolavori. Alterna paratone a errori che lasciano perplessi. Nella fase ascendente della stagione sta qui anche perché paga il blackout nell'ultimo minuto del derby: quel cross di Matias Vecino partito da Abbiategrasso non sarebbe mai dovuto arrivare sulla testa di Mauro Icardi e costringere Mauro Suma (voce storica del Milan) ad ammettere «voglio morire in questo momento». Sono crudeltà.2) Sime VrsaljkoDoveva essere il sostituto di Cancelo, per ora è la riserva di Danilo D'Ambrosio. Arrivato dall'Atletico Madrid come una soluzione, per ora il croato è un problema per Luciano Spalletti, che non lo ha mai visto supportare Matteo Politano come ci si aspetterebbe. Pochi cross, il compitino in difesa, fermo ai box al primo raffreddore. All'Inter serve altro. Nella stessa barca c'è Darijo Srna. Il Cagliari potrebbe essere costretto (ragioni di bilancio) a mettere sul mercato il terzino croato, che dopo una partenza folgorante sta svernando sull'isola. È un signore, ha esperienza da vendere (a 36 anni ci mancherebbe) e alcuni gol di Leonardo Pavoletti sono arrivati da suoi cross radiocomandati. Ma per salvarsi, i sardi avrebbero più bisogno della follia muscolare della gioventù.3) Raul AlbiolUn paracarro di lusso, salvato da un impianto difensivo collaudato e da quel fenomeno vivente di Koulibaly. Ma se il Napoli in Europa ha quasi sempre preso un gol di troppo e in campionato non ha mai chiuso a tre mandate l'area di rigore, la colpa è anche del centrale spagnolo di 33 anni non più all'altezza della sua fama. Soffre gli attaccanti rapidi, fatica a contenere a sportellate quelli fisici. Anche se di testa è ancora decisivo, il suo tramonto sul golfo sembra cominciato.4) Federico FazioEusebio Di Francesco era convinto che lo standard del centrale argentino fosse quello dello scorso anno. Si sbagliava come tutti; in questi ultimi mesi del 2018 il Comandante ha perso i gradi. E se a guidare la difesa della Roma non ci fosse Kostas Manolas, i guai sarebbero anche più numerosi. Di Fazio avevamo ammirato autorevolezza, strapotere fisico e una musica interiore nel dettare i tempi di uscita del reparto. Difficile confermarsi sui livelli che avevano portato la Roma alla semifinale di Champions. E infatti lui oggi - nonostante abbia come icona Walter Samuel - è tutt'altro che un muro.5) Tiémoué BakayokoArrivato in prestito dal Chelsea per 5 milioni e riscattabile con altri 35, il medianone del Milan era partito malissimo. Sembrava il classico oggetto misterioso, come Geoffrey Kondogbia nel primo anno all'Inter. Poi ha cominciato a risalire la china, è stato il migliore in campo con Parma e Spal, ora sembra che Leonardo voglia provare a trattare per tenerlo senza svenarsi e senza irritare l'Uefa. La posizione alla Marcel Desailly davanti alla difesa è quella dove il francese rende di più. La seconda parte della stagione di Bakayoko potrebbe dargli ragione, di sicuro la prima (quella caratterizzata da un'altalena di risultati in campionato e la cacciata dall'Europa) è stata deficitaria, dispersiva, da costoso comprimario che vaga per San Siro alla ricerca di una via d'uscita. Può solo migliorare, anzi deve solo migliorare.6) Javier PastorePiù è pesante il nome, più sono alte le aspettative, più è penetrante il sibilo del soggetto in caduta. Commento a Trastevere: «È un ex giocatore». In realtà El Flaco ha ancora la testa con le bollicine e il tocco magico, ma quel polpaccio sfilacciato che lo tormenta ne sta affrettando il declino. Proprio per questo a Parigi lo chiamavano Uomo di Vetro e lo hanno lasciato andare. A Roma ha giocato la metà delle partite possibili, quasi mai ha inciso, è volato in Cina per guarire, ha inviato tweet malinconici del tipo: «Quanti ostacoli. Ma ci vediamo presto». L'argentino non ha ancora 30 anni, potrebbe essere decisivo in Italia e in Europa, ma l'orizzonte è grigio. Alla ripresa, con l'esplosione di Nicolò Zaniolo e la crescita di Lorenzo Pellegrini, ripartirà dalla panchina. E sarà l'ultima sfida.7) Radja NainggolanQuelle «due o tre cose» che ha in testa e mette davanti al calcio (parole di Spalletti) hanno trasformato un guerriero in un furiere. Non ancora in un fantasma, perché lui è sempre molto visibile: infatti si preoccupa di farsi fotografare su Instagram in discoteca, con un mastello di birra in mano, accanto a floride figliole, con auto da Fast and furious sullo sfondo. Le due o tre cose. È la metamorfosi kafkiana di Nainggolan, fortemente voluto dall'allenatore dell'Inter per mettere una tigre nel motore e scambiato con Zaniolo (miglior prospetto giovane del vivaio) più Davide Santon e 24 milioni. Per ora è il flop dell'anno e non è escluso che (dopo gli affari Gabigol e Joao Mario, quest'ultimo comunque in pieno rilancio) la famiglia Zhang abbia accelerato l'ingaggio di Beppe Marotta per chiudere definitivamente la stagione delle bufale.8) Sergej Milinkovic-SavicIl principe si è svegliato, si è stiracchiato, ha fatto gol al Cagliari il 23 dicembre e si è attovagliato per Natale. La Lazio esulta, ma nessuno si può dimenticare che il principe aveva dormito 4 mesi, lontano parente di quel fuoriclasse arrivato in estate a valere 120 milioni di euro, prezzo fatto da Claudio Lotito e sognato da Lotito nel mercato ideale di Lotito. Già al Mondiale di Russia, in una squadra sgangherata, Sergej aveva deluso. Ma il peggio è arrivato in autunno quando il leader naturale delle Aquile sembrava un piccione, frastornato e contrariato perché gli avversari osavano non fargli vedere palla. Problemi di crescita, bravo Simone Inzaghi ad aspettarlo. Se Milinkovic-Savic torna quello dell'anno scorso nulla è perduto, neppure il posto in Champions e i 120 milioni.9) Gonzalo HiguainVederlo triste solitario y final a caccia di ogni pallone come un Domenico Berardi qualunque mette tristezza. Higuain non merita d'essere scambiato per un ballerino di fila, ma in questa strana stagione milanista il suo destino sembra quello di Amleto: una professionalità indiscutibile, guizzi da fuoriclasse qual è, ma solo 6 gol come Marco Benassi e Andrea Petagna mentre CR7 ne ha segnati più del doppio. E la consapevolezza che dialogare con atipici tarantolati come Suso e Hakan Calhanoglu non sarà mai semplice. Il Pipita ha pagato il cambio di maglia, potrebbe perfino essere un balzello fisiologico. Se il Milan ritrova le giuste armonie, ritroverà automaticamente uno dei più decisivi attaccanti dell'ultimo decennio.10) Patrik SchickLo stiamo aspettando da due stagioni. Pazienti, fiduciosi, consapevoli come Di Francesco che potrebbe davvero essere il nuovo Robert Lewandowski, ma anche uno dei tanti che passano e non lasciano traccia per mancanza di furore interiore. Sembrava compresso dalle sue paure, poi dal sistema tattico della Roma, infine dalla personalità di Edin Dzeko. Ma l'infortunio del centravanti titolare e la crescita della squadra gli hanno tolto gli alibi; se non decolla (e non sta decollando) sono problemi. Peccato perché i mesi alla Samp ci avevano mostrato un attaccante formidabile, che oggi per ritrovare le motivazioni si è affidato a un mental coach. Peraltro ha solo 22 anni e tutto il tempo per esplodere.11) Douglas CostaUno sputo e via, scomparso fra le righe verticali della maglia come se fossero sbarre da carcerato d'oro. Dopo lo sgradevole episodio col Sassuolo e una fastidiosa serie di infortuni, il brasiliano della Juve è scivolato in fondo alla lista degli attaccanti a disposizione di Allegri. Formidabile per talento e fantasia, non è fatto per allargare i gomiti a caccia di 30 minuti di partita, ma per essere protagonista. Il suo destino dipende dalla prossima primavera: o trova spazio e ritrova il sorriso, oppure sarà difficile respingere il Manchester United, che offre 70 milioni al club e uno stipendio da urlo a lui.Note di demeritoGiovanni Simeone è il grande assente nella Fiorentina che cerca soddisfazioni sulla strada dell'Europa. Più che nei gol (finora 4) il figlio del Cholo manca in quel lavoro di sponde e raddoppi, specialità della casa nella scorsa stagione e preziosissimo apporto alla causa viola. Meno lucido e ormai più conosciuto dagli avversari, è in palese involuzione, speriamo passeggera. Come lui, fatica a tornare su sontuosi livelli il Gallo Andrea Belotti, molto frenato dagli infortuni, alla ricerca (ormai lunga come una traversata del deserto) della condizione ideale per essere di nuovo devastante.Allenatore: Giampiero VenturaDifficile trovarne un altro per la squadra dei flop, anche se umanamente spiace. Quattro partite sulla panchina del Chievo nel tentativo disperato di far dimenticare la Svezia, quattro sconfitte e dimissioni. Come per Mondino Fabbri (ct del disastro con la Corea), certe catastrofi sono così grandi da trasformarsi in mausolei. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-peggio-e-il-meglio-della-serie-a-2625130027.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-top" data-post-id="2625130027" data-published-at="1782266732" data-use-pagination="False"> I TOP 1) Ionut RaduIn una stagione fin qui senza squadre catenacciare in giro (diversa la musica da febbraio quando chi non fa punti è perduto), non si sono visti portieri imbattibili o stressati. Tutti, anche i più forti, hanno un punto debole: Robin Olsen non sicurissimo fra i pali, Samir Handanovic da infarto in uscita, Alex Meret preda di qualche peccato di gioventù. E allora il più interessante del momento diventa Radu, il portierino del Genoa in prestito dall'Inter, che nell'infernale girone d'andata del Grifone (tre allenatori, sbandamenti da brivido) ha mostrato guantoni grandi e solidi.2) Joao CanceloGià lo scorso anno aveva stupito per genialità e intelligenza. Prelevato come da tradizione da una rivale per indebolirla (scientifica strategia bianconera), il portoghese della Juventus è padrone assoluto della fascia. E non ci sta da terzino, bensì da regista aggiunto, in grado di dettare i tempi e imbucare come un rifinitore. Se attaccato da un'ala tosta (Chiesa, Politano) va in crisi, ma Max Allegri sa come farlo aiutare dai suoi corazzieri centrali. Infortunato, tornerà per le partite chiave in Champions League.3) Kalidou KoulibalyLo scandalo di fine anno ha sancito la classe superiore di questo grande centrale di difesa, che come si diceva ai tempi di Franco Baresi e Gaetano Scirea, fa reparto da solo. Quei buuu partiti a San Siro dalle bocche di gente misera e sportivamente terrorizzata, volevano fiaccarlo, svuotarlo psicologicamente. Koulibaly è l'oro di Napoli, un Bonucci con 5 anni di meno, più forte sull'uomo anche se meno strategico nell'impostare. Nel suo ruolo, nessuno in Europa è decisivo quanto lui.4) Milan SkriniarIl centrale slovacco dell'Inter si sta confermando una roccia: ha 23 anni, un futuro da superstar e presto un contratto da top player visto che per rimanere a Milano ha chiesto un ritocco a 4 milioni di euro a stagione. Denaro che Manchester United e Barcellona gli darebbero senza problemi. Comprato per 15 milioni due estati fa dall'Inter, oggi ne vale 80. Fortissimo nelle chiusure e nel presidiare l'area, sta mostrando un punto debole inatteso: nelle uscite palla al piede sembra Lucio, se perde il passo sono guai. Limitarsi, please.5) Gianluca ManciniDalla rosa dell'Atalanta escono difensori centrali fenomeni come da un supermercato. Dopo Mattia Caldara e Alessandro Bastoni, ecco Mancini, 21 anni, toscano, corazziere, che l'estate prossima sarà al centro di un'asta con 25 milioni come base di partenza per la felicità del presidente Antonio Percassi davanti a ragazzini molto più forti in area di quanto non fosse lui quando giocava. Prelevato dal Perugia, ha come idolo Marco Materazzi, è l'ideale per una difesa a tre a fa pure gol (sinora 4). Anche Giorgio Chiellini (33 anni) sta facendo un campionato sublime, confermandosi insuperabile, ma in prospettiva un millennial affascina di più.6) Hamed TraorèÈ il ragazzino del momento, quattro mesi in serie A nell'Empoli per entusiasmare gli osservatori delle grandi. A 20 anni il centrocampista della Costa d'Avorio ha classe, polmoni e carattere; combatte come Nicolò Barella e sa dettare i tempi come il primo Andrea Pirlo. Deve ovviamente crescere in esperienza e passo, ma la stoffa è cachemire e la prospettiva è da tuttocampista, quel giocatore universale che puoi mettere sulla fascia quando ti serve un uomo in più che sappia interdire e pensare. Come in questo caso.7) Miralem PjanicIl metronomo della Juventus, unico nel suo genere, così inimitabile che Allegri se lo porterebbe a casa tutte le sere per non farselo rubare. E nel frattempo lo circonda di grandi passisti per proteggerne i colpi di genio. L'ultimo in ordine di tempo sarà Aaron Ramsey, in uscita dall'Arsenal, pronto a cantare in un coro impareggiabile con Emre Can, Blaise Matuidi (vecchietto), Sami Khedira (vecchietto) e Rodrigo Bentancur. Nessuno in Europa ha a disposizione una simile potenza di fuoco, figuriamoci in Italia dove almeno metà delle squadre del campionato più scontato del pianeta saranno doppiate dai cannibali di Torino.8) AllanUna conferma non scontata, un centrocampista con una marcia in più che nell'ultimo anno di Maurizio Sarri aveva mostrato una marcia in meno. Rinato con Carlo Ancelotti, Allan Marques Loureiro è mister Wolf che risolve ogni problema ai compagni mettendoli nella condizione ideale di giocare una palla perfetta. Peccato che in questa prima fase di stagione Lorenzo Insigne lo abbia assecondato poco. Lo vuole a tutti i costi il Psg per sostituire Adrien Rabiot in uscita verso Barcellona, ma Aurelio De Laurentiis sembra pronto a rinunciare a 70 milioni pur di vincere qualcosa. Sembra.9) Federico ChiesaL'uomo del destino, il prossimo oggetto del desiderio dei top club. Si sta confermando sui livelli stellari della scorsa stagione, imperversa sulla fascia, segna, dispensa assist e sta anche imparando a raddoppiare in fase difensiva. A 21 anni è un barbaro sognante anche perché gioca 90 minuti a settimana, a differenza per esempio di Federico Bernardeschi (il pensiero arriva lì per associazione di idee color viola) che cresce come le piante, vale a dire da fermo in panchina alla Juventus. Se limita i tuffi in area alla Inzaghi senior, Chiesa è un grande calciatore.10) Cristiano RonaldoBasterebbe il nome, tutto il resto è inutile. È arrivato in elicottero, gioca in elicottero, riparte in elicottero. È un extraterrestre che ha impiegato una ventina di secondi a capire il campionato italiano, a differenza di Michel Platini che impiegò una stagione. È capocannoniere (14 reti), gioca a memoria con i compagni, ha una consapevolezza di superiorità che annichilisce gli avversari. A 33 anni basta e avanza. Al suo posto nella squadra ideale starebbero divinamente anche Mario Mandzukic (che a differenza di Paulo Dybala non ha sofferto un'unghia per l'arrivo dell'alieno) e Mauro Icardi. Quest'ultimo ogni anno più forte e più determinante. Con un unico difetto, la moglie.11) Krzysztof PiatekDi qui non lo sposta nessuno, l'incoronazione se l'è meritata fino in fondo perché ad agosto era solo un cognome su Wikipedia. Uscito dal cappello a cilindro di Enrico Preziosi (che lo ingaggiò dopo aver visto un suo filmato mentre stappava bollicine ghiacciate a Ibiza), Piatek è un giovane centravanti all'antica: scatto breve, tiro imparabile e la devastante capacità di intuire l'ultimo rimpallo. Tredici gol, uno meno di CR7, roba folle. Come è stupendamente folle la stagione di Fabio Quagliarella, dirimpettaio alla Sampdoria, che a 35 anni ne ha segnati 12 facendo impazzire di punta e di tacco le difese più attrezzate.Note di meritoChristian Kouamé, nidiata Costa d'Avorio, 21 anni, l'uomo che innesca Piatek al Genoa fino a qualche mese fa giocava nel Cittadella in serie B. Radiomercato sostiene che in queste ore è stato ceduto al Napoli per 28 milioni, ma che è destinato a giocare a Marassi sino a fine stagione. Ha il passo di Paul Pogba, fa svanire la palla fra i piedi, gioca a testa alta. Se mantiene metà di ciò che promette è un ottimo giocatore.Rodrigo De Paul è una delle poche soddisfazioni dell'Udinese in questa balbettante stagione. L'argentino, che lo scorso anno aveva segnato 4 gol, a metà di questo è già a 6. In grado di giocare rifinitore o seconda punta, è il classico attaccante che apre gli spazi e in contropiede trasforma il campo in prateria. La sua qualità sarà decisiva nella corsa verso la salvezza.Nicolò Zaniolo è il teenager italiano (19 anni) del momento. Per tre motivi: è un centrocampista dai piedi divini, ha trovato posto nella Roma dopo essere stato convocato in nazionale (di solito accade il contrario), è arrivato nella capitale dall'Inter in quello che finora è stato lo scambio di mercato più delirante del decennio. Sbertucciato sui giornali dai campioni del mercante in fiera come plusvalenza ambulante, doveva essere un incentivo nerazzurro per ottenere Radja Nainggolan, il ninja che fa la differenza in discoteca. Invece la sta facendo lui in campo. Per ora non serve altro.Allenatore: Carlo AncelottiÈ il tecnico ideale per allenare questa squadra con un mix di uomini di classe, uomini da corsa, giovani ruggenti e un fenomeno. Il Carlo Nazionale sta facendo bene a Napoli e ha allestito un gruppo in grado di arrivare fino in fondo all'Europa League. Bene, ma non benissimo, perché l'eliminazione dalla Champions resta una macchia e quelle tre sconfitte in campionato (Juve, Samp, Inter) parlano di una squadra in affanno contro avversarie di grinta e fisicità. Il saldo rimane comunque positivo e Ancelotti passeggia in via Caracciolo come una mozzarella. In carrozza.
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
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