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2022-06-28
Il Pd vende fumo, la destra latte versato
Enrico Letta (Ansa)
Diabolik. Tanto di cappello ai fumettisti che disegnano il profilo del Pd, capace di attraversare ogni tornata elettorale accompagnato dalle fanfare trionfali anche quando perde o - operazione ancora più subdola e raffinata - si appropria delle vittorie altrui. Al Nazareno si brinda e si alzano cortine fumogene nella distrazione dei media, così impegnati a schernire il centrodestra pasticcione (a Verona, a Monza, a Catanzaro) da non avvedersi che i Letta boys stanno accreditando una narrazione degli eventi che Mark Twain definirebbe «fortemente esagerata».
Bastano pochi dati a smentire la festa da circo Medrano con un numero spropositato di giullari in campo. In definitiva tre: popolazione coinvolta 3.609.000 di votanti, centrodestra 1,8 milioni di voti, centrosinistra 1,3 milioni di voti, civici 370.000 voti. Percentuali assolute: centrodestra 52%, centrosinistra 37%. Da qui si parte, il resto è teatro. La fotografia non ha alcun valore nazionale, ma è necessaria per rimanere dentro i binari della razionalità e non finire direttamente obnubilati dalle salamelle della festa dell’Unità.
Eppure Enrico Letta spinge sulla grancassa e il sabba collettivo è da canzone popolare prodiana. «Alla fine della festa vincono la linearità e la serietà», «Vinciamo perché la responsabilità è più importante di tutto». In realtà il Pd si convince di avere vinto perché alla base di tutto c’è il trasformismo, quella caratteristica che muta in un alleato ogni Zelig di passaggio e ingloba chiunque sia funzionale all’establishment. Se non fosse così i dem non avrebbero governato in 10 degli ultimi 11 anni, perdendo nelle urne ma approfittando dei giochi di palazzo.
Il primo esempio concreto è proprio il trionfo di Verona, determinato dallo svolazzare del centrodestra diviso dal balcone di Romeo e Giulietta, ma anche dal vento contrario ai partiti e ancor più al Palazzo che spira nelle piazze italiane. Damiano Tommasi, oggi dipinto come campione del piddismo riformista, in realtà è un movimentista green-arcobaleno senza tessera che in tutta la campagna elettorale non ha voluto avere niente a che fare con l’alleato principale: ha preso i voti ma si è ben guardato dall’inserire i simboli dem nei manifesti, di accostarsi agli elmetti dem sulla guerra, di appiattirsi sulle politiche dem in economia. Allergico ai comizi, agli sponsor e ad essere circondato dai soliti noti (Arci, Cgil, imprenditori illuminati da Karl Marx) ha vissuto un mese nascondendosi. Si è rifiutato sistematicamente di salire sul palco con Letta e Giuseppe Conte arrivati a celebrarlo. Ma secondo il Nazareno adesso Verona è cosa loro.
L’analisi non vuole creare alibi a Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, anzi finisce per aggravare la diagnosi di una coalizione in difficoltà quanto a intelligenza e manovrabilità politica. Semplicemente, è facile notare come una tornata di ballottaggi che ha coinvolto 65 comuni (solo 13 capoluoghi di provincia) si sia trasformata in una cavalcata napoleonica del partito di riferimento sospinta dai soliti battaglioni di ussari di redazione. E chi consiglia calma sottolineando una percentuale di fedeli alle urne da Midwest americano (42%) viene bollato come disfattista. Poiché i numeri di solito non mentono, anche il check up di YouTrend conferma le sensazioni. Il centrodestra aveva 54 sindaci uscenti e oggi ne ha 58 (+4), il centrosinistra ne aveva 48 e adesso ne ha 53 (+5). Rulli di tamburi a sinistra, ma il caravanserraglio con Matteo Renzi, Carlo Calenda e prefissi telefonici di rosso antico è sempre dietro. Dire che il campo largo ha funzionato come accade in queste ore è un azzardo: il Movimento 5 stelle partiva con 8 amministrazioni e si ritrova con una.
Scambiare i candidati civici per bandiere del progressismo è lo sport del momento. Accade a Parma dove Michele Guerra, erede di Federico Pizzarotti e suo adepto nel movimento «Effetto Parma», da ieri mattina sembra Che Guevara. Eppure anche in questo caso il Pd è andato a rimorchio come un gregario per uscire all’ultimo chilometro a braccia alzate al grido: «Siamo tutti rosè». Va aggiunta una curiosità: i civici funzionano solo quando fanno comodo. A Como, dove Alessandro Rapinese ha sbaragliato Barbara Minghetti (sostenuta dal Pd in prima fila con sfilata di leader, da Letta a Beppe Sala) anche grazie ai voti del centrodestra, si parla di effetto collaterale del malpancismo collettivo.
Se andiamo a guardare dentro le singole vicende scopriamo che, più della gioiosa macchina da guerra dem, la responsabilità dell’esito sta negli autogol del centrodestra. Esempio straniante a Catanzaro, dove i conservatori sono riusciti a perdere a sorpresa presentando un candidato, Valerio Donato, proveniente dal centrosinistra. Un errore strategico che non ha tenuto conto del rifiuto dei cittadini di consegnare deleghe in bianco a «politici politicanti», figuriamoci se buoni per tutte le stagioni.
Il Pd si conferma un partito blob, nel senso di «massa informe di potere» capace di assumere ogni fattezza e di inglobare ogni istanza di cambiamento mascherandosi alla bisogna e nascondendosi dietro cortine fumogene. Diabolik. La stessa operazione di facciata che sta accadendo con Luigi Di Maio, oggi dipinto quasi come un Emmanuel Macron italiano senza pudore solo perché, improvvisamente, anche un ex venditore ambulante di bibite convinto che «la Russia si affaccia sul Mediterraneo» è utile alla sinistra di Palazzo.
Centrodestra, così no. Eppure già si litiga su Sicilia e Lombardia
«Ora basta litigi», diceva Giorgia Meloni ieri mattina, commentando attraverso un video sui social il clamoroso flop del centrodestra alle amministrative. Più facile a dirsi che a farsi, dato che nella coalizione di centrodestra le incomprensioni, i nervi scoperti e le liti personali continuano a dominare la scena.
Sta di fatto che una coalizione che potrebbe (a questo punto il condizionale è d’obbligo) stravincere le elezioni del 2023 non governa le grandi città italiane, fra candidature sbagliate, una malintesa idea del civismo e la disaffezione di un elettorato che non pare disposto a schierarsi come un solo uomo per mere ragioni di scuderia; una coalizione che sta dando ai suoi potenziali elettori la sensazione di essere già concentrata sui futuri (virtuali) assetti di potere e che trascura il piccolo dettaglio che alle prossime politiche manca un anno, che un anno in politica equivale a un secolo, e che un anno come quello che si prospetta, tra crisi, guerra e conflitti sociali in agguato sembrerà un millennio.
Ieri la riflessione sulla sconfitta conteneva già in sé il seme di una nuova «grana», di una nuova guerra con gli alleati, di una nuova potenziale frattura: le regionali in Sicilia del prossimo autunno, con la Meloni che vuole ricandidare il presidente uscente Nello Musumeci, contro il parere di Lega e Forza Italia. «Basta litigi, a partire della Sicilia», argomenta la Meloni, ricominciando a litigare, «non possiamo rischiare di mettere a repentaglio il risultato delle politiche. Chiederò a Salvini e Berlusconi di vederci il prima possibile per evitare ulteriori divisioni». Francesco Lollobrigida ci mette il carico: «Fratelli d’Italia», sottolinea il capogruppo di Fdi a Sky Tg24, «non ha mai messo in discussione un sindaco o un presidente di Regione uscente: questo logoramento da parte degli alleati non può non avere un chiarimento sul percorso futuro. La litigiosità imputata a Fdi, in realtà», aggiunge Lollobrigida, «nasce da aggressioni a freddo che vengono fatte a chi governa, come accade ad esempio a Nello Musumeci in Sicilia».
Dal profondo Sud al profondo Nord, pure la Lombardia scricchiola. Clamoroso ciò che è accaduto ieri: il presidente Attilio Fontana incontra Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, che lo definiscono «candidato naturale», e negli stessi minuti la Moratti, che già si è detta disponibile a candidarsi alla presidenza, dichiara il contrario: «Credo», sottolinea Donna Letizia, «che sarebbe importante riuscire a parlare a un elettorato più ampio di quello attuale. Io candidata? Sono a disposizione del centrodestra, saranno i partiti a decidere». Le regionali in Lombardia sono in programma nella primavera del 2023, a ridosso delle politiche: immaginate quanto è profondo il burrone che il centrodestra si trova davanti, se la Meloni, Salvini e Silvio Berlusconi non riusciranno a ricomporre le fratture. «Sui territori», dice alla Verità un big della coalizione, «gli esponenti dei tre partiti si odiano, è un dato di fatto. A livello nazionale Salvini e Berlusconi ultimamente hanno ricucito un rapporto, ma con la Meloni non si riesce a parlare». «La Lega», riflette con noi un esponente di peso del Carroccio, «alle Europee del 2019 prese il 34%, eppure Salvini non ha mai avuto atteggiamenti arroganti nei confronti degli alleati. La Meloni si gioca la presidenza del Consiglio, se teme che qualcuno le metterà i bastoni tra le ruote sbaglia. Matteo sarebbe felicissimo anche di tornare al ministero dell’Interno».
La leader di Fratelli d’Italia, dal canto suo, ritiene che non le sia riconosciuto il peso derivante dai suoi consensi. Come dire: abbiamo seguito Berlusconi e Salvini quando erano loro a trainare la coalizione, ora tocca a noi. Autorevolissime fonti di centrodestra sussurrano alla Verità che anche le mosse della Moratti potrebbero essere funzionali alla partita che la Meloni si gioca in Sicilia: «Finché non arriva l’ok della Lega su Musumeci», è il ragionamento, «vogliono tenere sotto scacco Fontana». Versione diversa arriva dai piani alti di Forza Italia: «Il protagonismo della Moratti», ci spiegano, «è tutto suo e del suo staff, lei è convinta ma la Lega ha blindato Fontana. Dobbiamo capire se fa un passo indietro o no». Sussurri, sospetti, veleni: il centrodestra del giorno dopo la batosta ai ballottaggi è un covo di vipere. «I tre leader», sospira un esponente di governo, «sono innanzitutto tre persone molto diverse tra loro, diciamo che non andrebbero a cena insieme. Detto ciò, non sono preoccupato per le politiche del prossimo anno, vinceremo di sicuro». «Per me», argomenta Salvini, «l’incontro tra i leader del centrodestra si può fare anche domani. Non è possibile perdere in città importanti perchè il centrodestra si divide per paura, per calcolo per interessi di parte. Vediamoci», aggiunge Salvini, «e prepariamo la prossima squadra e il prossimo progetto di governo, subito, insieme». «Sarò io stesso», sottolinea Berlusconi, «a promuovere un confronto approfondito con i nostri alleati per disegnare l’Italia del futuro e vincere le prossime elezioni nazionali». E ieri, in un video messaggio postato sui social, ha sentenziato, lapidario: «Purtroppo ieri (domenica, ndr) non ha vinto nessuno, ha perso la democrazia».
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Enrico Letta gongola, ma deve ringraziare gli autogol degli avversari e candidati fuori dagli schemi che fino a ieri si vergognavano di accostarsi al simbolo dei dem. In termini assoluti, il centrodestra aumenta i sindaci e ha 500.000 voti più del centrosinistra.Centrodestra, così no. Eppure già si litiga su Sicilia e Lombardia. Alcuni flop ai ballottaggi fanno male: i leader dovranno ricucire. Ma sulle candidature di Nello Musumeci e Attilio Fontana resta battaglia.Lo speciale comprende due articoli. Diabolik. Tanto di cappello ai fumettisti che disegnano il profilo del Pd, capace di attraversare ogni tornata elettorale accompagnato dalle fanfare trionfali anche quando perde o - operazione ancora più subdola e raffinata - si appropria delle vittorie altrui. Al Nazareno si brinda e si alzano cortine fumogene nella distrazione dei media, così impegnati a schernire il centrodestra pasticcione (a Verona, a Monza, a Catanzaro) da non avvedersi che i Letta boys stanno accreditando una narrazione degli eventi che Mark Twain definirebbe «fortemente esagerata».Bastano pochi dati a smentire la festa da circo Medrano con un numero spropositato di giullari in campo. In definitiva tre: popolazione coinvolta 3.609.000 di votanti, centrodestra 1,8 milioni di voti, centrosinistra 1,3 milioni di voti, civici 370.000 voti. Percentuali assolute: centrodestra 52%, centrosinistra 37%. Da qui si parte, il resto è teatro. La fotografia non ha alcun valore nazionale, ma è necessaria per rimanere dentro i binari della razionalità e non finire direttamente obnubilati dalle salamelle della festa dell’Unità. Eppure Enrico Letta spinge sulla grancassa e il sabba collettivo è da canzone popolare prodiana. «Alla fine della festa vincono la linearità e la serietà», «Vinciamo perché la responsabilità è più importante di tutto». In realtà il Pd si convince di avere vinto perché alla base di tutto c’è il trasformismo, quella caratteristica che muta in un alleato ogni Zelig di passaggio e ingloba chiunque sia funzionale all’establishment. Se non fosse così i dem non avrebbero governato in 10 degli ultimi 11 anni, perdendo nelle urne ma approfittando dei giochi di palazzo. Il primo esempio concreto è proprio il trionfo di Verona, determinato dallo svolazzare del centrodestra diviso dal balcone di Romeo e Giulietta, ma anche dal vento contrario ai partiti e ancor più al Palazzo che spira nelle piazze italiane. Damiano Tommasi, oggi dipinto come campione del piddismo riformista, in realtà è un movimentista green-arcobaleno senza tessera che in tutta la campagna elettorale non ha voluto avere niente a che fare con l’alleato principale: ha preso i voti ma si è ben guardato dall’inserire i simboli dem nei manifesti, di accostarsi agli elmetti dem sulla guerra, di appiattirsi sulle politiche dem in economia. Allergico ai comizi, agli sponsor e ad essere circondato dai soliti noti (Arci, Cgil, imprenditori illuminati da Karl Marx) ha vissuto un mese nascondendosi. Si è rifiutato sistematicamente di salire sul palco con Letta e Giuseppe Conte arrivati a celebrarlo. Ma secondo il Nazareno adesso Verona è cosa loro.L’analisi non vuole creare alibi a Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, anzi finisce per aggravare la diagnosi di una coalizione in difficoltà quanto a intelligenza e manovrabilità politica. Semplicemente, è facile notare come una tornata di ballottaggi che ha coinvolto 65 comuni (solo 13 capoluoghi di provincia) si sia trasformata in una cavalcata napoleonica del partito di riferimento sospinta dai soliti battaglioni di ussari di redazione. E chi consiglia calma sottolineando una percentuale di fedeli alle urne da Midwest americano (42%) viene bollato come disfattista. Poiché i numeri di solito non mentono, anche il check up di YouTrend conferma le sensazioni. Il centrodestra aveva 54 sindaci uscenti e oggi ne ha 58 (+4), il centrosinistra ne aveva 48 e adesso ne ha 53 (+5). Rulli di tamburi a sinistra, ma il caravanserraglio con Matteo Renzi, Carlo Calenda e prefissi telefonici di rosso antico è sempre dietro. Dire che il campo largo ha funzionato come accade in queste ore è un azzardo: il Movimento 5 stelle partiva con 8 amministrazioni e si ritrova con una.Scambiare i candidati civici per bandiere del progressismo è lo sport del momento. Accade a Parma dove Michele Guerra, erede di Federico Pizzarotti e suo adepto nel movimento «Effetto Parma», da ieri mattina sembra Che Guevara. Eppure anche in questo caso il Pd è andato a rimorchio come un gregario per uscire all’ultimo chilometro a braccia alzate al grido: «Siamo tutti rosè». Va aggiunta una curiosità: i civici funzionano solo quando fanno comodo. A Como, dove Alessandro Rapinese ha sbaragliato Barbara Minghetti (sostenuta dal Pd in prima fila con sfilata di leader, da Letta a Beppe Sala) anche grazie ai voti del centrodestra, si parla di effetto collaterale del malpancismo collettivo. Se andiamo a guardare dentro le singole vicende scopriamo che, più della gioiosa macchina da guerra dem, la responsabilità dell’esito sta negli autogol del centrodestra. Esempio straniante a Catanzaro, dove i conservatori sono riusciti a perdere a sorpresa presentando un candidato, Valerio Donato, proveniente dal centrosinistra. Un errore strategico che non ha tenuto conto del rifiuto dei cittadini di consegnare deleghe in bianco a «politici politicanti», figuriamoci se buoni per tutte le stagioni.Il Pd si conferma un partito blob, nel senso di «massa informe di potere» capace di assumere ogni fattezza e di inglobare ogni istanza di cambiamento mascherandosi alla bisogna e nascondendosi dietro cortine fumogene. Diabolik. La stessa operazione di facciata che sta accadendo con Luigi Di Maio, oggi dipinto quasi come un Emmanuel Macron italiano senza pudore solo perché, improvvisamente, anche un ex venditore ambulante di bibite convinto che «la Russia si affaccia sul Mediterraneo» è utile alla sinistra di Palazzo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pd-trionfa-sempre-con-le-vittorie-degli-altri-2657570363.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="centrodestra-cosi-no-eppure-gia-si-litiga-su-sicilia-e-lombardia" data-post-id="2657570363" data-published-at="1656358930" data-use-pagination="False"> Centrodestra, così no. Eppure già si litiga su Sicilia e Lombardia «Ora basta litigi», diceva Giorgia Meloni ieri mattina, commentando attraverso un video sui social il clamoroso flop del centrodestra alle amministrative. Più facile a dirsi che a farsi, dato che nella coalizione di centrodestra le incomprensioni, i nervi scoperti e le liti personali continuano a dominare la scena. Sta di fatto che una coalizione che potrebbe (a questo punto il condizionale è d’obbligo) stravincere le elezioni del 2023 non governa le grandi città italiane, fra candidature sbagliate, una malintesa idea del civismo e la disaffezione di un elettorato che non pare disposto a schierarsi come un solo uomo per mere ragioni di scuderia; una coalizione che sta dando ai suoi potenziali elettori la sensazione di essere già concentrata sui futuri (virtuali) assetti di potere e che trascura il piccolo dettaglio che alle prossime politiche manca un anno, che un anno in politica equivale a un secolo, e che un anno come quello che si prospetta, tra crisi, guerra e conflitti sociali in agguato sembrerà un millennio. Ieri la riflessione sulla sconfitta conteneva già in sé il seme di una nuova «grana», di una nuova guerra con gli alleati, di una nuova potenziale frattura: le regionali in Sicilia del prossimo autunno, con la Meloni che vuole ricandidare il presidente uscente Nello Musumeci, contro il parere di Lega e Forza Italia. «Basta litigi, a partire della Sicilia», argomenta la Meloni, ricominciando a litigare, «non possiamo rischiare di mettere a repentaglio il risultato delle politiche. Chiederò a Salvini e Berlusconi di vederci il prima possibile per evitare ulteriori divisioni». Francesco Lollobrigida ci mette il carico: «Fratelli d’Italia», sottolinea il capogruppo di Fdi a Sky Tg24, «non ha mai messo in discussione un sindaco o un presidente di Regione uscente: questo logoramento da parte degli alleati non può non avere un chiarimento sul percorso futuro. La litigiosità imputata a Fdi, in realtà», aggiunge Lollobrigida, «nasce da aggressioni a freddo che vengono fatte a chi governa, come accade ad esempio a Nello Musumeci in Sicilia». Dal profondo Sud al profondo Nord, pure la Lombardia scricchiola. Clamoroso ciò che è accaduto ieri: il presidente Attilio Fontana incontra Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, che lo definiscono «candidato naturale», e negli stessi minuti la Moratti, che già si è detta disponibile a candidarsi alla presidenza, dichiara il contrario: «Credo», sottolinea Donna Letizia, «che sarebbe importante riuscire a parlare a un elettorato più ampio di quello attuale. Io candidata? Sono a disposizione del centrodestra, saranno i partiti a decidere». Le regionali in Lombardia sono in programma nella primavera del 2023, a ridosso delle politiche: immaginate quanto è profondo il burrone che il centrodestra si trova davanti, se la Meloni, Salvini e Silvio Berlusconi non riusciranno a ricomporre le fratture. «Sui territori», dice alla Verità un big della coalizione, «gli esponenti dei tre partiti si odiano, è un dato di fatto. A livello nazionale Salvini e Berlusconi ultimamente hanno ricucito un rapporto, ma con la Meloni non si riesce a parlare». «La Lega», riflette con noi un esponente di peso del Carroccio, «alle Europee del 2019 prese il 34%, eppure Salvini non ha mai avuto atteggiamenti arroganti nei confronti degli alleati. La Meloni si gioca la presidenza del Consiglio, se teme che qualcuno le metterà i bastoni tra le ruote sbaglia. Matteo sarebbe felicissimo anche di tornare al ministero dell’Interno». La leader di Fratelli d’Italia, dal canto suo, ritiene che non le sia riconosciuto il peso derivante dai suoi consensi. Come dire: abbiamo seguito Berlusconi e Salvini quando erano loro a trainare la coalizione, ora tocca a noi. Autorevolissime fonti di centrodestra sussurrano alla Verità che anche le mosse della Moratti potrebbero essere funzionali alla partita che la Meloni si gioca in Sicilia: «Finché non arriva l’ok della Lega su Musumeci», è il ragionamento, «vogliono tenere sotto scacco Fontana». Versione diversa arriva dai piani alti di Forza Italia: «Il protagonismo della Moratti», ci spiegano, «è tutto suo e del suo staff, lei è convinta ma la Lega ha blindato Fontana. Dobbiamo capire se fa un passo indietro o no». Sussurri, sospetti, veleni: il centrodestra del giorno dopo la batosta ai ballottaggi è un covo di vipere. «I tre leader», sospira un esponente di governo, «sono innanzitutto tre persone molto diverse tra loro, diciamo che non andrebbero a cena insieme. Detto ciò, non sono preoccupato per le politiche del prossimo anno, vinceremo di sicuro». «Per me», argomenta Salvini, «l’incontro tra i leader del centrodestra si può fare anche domani. Non è possibile perdere in città importanti perchè il centrodestra si divide per paura, per calcolo per interessi di parte. Vediamoci», aggiunge Salvini, «e prepariamo la prossima squadra e il prossimo progetto di governo, subito, insieme». «Sarò io stesso», sottolinea Berlusconi, «a promuovere un confronto approfondito con i nostri alleati per disegnare l’Italia del futuro e vincere le prossime elezioni nazionali». E ieri, in un video messaggio postato sui social, ha sentenziato, lapidario: «Purtroppo ieri (domenica, ndr) non ha vinto nessuno, ha perso la democrazia».
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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