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2022-06-28
Il Pd vende fumo, la destra latte versato
Enrico Letta (Ansa)
Diabolik. Tanto di cappello ai fumettisti che disegnano il profilo del Pd, capace di attraversare ogni tornata elettorale accompagnato dalle fanfare trionfali anche quando perde o - operazione ancora più subdola e raffinata - si appropria delle vittorie altrui. Al Nazareno si brinda e si alzano cortine fumogene nella distrazione dei media, così impegnati a schernire il centrodestra pasticcione (a Verona, a Monza, a Catanzaro) da non avvedersi che i Letta boys stanno accreditando una narrazione degli eventi che Mark Twain definirebbe «fortemente esagerata».
Bastano pochi dati a smentire la festa da circo Medrano con un numero spropositato di giullari in campo. In definitiva tre: popolazione coinvolta 3.609.000 di votanti, centrodestra 1,8 milioni di voti, centrosinistra 1,3 milioni di voti, civici 370.000 voti. Percentuali assolute: centrodestra 52%, centrosinistra 37%. Da qui si parte, il resto è teatro. La fotografia non ha alcun valore nazionale, ma è necessaria per rimanere dentro i binari della razionalità e non finire direttamente obnubilati dalle salamelle della festa dell’Unità.
Eppure Enrico Letta spinge sulla grancassa e il sabba collettivo è da canzone popolare prodiana. «Alla fine della festa vincono la linearità e la serietà», «Vinciamo perché la responsabilità è più importante di tutto». In realtà il Pd si convince di avere vinto perché alla base di tutto c’è il trasformismo, quella caratteristica che muta in un alleato ogni Zelig di passaggio e ingloba chiunque sia funzionale all’establishment. Se non fosse così i dem non avrebbero governato in 10 degli ultimi 11 anni, perdendo nelle urne ma approfittando dei giochi di palazzo.
Il primo esempio concreto è proprio il trionfo di Verona, determinato dallo svolazzare del centrodestra diviso dal balcone di Romeo e Giulietta, ma anche dal vento contrario ai partiti e ancor più al Palazzo che spira nelle piazze italiane. Damiano Tommasi, oggi dipinto come campione del piddismo riformista, in realtà è un movimentista green-arcobaleno senza tessera che in tutta la campagna elettorale non ha voluto avere niente a che fare con l’alleato principale: ha preso i voti ma si è ben guardato dall’inserire i simboli dem nei manifesti, di accostarsi agli elmetti dem sulla guerra, di appiattirsi sulle politiche dem in economia. Allergico ai comizi, agli sponsor e ad essere circondato dai soliti noti (Arci, Cgil, imprenditori illuminati da Karl Marx) ha vissuto un mese nascondendosi. Si è rifiutato sistematicamente di salire sul palco con Letta e Giuseppe Conte arrivati a celebrarlo. Ma secondo il Nazareno adesso Verona è cosa loro.
L’analisi non vuole creare alibi a Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, anzi finisce per aggravare la diagnosi di una coalizione in difficoltà quanto a intelligenza e manovrabilità politica. Semplicemente, è facile notare come una tornata di ballottaggi che ha coinvolto 65 comuni (solo 13 capoluoghi di provincia) si sia trasformata in una cavalcata napoleonica del partito di riferimento sospinta dai soliti battaglioni di ussari di redazione. E chi consiglia calma sottolineando una percentuale di fedeli alle urne da Midwest americano (42%) viene bollato come disfattista. Poiché i numeri di solito non mentono, anche il check up di YouTrend conferma le sensazioni. Il centrodestra aveva 54 sindaci uscenti e oggi ne ha 58 (+4), il centrosinistra ne aveva 48 e adesso ne ha 53 (+5). Rulli di tamburi a sinistra, ma il caravanserraglio con Matteo Renzi, Carlo Calenda e prefissi telefonici di rosso antico è sempre dietro. Dire che il campo largo ha funzionato come accade in queste ore è un azzardo: il Movimento 5 stelle partiva con 8 amministrazioni e si ritrova con una.
Scambiare i candidati civici per bandiere del progressismo è lo sport del momento. Accade a Parma dove Michele Guerra, erede di Federico Pizzarotti e suo adepto nel movimento «Effetto Parma», da ieri mattina sembra Che Guevara. Eppure anche in questo caso il Pd è andato a rimorchio come un gregario per uscire all’ultimo chilometro a braccia alzate al grido: «Siamo tutti rosè». Va aggiunta una curiosità: i civici funzionano solo quando fanno comodo. A Como, dove Alessandro Rapinese ha sbaragliato Barbara Minghetti (sostenuta dal Pd in prima fila con sfilata di leader, da Letta a Beppe Sala) anche grazie ai voti del centrodestra, si parla di effetto collaterale del malpancismo collettivo.
Se andiamo a guardare dentro le singole vicende scopriamo che, più della gioiosa macchina da guerra dem, la responsabilità dell’esito sta negli autogol del centrodestra. Esempio straniante a Catanzaro, dove i conservatori sono riusciti a perdere a sorpresa presentando un candidato, Valerio Donato, proveniente dal centrosinistra. Un errore strategico che non ha tenuto conto del rifiuto dei cittadini di consegnare deleghe in bianco a «politici politicanti», figuriamoci se buoni per tutte le stagioni.
Il Pd si conferma un partito blob, nel senso di «massa informe di potere» capace di assumere ogni fattezza e di inglobare ogni istanza di cambiamento mascherandosi alla bisogna e nascondendosi dietro cortine fumogene. Diabolik. La stessa operazione di facciata che sta accadendo con Luigi Di Maio, oggi dipinto quasi come un Emmanuel Macron italiano senza pudore solo perché, improvvisamente, anche un ex venditore ambulante di bibite convinto che «la Russia si affaccia sul Mediterraneo» è utile alla sinistra di Palazzo.
Centrodestra, così no. Eppure già si litiga su Sicilia e Lombardia
«Ora basta litigi», diceva Giorgia Meloni ieri mattina, commentando attraverso un video sui social il clamoroso flop del centrodestra alle amministrative. Più facile a dirsi che a farsi, dato che nella coalizione di centrodestra le incomprensioni, i nervi scoperti e le liti personali continuano a dominare la scena.
Sta di fatto che una coalizione che potrebbe (a questo punto il condizionale è d’obbligo) stravincere le elezioni del 2023 non governa le grandi città italiane, fra candidature sbagliate, una malintesa idea del civismo e la disaffezione di un elettorato che non pare disposto a schierarsi come un solo uomo per mere ragioni di scuderia; una coalizione che sta dando ai suoi potenziali elettori la sensazione di essere già concentrata sui futuri (virtuali) assetti di potere e che trascura il piccolo dettaglio che alle prossime politiche manca un anno, che un anno in politica equivale a un secolo, e che un anno come quello che si prospetta, tra crisi, guerra e conflitti sociali in agguato sembrerà un millennio.
Ieri la riflessione sulla sconfitta conteneva già in sé il seme di una nuova «grana», di una nuova guerra con gli alleati, di una nuova potenziale frattura: le regionali in Sicilia del prossimo autunno, con la Meloni che vuole ricandidare il presidente uscente Nello Musumeci, contro il parere di Lega e Forza Italia. «Basta litigi, a partire della Sicilia», argomenta la Meloni, ricominciando a litigare, «non possiamo rischiare di mettere a repentaglio il risultato delle politiche. Chiederò a Salvini e Berlusconi di vederci il prima possibile per evitare ulteriori divisioni». Francesco Lollobrigida ci mette il carico: «Fratelli d’Italia», sottolinea il capogruppo di Fdi a Sky Tg24, «non ha mai messo in discussione un sindaco o un presidente di Regione uscente: questo logoramento da parte degli alleati non può non avere un chiarimento sul percorso futuro. La litigiosità imputata a Fdi, in realtà», aggiunge Lollobrigida, «nasce da aggressioni a freddo che vengono fatte a chi governa, come accade ad esempio a Nello Musumeci in Sicilia».
Dal profondo Sud al profondo Nord, pure la Lombardia scricchiola. Clamoroso ciò che è accaduto ieri: il presidente Attilio Fontana incontra Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, che lo definiscono «candidato naturale», e negli stessi minuti la Moratti, che già si è detta disponibile a candidarsi alla presidenza, dichiara il contrario: «Credo», sottolinea Donna Letizia, «che sarebbe importante riuscire a parlare a un elettorato più ampio di quello attuale. Io candidata? Sono a disposizione del centrodestra, saranno i partiti a decidere». Le regionali in Lombardia sono in programma nella primavera del 2023, a ridosso delle politiche: immaginate quanto è profondo il burrone che il centrodestra si trova davanti, se la Meloni, Salvini e Silvio Berlusconi non riusciranno a ricomporre le fratture. «Sui territori», dice alla Verità un big della coalizione, «gli esponenti dei tre partiti si odiano, è un dato di fatto. A livello nazionale Salvini e Berlusconi ultimamente hanno ricucito un rapporto, ma con la Meloni non si riesce a parlare». «La Lega», riflette con noi un esponente di peso del Carroccio, «alle Europee del 2019 prese il 34%, eppure Salvini non ha mai avuto atteggiamenti arroganti nei confronti degli alleati. La Meloni si gioca la presidenza del Consiglio, se teme che qualcuno le metterà i bastoni tra le ruote sbaglia. Matteo sarebbe felicissimo anche di tornare al ministero dell’Interno».
La leader di Fratelli d’Italia, dal canto suo, ritiene che non le sia riconosciuto il peso derivante dai suoi consensi. Come dire: abbiamo seguito Berlusconi e Salvini quando erano loro a trainare la coalizione, ora tocca a noi. Autorevolissime fonti di centrodestra sussurrano alla Verità che anche le mosse della Moratti potrebbero essere funzionali alla partita che la Meloni si gioca in Sicilia: «Finché non arriva l’ok della Lega su Musumeci», è il ragionamento, «vogliono tenere sotto scacco Fontana». Versione diversa arriva dai piani alti di Forza Italia: «Il protagonismo della Moratti», ci spiegano, «è tutto suo e del suo staff, lei è convinta ma la Lega ha blindato Fontana. Dobbiamo capire se fa un passo indietro o no». Sussurri, sospetti, veleni: il centrodestra del giorno dopo la batosta ai ballottaggi è un covo di vipere. «I tre leader», sospira un esponente di governo, «sono innanzitutto tre persone molto diverse tra loro, diciamo che non andrebbero a cena insieme. Detto ciò, non sono preoccupato per le politiche del prossimo anno, vinceremo di sicuro». «Per me», argomenta Salvini, «l’incontro tra i leader del centrodestra si può fare anche domani. Non è possibile perdere in città importanti perchè il centrodestra si divide per paura, per calcolo per interessi di parte. Vediamoci», aggiunge Salvini, «e prepariamo la prossima squadra e il prossimo progetto di governo, subito, insieme». «Sarò io stesso», sottolinea Berlusconi, «a promuovere un confronto approfondito con i nostri alleati per disegnare l’Italia del futuro e vincere le prossime elezioni nazionali». E ieri, in un video messaggio postato sui social, ha sentenziato, lapidario: «Purtroppo ieri (domenica, ndr) non ha vinto nessuno, ha perso la democrazia».
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Enrico Letta gongola, ma deve ringraziare gli autogol degli avversari e candidati fuori dagli schemi che fino a ieri si vergognavano di accostarsi al simbolo dei dem. In termini assoluti, il centrodestra aumenta i sindaci e ha 500.000 voti più del centrosinistra.Centrodestra, così no. Eppure già si litiga su Sicilia e Lombardia. Alcuni flop ai ballottaggi fanno male: i leader dovranno ricucire. Ma sulle candidature di Nello Musumeci e Attilio Fontana resta battaglia.Lo speciale comprende due articoli. Diabolik. Tanto di cappello ai fumettisti che disegnano il profilo del Pd, capace di attraversare ogni tornata elettorale accompagnato dalle fanfare trionfali anche quando perde o - operazione ancora più subdola e raffinata - si appropria delle vittorie altrui. Al Nazareno si brinda e si alzano cortine fumogene nella distrazione dei media, così impegnati a schernire il centrodestra pasticcione (a Verona, a Monza, a Catanzaro) da non avvedersi che i Letta boys stanno accreditando una narrazione degli eventi che Mark Twain definirebbe «fortemente esagerata».Bastano pochi dati a smentire la festa da circo Medrano con un numero spropositato di giullari in campo. In definitiva tre: popolazione coinvolta 3.609.000 di votanti, centrodestra 1,8 milioni di voti, centrosinistra 1,3 milioni di voti, civici 370.000 voti. Percentuali assolute: centrodestra 52%, centrosinistra 37%. Da qui si parte, il resto è teatro. La fotografia non ha alcun valore nazionale, ma è necessaria per rimanere dentro i binari della razionalità e non finire direttamente obnubilati dalle salamelle della festa dell’Unità. Eppure Enrico Letta spinge sulla grancassa e il sabba collettivo è da canzone popolare prodiana. «Alla fine della festa vincono la linearità e la serietà», «Vinciamo perché la responsabilità è più importante di tutto». In realtà il Pd si convince di avere vinto perché alla base di tutto c’è il trasformismo, quella caratteristica che muta in un alleato ogni Zelig di passaggio e ingloba chiunque sia funzionale all’establishment. Se non fosse così i dem non avrebbero governato in 10 degli ultimi 11 anni, perdendo nelle urne ma approfittando dei giochi di palazzo. Il primo esempio concreto è proprio il trionfo di Verona, determinato dallo svolazzare del centrodestra diviso dal balcone di Romeo e Giulietta, ma anche dal vento contrario ai partiti e ancor più al Palazzo che spira nelle piazze italiane. Damiano Tommasi, oggi dipinto come campione del piddismo riformista, in realtà è un movimentista green-arcobaleno senza tessera che in tutta la campagna elettorale non ha voluto avere niente a che fare con l’alleato principale: ha preso i voti ma si è ben guardato dall’inserire i simboli dem nei manifesti, di accostarsi agli elmetti dem sulla guerra, di appiattirsi sulle politiche dem in economia. Allergico ai comizi, agli sponsor e ad essere circondato dai soliti noti (Arci, Cgil, imprenditori illuminati da Karl Marx) ha vissuto un mese nascondendosi. Si è rifiutato sistematicamente di salire sul palco con Letta e Giuseppe Conte arrivati a celebrarlo. Ma secondo il Nazareno adesso Verona è cosa loro.L’analisi non vuole creare alibi a Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, anzi finisce per aggravare la diagnosi di una coalizione in difficoltà quanto a intelligenza e manovrabilità politica. Semplicemente, è facile notare come una tornata di ballottaggi che ha coinvolto 65 comuni (solo 13 capoluoghi di provincia) si sia trasformata in una cavalcata napoleonica del partito di riferimento sospinta dai soliti battaglioni di ussari di redazione. E chi consiglia calma sottolineando una percentuale di fedeli alle urne da Midwest americano (42%) viene bollato come disfattista. Poiché i numeri di solito non mentono, anche il check up di YouTrend conferma le sensazioni. Il centrodestra aveva 54 sindaci uscenti e oggi ne ha 58 (+4), il centrosinistra ne aveva 48 e adesso ne ha 53 (+5). Rulli di tamburi a sinistra, ma il caravanserraglio con Matteo Renzi, Carlo Calenda e prefissi telefonici di rosso antico è sempre dietro. Dire che il campo largo ha funzionato come accade in queste ore è un azzardo: il Movimento 5 stelle partiva con 8 amministrazioni e si ritrova con una.Scambiare i candidati civici per bandiere del progressismo è lo sport del momento. Accade a Parma dove Michele Guerra, erede di Federico Pizzarotti e suo adepto nel movimento «Effetto Parma», da ieri mattina sembra Che Guevara. Eppure anche in questo caso il Pd è andato a rimorchio come un gregario per uscire all’ultimo chilometro a braccia alzate al grido: «Siamo tutti rosè». Va aggiunta una curiosità: i civici funzionano solo quando fanno comodo. A Como, dove Alessandro Rapinese ha sbaragliato Barbara Minghetti (sostenuta dal Pd in prima fila con sfilata di leader, da Letta a Beppe Sala) anche grazie ai voti del centrodestra, si parla di effetto collaterale del malpancismo collettivo. Se andiamo a guardare dentro le singole vicende scopriamo che, più della gioiosa macchina da guerra dem, la responsabilità dell’esito sta negli autogol del centrodestra. Esempio straniante a Catanzaro, dove i conservatori sono riusciti a perdere a sorpresa presentando un candidato, Valerio Donato, proveniente dal centrosinistra. Un errore strategico che non ha tenuto conto del rifiuto dei cittadini di consegnare deleghe in bianco a «politici politicanti», figuriamoci se buoni per tutte le stagioni.Il Pd si conferma un partito blob, nel senso di «massa informe di potere» capace di assumere ogni fattezza e di inglobare ogni istanza di cambiamento mascherandosi alla bisogna e nascondendosi dietro cortine fumogene. Diabolik. La stessa operazione di facciata che sta accadendo con Luigi Di Maio, oggi dipinto quasi come un Emmanuel Macron italiano senza pudore solo perché, improvvisamente, anche un ex venditore ambulante di bibite convinto che «la Russia si affaccia sul Mediterraneo» è utile alla sinistra di Palazzo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pd-trionfa-sempre-con-le-vittorie-degli-altri-2657570363.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="centrodestra-cosi-no-eppure-gia-si-litiga-su-sicilia-e-lombardia" data-post-id="2657570363" data-published-at="1656358930" data-use-pagination="False"> Centrodestra, così no. Eppure già si litiga su Sicilia e Lombardia «Ora basta litigi», diceva Giorgia Meloni ieri mattina, commentando attraverso un video sui social il clamoroso flop del centrodestra alle amministrative. Più facile a dirsi che a farsi, dato che nella coalizione di centrodestra le incomprensioni, i nervi scoperti e le liti personali continuano a dominare la scena. Sta di fatto che una coalizione che potrebbe (a questo punto il condizionale è d’obbligo) stravincere le elezioni del 2023 non governa le grandi città italiane, fra candidature sbagliate, una malintesa idea del civismo e la disaffezione di un elettorato che non pare disposto a schierarsi come un solo uomo per mere ragioni di scuderia; una coalizione che sta dando ai suoi potenziali elettori la sensazione di essere già concentrata sui futuri (virtuali) assetti di potere e che trascura il piccolo dettaglio che alle prossime politiche manca un anno, che un anno in politica equivale a un secolo, e che un anno come quello che si prospetta, tra crisi, guerra e conflitti sociali in agguato sembrerà un millennio. Ieri la riflessione sulla sconfitta conteneva già in sé il seme di una nuova «grana», di una nuova guerra con gli alleati, di una nuova potenziale frattura: le regionali in Sicilia del prossimo autunno, con la Meloni che vuole ricandidare il presidente uscente Nello Musumeci, contro il parere di Lega e Forza Italia. «Basta litigi, a partire della Sicilia», argomenta la Meloni, ricominciando a litigare, «non possiamo rischiare di mettere a repentaglio il risultato delle politiche. Chiederò a Salvini e Berlusconi di vederci il prima possibile per evitare ulteriori divisioni». Francesco Lollobrigida ci mette il carico: «Fratelli d’Italia», sottolinea il capogruppo di Fdi a Sky Tg24, «non ha mai messo in discussione un sindaco o un presidente di Regione uscente: questo logoramento da parte degli alleati non può non avere un chiarimento sul percorso futuro. La litigiosità imputata a Fdi, in realtà», aggiunge Lollobrigida, «nasce da aggressioni a freddo che vengono fatte a chi governa, come accade ad esempio a Nello Musumeci in Sicilia». Dal profondo Sud al profondo Nord, pure la Lombardia scricchiola. Clamoroso ciò che è accaduto ieri: il presidente Attilio Fontana incontra Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, che lo definiscono «candidato naturale», e negli stessi minuti la Moratti, che già si è detta disponibile a candidarsi alla presidenza, dichiara il contrario: «Credo», sottolinea Donna Letizia, «che sarebbe importante riuscire a parlare a un elettorato più ampio di quello attuale. Io candidata? Sono a disposizione del centrodestra, saranno i partiti a decidere». Le regionali in Lombardia sono in programma nella primavera del 2023, a ridosso delle politiche: immaginate quanto è profondo il burrone che il centrodestra si trova davanti, se la Meloni, Salvini e Silvio Berlusconi non riusciranno a ricomporre le fratture. «Sui territori», dice alla Verità un big della coalizione, «gli esponenti dei tre partiti si odiano, è un dato di fatto. A livello nazionale Salvini e Berlusconi ultimamente hanno ricucito un rapporto, ma con la Meloni non si riesce a parlare». «La Lega», riflette con noi un esponente di peso del Carroccio, «alle Europee del 2019 prese il 34%, eppure Salvini non ha mai avuto atteggiamenti arroganti nei confronti degli alleati. La Meloni si gioca la presidenza del Consiglio, se teme che qualcuno le metterà i bastoni tra le ruote sbaglia. Matteo sarebbe felicissimo anche di tornare al ministero dell’Interno». La leader di Fratelli d’Italia, dal canto suo, ritiene che non le sia riconosciuto il peso derivante dai suoi consensi. Come dire: abbiamo seguito Berlusconi e Salvini quando erano loro a trainare la coalizione, ora tocca a noi. Autorevolissime fonti di centrodestra sussurrano alla Verità che anche le mosse della Moratti potrebbero essere funzionali alla partita che la Meloni si gioca in Sicilia: «Finché non arriva l’ok della Lega su Musumeci», è il ragionamento, «vogliono tenere sotto scacco Fontana». Versione diversa arriva dai piani alti di Forza Italia: «Il protagonismo della Moratti», ci spiegano, «è tutto suo e del suo staff, lei è convinta ma la Lega ha blindato Fontana. Dobbiamo capire se fa un passo indietro o no». Sussurri, sospetti, veleni: il centrodestra del giorno dopo la batosta ai ballottaggi è un covo di vipere. «I tre leader», sospira un esponente di governo, «sono innanzitutto tre persone molto diverse tra loro, diciamo che non andrebbero a cena insieme. Detto ciò, non sono preoccupato per le politiche del prossimo anno, vinceremo di sicuro». «Per me», argomenta Salvini, «l’incontro tra i leader del centrodestra si può fare anche domani. Non è possibile perdere in città importanti perchè il centrodestra si divide per paura, per calcolo per interessi di parte. Vediamoci», aggiunge Salvini, «e prepariamo la prossima squadra e il prossimo progetto di governo, subito, insieme». «Sarò io stesso», sottolinea Berlusconi, «a promuovere un confronto approfondito con i nostri alleati per disegnare l’Italia del futuro e vincere le prossime elezioni nazionali». E ieri, in un video messaggio postato sui social, ha sentenziato, lapidario: «Purtroppo ieri (domenica, ndr) non ha vinto nessuno, ha perso la democrazia».
Barack Obama e Angela Merkel (Getty Images)
La vicenda è descritta, con dovizia di fonti e particolari, in un libro appena uscito in Germania, scritto dal vicedirettore del settimanale Die Zeit, Holger Stark, con una trentennale esperienza di corrispondente dagli Usa.
Tutto parte da un’attività di intelligence del servizio segreto tedesco per l’estero (Bnd), che aveva scoperto che non tutte le chiamate in arrivo o in partenza dall’Air Force One erano criptate. E così, gli uomini dello spionaggio di Berlino si sono messi a origliare su una dozzina di frequenze, «non sempre tutte e non tutto il giorno, ma abbastanza sistematicamente da intercettare le comunicazioni del presidente degli Stati Uniti (e di altri funzionari governativi e militari Usa) in diverse occasioni», scrive Stark nel libro.
Il contenuto di quelle conversazioni è finito in una cartella segreta nella diretta disponibilità del presidente del Bnd e, secondo le fonti citate nel libro, è stato poi visibile a una ristretta cerchia di alti funzionari, prima di essere distrutto.
Il fatto ancora più rilevante è che - secondo fonti raccolte dal Washington Post - quella cartella sia stata a disposizione della Cancelliera Merkel. Nel 2014/2015 fu una commissione d’inchiesta sul Bnd a rendere nota l’esistenza di questa cartella, ma il Bnd era riuscito a tenere nascosto il segreto più importante: dentro c’erano le conversazioni di Obama dall’Air Force One. Uno scandalo di portata internazionale. Anche se le stesse fonti hanno precisato che non si sia trattato di un’operazione avente come obiettivo specifico il presidente Usa, quanto di «un’acquisizione accidentale».
La gravità di questa vicenda va inquadrata alla luce del fatto che stiamo parlando di un periodo in cui i rapporti transatlantici erano relativamente distesi e sereni, nulla di paragonabile alla tensione attuale. Lo scossone del Dieselgate era di là da venire, tuttavia Washington e Berlino si dedicavano già «attenzioni» riservate, non proprio abituali tra alleati. Fu la stessa Merkel, in una telefonata a Obama, a definire quelle pratiche «completamente inaccettabili».
Se questi sono i fatti - almeno quelli parzialmente ricostruiti da Stark - crediamo che sia agevole e non tacciabile di complottismo «unire alcuni puntini» e affermare che questa è l’ennesima tessera di un puzzle in cui gli Usa hanno sistematicamente mal tollerato e poi avversato la Ue a trazione tedesca. Considerata, senza mezzi termini, un produttore di squilibri macroeconomici nel mondo e verso gli Usa. Dopo alcuni interventi soft durante i due mandati di Obama, non possiamo dimenticare le parole di Peter Navarro, principale consigliere per il commercio e la politica industriale durante la prima presidenza di Donald Trump, che nel 2017 in un’intervista al Financial Times accusò la Germania di utilizzare un euro ampiamente sottovalutato come una sorta di «Deutsche Mark implicito», al fine di sfruttare partner commerciali come gli Usa e gli altri Paesi Ue.
Le critiche di Navarro si concentravano soprattutto sul saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, di cui il saldo commerciale costituisce la parte più rilevante. Tale saldo viene considerato eccessivo dal Fmi quando supera il 6% del Pil. Ebbene, la Germania dal 5% del 2005, è sempre stata ben oltre quel livello, con un massimo storico nel 2016 al 9 per cento. Solo la crisi energetica del 2022 ha causato una riduzione intorno al 4-5%, ma nel 2024 era di nuovo al 6% circa.
Un Paese la cui crescita dipende in misura così rilevante dal consumo degli altri Paesi, è un elemento di squilibrio nell’economia mondiale.
Non mancarono anche le critiche alla Germania per la dipendenza energetica dalla Russia, rafforzata dal progetto del gasdotto Nord Stream 2, descritto da Navarro come una minaccia alla sicurezza europea e americana, rendendo la Germania «prigioniera» della Russia.
L’elenco potrebbe continuare a lungo anche citando episodi sotto la presidenza di Joe Biden.
Il punto è che risultano oggi totalmente miopi le analisi e i commenti che scoprono l’acqua calda della rottura dell’ordine internazionale, avvenuta nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina o con le parole di J.D. Vance a Monaco o sabato scorso, con la cattura di Nicolás Maduro. I fatti dimostrano che, almeno dall’inizio degli anni Dieci, gli Usa abbiano guardato alla Ue come a un fattore di rischio geopolitico ed economico da correggere e contenere. I cui costi di smantellamento superano, per ora, il costo di quei rischi e di quegli squilibri. Da Berlino erano perfettamente consapevoli di questa postura e si sono organizzati di conseguenza, spiando gli Usa.
Le anime candide che sembrano appena svegliate da un lungo sonno, puntando oggi il dito contro l’amministrazione Trump, dovrebbero chiedersi dove abbiano passato gli ultimi 15 anni.
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Trump detta l’agenda globale: dopo il Venezuela, l’Iran è nel mirino e la Groenlandia diventa un dossier di sicurezza strategica contro Cina e Russia. Gli Usa tornano potenza muscolare, l’Europa reagisce con appelli e retorica. La lezione, quindi, è: il mondo è cambiato e l’Ue, così com’è, non conta più.