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2022-06-28
Il Pd vende fumo, la destra latte versato
Enrico Letta (Ansa)
Diabolik. Tanto di cappello ai fumettisti che disegnano il profilo del Pd, capace di attraversare ogni tornata elettorale accompagnato dalle fanfare trionfali anche quando perde o - operazione ancora più subdola e raffinata - si appropria delle vittorie altrui. Al Nazareno si brinda e si alzano cortine fumogene nella distrazione dei media, così impegnati a schernire il centrodestra pasticcione (a Verona, a Monza, a Catanzaro) da non avvedersi che i Letta boys stanno accreditando una narrazione degli eventi che Mark Twain definirebbe «fortemente esagerata».
Bastano pochi dati a smentire la festa da circo Medrano con un numero spropositato di giullari in campo. In definitiva tre: popolazione coinvolta 3.609.000 di votanti, centrodestra 1,8 milioni di voti, centrosinistra 1,3 milioni di voti, civici 370.000 voti. Percentuali assolute: centrodestra 52%, centrosinistra 37%. Da qui si parte, il resto è teatro. La fotografia non ha alcun valore nazionale, ma è necessaria per rimanere dentro i binari della razionalità e non finire direttamente obnubilati dalle salamelle della festa dell’Unità.
Eppure Enrico Letta spinge sulla grancassa e il sabba collettivo è da canzone popolare prodiana. «Alla fine della festa vincono la linearità e la serietà», «Vinciamo perché la responsabilità è più importante di tutto». In realtà il Pd si convince di avere vinto perché alla base di tutto c’è il trasformismo, quella caratteristica che muta in un alleato ogni Zelig di passaggio e ingloba chiunque sia funzionale all’establishment. Se non fosse così i dem non avrebbero governato in 10 degli ultimi 11 anni, perdendo nelle urne ma approfittando dei giochi di palazzo.
Il primo esempio concreto è proprio il trionfo di Verona, determinato dallo svolazzare del centrodestra diviso dal balcone di Romeo e Giulietta, ma anche dal vento contrario ai partiti e ancor più al Palazzo che spira nelle piazze italiane. Damiano Tommasi, oggi dipinto come campione del piddismo riformista, in realtà è un movimentista green-arcobaleno senza tessera che in tutta la campagna elettorale non ha voluto avere niente a che fare con l’alleato principale: ha preso i voti ma si è ben guardato dall’inserire i simboli dem nei manifesti, di accostarsi agli elmetti dem sulla guerra, di appiattirsi sulle politiche dem in economia. Allergico ai comizi, agli sponsor e ad essere circondato dai soliti noti (Arci, Cgil, imprenditori illuminati da Karl Marx) ha vissuto un mese nascondendosi. Si è rifiutato sistematicamente di salire sul palco con Letta e Giuseppe Conte arrivati a celebrarlo. Ma secondo il Nazareno adesso Verona è cosa loro.
L’analisi non vuole creare alibi a Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, anzi finisce per aggravare la diagnosi di una coalizione in difficoltà quanto a intelligenza e manovrabilità politica. Semplicemente, è facile notare come una tornata di ballottaggi che ha coinvolto 65 comuni (solo 13 capoluoghi di provincia) si sia trasformata in una cavalcata napoleonica del partito di riferimento sospinta dai soliti battaglioni di ussari di redazione. E chi consiglia calma sottolineando una percentuale di fedeli alle urne da Midwest americano (42%) viene bollato come disfattista. Poiché i numeri di solito non mentono, anche il check up di YouTrend conferma le sensazioni. Il centrodestra aveva 54 sindaci uscenti e oggi ne ha 58 (+4), il centrosinistra ne aveva 48 e adesso ne ha 53 (+5). Rulli di tamburi a sinistra, ma il caravanserraglio con Matteo Renzi, Carlo Calenda e prefissi telefonici di rosso antico è sempre dietro. Dire che il campo largo ha funzionato come accade in queste ore è un azzardo: il Movimento 5 stelle partiva con 8 amministrazioni e si ritrova con una.
Scambiare i candidati civici per bandiere del progressismo è lo sport del momento. Accade a Parma dove Michele Guerra, erede di Federico Pizzarotti e suo adepto nel movimento «Effetto Parma», da ieri mattina sembra Che Guevara. Eppure anche in questo caso il Pd è andato a rimorchio come un gregario per uscire all’ultimo chilometro a braccia alzate al grido: «Siamo tutti rosè». Va aggiunta una curiosità: i civici funzionano solo quando fanno comodo. A Como, dove Alessandro Rapinese ha sbaragliato Barbara Minghetti (sostenuta dal Pd in prima fila con sfilata di leader, da Letta a Beppe Sala) anche grazie ai voti del centrodestra, si parla di effetto collaterale del malpancismo collettivo.
Se andiamo a guardare dentro le singole vicende scopriamo che, più della gioiosa macchina da guerra dem, la responsabilità dell’esito sta negli autogol del centrodestra. Esempio straniante a Catanzaro, dove i conservatori sono riusciti a perdere a sorpresa presentando un candidato, Valerio Donato, proveniente dal centrosinistra. Un errore strategico che non ha tenuto conto del rifiuto dei cittadini di consegnare deleghe in bianco a «politici politicanti», figuriamoci se buoni per tutte le stagioni.
Il Pd si conferma un partito blob, nel senso di «massa informe di potere» capace di assumere ogni fattezza e di inglobare ogni istanza di cambiamento mascherandosi alla bisogna e nascondendosi dietro cortine fumogene. Diabolik. La stessa operazione di facciata che sta accadendo con Luigi Di Maio, oggi dipinto quasi come un Emmanuel Macron italiano senza pudore solo perché, improvvisamente, anche un ex venditore ambulante di bibite convinto che «la Russia si affaccia sul Mediterraneo» è utile alla sinistra di Palazzo.
Centrodestra, così no. Eppure già si litiga su Sicilia e Lombardia
«Ora basta litigi», diceva Giorgia Meloni ieri mattina, commentando attraverso un video sui social il clamoroso flop del centrodestra alle amministrative. Più facile a dirsi che a farsi, dato che nella coalizione di centrodestra le incomprensioni, i nervi scoperti e le liti personali continuano a dominare la scena.
Sta di fatto che una coalizione che potrebbe (a questo punto il condizionale è d’obbligo) stravincere le elezioni del 2023 non governa le grandi città italiane, fra candidature sbagliate, una malintesa idea del civismo e la disaffezione di un elettorato che non pare disposto a schierarsi come un solo uomo per mere ragioni di scuderia; una coalizione che sta dando ai suoi potenziali elettori la sensazione di essere già concentrata sui futuri (virtuali) assetti di potere e che trascura il piccolo dettaglio che alle prossime politiche manca un anno, che un anno in politica equivale a un secolo, e che un anno come quello che si prospetta, tra crisi, guerra e conflitti sociali in agguato sembrerà un millennio.
Ieri la riflessione sulla sconfitta conteneva già in sé il seme di una nuova «grana», di una nuova guerra con gli alleati, di una nuova potenziale frattura: le regionali in Sicilia del prossimo autunno, con la Meloni che vuole ricandidare il presidente uscente Nello Musumeci, contro il parere di Lega e Forza Italia. «Basta litigi, a partire della Sicilia», argomenta la Meloni, ricominciando a litigare, «non possiamo rischiare di mettere a repentaglio il risultato delle politiche. Chiederò a Salvini e Berlusconi di vederci il prima possibile per evitare ulteriori divisioni». Francesco Lollobrigida ci mette il carico: «Fratelli d’Italia», sottolinea il capogruppo di Fdi a Sky Tg24, «non ha mai messo in discussione un sindaco o un presidente di Regione uscente: questo logoramento da parte degli alleati non può non avere un chiarimento sul percorso futuro. La litigiosità imputata a Fdi, in realtà», aggiunge Lollobrigida, «nasce da aggressioni a freddo che vengono fatte a chi governa, come accade ad esempio a Nello Musumeci in Sicilia».
Dal profondo Sud al profondo Nord, pure la Lombardia scricchiola. Clamoroso ciò che è accaduto ieri: il presidente Attilio Fontana incontra Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, che lo definiscono «candidato naturale», e negli stessi minuti la Moratti, che già si è detta disponibile a candidarsi alla presidenza, dichiara il contrario: «Credo», sottolinea Donna Letizia, «che sarebbe importante riuscire a parlare a un elettorato più ampio di quello attuale. Io candidata? Sono a disposizione del centrodestra, saranno i partiti a decidere». Le regionali in Lombardia sono in programma nella primavera del 2023, a ridosso delle politiche: immaginate quanto è profondo il burrone che il centrodestra si trova davanti, se la Meloni, Salvini e Silvio Berlusconi non riusciranno a ricomporre le fratture. «Sui territori», dice alla Verità un big della coalizione, «gli esponenti dei tre partiti si odiano, è un dato di fatto. A livello nazionale Salvini e Berlusconi ultimamente hanno ricucito un rapporto, ma con la Meloni non si riesce a parlare». «La Lega», riflette con noi un esponente di peso del Carroccio, «alle Europee del 2019 prese il 34%, eppure Salvini non ha mai avuto atteggiamenti arroganti nei confronti degli alleati. La Meloni si gioca la presidenza del Consiglio, se teme che qualcuno le metterà i bastoni tra le ruote sbaglia. Matteo sarebbe felicissimo anche di tornare al ministero dell’Interno».
La leader di Fratelli d’Italia, dal canto suo, ritiene che non le sia riconosciuto il peso derivante dai suoi consensi. Come dire: abbiamo seguito Berlusconi e Salvini quando erano loro a trainare la coalizione, ora tocca a noi. Autorevolissime fonti di centrodestra sussurrano alla Verità che anche le mosse della Moratti potrebbero essere funzionali alla partita che la Meloni si gioca in Sicilia: «Finché non arriva l’ok della Lega su Musumeci», è il ragionamento, «vogliono tenere sotto scacco Fontana». Versione diversa arriva dai piani alti di Forza Italia: «Il protagonismo della Moratti», ci spiegano, «è tutto suo e del suo staff, lei è convinta ma la Lega ha blindato Fontana. Dobbiamo capire se fa un passo indietro o no». Sussurri, sospetti, veleni: il centrodestra del giorno dopo la batosta ai ballottaggi è un covo di vipere. «I tre leader», sospira un esponente di governo, «sono innanzitutto tre persone molto diverse tra loro, diciamo che non andrebbero a cena insieme. Detto ciò, non sono preoccupato per le politiche del prossimo anno, vinceremo di sicuro». «Per me», argomenta Salvini, «l’incontro tra i leader del centrodestra si può fare anche domani. Non è possibile perdere in città importanti perchè il centrodestra si divide per paura, per calcolo per interessi di parte. Vediamoci», aggiunge Salvini, «e prepariamo la prossima squadra e il prossimo progetto di governo, subito, insieme». «Sarò io stesso», sottolinea Berlusconi, «a promuovere un confronto approfondito con i nostri alleati per disegnare l’Italia del futuro e vincere le prossime elezioni nazionali». E ieri, in un video messaggio postato sui social, ha sentenziato, lapidario: «Purtroppo ieri (domenica, ndr) non ha vinto nessuno, ha perso la democrazia».
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Enrico Letta gongola, ma deve ringraziare gli autogol degli avversari e candidati fuori dagli schemi che fino a ieri si vergognavano di accostarsi al simbolo dei dem. In termini assoluti, il centrodestra aumenta i sindaci e ha 500.000 voti più del centrosinistra.Centrodestra, così no. Eppure già si litiga su Sicilia e Lombardia. Alcuni flop ai ballottaggi fanno male: i leader dovranno ricucire. Ma sulle candidature di Nello Musumeci e Attilio Fontana resta battaglia.Lo speciale comprende due articoli. Diabolik. Tanto di cappello ai fumettisti che disegnano il profilo del Pd, capace di attraversare ogni tornata elettorale accompagnato dalle fanfare trionfali anche quando perde o - operazione ancora più subdola e raffinata - si appropria delle vittorie altrui. Al Nazareno si brinda e si alzano cortine fumogene nella distrazione dei media, così impegnati a schernire il centrodestra pasticcione (a Verona, a Monza, a Catanzaro) da non avvedersi che i Letta boys stanno accreditando una narrazione degli eventi che Mark Twain definirebbe «fortemente esagerata».Bastano pochi dati a smentire la festa da circo Medrano con un numero spropositato di giullari in campo. In definitiva tre: popolazione coinvolta 3.609.000 di votanti, centrodestra 1,8 milioni di voti, centrosinistra 1,3 milioni di voti, civici 370.000 voti. Percentuali assolute: centrodestra 52%, centrosinistra 37%. Da qui si parte, il resto è teatro. La fotografia non ha alcun valore nazionale, ma è necessaria per rimanere dentro i binari della razionalità e non finire direttamente obnubilati dalle salamelle della festa dell’Unità. Eppure Enrico Letta spinge sulla grancassa e il sabba collettivo è da canzone popolare prodiana. «Alla fine della festa vincono la linearità e la serietà», «Vinciamo perché la responsabilità è più importante di tutto». In realtà il Pd si convince di avere vinto perché alla base di tutto c’è il trasformismo, quella caratteristica che muta in un alleato ogni Zelig di passaggio e ingloba chiunque sia funzionale all’establishment. Se non fosse così i dem non avrebbero governato in 10 degli ultimi 11 anni, perdendo nelle urne ma approfittando dei giochi di palazzo. Il primo esempio concreto è proprio il trionfo di Verona, determinato dallo svolazzare del centrodestra diviso dal balcone di Romeo e Giulietta, ma anche dal vento contrario ai partiti e ancor più al Palazzo che spira nelle piazze italiane. Damiano Tommasi, oggi dipinto come campione del piddismo riformista, in realtà è un movimentista green-arcobaleno senza tessera che in tutta la campagna elettorale non ha voluto avere niente a che fare con l’alleato principale: ha preso i voti ma si è ben guardato dall’inserire i simboli dem nei manifesti, di accostarsi agli elmetti dem sulla guerra, di appiattirsi sulle politiche dem in economia. Allergico ai comizi, agli sponsor e ad essere circondato dai soliti noti (Arci, Cgil, imprenditori illuminati da Karl Marx) ha vissuto un mese nascondendosi. Si è rifiutato sistematicamente di salire sul palco con Letta e Giuseppe Conte arrivati a celebrarlo. Ma secondo il Nazareno adesso Verona è cosa loro.L’analisi non vuole creare alibi a Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, anzi finisce per aggravare la diagnosi di una coalizione in difficoltà quanto a intelligenza e manovrabilità politica. Semplicemente, è facile notare come una tornata di ballottaggi che ha coinvolto 65 comuni (solo 13 capoluoghi di provincia) si sia trasformata in una cavalcata napoleonica del partito di riferimento sospinta dai soliti battaglioni di ussari di redazione. E chi consiglia calma sottolineando una percentuale di fedeli alle urne da Midwest americano (42%) viene bollato come disfattista. Poiché i numeri di solito non mentono, anche il check up di YouTrend conferma le sensazioni. Il centrodestra aveva 54 sindaci uscenti e oggi ne ha 58 (+4), il centrosinistra ne aveva 48 e adesso ne ha 53 (+5). Rulli di tamburi a sinistra, ma il caravanserraglio con Matteo Renzi, Carlo Calenda e prefissi telefonici di rosso antico è sempre dietro. Dire che il campo largo ha funzionato come accade in queste ore è un azzardo: il Movimento 5 stelle partiva con 8 amministrazioni e si ritrova con una.Scambiare i candidati civici per bandiere del progressismo è lo sport del momento. Accade a Parma dove Michele Guerra, erede di Federico Pizzarotti e suo adepto nel movimento «Effetto Parma», da ieri mattina sembra Che Guevara. Eppure anche in questo caso il Pd è andato a rimorchio come un gregario per uscire all’ultimo chilometro a braccia alzate al grido: «Siamo tutti rosè». Va aggiunta una curiosità: i civici funzionano solo quando fanno comodo. A Como, dove Alessandro Rapinese ha sbaragliato Barbara Minghetti (sostenuta dal Pd in prima fila con sfilata di leader, da Letta a Beppe Sala) anche grazie ai voti del centrodestra, si parla di effetto collaterale del malpancismo collettivo. Se andiamo a guardare dentro le singole vicende scopriamo che, più della gioiosa macchina da guerra dem, la responsabilità dell’esito sta negli autogol del centrodestra. Esempio straniante a Catanzaro, dove i conservatori sono riusciti a perdere a sorpresa presentando un candidato, Valerio Donato, proveniente dal centrosinistra. Un errore strategico che non ha tenuto conto del rifiuto dei cittadini di consegnare deleghe in bianco a «politici politicanti», figuriamoci se buoni per tutte le stagioni.Il Pd si conferma un partito blob, nel senso di «massa informe di potere» capace di assumere ogni fattezza e di inglobare ogni istanza di cambiamento mascherandosi alla bisogna e nascondendosi dietro cortine fumogene. Diabolik. La stessa operazione di facciata che sta accadendo con Luigi Di Maio, oggi dipinto quasi come un Emmanuel Macron italiano senza pudore solo perché, improvvisamente, anche un ex venditore ambulante di bibite convinto che «la Russia si affaccia sul Mediterraneo» è utile alla sinistra di Palazzo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pd-trionfa-sempre-con-le-vittorie-degli-altri-2657570363.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="centrodestra-cosi-no-eppure-gia-si-litiga-su-sicilia-e-lombardia" data-post-id="2657570363" data-published-at="1656358930" data-use-pagination="False"> Centrodestra, così no. Eppure già si litiga su Sicilia e Lombardia «Ora basta litigi», diceva Giorgia Meloni ieri mattina, commentando attraverso un video sui social il clamoroso flop del centrodestra alle amministrative. Più facile a dirsi che a farsi, dato che nella coalizione di centrodestra le incomprensioni, i nervi scoperti e le liti personali continuano a dominare la scena. Sta di fatto che una coalizione che potrebbe (a questo punto il condizionale è d’obbligo) stravincere le elezioni del 2023 non governa le grandi città italiane, fra candidature sbagliate, una malintesa idea del civismo e la disaffezione di un elettorato che non pare disposto a schierarsi come un solo uomo per mere ragioni di scuderia; una coalizione che sta dando ai suoi potenziali elettori la sensazione di essere già concentrata sui futuri (virtuali) assetti di potere e che trascura il piccolo dettaglio che alle prossime politiche manca un anno, che un anno in politica equivale a un secolo, e che un anno come quello che si prospetta, tra crisi, guerra e conflitti sociali in agguato sembrerà un millennio. Ieri la riflessione sulla sconfitta conteneva già in sé il seme di una nuova «grana», di una nuova guerra con gli alleati, di una nuova potenziale frattura: le regionali in Sicilia del prossimo autunno, con la Meloni che vuole ricandidare il presidente uscente Nello Musumeci, contro il parere di Lega e Forza Italia. «Basta litigi, a partire della Sicilia», argomenta la Meloni, ricominciando a litigare, «non possiamo rischiare di mettere a repentaglio il risultato delle politiche. Chiederò a Salvini e Berlusconi di vederci il prima possibile per evitare ulteriori divisioni». Francesco Lollobrigida ci mette il carico: «Fratelli d’Italia», sottolinea il capogruppo di Fdi a Sky Tg24, «non ha mai messo in discussione un sindaco o un presidente di Regione uscente: questo logoramento da parte degli alleati non può non avere un chiarimento sul percorso futuro. La litigiosità imputata a Fdi, in realtà», aggiunge Lollobrigida, «nasce da aggressioni a freddo che vengono fatte a chi governa, come accade ad esempio a Nello Musumeci in Sicilia». Dal profondo Sud al profondo Nord, pure la Lombardia scricchiola. Clamoroso ciò che è accaduto ieri: il presidente Attilio Fontana incontra Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, che lo definiscono «candidato naturale», e negli stessi minuti la Moratti, che già si è detta disponibile a candidarsi alla presidenza, dichiara il contrario: «Credo», sottolinea Donna Letizia, «che sarebbe importante riuscire a parlare a un elettorato più ampio di quello attuale. Io candidata? Sono a disposizione del centrodestra, saranno i partiti a decidere». Le regionali in Lombardia sono in programma nella primavera del 2023, a ridosso delle politiche: immaginate quanto è profondo il burrone che il centrodestra si trova davanti, se la Meloni, Salvini e Silvio Berlusconi non riusciranno a ricomporre le fratture. «Sui territori», dice alla Verità un big della coalizione, «gli esponenti dei tre partiti si odiano, è un dato di fatto. A livello nazionale Salvini e Berlusconi ultimamente hanno ricucito un rapporto, ma con la Meloni non si riesce a parlare». «La Lega», riflette con noi un esponente di peso del Carroccio, «alle Europee del 2019 prese il 34%, eppure Salvini non ha mai avuto atteggiamenti arroganti nei confronti degli alleati. La Meloni si gioca la presidenza del Consiglio, se teme che qualcuno le metterà i bastoni tra le ruote sbaglia. Matteo sarebbe felicissimo anche di tornare al ministero dell’Interno». La leader di Fratelli d’Italia, dal canto suo, ritiene che non le sia riconosciuto il peso derivante dai suoi consensi. Come dire: abbiamo seguito Berlusconi e Salvini quando erano loro a trainare la coalizione, ora tocca a noi. Autorevolissime fonti di centrodestra sussurrano alla Verità che anche le mosse della Moratti potrebbero essere funzionali alla partita che la Meloni si gioca in Sicilia: «Finché non arriva l’ok della Lega su Musumeci», è il ragionamento, «vogliono tenere sotto scacco Fontana». Versione diversa arriva dai piani alti di Forza Italia: «Il protagonismo della Moratti», ci spiegano, «è tutto suo e del suo staff, lei è convinta ma la Lega ha blindato Fontana. Dobbiamo capire se fa un passo indietro o no». Sussurri, sospetti, veleni: il centrodestra del giorno dopo la batosta ai ballottaggi è un covo di vipere. «I tre leader», sospira un esponente di governo, «sono innanzitutto tre persone molto diverse tra loro, diciamo che non andrebbero a cena insieme. Detto ciò, non sono preoccupato per le politiche del prossimo anno, vinceremo di sicuro». «Per me», argomenta Salvini, «l’incontro tra i leader del centrodestra si può fare anche domani. Non è possibile perdere in città importanti perchè il centrodestra si divide per paura, per calcolo per interessi di parte. Vediamoci», aggiunge Salvini, «e prepariamo la prossima squadra e il prossimo progetto di governo, subito, insieme». «Sarò io stesso», sottolinea Berlusconi, «a promuovere un confronto approfondito con i nostri alleati per disegnare l’Italia del futuro e vincere le prossime elezioni nazionali». E ieri, in un video messaggio postato sui social, ha sentenziato, lapidario: «Purtroppo ieri (domenica, ndr) non ha vinto nessuno, ha perso la democrazia».
Ecco #DimmiLaVerità del 10 giugno 2026. La capogruppo di Fdi in Commissione Covid Alice Buonguerrieri rivela gli ultimi clamorosi sviluppi emersi dalle audizioni.
Papa Leone XIV (Getty Images)
Se poi compiamo il drammatico e rattristante atto di paragonare questo discorso ad altri cui siamo abituati in Italia, e non solo, tenuti o scritti da vescovi italiani, soprattutto ad alto livello, per non parlare del livello della predicazione, l’omiletica, che spesso raggiunge livelli indegni per l’importanza che essa ha nella Chiesa, ebbene, fatto questo paragone impietoso, la figura di Leone XIV ci appare veramente come un dono del Cielo.
Non solo per noi italiani, e non solo riguardo ai ministri della Chiesa, ma anche rispetto a molti dei sedicenti intellettuali del nostro tempo. Il Pontefice, in questo panorama intellettuale e culturale inconsistente e desolante, risulta essere, ai miei occhi, l’autorità morale e il riferimento intellettuale e spirituale più alto del mondo.
Del discorso ha già scritto egregiamente ieri sulla Verità Martino Cervo. Io mi limiterò ad alcuni concetti espressi in questo mirabile scritto del Vescovo di Roma. Parto dal più importante, già citato da Cervo, e cioè il riferimento alla Scuola di Salamanca, una scuola del Cinquecento spagnolo, El Siglo de oro, dove la Spagna raggiunse un livello di espansione economica e geopolitica ragguardevole. Allora come ora si prospettava, però, l’esigenza di coniugare questi fenomeni economici e geopolitici «trovandosi», come scrive il pontefice, «di fronte a responsabilità storiche di portata universale». Queste responsabilità erano legate sostanzialmente alla colonizzazione del Nuovo Mondo e alla legittimità della colonizzazione stessa e delle condizioni cui erano sottoposte quelle popolazioni. La Scuola di Salamanca fu la più influente scuola, sorta nel XVI secolo, di filosofi, teologi e giuristi appartenenti a vari ordini: francescani, gesuiti, domenicani. In sostanza si deve a loro, e in particolare al frate Francisco de Vitoria, la messa al centro dei diritti umani ponendo le basi - questo fatto è riconosciuto universalmente - per il moderno diritto internazionale, quello che, riprendendo un’espressione di San Tommaso D’Aquino, veniva chiamato lo ius gentium.
Perché il Papa si è riferito esplicitamente a questa scuola, cosa che non avevano fatto altri Papi e che in Italia, a parte alcuni lodevoli studiosi, non è praticamente mai stata studiata soprattutto in ambito cattolico (cosa grave)? Scrive lui stesso: «La ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così nel discernimento storico la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti morali del potere [...]. Tuttavia, quell’interrogativo aprì un orizzonte intellettuale e morale che andò ben oltre il proprio contesto storico. L’intuizione del totus orbis, di una comunità umana più ampia di qualsiasi potere particolare, consentiva di affermare l’esistenza di legami giuridici e morali tra i popoli [...] quell’anelito continua a risuonare anche oggi: che la dignità, la giustizia e il bene comune siano la misura delle relazioni sociali, a livello sia nazionale che internazionale».
Quale profondità e quale attualità in questa Scuola a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento spagnolo. Quale contemporaneità di questo pensiero. E tristemente, ammettiamolo, quale ignoranza ingiustificata, da parte della comunità cattolica, di questa Scuola.
Un altro punto fondamentale sempre legato a questi studiosi è la rivendicazione del primato della persona umana nei confronti dello Stato e di ogni forma di pubblico potere. Dice il Papa: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato […] Essa appartiene a ogni essere umano per il fatto di esistere e per questo deve orientare ogni ordinamento giuridico positivo». Ma attenzione al seguente passaggio che richiama tutti alla primazia del diritto sulla legge, del diritto sul potere, del diritto sullo Stato: «La fede cristiana la proclama a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo. Quando questa convinzione rimane viva, il diritto diventa tutela di tutti e garanzia contro l’imposizione di interessi e programmi particolari». In altre parole, ben prima della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, i maestri di Salamanca avevano individuato nei diritti dell’uomo il limite invalicabile di qualsiasi potere, di qualsiasi azione politica, di qualsiasi legge. L’ordinamento giuridico positivo, cioè il sistema delle leggi nazionali e internazionali, non può andare contro questi diritti inscritti nella natura umana: essi non sono concessi e sottoposti a e da nessun potere politico. Quanta sapienza e quanta necessità di riscoprire oggi questi fondamenti: basti pensare a quanta violazione dei diritti avviene negli Stati (ad esempio la Cina) e quali violazioni del diritto internazionale: vedi le guerre in corso.
Capite la differenza rispetto a una predicazione su questi temi che spesso alza la vela a seconda di dove il vento spira e che quindi risulta misera e non incide nelle coscienze? Queste ultime sentono la superficialità e riconoscono, quando c’è, la profondità di un pensiero come quello espresso presso il Palacio de las Cortes, dove il Papa ha incontrato il Parlamento spagnolo. Purtroppo, nella Chiesa si è fatta avanti un’idea di predicazione che, per evitare di sembrare anacronistica, è diventata più sociologica che teologica, che usa le parole più scontate del nostro tempo e non ha il coraggio di andare, come fa invece questo Papa con gentilezza e tatto rari, oltre il linguaggio scontato. Ci ricorda molto Ratzinger e Wojtyla, ma anche Paolo VI. È vero che la Chiesa deve aggiornare il proprio linguaggio. Del resto, in 21 secoli di storia lo ha sempre fatto. Ma non si può né si deve aggiornare il linguaggio in modo tale che un linguaggio sciatto, sociologico, politicamente ammiccante, tendente a lisciare il pelo all’inconsistenza della cultura contemporanea tradisca, alla fine, i contenuti della tradizione. Altrimenti l’aggiornamento fa rima con tradimento.
In questa fase, lo ripeto, Papa Leone XIV appare modellato appositamente sull’esigenza profonda di consistenza che caratterizza la nostra epoca contemporanea.
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Da quel 31 marzo e da quella piovosa, a tratti gelida, notte di Zenica, in Bosnia, il sentimento che ha accompagnato il nostro avvicinamento ai Mondiali è stato uno soltanto: tristezza. Ma anche amarezza, rabbia e delusione. L'Italia non sarà alla Coppa del Mondo per la terza volta consecutiva e questo lo sappiamo ormai da oltre due mesi. Il nostro calcio attraversa una crisi profonda e, mentre si avvicinano le elezioni federali del 22 giugno – dalle quali uscirà il presidente chiamato a nominare il nuovo commissario tecnico e ad avviare quel percorso di riforme di cui tutto il sistema sembra avere urgente bisogno – non resta che farsene definitivamente una ragione.
E magari aggrapparsi ai timidi segnali positivi arrivati nelle ultime settimane: l'entusiasmo e la freschezza dei giovani affidati alla guida di Silvio Baldini nelle amichevoli contro Lussemburgo e Grecia, oppure il successo dell'Under 17 all'Europeo di categoria. Ma soprattutto mettersi comodi davanti alla televisione e provare a godersi quello che, per chi ama il calcio, resta l'evento degli eventi.
Perché se è vero che un Mondiale senza azzurri rischia inevitabilmente di far perdere interesse a molti tifosi italiani, è altrettanto vero che la Coppa del Mondo si guarda a prescindere. Anche solo per vedere all'opera i migliori giocatori del pianeta. Da Cristiano Ronaldo e Lionel Messi, attesi da quello che potrebbe essere il loro ultimo ballo, a Harry Kane ed Erling Haaland, già candidati credibili per la classifica marcatori. Fino ai talenti della nuova generazione, come Lamine Yamal e Michael Olise, pronti a trascinare Spagna e Francia con il loro estro. Senza dimenticare Kylian Mbappé, chiamato a riscattare una stagione al di sotto delle aspettative con il Real Madrid, e Ousmane Dembélé, reduce da dodici mesi da protagonista assoluto con il Paris Saint-Germain, culminati con la conquista della seconda Champions League consecutiva e del Pallone d'Oro. Proprio il Pallone d'Oro è uno dei temi che accompagneranno il torneo: è altamente probabile che il Mondiale finisca per incidere in maniera decisiva sull'assegnazione del prossimo riconoscimento individuale istituito da France Football.
Un Mondiale che non vedrà protagonista l'Italia, ma che parlerà comunque un po' la nostra lingua grazie ai tre commissari tecnici italiani presenti in panchina: Carlo Ancelotti alla guida del Brasile, Vincenzo Montella con la Turchia e Fabio Cannavaro alla sua storica prima partecipazione con l'Uzbekistan. Soprattutto Ancelotti potrebbe inseguire un'impresa senza precedenti. Nessuna nazionale, infatti, ha mai conquistato il Mondiale con un commissario tecnico straniero. Ci andarono vicini l'austriaco Ernst Happel con l'Olanda nel 1978 e l'inglese George Raynor con la Svezia nel 1958, ma nessuno riuscì a completare l'opera. Toccherà ora all'allenatore di Reggiolo provare ad abbattere uno degli ultimi tabù del calcio internazionale.
E poi ci sono le curiosità, le statistiche, i record da inseguire o da battere, ma anche le polemiche e i problemi che hanno accompagnato la vigilia del torneo diffuso tra Canada, Messico e Stati Uniti. Gli spunti, insomma, non mancano.
Le immagini dei giocatori del Senegal sottoposti a controlli direttamente sulla pista dell'aeroporto, quelle di Kevin De Bruyne perquisito con il metal detector e il passaggio dell'Uzbekistan di Cannavaro tra i cani antidroga hanno fatto il giro dei social, alimentando il dibattito sulle modalità di accoglienza adottate dalle autorità statunitensi. Ancora più delicato il caso di Omar Artan. Il 34enne arbitro somalo, designato dalla Fifa per dirigere alcune gare del torneo e destinato a diventare il primo fischietto del suo Paese a partecipare a un Mondiale, è stato respinto all'ingresso negli Stati Uniti dopo undici ore di interrogatorio a Miami. «Avevo tutti i documenti in regola», ha raccontato al New York Times, spiegando di essere stato interrogato a lungo anche sulla situazione politica della Somalia. La Fifa lo ha successivamente escluso dalla lista arbitrale. Sul piano diplomatico, l'Iran ha denunciato la revoca della quota di biglietti destinata ai propri tifosi e le difficoltà incontrate da diversi membri della delegazione nell'ottenere il visto d'ingresso negli Stati Uniti, tanto da spostare il ritiro in Messico. E proprio in Messico, a meno di quarantotto ore dalla partita inaugurale, migliaia di insegnanti hanno tentato di raggiungere lo stadio Azteca per protestare contro il governo di Claudia Sheinbaum, costringendo le autorità a blindare l'area attorno all'impianto. Nella capitale sono state sospese le lezioni e introdotte forme di lavoro agile per alleggerire il traffico previsto nel giorno del debutto del torneo.
Ma un Mondiale non vive soltanto di favoriti, polemiche e grandi campioni. Vive anche di storie. Come quella di Curaçao, arrivata all'ultima amichevole prima della partenza a bordo di un vecchio scuolabus con la musica ad alto volume e un entusiasmo contagioso. Oppure quella di Haiti, che porterà sulle proprie maglie la bandiera polacca in omaggio ai soldati che all'inizio dell'Ottocento decisero di schierarsi al fianco degli haitiani nella guerra d'indipendenza contro la Francia napoleonica. Il torneo nordamericano segnerà anche un traguardo simbolico. Tunisia-Giappone, in programma il 20 giugno a Monterrey, sarà infatti la millesima partita nella storia dei Mondiali, a quasi un secolo dalla prima edizione disputata in Uruguay nel 1930.
L'Italia resterà a guardare, e questo continuerà a fare male. Ma i Mondiali hanno sempre avuto la capacità di trascinare anche chi si avvicina con disincanto. Per le storie che raccontano, per i gol che rimangono nella storia, per i campioni che consacrano e per le sorprese che regalano. E forse è proprio questo il motivo per cui, nonostante tutto, da giovedì sera milioni di italiani saranno ancora una volta incollati davanti alla televisione.
Il torneo più grande di sempre tra format e nuove regole

Una vista panoramica dello Stadio di Città del Messico, nel contesto dell'atmosfera pre-Mondiale 2026 (Getty Images)
Non sarà soltanto il Mondiale più grande della storia. Quello che scatterà domani, giovedì 11 giugno, tra Messico, Stati Uniti e Canada rappresenta anche un punto di svolta per il calcio internazionale. Per la prima volta le Nazionali partecipanti saranno 48, le partite complessive saliranno a 104 e la Fifa sperimenterà una serie di novità regolamentari destinate a incidere concretamente sul gioco. Dal Var con poteri ampliati alla lotta contro le perdite di tempo, fino a una cerimonia inaugurale diffusa in tre Paesi diversi: il Mondiale 2026 sarà un laboratorio del calcio del futuro.
Il primo cambiamento riguarda le dimensioni del torneo. Dopo oltre vent'anni con il format a 32 squadre, la Fifa ha deciso di allargare la competizione a 48 Nazionali. Una scelta che porterà il numero complessivo delle partite da 64 a 104 e che ridisegnerà anche il percorso verso il titolo. Le squadre saranno suddivise in dodici gironi da quattro. Al termine della prima fase accederanno ai sedicesimi di finale le prime due classificate di ciascun gruppo e le otto migliori terze. Una novità che introduce un turno a eliminazione diretta in più rispetto al passato e che allunga inevitabilmente il cammino della squadra destinata a sollevare il trofeo il 19 luglio al MetLife Stadium di New York.
Cambierà anche il modo di arbitrare le partite. L'Ifab ha infatti approvato una serie di modifiche che debutteranno proprio durante il Mondiale nordamericano, con l'obiettivo dichiarato di ridurre le perdite di tempo e rendere il gioco più fluido. Il Var, ad esempio, avrà margini d'intervento più ampi rispetto al passato. Oltre ai tradizionali casi legati a gol, rigori ed espulsioni dirette, potrà correggere alcuni errori evidenti che finora rimanevano senza rimedio, come l'assegnazione errata di un calcio d'angolo o situazioni disciplinari derivanti da un'identificazione sbagliata del giocatore sanzionato. Particolare attenzione sarà riservata anche ai comportamenti ostruzionistici. I calciatori sostituiti dovranno lasciare il terreno di gioco entro dieci secondi dalla comunicazione del cambio; in caso contrario, il compagno designato a entrare dovrà attendere sessanta secondi prima di poter partecipare all'azione. Una misura pensata soprattutto per limitare le perdite di tempo nei minuti finali.
Non sarà l'unica novità in questa direzione. Gli arbitri potranno infatti avviare un conto alla rovescia per accelerare la ripresa del gioco in occasione di rimesse laterali e rinvii dal fondo. Se il tempo concesso non verrà rispettato, scatterà automaticamente una sanzione tecnica a favore della squadra avversaria. Cambiano anche le procedure relative agli infortuni. Salvo eccezioni specifiche, come nel caso dei portieri o di traumi particolarmente seri, i giocatori che riceveranno cure mediche dovranno restare fuori dal campo per almeno un minuto prima di poter rientrare. Una scelta che punta a scoraggiare interruzioni tattiche e simulazioni. L'unica deroga ai tentativi di velocizzare il gioco riguarda le pause idratazione. Considerate le elevate temperature previste in alcune sedi statunitensi e messicane, sarà consentita una sospensione di tre minuti per ciascun tempo di gioco.

Il MetLife di New York/New Jersey (Getty Images)
Ad aprire ufficialmente il Mondiale sarà il Messico, impegnato giovedì 11 giugno contro il Sudafrica nello storico stadio Azteca di Città del Messico. Prima del calcio d'inizio, previsto alle 21 italiane, andrà in scena la prima delle tre cerimonie inaugurali organizzate dalla Fifa. Una scelta in linea con la natura itinerante di questa edizione, ospitata per la prima volta da tre Paesi diversi. Il giorno successivo toccherà infatti al Canada, a Toronto, e agli Stati Uniti, a Los Angeles, celebrare l'inizio della manifestazione con eventi dedicati. Un modo per dare visibilità a ciascuno dei Paesi organizzatori e sottolineare la dimensione globale di un torneo che punta a essere il più grande di sempre, non soltanto per il numero di squadre partecipanti. Oltre al mitico Azteca di Città del Messico e al MetLife Stadium di New York, si giocherà in 14 stadi distribuiti tra Stati Uniti, Messico e Canada, con una rete di impianti che attraversa praticamente tutto il continente nordamericano. Il Messico ospiterà le partite in tre sedi, aggiungendo all'Azteca (83.000 spettatori), l'Estadio Akron di Guadalajara (48.000 spettatori) e l'Estadio Bbva di Monterrey (53.500 spettatori). Il Canada avrà due stadi: il Bmo Field di Toronto (45.000 spettatori) e il Bc Place di Vancouver (54.000 spettatori). La parte più consistente del torneo si disputerà negli Stati Uniti, con undici impianti sparsi tra costa Est, Midwest e costa Ovest. Dal Mercedes-Benz Stadium di Atlanta (75.000 spettatori) al Gillette Stadium di Boston (65.000 spettatori) fino al AT&T Stadium di Dallas (94.000 spettatori) e all'Nrg Stadium di Houston (72.000 spettatori). E poi ancora l'Arrowhead Stadium di Kansas City (73.000 spettatori), il SoFi Stadium di Los Angeles (70.000 spettatori), l'Hard Rock Stadium di Miami (65.000 spettatori), il Lincoln Financial Field di Philadelphia (69.000 spettatori), il Levi's Stadium di San Francisco/Bay Arena (71.000 spettatori), il Lumen Field di Seattle (69.000 spettatori) e lo stadio della finalissima, il MetLife Stadium di New York/New Jersey (82.500 spettatori).
Un Mondiale, questo, che sarà inevitabilmente un banco di prova per la Fifa che punta a rendere il calcio più veloce, più spettacolare e ancora più globale. Resta da capire se tutte queste innovazioni riusciranno a migliorare davvero il torneo più importante del pianeta o se finiranno per snaturarne almeno in parte la tradizione. La risposta, come sempre, arriverà dal campo.
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«Non intendiamo fermarci, vogliamo fare di più per ridurre il carico fiscale sul ceto medio». Lo ha detto il presidente del Consiglio all’assemblea di Confcommercio. «Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad avere un patrimonio dopo decenni di sacrifici», ha aggiunto.
Il premier ha inoltre sottolineato le misure varate dal governo contro le attività «apri e chiudi», affermando: «Questa non è la repubblica delle banane, qui si rispettano le regole». Citando il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, ha ribadito che «Non c’è mercato senza regole, non ci sono imprese sane e non c’è crescita».