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2022-06-28
Il Pd vende fumo, la destra latte versato
Enrico Letta (Ansa)
Diabolik. Tanto di cappello ai fumettisti che disegnano il profilo del Pd, capace di attraversare ogni tornata elettorale accompagnato dalle fanfare trionfali anche quando perde o - operazione ancora più subdola e raffinata - si appropria delle vittorie altrui. Al Nazareno si brinda e si alzano cortine fumogene nella distrazione dei media, così impegnati a schernire il centrodestra pasticcione (a Verona, a Monza, a Catanzaro) da non avvedersi che i Letta boys stanno accreditando una narrazione degli eventi che Mark Twain definirebbe «fortemente esagerata».
Bastano pochi dati a smentire la festa da circo Medrano con un numero spropositato di giullari in campo. In definitiva tre: popolazione coinvolta 3.609.000 di votanti, centrodestra 1,8 milioni di voti, centrosinistra 1,3 milioni di voti, civici 370.000 voti. Percentuali assolute: centrodestra 52%, centrosinistra 37%. Da qui si parte, il resto è teatro. La fotografia non ha alcun valore nazionale, ma è necessaria per rimanere dentro i binari della razionalità e non finire direttamente obnubilati dalle salamelle della festa dell’Unità.
Eppure Enrico Letta spinge sulla grancassa e il sabba collettivo è da canzone popolare prodiana. «Alla fine della festa vincono la linearità e la serietà», «Vinciamo perché la responsabilità è più importante di tutto». In realtà il Pd si convince di avere vinto perché alla base di tutto c’è il trasformismo, quella caratteristica che muta in un alleato ogni Zelig di passaggio e ingloba chiunque sia funzionale all’establishment. Se non fosse così i dem non avrebbero governato in 10 degli ultimi 11 anni, perdendo nelle urne ma approfittando dei giochi di palazzo.
Il primo esempio concreto è proprio il trionfo di Verona, determinato dallo svolazzare del centrodestra diviso dal balcone di Romeo e Giulietta, ma anche dal vento contrario ai partiti e ancor più al Palazzo che spira nelle piazze italiane. Damiano Tommasi, oggi dipinto come campione del piddismo riformista, in realtà è un movimentista green-arcobaleno senza tessera che in tutta la campagna elettorale non ha voluto avere niente a che fare con l’alleato principale: ha preso i voti ma si è ben guardato dall’inserire i simboli dem nei manifesti, di accostarsi agli elmetti dem sulla guerra, di appiattirsi sulle politiche dem in economia. Allergico ai comizi, agli sponsor e ad essere circondato dai soliti noti (Arci, Cgil, imprenditori illuminati da Karl Marx) ha vissuto un mese nascondendosi. Si è rifiutato sistematicamente di salire sul palco con Letta e Giuseppe Conte arrivati a celebrarlo. Ma secondo il Nazareno adesso Verona è cosa loro.
L’analisi non vuole creare alibi a Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, anzi finisce per aggravare la diagnosi di una coalizione in difficoltà quanto a intelligenza e manovrabilità politica. Semplicemente, è facile notare come una tornata di ballottaggi che ha coinvolto 65 comuni (solo 13 capoluoghi di provincia) si sia trasformata in una cavalcata napoleonica del partito di riferimento sospinta dai soliti battaglioni di ussari di redazione. E chi consiglia calma sottolineando una percentuale di fedeli alle urne da Midwest americano (42%) viene bollato come disfattista. Poiché i numeri di solito non mentono, anche il check up di YouTrend conferma le sensazioni. Il centrodestra aveva 54 sindaci uscenti e oggi ne ha 58 (+4), il centrosinistra ne aveva 48 e adesso ne ha 53 (+5). Rulli di tamburi a sinistra, ma il caravanserraglio con Matteo Renzi, Carlo Calenda e prefissi telefonici di rosso antico è sempre dietro. Dire che il campo largo ha funzionato come accade in queste ore è un azzardo: il Movimento 5 stelle partiva con 8 amministrazioni e si ritrova con una.
Scambiare i candidati civici per bandiere del progressismo è lo sport del momento. Accade a Parma dove Michele Guerra, erede di Federico Pizzarotti e suo adepto nel movimento «Effetto Parma», da ieri mattina sembra Che Guevara. Eppure anche in questo caso il Pd è andato a rimorchio come un gregario per uscire all’ultimo chilometro a braccia alzate al grido: «Siamo tutti rosè». Va aggiunta una curiosità: i civici funzionano solo quando fanno comodo. A Como, dove Alessandro Rapinese ha sbaragliato Barbara Minghetti (sostenuta dal Pd in prima fila con sfilata di leader, da Letta a Beppe Sala) anche grazie ai voti del centrodestra, si parla di effetto collaterale del malpancismo collettivo.
Se andiamo a guardare dentro le singole vicende scopriamo che, più della gioiosa macchina da guerra dem, la responsabilità dell’esito sta negli autogol del centrodestra. Esempio straniante a Catanzaro, dove i conservatori sono riusciti a perdere a sorpresa presentando un candidato, Valerio Donato, proveniente dal centrosinistra. Un errore strategico che non ha tenuto conto del rifiuto dei cittadini di consegnare deleghe in bianco a «politici politicanti», figuriamoci se buoni per tutte le stagioni.
Il Pd si conferma un partito blob, nel senso di «massa informe di potere» capace di assumere ogni fattezza e di inglobare ogni istanza di cambiamento mascherandosi alla bisogna e nascondendosi dietro cortine fumogene. Diabolik. La stessa operazione di facciata che sta accadendo con Luigi Di Maio, oggi dipinto quasi come un Emmanuel Macron italiano senza pudore solo perché, improvvisamente, anche un ex venditore ambulante di bibite convinto che «la Russia si affaccia sul Mediterraneo» è utile alla sinistra di Palazzo.
Centrodestra, così no. Eppure già si litiga su Sicilia e Lombardia
«Ora basta litigi», diceva Giorgia Meloni ieri mattina, commentando attraverso un video sui social il clamoroso flop del centrodestra alle amministrative. Più facile a dirsi che a farsi, dato che nella coalizione di centrodestra le incomprensioni, i nervi scoperti e le liti personali continuano a dominare la scena.
Sta di fatto che una coalizione che potrebbe (a questo punto il condizionale è d’obbligo) stravincere le elezioni del 2023 non governa le grandi città italiane, fra candidature sbagliate, una malintesa idea del civismo e la disaffezione di un elettorato che non pare disposto a schierarsi come un solo uomo per mere ragioni di scuderia; una coalizione che sta dando ai suoi potenziali elettori la sensazione di essere già concentrata sui futuri (virtuali) assetti di potere e che trascura il piccolo dettaglio che alle prossime politiche manca un anno, che un anno in politica equivale a un secolo, e che un anno come quello che si prospetta, tra crisi, guerra e conflitti sociali in agguato sembrerà un millennio.
Ieri la riflessione sulla sconfitta conteneva già in sé il seme di una nuova «grana», di una nuova guerra con gli alleati, di una nuova potenziale frattura: le regionali in Sicilia del prossimo autunno, con la Meloni che vuole ricandidare il presidente uscente Nello Musumeci, contro il parere di Lega e Forza Italia. «Basta litigi, a partire della Sicilia», argomenta la Meloni, ricominciando a litigare, «non possiamo rischiare di mettere a repentaglio il risultato delle politiche. Chiederò a Salvini e Berlusconi di vederci il prima possibile per evitare ulteriori divisioni». Francesco Lollobrigida ci mette il carico: «Fratelli d’Italia», sottolinea il capogruppo di Fdi a Sky Tg24, «non ha mai messo in discussione un sindaco o un presidente di Regione uscente: questo logoramento da parte degli alleati non può non avere un chiarimento sul percorso futuro. La litigiosità imputata a Fdi, in realtà», aggiunge Lollobrigida, «nasce da aggressioni a freddo che vengono fatte a chi governa, come accade ad esempio a Nello Musumeci in Sicilia».
Dal profondo Sud al profondo Nord, pure la Lombardia scricchiola. Clamoroso ciò che è accaduto ieri: il presidente Attilio Fontana incontra Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, che lo definiscono «candidato naturale», e negli stessi minuti la Moratti, che già si è detta disponibile a candidarsi alla presidenza, dichiara il contrario: «Credo», sottolinea Donna Letizia, «che sarebbe importante riuscire a parlare a un elettorato più ampio di quello attuale. Io candidata? Sono a disposizione del centrodestra, saranno i partiti a decidere». Le regionali in Lombardia sono in programma nella primavera del 2023, a ridosso delle politiche: immaginate quanto è profondo il burrone che il centrodestra si trova davanti, se la Meloni, Salvini e Silvio Berlusconi non riusciranno a ricomporre le fratture. «Sui territori», dice alla Verità un big della coalizione, «gli esponenti dei tre partiti si odiano, è un dato di fatto. A livello nazionale Salvini e Berlusconi ultimamente hanno ricucito un rapporto, ma con la Meloni non si riesce a parlare». «La Lega», riflette con noi un esponente di peso del Carroccio, «alle Europee del 2019 prese il 34%, eppure Salvini non ha mai avuto atteggiamenti arroganti nei confronti degli alleati. La Meloni si gioca la presidenza del Consiglio, se teme che qualcuno le metterà i bastoni tra le ruote sbaglia. Matteo sarebbe felicissimo anche di tornare al ministero dell’Interno».
La leader di Fratelli d’Italia, dal canto suo, ritiene che non le sia riconosciuto il peso derivante dai suoi consensi. Come dire: abbiamo seguito Berlusconi e Salvini quando erano loro a trainare la coalizione, ora tocca a noi. Autorevolissime fonti di centrodestra sussurrano alla Verità che anche le mosse della Moratti potrebbero essere funzionali alla partita che la Meloni si gioca in Sicilia: «Finché non arriva l’ok della Lega su Musumeci», è il ragionamento, «vogliono tenere sotto scacco Fontana». Versione diversa arriva dai piani alti di Forza Italia: «Il protagonismo della Moratti», ci spiegano, «è tutto suo e del suo staff, lei è convinta ma la Lega ha blindato Fontana. Dobbiamo capire se fa un passo indietro o no». Sussurri, sospetti, veleni: il centrodestra del giorno dopo la batosta ai ballottaggi è un covo di vipere. «I tre leader», sospira un esponente di governo, «sono innanzitutto tre persone molto diverse tra loro, diciamo che non andrebbero a cena insieme. Detto ciò, non sono preoccupato per le politiche del prossimo anno, vinceremo di sicuro». «Per me», argomenta Salvini, «l’incontro tra i leader del centrodestra si può fare anche domani. Non è possibile perdere in città importanti perchè il centrodestra si divide per paura, per calcolo per interessi di parte. Vediamoci», aggiunge Salvini, «e prepariamo la prossima squadra e il prossimo progetto di governo, subito, insieme». «Sarò io stesso», sottolinea Berlusconi, «a promuovere un confronto approfondito con i nostri alleati per disegnare l’Italia del futuro e vincere le prossime elezioni nazionali». E ieri, in un video messaggio postato sui social, ha sentenziato, lapidario: «Purtroppo ieri (domenica, ndr) non ha vinto nessuno, ha perso la democrazia».
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Enrico Letta gongola, ma deve ringraziare gli autogol degli avversari e candidati fuori dagli schemi che fino a ieri si vergognavano di accostarsi al simbolo dei dem. In termini assoluti, il centrodestra aumenta i sindaci e ha 500.000 voti più del centrosinistra.Centrodestra, così no. Eppure già si litiga su Sicilia e Lombardia. Alcuni flop ai ballottaggi fanno male: i leader dovranno ricucire. Ma sulle candidature di Nello Musumeci e Attilio Fontana resta battaglia.Lo speciale comprende due articoli. Diabolik. Tanto di cappello ai fumettisti che disegnano il profilo del Pd, capace di attraversare ogni tornata elettorale accompagnato dalle fanfare trionfali anche quando perde o - operazione ancora più subdola e raffinata - si appropria delle vittorie altrui. Al Nazareno si brinda e si alzano cortine fumogene nella distrazione dei media, così impegnati a schernire il centrodestra pasticcione (a Verona, a Monza, a Catanzaro) da non avvedersi che i Letta boys stanno accreditando una narrazione degli eventi che Mark Twain definirebbe «fortemente esagerata».Bastano pochi dati a smentire la festa da circo Medrano con un numero spropositato di giullari in campo. In definitiva tre: popolazione coinvolta 3.609.000 di votanti, centrodestra 1,8 milioni di voti, centrosinistra 1,3 milioni di voti, civici 370.000 voti. Percentuali assolute: centrodestra 52%, centrosinistra 37%. Da qui si parte, il resto è teatro. La fotografia non ha alcun valore nazionale, ma è necessaria per rimanere dentro i binari della razionalità e non finire direttamente obnubilati dalle salamelle della festa dell’Unità. Eppure Enrico Letta spinge sulla grancassa e il sabba collettivo è da canzone popolare prodiana. «Alla fine della festa vincono la linearità e la serietà», «Vinciamo perché la responsabilità è più importante di tutto». In realtà il Pd si convince di avere vinto perché alla base di tutto c’è il trasformismo, quella caratteristica che muta in un alleato ogni Zelig di passaggio e ingloba chiunque sia funzionale all’establishment. Se non fosse così i dem non avrebbero governato in 10 degli ultimi 11 anni, perdendo nelle urne ma approfittando dei giochi di palazzo. Il primo esempio concreto è proprio il trionfo di Verona, determinato dallo svolazzare del centrodestra diviso dal balcone di Romeo e Giulietta, ma anche dal vento contrario ai partiti e ancor più al Palazzo che spira nelle piazze italiane. Damiano Tommasi, oggi dipinto come campione del piddismo riformista, in realtà è un movimentista green-arcobaleno senza tessera che in tutta la campagna elettorale non ha voluto avere niente a che fare con l’alleato principale: ha preso i voti ma si è ben guardato dall’inserire i simboli dem nei manifesti, di accostarsi agli elmetti dem sulla guerra, di appiattirsi sulle politiche dem in economia. Allergico ai comizi, agli sponsor e ad essere circondato dai soliti noti (Arci, Cgil, imprenditori illuminati da Karl Marx) ha vissuto un mese nascondendosi. Si è rifiutato sistematicamente di salire sul palco con Letta e Giuseppe Conte arrivati a celebrarlo. Ma secondo il Nazareno adesso Verona è cosa loro.L’analisi non vuole creare alibi a Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, anzi finisce per aggravare la diagnosi di una coalizione in difficoltà quanto a intelligenza e manovrabilità politica. Semplicemente, è facile notare come una tornata di ballottaggi che ha coinvolto 65 comuni (solo 13 capoluoghi di provincia) si sia trasformata in una cavalcata napoleonica del partito di riferimento sospinta dai soliti battaglioni di ussari di redazione. E chi consiglia calma sottolineando una percentuale di fedeli alle urne da Midwest americano (42%) viene bollato come disfattista. Poiché i numeri di solito non mentono, anche il check up di YouTrend conferma le sensazioni. Il centrodestra aveva 54 sindaci uscenti e oggi ne ha 58 (+4), il centrosinistra ne aveva 48 e adesso ne ha 53 (+5). Rulli di tamburi a sinistra, ma il caravanserraglio con Matteo Renzi, Carlo Calenda e prefissi telefonici di rosso antico è sempre dietro. Dire che il campo largo ha funzionato come accade in queste ore è un azzardo: il Movimento 5 stelle partiva con 8 amministrazioni e si ritrova con una.Scambiare i candidati civici per bandiere del progressismo è lo sport del momento. Accade a Parma dove Michele Guerra, erede di Federico Pizzarotti e suo adepto nel movimento «Effetto Parma», da ieri mattina sembra Che Guevara. Eppure anche in questo caso il Pd è andato a rimorchio come un gregario per uscire all’ultimo chilometro a braccia alzate al grido: «Siamo tutti rosè». Va aggiunta una curiosità: i civici funzionano solo quando fanno comodo. A Como, dove Alessandro Rapinese ha sbaragliato Barbara Minghetti (sostenuta dal Pd in prima fila con sfilata di leader, da Letta a Beppe Sala) anche grazie ai voti del centrodestra, si parla di effetto collaterale del malpancismo collettivo. Se andiamo a guardare dentro le singole vicende scopriamo che, più della gioiosa macchina da guerra dem, la responsabilità dell’esito sta negli autogol del centrodestra. Esempio straniante a Catanzaro, dove i conservatori sono riusciti a perdere a sorpresa presentando un candidato, Valerio Donato, proveniente dal centrosinistra. Un errore strategico che non ha tenuto conto del rifiuto dei cittadini di consegnare deleghe in bianco a «politici politicanti», figuriamoci se buoni per tutte le stagioni.Il Pd si conferma un partito blob, nel senso di «massa informe di potere» capace di assumere ogni fattezza e di inglobare ogni istanza di cambiamento mascherandosi alla bisogna e nascondendosi dietro cortine fumogene. Diabolik. La stessa operazione di facciata che sta accadendo con Luigi Di Maio, oggi dipinto quasi come un Emmanuel Macron italiano senza pudore solo perché, improvvisamente, anche un ex venditore ambulante di bibite convinto che «la Russia si affaccia sul Mediterraneo» è utile alla sinistra di Palazzo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pd-trionfa-sempre-con-le-vittorie-degli-altri-2657570363.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="centrodestra-cosi-no-eppure-gia-si-litiga-su-sicilia-e-lombardia" data-post-id="2657570363" data-published-at="1656358930" data-use-pagination="False"> Centrodestra, così no. Eppure già si litiga su Sicilia e Lombardia «Ora basta litigi», diceva Giorgia Meloni ieri mattina, commentando attraverso un video sui social il clamoroso flop del centrodestra alle amministrative. Più facile a dirsi che a farsi, dato che nella coalizione di centrodestra le incomprensioni, i nervi scoperti e le liti personali continuano a dominare la scena. Sta di fatto che una coalizione che potrebbe (a questo punto il condizionale è d’obbligo) stravincere le elezioni del 2023 non governa le grandi città italiane, fra candidature sbagliate, una malintesa idea del civismo e la disaffezione di un elettorato che non pare disposto a schierarsi come un solo uomo per mere ragioni di scuderia; una coalizione che sta dando ai suoi potenziali elettori la sensazione di essere già concentrata sui futuri (virtuali) assetti di potere e che trascura il piccolo dettaglio che alle prossime politiche manca un anno, che un anno in politica equivale a un secolo, e che un anno come quello che si prospetta, tra crisi, guerra e conflitti sociali in agguato sembrerà un millennio. Ieri la riflessione sulla sconfitta conteneva già in sé il seme di una nuova «grana», di una nuova guerra con gli alleati, di una nuova potenziale frattura: le regionali in Sicilia del prossimo autunno, con la Meloni che vuole ricandidare il presidente uscente Nello Musumeci, contro il parere di Lega e Forza Italia. «Basta litigi, a partire della Sicilia», argomenta la Meloni, ricominciando a litigare, «non possiamo rischiare di mettere a repentaglio il risultato delle politiche. Chiederò a Salvini e Berlusconi di vederci il prima possibile per evitare ulteriori divisioni». Francesco Lollobrigida ci mette il carico: «Fratelli d’Italia», sottolinea il capogruppo di Fdi a Sky Tg24, «non ha mai messo in discussione un sindaco o un presidente di Regione uscente: questo logoramento da parte degli alleati non può non avere un chiarimento sul percorso futuro. La litigiosità imputata a Fdi, in realtà», aggiunge Lollobrigida, «nasce da aggressioni a freddo che vengono fatte a chi governa, come accade ad esempio a Nello Musumeci in Sicilia». Dal profondo Sud al profondo Nord, pure la Lombardia scricchiola. Clamoroso ciò che è accaduto ieri: il presidente Attilio Fontana incontra Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, che lo definiscono «candidato naturale», e negli stessi minuti la Moratti, che già si è detta disponibile a candidarsi alla presidenza, dichiara il contrario: «Credo», sottolinea Donna Letizia, «che sarebbe importante riuscire a parlare a un elettorato più ampio di quello attuale. Io candidata? Sono a disposizione del centrodestra, saranno i partiti a decidere». Le regionali in Lombardia sono in programma nella primavera del 2023, a ridosso delle politiche: immaginate quanto è profondo il burrone che il centrodestra si trova davanti, se la Meloni, Salvini e Silvio Berlusconi non riusciranno a ricomporre le fratture. «Sui territori», dice alla Verità un big della coalizione, «gli esponenti dei tre partiti si odiano, è un dato di fatto. A livello nazionale Salvini e Berlusconi ultimamente hanno ricucito un rapporto, ma con la Meloni non si riesce a parlare». «La Lega», riflette con noi un esponente di peso del Carroccio, «alle Europee del 2019 prese il 34%, eppure Salvini non ha mai avuto atteggiamenti arroganti nei confronti degli alleati. La Meloni si gioca la presidenza del Consiglio, se teme che qualcuno le metterà i bastoni tra le ruote sbaglia. Matteo sarebbe felicissimo anche di tornare al ministero dell’Interno». La leader di Fratelli d’Italia, dal canto suo, ritiene che non le sia riconosciuto il peso derivante dai suoi consensi. Come dire: abbiamo seguito Berlusconi e Salvini quando erano loro a trainare la coalizione, ora tocca a noi. Autorevolissime fonti di centrodestra sussurrano alla Verità che anche le mosse della Moratti potrebbero essere funzionali alla partita che la Meloni si gioca in Sicilia: «Finché non arriva l’ok della Lega su Musumeci», è il ragionamento, «vogliono tenere sotto scacco Fontana». Versione diversa arriva dai piani alti di Forza Italia: «Il protagonismo della Moratti», ci spiegano, «è tutto suo e del suo staff, lei è convinta ma la Lega ha blindato Fontana. Dobbiamo capire se fa un passo indietro o no». Sussurri, sospetti, veleni: il centrodestra del giorno dopo la batosta ai ballottaggi è un covo di vipere. «I tre leader», sospira un esponente di governo, «sono innanzitutto tre persone molto diverse tra loro, diciamo che non andrebbero a cena insieme. Detto ciò, non sono preoccupato per le politiche del prossimo anno, vinceremo di sicuro». «Per me», argomenta Salvini, «l’incontro tra i leader del centrodestra si può fare anche domani. Non è possibile perdere in città importanti perchè il centrodestra si divide per paura, per calcolo per interessi di parte. Vediamoci», aggiunge Salvini, «e prepariamo la prossima squadra e il prossimo progetto di governo, subito, insieme». «Sarò io stesso», sottolinea Berlusconi, «a promuovere un confronto approfondito con i nostri alleati per disegnare l’Italia del futuro e vincere le prossime elezioni nazionali». E ieri, in un video messaggio postato sui social, ha sentenziato, lapidario: «Purtroppo ieri (domenica, ndr) non ha vinto nessuno, ha perso la democrazia».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 19 maggio con Carlo Cambi
Dopo avere tentato di scaricare sul governo i clamorosi errori dell’alluvione (con Elly Schlein assessore regionale in prima fila); dopo aver provato ad attribuire a Roma i dolorosi tagli alla Sanità locale, conseguenza della voragine nei conti lasciata da Stefano Bonaccini; ecco che i leader del paradiso italiano dell’inclusione fallita si arrabattano per lasciare nelle mani del centrodestra il cerino acceso.
Il più goffo trapezista sotto il tendone del circo è anche il più importante. Ieri il presidente regionale Michele de Pascale ha trovato il modo in tv di accusare Giorgia Meloni e Matteo Salvini facendo surf sulla demagogia. «In un Paese che non riesce a gestire l’immigrazione, in cui la xenofobia e il razzismo sono presenti, c’è il rischio che una nuova generazione non si senta integrata». Sociologia spicciola davanti a un numero impressionante: l’Emilia-Romagna ha 579.000 stranieri, pari al 12,9% della popolazione, record italiano (la media nazionale è 9%). Con un’accoglienza diffusa moltiplicata negli anni, con una rincorsa al «grande abbraccio» che ha creato disagio sociale e nuovi schiavi ma anche carriere di dirigenti, lanciati verso il Nazareno con la benedizione del cardinal Matteo Zuppi.
Di fronte a un simile fallimento, De Pascale filosofeggia sull’impatto delle seconde generazioni. «Se non si fa funzionare in maniera corretta l’immigrazione si alimenta una spinta di odio. Perché alla fine, se un cittadino percepisce che non c’è capacità di gestione corretta nei flussi migratori, legittimamente può sviluppare un sentimento che gli fa dire: se non li sapete gestire mandateli via tutti». Sta parlando di sé stesso e non lo sa. O forse lo sa benissimo e tenta di aggrapparsi con le ventose ai vetri. Proprio la scorsa settimana la Regione Emilia Romagna ha pubblicato un rapporto di 75 pagine con i dati più freschi sul fenomeno migratorio (La Verità e pochi altri media ne hanno parlato), sottolineando che «17,4% è la quota di assistiti stranieri ai servizi di Salute Mentale nel 2022, confermato nel 2024. E il 9,5% (che passa al 23% per bambini e adolescenti) riguarda coloro che sono stati presi in carico dai servizi di neuropsichiatria». Nel 2010 questi ultimi erano il 12%.
Le motivazioni sono chiarissime: «I fattori riguardano situazioni di discriminazione e mancata accettazione sociale, povertà, disoccupazione, sradicamento dalla terra di origine e difficoltà ad intessere legami relazionali». Dove? A casa di De Pascale, a sua insaputa. Il commento finale del dossier non riesce a nascondere le criticità. «Si conferma la complessità del fenomeno migratorio: esso si compone di generazioni ormai anziane, ma il fenomeno riguarda anche un flusso in entrata di “nuovi arrivati” con un carico specifico di bisogni (richiedenti asilo, vittime di tratta e caporalato, ricongiungimenti familiari) per i quali si sono consolidate nel territorio regionale reti di accoglienza».
Era già tutto scritto. Assistenzialismo puro, centinaia di milioni sperperati per tenere in piedi carrozzoni sociali intrisi di demagogia. Invece di battersi il pugno chiuso sul petto, il governatore demonizza gli hub in Albania, aggiungendo: «Le norme approvate da questo governo rendono più difficile la regolarizzazione». Poi fa il Ponzio Pilato sulla patente del laureato che ha falciato i passanti. «Le patenti le rilascia il ministero del ministro Salvini, non la Regione Emilia-Romagna». Così può andare a dormire tranquillo, spalleggiato dal sindaco di Bologna, Matteo Lepore, che aggiunge: «È ora che il governo batta un colpo». Lo scaricabarile viene considerato sciacallaggio dal centrodestra. Giovanni Donzelli (Fdi): «Non è altro che un segno di poca dignità politica sollevare problemi sui fondi nazionali. Bisognerebbe chiedere conto al Comune di Modena e alla Regione che hanno tutte le competenze sui fondi socio-assistenziali. La sinistra in difficoltà ha trasformato in un comizio una tragedia con chiarissime responsabilità». La capogruppo Fdi in Regione, Marta Evangelisti, ricorda: «Salim El Koudri aveva già inviato mail con minacce contro i cristiani anni prima di essere preso in carico dai centri di salute mentale. Chi doveva vigilare? È preoccupante la permeabilità dei sistemi di accoglienza. La Regione continua a spendere milioni senza controlli seri e senza verificare davvero i risultati delle proprie politiche».
Anche l’europarlamentare Susanna Ceccardi (Lega) rimanda al mittente le accuse: «L’Europa è sotto assedio dell’islamismo radicale. Non parliamo più soltanto di minacce esterne ma di soggetti borderline, psicolabili, fanatici che crescono e si radicalizzano nelle nostre città, a causa delle politiche fallimentari portate avanti in questi anni». Il tendone del circo è caduto in testa a chi l’ha eretto, l’integrazione all’emiliana disintegra.
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