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2019-01-12
Il Pd ha aperto la strada alla cyber insicurezza
Ansa
Aver adottato la direttiva europea Nis (Network and information security) per migliorare le capacità di cyber security dei singoli Stati, aumentando il livello di cooperazione e di comunicazione all'interno dell'Ue, potrebbe aver minato la nostra autonomia nazionale. Per di più con il rischio concreto che il controllo governativo serva solo a garantire strumenti sia legislativi sia tecnici per attuare una sorveglianza di massa. Sono pareri che circolano nei settori dell'intelligence italiana. E che dovrebbero essere di dibattito pubblico alla vigilia delle prossime elezioni europee - con il nuovo piano d'azione contro la disinformazione sui social media varato dalla Ue. Se ne dovrebbe parlare soprattutto dopo la notizia data ieri dalla
Verità sui file pubblicati da Anonymous sull'operazione Integrity initiative, un programma di monitoraggio e controinformazione da 2 milioni di dollari realizzato in Gran Bretagna, con sponde in ambienti militari della Nato, avente l'obiettivo di contrastare le fake news russe. Ieri Jacopo Iacoboni della Stampa, uno dei giornalisti che compaiono nei leak pubblicati dagli hacker, ha accusato su Twitter il nostro giornale di averlo diffamato, nonostante avessimo chiesto a lui un commento che abbiamo riportato correttamente nell'articolo. Il file «cluster Italy» è di libero accesso a tutti, basta andare su questo link (https://fdik.org/Integrity_Initiative/). Il fatto che ci possa essere un'influenza esterna sui nostri giornali o sui nostri social media da parte di Stati esteri dovrebbe rappresentare un campanello d'allarme nel nostro Paese. Non solo. L'attenzione maggiore dovrebbe essere anche sui software di controllo aziendale e di infrastrutture critiche, spesso prodotti all'estero e su cui sorvegliano i nostri servizi segreti. L'ultimo attacco hacker ai politici tedeschi ha creato diverse polemiche in Germania, in particolare sul ruolo della Bsi, agenzia indipendente tedesca per la sicurezza informatica, da poco nominata come punto di contatto per la Nis a Berlino.
Secondo alcune fonti diplomatiche il modo in cui l'Italia ha recepito la Nis, invece, potrebbe rappresentare un cavallo di troia dell'Ue, presupposto per consegnare loro informazioni sensibili e per creare una forza di polizia europea in un settore delicato e strategico come quello della sicurezza informatica che getterà le basi per l'economia dei prossimi anni. Il primo atto in questa direzione fu fatto da
Mario Monti nel 2013 e proseguito fino alla scorsa primavera dall'ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Ma sono stati i governi di centrosinistra ad aver istituito il Dis (Dipartimento informativo sicurezza), come punto di contatto per la direttiva Nis. Per quale motivo? Il Bsi tedesco è una agenzia nata negli anni Ottanta che si occupa esclusivamente di aspetti legati alla sicurezza delle comunicazioni. In Francia esiste dal 2002 l'Anssi che ha le stesse competenze, agenzia indipendente dall'intelligence o dalle forze di polizia che si occupa esclusivamente di cyber. In Italia, anziché creare una struttura indipendente si è deciso di dare queste competenze ai servizi segreti. La Ue ci controlla direttamente. Da noi non esistono enti terzi certificatori. In questo modo le pubbliche amministrazioni sono piene di prodotti stranieri che nessuno ha controllato. Se ci sono perplessità su Huawei perché non possono essercene sul software Fireeye americano? Per di più la maggior parte del denaro pubblico investito in cyber sicurezza finisce all'estero, considerato che il nostro Paese non produce materiale dedicato a questo settore: la sicurezza passa anche attraverso la produzione e l'utilizzo di propri apparati. Perché l'ex ministro dell'Interno Marco Minniti, da sempre in ottimi rapporti con gli Stati Uniti, ha deciso di impostare in questo modo la struttura cyber? Da noi nel frattempo sono state tolte competenze alla polizia postale o al Cnaipc (Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche). Senza dimenticare che siamo insieme alla Germania l'unico Paese europeo ad avere due centri di ascolti Nsa (National security agency), uno a Milano e uno a Roma.
Soros ci provò con il vice Juncker per fare arrivare la Troika a Roma
Voleva stringere il cappio al collo dell'Italia, quel gran bell'esemplare di filantropo ottantottenne di George Soros, e per far sì che la Commissione europea bocciasse la manovra finanziaria, aprendo la procedura di infrazione dalle conseguenze catastrofiche per il nostro Paese, arrivò a sollecitare in questo senso il primo vicepresidente della Commissione, l'olandese Frans Timmermans, esponente dei socialdemocratici europei e Spitzenkandidat, ovvero candidato alla presidenza della stessa Commissione in caso di vittoria del gruppo S&D (Socialisti e democratici) alle prossime elezioni europee. Per fortuna Timmermans rispose che non sarebbe stato possibile accontentare le richieste di Soros, e così la trattativa tra Unione europea e governo italiano è andata avanti e si è poi conclusa, come sappiamo, con un accordo.
L'incontro tra Soros e Timmermans avvenne a Bruxelles, alla fine dello scorso novembre. La notizia in Italia fu pubblicata, lo scorso 3 dicembre, solo da Ivo Caizzi, protagonista in questi giorni di un'imbarazzante polemica con i vertici del suo giornale, il Corriere della sera. Uno scoop di primissimo piano, quello di Caizzi, che il Corriere però seminascose nella rubrica che il giornalista cura sul supplemento economico del lunedì, con il titolo «Imbarazzo a Bruxelles per la visita di Soros». La notizia dell'incontro scatenò il M5s: «Abbiamo inoltrato alla Commissione europea», disse il 30 novembre l'europarlamentare pentastellata Isabella Adinolfi, «una interrogazione per rendere pubblici i contenuti dell'incontro tra il primo vicepesidente della Commissione Frans Timmermans e George Soros, che come riportato dalla Commissione stessa, si sarebbe tenuto lo scorso 26 novembre. Per noi la trasparenza è un valore fondamentale. Ecco perché Timmermans, che è anche lo Spitzenkandidat del gruppo dell'Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici, dovrebbe dichiarare se ha ricevuto in passato finanziamenti da parte delle Open society foundations di Soros. Chiediamo che questa trasparenza», concluse Adinolfi, «sia estesa anche ai finanziamenti per la prossima campagna delle elezioni europee». Alcuni giornalisti chiesero alla portavoce della Commissione, Natasha Bertaud, se della manovra italiana si fosse stato discusso nel colloquio tra Soros e lo Spitzenkandidat socialista. «Non posso né confermare, né smentire», fu la evasiva risposta della Bertaud.
Dell'incontro è tornato a occuparsi Italia Oggi, che rivela il contenuto della conversazione «riservata» tra Soros e Timmermans, avvenuta mentre era in pieno svolgimento la trattativa tra il governo italiano e la Commissione sulla manovra finanziaria. Il quotidiano rivela ciò che ha appreso da una fonte confidenziale «vicina a Timmermans»: non solo la manovra italiana fu uno dei principali argomenti del colloquio, ma Soros chiese esplicitamente al vice di Jean Cluade Juncker di «attivarsi perché la Commissione Ue bocciasse la manovra italiana, aprendo la strada alla Troika. Il terreno sui mercati, con il rialzo dello spread, era già stato preparato. Mancava solo il colpo finale». Soros , secondo la ricostruzione del quotidiano, voleva che Timmermans convincesse i commissari e i parlamentari europei socialdemocratici a spingere affinché Bruxelles bocciasse la legge di bilancio italiana, così che sul nostro Paese si scatenasse la tempesta finanziaria con tanto di arrivo della Troika, confidando sul fatto che, scrive Italia Oggi, «la componente socialdemocratica della Commissione Ue, insieme a quella del Parlamento europeo, poteva giocare un ruolo decisivo, vuoi per la propria collocazione anti populista e anti sovranista rispetto al governo di Roma, ma anche perché debitrice a Soros e alla sua Open Society Foundation di un sostegno generoso, quanto dichiarato: è noto infatti che in un recente bilancio della Open society era compreso un elenco di 226 eurodeputati (sui 751 dell'attuale Parlamento europeo) definiti “alleati affidabili", per lo più facenti parte del gruppo S&D». Timmermans, però, rispose picche, spiegando al finanziere ungherese che la bocciatura della manovra italiana avrebbe aperto una crisi finanziaria drammatica, con ripercussioni in tutta l'Europa, a partire da Germania e Francia.
Timmermans avrebbe dunque detto a Soros che Angela Merkel e Emmanuel Macron non avrebbero mai avallato una mossa del genere, alle prese come erano in quel momento con crisi interne molto gravi: le due più importanti banche tedesche erano in difficoltà, mentre a Parigi si studiavano misure di spesa per fronteggiare la rivolta dei gilet gialli, che avrebbero comportato uno sforamento del rapporto deficit/pil ben superiore rispetto al 2,4% all'epoca messo nero su bianco dal governo italiano, poi sceso al 2,04% dopo la trattativa con l'Europa. Così, Soros se ne tornò a casa con le pive nel sacco, per la seconda volta in pochi anni. Già nel 2012, il finanziere chiese all'allora premier, Mario Monti, di far arrivare la Troika a Roma. Lo stesso Monti rivelò la circostanza, e raccontò di aver detto di no. In sostanza, possiamo dire che Soros, in tarda età, ha sviluppato due ossessioni: l'Italia e la Troika.
Carlo Tarallo
I giornalisti nascondono lo scandalo. E sulla privacy violata fanno ridere
«In 30 anni non ricordo un'altra notizia “che non c'è" simile, in quella collocazione sul Corriere». Non sembrava solo un vago chiarimento sulla linea editoriale (roba da cena al Rigolo fra colleghi di «lunga») quello chiesto da Ivo Caizzi, corrispondente da Bruxelles, al direttore Luciano Fontana. Ruggente, circostanziata, la lettera inviata in redazione il 31 dicembre somigliava più a una puntigliosa requisitoria con domande retoriche; all'appassionata difesa di un lavoro sottovalutato, quasi misconosciuto sulla trattativa Italia-Ue riguardo alla manovra del governo, mentre in prima pagina imperversava l'euroentusiasta Federico Fubini sulla procedura d'infrazione pronta. Somigliava a un'invettiva in guanti bianchi, invece era «una richiesta di chiarimento». Almeno così fa sapere il Comitato di redazione del Corriere della Sera, che a 11 giorni da quel grido nel vuoto e a 70 dai fatti, ha deciso di uscire allo scoperto per prendere posizione. E lo ha fatto con sobrietà tendente al criptico, un trafiletto al piede di pagina 23 (neanche fosse un pezzo di Caizzi), che non spiega minimamente di cosa si sta parlando. Eccolo.
«Negli ultimi giorni un documento interno al Corriere della Sera, una mail di un collega che chiedeva chiarimenti sulla linea editoriale, è stato usato all'esterno per un deplorevole attacco strumentale sull'autonomia del giornale» scrive il Cdr. «Un attacco che ha dato il via ad analisi fantasiose e ad accuse infondate. Tutto ciò per la redazione è inaccettabile. Non consentiremo a nessuno di mettere in dubbio, persino con insulti e minacce, la competenza e la buona fede dei giornalisti che ogni giorno lavorano per assicurare ai lettori un'informazione corretta e rigorosa. Né di mettere in discussione l'autorevolezza e l'indipendenza del Corriere della Sera».
Reazione comprensibile, a Fort Apache è buona strategia compattarsi attorno alla bandiera e alla palpitante retorica della missione democratica. Lo farebbe chiunque. Ma il passante si domanda: il Cdr ha difeso il collega o il direttore? Tutti e due. Perché, in nome del vecchio e mai troppo rimpianto cerchiobottismo mielista, ha trovato un colpevole terzo: chi ha pubblicato la lettera, chi ha osato parlare dell'argomento e divulgare la scottante missiva interna. E qui, noi reprobi che peccammo, ci arrendiamo.
Premesso che quella lettera era così interna da poter essere consultata e condivisa sul sito sindacale Senza Bavaglio e su un buon numero di chat in WhatsApp - nel senso che anche se non volevi leggerla te la tiravano dietro -, è davvero singolare che dei giornalisti censurino la pratica giornalistica suprema, nota anche ai corrieristi: non esistono documenti interni, esterni o da patio come le tende. Esistono le notizie, che di solito si pubblicano. Esattamente come abbiamo fatto noi per primi e pochi altri dopo. Se così non fosse, il Cdr avrebbe dovuto sollevare un polverone quando proprio il quotidiano di via Solferino pubblicò una mail privata di Paolo Savona con critiche al capo dello Stato, Sergio Mattarella, cosa che gli precluse il dicastero dell'Economia. Allora non ci fu nulla da deplorare.
Ma quali chiarimenti? Quando Caizzi scrive: «Per fortuna il direttore può sottovalutare e dare poco spazio a notizie certe, ma non eliminarle», sembra avere le idee già molto chiare di suo. E quando sottolinea: «Il Corriere di Fontana unico, fra i maggiori quotidiani, a non mettere in pagina un pezzo da Bruxelles quando la Commissione Ue ha ufficializzato l'esito positivo nella trattativa con l'Italia sulla manovra», non mostra interrogativi ancestrali, ma granitiche certezze. Nessuno vuole mettere in discussione l'indipendenza del Corriere della Sera (vaste programme), anche perché ci è riuscito da solo.
Giorgio Gandola
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L'Italia, per colpa dei dem, non ha un'agenzia indipendente. Questo, con la nuova norma Ue, è un problema. Durante i giorni della trattativa con l'Ue, il finanziere incontrò in segreto il socialista Frans Timmermans. Il guru delle Ong spingeva perché la nostra manovra fosse bocciata. Un'ossessione che lo insegue dai tempi di Monti. Per il Cdr la denuncia di censura di Ivo Caizzi è solamente una «richiesta di chiarimenti» Averla diffusa è stato «deplorevole». Detto da chi pubblicò le mail private di Paolo Savona... Lo speciale contiene tre articoli Aver adottato la direttiva europea Nis (Network and information security) per migliorare le capacità di cyber security dei singoli Stati, aumentando il livello di cooperazione e di comunicazione all'interno dell'Ue, potrebbe aver minato la nostra autonomia nazionale. Per di più con il rischio concreto che il controllo governativo serva solo a garantire strumenti sia legislativi sia tecnici per attuare una sorveglianza di massa. Sono pareri che circolano nei settori dell'intelligence italiana. E che dovrebbero essere di dibattito pubblico alla vigilia delle prossime elezioni europee - con il nuovo piano d'azione contro la disinformazione sui social media varato dalla Ue. Se ne dovrebbe parlare soprattutto dopo la notizia data ieri dalla Verità sui file pubblicati da Anonymous sull'operazione Integrity initiative, un programma di monitoraggio e controinformazione da 2 milioni di dollari realizzato in Gran Bretagna, con sponde in ambienti militari della Nato, avente l'obiettivo di contrastare le fake news russe. Ieri Jacopo Iacoboni della Stampa, uno dei giornalisti che compaiono nei leak pubblicati dagli hacker, ha accusato su Twitter il nostro giornale di averlo diffamato, nonostante avessimo chiesto a lui un commento che abbiamo riportato correttamente nell'articolo. Il file «cluster Italy» è di libero accesso a tutti, basta andare su questo link (https://fdik.org/Integrity_Initiative/). Il fatto che ci possa essere un'influenza esterna sui nostri giornali o sui nostri social media da parte di Stati esteri dovrebbe rappresentare un campanello d'allarme nel nostro Paese. Non solo. L'attenzione maggiore dovrebbe essere anche sui software di controllo aziendale e di infrastrutture critiche, spesso prodotti all'estero e su cui sorvegliano i nostri servizi segreti. L'ultimo attacco hacker ai politici tedeschi ha creato diverse polemiche in Germania, in particolare sul ruolo della Bsi, agenzia indipendente tedesca per la sicurezza informatica, da poco nominata come punto di contatto per la Nis a Berlino. Secondo alcune fonti diplomatiche il modo in cui l'Italia ha recepito la Nis, invece, potrebbe rappresentare un cavallo di troia dell'Ue, presupposto per consegnare loro informazioni sensibili e per creare una forza di polizia europea in un settore delicato e strategico come quello della sicurezza informatica che getterà le basi per l'economia dei prossimi anni. Il primo atto in questa direzione fu fatto da Mario Monti nel 2013 e proseguito fino alla scorsa primavera dall'ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Ma sono stati i governi di centrosinistra ad aver istituito il Dis (Dipartimento informativo sicurezza), come punto di contatto per la direttiva Nis. Per quale motivo? Il Bsi tedesco è una agenzia nata negli anni Ottanta che si occupa esclusivamente di aspetti legati alla sicurezza delle comunicazioni. In Francia esiste dal 2002 l'Anssi che ha le stesse competenze, agenzia indipendente dall'intelligence o dalle forze di polizia che si occupa esclusivamente di cyber. In Italia, anziché creare una struttura indipendente si è deciso di dare queste competenze ai servizi segreti. La Ue ci controlla direttamente. Da noi non esistono enti terzi certificatori. In questo modo le pubbliche amministrazioni sono piene di prodotti stranieri che nessuno ha controllato. Se ci sono perplessità su Huawei perché non possono essercene sul software Fireeye americano? Per di più la maggior parte del denaro pubblico investito in cyber sicurezza finisce all'estero, considerato che il nostro Paese non produce materiale dedicato a questo settore: la sicurezza passa anche attraverso la produzione e l'utilizzo di propri apparati. Perché l'ex ministro dell'Interno Marco Minniti, da sempre in ottimi rapporti con gli Stati Uniti, ha deciso di impostare in questo modo la struttura cyber? Da noi nel frattempo sono state tolte competenze alla polizia postale o al Cnaipc (Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche). Senza dimenticare che siamo insieme alla Germania l'unico Paese europeo ad avere due centri di ascolti Nsa (National security agency), uno a Milano e uno a Roma. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pd-ha-aperto-la-strada-alla-cyber-insicurezza-2625756249.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="soros-ci-provo-con-il-vice-juncker-per-fare-arrivare-la-troika-a-roma" data-post-id="2625756249" data-published-at="1782382485" data-use-pagination="False"> Soros ci provò con il vice Juncker per fare arrivare la Troika a Roma Voleva stringere il cappio al collo dell'Italia, quel gran bell'esemplare di filantropo ottantottenne di George Soros, e per far sì che la Commissione europea bocciasse la manovra finanziaria, aprendo la procedura di infrazione dalle conseguenze catastrofiche per il nostro Paese, arrivò a sollecitare in questo senso il primo vicepresidente della Commissione, l'olandese Frans Timmermans, esponente dei socialdemocratici europei e Spitzenkandidat, ovvero candidato alla presidenza della stessa Commissione in caso di vittoria del gruppo S&D (Socialisti e democratici) alle prossime elezioni europee. Per fortuna Timmermans rispose che non sarebbe stato possibile accontentare le richieste di Soros, e così la trattativa tra Unione europea e governo italiano è andata avanti e si è poi conclusa, come sappiamo, con un accordo. L'incontro tra Soros e Timmermans avvenne a Bruxelles, alla fine dello scorso novembre. La notizia in Italia fu pubblicata, lo scorso 3 dicembre, solo da Ivo Caizzi, protagonista in questi giorni di un'imbarazzante polemica con i vertici del suo giornale, il Corriere della sera. Uno scoop di primissimo piano, quello di Caizzi, che il Corriere però seminascose nella rubrica che il giornalista cura sul supplemento economico del lunedì, con il titolo «Imbarazzo a Bruxelles per la visita di Soros». La notizia dell'incontro scatenò il M5s: «Abbiamo inoltrato alla Commissione europea», disse il 30 novembre l'europarlamentare pentastellata Isabella Adinolfi, «una interrogazione per rendere pubblici i contenuti dell'incontro tra il primo vicepesidente della Commissione Frans Timmermans e George Soros, che come riportato dalla Commissione stessa, si sarebbe tenuto lo scorso 26 novembre. Per noi la trasparenza è un valore fondamentale. Ecco perché Timmermans, che è anche lo Spitzenkandidat del gruppo dell'Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici, dovrebbe dichiarare se ha ricevuto in passato finanziamenti da parte delle Open society foundations di Soros. Chiediamo che questa trasparenza», concluse Adinolfi, «sia estesa anche ai finanziamenti per la prossima campagna delle elezioni europee». Alcuni giornalisti chiesero alla portavoce della Commissione, Natasha Bertaud, se della manovra italiana si fosse stato discusso nel colloquio tra Soros e lo Spitzenkandidat socialista. «Non posso né confermare, né smentire», fu la evasiva risposta della Bertaud. Dell'incontro è tornato a occuparsi Italia Oggi, che rivela il contenuto della conversazione «riservata» tra Soros e Timmermans, avvenuta mentre era in pieno svolgimento la trattativa tra il governo italiano e la Commissione sulla manovra finanziaria. Il quotidiano rivela ciò che ha appreso da una fonte confidenziale «vicina a Timmermans»: non solo la manovra italiana fu uno dei principali argomenti del colloquio, ma Soros chiese esplicitamente al vice di Jean Cluade Juncker di «attivarsi perché la Commissione Ue bocciasse la manovra italiana, aprendo la strada alla Troika. Il terreno sui mercati, con il rialzo dello spread, era già stato preparato. Mancava solo il colpo finale». Soros , secondo la ricostruzione del quotidiano, voleva che Timmermans convincesse i commissari e i parlamentari europei socialdemocratici a spingere affinché Bruxelles bocciasse la legge di bilancio italiana, così che sul nostro Paese si scatenasse la tempesta finanziaria con tanto di arrivo della Troika, confidando sul fatto che, scrive Italia Oggi, «la componente socialdemocratica della Commissione Ue, insieme a quella del Parlamento europeo, poteva giocare un ruolo decisivo, vuoi per la propria collocazione anti populista e anti sovranista rispetto al governo di Roma, ma anche perché debitrice a Soros e alla sua Open Society Foundation di un sostegno generoso, quanto dichiarato: è noto infatti che in un recente bilancio della Open society era compreso un elenco di 226 eurodeputati (sui 751 dell'attuale Parlamento europeo) definiti “alleati affidabili", per lo più facenti parte del gruppo S&D». Timmermans, però, rispose picche, spiegando al finanziere ungherese che la bocciatura della manovra italiana avrebbe aperto una crisi finanziaria drammatica, con ripercussioni in tutta l'Europa, a partire da Germania e Francia. Timmermans avrebbe dunque detto a Soros che Angela Merkel e Emmanuel Macron non avrebbero mai avallato una mossa del genere, alle prese come erano in quel momento con crisi interne molto gravi: le due più importanti banche tedesche erano in difficoltà, mentre a Parigi si studiavano misure di spesa per fronteggiare la rivolta dei gilet gialli, che avrebbero comportato uno sforamento del rapporto deficit/pil ben superiore rispetto al 2,4% all'epoca messo nero su bianco dal governo italiano, poi sceso al 2,04% dopo la trattativa con l'Europa. Così, Soros se ne tornò a casa con le pive nel sacco, per la seconda volta in pochi anni. Già nel 2012, il finanziere chiese all'allora premier, Mario Monti, di far arrivare la Troika a Roma. Lo stesso Monti rivelò la circostanza, e raccontò di aver detto di no. In sostanza, possiamo dire che Soros, in tarda età, ha sviluppato due ossessioni: l'Italia e la Troika. Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pd-ha-aperto-la-strada-alla-cyber-insicurezza-2625756249.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-giornalisti-nascondono-lo-scandalo-e-sulla-privacy-violata-fanno-ridere" data-post-id="2625756249" data-published-at="1782382485" data-use-pagination="False"> I giornalisti nascondono lo scandalo. E sulla privacy violata fanno ridere «In 30 anni non ricordo un'altra notizia “che non c'è" simile, in quella collocazione sul Corriere». Non sembrava solo un vago chiarimento sulla linea editoriale (roba da cena al Rigolo fra colleghi di «lunga») quello chiesto da Ivo Caizzi, corrispondente da Bruxelles, al direttore Luciano Fontana. Ruggente, circostanziata, la lettera inviata in redazione il 31 dicembre somigliava più a una puntigliosa requisitoria con domande retoriche; all'appassionata difesa di un lavoro sottovalutato, quasi misconosciuto sulla trattativa Italia-Ue riguardo alla manovra del governo, mentre in prima pagina imperversava l'euroentusiasta Federico Fubini sulla procedura d'infrazione pronta. Somigliava a un'invettiva in guanti bianchi, invece era «una richiesta di chiarimento». Almeno così fa sapere il Comitato di redazione del Corriere della Sera, che a 11 giorni da quel grido nel vuoto e a 70 dai fatti, ha deciso di uscire allo scoperto per prendere posizione. E lo ha fatto con sobrietà tendente al criptico, un trafiletto al piede di pagina 23 (neanche fosse un pezzo di Caizzi), che non spiega minimamente di cosa si sta parlando. Eccolo. «Negli ultimi giorni un documento interno al Corriere della Sera, una mail di un collega che chiedeva chiarimenti sulla linea editoriale, è stato usato all'esterno per un deplorevole attacco strumentale sull'autonomia del giornale» scrive il Cdr. «Un attacco che ha dato il via ad analisi fantasiose e ad accuse infondate. Tutto ciò per la redazione è inaccettabile. Non consentiremo a nessuno di mettere in dubbio, persino con insulti e minacce, la competenza e la buona fede dei giornalisti che ogni giorno lavorano per assicurare ai lettori un'informazione corretta e rigorosa. Né di mettere in discussione l'autorevolezza e l'indipendenza del Corriere della Sera». Reazione comprensibile, a Fort Apache è buona strategia compattarsi attorno alla bandiera e alla palpitante retorica della missione democratica. Lo farebbe chiunque. Ma il passante si domanda: il Cdr ha difeso il collega o il direttore? Tutti e due. Perché, in nome del vecchio e mai troppo rimpianto cerchiobottismo mielista, ha trovato un colpevole terzo: chi ha pubblicato la lettera, chi ha osato parlare dell'argomento e divulgare la scottante missiva interna. E qui, noi reprobi che peccammo, ci arrendiamo. Premesso che quella lettera era così interna da poter essere consultata e condivisa sul sito sindacale Senza Bavaglio e su un buon numero di chat in WhatsApp - nel senso che anche se non volevi leggerla te la tiravano dietro -, è davvero singolare che dei giornalisti censurino la pratica giornalistica suprema, nota anche ai corrieristi: non esistono documenti interni, esterni o da patio come le tende. Esistono le notizie, che di solito si pubblicano. Esattamente come abbiamo fatto noi per primi e pochi altri dopo. Se così non fosse, il Cdr avrebbe dovuto sollevare un polverone quando proprio il quotidiano di via Solferino pubblicò una mail privata di Paolo Savona con critiche al capo dello Stato, Sergio Mattarella, cosa che gli precluse il dicastero dell'Economia. Allora non ci fu nulla da deplorare. Ma quali chiarimenti? Quando Caizzi scrive: «Per fortuna il direttore può sottovalutare e dare poco spazio a notizie certe, ma non eliminarle», sembra avere le idee già molto chiare di suo. E quando sottolinea: «Il Corriere di Fontana unico, fra i maggiori quotidiani, a non mettere in pagina un pezzo da Bruxelles quando la Commissione Ue ha ufficializzato l'esito positivo nella trattativa con l'Italia sulla manovra», non mostra interrogativi ancestrali, ma granitiche certezze. Nessuno vuole mettere in discussione l'indipendenza del Corriere della Sera (vaste programme), anche perché ci è riuscito da solo.Giorgio Gandola
Stefano Massini (Ansa)
«Tornate alle vostre occupazioni precedenti, o inventatevene un’altra, ma fuori di qui», sarebbe il messaggio degli scherani di TeleMeloni.
Eja-eja-fatti-più-in-là.
Ma l’Armageddon è davvero tale? Quando, marzullianamente, una stagione tv è appena finita e la nuova non è ancora cominciata, ecco che inizia il rimescolamento di carte. E pure di zebedei (i miei, nella fattispecie). Perché quando c’è la destra, una qualsiasi, al governo, è consuetudine stucchevole alzare la voce contro l’«okkupazione» della «più grande azienda culturale del Paese» da parte di Palazzo Chigi. Il che avviene se a essere chiuso è il «nostro» (perché lo conduciamo o perché lo guardiamo) programma. O se il contratto in scadenza - nostro o dei nostri beniamini - non è rinnovato per tempo.
In quel caso, parte lo Sturm und Drang: il «regime» ci vuole imbavagliati, silenziati, censurati, virtualmente tutti «evirati» (maschile sovraesteso). È il regime degli Indiscutibili.
Prendete gli ultimi tre giorni. Lunedì sera Stefano Bollani e Valentina Cenni annunciano via social che il loro programma Via dei matti n° 0 non tornerà. Lo fanno senza atteggiarsi a martiri, con una punta di naturale rammarico, in sostanza: «È stato bello, peccato, noi avremmo anche continuato, ma vuolsi così colà dove si puote, e più non dimandare».
Figuriamoci se gli indignados in servizio permanente effettivo si facevano sfuggire l’occasione per tuonare contro i «fascisti» al potere: «Vergogna! Schifo! Vomito! Non pagherò più il canone!», etc, etc.
L’altro ieri è stata la volta della radio. Con l’intervista di Zita Dazzi per Repubblica al conduttore di una «storica» trasmissione di Radio 2, titolo «Massimo Cirri: “Così stanno facendo morire Caterpillar”», che peraltro ha debuttato 30 anni fa.
Ieri ancora Repubblica «spara»: «Ora la destra vuole Rai 3. Stop alla show di Stefano Massini», Riserva indiana (con ascolti in linea con il titolo).
Oggi sui giornali ci sarà poi il quarto «inquietante» episodio: Federica Sciarelli fuori da Chi l’ha visto?? Peccato però che sia stata la stessa conduttrice a comunicare all’azienda e alla sua squadra di lavoro: «Scusate, sono un po’ stanchina» (il che dopo 22 anni è pure comprensibile). La separazione è dunque consensuale, con tanto di comunicato congiunto: la tv pubblica e la giornalista «stanno ragionando insieme» su altri possibili impegni comuni.
Nota a margine: il 18 giugno la tv di Stato ne aveva diffuso un altro, in cui si esprimeva «sorpresa» davanti alle esternazioni di Cirri: «Leggiamo con stupore della possibile chiusura della trasmissione Caterpillar, notizia priva di fondamento. La direzione di Radio 2 sta lavorando ai nuovi palinsesti che verranno comunicati nei tempi e nei modi consueti» (curioso che la precisazione sia sfuggita a Repubblica, che sulla presunta «soppressione» è tornata appunto il 23).
Il dettaglio ci porta però al punto. Al netto della qualità dei format, la domanda sorge spontanea (facendo il verso a certi ritornelli ripetuti a sinistra): se questo non è un Paese per giovani, se la nomenklatura è più o meno sempre quella, se la classe dirigente è sclerotizzata, se ogni ricambio è precluso, com’è possibile, di grazia, che siano i palinsesti televisivi a dover rimanere immutabili?
Della Rai ma anche di Mediaset, che tuttavia è riuscita in una mission impossible: sostituire nella fascia dopo il Tg5 un programma che è nella storia del piccolo schermo come Striscia la notizia con l’edizione riveduta e corretta de La ruota della fortuna, e questo proprio perché è un’azienda privata che bada al sodo (in attesa di scoprire questa mattina quale sarà stato il «bottino Auditel» della prima puntata di Temptation Island).
Come ha rilevato Claudio Plazzotta su Italia Oggi: «Non smette di stupire l’impietoso confronto del dato di share di Canale 5 in prima serata: media del 20,83% nel maggio 2026 e del 13,5% nel maggio 2025, quando ancora esalava gli ultimi respiri l’access di Striscia la notizia» .
Chi lavora per la Rai, invece, si sente in diritto di rivendicare una sorta di usucapione della collocazione in palinsesto: sono qui da tanti anni, lo spazio è mio di diritto. Lo pensava Fabio Fazio, una vita in Rai prima di emigrare - sempre all’insegna dell’après moi le déluge - verso i ricchi lidi della Nove (che comunque ha tratto beneficio dall’acquisto, a differenza di quanto accaduto con Amadeus). Lo pensa sempre Bruno Vespa, che a Panorama il 10 novembre 2024, compiuti gli 80 anni, ha confidato: «L’unico che può mandarmi in pensione è il Padreterno. Indro Montanelli diceva che sarebbe uscito dalla redazione solo con i piedi in avanti? Lo capisco, le persone che non lavorano si deprimono» (ma pure i telespettatori che si sorbiscono sempre le stesse facce...).
L’intervista gliela fece il collega Giorgio Gandola, che scrive per La Verità e che era a Radio Rai in Giù la maschera, dove - con Peter Gomez, Alessandra Ghisleri e Luca Ricolfi - affiancava l’ex presidente Rai Marcello Foa. Trasmissione chiusa all’insaputa del conduttore, uomo di centrodestra. Quindi l’ha epurato la sinistra? Macché. Il «licenziamento» è avvenuto la scorsa estate. Nel silenzio generale.
Come avvenne quando non fu mandata in onda nemmeno la prima puntata, già registrata, di Cyrano, ideato da Massimo Fini, noto irregolare della corporazione giornalistica: fu oscurato dalla destra (era il 2003) e ignorato dalla sinistra. Non faceva parte della conventicola, il giro dei compagnucci della parrocchietta. Quelli che si stracciano le vesti in pubblico, «siamo agli ultimi giorni di Pompei», salvo ricomporsi appena firmano un nuovo accordo, sempre ben remunerato, tra l’altro.
Morale della fav(ol)a. In Rai hanno adattato il motto di Enrico Cuccia a proposito delle azioni societarie: gli ascolti si pesano, e non si contano. E quelli dei format de sinistra, come dicono a Trastevere, sono rilevanti di per sé.
Quindi: se a essere espulsa è una persona di destra, magari appena sbarcata nei palinsesti Rai, chissenefrega, se lo sarà meritato. Se a essere messa in discussione, anche solo in via ipotetica, è una figura «democratica e antifascista», il circo autoreferenziale fa muro. Più incrollabile di quello di Berlino. Perché a sinistra si cade sempre in piedi.
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Elly Schlein con Stefano Bonaccini durante la direzione nazionale del Pd del 23 giugno 2026 (Ansa)
Avrebbe mai immaginato Schlein che un gruppo influente di nazioni europee (Danimarca, Austria, Grecia, Germania e Paesi Bassi), sta valutando - la notizia l’ha anticipata la testata Politico - la possibilità concreta di replicare il modello Meloni trasferendo in Paesi terzi (il Ruanda e l’Uzbekistan, forse anche l’Uganda) i richiedenti asilo che hanno ricevuto un provvedimento di respingimento definitivo? Il ministro dell’immigrazione di Cipro, Nicholas Ioannides, aveva già anticipato che l’«idea generale» è quella di impostare i centri «forse in Africa o in Asia», ma «non vicino ai confini europei». E ora c’è anche una lettera in cui più della metà dei 27 Stati membri dell’Unione europea chiede alla Commissione di accelerare i tempi per la creazione di queste strutture di rimpatrio dislocate al di fuori dei confini comunitari, dove rimpatriare quei migranti che hanno già esaurito infruttuosamente tutte le vie legali per ottenere l’asilo politico e che si trovano quindi in una condizione giuridica di irregolarità che ne impone l’espulsione dal territorio europeo. Eppure, a Schlein erano andati dietro tutti: Giuseppe Conte (M5s) in commissione affari costituzionali («L’impianto del modello Albania viola le direttive sulle procedure d’asilo dell’Unione Europea», ottobre 2024), l’altro ex presidente del consiglio Matteo Renzi («L’accordo vìola lo spirito delle regole europee e della decenza», giugno 2024, «è solo un pasticcio giuridico e morale», ottobre 2024), il prezzemolino del piccolo schermo Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra che pochi mesi fa, a marzo, aveva definito la soluzione di Giorgia Meloni «un’operazione che è andata a sbattere contro le leggi europee e la realtà dei fatti». Anche secondo Nicola Fratoianni l’esternalizzazione delle frontiere era «una vergogna etica e una clamorosa violazione del diritto d’asilo europeo» (novembre 2023) e l’impianto normativo era «totalmente illegittimo. Le sentenze europee parlano chiaro: non si possono inventare “Paesi sicuri” per aggirare le tutele del diritto comunitario» (autunno 2024, durante i tavoli dell’opposizione e i ricorsi in tribunale). Per non parlare di Riccardo Magi (ironia della sorte, leader del partito +Europa) che a novembre 2023 si era spinto a parlare di «Guantanamo italiana» bofonchiando di una presunta «violazione del principio di non-refoulement» e insistendo, un anno dopo, sul «tentativo del governo di aggirare le tutele comunitarie giuridicamente incompatibile con il diritto europeo, che è sovra ordinato a quello nazionale». Così tanto «giuridicamente incompatibile» che lo scorso 1 giugno il Consiglio Ue e il Parlamento europeo hanno siglato l’accordo sul nuovo Regolamento rimpatri, approvato in via definitiva il 17 giugno, che ha introdotto la possibilità di allontanare i richiedenti asilo respinti verso hub o nei cosiddetti «Paesi terzi» (territori situati al di fuori dei confini dell’Ue) seguendo un modello simile proprio a quello del governo italiano di Giorgia Meloni. E oggi si apprestano - è il caso di dirlo, vista l’urgenza geopolitica e la pressione migratoria interna - a definire un cronoprogramma stringente per la realizzazione del progetto. «Il nostro obiettivo politico ed esecutivo è concludere i primi accordi bilaterali per la creazione di queste strutture esterne entro il 2026, in modo che l’intero sistema logistico e giuridico sia pienamente operativo a partire dal 2027», ha dichiarato il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis. Il modello Meloni della gestione extra-Ue dei flussi è, insomma, integrato e apprezzato dai principali governi Ue, guidati da coalizioni trasversali e nessuno lo vede come una provocazione ideologica italiana: è diventato, passo dopo passo, una linea programmatica condivisa a livello europeo, dopo che il cortocircuito burocratico in salsa Ue si è rivelato un sistema perfetto per alimentare l’irregolarità diffusa, la marginalità sociale e, di conseguenza, la profonda sfiducia del corpo elettorale europeo nei confronti delle istituzioni comunitarie.
Schlein però rimane sempre lì, sul «no» preventivo e categorico nonostante l’intera Europa, sinistra progressista inclusa, segua la strada pionieristica indicata dall’Italia. E c’è ancora chi contesta lo schema e si unisce alla coda dei «contrari per principio», ad esempio il presidente della Repubblica francese: «Non ho mai visto un centro di rimpatrio in un Paese terzo che funzioni davvero», ha dichiarato Emmanuel Macron, aggiungendo di non essere sicuro che questa soluzione rappresenti «la nostra Europa». La sua, se Dio vuole, finalmente no.
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