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2019-07-17
A Bibbiano lucravano sulle terapie per i bimbi
iStock
Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, promette che «non darà tregua» a Matteo Salvini sul caso Russia. Alle vicende della Val d'Enza riguardanti affidi illeciti e abusi su minori, invece, una tregua è stata data eccome: da quando la vicenda è esplosa il Partito democratico ha fatto di tutto per far calare sull'intera storia una pesante coltre di silenzio. Zingaretti in persona ha annunciato che avrebbe fatto ricorso agli avvocati per rivalersi contro chiunque osi associare i dem ai fatti di Bibbiano. Si è persino vantato di aver ricevuto in pochi giorni centinaia di segnalazioni da parte dei suoi militanti. Pure la giunta comunale di Bibbiano ha fatto sapere di essersi dotata di assistenza legale al fine di tutelare «il buon nome» del Comune. A questo riguardo, giusto ieri il parlamentare leghista Gianluca Vinci ha presentato un esposto alla Corte dei conti, onde verificare «che il denaro dei cittadini bibbianesi sia utilizzato per finalità realmente dirette alla loro difesa e non alla difesa del buon nome degli indagati o degli appartenenti ad un partito».
Andrea Carletti, ex sindaco pd del paesone in provincia di Reggio Emilia, ha mollato la poltrona solo perché glielo ha imposto il prefetto, poi si è «autosospeso» dal partito, anche se nessuno glielo ha chiesto pubblicamente. Anzi, tutti i suoi compagni di schieramento hanno continuato e continuano a difenderlo: sia quelli nazionali che quelli locali, compresi gli amici dell'Anpi e di altre associazioni. Tutto questo nonostante l'ex primo cittadino sia indicato dal gip di Reggio Emilia come l'uomo che ha fornito ampia copertura politica agli operatori dei servizi sociali e agli psicologici che gestivano tutto il sistema emiliano.
Un sistema che ora la Regione Emilia Romagna, guidata da Stefano Bonaccini (ovviamente del Pd) promette di indagare a fondo tramite una apposita commissione di inchiesta. Che però, a quanto risulta, è quasi interamente composta da esperti che lavorano e hanno lavorato per amministrazioni rosse.
Diciamo che è piuttosto chiara l'intenzione dei cari progressisti: nascondere il caso Val d'Enza sotto al tappeto. Il fatto, però, è che i dem non possono in alcun modo negare i collegamenti con il giro bibbianese. E visto che amano fare la morale agli altri, sarebbe il caso che dessero una bella pulita anche dentro casa propria, magari chiedendo conto ai propri esponenti dei rapporti con i vari psicologi e assistenti sociali. Roberta Mori, consigliere regionale e presidente della Commissione parità, si comportava quasi come una amica di Federica Anghinolfi e delle sue sodali. Le metteva i cuoricini sotto i commenti sui social network, insieme hanno partecipato a chissà quanti convegni, alcuni dei quali patrocinati dalla Regione.
Rapporti stretti anche con Fadia Bassmaji, ex della Anghinolfi, indagata pure, regista e organizzatrice di eventi. Pure lei ha più volte condiviso il palco con la Mori. Ma in questa storia entrano anche altri esponenti Pd. Ad esempio la senatrice Vanna Iori, anche lei molto impegnata a promuovere le virtù dei servizi alla persona del Reggiano.
Ci sono dentro i singoli politici, ma pure le istituzioni: i Comuni e le giunte progressiste, la Regione. Ovvio: fare finta di niente si può (e infatti stanno agendo proprio così), ma è vergognoso.
Qualcuno, sui giornali amici, prova ad avanzare l'idea che tutta la faccenda sia frutto di una sorta di eterogenesi dei fini. Provano cioè a far passare la bufala secondo cui tutte le persone coinvolte, anche quando hanno sbagliato, erano in buona fede. Lo ha fatto, sull'Espresso, Luigi Cancrini (della cui vicinanza a Claudio Foti di «Hansel e Gretel» abbiamo scritto). Lo ha fatto ieri, tramite lettera ad Avvenire, anche Fabio Folgheraiter. «Un conto è dire che in quei Servizi siano state commesse gravi e intollerabili leggerezze», ha scritto. «Altro dire che ivi operasse una malvagia cricca di psicologi e assistenti sociali intenta a progettare scientemente il crimine. [...] Più logico pensare che qualcuno - in buona fede - stia esagerando».
Come fa Folgheraiter a essere così certo delle buone intenzioni dei protagonisti di questa sordida vicenda? Chissà. Noi, al massimo, possiamo notare alcune cosette. Questo signore è il co-fondatore delle Edizioni Centro studi Erickson. Dal 2012 al 2014, Claudio Foti ha lavorato come «relatore e formatore sul tema dell'ascolto dell'abuso sessuale sui minori» proprio per il Centro studi Erickson. Sarà una coincidenza? Sul sito delle edizioni in questioni si trova persino una bella biografia del nostro Foti. Il quale, per altro, ha partecipato pure ad alcuni convegni proprio assieme a Folgheraiter.
Quando sentiamo parlare di «buone intenzioni», quando leggiamo articoli che puntano a smorzare e a difendere, ci sorgono un po' di sospetti. Saranno stati pure bene intenzionati, ma i soldi - come racconta qui a fianco Maurizio Tortorella - giravano eccome. E, in ogni caso, commettere bestialità in nome dell'ideologia (o della politica) non è certo onorevole.
Francesco Borgonovo
«Gli assistenti sociali hanno troppo potere»
«Come può chi è parte in causa giudicare il proprio operato? La commissione tecnica messa in piedi dalla Regione, per i criteri con cui è stata istituita, sembra un collegio difensivo». Camillo Valgimigli, psichiatra e psicoterapeuta, già dirigente del servizio di Salute mentale dell'Ausl di Modena, professore a contratto presso la scuola di specialità in Neuropsichiatria dell'Università dì Modena e Reggio, giudice onorario presso la Corte d'appello di Bologna, sezione minorenni, e consulente tecnico in numerosi processi riguardanti la sottrazione dei minori alle loro famiglie, si occupa da anni dei minori allontanati dalle famiglie in Emilia Romagna. Ha collaborato con l'autore dell'inchiesta Veleno denunciando pubblicamente le storture di un sistema che ha prestato il fianco all'orrore della Val D'Enza. Dopo anni di silenzio, davanti all'evidenza portata alla luce dall'inchiesta Angeli e Demoni, con l'intenzione dichiarata di affrontare finalmente i punti deboli del sistema degli affidi, la Regione Emilia Romagna ha istituito una commissione di inchiesta sulla vicenda dei bambini rubati. È formata da otto esperti tutti attivi nell'ambito socio sanitario territoriale
Servirà a fare chiarezza?
«La Regione è referente, ultimo e politico, per i servizi socio sanitari. E dunque in questo caso è nello stesso tempo parte responsabile e parte lesa. I suoi servizi sociali e di salute mentale, presentati sempre come eccellenze a livello nazionale stanno subendo una grave caduta di immagine. L'istituzione della commissione appare più che altro come un espediente, con esperti incaricati di ridimensionare la gravità del caso, utilizzando cognizioni scientifiche, certamente corrette ma parziali per un contesto così drammatico».
Quali caratteristiche avrebbe dovuto avere per dare effettive garanzie?
«Prima di tutto là neutralità e l'indipendenza di giudizio che in questo caso mancano. Non può essere la Regione a controllare sé stessa».
Cosa intende?
«Non sono le discipline o le competenze dei professionisti incaricati in discussione, ma la prassi. Di fatto la Regione istituisce un organismo che deve giudicare in merito a fatti che coinvolgono operatori del sistema pubblico, che hanno messo in atto comportamenti gravissimi e lesivi dell'intero sistema assistenziale. E chi viene chiamato a far parte degli esperti? Tra gli altri due responsabili di servizi socio sanitari regionali…».
Un controsenso
«Sì, come spesso capita, il controllato è il controllore».
Dopo le drammatiche vicende di Veleno, l'inchiesta Angeli e Demoni. Cosa accumuna le due realtà?
«La ricerca ossessiva dei casi di abuso da parte di operatori che vantano la medesima formazione».
Si spieghi meglio.
«Per le vicende di Veleno sullo sfondo c'erano le attività di Cismai e il centro Hansel e Gretel sembra il collettore per la Val D'Enza. Con taluni psicologi e operatori operanti in entrambe le situazioni».
E anche il tribunale è sempre lo stesso…
«Il Tribunale per i Minorenni di Bologna, dove, come accade più o meno ovunque, il giudice si adegua acriticamente alle valutazioni degli operatori sociali che raccolgono le segnalazioni e rinuncia alla sua funzione che consiste nel rendere giustizia».
In che senso il giudice rinuncia alla sua funzione?
«Il giudice minorile non è un vero giudice: non è terzo imparziale. È in simbiosi con il servizio che segnala e prende in carico il bambino e si ritiene il garante dell'interesse del minore, così come individuato e indicato dal servizio».
Significa che alle ipotesi delle assistenti sociali in base alle quali viene disposto l'allontanamento del minore non esiste un contraltare?
«Di fatto è così: il giudice minorile non fa attività istruttoria ma recepisce le valutazioni delle assistenti sociali e degli operatori, rendendo gli allontanamenti meccanismi semplicissimi da mettere in atto e difficilissimi da smontare».
Eppure i tribunali sono chiamati a disporre verifiche tecniche…
«Purtroppo, però, molto spesso il rapporto tra consulenti tecnici e giudici non è del tutto trasparente».
In che senso?
«Nonostante il lungo elenco di tecnici a disposizione per gli accertamenti vengono designati più o meno sempre gli stessi consulenti, in molti casi persone che hanno costanti contatti con i giudici che li hanno nominati. Un fenomeno ben noto negli ambienti».
Lei ha più volte denunciato il business economico favorito da questo sistema.
«Da parte di molti osservatori si segnalava il fenomeno, ben prima delle inchieste che lo hanno portato alla luce. I bambini vengono allontanati dalle famiglie, collocati in contesti extra familiari di matrice sia religiosa che laica, le quali percepiscono contributi che variano da ottanta a più di duecento euro al giorno senza, di fatto, limiti temporali».
Avete denunciato questa realtà. Con quali risultati?
«Purtroppo come sta accadendo anche ora, il sistema fa resistenza e si arrocca e resta impermeabile a ogni critica, anche costruttiva».
Alessia Pedrielli
Uso la tecnica Emdr, so che funziona E se è applicata male fa gravi danni
Sui giornali nell'inchiesta «Angeli e demoni» sulla criminale follia di bambini strappati alle loro famiglie e dati in affidamento o adozione a persone certamente non idonee, per usare un termine eufemistico, si è parlato a torto di elettroshock. A Bibbiano, invece, dichiarano di aver usato invece la tecnica Emdr con l'ausilio di una stimolazione elettronica ottenuta tramite gli apparecchi Emdr prodotti dalla NeuroTek Corporation.
In che cosa consiste
La tecnica Emdr (dall'inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing, cioè Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) è una tecnica psicofisica per la desensibilizzazione dei postumi dei traumi o di esperienze stressanti, basata su una stimolazione bilaterale degli emisferi ottenuta preferenzialmente mediante il movimento orizzontale degli occhi, da cui il nome.
Molto raramente è usata l'apparecchiatura NeuroTek, in Italia quasi sconosciuta. L'Emdr nasce sfruttando il movimento orizzontale degli occhi simile a quello del sonno Rem, dall'inglese Rapid Eye Movement.
Testimonio, perché la uso, che, se usata correttamente, l'Emdr può avere risultati spettacolari e velocissimi nella risoluzione del disturbo post traumatico da stress, ne ho parlato anche nella trasmissione Diritto e Rovescio su Rete 4, di qualche settimana fa. Durante l'Emdr addirittura si hanno modificazioni dell'elettroencefalogramma, è una cura vera che funziona veramente, come è una cura vera somministrare la digitale ed eseguire un intervento chirurgico, e come ogni cura vera, digitale e intervento chirurgico, se usata male può fare danni.
Deve essere usata in maniera rigorosa. Ha risultati spettacolari e veloci proprio perché causa una modificazione del cervello, l'aumento di sinapsi in alcune zone. Durante la stimolazione bilaterale il terapeuta deve restare rigorosamente in silenzio. È una fase di stimolazione cerebrale.
Meglio il silenzio
Se durante questa fase il terapeuta parla, suggerisce, inventa, può essere semplicemente fastidioso ma potrebbe creare e istillare false memorie. Una terapia e un interrogatorio devono essere fatti sempre con domande neutre e aperte (Cosa è successo? Come ti sei sentito? ), mai con domande che possano suggerire qualcosa (Qualcuno ti ha toccato? Quella persona ti ha fatto male? ) altrimenti c'è il rischio di creare false memorie. Il cervello compiacente, e quello dei bambini un po' lo è, non osa contraddire, non osa dire: «No, non è successo».
Protocollo rigoroso
L'Emdr deve essere appresa in maniera rigorosa e applicata in maniera altrettanto rigorosa.
La dottoressa Isabel Fernandez, presidente della Società Emdr, afferma che gli psicologi della Hansel e Gretel non abbiano mai fatto nemmeno il corso base di Emdr, almeno non in Italia e che non fossero iscritti all'associazione Emdr.
Gli psicologi della Onlus Hansel e Gretel sono appunto quelli che si sono occupati dei casi di Bibbiano dopo essere stati implicati nell'atroce caso della Bassa Modenese, dove, a causa di false memorie nei bambini, famiglie sono state smembrate, distrutte, innocenti sono finiti in progione e ci sono state morti per suicidio e infarto. Dopo questo spettacolare successo, già affiorato nelle cronache, la stessa Onlus è stata arruolata a Bibbiano.
I disastri
Ci sono psicologi bravi che con varie tecniche, tra cui l'Emdr sono riusciti a rendere meno urente il dolore dell'abuso subito, ci sono assistenti sociali molto brave che ricostruiscono famiglie disastrate, o levano vittime vere da sotto carnefici veri. Bibbiano ha danneggiato anche loro. E molto.
Silvana De Mari
Lucravano pure sulle ore di terapia
Gli psicologi piemontesi del Centro studi Hansel e Gretel, finiti nell'inchiesta «Angeli e demoni» della Procura di Reggio Emilia sui bambini sottratti in modo illegittimo alle loro famiglie, erano stati ingaggiati davvero a prezzo speciale dal Comune di Bibbiano e dall'Unione dei Comuni della Val d'Enza.
Secondo quanto si legge nell'ordinanza di custodia cautelare del giudice Luca Ramponi, che alla fine di giugno ha portato agli arresti domiciliari, tra gli altri, l'ideologo e fondatore del Centro, Claudio Foti, e la sua compagna, Nadia Bolognini, ogni seduta di analisi dei bambini garantiva agli psicologi «l'ingiusto profitto di 135 euro l'ora per minore, a fronte dei 60-70 euro medi di mercato, e questo nonostante l'Azienda sanitaria locale potesse usare gratuitamente i propri professionisti».
Ma ora emerge anche di peggio. Grazie a un'email del 17 giugno 2016, che è stata acquisita agli atti, si scopre che gli enti locali e gli psicologi avevano concordato che la cifra di 135 euro sarebbe rimasta la stessa anche se la durata dei colloqui con i bambini scendeva a 55, a 50 e perfino a 45 minuti.
Dagli accertamenti svolti dalla polizia giudiziaria, però, emerge che, «su 115 sedute monitorate la cui durata avrebbe dovuto essere di almeno 45 minuti», la psicologa Bolognini «ha concluso anticipatamente la sua prestazione in 61 incontri», quindi in oltre il 53% del totale. E malgrado questa autoriduzione ha ovviamente fatturato l'intera seduta.
La polizia giudiziaria ha intercettato le sedute degli psicologi, e proprio grazie a questo strumento propone nel suo rapporto calcoli precisi al minuto. «In particolare», si legge, «moltiplicando le 61 sedute in disamina per la durata minima (cioè i 45 minuti, ndr) che la terapeuta avrebbe dovuto svolgere per maturare i 135 euro concordati, si perviene a un totale di 2.745 minuti. Dalla somma delle effettive durate delle prestazioni svolte è emerso che la Bolognini in realtà ha svolto soltanto 2.474 minuti, ossia un 10% in meno rispetto alla prestazione fatturata». Insomma, altro che sedute di un'ora: ogni incontro durava in media non più di 40 minuti. Il tassametro, però, continuava a girare. Conclude la polizia giudiziaria: «Emerge dunque che, a fronte degli 8.235 euro pagati dall'Unione della Val d'Enza alla terapeuta Bolognini (per le 61 sedute in questione, ndr), la stessa ne aveva maturati in realtà il 10% in meno, per un totale di 823 euro, con pari danno per la pubblica amministrazione». Il rapporto aggiunge una valutazione sconfortante: «In nessun caso si rileva una durata delle prestazioni superiore ai 60 minuti concordati al fine di maturare i 135 euro».
Per l'apparente furto di minuti, forse, c'è una spiegazione di scuola psicoanalitica. Forse gli psicologi del Centro «Hansel e Gretel» aderiscono alle teorie del francese Jacques Lacan, noto per aver inventato «la seduta senza orario» contrapponendosi alla più rigida tempistica osservata dal padre della psicoanalisi, Sigmund Freud. I critici di Lacan sostengono che il terapeuta a volte entrasse nello studio, gettasse solo un'occhiata il paziente che lo aspettava sul lettino, e dopo un secondo uscisse proclamando: «La seduta è conclusa». Per questo, i censori più radicali bollano Lacan come imbroglione. Probabilmente esagerano. Ma se un processo dimostrerà che i risultati per i bambini di Bibbiano sono stati davvero quelli descritti dalla Procura di Reggio, forse sarebbe stato meglio se gli psicologi di «Hansel e Gretel» avessero fatto altrettanto.
Maurizio Tortorella
Continua a leggereRiduci
Ogni giorno si confermano i legami fra i dem e i protagonisti di «Angeli e demoni». Nicola Zingaretti tace, tuttavia i tentativi di smorzare la vicenda sono smentiti dai fatti.Lo psichiatra Camillo Valgimigli, giudice e consulente attacca: «I giudici hanno rapporti poco trasparenti con gli operatori».Gli operatori del centro Hansel e Gretel utilizzavano l'apparecchiatura NeuroTek, ma non risulta che abbiano mai frequentato, almeno in Italia, i corsi di formazione necessari. Così nascono i problemi.Gli psicologi prendevano 135 euro ogni 60 minuti di seduta con i piccoli, mentre il prezzo medio di mercato è di 60-70 euro. E il 53% delle volte lavoravano meno del previsto.Lo speciale contiene quattro articoliIl segretario del Pd, Nicola Zingaretti, promette che «non darà tregua» a Matteo Salvini sul caso Russia. Alle vicende della Val d'Enza riguardanti affidi illeciti e abusi su minori, invece, una tregua è stata data eccome: da quando la vicenda è esplosa il Partito democratico ha fatto di tutto per far calare sull'intera storia una pesante coltre di silenzio. Zingaretti in persona ha annunciato che avrebbe fatto ricorso agli avvocati per rivalersi contro chiunque osi associare i dem ai fatti di Bibbiano. Si è persino vantato di aver ricevuto in pochi giorni centinaia di segnalazioni da parte dei suoi militanti. Pure la giunta comunale di Bibbiano ha fatto sapere di essersi dotata di assistenza legale al fine di tutelare «il buon nome» del Comune. A questo riguardo, giusto ieri il parlamentare leghista Gianluca Vinci ha presentato un esposto alla Corte dei conti, onde verificare «che il denaro dei cittadini bibbianesi sia utilizzato per finalità realmente dirette alla loro difesa e non alla difesa del buon nome degli indagati o degli appartenenti ad un partito». Andrea Carletti, ex sindaco pd del paesone in provincia di Reggio Emilia, ha mollato la poltrona solo perché glielo ha imposto il prefetto, poi si è «autosospeso» dal partito, anche se nessuno glielo ha chiesto pubblicamente. Anzi, tutti i suoi compagni di schieramento hanno continuato e continuano a difenderlo: sia quelli nazionali che quelli locali, compresi gli amici dell'Anpi e di altre associazioni. Tutto questo nonostante l'ex primo cittadino sia indicato dal gip di Reggio Emilia come l'uomo che ha fornito ampia copertura politica agli operatori dei servizi sociali e agli psicologici che gestivano tutto il sistema emiliano. Un sistema che ora la Regione Emilia Romagna, guidata da Stefano Bonaccini (ovviamente del Pd) promette di indagare a fondo tramite una apposita commissione di inchiesta. Che però, a quanto risulta, è quasi interamente composta da esperti che lavorano e hanno lavorato per amministrazioni rosse. Diciamo che è piuttosto chiara l'intenzione dei cari progressisti: nascondere il caso Val d'Enza sotto al tappeto. Il fatto, però, è che i dem non possono in alcun modo negare i collegamenti con il giro bibbianese. E visto che amano fare la morale agli altri, sarebbe il caso che dessero una bella pulita anche dentro casa propria, magari chiedendo conto ai propri esponenti dei rapporti con i vari psicologi e assistenti sociali. Roberta Mori, consigliere regionale e presidente della Commissione parità, si comportava quasi come una amica di Federica Anghinolfi e delle sue sodali. Le metteva i cuoricini sotto i commenti sui social network, insieme hanno partecipato a chissà quanti convegni, alcuni dei quali patrocinati dalla Regione. Rapporti stretti anche con Fadia Bassmaji, ex della Anghinolfi, indagata pure, regista e organizzatrice di eventi. Pure lei ha più volte condiviso il palco con la Mori. Ma in questa storia entrano anche altri esponenti Pd. Ad esempio la senatrice Vanna Iori, anche lei molto impegnata a promuovere le virtù dei servizi alla persona del Reggiano. Ci sono dentro i singoli politici, ma pure le istituzioni: i Comuni e le giunte progressiste, la Regione. Ovvio: fare finta di niente si può (e infatti stanno agendo proprio così), ma è vergognoso. Qualcuno, sui giornali amici, prova ad avanzare l'idea che tutta la faccenda sia frutto di una sorta di eterogenesi dei fini. Provano cioè a far passare la bufala secondo cui tutte le persone coinvolte, anche quando hanno sbagliato, erano in buona fede. Lo ha fatto, sull'Espresso, Luigi Cancrini (della cui vicinanza a Claudio Foti di «Hansel e Gretel» abbiamo scritto). Lo ha fatto ieri, tramite lettera ad Avvenire, anche Fabio Folgheraiter. «Un conto è dire che in quei Servizi siano state commesse gravi e intollerabili leggerezze», ha scritto. «Altro dire che ivi operasse una malvagia cricca di psicologi e assistenti sociali intenta a progettare scientemente il crimine. [...] Più logico pensare che qualcuno - in buona fede - stia esagerando». Come fa Folgheraiter a essere così certo delle buone intenzioni dei protagonisti di questa sordida vicenda? Chissà. Noi, al massimo, possiamo notare alcune cosette. Questo signore è il co-fondatore delle Edizioni Centro studi Erickson. Dal 2012 al 2014, Claudio Foti ha lavorato come «relatore e formatore sul tema dell'ascolto dell'abuso sessuale sui minori» proprio per il Centro studi Erickson. Sarà una coincidenza? Sul sito delle edizioni in questioni si trova persino una bella biografia del nostro Foti. Il quale, per altro, ha partecipato pure ad alcuni convegni proprio assieme a Folgheraiter. Quando sentiamo parlare di «buone intenzioni», quando leggiamo articoli che puntano a smorzare e a difendere, ci sorgono un po' di sospetti. Saranno stati pure bene intenzionati, ma i soldi - come racconta qui a fianco Maurizio Tortorella - giravano eccome. E, in ogni caso, commettere bestialità in nome dell'ideologia (o della politica) non è certo onorevole. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pd-continua-a-insabbiare-ma-non-regge-piu-nemmeno-la-scusa-della-buona-fede-2639209995.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-assistenti-sociali-hanno-troppo-potere" data-post-id="2639209995" data-published-at="1778869792" data-use-pagination="False"> «Gli assistenti sociali hanno troppo potere» «Come può chi è parte in causa giudicare il proprio operato? La commissione tecnica messa in piedi dalla Regione, per i criteri con cui è stata istituita, sembra un collegio difensivo». Camillo Valgimigli, psichiatra e psicoterapeuta, già dirigente del servizio di Salute mentale dell'Ausl di Modena, professore a contratto presso la scuola di specialità in Neuropsichiatria dell'Università dì Modena e Reggio, giudice onorario presso la Corte d'appello di Bologna, sezione minorenni, e consulente tecnico in numerosi processi riguardanti la sottrazione dei minori alle loro famiglie, si occupa da anni dei minori allontanati dalle famiglie in Emilia Romagna. Ha collaborato con l'autore dell'inchiesta Veleno denunciando pubblicamente le storture di un sistema che ha prestato il fianco all'orrore della Val D'Enza. Dopo anni di silenzio, davanti all'evidenza portata alla luce dall'inchiesta Angeli e Demoni, con l'intenzione dichiarata di affrontare finalmente i punti deboli del sistema degli affidi, la Regione Emilia Romagna ha istituito una commissione di inchiesta sulla vicenda dei bambini rubati. È formata da otto esperti tutti attivi nell'ambito socio sanitario territoriale Servirà a fare chiarezza? «La Regione è referente, ultimo e politico, per i servizi socio sanitari. E dunque in questo caso è nello stesso tempo parte responsabile e parte lesa. I suoi servizi sociali e di salute mentale, presentati sempre come eccellenze a livello nazionale stanno subendo una grave caduta di immagine. L'istituzione della commissione appare più che altro come un espediente, con esperti incaricati di ridimensionare la gravità del caso, utilizzando cognizioni scientifiche, certamente corrette ma parziali per un contesto così drammatico». Quali caratteristiche avrebbe dovuto avere per dare effettive garanzie? «Prima di tutto là neutralità e l'indipendenza di giudizio che in questo caso mancano. Non può essere la Regione a controllare sé stessa». Cosa intende? «Non sono le discipline o le competenze dei professionisti incaricati in discussione, ma la prassi. Di fatto la Regione istituisce un organismo che deve giudicare in merito a fatti che coinvolgono operatori del sistema pubblico, che hanno messo in atto comportamenti gravissimi e lesivi dell'intero sistema assistenziale. E chi viene chiamato a far parte degli esperti? Tra gli altri due responsabili di servizi socio sanitari regionali…». Un controsenso «Sì, come spesso capita, il controllato è il controllore». Dopo le drammatiche vicende di Veleno, l'inchiesta Angeli e Demoni. Cosa accumuna le due realtà? «La ricerca ossessiva dei casi di abuso da parte di operatori che vantano la medesima formazione». Si spieghi meglio. «Per le vicende di Veleno sullo sfondo c'erano le attività di Cismai e il centro Hansel e Gretel sembra il collettore per la Val D'Enza. Con taluni psicologi e operatori operanti in entrambe le situazioni». E anche il tribunale è sempre lo stesso… «Il Tribunale per i Minorenni di Bologna, dove, come accade più o meno ovunque, il giudice si adegua acriticamente alle valutazioni degli operatori sociali che raccolgono le segnalazioni e rinuncia alla sua funzione che consiste nel rendere giustizia». In che senso il giudice rinuncia alla sua funzione? «Il giudice minorile non è un vero giudice: non è terzo imparziale. È in simbiosi con il servizio che segnala e prende in carico il bambino e si ritiene il garante dell'interesse del minore, così come individuato e indicato dal servizio». Significa che alle ipotesi delle assistenti sociali in base alle quali viene disposto l'allontanamento del minore non esiste un contraltare? «Di fatto è così: il giudice minorile non fa attività istruttoria ma recepisce le valutazioni delle assistenti sociali e degli operatori, rendendo gli allontanamenti meccanismi semplicissimi da mettere in atto e difficilissimi da smontare». Eppure i tribunali sono chiamati a disporre verifiche tecniche… «Purtroppo, però, molto spesso il rapporto tra consulenti tecnici e giudici non è del tutto trasparente». In che senso? «Nonostante il lungo elenco di tecnici a disposizione per gli accertamenti vengono designati più o meno sempre gli stessi consulenti, in molti casi persone che hanno costanti contatti con i giudici che li hanno nominati. Un fenomeno ben noto negli ambienti». Lei ha più volte denunciato il business economico favorito da questo sistema. «Da parte di molti osservatori si segnalava il fenomeno, ben prima delle inchieste che lo hanno portato alla luce. I bambini vengono allontanati dalle famiglie, collocati in contesti extra familiari di matrice sia religiosa che laica, le quali percepiscono contributi che variano da ottanta a più di duecento euro al giorno senza, di fatto, limiti temporali». Avete denunciato questa realtà. Con quali risultati? «Purtroppo come sta accadendo anche ora, il sistema fa resistenza e si arrocca e resta impermeabile a ogni critica, anche costruttiva». Alessia Pedrielli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pd-continua-a-insabbiare-ma-non-regge-piu-nemmeno-la-scusa-della-buona-fede-2639209995.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="uso-la-tecnica-emdr-so-che-funziona-e-se-e-applicata-male-fa-gravi-danni" data-post-id="2639209995" data-published-at="1778869792" data-use-pagination="False"> Uso la tecnica Emdr, so che funziona E se è applicata male fa gravi danni Sui giornali nell'inchiesta «Angeli e demoni» sulla criminale follia di bambini strappati alle loro famiglie e dati in affidamento o adozione a persone certamente non idonee, per usare un termine eufemistico, si è parlato a torto di elettroshock. A Bibbiano, invece, dichiarano di aver usato invece la tecnica Emdr con l'ausilio di una stimolazione elettronica ottenuta tramite gli apparecchi Emdr prodotti dalla NeuroTek Corporation. In che cosa consiste La tecnica Emdr (dall'inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing, cioè Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) è una tecnica psicofisica per la desensibilizzazione dei postumi dei traumi o di esperienze stressanti, basata su una stimolazione bilaterale degli emisferi ottenuta preferenzialmente mediante il movimento orizzontale degli occhi, da cui il nome. Molto raramente è usata l'apparecchiatura NeuroTek, in Italia quasi sconosciuta. L'Emdr nasce sfruttando il movimento orizzontale degli occhi simile a quello del sonno Rem, dall'inglese Rapid Eye Movement. Testimonio, perché la uso, che, se usata correttamente, l'Emdr può avere risultati spettacolari e velocissimi nella risoluzione del disturbo post traumatico da stress, ne ho parlato anche nella trasmissione Diritto e Rovescio su Rete 4, di qualche settimana fa. Durante l'Emdr addirittura si hanno modificazioni dell'elettroencefalogramma, è una cura vera che funziona veramente, come è una cura vera somministrare la digitale ed eseguire un intervento chirurgico, e come ogni cura vera, digitale e intervento chirurgico, se usata male può fare danni. Deve essere usata in maniera rigorosa. Ha risultati spettacolari e veloci proprio perché causa una modificazione del cervello, l'aumento di sinapsi in alcune zone. Durante la stimolazione bilaterale il terapeuta deve restare rigorosamente in silenzio. È una fase di stimolazione cerebrale. Meglio il silenzio Se durante questa fase il terapeuta parla, suggerisce, inventa, può essere semplicemente fastidioso ma potrebbe creare e istillare false memorie. Una terapia e un interrogatorio devono essere fatti sempre con domande neutre e aperte (Cosa è successo? Come ti sei sentito? ), mai con domande che possano suggerire qualcosa (Qualcuno ti ha toccato? Quella persona ti ha fatto male? ) altrimenti c'è il rischio di creare false memorie. Il cervello compiacente, e quello dei bambini un po' lo è, non osa contraddire, non osa dire: «No, non è successo». Protocollo rigoroso L'Emdr deve essere appresa in maniera rigorosa e applicata in maniera altrettanto rigorosa. La dottoressa Isabel Fernandez, presidente della Società Emdr, afferma che gli psicologi della Hansel e Gretel non abbiano mai fatto nemmeno il corso base di Emdr, almeno non in Italia e che non fossero iscritti all'associazione Emdr. Gli psicologi della Onlus Hansel e Gretel sono appunto quelli che si sono occupati dei casi di Bibbiano dopo essere stati implicati nell'atroce caso della Bassa Modenese, dove, a causa di false memorie nei bambini, famiglie sono state smembrate, distrutte, innocenti sono finiti in progione e ci sono state morti per suicidio e infarto. Dopo questo spettacolare successo, già affiorato nelle cronache, la stessa Onlus è stata arruolata a Bibbiano. I disastri Ci sono psicologi bravi che con varie tecniche, tra cui l'Emdr sono riusciti a rendere meno urente il dolore dell'abuso subito, ci sono assistenti sociali molto brave che ricostruiscono famiglie disastrate, o levano vittime vere da sotto carnefici veri. Bibbiano ha danneggiato anche loro. E molto. Silvana De Mari <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pd-continua-a-insabbiare-ma-non-regge-piu-nemmeno-la-scusa-della-buona-fede-2639209995.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="lucravano-pure-sulle-ore-di-terapia" data-post-id="2639209995" data-published-at="1778869792" data-use-pagination="False"> Lucravano pure sulle ore di terapia Gli psicologi piemontesi del Centro studi Hansel e Gretel, finiti nell'inchiesta «Angeli e demoni» della Procura di Reggio Emilia sui bambini sottratti in modo illegittimo alle loro famiglie, erano stati ingaggiati davvero a prezzo speciale dal Comune di Bibbiano e dall'Unione dei Comuni della Val d'Enza. Secondo quanto si legge nell'ordinanza di custodia cautelare del giudice Luca Ramponi, che alla fine di giugno ha portato agli arresti domiciliari, tra gli altri, l'ideologo e fondatore del Centro, Claudio Foti, e la sua compagna, Nadia Bolognini, ogni seduta di analisi dei bambini garantiva agli psicologi «l'ingiusto profitto di 135 euro l'ora per minore, a fronte dei 60-70 euro medi di mercato, e questo nonostante l'Azienda sanitaria locale potesse usare gratuitamente i propri professionisti». Ma ora emerge anche di peggio. Grazie a un'email del 17 giugno 2016, che è stata acquisita agli atti, si scopre che gli enti locali e gli psicologi avevano concordato che la cifra di 135 euro sarebbe rimasta la stessa anche se la durata dei colloqui con i bambini scendeva a 55, a 50 e perfino a 45 minuti. Dagli accertamenti svolti dalla polizia giudiziaria, però, emerge che, «su 115 sedute monitorate la cui durata avrebbe dovuto essere di almeno 45 minuti», la psicologa Bolognini «ha concluso anticipatamente la sua prestazione in 61 incontri», quindi in oltre il 53% del totale. E malgrado questa autoriduzione ha ovviamente fatturato l'intera seduta. La polizia giudiziaria ha intercettato le sedute degli psicologi, e proprio grazie a questo strumento propone nel suo rapporto calcoli precisi al minuto. «In particolare», si legge, «moltiplicando le 61 sedute in disamina per la durata minima (cioè i 45 minuti, ndr) che la terapeuta avrebbe dovuto svolgere per maturare i 135 euro concordati, si perviene a un totale di 2.745 minuti. Dalla somma delle effettive durate delle prestazioni svolte è emerso che la Bolognini in realtà ha svolto soltanto 2.474 minuti, ossia un 10% in meno rispetto alla prestazione fatturata». Insomma, altro che sedute di un'ora: ogni incontro durava in media non più di 40 minuti. Il tassametro, però, continuava a girare. Conclude la polizia giudiziaria: «Emerge dunque che, a fronte degli 8.235 euro pagati dall'Unione della Val d'Enza alla terapeuta Bolognini (per le 61 sedute in questione, ndr), la stessa ne aveva maturati in realtà il 10% in meno, per un totale di 823 euro, con pari danno per la pubblica amministrazione». Il rapporto aggiunge una valutazione sconfortante: «In nessun caso si rileva una durata delle prestazioni superiore ai 60 minuti concordati al fine di maturare i 135 euro». Per l'apparente furto di minuti, forse, c'è una spiegazione di scuola psicoanalitica. Forse gli psicologi del Centro «Hansel e Gretel» aderiscono alle teorie del francese Jacques Lacan, noto per aver inventato «la seduta senza orario» contrapponendosi alla più rigida tempistica osservata dal padre della psicoanalisi, Sigmund Freud. I critici di Lacan sostengono che il terapeuta a volte entrasse nello studio, gettasse solo un'occhiata il paziente che lo aspettava sul lettino, e dopo un secondo uscisse proclamando: «La seduta è conclusa». Per questo, i censori più radicali bollano Lacan come imbroglione. Probabilmente esagerano. Ma se un processo dimostrerà che i risultati per i bambini di Bibbiano sono stati davvero quelli descritti dalla Procura di Reggio, forse sarebbe stato meglio se gli psicologi di «Hansel e Gretel» avessero fatto altrettanto. Maurizio Tortorella
Regina Corradini D’Arienzo (Ansa)
Risorse a tassi agevolati e contributi a fondo perduto fino al 30% per contrastare il caro energia e il blocco dello Stretto di Hormuz. La misura, operativa dal 25 maggio, protegge le aziende esportatrici e le filiere strategiche dagli choc del conflitto nel Golfo Persico.
La diplomazia non ha ancora trovato una via d’uscita al conflitto con l’Iran e la crisi energetica legata al blocco del canale di Hormuz si aggrava.
Gli analisti stimano che anche a fronte di una risoluzione a breve, per rimettere in moto il meccanismo dei rapporti con quell’area a cominciare dagli approvvigionamenti, serviranno mesi. Alla luce di questo scenario la Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese del gruppo Cdp (Cassa depositi e prestiti) lancia un nuovo intervento strategico da 800 milioni di euro a sostegno delle imprese colpite dagli effetti del conflitto nel Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici. Le risorse sono destinate alle aziende esportatrici e a quelle che, pur non vendendo direttamente direttamente all’estero i propri prodotti, fanno parte di filiere produttive strategiche. Cuore del pacchetto, attivato nell’ambito dello strumento «Transizione digitale ed ecologica», è la nuova linea «Energia per la competitività internazionale», concepita per offrire una risposta mirata per fronteggiare gli effetti della crisi sui costi energetici e sul fatturato, in modo da salvaguardare la solidità finanziaria e la capacità di continuare a investire all’estero delle imprese.
Potranno accedere al sostegno le realtà imprenditoriali che, nel primo trimestre o quadrimestre del 2026, abbiano registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato pari ad almeno il 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, a causa del conflitto. Il sostegno avverrà attraverso la concessione di finanziamenti agevolati accompagnati da una quota a fondo perduto fino al 30% per le Pmi e fino al 20% per le altre imprese.
Le risorse sono finalizzate a essere utilizzate principalmente per operazioni di rafforzamento patrimoniale (fino al 90% del finanziamento) oppure per finanziamenti di soci, con possibilità di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale e supporto alle società controllate. L’anticipo può arrivare a coprire fino al 50% della somma richiesta mentre la durata del finanziamento sarà di otto anni. Parallelamente, viene ulteriormente rafforzata la misura dedicata alle imprese energivore, cioè a favore dei comparti più esposti al caro energia, con condizioni migliorative affinché possano continuare ad operare e a investire. Si prevede un contributo a fondo perduto fino al 20%, l’esenzione dalla presentazione delle garanzie; poi finanziamenti fino al 90% per il rafforzamento patrimoniale, l’incremento fino a 1,5 milioni di euro della quota da destinare alla capitalizzazione delle controllate e l’innalzamento dell’anticipo fino al 50%. Infine l’estensione della durata dei finanziamenti fino a otto anni.
Le domande potranno essere presentate a partire dal 25 maggio fino al 31 dicembre 2026. Per garantire una gestione ordinata delle richieste, nei primi cinque giorni di apertura della misura, sarà attivato un sistema di «coda virtuale» nel caso di accessi simultanei elevati alla piattaforma.
«Vogliamo dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese che stanno affrontando gli effetti di un quadro internazionale sempre più instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dal forte aumento dei costi energetici, che rischiano di incidere sulla competitività del nostro sistema produttivo. L’obiettivo è sostenere non solo le aziende esportatrici, ma anche tutte le filiere strategiche del Made in Italy, rafforzandone la capacità di continuare a investire e crescere sui mercati internazionali», ha affermato l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo.
Il Fondo monetario internazionale ha segnalato che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. L’intervento di Simest quindi vuole accompagnare le imprese non solo nella gestione della fase emergenziale, ma anche nella gestione del periodo successivo, contribuendo al rafforzamento strutturale.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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