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2019-07-17
A Bibbiano lucravano sulle terapie per i bimbi
iStock
Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, promette che «non darà tregua» a Matteo Salvini sul caso Russia. Alle vicende della Val d'Enza riguardanti affidi illeciti e abusi su minori, invece, una tregua è stata data eccome: da quando la vicenda è esplosa il Partito democratico ha fatto di tutto per far calare sull'intera storia una pesante coltre di silenzio. Zingaretti in persona ha annunciato che avrebbe fatto ricorso agli avvocati per rivalersi contro chiunque osi associare i dem ai fatti di Bibbiano. Si è persino vantato di aver ricevuto in pochi giorni centinaia di segnalazioni da parte dei suoi militanti. Pure la giunta comunale di Bibbiano ha fatto sapere di essersi dotata di assistenza legale al fine di tutelare «il buon nome» del Comune. A questo riguardo, giusto ieri il parlamentare leghista Gianluca Vinci ha presentato un esposto alla Corte dei conti, onde verificare «che il denaro dei cittadini bibbianesi sia utilizzato per finalità realmente dirette alla loro difesa e non alla difesa del buon nome degli indagati o degli appartenenti ad un partito».
Andrea Carletti, ex sindaco pd del paesone in provincia di Reggio Emilia, ha mollato la poltrona solo perché glielo ha imposto il prefetto, poi si è «autosospeso» dal partito, anche se nessuno glielo ha chiesto pubblicamente. Anzi, tutti i suoi compagni di schieramento hanno continuato e continuano a difenderlo: sia quelli nazionali che quelli locali, compresi gli amici dell'Anpi e di altre associazioni. Tutto questo nonostante l'ex primo cittadino sia indicato dal gip di Reggio Emilia come l'uomo che ha fornito ampia copertura politica agli operatori dei servizi sociali e agli psicologici che gestivano tutto il sistema emiliano.
Un sistema che ora la Regione Emilia Romagna, guidata da Stefano Bonaccini (ovviamente del Pd) promette di indagare a fondo tramite una apposita commissione di inchiesta. Che però, a quanto risulta, è quasi interamente composta da esperti che lavorano e hanno lavorato per amministrazioni rosse.
Diciamo che è piuttosto chiara l'intenzione dei cari progressisti: nascondere il caso Val d'Enza sotto al tappeto. Il fatto, però, è che i dem non possono in alcun modo negare i collegamenti con il giro bibbianese. E visto che amano fare la morale agli altri, sarebbe il caso che dessero una bella pulita anche dentro casa propria, magari chiedendo conto ai propri esponenti dei rapporti con i vari psicologi e assistenti sociali. Roberta Mori, consigliere regionale e presidente della Commissione parità, si comportava quasi come una amica di Federica Anghinolfi e delle sue sodali. Le metteva i cuoricini sotto i commenti sui social network, insieme hanno partecipato a chissà quanti convegni, alcuni dei quali patrocinati dalla Regione.
Rapporti stretti anche con Fadia Bassmaji, ex della Anghinolfi, indagata pure, regista e organizzatrice di eventi. Pure lei ha più volte condiviso il palco con la Mori. Ma in questa storia entrano anche altri esponenti Pd. Ad esempio la senatrice Vanna Iori, anche lei molto impegnata a promuovere le virtù dei servizi alla persona del Reggiano.
Ci sono dentro i singoli politici, ma pure le istituzioni: i Comuni e le giunte progressiste, la Regione. Ovvio: fare finta di niente si può (e infatti stanno agendo proprio così), ma è vergognoso.
Qualcuno, sui giornali amici, prova ad avanzare l'idea che tutta la faccenda sia frutto di una sorta di eterogenesi dei fini. Provano cioè a far passare la bufala secondo cui tutte le persone coinvolte, anche quando hanno sbagliato, erano in buona fede. Lo ha fatto, sull'Espresso, Luigi Cancrini (della cui vicinanza a Claudio Foti di «Hansel e Gretel» abbiamo scritto). Lo ha fatto ieri, tramite lettera ad Avvenire, anche Fabio Folgheraiter. «Un conto è dire che in quei Servizi siano state commesse gravi e intollerabili leggerezze», ha scritto. «Altro dire che ivi operasse una malvagia cricca di psicologi e assistenti sociali intenta a progettare scientemente il crimine. [...] Più logico pensare che qualcuno - in buona fede - stia esagerando».
Come fa Folgheraiter a essere così certo delle buone intenzioni dei protagonisti di questa sordida vicenda? Chissà. Noi, al massimo, possiamo notare alcune cosette. Questo signore è il co-fondatore delle Edizioni Centro studi Erickson. Dal 2012 al 2014, Claudio Foti ha lavorato come «relatore e formatore sul tema dell'ascolto dell'abuso sessuale sui minori» proprio per il Centro studi Erickson. Sarà una coincidenza? Sul sito delle edizioni in questioni si trova persino una bella biografia del nostro Foti. Il quale, per altro, ha partecipato pure ad alcuni convegni proprio assieme a Folgheraiter.
Quando sentiamo parlare di «buone intenzioni», quando leggiamo articoli che puntano a smorzare e a difendere, ci sorgono un po' di sospetti. Saranno stati pure bene intenzionati, ma i soldi - come racconta qui a fianco Maurizio Tortorella - giravano eccome. E, in ogni caso, commettere bestialità in nome dell'ideologia (o della politica) non è certo onorevole.
Francesco Borgonovo
«Gli assistenti sociali hanno troppo potere»
«Come può chi è parte in causa giudicare il proprio operato? La commissione tecnica messa in piedi dalla Regione, per i criteri con cui è stata istituita, sembra un collegio difensivo». Camillo Valgimigli, psichiatra e psicoterapeuta, già dirigente del servizio di Salute mentale dell'Ausl di Modena, professore a contratto presso la scuola di specialità in Neuropsichiatria dell'Università dì Modena e Reggio, giudice onorario presso la Corte d'appello di Bologna, sezione minorenni, e consulente tecnico in numerosi processi riguardanti la sottrazione dei minori alle loro famiglie, si occupa da anni dei minori allontanati dalle famiglie in Emilia Romagna. Ha collaborato con l'autore dell'inchiesta Veleno denunciando pubblicamente le storture di un sistema che ha prestato il fianco all'orrore della Val D'Enza. Dopo anni di silenzio, davanti all'evidenza portata alla luce dall'inchiesta Angeli e Demoni, con l'intenzione dichiarata di affrontare finalmente i punti deboli del sistema degli affidi, la Regione Emilia Romagna ha istituito una commissione di inchiesta sulla vicenda dei bambini rubati. È formata da otto esperti tutti attivi nell'ambito socio sanitario territoriale
Servirà a fare chiarezza?
«La Regione è referente, ultimo e politico, per i servizi socio sanitari. E dunque in questo caso è nello stesso tempo parte responsabile e parte lesa. I suoi servizi sociali e di salute mentale, presentati sempre come eccellenze a livello nazionale stanno subendo una grave caduta di immagine. L'istituzione della commissione appare più che altro come un espediente, con esperti incaricati di ridimensionare la gravità del caso, utilizzando cognizioni scientifiche, certamente corrette ma parziali per un contesto così drammatico».
Quali caratteristiche avrebbe dovuto avere per dare effettive garanzie?
«Prima di tutto là neutralità e l'indipendenza di giudizio che in questo caso mancano. Non può essere la Regione a controllare sé stessa».
Cosa intende?
«Non sono le discipline o le competenze dei professionisti incaricati in discussione, ma la prassi. Di fatto la Regione istituisce un organismo che deve giudicare in merito a fatti che coinvolgono operatori del sistema pubblico, che hanno messo in atto comportamenti gravissimi e lesivi dell'intero sistema assistenziale. E chi viene chiamato a far parte degli esperti? Tra gli altri due responsabili di servizi socio sanitari regionali…».
Un controsenso
«Sì, come spesso capita, il controllato è il controllore».
Dopo le drammatiche vicende di Veleno, l'inchiesta Angeli e Demoni. Cosa accumuna le due realtà?
«La ricerca ossessiva dei casi di abuso da parte di operatori che vantano la medesima formazione».
Si spieghi meglio.
«Per le vicende di Veleno sullo sfondo c'erano le attività di Cismai e il centro Hansel e Gretel sembra il collettore per la Val D'Enza. Con taluni psicologi e operatori operanti in entrambe le situazioni».
E anche il tribunale è sempre lo stesso…
«Il Tribunale per i Minorenni di Bologna, dove, come accade più o meno ovunque, il giudice si adegua acriticamente alle valutazioni degli operatori sociali che raccolgono le segnalazioni e rinuncia alla sua funzione che consiste nel rendere giustizia».
In che senso il giudice rinuncia alla sua funzione?
«Il giudice minorile non è un vero giudice: non è terzo imparziale. È in simbiosi con il servizio che segnala e prende in carico il bambino e si ritiene il garante dell'interesse del minore, così come individuato e indicato dal servizio».
Significa che alle ipotesi delle assistenti sociali in base alle quali viene disposto l'allontanamento del minore non esiste un contraltare?
«Di fatto è così: il giudice minorile non fa attività istruttoria ma recepisce le valutazioni delle assistenti sociali e degli operatori, rendendo gli allontanamenti meccanismi semplicissimi da mettere in atto e difficilissimi da smontare».
Eppure i tribunali sono chiamati a disporre verifiche tecniche…
«Purtroppo, però, molto spesso il rapporto tra consulenti tecnici e giudici non è del tutto trasparente».
In che senso?
«Nonostante il lungo elenco di tecnici a disposizione per gli accertamenti vengono designati più o meno sempre gli stessi consulenti, in molti casi persone che hanno costanti contatti con i giudici che li hanno nominati. Un fenomeno ben noto negli ambienti».
Lei ha più volte denunciato il business economico favorito da questo sistema.
«Da parte di molti osservatori si segnalava il fenomeno, ben prima delle inchieste che lo hanno portato alla luce. I bambini vengono allontanati dalle famiglie, collocati in contesti extra familiari di matrice sia religiosa che laica, le quali percepiscono contributi che variano da ottanta a più di duecento euro al giorno senza, di fatto, limiti temporali».
Avete denunciato questa realtà. Con quali risultati?
«Purtroppo come sta accadendo anche ora, il sistema fa resistenza e si arrocca e resta impermeabile a ogni critica, anche costruttiva».
Alessia Pedrielli
Uso la tecnica Emdr, so che funziona E se è applicata male fa gravi danni
Sui giornali nell'inchiesta «Angeli e demoni» sulla criminale follia di bambini strappati alle loro famiglie e dati in affidamento o adozione a persone certamente non idonee, per usare un termine eufemistico, si è parlato a torto di elettroshock. A Bibbiano, invece, dichiarano di aver usato invece la tecnica Emdr con l'ausilio di una stimolazione elettronica ottenuta tramite gli apparecchi Emdr prodotti dalla NeuroTek Corporation.
In che cosa consiste
La tecnica Emdr (dall'inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing, cioè Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) è una tecnica psicofisica per la desensibilizzazione dei postumi dei traumi o di esperienze stressanti, basata su una stimolazione bilaterale degli emisferi ottenuta preferenzialmente mediante il movimento orizzontale degli occhi, da cui il nome.
Molto raramente è usata l'apparecchiatura NeuroTek, in Italia quasi sconosciuta. L'Emdr nasce sfruttando il movimento orizzontale degli occhi simile a quello del sonno Rem, dall'inglese Rapid Eye Movement.
Testimonio, perché la uso, che, se usata correttamente, l'Emdr può avere risultati spettacolari e velocissimi nella risoluzione del disturbo post traumatico da stress, ne ho parlato anche nella trasmissione Diritto e Rovescio su Rete 4, di qualche settimana fa. Durante l'Emdr addirittura si hanno modificazioni dell'elettroencefalogramma, è una cura vera che funziona veramente, come è una cura vera somministrare la digitale ed eseguire un intervento chirurgico, e come ogni cura vera, digitale e intervento chirurgico, se usata male può fare danni.
Deve essere usata in maniera rigorosa. Ha risultati spettacolari e veloci proprio perché causa una modificazione del cervello, l'aumento di sinapsi in alcune zone. Durante la stimolazione bilaterale il terapeuta deve restare rigorosamente in silenzio. È una fase di stimolazione cerebrale.
Meglio il silenzio
Se durante questa fase il terapeuta parla, suggerisce, inventa, può essere semplicemente fastidioso ma potrebbe creare e istillare false memorie. Una terapia e un interrogatorio devono essere fatti sempre con domande neutre e aperte (Cosa è successo? Come ti sei sentito? ), mai con domande che possano suggerire qualcosa (Qualcuno ti ha toccato? Quella persona ti ha fatto male? ) altrimenti c'è il rischio di creare false memorie. Il cervello compiacente, e quello dei bambini un po' lo è, non osa contraddire, non osa dire: «No, non è successo».
Protocollo rigoroso
L'Emdr deve essere appresa in maniera rigorosa e applicata in maniera altrettanto rigorosa.
La dottoressa Isabel Fernandez, presidente della Società Emdr, afferma che gli psicologi della Hansel e Gretel non abbiano mai fatto nemmeno il corso base di Emdr, almeno non in Italia e che non fossero iscritti all'associazione Emdr.
Gli psicologi della Onlus Hansel e Gretel sono appunto quelli che si sono occupati dei casi di Bibbiano dopo essere stati implicati nell'atroce caso della Bassa Modenese, dove, a causa di false memorie nei bambini, famiglie sono state smembrate, distrutte, innocenti sono finiti in progione e ci sono state morti per suicidio e infarto. Dopo questo spettacolare successo, già affiorato nelle cronache, la stessa Onlus è stata arruolata a Bibbiano.
I disastri
Ci sono psicologi bravi che con varie tecniche, tra cui l'Emdr sono riusciti a rendere meno urente il dolore dell'abuso subito, ci sono assistenti sociali molto brave che ricostruiscono famiglie disastrate, o levano vittime vere da sotto carnefici veri. Bibbiano ha danneggiato anche loro. E molto.
Silvana De Mari
Lucravano pure sulle ore di terapia
Gli psicologi piemontesi del Centro studi Hansel e Gretel, finiti nell'inchiesta «Angeli e demoni» della Procura di Reggio Emilia sui bambini sottratti in modo illegittimo alle loro famiglie, erano stati ingaggiati davvero a prezzo speciale dal Comune di Bibbiano e dall'Unione dei Comuni della Val d'Enza.
Secondo quanto si legge nell'ordinanza di custodia cautelare del giudice Luca Ramponi, che alla fine di giugno ha portato agli arresti domiciliari, tra gli altri, l'ideologo e fondatore del Centro, Claudio Foti, e la sua compagna, Nadia Bolognini, ogni seduta di analisi dei bambini garantiva agli psicologi «l'ingiusto profitto di 135 euro l'ora per minore, a fronte dei 60-70 euro medi di mercato, e questo nonostante l'Azienda sanitaria locale potesse usare gratuitamente i propri professionisti».
Ma ora emerge anche di peggio. Grazie a un'email del 17 giugno 2016, che è stata acquisita agli atti, si scopre che gli enti locali e gli psicologi avevano concordato che la cifra di 135 euro sarebbe rimasta la stessa anche se la durata dei colloqui con i bambini scendeva a 55, a 50 e perfino a 45 minuti.
Dagli accertamenti svolti dalla polizia giudiziaria, però, emerge che, «su 115 sedute monitorate la cui durata avrebbe dovuto essere di almeno 45 minuti», la psicologa Bolognini «ha concluso anticipatamente la sua prestazione in 61 incontri», quindi in oltre il 53% del totale. E malgrado questa autoriduzione ha ovviamente fatturato l'intera seduta.
La polizia giudiziaria ha intercettato le sedute degli psicologi, e proprio grazie a questo strumento propone nel suo rapporto calcoli precisi al minuto. «In particolare», si legge, «moltiplicando le 61 sedute in disamina per la durata minima (cioè i 45 minuti, ndr) che la terapeuta avrebbe dovuto svolgere per maturare i 135 euro concordati, si perviene a un totale di 2.745 minuti. Dalla somma delle effettive durate delle prestazioni svolte è emerso che la Bolognini in realtà ha svolto soltanto 2.474 minuti, ossia un 10% in meno rispetto alla prestazione fatturata». Insomma, altro che sedute di un'ora: ogni incontro durava in media non più di 40 minuti. Il tassametro, però, continuava a girare. Conclude la polizia giudiziaria: «Emerge dunque che, a fronte degli 8.235 euro pagati dall'Unione della Val d'Enza alla terapeuta Bolognini (per le 61 sedute in questione, ndr), la stessa ne aveva maturati in realtà il 10% in meno, per un totale di 823 euro, con pari danno per la pubblica amministrazione». Il rapporto aggiunge una valutazione sconfortante: «In nessun caso si rileva una durata delle prestazioni superiore ai 60 minuti concordati al fine di maturare i 135 euro».
Per l'apparente furto di minuti, forse, c'è una spiegazione di scuola psicoanalitica. Forse gli psicologi del Centro «Hansel e Gretel» aderiscono alle teorie del francese Jacques Lacan, noto per aver inventato «la seduta senza orario» contrapponendosi alla più rigida tempistica osservata dal padre della psicoanalisi, Sigmund Freud. I critici di Lacan sostengono che il terapeuta a volte entrasse nello studio, gettasse solo un'occhiata il paziente che lo aspettava sul lettino, e dopo un secondo uscisse proclamando: «La seduta è conclusa». Per questo, i censori più radicali bollano Lacan come imbroglione. Probabilmente esagerano. Ma se un processo dimostrerà che i risultati per i bambini di Bibbiano sono stati davvero quelli descritti dalla Procura di Reggio, forse sarebbe stato meglio se gli psicologi di «Hansel e Gretel» avessero fatto altrettanto.
Maurizio Tortorella
Continua a leggereRiduci
Ogni giorno si confermano i legami fra i dem e i protagonisti di «Angeli e demoni». Nicola Zingaretti tace, tuttavia i tentativi di smorzare la vicenda sono smentiti dai fatti.Lo psichiatra Camillo Valgimigli, giudice e consulente attacca: «I giudici hanno rapporti poco trasparenti con gli operatori».Gli operatori del centro Hansel e Gretel utilizzavano l'apparecchiatura NeuroTek, ma non risulta che abbiano mai frequentato, almeno in Italia, i corsi di formazione necessari. Così nascono i problemi.Gli psicologi prendevano 135 euro ogni 60 minuti di seduta con i piccoli, mentre il prezzo medio di mercato è di 60-70 euro. E il 53% delle volte lavoravano meno del previsto.Lo speciale contiene quattro articoliIl segretario del Pd, Nicola Zingaretti, promette che «non darà tregua» a Matteo Salvini sul caso Russia. Alle vicende della Val d'Enza riguardanti affidi illeciti e abusi su minori, invece, una tregua è stata data eccome: da quando la vicenda è esplosa il Partito democratico ha fatto di tutto per far calare sull'intera storia una pesante coltre di silenzio. Zingaretti in persona ha annunciato che avrebbe fatto ricorso agli avvocati per rivalersi contro chiunque osi associare i dem ai fatti di Bibbiano. Si è persino vantato di aver ricevuto in pochi giorni centinaia di segnalazioni da parte dei suoi militanti. Pure la giunta comunale di Bibbiano ha fatto sapere di essersi dotata di assistenza legale al fine di tutelare «il buon nome» del Comune. A questo riguardo, giusto ieri il parlamentare leghista Gianluca Vinci ha presentato un esposto alla Corte dei conti, onde verificare «che il denaro dei cittadini bibbianesi sia utilizzato per finalità realmente dirette alla loro difesa e non alla difesa del buon nome degli indagati o degli appartenenti ad un partito». Andrea Carletti, ex sindaco pd del paesone in provincia di Reggio Emilia, ha mollato la poltrona solo perché glielo ha imposto il prefetto, poi si è «autosospeso» dal partito, anche se nessuno glielo ha chiesto pubblicamente. Anzi, tutti i suoi compagni di schieramento hanno continuato e continuano a difenderlo: sia quelli nazionali che quelli locali, compresi gli amici dell'Anpi e di altre associazioni. Tutto questo nonostante l'ex primo cittadino sia indicato dal gip di Reggio Emilia come l'uomo che ha fornito ampia copertura politica agli operatori dei servizi sociali e agli psicologici che gestivano tutto il sistema emiliano. Un sistema che ora la Regione Emilia Romagna, guidata da Stefano Bonaccini (ovviamente del Pd) promette di indagare a fondo tramite una apposita commissione di inchiesta. Che però, a quanto risulta, è quasi interamente composta da esperti che lavorano e hanno lavorato per amministrazioni rosse. Diciamo che è piuttosto chiara l'intenzione dei cari progressisti: nascondere il caso Val d'Enza sotto al tappeto. Il fatto, però, è che i dem non possono in alcun modo negare i collegamenti con il giro bibbianese. E visto che amano fare la morale agli altri, sarebbe il caso che dessero una bella pulita anche dentro casa propria, magari chiedendo conto ai propri esponenti dei rapporti con i vari psicologi e assistenti sociali. Roberta Mori, consigliere regionale e presidente della Commissione parità, si comportava quasi come una amica di Federica Anghinolfi e delle sue sodali. Le metteva i cuoricini sotto i commenti sui social network, insieme hanno partecipato a chissà quanti convegni, alcuni dei quali patrocinati dalla Regione. Rapporti stretti anche con Fadia Bassmaji, ex della Anghinolfi, indagata pure, regista e organizzatrice di eventi. Pure lei ha più volte condiviso il palco con la Mori. Ma in questa storia entrano anche altri esponenti Pd. Ad esempio la senatrice Vanna Iori, anche lei molto impegnata a promuovere le virtù dei servizi alla persona del Reggiano. Ci sono dentro i singoli politici, ma pure le istituzioni: i Comuni e le giunte progressiste, la Regione. Ovvio: fare finta di niente si può (e infatti stanno agendo proprio così), ma è vergognoso. Qualcuno, sui giornali amici, prova ad avanzare l'idea che tutta la faccenda sia frutto di una sorta di eterogenesi dei fini. Provano cioè a far passare la bufala secondo cui tutte le persone coinvolte, anche quando hanno sbagliato, erano in buona fede. Lo ha fatto, sull'Espresso, Luigi Cancrini (della cui vicinanza a Claudio Foti di «Hansel e Gretel» abbiamo scritto). Lo ha fatto ieri, tramite lettera ad Avvenire, anche Fabio Folgheraiter. «Un conto è dire che in quei Servizi siano state commesse gravi e intollerabili leggerezze», ha scritto. «Altro dire che ivi operasse una malvagia cricca di psicologi e assistenti sociali intenta a progettare scientemente il crimine. [...] Più logico pensare che qualcuno - in buona fede - stia esagerando». Come fa Folgheraiter a essere così certo delle buone intenzioni dei protagonisti di questa sordida vicenda? Chissà. Noi, al massimo, possiamo notare alcune cosette. Questo signore è il co-fondatore delle Edizioni Centro studi Erickson. Dal 2012 al 2014, Claudio Foti ha lavorato come «relatore e formatore sul tema dell'ascolto dell'abuso sessuale sui minori» proprio per il Centro studi Erickson. Sarà una coincidenza? Sul sito delle edizioni in questioni si trova persino una bella biografia del nostro Foti. Il quale, per altro, ha partecipato pure ad alcuni convegni proprio assieme a Folgheraiter. Quando sentiamo parlare di «buone intenzioni», quando leggiamo articoli che puntano a smorzare e a difendere, ci sorgono un po' di sospetti. Saranno stati pure bene intenzionati, ma i soldi - come racconta qui a fianco Maurizio Tortorella - giravano eccome. E, in ogni caso, commettere bestialità in nome dell'ideologia (o della politica) non è certo onorevole. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pd-continua-a-insabbiare-ma-non-regge-piu-nemmeno-la-scusa-della-buona-fede-2639209995.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-assistenti-sociali-hanno-troppo-potere" data-post-id="2639209995" data-published-at="1774128139" data-use-pagination="False"> «Gli assistenti sociali hanno troppo potere» «Come può chi è parte in causa giudicare il proprio operato? La commissione tecnica messa in piedi dalla Regione, per i criteri con cui è stata istituita, sembra un collegio difensivo». Camillo Valgimigli, psichiatra e psicoterapeuta, già dirigente del servizio di Salute mentale dell'Ausl di Modena, professore a contratto presso la scuola di specialità in Neuropsichiatria dell'Università dì Modena e Reggio, giudice onorario presso la Corte d'appello di Bologna, sezione minorenni, e consulente tecnico in numerosi processi riguardanti la sottrazione dei minori alle loro famiglie, si occupa da anni dei minori allontanati dalle famiglie in Emilia Romagna. Ha collaborato con l'autore dell'inchiesta Veleno denunciando pubblicamente le storture di un sistema che ha prestato il fianco all'orrore della Val D'Enza. Dopo anni di silenzio, davanti all'evidenza portata alla luce dall'inchiesta Angeli e Demoni, con l'intenzione dichiarata di affrontare finalmente i punti deboli del sistema degli affidi, la Regione Emilia Romagna ha istituito una commissione di inchiesta sulla vicenda dei bambini rubati. È formata da otto esperti tutti attivi nell'ambito socio sanitario territoriale Servirà a fare chiarezza? «La Regione è referente, ultimo e politico, per i servizi socio sanitari. E dunque in questo caso è nello stesso tempo parte responsabile e parte lesa. I suoi servizi sociali e di salute mentale, presentati sempre come eccellenze a livello nazionale stanno subendo una grave caduta di immagine. L'istituzione della commissione appare più che altro come un espediente, con esperti incaricati di ridimensionare la gravità del caso, utilizzando cognizioni scientifiche, certamente corrette ma parziali per un contesto così drammatico». Quali caratteristiche avrebbe dovuto avere per dare effettive garanzie? «Prima di tutto là neutralità e l'indipendenza di giudizio che in questo caso mancano. Non può essere la Regione a controllare sé stessa». Cosa intende? «Non sono le discipline o le competenze dei professionisti incaricati in discussione, ma la prassi. Di fatto la Regione istituisce un organismo che deve giudicare in merito a fatti che coinvolgono operatori del sistema pubblico, che hanno messo in atto comportamenti gravissimi e lesivi dell'intero sistema assistenziale. E chi viene chiamato a far parte degli esperti? Tra gli altri due responsabili di servizi socio sanitari regionali…». Un controsenso «Sì, come spesso capita, il controllato è il controllore». Dopo le drammatiche vicende di Veleno, l'inchiesta Angeli e Demoni. Cosa accumuna le due realtà? «La ricerca ossessiva dei casi di abuso da parte di operatori che vantano la medesima formazione». Si spieghi meglio. «Per le vicende di Veleno sullo sfondo c'erano le attività di Cismai e il centro Hansel e Gretel sembra il collettore per la Val D'Enza. Con taluni psicologi e operatori operanti in entrambe le situazioni». E anche il tribunale è sempre lo stesso… «Il Tribunale per i Minorenni di Bologna, dove, come accade più o meno ovunque, il giudice si adegua acriticamente alle valutazioni degli operatori sociali che raccolgono le segnalazioni e rinuncia alla sua funzione che consiste nel rendere giustizia». In che senso il giudice rinuncia alla sua funzione? «Il giudice minorile non è un vero giudice: non è terzo imparziale. È in simbiosi con il servizio che segnala e prende in carico il bambino e si ritiene il garante dell'interesse del minore, così come individuato e indicato dal servizio». Significa che alle ipotesi delle assistenti sociali in base alle quali viene disposto l'allontanamento del minore non esiste un contraltare? «Di fatto è così: il giudice minorile non fa attività istruttoria ma recepisce le valutazioni delle assistenti sociali e degli operatori, rendendo gli allontanamenti meccanismi semplicissimi da mettere in atto e difficilissimi da smontare». Eppure i tribunali sono chiamati a disporre verifiche tecniche… «Purtroppo, però, molto spesso il rapporto tra consulenti tecnici e giudici non è del tutto trasparente». In che senso? «Nonostante il lungo elenco di tecnici a disposizione per gli accertamenti vengono designati più o meno sempre gli stessi consulenti, in molti casi persone che hanno costanti contatti con i giudici che li hanno nominati. Un fenomeno ben noto negli ambienti». Lei ha più volte denunciato il business economico favorito da questo sistema. «Da parte di molti osservatori si segnalava il fenomeno, ben prima delle inchieste che lo hanno portato alla luce. I bambini vengono allontanati dalle famiglie, collocati in contesti extra familiari di matrice sia religiosa che laica, le quali percepiscono contributi che variano da ottanta a più di duecento euro al giorno senza, di fatto, limiti temporali». Avete denunciato questa realtà. Con quali risultati? «Purtroppo come sta accadendo anche ora, il sistema fa resistenza e si arrocca e resta impermeabile a ogni critica, anche costruttiva». Alessia Pedrielli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pd-continua-a-insabbiare-ma-non-regge-piu-nemmeno-la-scusa-della-buona-fede-2639209995.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="uso-la-tecnica-emdr-so-che-funziona-e-se-e-applicata-male-fa-gravi-danni" data-post-id="2639209995" data-published-at="1774128139" data-use-pagination="False"> Uso la tecnica Emdr, so che funziona E se è applicata male fa gravi danni Sui giornali nell'inchiesta «Angeli e demoni» sulla criminale follia di bambini strappati alle loro famiglie e dati in affidamento o adozione a persone certamente non idonee, per usare un termine eufemistico, si è parlato a torto di elettroshock. A Bibbiano, invece, dichiarano di aver usato invece la tecnica Emdr con l'ausilio di una stimolazione elettronica ottenuta tramite gli apparecchi Emdr prodotti dalla NeuroTek Corporation. In che cosa consiste La tecnica Emdr (dall'inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing, cioè Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) è una tecnica psicofisica per la desensibilizzazione dei postumi dei traumi o di esperienze stressanti, basata su una stimolazione bilaterale degli emisferi ottenuta preferenzialmente mediante il movimento orizzontale degli occhi, da cui il nome. Molto raramente è usata l'apparecchiatura NeuroTek, in Italia quasi sconosciuta. L'Emdr nasce sfruttando il movimento orizzontale degli occhi simile a quello del sonno Rem, dall'inglese Rapid Eye Movement. Testimonio, perché la uso, che, se usata correttamente, l'Emdr può avere risultati spettacolari e velocissimi nella risoluzione del disturbo post traumatico da stress, ne ho parlato anche nella trasmissione Diritto e Rovescio su Rete 4, di qualche settimana fa. Durante l'Emdr addirittura si hanno modificazioni dell'elettroencefalogramma, è una cura vera che funziona veramente, come è una cura vera somministrare la digitale ed eseguire un intervento chirurgico, e come ogni cura vera, digitale e intervento chirurgico, se usata male può fare danni. Deve essere usata in maniera rigorosa. Ha risultati spettacolari e veloci proprio perché causa una modificazione del cervello, l'aumento di sinapsi in alcune zone. Durante la stimolazione bilaterale il terapeuta deve restare rigorosamente in silenzio. È una fase di stimolazione cerebrale. Meglio il silenzio Se durante questa fase il terapeuta parla, suggerisce, inventa, può essere semplicemente fastidioso ma potrebbe creare e istillare false memorie. Una terapia e un interrogatorio devono essere fatti sempre con domande neutre e aperte (Cosa è successo? Come ti sei sentito? ), mai con domande che possano suggerire qualcosa (Qualcuno ti ha toccato? Quella persona ti ha fatto male? ) altrimenti c'è il rischio di creare false memorie. Il cervello compiacente, e quello dei bambini un po' lo è, non osa contraddire, non osa dire: «No, non è successo». Protocollo rigoroso L'Emdr deve essere appresa in maniera rigorosa e applicata in maniera altrettanto rigorosa. La dottoressa Isabel Fernandez, presidente della Società Emdr, afferma che gli psicologi della Hansel e Gretel non abbiano mai fatto nemmeno il corso base di Emdr, almeno non in Italia e che non fossero iscritti all'associazione Emdr. Gli psicologi della Onlus Hansel e Gretel sono appunto quelli che si sono occupati dei casi di Bibbiano dopo essere stati implicati nell'atroce caso della Bassa Modenese, dove, a causa di false memorie nei bambini, famiglie sono state smembrate, distrutte, innocenti sono finiti in progione e ci sono state morti per suicidio e infarto. Dopo questo spettacolare successo, già affiorato nelle cronache, la stessa Onlus è stata arruolata a Bibbiano. I disastri Ci sono psicologi bravi che con varie tecniche, tra cui l'Emdr sono riusciti a rendere meno urente il dolore dell'abuso subito, ci sono assistenti sociali molto brave che ricostruiscono famiglie disastrate, o levano vittime vere da sotto carnefici veri. Bibbiano ha danneggiato anche loro. E molto. Silvana De Mari <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pd-continua-a-insabbiare-ma-non-regge-piu-nemmeno-la-scusa-della-buona-fede-2639209995.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="lucravano-pure-sulle-ore-di-terapia" data-post-id="2639209995" data-published-at="1774128139" data-use-pagination="False"> Lucravano pure sulle ore di terapia Gli psicologi piemontesi del Centro studi Hansel e Gretel, finiti nell'inchiesta «Angeli e demoni» della Procura di Reggio Emilia sui bambini sottratti in modo illegittimo alle loro famiglie, erano stati ingaggiati davvero a prezzo speciale dal Comune di Bibbiano e dall'Unione dei Comuni della Val d'Enza. Secondo quanto si legge nell'ordinanza di custodia cautelare del giudice Luca Ramponi, che alla fine di giugno ha portato agli arresti domiciliari, tra gli altri, l'ideologo e fondatore del Centro, Claudio Foti, e la sua compagna, Nadia Bolognini, ogni seduta di analisi dei bambini garantiva agli psicologi «l'ingiusto profitto di 135 euro l'ora per minore, a fronte dei 60-70 euro medi di mercato, e questo nonostante l'Azienda sanitaria locale potesse usare gratuitamente i propri professionisti». Ma ora emerge anche di peggio. Grazie a un'email del 17 giugno 2016, che è stata acquisita agli atti, si scopre che gli enti locali e gli psicologi avevano concordato che la cifra di 135 euro sarebbe rimasta la stessa anche se la durata dei colloqui con i bambini scendeva a 55, a 50 e perfino a 45 minuti. Dagli accertamenti svolti dalla polizia giudiziaria, però, emerge che, «su 115 sedute monitorate la cui durata avrebbe dovuto essere di almeno 45 minuti», la psicologa Bolognini «ha concluso anticipatamente la sua prestazione in 61 incontri», quindi in oltre il 53% del totale. E malgrado questa autoriduzione ha ovviamente fatturato l'intera seduta. La polizia giudiziaria ha intercettato le sedute degli psicologi, e proprio grazie a questo strumento propone nel suo rapporto calcoli precisi al minuto. «In particolare», si legge, «moltiplicando le 61 sedute in disamina per la durata minima (cioè i 45 minuti, ndr) che la terapeuta avrebbe dovuto svolgere per maturare i 135 euro concordati, si perviene a un totale di 2.745 minuti. Dalla somma delle effettive durate delle prestazioni svolte è emerso che la Bolognini in realtà ha svolto soltanto 2.474 minuti, ossia un 10% in meno rispetto alla prestazione fatturata». Insomma, altro che sedute di un'ora: ogni incontro durava in media non più di 40 minuti. Il tassametro, però, continuava a girare. Conclude la polizia giudiziaria: «Emerge dunque che, a fronte degli 8.235 euro pagati dall'Unione della Val d'Enza alla terapeuta Bolognini (per le 61 sedute in questione, ndr), la stessa ne aveva maturati in realtà il 10% in meno, per un totale di 823 euro, con pari danno per la pubblica amministrazione». Il rapporto aggiunge una valutazione sconfortante: «In nessun caso si rileva una durata delle prestazioni superiore ai 60 minuti concordati al fine di maturare i 135 euro». Per l'apparente furto di minuti, forse, c'è una spiegazione di scuola psicoanalitica. Forse gli psicologi del Centro «Hansel e Gretel» aderiscono alle teorie del francese Jacques Lacan, noto per aver inventato «la seduta senza orario» contrapponendosi alla più rigida tempistica osservata dal padre della psicoanalisi, Sigmund Freud. I critici di Lacan sostengono che il terapeuta a volte entrasse nello studio, gettasse solo un'occhiata il paziente che lo aspettava sul lettino, e dopo un secondo uscisse proclamando: «La seduta è conclusa». Per questo, i censori più radicali bollano Lacan come imbroglione. Probabilmente esagerano. Ma se un processo dimostrerà che i risultati per i bambini di Bibbiano sono stati davvero quelli descritti dalla Procura di Reggio, forse sarebbe stato meglio se gli psicologi di «Hansel e Gretel» avessero fatto altrettanto. Maurizio Tortorella
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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