True
2018-10-14
Il Pd cerca leader. Si presentano tutti quanti
ANSA
Benvenuti all'ex Dogana. Quartiere San Lorenzo, panche di ruvido legno, archi spogli in cemento armato, frasario e pantheon appeso alla parete, su spartani cartelloni colorati, zero scenografia. Nasce qui la «Piazza grande» di Nicola Zingaretti, parte da qui la corsa per la segreteria de Pd, tra ecumenismi e sobrietà, tra amministratori e sindaci, mentre si respira una certa quintessenza di romanità, e mentre il fantasma di Marco Minniti si aggira per questi locali senza essere mai citato da nessuno, ma ben percepibile da tutti. Anche perché la notizia è questa: manca ancora qualche dettaglio, ovvio, ma il campo di battaglia è ormai circoscritto. Da oggi ci sono due pesi massimi candidati nella sfida per il controllo del Pd, entrambi con il loro punto di forza ed entrambi (come vedremo) con il loro tallone d'Achille. E poi - dopo di loro - già si affolla sulla scena una corte di sette contendenti, ognuno con il suo punto di dignità e con il suo limite, tutti animati dall'obiettivo di raccogliere consenso residuale da far pesare nella scelta finale. Il Pd oggi riparte da qui. L'intervento politico del governatore è previsto per stamattina, ma un primo assaggio della linea già trapela dalle dichiarazioni sporadiche dette dal palco, dalle parole regalate ai microfoni dei giornalisti fuori dall'impostazione della convention. La quintessenza è tutta in questa frase: «Non vogliamo continuare», dice in chiusura di mattinata il governatore del Lazio, «sulla strada che ci ha portato a fallire. Noi vogliamo cambiare strada, costruire finalmente una nuova speranza per questo Paese». Cambiare strada rispetto all'esperienza del centrosinistra di governo di questi anni. E bisogna sapere che - apparentemente - non c'è nemmeno Renzi, in queste stanze, almeno a parole, se si esclude una battuta sulla scelta dei «più fedeli». Pur senza evocare direttamente l'uomo di Rignano, tutto sembra costruito a ricalco della sua aura, se non altro per esorcizzare gli spiriti avvelenati della Leopolda: non ci solo scenografie colorate, non ci sono nani e ballerine, non c'è vippume né corte dei miracoli, non ci sono potenziali nominati, non ci sono folle da stadio. Ci sono gli addetti ai lavori e anche molti che nelle geografie del partito contano: c'è Dario Franceschini, che è presente con i maggiori esponenti della sua Area, dall'ex capogruppo Pd al Senato Luigi Zanda all'ex sottosegretario agli Affari regionali, Gianclaudio Bressa. C'è l'ex ministro della Difesa Roberta Pinotti. C'è poi - in prima fila, sorridente - il segretario Maurizio Martina, che detta l'agenda con il timing della sfida: «Ai primi di febbraio», dice, «ci saranno le primarie e dopo il Forum di fine ottobre a Milano partirà il percorso che ci porterà all'appuntamento dei gazebo». Correrà Martina? Molto probabilmente, per capitalizzare l'investimento politico e il grande attivismo di questi mesi. E siamo a tre candidati. Ma poi c'è - già da mesi in campo - anche Matteo Richetti, uno di quelli che è partito per primo, e che raccoglie l'ala più spontaneista della ex maggioranza, quello che Alessandro De Angelis ha definito «il renzismo dal volto umano». E quattro. Poi però c'è anche Francesco Boccia, l'erede di Michele Emiliano, che erode anche a Zingaretti un frammento del suo zoccolo a sinistra. E cinque. Ma poi c'è anche il giovane outsider Dario Corallo, perché un giovane non manca mai (nella posizione che fu di Ivan Scalfarotto). E sei. Ma poi ci sarà - probabilmente - anche un orfiniano, perché Matteo Orfini, da sempre in maggioranza con Renzi, non ha gradito la designazione di Minniti, da cui si era distinto (anche poeticamente) sui temi dell'immigrazione (potrebbe essere una donna, Chiara Gribaudo o Katiuscia Marini). E sette. Ma pare che voglia candidarsi anche Cesare Damiano, su posizioni previdenzial laburiste. Se nel nuovo scenario non si ritira, siamo a otto. Il motivo di questo affollamento è presto detto, ed è legato al metodo di selezione del leader: secondo il regolamento se nessuno arriva al 50% si procede con una elezione fatta dall'assemblea nazionale (e, se si arriva a quel punto, ogni voto pesa il doppio perché può contribuire a far raggiungere la maggioranza). Dopo anni di dominio assoluto delle primarie, insomma, sia la Cgil sia il Pd tornano alle elezioni di secondo grado. Con tutte le manovre che questo comporta. A Piazza Grande si respira una certa aria ecumenica, e un certo veltronismo in sedicesimo - unica grande Chiesa da Che Guevara a madre Teresa - si avverte nell'apparato delle citazioni affisse ai muri spogli e grigio industriale dell'ex Dogana, con evocazioni che vanno da Paolo VI a John Lennon, da Altiero Spinelli a Pier Paolo Pasolini, da Giuliana Segre a Martin Luther King. Il mantra è la parola che trovi ovunque: «Comunità». Aggiunge Zingaretti: «Si è cercata non la lealtà», dice nel passaggio più applaudito del suo antipasto di intervento, «ma la fedeltà. Dobbiamo rigenerare una cultura politica che abbia come anima l'apertura, l'inclusione, lo spirito di servizio». Tutti a dire «noi» e non «io». Il tallone d'Achille di Zingaretti coincide paradossalmente con il suo punto di forza: è quello di proporsi come leader corale, primo tra pari di un coro che però non esiste più. Come anti-leader proprio quando più servirebbe un leader. Di presentarsi come unificatore di una comunità che per ora sembra disgregata, come garante di un partito che non c'è più. Il suo indubbio punto di forza è quello di essere l'unico che ha vinto, e per di più in controtendenza nello stesso giorno in cui nella sua regione si perdevano le elezioni politiche. E poi quello - non indifferente - di essere l'unico che non ha nessun credito e nessuno scheletro nell'armadio con cui possa essere ricattato, dal grande convitato di pietra di questo weekend, ovvero lo stesso Renzi. Marco Minniti ha il punto di forza del carisma e della personalità, anche della caratterizzazione (che si è conquistato ai tempi del Viminale) ma il problema indubbio della continuità con il potere dell'uomo di Rignano. Riuscirà ad arrivare alle primarie senza che Renzi provi a mettere il cappello sulla sua candidatura? A garantirsi il suo silenzio? La partita è interessante - e complicata - anche per questo.
Continua a leggereRiduci
La sfida è fra Nicola Zingaretti (l'unico ad aver vinto qualcosa) e Marco Minniti, il quale però deve prima affrancarsi da Matteo Renzi, che vuol mettere il cappello su di lui. Ma dall'uscente Maurizio Martina a Matteo Orfini, fino a Dario Franceschini e all'outsider Dario Corallo, tutti coltivano ambizioni e correnti. Benvenuti all'ex Dogana. Quartiere San Lorenzo, panche di ruvido legno, archi spogli in cemento armato, frasario e pantheon appeso alla parete, su spartani cartelloni colorati, zero scenografia. Nasce qui la «Piazza grande» di Nicola Zingaretti, parte da qui la corsa per la segreteria de Pd, tra ecumenismi e sobrietà, tra amministratori e sindaci, mentre si respira una certa quintessenza di romanità, e mentre il fantasma di Marco Minniti si aggira per questi locali senza essere mai citato da nessuno, ma ben percepibile da tutti. Anche perché la notizia è questa: manca ancora qualche dettaglio, ovvio, ma il campo di battaglia è ormai circoscritto. Da oggi ci sono due pesi massimi candidati nella sfida per il controllo del Pd, entrambi con il loro punto di forza ed entrambi (come vedremo) con il loro tallone d'Achille. E poi - dopo di loro - già si affolla sulla scena una corte di sette contendenti, ognuno con il suo punto di dignità e con il suo limite, tutti animati dall'obiettivo di raccogliere consenso residuale da far pesare nella scelta finale. Il Pd oggi riparte da qui. L'intervento politico del governatore è previsto per stamattina, ma un primo assaggio della linea già trapela dalle dichiarazioni sporadiche dette dal palco, dalle parole regalate ai microfoni dei giornalisti fuori dall'impostazione della convention. La quintessenza è tutta in questa frase: «Non vogliamo continuare», dice in chiusura di mattinata il governatore del Lazio, «sulla strada che ci ha portato a fallire. Noi vogliamo cambiare strada, costruire finalmente una nuova speranza per questo Paese». Cambiare strada rispetto all'esperienza del centrosinistra di governo di questi anni. E bisogna sapere che - apparentemente - non c'è nemmeno Renzi, in queste stanze, almeno a parole, se si esclude una battuta sulla scelta dei «più fedeli». Pur senza evocare direttamente l'uomo di Rignano, tutto sembra costruito a ricalco della sua aura, se non altro per esorcizzare gli spiriti avvelenati della Leopolda: non ci solo scenografie colorate, non ci sono nani e ballerine, non c'è vippume né corte dei miracoli, non ci sono potenziali nominati, non ci sono folle da stadio. Ci sono gli addetti ai lavori e anche molti che nelle geografie del partito contano: c'è Dario Franceschini, che è presente con i maggiori esponenti della sua Area, dall'ex capogruppo Pd al Senato Luigi Zanda all'ex sottosegretario agli Affari regionali, Gianclaudio Bressa. C'è l'ex ministro della Difesa Roberta Pinotti. C'è poi - in prima fila, sorridente - il segretario Maurizio Martina, che detta l'agenda con il timing della sfida: «Ai primi di febbraio», dice, «ci saranno le primarie e dopo il Forum di fine ottobre a Milano partirà il percorso che ci porterà all'appuntamento dei gazebo». Correrà Martina? Molto probabilmente, per capitalizzare l'investimento politico e il grande attivismo di questi mesi. E siamo a tre candidati. Ma poi c'è - già da mesi in campo - anche Matteo Richetti, uno di quelli che è partito per primo, e che raccoglie l'ala più spontaneista della ex maggioranza, quello che Alessandro De Angelis ha definito «il renzismo dal volto umano». E quattro. Poi però c'è anche Francesco Boccia, l'erede di Michele Emiliano, che erode anche a Zingaretti un frammento del suo zoccolo a sinistra. E cinque. Ma poi c'è anche il giovane outsider Dario Corallo, perché un giovane non manca mai (nella posizione che fu di Ivan Scalfarotto). E sei. Ma poi ci sarà - probabilmente - anche un orfiniano, perché Matteo Orfini, da sempre in maggioranza con Renzi, non ha gradito la designazione di Minniti, da cui si era distinto (anche poeticamente) sui temi dell'immigrazione (potrebbe essere una donna, Chiara Gribaudo o Katiuscia Marini). E sette. Ma pare che voglia candidarsi anche Cesare Damiano, su posizioni previdenzial laburiste. Se nel nuovo scenario non si ritira, siamo a otto. Il motivo di questo affollamento è presto detto, ed è legato al metodo di selezione del leader: secondo il regolamento se nessuno arriva al 50% si procede con una elezione fatta dall'assemblea nazionale (e, se si arriva a quel punto, ogni voto pesa il doppio perché può contribuire a far raggiungere la maggioranza). Dopo anni di dominio assoluto delle primarie, insomma, sia la Cgil sia il Pd tornano alle elezioni di secondo grado. Con tutte le manovre che questo comporta. A Piazza Grande si respira una certa aria ecumenica, e un certo veltronismo in sedicesimo - unica grande Chiesa da Che Guevara a madre Teresa - si avverte nell'apparato delle citazioni affisse ai muri spogli e grigio industriale dell'ex Dogana, con evocazioni che vanno da Paolo VI a John Lennon, da Altiero Spinelli a Pier Paolo Pasolini, da Giuliana Segre a Martin Luther King. Il mantra è la parola che trovi ovunque: «Comunità». Aggiunge Zingaretti: «Si è cercata non la lealtà», dice nel passaggio più applaudito del suo antipasto di intervento, «ma la fedeltà. Dobbiamo rigenerare una cultura politica che abbia come anima l'apertura, l'inclusione, lo spirito di servizio». Tutti a dire «noi» e non «io». Il tallone d'Achille di Zingaretti coincide paradossalmente con il suo punto di forza: è quello di proporsi come leader corale, primo tra pari di un coro che però non esiste più. Come anti-leader proprio quando più servirebbe un leader. Di presentarsi come unificatore di una comunità che per ora sembra disgregata, come garante di un partito che non c'è più. Il suo indubbio punto di forza è quello di essere l'unico che ha vinto, e per di più in controtendenza nello stesso giorno in cui nella sua regione si perdevano le elezioni politiche. E poi quello - non indifferente - di essere l'unico che non ha nessun credito e nessuno scheletro nell'armadio con cui possa essere ricattato, dal grande convitato di pietra di questo weekend, ovvero lo stesso Renzi. Marco Minniti ha il punto di forza del carisma e della personalità, anche della caratterizzazione (che si è conquistato ai tempi del Viminale) ma il problema indubbio della continuità con il potere dell'uomo di Rignano. Riuscirà ad arrivare alle primarie senza che Renzi provi a mettere il cappello sulla sua candidatura? A garantirsi il suo silenzio? La partita è interessante - e complicata - anche per questo.
Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
Continua a leggereRiduci
A Roma, al termine del Med9, il vicepremier Antonio Tajani annuncia la nascita di una coalizione tra Ue, Balcani, Golfo, Nord Africa e Lega Araba per garantire sicurezza alimentare e accesso ai fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco stabile.