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2019-08-14
Programma e facce (di bronzo)
del governo senza vergogna
La mossa di Matteo Salvini mira a spiazzare i 5 stelle. Votiamo il taglio dei parlamentari subito, la prossima settimana, e poi tutti a casa e a votare. Il 22 è già stata fissata la seduta, che da un lato allungherà i tempi e dall'altro - agli occhi della Lega - porterebbe alla prima spaccatura nel partito dell'inciucio. Tra le fila del Pd diviso solo Matteo Renzi, invertita all'improvviso la rotta, si è detto favorevole. Il resto del partito non ne vuole sapere. Da ultima, l'ha ribadito l'ex ministro della Difesa, Roberta Pinotti. Ma ad oggi le possibilità che l'entrata a gamba tesa della Lega riesca nel suo intento non sono tantissime. E sullo sfondo resta un governo di scopo o «istituzionale», come l'ha chiamato il senatore semplice di Scandicci. Un mega inciucio che, se mai dovesse superare le diversità di vedute sul taglio dei parlamentari e sull'avvio della Tav, potrà dare il via a un programma di governo orrorifico. Qualcosa che solo a pensarci fa venire la pelle d'oca, perché unirà l'atteggiamento anti impresa tipico dei 5 stelle, con la visione socialdemocratica e filo gender del Pd a cui si aggiunge un collante europeista di matrice quirinalizia.
I punti in comune diventerebbero una leva per il pronto smantellamento del decreto Sicurezza e l'avvio dell'iter di legge per lo ius soli. Tutte e due le anime del Pd l'hanno sempre appoggiato, e una volta messo da parte Luigi Di Maio, avrebbe la meglio Roberto Fico che più volte ha spiegato di essere favorevole all'estensione della cittadinanza senza se e senza ma. D'altronde pure Beppe Grillo a momenti alterni ha speso parole positive per il progetto che farebbe la gioia di politici come Laura Boldrini ed Emma Bonino. Prima ancora di tale misura choc, l'alleanza Pd-5 stelle già a settembre potrebbe calendarizzare la legge sull'eutanasia. Lo scorso 31 luglio la commissione Giustizia e affari sociali aveva stoppato l'iter, lasciando comunque scoperto il fianco a una eventuale sentenza della Corte costituzionale che entro ottobre si dovrà pronunciare a seguito delle pendenze penali di Marco Cappato. Non è difficile immaginare gli effetti del combinato disposto dell'eco del caso Dj Fabo e di una maggioranza pro eutanasia.
Così come non è difficile immaginare la gioia di Monica Cirinnà, che potrà mettere nel cestino il decreto Pillon e portare avanti le adozioni gay. Senza contare le altre tematiche relative al sostegno dei figli e alla procreazione assistita. Una coalizione così fatta d'altronde potrebbe avere anche un ministro della famiglia come Vincenzo Spadafora che certo di punti di vista in comune con l'ex titolare Lorenzo Fontana ne ha ben pochi. Unica differenza, un tale dicastero Pd-5 stelle potrebbe invece portare a casa la benedizione di padre Antonio Spadaro, direttore di La Civiltà Cattolica e indirettamente di parte della Cei, a indicare che il maxi inciucio su tutti i temi etici, gender e dell'immigrazione sarebbe con ogni probabilità spalleggiato dal Vaticano. A quel punto se la mossa di Salvini - lo ribadiamo - non dovesse portare al voto immediato, la futura coalizione sarebbe ovviamente chiamata a gestire la legge Finanziaria. I 5 stelle non potrebbero mai rinunciare al reddito di cittadinanza, anzi per sottolineare il valore del cambio di passo cercherebbero di allargarne la portata. I renziani, per non essere da meno, estenderebbero a loro volta gli 80 euro con cui l'ex sindaco di Firenze ottenne il 40% di voti. Da quanto risulta alla Verità, Bruxelles sarebbe disposta ad accettare che il deficit di un simile esecutivo arrivi al 2,9%, dall'attuale 2. Si tratterebbe di una capacità di spesa a debito pari a circa 15 miliardi. Renzi e il resto del Pd (come più volte ha dichiarato il M5s) non lasceranno salire l'Iva, e quindi potranno usare questa concessione per non disinnescare le clausole di salvaguardia.
Il resto delle misure dovrà essere coperto da nuove tasse. Sinistra e grillini hanno in comune (oltre a quanto abbiamo già elencato) l'odio per la ricchezza altrui. Basterà applicare su mandato europeo una patrimoniale sulle rendite immobiliari e aumentare i capital gain (già al 26%). Il motto sarà: se il debito pubblico è alto, usiamo la ricchezza privata. Nulla di nuovo: basta leggere tutti i paper del Fmi e dei centri studi tedeschi, che da sempre suggeriscono la super patrimoniale per risolvere i guai dell'Italia. Ci sarebbero proteste di piazza? Che importa. A quel punto il mega inciucio avrà le spalle coperte dall'asse franco tedesco e potrà azzerare la legge leghista sul golden power (che se non viene approvata entro fine settembre scade) e aprire le danze alla vendita di asset del Paese. Non pensiate sia un'esagerazione. Parigi attende il semaforo verde per fare shopping a super sconto nel settore della Difesa, e la Cina aspetta l'ok per gestire il 5G. Le aziende di Pechino porteranno inizialmente qualche miliardo d'investimento sulla banda ultra veloce, ma ci faranno tagliare i ponti una volta per tutte con gli Stati Uniti. Si realizzerebbe così il sogno di chi sta cercando di mettere in pista il papocchio.
Nell’esecutivo horror si salva Tria. Dentro Fico, Giachetti e Minniti
Un governo anti-elettorale, che passeggia come un fantasma, per i corridoi del Senato. Alle sei di sera, finalmente, un ministro della Lega, off the record, mi dice: «Stanno provando a fregarci, ma noi siamo più furbi di loro». Il fantasma del governo ha scavato così, come una talpa il suo tunnel nella crisi. E il ministro leghista continua: «Noi lo sappiamo. Loro hanno già pronto il loro “governo del niente". A questo punto facciamo una contromossa, e se andiamo all'opposizione», chiude il ministro «per loro sarà il Vietnam. Io sono già pronto».
Dopodiché tutto ciò che era accaduto fino a quel momento è improvvisamente invecchiato. Ad esempio, la conferenza stampa di Matteo Renzi, che secondo qualcuno doveva annunciare una scissione, e che alla fine ha partorito il topolino di qualche dichiarazione. Nessuno poteva muoversi dal tavolo, perché nessuno era in grado di prevedere cosa sarebbe accaduto. Cosi soltanto questo governo che si è manifestato ieri nei corridoi del Senato, come una fantasma e come una certezza, spiega la «contromossa» teatrale di Matteo Salvini. E il punto in fondo è questo.
Dentro il Pd, una corrente vicina al Quirinale pressava sempre di più per un nuovo esecutivo, e acquistava forza con il passare delle ore: a tessere questa tela c'è Dario Franceschini, ex pupillo del Presidente della Repubblica, sostenitore storico dell'accordo con i pentastellati e ovviamente futuro ministro di peso di questo ipotetico programma. Oggi più forte di ieri. Ma qualcosa accade anche fuori dal Pd, dove l'opinione pubblica di sinistra ha iniziato a gridare contro il voto anticipato «che regala l'Italia a Salvini». Uomini preziosi nel Palazzo, come la vecchia volpe Luigi Zanda, hanno iniziato a tessere la tela dei rapporti istituzionali e a tenere aggiornato il pallottoliere. Quale? Quello dei senatori che seguirebbero Matteo Renzi in caso di addio. Quanti? «Non più di venti, forse meno», spiegava Zanda al suo segretario, come un capo di stato maggiore che aggiorna un bollettino di guerra. E così anche Nicola Zingaretti si è convinto che la via proposta dal suo mentore, Goffredo Bettini («Un governo può essere solo di respiro») poteva mettere fuori gioco sia il pericoloso nemico interno, Matteo Renzi, sia l'avversario con interessi convergenti, Matteo Salvini. A questo punto il leader leghista ha fiutato l'aria e ha provato a far saltare il tavolo.
In una trattativa che correva sotto traccia, ma di cui affioravano tracce sui giornali, sulle agenzie, e soprattutto nei corridoi già si iniziava a delineare chi era dentro e chi fuori. La trattativa del governo Pd-M5s: perché sotto la cornice dell'esecutivo «istituzionale» per «mettere in sicurezza i conti» c'è anche un meno aulico intreccio di veti, di calcoli, di caselle da riempire. E un totonomi di ministri che per tutto ieri, prima del guizzo salviniano, han continuato a rimbalzare e forse ricomincerà da oggi.
E allora, eccolo: dentro Elisabetta Trenta e dentro Giovanni Tria e Alfonso Bonafede, quelli che Salvini voleva decapitare. E dentro l'ala sinistra del movimento, Fico e Di Battista. Perché? Perché il Pd non si fidava, e voleva i big del Movimento, quindi con ogni probabilità anche Stefano Patuanelli, decisivo per manovrare bene il gruppo al Senato in questa fase. Sperava, il Pd, di poter porre un veto su Luigi Di Maio, ma non poteva porlo su Giuseppe Conte, referente diretto del Quirinale in queste ore delicate per il Movimento: perfino Renzi ieri è stato meno spietato del solito con l'«avvocato del popolo». Restavano ovviamente i tecnici vicini al Colle, oltre ai già citati c'era anche Enzo Moavero Milanesi. E con queste caratteristiche si arrivava a un patto ammanettato capace di dare l'unica garanzia su cui il Pd non può cedere: un vero governo di legislatura.
Ma anche il M5s poneva i suoi veti: non Matteo Renzi, ovviamente. No a Luca Lotti, ovviamente. Non Maria Elena Boschi, senza nemmeno il bisogno di chiedere il perché. E alla fine, se il Pd avesse davvero fatto questo passo, l'unico della componente di minoranza che avrebbe potuto superare il fuoco di sbarramento era soltanto uno: Roberto Giachetti. Via libera, invece, per i pontieri di queste ore: Bettini su tutti, ma anche Marco Minniti.
Ma se tu arrivi a discutere le pregiudiziali, di gradimenti, e le ipotesi, in realtà tu stai già discutendo di fare un governo. E questo tavolo di discussione, che è stato quantomeno rallentato ieri per la mossa di Salvini, non è ancora saltato.
La discussione sul calendario, e quella sulla sfiducia, diventano giocoforza del fatti parlamentari che disegnano dentro le camere il profilo di una nuova maggioranza. La partita si allunga, e il governo di legislatura continuo a camminare, come un fantasma, nei corridoi del palazzo. E anche il totoministri del governo Pd-M5s, che da ieri è un po' meno probabile ma non per questo morto prima del concepimento.
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Le nozze grillopiddine aprirebbero ad adozioni gay e eutanasia. Poi sì allo ius soli e salasso sulla casa per la manovra in deficit. Nell'esecutivo horror si salva Giovanni Tria. Dentro Roberto Fico, Roberto Giachetti e Marco Minniti. Per i veti incrociati, nessun big Pd e M5s. Il Colle chiederebbe garanzie per Enzo Moavero Milanesi. Lo speciale comprende due articoli. La mossa di Matteo Salvini mira a spiazzare i 5 stelle. Votiamo il taglio dei parlamentari subito, la prossima settimana, e poi tutti a casa e a votare. Il 22 è già stata fissata la seduta, che da un lato allungherà i tempi e dall'altro - agli occhi della Lega - porterebbe alla prima spaccatura nel partito dell'inciucio. Tra le fila del Pd diviso solo Matteo Renzi, invertita all'improvviso la rotta, si è detto favorevole. Il resto del partito non ne vuole sapere. Da ultima, l'ha ribadito l'ex ministro della Difesa, Roberta Pinotti. Ma ad oggi le possibilità che l'entrata a gamba tesa della Lega riesca nel suo intento non sono tantissime. E sullo sfondo resta un governo di scopo o «istituzionale», come l'ha chiamato il senatore semplice di Scandicci. Un mega inciucio che, se mai dovesse superare le diversità di vedute sul taglio dei parlamentari e sull'avvio della Tav, potrà dare il via a un programma di governo orrorifico. Qualcosa che solo a pensarci fa venire la pelle d'oca, perché unirà l'atteggiamento anti impresa tipico dei 5 stelle, con la visione socialdemocratica e filo gender del Pd a cui si aggiunge un collante europeista di matrice quirinalizia. I punti in comune diventerebbero una leva per il pronto smantellamento del decreto Sicurezza e l'avvio dell'iter di legge per lo ius soli. Tutte e due le anime del Pd l'hanno sempre appoggiato, e una volta messo da parte Luigi Di Maio, avrebbe la meglio Roberto Fico che più volte ha spiegato di essere favorevole all'estensione della cittadinanza senza se e senza ma. D'altronde pure Beppe Grillo a momenti alterni ha speso parole positive per il progetto che farebbe la gioia di politici come Laura Boldrini ed Emma Bonino. Prima ancora di tale misura choc, l'alleanza Pd-5 stelle già a settembre potrebbe calendarizzare la legge sull'eutanasia. Lo scorso 31 luglio la commissione Giustizia e affari sociali aveva stoppato l'iter, lasciando comunque scoperto il fianco a una eventuale sentenza della Corte costituzionale che entro ottobre si dovrà pronunciare a seguito delle pendenze penali di Marco Cappato. Non è difficile immaginare gli effetti del combinato disposto dell'eco del caso Dj Fabo e di una maggioranza pro eutanasia. Così come non è difficile immaginare la gioia di Monica Cirinnà, che potrà mettere nel cestino il decreto Pillon e portare avanti le adozioni gay. Senza contare le altre tematiche relative al sostegno dei figli e alla procreazione assistita. Una coalizione così fatta d'altronde potrebbe avere anche un ministro della famiglia come Vincenzo Spadafora che certo di punti di vista in comune con l'ex titolare Lorenzo Fontana ne ha ben pochi. Unica differenza, un tale dicastero Pd-5 stelle potrebbe invece portare a casa la benedizione di padre Antonio Spadaro, direttore di La Civiltà Cattolica e indirettamente di parte della Cei, a indicare che il maxi inciucio su tutti i temi etici, gender e dell'immigrazione sarebbe con ogni probabilità spalleggiato dal Vaticano. A quel punto se la mossa di Salvini - lo ribadiamo - non dovesse portare al voto immediato, la futura coalizione sarebbe ovviamente chiamata a gestire la legge Finanziaria. I 5 stelle non potrebbero mai rinunciare al reddito di cittadinanza, anzi per sottolineare il valore del cambio di passo cercherebbero di allargarne la portata. I renziani, per non essere da meno, estenderebbero a loro volta gli 80 euro con cui l'ex sindaco di Firenze ottenne il 40% di voti. Da quanto risulta alla Verità, Bruxelles sarebbe disposta ad accettare che il deficit di un simile esecutivo arrivi al 2,9%, dall'attuale 2. Si tratterebbe di una capacità di spesa a debito pari a circa 15 miliardi. Renzi e il resto del Pd (come più volte ha dichiarato il M5s) non lasceranno salire l'Iva, e quindi potranno usare questa concessione per non disinnescare le clausole di salvaguardia. Il resto delle misure dovrà essere coperto da nuove tasse. Sinistra e grillini hanno in comune (oltre a quanto abbiamo già elencato) l'odio per la ricchezza altrui. Basterà applicare su mandato europeo una patrimoniale sulle rendite immobiliari e aumentare i capital gain (già al 26%). Il motto sarà: se il debito pubblico è alto, usiamo la ricchezza privata. Nulla di nuovo: basta leggere tutti i paper del Fmi e dei centri studi tedeschi, che da sempre suggeriscono la super patrimoniale per risolvere i guai dell'Italia. Ci sarebbero proteste di piazza? Che importa. A quel punto il mega inciucio avrà le spalle coperte dall'asse franco tedesco e potrà azzerare la legge leghista sul golden power (che se non viene approvata entro fine settembre scade) e aprire le danze alla vendita di asset del Paese. Non pensiate sia un'esagerazione. Parigi attende il semaforo verde per fare shopping a super sconto nel settore della Difesa, e la Cina aspetta l'ok per gestire il 5G. Le aziende di Pechino porteranno inizialmente qualche miliardo d'investimento sulla banda ultra veloce, ma ci faranno tagliare i ponti una volta per tutte con gli Stati Uniti. Si realizzerebbe così il sogno di chi sta cercando di mettere in pista il papocchio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-papocchio-regala-patrimoniale-gender-e-addio-sicurezza-2639805773.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nellesecutivo-horror-si-salva-tria-dentro-fico-giachetti-e-minniti" data-post-id="2639805773" data-published-at="1781426031" data-use-pagination="False"> Nell’esecutivo horror si salva Tria. Dentro Fico, Giachetti e Minniti Un governo anti-elettorale, che passeggia come un fantasma, per i corridoi del Senato. Alle sei di sera, finalmente, un ministro della Lega, off the record, mi dice: «Stanno provando a fregarci, ma noi siamo più furbi di loro». Il fantasma del governo ha scavato così, come una talpa il suo tunnel nella crisi. E il ministro leghista continua: «Noi lo sappiamo. Loro hanno già pronto il loro “governo del niente". A questo punto facciamo una contromossa, e se andiamo all'opposizione», chiude il ministro «per loro sarà il Vietnam. Io sono già pronto». Dopodiché tutto ciò che era accaduto fino a quel momento è improvvisamente invecchiato. Ad esempio, la conferenza stampa di Matteo Renzi, che secondo qualcuno doveva annunciare una scissione, e che alla fine ha partorito il topolino di qualche dichiarazione. Nessuno poteva muoversi dal tavolo, perché nessuno era in grado di prevedere cosa sarebbe accaduto. Cosi soltanto questo governo che si è manifestato ieri nei corridoi del Senato, come una fantasma e come una certezza, spiega la «contromossa» teatrale di Matteo Salvini. E il punto in fondo è questo. Dentro il Pd, una corrente vicina al Quirinale pressava sempre di più per un nuovo esecutivo, e acquistava forza con il passare delle ore: a tessere questa tela c'è Dario Franceschini, ex pupillo del Presidente della Repubblica, sostenitore storico dell'accordo con i pentastellati e ovviamente futuro ministro di peso di questo ipotetico programma. Oggi più forte di ieri. Ma qualcosa accade anche fuori dal Pd, dove l'opinione pubblica di sinistra ha iniziato a gridare contro il voto anticipato «che regala l'Italia a Salvini». Uomini preziosi nel Palazzo, come la vecchia volpe Luigi Zanda, hanno iniziato a tessere la tela dei rapporti istituzionali e a tenere aggiornato il pallottoliere. Quale? Quello dei senatori che seguirebbero Matteo Renzi in caso di addio. Quanti? «Non più di venti, forse meno», spiegava Zanda al suo segretario, come un capo di stato maggiore che aggiorna un bollettino di guerra. E così anche Nicola Zingaretti si è convinto che la via proposta dal suo mentore, Goffredo Bettini («Un governo può essere solo di respiro») poteva mettere fuori gioco sia il pericoloso nemico interno, Matteo Renzi, sia l'avversario con interessi convergenti, Matteo Salvini. A questo punto il leader leghista ha fiutato l'aria e ha provato a far saltare il tavolo. In una trattativa che correva sotto traccia, ma di cui affioravano tracce sui giornali, sulle agenzie, e soprattutto nei corridoi già si iniziava a delineare chi era dentro e chi fuori. La trattativa del governo Pd-M5s: perché sotto la cornice dell'esecutivo «istituzionale» per «mettere in sicurezza i conti» c'è anche un meno aulico intreccio di veti, di calcoli, di caselle da riempire. E un totonomi di ministri che per tutto ieri, prima del guizzo salviniano, han continuato a rimbalzare e forse ricomincerà da oggi. E allora, eccolo: dentro Elisabetta Trenta e dentro Giovanni Tria e Alfonso Bonafede, quelli che Salvini voleva decapitare. E dentro l'ala sinistra del movimento, Fico e Di Battista. Perché? Perché il Pd non si fidava, e voleva i big del Movimento, quindi con ogni probabilità anche Stefano Patuanelli, decisivo per manovrare bene il gruppo al Senato in questa fase. Sperava, il Pd, di poter porre un veto su Luigi Di Maio, ma non poteva porlo su Giuseppe Conte, referente diretto del Quirinale in queste ore delicate per il Movimento: perfino Renzi ieri è stato meno spietato del solito con l'«avvocato del popolo». Restavano ovviamente i tecnici vicini al Colle, oltre ai già citati c'era anche Enzo Moavero Milanesi. E con queste caratteristiche si arrivava a un patto ammanettato capace di dare l'unica garanzia su cui il Pd non può cedere: un vero governo di legislatura. Ma anche il M5s poneva i suoi veti: non Matteo Renzi, ovviamente. No a Luca Lotti, ovviamente. Non Maria Elena Boschi, senza nemmeno il bisogno di chiedere il perché. E alla fine, se il Pd avesse davvero fatto questo passo, l'unico della componente di minoranza che avrebbe potuto superare il fuoco di sbarramento era soltanto uno: Roberto Giachetti. Via libera, invece, per i pontieri di queste ore: Bettini su tutti, ma anche Marco Minniti. Ma se tu arrivi a discutere le pregiudiziali, di gradimenti, e le ipotesi, in realtà tu stai già discutendo di fare un governo. E questo tavolo di discussione, che è stato quantomeno rallentato ieri per la mossa di Salvini, non è ancora saltato. La discussione sul calendario, e quella sulla sfiducia, diventano giocoforza del fatti parlamentari che disegnano dentro le camere il profilo di una nuova maggioranza. La partita si allunga, e il governo di legislatura continuo a camminare, come un fantasma, nei corridoi del palazzo. E anche il totoministri del governo Pd-M5s, che da ieri è un po' meno probabile ma non per questo morto prima del concepimento.
(iStock)
Non aveva alcuna intenzione di rapire la piccola, ma voleva soltanto allontanarla dal bordo del marciapiede. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Perugia ha rimesso in libertà il ventinovenne del Gambia, che nella serata di mercoledì aveva strappato dalle braccia della madre una bambina di appena cinque anni che si trovava alla stazione ferroviaria di Fontivegge, quartiere di Perugia. Nell’immediatezza dei fatti, il giovane, con diversi precedenti penali, è stato arrestato per tentato sequestro di persona aggravato. Ma, ieri mattina, al termine dell’udienza di convalida il gip ha rimesso in libertà l’uomo per mancanza di elementi «inequivocabili».
Da quanto era stato raccontato dalla donna, di origini aretine, lei si trovava con la bimba nel piazzale della stazione in attesa di prendere il pullman quando, all’improvviso, si è avvicinato il giovane gambiano che ha afferrato la piccola strappandola alla mamma. A quel punto la mamma ha iniziato a urlare e la bimba a piangere, mentre l’uomo si allontanava con lei. La mamma ha iniziato a inseguirlo, chiamando le forze dell’ordine che poi lo hanno bloccato. Quando gli agenti della Volante sono arrivati hanno trovato la bimba spaventata e in stato di choc. I poliziotti lo hanno bloccato e portato in Questura dove è stato identificato e portato in carcere. Nell’immediatezza dei fatti nei suoi confronti pendeva l’accusa di tentato rapimento di persona aggravato dall’età della vittima, trattandosi di una minore.
Gli inquirenti erano arrivati a questa ricostruzione della vicenda attraverso la visione delle immagini di videosorveglianza, ma anche analizzando il racconto della mamma della piccola e controllando il cellulare dell’uomo. Infatti, era stata proprio la madre della bimba a raccontare agli investigatori che l’uomo avrebbe continuato a infastidire la piccola scattandole diverse fotografie con il cellulare. Da quanto si è appreso, gli inquirenti hanno analizzato le foto presenti sul cellulare dell’arrestato. Ma, ieri mattina, è arrivata la decisione del gip che ha sorpreso un po’ tutti: il ventinovenne viene liberato perché, difatti, non avrebbe messo in atto alcun rapimento, ma avrebbe solo voluto spostarla dal marciapiede.
Il giudice per le indagini preliminari non ha convalidato l’arresto perché ha ritenuto che non si sia trattato di un tentato rapimento né di violenza privata. La Procura aveva chiesto che il reato venisse derubricato da tentato sequestro di persona a violenza privata. Il gip, invece, ha condiviso la ricostruzione della vicenda resa nota dal difensore dell’uomo, l’avvocato Luca Aiello, che ha riportato il racconto del gambiano: il giovane non avrebbe mai avuto alcuna intenzione di rapire la piccola, anzi si era accorto che la bimba stava giocando ai bordi del marciapiede e l’avrebbe presa per evitare che potesse farsi male. Per l’avvocato questa ricostruzione dell’accaduto troverebbe riscontro sia nelle immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza che nelle testimonianze delle persone che si trovavano in zona. Il legale ha insistito sul fatto che non si sia trattato di un rapimento perché dai frame delle telecamere si vede - è il racconto del difensore - il giovane gambiano non ha strappato dalle mani della mamma la bimba e anzi l’avrebbe subito riconsegnata al genitore.
L’arrestato ha risposto a tutte le domande del gip negando ogni accusa e ribadendo di averla presa solo per evitare che si potesse fare male. E ha riferito che cosa è successo: la mamma si sarebbe avvicinata allarmata e la bimba piangeva, la donna gli urlava contro e lui avrebbe preso il cellulare non per fotografare la piccola, bensì per riprendere la madre che lo «aggrediva» per avere in futuro, qualora fosse stato necessario, «una prova» proprio per dimostrare quello che era successo.
Da quanto si è appreso, la decisione del giudice per le indagini preliminari è stata presa proprio dopo un’attenta analisi di ogni frame di quei video. Il giovane (noto alle forze dell’ordine per diversi precedenti penali) è tornato subito in libertà, non essendo stato emesso nei suoi confronti alcun provvedimento. Non è escluso che la Questura possa valutare la sua posizione e a breve emettere un provvedimento di espulsione dall’Italia. Il ventinovenne, infatti, è stato più volte beccato dalle forze dell’ordine in giro ubriaco e «intento» a molestare le persone. Per tale motivo, era stato arrestato e condannato. In particolare, lo scorso mese di maggio il giovane gambiano è finito in manette per aver aggredito una passeggera alla stazione. Anzi, in quell’occasione, nelle concitate fasi dell’arresto, ferì un poliziotto causandogli una frattura al dito. Per questo episodio era stato condannato a un anno e quattro mesi, ma rimesso in libertà con obbligo di firma alla polizia giudiziaria. Ma il suo «curriculum» è più lungo: la scorsa settimana era stato denunciato perché minacciava con un bastone alcune persone sedute sui gradini del Duomo di Perugia e, sempre con il bastone, avrebbe colpito più volte il portone della Cattedrale. Infine, nei suoi confronti è stato emesso un Daspo urbano perché l’uomo è stato più volte trovato con oggetti «atti a offendere». Da ieri è tornato in libertà pure per il tentato sequestro della piccola. La decisione del gip ha indignato l’opinione pubblica. Da quanto si è appreso, anche la mamma della piccola è rimasta sorpresa dalla scarcerazione e si è detta molto preoccupata perché teme di poterlo nuovamente vedere in giro e mettere in pericolo la sua bambina.
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La panzanella è una ricetta di recupero identitaria della Toscana, dove il pane raffermo è una sorta di rimedio per ogni occasione, che va fatta secondo regole precise. Noi ci siamo presi però la libertà di reinterpretarla per renderla ancora più semplice. Ma il risultato non cambia: è perfetta come spuntino per una cena estiva, va benissimo se ve la volete portare in spiaggia.
Ingredienti – 4 fette ampie di pane raffermo (meglio se è quello sciapo toscano, oppure un pugliese di Altamura), due pomodori costoluti o occhio di bue maturi, ma sodi (circa 250 gr), due cipollotti generosi meglio se rossi, due coste di sedano, due cucchiai abbondanti di olive taggiasche in conserva, alcune foglie di basilico, 8 cucchiai di olio extravergine di oliva, 2 cucchiai di aceto di vino bianco, sale e pepe qb.
Procedimento – Fate a cubetti le fette di pane e tostatele in padella in quattro cucchiai di olio extravergine di oliva. Fateli diventare belli croccanti. Nel frattempo fate a cubetti i pomodori, a fettine sottili le cipolle e il sedano. In una capace zuppiera mettete tutte le verdure, conditele con sale, pepe, olio extravergine, aceto (se piace) sale e pepe. Aggiungete le olive sgocciolate e mescolate bene. Quando il pane è bello croccante aggiungetelo alle verdure, rigirate e completate con le foglie di basilico sminuzzate.
Come far divertire i bambini – Date loro il compito di mescolare più e più volte la panzanella sbagliata.
Abbinamento – Per stare sulla costa toscana un ottimo Vermentino, oppure un Trebbiano o un Ansonica dell’Argentario. Altrimenti scegliete un qualsiasi bianco sapido e minerale italiano.
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Silvia Salis al Liguria Pride di Genova
E così mentre la città è assediata da bande di criminali, per lo più stranieri e quasi sempre giovanissimi, lei non trova niente di meglio che attaccare il politico del momento, Roberto Vannacci: «C’è chi parla di gusti, chi parla di persone non normali», chi lo fa «vuole smuovere sentimenti negativi, retrogradi, ma per fortuna sono una piccola minoranza», a cui non bisogna «dare attenzione». Ma intanto lei gliela dà. L’ex campionessa del lancio del martello ha sfilato con le associazioni Lgbtqia+ in questa edizione del gay pride intitolata «Ripensiamoci tempesta». A guidare il lungo corteo è stato il camion arcobaleno del coordinamento Liguria Rainbow.
Il prima fila anche l’avvocata Ilaria Gibelli, consulente del Comune di Genova per la tutela dei diritti delle persone Lgbtqia+, finita nella bufera ad aprile dopo aver dichiarato che «i partiti più cattolici sono quelli più omofobi, transfobici, razzisti, islamofobi e maschilisti». La quale, ieri, ha dichiarato: «Credo molto nel significato di questo ufficio e penso che sia fondamentale che le persone della comunità entrino nelle istituzioni e collaborino con esse». E, a proposito delle ultime dichiarazioni di Vannacci, ha commentato: «Credo che sia facile parlare alla pancia delle persone facendole sentire una maggioranza, ma la differenza tra chi fa politica contro le persone e chi la fa a favore è evidente. E qui, a Genova, con Silvia Salis, siamo con tutte le persone». Presenti anche l’ex ministro Roberta Pinotti, il vicesindaco, un paio di deputati, diversi consiglieri della maggioranza progressista e almeno tre assessore, tra cui Rita Bruzzone (quella dell’educazione sessuo-affettiva all’asilo) e Arianna Viscoglioni, colei che dovrebbe occuparsi della sicurezza. Hanno sfilato anche rappresentanti di Cgil e Uil, del consolato dell’Ecuador e dell’Ordine degli psicologi. Il corteo ha attraversato il centro e si è sciolto ai giardini Luzzati, nella città vecchia, dove si è svolta una grande festa.
Purtroppo, a Genova, a questo clima di allegria fa da contraltare il bollettino della cronaca nera e dei disagi che i cittadini sono costretti a sopportare. Dopo l’omicidio del clochard, a cui il senegalese Cissé Camara avrebbe tranciato la giugulare, venerdì notte, anche Corso Italia, il lungomare della movida, ha pagato il suo tributo di sangue. Un ventottenne originario di Castelvetrano (Trapani) avrebbe fatto delle avance a una ragazza, da quest’ultima non gradite. Per questo sarebbero intervenuti gli amici della giovane che avrebbero cercato di malmenare l’autore dell’approccio. Il trentenne siciliano si sarebbe dato alla fuga e con la sua auto avrebbe travolto uno degli inseguitori. Quest’ultimo, gravemente ferito, è stato ricoverato in rianimazione. L’investitore, positivo all’alcoltest, è stato arrestato con l’accusa di lesioni gravissime. Ma non è finita. Nelle stesse ore un nordafricano, al termine di una colluttazione, è stato trasportato al Pronto soccorso. Qui l’uomo, ripresosi, ha estratto un coltello e ha minacciato militi e infermieri. Poco dopo altro giro (di ricoverati maghrebini), altra rissa e per sedare gli animi è servito l’intervento della polizia. In un’altra zona, sulle alture di San Fruttuoso, una studentessa è stata aggredita sessualmente da tre giovani stranieri, mentre portava a spasso il cane in pieno giorno. È riuscita a divincolarsi e a chiamare il 112. Un’altra ragazza, scesa al capolinea dell’autobus, ha evitato la violenza da parte di un altro giovane africano solo grazie alla prontezza dell’autista che stava riportando il mezzo in rimessa: ha aperto le porte e ha fatto salire la giovane. Nel Levante cittadino, invece, un sedicenne nordafricano, spalleggiato da un gruppo di coetanei, ha strappato una collana d’oro e un orecchino a un’ottantaduenne nei Parchi di Nervi. Quando il presunto rapinatore è stato identificato e fermato da un carabiniere, è scoppiato il parapiglia. Un gruppo di maranza ha soccorso il ladro. A questo punto è intervenuta una volante della Guardia di finanza che ha fatto salire a bordo il militare dell’Arma e il minorenne fermato. Fine della storia? Nient’affatto. Gli altri giovani nordafricani hanno provato a forzare le portiere dell’auto delle Fiamme gialle, venendo denunciati per resistenza e danneggiamento. Storie da banlieu francese che sempre più spesso si ripetono nel capoluogo ligure. Ma se la sicurezza a Genova è una nota dolente, il Comune dà ai suoi abitanti pure altri dispiaceri. Per esempio, battendo cassa, in versione sceriffo di Sherwood. La Lega, ieri, ha attaccato la giunta per l’annunciato (da indiscrezioni giornalistiche) aumento della tassa di soggiorno per B&B e appartamenti a uso turistico fino alla soglia massima di 5 euro per persona. «Davvero il Comune intende trattare l’ospitalità diffusa alla stregua degli hotel a 5 stelle?» hanno chiesto i consiglieri del Carroccio Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua. «Siamo convinti che i piccoli proprietari genovesi non possano essere considerati un bancomat da spremere per rimpinguare le casse comunali».
C’è, infine, l’emergenza trasporto pubblico. Se la municipalizzata Amt, sull’orlo del default, non pagherà entro domani i crediti accumulati dai fornitori privati dell’azienda, questi, per protesta, da lunedì, sospenderanno i servizi di autobus che collegano le zone collinari della Valbisagno e della Valpolcevera al resto della città. Andare a piedi al pride sarà pure divertente, ma farlo per raggiungere scuole e posti di lavoro è sicuramente meno eccitante.
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Il curatore di Fr*cinema Pietro Turano. Nel riquadro, la locandina dell'edizione 2026 (Getty Images)
Ai quali si sono aggiunti nel 2026 altri 300.000 euro da parte della Regione Lazio, anche questi erogati direttamente: il Consiglio regionale del Lazio ha approvato all’unanimità un emendamento che stanzia il contributo straordinario per l’anno 2026 a favore della Fondazione che ha promosso il Fr*cinema.
Si vola alto, nelle trame vincitrici del concorso, ideato per soggetti di «cortometraggi queer» e rivolto a film maker under-35: Vajassa, di Michela Mazzaferro, Giovanna De Luca, Leonardo Gaspa e Federico Politi per la regia di Andrea La Medica, è una storia ambientata a Napoli che racconta di una giovane artista trans che sogna di fare l’attrice e si scontra con un regista che la valuta soltanto come caricatura. Tra le ragioni del riconoscimento, «un linguaggio intelligente, ironico e furbo, una tragi-commedia che riporta in vita gli echi della cultura teatrale partenopea di Ruccello, Moscato o (nientemeno, ndr) De Filippo». Fr*cinema ha generosamente assegnato 15.000 euro di contributo produttivo a Vajassa e altri 10.000 euro al vincitore della sezione Documentario, il corto La stanza delle bambine di Federica Corti, Valentina Morricone, Pierpaolo Moscatello. Anche in questa produzione, sono i temi Lgbtiq+ dominare la scena, nella fattispecie i «diritti delle madri intenzionali in coppie omogenitoriali». Nei post dedicati al film Tomboy si parla invece della «espressione di genere nella dimensione del gioco e della ricerca» e del «racconto di un’infanzia queer che rivendica il diritto di sperimentare, lontano dall’obbligo degli adulti di doversi definire».
I fondi all’epoca (2023) concessi in affidamento diretto da Gualtieri furono contestati come «concorrenza sleale» da Fratelli d’Italia. Quest’anno però alla Fondazione Piccolo America, ideatrice del festival queer Fr*cinema, è andata meglio: lo stanziamento è stato inserito all’interno di una legge omnibus sui debiti fuori bilancio tramite un accordo politico trasversale e condiviso da tutte le forze d’Aula, dopo anni di tensione sulla Fondazione scoppiati nel 2023, anno dell’insediamento di Francesco Rocca (indipendente di area centrodestra) come governatore. Subito dopo la sua elezione, la nuova giunta aveva deciso di azzerare i contributi finanziari storici che la precedente amministrazione (guidata da Nicola Zingaretti, Pd) erogava regolarmente alla rassegna. I motivi ufficiali del taglio avanzati allora dalla Pisana facevano leva su un duro piano di rientro dal debito regionale e sulla volontà politica di cambiare i criteri di assegnazione dei fondi alla cultura, cancellando i canali preferenziali e gli affidamenti diretti alle singole associazioni, di cui usufruisce da sempre Piccolo America. Fratelli d’Italia, ad esempio, definì le spese di 130.000 euro alla voce «Gestione ospiti ed incontri con viaggi e alloggi» come fuori mercato.
Senza il polmone economico della Regione, la Fondazione si è trovata in grave affanno. Per mantenere del tutto gratuite le tre piazze romane che accolgono la manifestazione «Cinema in Piazza 2026», il fondatore della kermesse cinematografica, Valerio Carocci, si è inventato coperture alternative, come quella dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Carocci aveva accusato il centrodestra di voler soffocare «una delle rassegne culturali più amate e frequentate di Roma» per motivi puramente politici. Che davvero lo sia è tutto da vedere: fatto sta che soltanto nel 2026 le due parti hanno iniziato a imbastire una serie di trattative diplomatiche dietro le quinte. I due fattori chiave del riavvicinamento sono stati il superamento del «pregiudizio ideologico» e l’urgenza di riqualificare il tessuto sociale delle periferie romane, argomenti che a quanto pare hanno convinto la giunta Rocca del «valore istituzionale» del progetto. L’accordo siglato con la fondazione pro-queer prevede che, invece di richiedere finanziamenti last-minute per tamponare le emergenze dell’anno in corso, si dialoghi (addirittura) su una programmazione a lungo termine. Il voto all’unanimità dell’emendamento ha sancito formalmente la fine delle ostilità, trasformando quello che era un simbolo dell’opposizione giovanile di sinistra in un evento politically correct felicemente finanziato in modo bipartisan da tutte le istituzioni locali, sia comunali che regionali. E i cittadini ringraziano.
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