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2020-10-25
Il Papa che benedice le famiglie gay nuovo testimonial della legge Zan
L'improvvida uscita di Bergoglio sulla necessità di un riconoscimento legale delle «unioni civili» in Italia ha rappresentato un formidabile assist per i promotori della proposta di legge Zan in tema di omolesbotransfobia. Proprio pochi giorni prima della discussione alla Camera dei deputati della tanto controversa «legge bavaglio». Un timing perfetto. Ora, è vero, come ha autorevolmente riconosciuto il cardinale Burke, che «il contesto e l'occasione in cui queste dichiarazioni sono state rilasciate le rendono prive di ogni peso magisteriale», che si tratta di «mere opinioni personali di chi le ha rilasciate», e che «non vincolano, in alcun modo, la coscienza dei fedeli, i quali sono invece obbligati ad aderire con obbedienza religiosa a ciò che, sulla materia, viene insegnato dalle sacre Scritture e dalla sacra Tradizione e dal Magistero ordinario della Chiesa». È, però, altrettanto vero che a parlare non è uno qualunque e dal punto di vista politico il messaggio non può non avere effetti. In questo caso devastanti. L'occasione era troppo ghiotta per non essere colta al volo innanzitutto da quella che è stata la madrina della legge sulle unioni civili omosex: Monica Cirinnà. Costei, infatti, non ha perso tempo a dichiarare: «Dal Papa parole rivoluzionarie su unioni tra persone omosessuali. Importanti per credenti Lgbt, di ispirazione per i laici. Fratellanza, solidarietà ed eguaglianza attraversano i confini di culture e religioni». È seguita a ruota la catto-progressista Maria Elena Boschi, che rivendica fieramente un passato da chierichetta, con questa affermazione: «Quattro anni fa abbiamo portato a casa la legge sulle unioni civili. Ricordo le polemiche di una parte del mondo cattolico contro di noi, tra cui striscioni polemici del Family day: “Renzi ci ricorderemo". Quattro anni dopo portiamo a casa il Family Act mentre Papa Francesco difende le leggi sulle unioni civili. Chissà che cosa si ricordano adesso quelli che allora contestavano. In ogni caso fare politica significa sempre difendere la laicità delle istituzioni. Come diceva il Vangelo di domenica scorsa? Date a Cesare quello che è di Cesare. Un abbraccio alle tante coppie che possono amarsi senza più nascondersi grazie alla nostra legge». Sempre in campo femminile si è levata persino la voce della kompagna vendoliana Laura Boldrini, ex presidente della Camera, riscopertasi improvvisamene papista: «Belle le parole di papa Francesco sulle unioni civili omosessuali. È il riconoscimento del diritto di ogni persona ad amare senza paura e senza essere bersaglio d'odio. Per questo è importante approvare subito la legge contro l'omotransfobia e la misoginia». E non poteva certo mancare la voce di colui che ha dato addirittura il nome alla proposta di legge citata dalla Boldrini, ovvero l'onorevole Alessandro Zan: «Le parole di Bergoglio sulle unioni civili riconoscono il diritto delle persone Lgbt alla vita familiare e aiutano il contrasto all'odio e alle discriminazioni. È compito del legislatore combattere questi fenomeni violenti: ora acceleriamo su legge contro omotransfobia».
È risorto persino il «padre» del pensiero debole, il filosofo Gianni Vattimo. In un'intervista rilasciata al Messaggero, Vattimo ha commentato l'apertura di Bergoglio sulle unioni civili omosex addirittura come l'epifania di un nuovo «cristianesimo aperto e inclusivo».
Il filosofo torinese ha dichiarato pubblicamente la sua felicità perché le parole di Francesco hanno «finalmente scardinato delle eredità spurie, sedimentate e persistenti da chissà quali epoche, ma di cui non si capivano le vere motivazioni», ed hanno «definitivamente smontato una barriera atavica che non ha nulla a che fare col Cristianesimo». Per Vattimo le esternazioni bergogliane compiono un passo in avanti rispetto al percorso fin qui raggiunto: «Papa Francesco aveva già detto che due persone che si amano vanno rispettate e quindi c'era già un'apertura, ma adesso si fa carico programmaticamente di tutto questo con una dichiarazione che corrisponde appieno alla sua immagine della Chiesa». Un programma che, giustamente, sconvolge i veri credenti cattolici.
Poi Vattimo si ricorda di essere il filosofo del pensiero debole e, da vero esperto della materia, interpreta l'ultima uscita di Bergoglio in questi termini: «Vuol dire che il Cristianesimo si deve emancipare da tutti gli elementi metafisici che hanno rovinato la nostra situazione di essere finiti facendoci illudere che esista una qualche ordine oggettivo anche dei valori etici, qualcosa che invece non era altro che l'ordine che la società ha creduto di imporre per tanti anni». Beh, se io fossi un Papa e con le mie dichiarazioni avessi scatenato una reazione simile, qualche domanda me la porrei. Scopro, invece, che Bergoglio e Vattimo coltivano un rapporto che risale a qualche hanno fa, quando Francesco, come da sua abitudine, ha telefonato personalmente al filosofo. Era il 2018 e in occasione di quella telefonata lo stesso Papa argentino dichiarò al suo interlocutore di essere ancora più convinto che la teologia cattolica necessitasse di un rinnovamento. C'è da crederci visto il vezzo narcisistico di telefonare a chiunque, che ormai caratterizza il modus operandi di questo particolarissimo pontefice. C'è solo un numero che il dito papale proprio non riesce a comporre. È quello del capo dell'opposizione Matteo Salvini. Per lui non v'è nessuna misericordia.
Gianfranco Amato, Presidente Giuristi per la Vita
Ma 4 anni fa era contro le nozze omo
In numerose occasioni papa Francesco, al seguito dei suoi immediati predecessori, ha criticato la teoria del gender, l'amore fluido e libero dei giovani d'oggi, e ha difeso con chiarezza la famiglia tradizionale (ed eterosessuale), composta da un solo uomo e da una sola donna.
Un episodio tra i più emblematici risale a 4 anni fa, ma ora il cattolicesimo mainstream cerca di silenziarlo.
Nel 2016 Francesco fece un viaggio apostolico a Cuba. E all'Avana, il 12 febbraio, siglò una storica e impegnativa dichiarazione congiunta, assieme a Kirill, patriarca ortodosso di Mosca.
La stampa del mondo intero, a partire dall'Osservatore Romano, esaltò l'incontro come un ennesimo superamento di storici steccati, frutto dell'ecumenismo e del dialogo voluto dal Concilio, riattivati dal pontefice argentino.
Il testo della lunga dichiarazione si compone di 30 articoli ben assortiti ed esprime la comune visione di fede della Chiesa cattolica e della Chiesa ortodossa russa. Al punto n. 1 si afferma che l'incontro tra i due leader religiosi è «il primo della storia» dalla divisione tra Chiesa romana e ortodossia, consumato nel 1054. Il che dà un tono solenne al testo prodotto da quell'incontro.
Al n. 7 si prende atto della secolarizzazione del mondo, specie occidentale, ribadendo che «la nostra responsabilità pastorale non ci autorizza a restare inerti di fronte alle sfide che richiedono una risposta comune».
Insomma si può dire, senza alcuna esagerazione, che i due capi cristiani più in vista, sottoscrissero allora un vero e proprio Manifesto di fede e di morale che aveva lo scopo di correggere gli errori egemoni e testimoniare i principi del Vangelo.
Dopo aver esultato perché «la catene dell'ateismo militante sono spezzate», con chiaro riferimento al tramonto del comunismo, si condannano con pari forza l'aborto, l'eutanasia, il consumismo e tutti i frutti di «un secolarismo tante volte assai aggressivo» (n. 15).
E la famiglia?
«La famiglia», si dice al n. 19, «è il centro naturale della vita umana e della società». Sappiamo quanto il riferimento alla «natura» divida i credenti dalla cultura lgbt secondo cui non esiste natura, ma solo evoluzioni culturali sempre in divenire. «Siamo preoccupati dalla crisi della famiglia in molti paesi. Ortodossi e cattolici condividono la stessa concezione della famiglia e sono chiamati a testimoniare che essa è un cammino di santità, che testimonia la fedeltà degli sposi nelle loro relazioni reciproche, la loro apertura alla procreazione e all'educazione dei figli, la solidarietà tra le generazioni e il rispetto per i più deboli».
E già è detto molto, rispetto alla decadenza del sentimento familiare presso molti giovani che vedono la vita da single come l'orizzonte da preferire in nome della libertà e del rifiuto di scelte definitive. Ma c'è di più. Secondo Francesco e Kirill, «La famiglia si fonda sul matrimonio, atto libero e fedele di amore di un uomo e di una donna» (n. 20). «Ci rammarichiamo», concludono, «che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione, mentre il concetto di paternità e di maternità come vocazione particolare dell'uomo e della donna nel matrimonio, santificato dalla tradizione biblica, viene estromesso dalla coscienza pubblica». È possibile rammaricarsi che «altre forme di convivenza siano poste allo stesso livello» del matrimonio e auspicare che gli omosessuali fruiscano di «una legge di convivenza civile» che funga da «copertura legale» al loro amore? È quanto mi chiedo dal Festival del cinema di Roma e non riesco a darmi una risposta. Oppure gli impegni vaticani durano solo 4 anni?
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L'intervista di Jorge Bergoglio rappresenta un assist formidabile ai sostenitori della norma sulla omotransfobia. Monica Cirinnà e Laura Boldrini vogliono accelerare. Il filosofo Gianni Vattimo: è la prova che il cristianesimo sta mutando.In un documento del 2016, stilato a Cuba insieme con il patriarca ortodosso di Mosca, Francesco difese il matrimonio naturale e condannò le «altre forme di convivenza».Lo speciale contiene due articoli.L'improvvida uscita di Bergoglio sulla necessità di un riconoscimento legale delle «unioni civili» in Italia ha rappresentato un formidabile assist per i promotori della proposta di legge Zan in tema di omolesbotransfobia. Proprio pochi giorni prima della discussione alla Camera dei deputati della tanto controversa «legge bavaglio». Un timing perfetto. Ora, è vero, come ha autorevolmente riconosciuto il cardinale Burke, che «il contesto e l'occasione in cui queste dichiarazioni sono state rilasciate le rendono prive di ogni peso magisteriale», che si tratta di «mere opinioni personali di chi le ha rilasciate», e che «non vincolano, in alcun modo, la coscienza dei fedeli, i quali sono invece obbligati ad aderire con obbedienza religiosa a ciò che, sulla materia, viene insegnato dalle sacre Scritture e dalla sacra Tradizione e dal Magistero ordinario della Chiesa». È, però, altrettanto vero che a parlare non è uno qualunque e dal punto di vista politico il messaggio non può non avere effetti. In questo caso devastanti. L'occasione era troppo ghiotta per non essere colta al volo innanzitutto da quella che è stata la madrina della legge sulle unioni civili omosex: Monica Cirinnà. Costei, infatti, non ha perso tempo a dichiarare: «Dal Papa parole rivoluzionarie su unioni tra persone omosessuali. Importanti per credenti Lgbt, di ispirazione per i laici. Fratellanza, solidarietà ed eguaglianza attraversano i confini di culture e religioni». È seguita a ruota la catto-progressista Maria Elena Boschi, che rivendica fieramente un passato da chierichetta, con questa affermazione: «Quattro anni fa abbiamo portato a casa la legge sulle unioni civili. Ricordo le polemiche di una parte del mondo cattolico contro di noi, tra cui striscioni polemici del Family day: “Renzi ci ricorderemo". Quattro anni dopo portiamo a casa il Family Act mentre Papa Francesco difende le leggi sulle unioni civili. Chissà che cosa si ricordano adesso quelli che allora contestavano. In ogni caso fare politica significa sempre difendere la laicità delle istituzioni. Come diceva il Vangelo di domenica scorsa? Date a Cesare quello che è di Cesare. Un abbraccio alle tante coppie che possono amarsi senza più nascondersi grazie alla nostra legge». Sempre in campo femminile si è levata persino la voce della kompagna vendoliana Laura Boldrini, ex presidente della Camera, riscopertasi improvvisamene papista: «Belle le parole di papa Francesco sulle unioni civili omosessuali. È il riconoscimento del diritto di ogni persona ad amare senza paura e senza essere bersaglio d'odio. Per questo è importante approvare subito la legge contro l'omotransfobia e la misoginia». E non poteva certo mancare la voce di colui che ha dato addirittura il nome alla proposta di legge citata dalla Boldrini, ovvero l'onorevole Alessandro Zan: «Le parole di Bergoglio sulle unioni civili riconoscono il diritto delle persone Lgbt alla vita familiare e aiutano il contrasto all'odio e alle discriminazioni. È compito del legislatore combattere questi fenomeni violenti: ora acceleriamo su legge contro omotransfobia».È risorto persino il «padre» del pensiero debole, il filosofo Gianni Vattimo. In un'intervista rilasciata al Messaggero, Vattimo ha commentato l'apertura di Bergoglio sulle unioni civili omosex addirittura come l'epifania di un nuovo «cristianesimo aperto e inclusivo».Il filosofo torinese ha dichiarato pubblicamente la sua felicità perché le parole di Francesco hanno «finalmente scardinato delle eredità spurie, sedimentate e persistenti da chissà quali epoche, ma di cui non si capivano le vere motivazioni», ed hanno «definitivamente smontato una barriera atavica che non ha nulla a che fare col Cristianesimo». Per Vattimo le esternazioni bergogliane compiono un passo in avanti rispetto al percorso fin qui raggiunto: «Papa Francesco aveva già detto che due persone che si amano vanno rispettate e quindi c'era già un'apertura, ma adesso si fa carico programmaticamente di tutto questo con una dichiarazione che corrisponde appieno alla sua immagine della Chiesa». Un programma che, giustamente, sconvolge i veri credenti cattolici.Poi Vattimo si ricorda di essere il filosofo del pensiero debole e, da vero esperto della materia, interpreta l'ultima uscita di Bergoglio in questi termini: «Vuol dire che il Cristianesimo si deve emancipare da tutti gli elementi metafisici che hanno rovinato la nostra situazione di essere finiti facendoci illudere che esista una qualche ordine oggettivo anche dei valori etici, qualcosa che invece non era altro che l'ordine che la società ha creduto di imporre per tanti anni». Beh, se io fossi un Papa e con le mie dichiarazioni avessi scatenato una reazione simile, qualche domanda me la porrei. Scopro, invece, che Bergoglio e Vattimo coltivano un rapporto che risale a qualche hanno fa, quando Francesco, come da sua abitudine, ha telefonato personalmente al filosofo. Era il 2018 e in occasione di quella telefonata lo stesso Papa argentino dichiarò al suo interlocutore di essere ancora più convinto che la teologia cattolica necessitasse di un rinnovamento. C'è da crederci visto il vezzo narcisistico di telefonare a chiunque, che ormai caratterizza il modus operandi di questo particolarissimo pontefice. C'è solo un numero che il dito papale proprio non riesce a comporre. È quello del capo dell'opposizione Matteo Salvini. Per lui non v'è nessuna misericordia.Gianfranco Amato, Presidente Giuristi per la Vita<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-papa-che-benedice-le-famiglie-gay-nuovo-testimonial-della-legge-zan-2648484603.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-4-anni-fa-era-contro-le-nozze-omo" data-post-id="2648484603" data-published-at="1603574018" data-use-pagination="False"> Ma 4 anni fa era contro le nozze omo In numerose occasioni papa Francesco, al seguito dei suoi immediati predecessori, ha criticato la teoria del gender, l'amore fluido e libero dei giovani d'oggi, e ha difeso con chiarezza la famiglia tradizionale (ed eterosessuale), composta da un solo uomo e da una sola donna. Un episodio tra i più emblematici risale a 4 anni fa, ma ora il cattolicesimo mainstream cerca di silenziarlo. Nel 2016 Francesco fece un viaggio apostolico a Cuba. E all'Avana, il 12 febbraio, siglò una storica e impegnativa dichiarazione congiunta, assieme a Kirill, patriarca ortodosso di Mosca. La stampa del mondo intero, a partire dall'Osservatore Romano, esaltò l'incontro come un ennesimo superamento di storici steccati, frutto dell'ecumenismo e del dialogo voluto dal Concilio, riattivati dal pontefice argentino. Il testo della lunga dichiarazione si compone di 30 articoli ben assortiti ed esprime la comune visione di fede della Chiesa cattolica e della Chiesa ortodossa russa. Al punto n. 1 si afferma che l'incontro tra i due leader religiosi è «il primo della storia» dalla divisione tra Chiesa romana e ortodossia, consumato nel 1054. Il che dà un tono solenne al testo prodotto da quell'incontro. Al n. 7 si prende atto della secolarizzazione del mondo, specie occidentale, ribadendo che «la nostra responsabilità pastorale non ci autorizza a restare inerti di fronte alle sfide che richiedono una risposta comune». Insomma si può dire, senza alcuna esagerazione, che i due capi cristiani più in vista, sottoscrissero allora un vero e proprio Manifesto di fede e di morale che aveva lo scopo di correggere gli errori egemoni e testimoniare i principi del Vangelo. Dopo aver esultato perché «la catene dell'ateismo militante sono spezzate», con chiaro riferimento al tramonto del comunismo, si condannano con pari forza l'aborto, l'eutanasia, il consumismo e tutti i frutti di «un secolarismo tante volte assai aggressivo» (n. 15). E la famiglia? «La famiglia», si dice al n. 19, «è il centro naturale della vita umana e della società». Sappiamo quanto il riferimento alla «natura» divida i credenti dalla cultura lgbt secondo cui non esiste natura, ma solo evoluzioni culturali sempre in divenire. «Siamo preoccupati dalla crisi della famiglia in molti paesi. Ortodossi e cattolici condividono la stessa concezione della famiglia e sono chiamati a testimoniare che essa è un cammino di santità, che testimonia la fedeltà degli sposi nelle loro relazioni reciproche, la loro apertura alla procreazione e all'educazione dei figli, la solidarietà tra le generazioni e il rispetto per i più deboli». E già è detto molto, rispetto alla decadenza del sentimento familiare presso molti giovani che vedono la vita da single come l'orizzonte da preferire in nome della libertà e del rifiuto di scelte definitive. Ma c'è di più. Secondo Francesco e Kirill, «La famiglia si fonda sul matrimonio, atto libero e fedele di amore di un uomo e di una donna» (n. 20). «Ci rammarichiamo», concludono, «che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione, mentre il concetto di paternità e di maternità come vocazione particolare dell'uomo e della donna nel matrimonio, santificato dalla tradizione biblica, viene estromesso dalla coscienza pubblica». È possibile rammaricarsi che «altre forme di convivenza siano poste allo stesso livello» del matrimonio e auspicare che gli omosessuali fruiscano di «una legge di convivenza civile» che funga da «copertura legale» al loro amore? È quanto mi chiedo dal Festival del cinema di Roma e non riesco a darmi una risposta. Oppure gli impegni vaticani durano solo 4 anni?
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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