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2020-10-25
Il Papa che benedice le famiglie gay nuovo testimonial della legge Zan
L'improvvida uscita di Bergoglio sulla necessità di un riconoscimento legale delle «unioni civili» in Italia ha rappresentato un formidabile assist per i promotori della proposta di legge Zan in tema di omolesbotransfobia. Proprio pochi giorni prima della discussione alla Camera dei deputati della tanto controversa «legge bavaglio». Un timing perfetto. Ora, è vero, come ha autorevolmente riconosciuto il cardinale Burke, che «il contesto e l'occasione in cui queste dichiarazioni sono state rilasciate le rendono prive di ogni peso magisteriale», che si tratta di «mere opinioni personali di chi le ha rilasciate», e che «non vincolano, in alcun modo, la coscienza dei fedeli, i quali sono invece obbligati ad aderire con obbedienza religiosa a ciò che, sulla materia, viene insegnato dalle sacre Scritture e dalla sacra Tradizione e dal Magistero ordinario della Chiesa». È, però, altrettanto vero che a parlare non è uno qualunque e dal punto di vista politico il messaggio non può non avere effetti. In questo caso devastanti. L'occasione era troppo ghiotta per non essere colta al volo innanzitutto da quella che è stata la madrina della legge sulle unioni civili omosex: Monica Cirinnà. Costei, infatti, non ha perso tempo a dichiarare: «Dal Papa parole rivoluzionarie su unioni tra persone omosessuali. Importanti per credenti Lgbt, di ispirazione per i laici. Fratellanza, solidarietà ed eguaglianza attraversano i confini di culture e religioni». È seguita a ruota la catto-progressista Maria Elena Boschi, che rivendica fieramente un passato da chierichetta, con questa affermazione: «Quattro anni fa abbiamo portato a casa la legge sulle unioni civili. Ricordo le polemiche di una parte del mondo cattolico contro di noi, tra cui striscioni polemici del Family day: “Renzi ci ricorderemo". Quattro anni dopo portiamo a casa il Family Act mentre Papa Francesco difende le leggi sulle unioni civili. Chissà che cosa si ricordano adesso quelli che allora contestavano. In ogni caso fare politica significa sempre difendere la laicità delle istituzioni. Come diceva il Vangelo di domenica scorsa? Date a Cesare quello che è di Cesare. Un abbraccio alle tante coppie che possono amarsi senza più nascondersi grazie alla nostra legge». Sempre in campo femminile si è levata persino la voce della kompagna vendoliana Laura Boldrini, ex presidente della Camera, riscopertasi improvvisamene papista: «Belle le parole di papa Francesco sulle unioni civili omosessuali. È il riconoscimento del diritto di ogni persona ad amare senza paura e senza essere bersaglio d'odio. Per questo è importante approvare subito la legge contro l'omotransfobia e la misoginia». E non poteva certo mancare la voce di colui che ha dato addirittura il nome alla proposta di legge citata dalla Boldrini, ovvero l'onorevole Alessandro Zan: «Le parole di Bergoglio sulle unioni civili riconoscono il diritto delle persone Lgbt alla vita familiare e aiutano il contrasto all'odio e alle discriminazioni. È compito del legislatore combattere questi fenomeni violenti: ora acceleriamo su legge contro omotransfobia».
È risorto persino il «padre» del pensiero debole, il filosofo Gianni Vattimo. In un'intervista rilasciata al Messaggero, Vattimo ha commentato l'apertura di Bergoglio sulle unioni civili omosex addirittura come l'epifania di un nuovo «cristianesimo aperto e inclusivo».
Il filosofo torinese ha dichiarato pubblicamente la sua felicità perché le parole di Francesco hanno «finalmente scardinato delle eredità spurie, sedimentate e persistenti da chissà quali epoche, ma di cui non si capivano le vere motivazioni», ed hanno «definitivamente smontato una barriera atavica che non ha nulla a che fare col Cristianesimo». Per Vattimo le esternazioni bergogliane compiono un passo in avanti rispetto al percorso fin qui raggiunto: «Papa Francesco aveva già detto che due persone che si amano vanno rispettate e quindi c'era già un'apertura, ma adesso si fa carico programmaticamente di tutto questo con una dichiarazione che corrisponde appieno alla sua immagine della Chiesa». Un programma che, giustamente, sconvolge i veri credenti cattolici.
Poi Vattimo si ricorda di essere il filosofo del pensiero debole e, da vero esperto della materia, interpreta l'ultima uscita di Bergoglio in questi termini: «Vuol dire che il Cristianesimo si deve emancipare da tutti gli elementi metafisici che hanno rovinato la nostra situazione di essere finiti facendoci illudere che esista una qualche ordine oggettivo anche dei valori etici, qualcosa che invece non era altro che l'ordine che la società ha creduto di imporre per tanti anni». Beh, se io fossi un Papa e con le mie dichiarazioni avessi scatenato una reazione simile, qualche domanda me la porrei. Scopro, invece, che Bergoglio e Vattimo coltivano un rapporto che risale a qualche hanno fa, quando Francesco, come da sua abitudine, ha telefonato personalmente al filosofo. Era il 2018 e in occasione di quella telefonata lo stesso Papa argentino dichiarò al suo interlocutore di essere ancora più convinto che la teologia cattolica necessitasse di un rinnovamento. C'è da crederci visto il vezzo narcisistico di telefonare a chiunque, che ormai caratterizza il modus operandi di questo particolarissimo pontefice. C'è solo un numero che il dito papale proprio non riesce a comporre. È quello del capo dell'opposizione Matteo Salvini. Per lui non v'è nessuna misericordia.
Gianfranco Amato, Presidente Giuristi per la Vita
Ma 4 anni fa era contro le nozze omo
In numerose occasioni papa Francesco, al seguito dei suoi immediati predecessori, ha criticato la teoria del gender, l'amore fluido e libero dei giovani d'oggi, e ha difeso con chiarezza la famiglia tradizionale (ed eterosessuale), composta da un solo uomo e da una sola donna.
Un episodio tra i più emblematici risale a 4 anni fa, ma ora il cattolicesimo mainstream cerca di silenziarlo.
Nel 2016 Francesco fece un viaggio apostolico a Cuba. E all'Avana, il 12 febbraio, siglò una storica e impegnativa dichiarazione congiunta, assieme a Kirill, patriarca ortodosso di Mosca.
La stampa del mondo intero, a partire dall'Osservatore Romano, esaltò l'incontro come un ennesimo superamento di storici steccati, frutto dell'ecumenismo e del dialogo voluto dal Concilio, riattivati dal pontefice argentino.
Il testo della lunga dichiarazione si compone di 30 articoli ben assortiti ed esprime la comune visione di fede della Chiesa cattolica e della Chiesa ortodossa russa. Al punto n. 1 si afferma che l'incontro tra i due leader religiosi è «il primo della storia» dalla divisione tra Chiesa romana e ortodossia, consumato nel 1054. Il che dà un tono solenne al testo prodotto da quell'incontro.
Al n. 7 si prende atto della secolarizzazione del mondo, specie occidentale, ribadendo che «la nostra responsabilità pastorale non ci autorizza a restare inerti di fronte alle sfide che richiedono una risposta comune».
Insomma si può dire, senza alcuna esagerazione, che i due capi cristiani più in vista, sottoscrissero allora un vero e proprio Manifesto di fede e di morale che aveva lo scopo di correggere gli errori egemoni e testimoniare i principi del Vangelo.
Dopo aver esultato perché «la catene dell'ateismo militante sono spezzate», con chiaro riferimento al tramonto del comunismo, si condannano con pari forza l'aborto, l'eutanasia, il consumismo e tutti i frutti di «un secolarismo tante volte assai aggressivo» (n. 15).
E la famiglia?
«La famiglia», si dice al n. 19, «è il centro naturale della vita umana e della società». Sappiamo quanto il riferimento alla «natura» divida i credenti dalla cultura lgbt secondo cui non esiste natura, ma solo evoluzioni culturali sempre in divenire. «Siamo preoccupati dalla crisi della famiglia in molti paesi. Ortodossi e cattolici condividono la stessa concezione della famiglia e sono chiamati a testimoniare che essa è un cammino di santità, che testimonia la fedeltà degli sposi nelle loro relazioni reciproche, la loro apertura alla procreazione e all'educazione dei figli, la solidarietà tra le generazioni e il rispetto per i più deboli».
E già è detto molto, rispetto alla decadenza del sentimento familiare presso molti giovani che vedono la vita da single come l'orizzonte da preferire in nome della libertà e del rifiuto di scelte definitive. Ma c'è di più. Secondo Francesco e Kirill, «La famiglia si fonda sul matrimonio, atto libero e fedele di amore di un uomo e di una donna» (n. 20). «Ci rammarichiamo», concludono, «che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione, mentre il concetto di paternità e di maternità come vocazione particolare dell'uomo e della donna nel matrimonio, santificato dalla tradizione biblica, viene estromesso dalla coscienza pubblica». È possibile rammaricarsi che «altre forme di convivenza siano poste allo stesso livello» del matrimonio e auspicare che gli omosessuali fruiscano di «una legge di convivenza civile» che funga da «copertura legale» al loro amore? È quanto mi chiedo dal Festival del cinema di Roma e non riesco a darmi una risposta. Oppure gli impegni vaticani durano solo 4 anni?
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L'intervista di Jorge Bergoglio rappresenta un assist formidabile ai sostenitori della norma sulla omotransfobia. Monica Cirinnà e Laura Boldrini vogliono accelerare. Il filosofo Gianni Vattimo: è la prova che il cristianesimo sta mutando.In un documento del 2016, stilato a Cuba insieme con il patriarca ortodosso di Mosca, Francesco difese il matrimonio naturale e condannò le «altre forme di convivenza».Lo speciale contiene due articoli.L'improvvida uscita di Bergoglio sulla necessità di un riconoscimento legale delle «unioni civili» in Italia ha rappresentato un formidabile assist per i promotori della proposta di legge Zan in tema di omolesbotransfobia. Proprio pochi giorni prima della discussione alla Camera dei deputati della tanto controversa «legge bavaglio». Un timing perfetto. Ora, è vero, come ha autorevolmente riconosciuto il cardinale Burke, che «il contesto e l'occasione in cui queste dichiarazioni sono state rilasciate le rendono prive di ogni peso magisteriale», che si tratta di «mere opinioni personali di chi le ha rilasciate», e che «non vincolano, in alcun modo, la coscienza dei fedeli, i quali sono invece obbligati ad aderire con obbedienza religiosa a ciò che, sulla materia, viene insegnato dalle sacre Scritture e dalla sacra Tradizione e dal Magistero ordinario della Chiesa». È, però, altrettanto vero che a parlare non è uno qualunque e dal punto di vista politico il messaggio non può non avere effetti. In questo caso devastanti. L'occasione era troppo ghiotta per non essere colta al volo innanzitutto da quella che è stata la madrina della legge sulle unioni civili omosex: Monica Cirinnà. Costei, infatti, non ha perso tempo a dichiarare: «Dal Papa parole rivoluzionarie su unioni tra persone omosessuali. Importanti per credenti Lgbt, di ispirazione per i laici. Fratellanza, solidarietà ed eguaglianza attraversano i confini di culture e religioni». È seguita a ruota la catto-progressista Maria Elena Boschi, che rivendica fieramente un passato da chierichetta, con questa affermazione: «Quattro anni fa abbiamo portato a casa la legge sulle unioni civili. Ricordo le polemiche di una parte del mondo cattolico contro di noi, tra cui striscioni polemici del Family day: “Renzi ci ricorderemo". Quattro anni dopo portiamo a casa il Family Act mentre Papa Francesco difende le leggi sulle unioni civili. Chissà che cosa si ricordano adesso quelli che allora contestavano. In ogni caso fare politica significa sempre difendere la laicità delle istituzioni. Come diceva il Vangelo di domenica scorsa? Date a Cesare quello che è di Cesare. Un abbraccio alle tante coppie che possono amarsi senza più nascondersi grazie alla nostra legge». Sempre in campo femminile si è levata persino la voce della kompagna vendoliana Laura Boldrini, ex presidente della Camera, riscopertasi improvvisamene papista: «Belle le parole di papa Francesco sulle unioni civili omosessuali. È il riconoscimento del diritto di ogni persona ad amare senza paura e senza essere bersaglio d'odio. Per questo è importante approvare subito la legge contro l'omotransfobia e la misoginia». E non poteva certo mancare la voce di colui che ha dato addirittura il nome alla proposta di legge citata dalla Boldrini, ovvero l'onorevole Alessandro Zan: «Le parole di Bergoglio sulle unioni civili riconoscono il diritto delle persone Lgbt alla vita familiare e aiutano il contrasto all'odio e alle discriminazioni. È compito del legislatore combattere questi fenomeni violenti: ora acceleriamo su legge contro omotransfobia».È risorto persino il «padre» del pensiero debole, il filosofo Gianni Vattimo. In un'intervista rilasciata al Messaggero, Vattimo ha commentato l'apertura di Bergoglio sulle unioni civili omosex addirittura come l'epifania di un nuovo «cristianesimo aperto e inclusivo».Il filosofo torinese ha dichiarato pubblicamente la sua felicità perché le parole di Francesco hanno «finalmente scardinato delle eredità spurie, sedimentate e persistenti da chissà quali epoche, ma di cui non si capivano le vere motivazioni», ed hanno «definitivamente smontato una barriera atavica che non ha nulla a che fare col Cristianesimo». Per Vattimo le esternazioni bergogliane compiono un passo in avanti rispetto al percorso fin qui raggiunto: «Papa Francesco aveva già detto che due persone che si amano vanno rispettate e quindi c'era già un'apertura, ma adesso si fa carico programmaticamente di tutto questo con una dichiarazione che corrisponde appieno alla sua immagine della Chiesa». Un programma che, giustamente, sconvolge i veri credenti cattolici.Poi Vattimo si ricorda di essere il filosofo del pensiero debole e, da vero esperto della materia, interpreta l'ultima uscita di Bergoglio in questi termini: «Vuol dire che il Cristianesimo si deve emancipare da tutti gli elementi metafisici che hanno rovinato la nostra situazione di essere finiti facendoci illudere che esista una qualche ordine oggettivo anche dei valori etici, qualcosa che invece non era altro che l'ordine che la società ha creduto di imporre per tanti anni». Beh, se io fossi un Papa e con le mie dichiarazioni avessi scatenato una reazione simile, qualche domanda me la porrei. Scopro, invece, che Bergoglio e Vattimo coltivano un rapporto che risale a qualche hanno fa, quando Francesco, come da sua abitudine, ha telefonato personalmente al filosofo. Era il 2018 e in occasione di quella telefonata lo stesso Papa argentino dichiarò al suo interlocutore di essere ancora più convinto che la teologia cattolica necessitasse di un rinnovamento. C'è da crederci visto il vezzo narcisistico di telefonare a chiunque, che ormai caratterizza il modus operandi di questo particolarissimo pontefice. C'è solo un numero che il dito papale proprio non riesce a comporre. È quello del capo dell'opposizione Matteo Salvini. Per lui non v'è nessuna misericordia.Gianfranco Amato, Presidente Giuristi per la Vita<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-papa-che-benedice-le-famiglie-gay-nuovo-testimonial-della-legge-zan-2648484603.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-4-anni-fa-era-contro-le-nozze-omo" data-post-id="2648484603" data-published-at="1603574018" data-use-pagination="False"> Ma 4 anni fa era contro le nozze omo In numerose occasioni papa Francesco, al seguito dei suoi immediati predecessori, ha criticato la teoria del gender, l'amore fluido e libero dei giovani d'oggi, e ha difeso con chiarezza la famiglia tradizionale (ed eterosessuale), composta da un solo uomo e da una sola donna. Un episodio tra i più emblematici risale a 4 anni fa, ma ora il cattolicesimo mainstream cerca di silenziarlo. Nel 2016 Francesco fece un viaggio apostolico a Cuba. E all'Avana, il 12 febbraio, siglò una storica e impegnativa dichiarazione congiunta, assieme a Kirill, patriarca ortodosso di Mosca. La stampa del mondo intero, a partire dall'Osservatore Romano, esaltò l'incontro come un ennesimo superamento di storici steccati, frutto dell'ecumenismo e del dialogo voluto dal Concilio, riattivati dal pontefice argentino. Il testo della lunga dichiarazione si compone di 30 articoli ben assortiti ed esprime la comune visione di fede della Chiesa cattolica e della Chiesa ortodossa russa. Al punto n. 1 si afferma che l'incontro tra i due leader religiosi è «il primo della storia» dalla divisione tra Chiesa romana e ortodossia, consumato nel 1054. Il che dà un tono solenne al testo prodotto da quell'incontro. Al n. 7 si prende atto della secolarizzazione del mondo, specie occidentale, ribadendo che «la nostra responsabilità pastorale non ci autorizza a restare inerti di fronte alle sfide che richiedono una risposta comune». Insomma si può dire, senza alcuna esagerazione, che i due capi cristiani più in vista, sottoscrissero allora un vero e proprio Manifesto di fede e di morale che aveva lo scopo di correggere gli errori egemoni e testimoniare i principi del Vangelo. Dopo aver esultato perché «la catene dell'ateismo militante sono spezzate», con chiaro riferimento al tramonto del comunismo, si condannano con pari forza l'aborto, l'eutanasia, il consumismo e tutti i frutti di «un secolarismo tante volte assai aggressivo» (n. 15). E la famiglia? «La famiglia», si dice al n. 19, «è il centro naturale della vita umana e della società». Sappiamo quanto il riferimento alla «natura» divida i credenti dalla cultura lgbt secondo cui non esiste natura, ma solo evoluzioni culturali sempre in divenire. «Siamo preoccupati dalla crisi della famiglia in molti paesi. Ortodossi e cattolici condividono la stessa concezione della famiglia e sono chiamati a testimoniare che essa è un cammino di santità, che testimonia la fedeltà degli sposi nelle loro relazioni reciproche, la loro apertura alla procreazione e all'educazione dei figli, la solidarietà tra le generazioni e il rispetto per i più deboli». E già è detto molto, rispetto alla decadenza del sentimento familiare presso molti giovani che vedono la vita da single come l'orizzonte da preferire in nome della libertà e del rifiuto di scelte definitive. Ma c'è di più. Secondo Francesco e Kirill, «La famiglia si fonda sul matrimonio, atto libero e fedele di amore di un uomo e di una donna» (n. 20). «Ci rammarichiamo», concludono, «che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione, mentre il concetto di paternità e di maternità come vocazione particolare dell'uomo e della donna nel matrimonio, santificato dalla tradizione biblica, viene estromesso dalla coscienza pubblica». È possibile rammaricarsi che «altre forme di convivenza siano poste allo stesso livello» del matrimonio e auspicare che gli omosessuali fruiscano di «una legge di convivenza civile» che funga da «copertura legale» al loro amore? È quanto mi chiedo dal Festival del cinema di Roma e non riesco a darmi una risposta. Oppure gli impegni vaticani durano solo 4 anni?
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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