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2022-05-25
Il Papa blinda la Cei e «incastra» Zuppi, l’aspirante pontefice
Matteo Maria Zuppi (Imagoeconomica)
«I vescovi devono sentirsi liberi di votare». Questo avrebbe detto papa Francesco lunedì mattina, in un incontro a porte chiuse con i vescovi italiani che, dai resoconti trapelati, risulta essere stato scoppiettante. Impegnati nell’Assemblea generale i presuli italiani sono stati appunto chiamati ad eleggere il successore del presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, e lo hanno fatto ieri mattina individuando la terna di nomi da sottoporre poi al Papa per la scelta definitiva. E alla fine il Papa ha scelto come nuovo presidente della Cei il cardinale di Bologna, Matteo Maria Zuppi, 66 anni, già figura di punta dell’Onu di Trastevere, la Comunità di S. Egidio, e vescovo ausiliare di Roma dal 2012, quindi successore del cardinale Carlo Caffarra a Bologna per espressa volontà di Francesco.
Ma il voto dei vescovi riuniti in assemblea più che libero è stato ampiamente indirizzato dal Papa stesso, tanto che la terna uscita ieri dalle urne è stata quasi perfettamente corrispondente alle attese, fatto salvo il terzo nome indicato, quello di monsignor Antonino Raspanti, 62 anni, vescovo di Acireale (avrebbe incassato 21 voti). Ma si trattava di un outsider, gli altri due nomi sono stati, nell’ordine delle preferenze ricevute, quelli dei cardinali Matteo Maria Zuppi, 66 anni, arcivescovo di Bologna (108 voti), e Augusto Paolo Lojudice, 57 anni, vescovo di Siena (41 voti), cioè i due profili chiaramente emersi dai desiderata papali come espressi anche nell’intervista da lui concessa al direttore del Corriere qualche settimana fa. «Preferisco che sia un cardinale», aveva detto papa Bergoglio a Luciano Fontana, aggiungendo in altra occasione che lo voleva anche sufficientemente giovane da non superare l’età canonica per la pensione, i 75 anni, prima della scadenza del quinquennio nel 2027. I nomi di Zuppi e Lojudice quindi sono gli unici che, come ampiamente atteso, rispondevano all’identikit, con l’aggiunta di essere particolarmente vicini allo stile e alla mens di Francesco.
I due sono considerati pastori in uscita, come si dice secondo un ritornello caro al pontefice, e due preti di strada, secondo un altro mantra di moda, ma tra loro sembrava essere in pole il cardinale di Siena, sebbene con un profilo meno «politico» di quello di chi viene dalla scuola di S. Egidio, la comunità fondata a Roma dal professor Andrea Riccardi nel 1968. Secondo molte indiscrezioni il cardinale Zuppi recalcitrava all’idea di impegnarsi nella presidenza Cei, anche perché è dato da più parti come uno dei candidati forti per un prossimo conclave e l’idea di assumere le tante beghe che un capo dei vescovi deve prendersi sulle spalle, non appare propriamente come una vetrina utile allo scopo. Le patate bollenti di cui si dovrà occupare Zuppi, in primis la questione spinosa degli abusi del clero, come si può già intravedere da quanto accaduto in Francia e Spagna, e dalle pressioni esterne che proprio in questi giorni sono arrivate ai vescovi italiani riuniti in assemblea, saranno forse il dossier più ostico, ma ci sono anche i rapporti politici, quelli dottrinali, quelli con la stessa curia romana. Per quanto Zuppi certamente si impegnerà, i riflettori saranno tutti puntati su di lui e ogni più piccola stecca sarà registrata dagli spettatori. Ecco allora che quello che veniva dato come il più forte candidato per succedere a Francesco, con questa «inattesa» elezione in qualche modo viene ridimensionato, insieme ai progetti di S. Egidio che secondo diverse interpretazioni da tempo è impegnata a lavorare al prossimo conclave. Nulla è compromesso in linea di principio, ma è evidente che Zuppi presidente della Cei è una grossa novità sul ruolo dei papabili di un futuro conclave.
Sembrava proprio che il Papa fosse orientato sul cardinale Lojudice, pensando per lui anche un ritorno a Roma in veste di vicario, invece, il Papa, forse un po’ a sorpresa, ha scelto Zuppi, probabilmente rispondendo alla messe di voti che lo ha indicato come numero 1 della terna.
Perché l’incontro a porte chiuse di lunedì è stata luogo di molti mal di pancia, tanto che la frase di Francesco che invitava a «votare liberamente» è suonata nelle orecchie di molti vescovi dal sapore retorico, visto che è arrivata dopo una tirata del Papa che ha affossato senza mezzi termini la candidatura di monsignor Erio Castellucci, vescovo di Modena. «So che è un bravo vescovo e che è il candidato di Bassetti», avrebbe detto Francesco, «ma io preferisco un cardinale». L’ex presidente Bassetti, che già è uscito di scena senza troppi complimenti, trovandosi accolte senza colpo ferire anche le sue dimissioni da vescovo di Perugia, ha incassato così un altro bel «buffetto» papale.
A questo punto si dice che un vescovo sia intervenuto in aula chiedendo direttamente al Papa a cosa servisse tutto questo sfoggio di democrazia, se l’elezione di fatto era già orientata verso i nomi di Zuppi e Lojudice. Una domanda, se veramente c’è stata, che ha una sua innegabile dose di buon senso. Che il mal di pancia abbia preso molti vescovi lunedì è testimoniato dal fatto che monsignor Castellucci, nonostante il netto niet del Papa espresso davanti a tutti, sembra abbia preso parecchi voti nelle prima tornata di ieri mattina, salvo poi ritirarsi proprio perché memore della tirata papale nei suoi confronti. Ecco allora che il Papa potrebbe aver scelto Zuppi anziché Lojudice per dare atto del rispetto di una certa democraticità dell’elezione: il cardinale di Bologna è quello che ha preso più voti e il Papa ha «ratificato».
«Cercherò di fare del mio meglio, ce la metterò tutta», sono le prime parole del neo presidente dei vescovi italiani. Ma il primo ad essere sorpreso per questa elezioni è forse lo stesso Zuppi, che di imbarcarsi in questa avventura pare non avesse tanta voglia.
Filo rosso con sardine e Sant’Egidio. È la vittoria dell’ala vicina a Pechino
L’ascesa dell’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, a nuovo presidente della Cei è un elemento da considerare (anche) sotto il profilo della geopolitica vaticana: soprattutto alla luce del fatto che Papa Francesco in persona sembrerebbe aver giocato un ruolo cruciale nel processo che ha portato alla scelta del cardinale. Alla luce di ciò, la nomina di Zuppi deve probabilmente essere inserita nel più ampio contesto della distensione che, ormai da alcuni anni, la Santa sede sta portando avanti nei confronti della Repubblica popolare cinese.
Non dimentichiamo infatti che il cardinale intrattiene strettissimi legami con la Comunità di Sant’Egidio: un’organizzazione che è nota sostenitrice della nuova Ostpolitik vaticana. Nel settembre 2018, il fondatore della Comunità, Andrea Riccardi, elogiò sul Corriere della Sera il controverso accordo tra Vaticano e Cina, che era stato appena siglato e che sarebbe stato rinnovato per altri due anni nell’ottobre 2020. Era invece il 2019, quando Riccardi presenziò alla presentazione romana di L’accordo fra la Santa Sede e la Cina. I cattolici cinesi tra passato e futuro: libro, curato da Agostino Giovagnoli ed Elisa Giunipero: due accademici legati alla Comunità di Sant’Egidio, che fanno tra l’altro parte del comitato scientifico dell’Istituto Confucio dell’Università Cattolica. Non solo: a quella presentazione presero parte, tra gli altri, monsignor Claudio Maria Celli e Romano Prodi. L’ex premier, in particolare, è uno storico sostenitore del «dialogo» tra Occidente e Cina, oltre a essere considerato – come lo stesso Zuppi – vicino al movimento delle sardine.
Tra l’altro, lo scorso settembre, proprio Giovagnoli moderò un dibattito online che si intitolava significativamente «Occidente e Cina: dialogo e collaborazione tra XX e XXI secolo». A quell’evento prese parte, tra gli altri, il vice capo missione dell’ambasciata cinese in Italia Zheng Xuan, mentre inviarono i loro saluti il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin. Quello stesso Parolin che, oltre ad essere piuttosto vicino a Sant’Egidio, è stato uno dei principali artefici dell’accordo tra Santa sede e Cina, difendendolo a spada tratta due anni fa dalle critiche dell’amministrazione Trump. Celli è stato invece stretto collaboratore del defunto cardinale Achille Silvestrini: protagonista dell’Ostpolitik vaticana, costui fu mentore di quel Giuseppe Conte che, da premier, ha avvicinato notevolmente l’Italia alla Cina.
D’altronde, i legami giallorossi non si fermano qui. Fu infatti proprio Goffredo Bettini (notorio tessitore, non esattamente atlantista, dell’alleanza tra Pd e Movimento 5 Stelle) a proporre per primo Riccardi come presidente della Repubblica lo scorso gennaio, parlando al Corriere della Sera. E proprio Riccardi venne presentato come candidato al Quirinale in un primo momento da Enrico Letta. Il network di Sant’Egidio trova quindi i propri riferimenti coesivi su svariati piani: l’alleanza giallorossa a livello politico; il terzomondismo e il cattolicesimo progressista a livello ideologico; la distensione con la Cina a livello internazionale.
Ora, va da sé che il ruolo di presidente della Cei ha un carattere prevalentemente nazionale. Scegliere Zuppi (per cui il pontefice ha appositamente creato il titolo cardinalizio di Sant’Egidio nel 2019) può però avere anche un risvolto geopolitico, perché significa rafforzare indirettamente un’organizzazione già di per sé influente, oltre che significativamente favorevole all’avvicinamento tra il Vaticano e Pechino. Un segnale inviato probabilmente alla Repubblica popolare e (forse) anche a quei settori della Chiesa che mal digeriscono questa distensione filocinese. Un segnale arrivato a neanche due settimane dall’arresto del cardinale Joseph Zen.
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Francesco ha orientato l’assemblea verso i nomi a lui più graditi. Promosso il cardinale di Bologna: per lui si complica il Conclave.Il prelato ha legami con la comunità di Andrea Riccardi, sostenitrice di un’apertura alla Cina.Lo speciale contiene due articoli.«I vescovi devono sentirsi liberi di votare». Questo avrebbe detto papa Francesco lunedì mattina, in un incontro a porte chiuse con i vescovi italiani che, dai resoconti trapelati, risulta essere stato scoppiettante. Impegnati nell’Assemblea generale i presuli italiani sono stati appunto chiamati ad eleggere il successore del presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, e lo hanno fatto ieri mattina individuando la terna di nomi da sottoporre poi al Papa per la scelta definitiva. E alla fine il Papa ha scelto come nuovo presidente della Cei il cardinale di Bologna, Matteo Maria Zuppi, 66 anni, già figura di punta dell’Onu di Trastevere, la Comunità di S. Egidio, e vescovo ausiliare di Roma dal 2012, quindi successore del cardinale Carlo Caffarra a Bologna per espressa volontà di Francesco.Ma il voto dei vescovi riuniti in assemblea più che libero è stato ampiamente indirizzato dal Papa stesso, tanto che la terna uscita ieri dalle urne è stata quasi perfettamente corrispondente alle attese, fatto salvo il terzo nome indicato, quello di monsignor Antonino Raspanti, 62 anni, vescovo di Acireale (avrebbe incassato 21 voti). Ma si trattava di un outsider, gli altri due nomi sono stati, nell’ordine delle preferenze ricevute, quelli dei cardinali Matteo Maria Zuppi, 66 anni, arcivescovo di Bologna (108 voti), e Augusto Paolo Lojudice, 57 anni, vescovo di Siena (41 voti), cioè i due profili chiaramente emersi dai desiderata papali come espressi anche nell’intervista da lui concessa al direttore del Corriere qualche settimana fa. «Preferisco che sia un cardinale», aveva detto papa Bergoglio a Luciano Fontana, aggiungendo in altra occasione che lo voleva anche sufficientemente giovane da non superare l’età canonica per la pensione, i 75 anni, prima della scadenza del quinquennio nel 2027. I nomi di Zuppi e Lojudice quindi sono gli unici che, come ampiamente atteso, rispondevano all’identikit, con l’aggiunta di essere particolarmente vicini allo stile e alla mens di Francesco.I due sono considerati pastori in uscita, come si dice secondo un ritornello caro al pontefice, e due preti di strada, secondo un altro mantra di moda, ma tra loro sembrava essere in pole il cardinale di Siena, sebbene con un profilo meno «politico» di quello di chi viene dalla scuola di S. Egidio, la comunità fondata a Roma dal professor Andrea Riccardi nel 1968. Secondo molte indiscrezioni il cardinale Zuppi recalcitrava all’idea di impegnarsi nella presidenza Cei, anche perché è dato da più parti come uno dei candidati forti per un prossimo conclave e l’idea di assumere le tante beghe che un capo dei vescovi deve prendersi sulle spalle, non appare propriamente come una vetrina utile allo scopo. Le patate bollenti di cui si dovrà occupare Zuppi, in primis la questione spinosa degli abusi del clero, come si può già intravedere da quanto accaduto in Francia e Spagna, e dalle pressioni esterne che proprio in questi giorni sono arrivate ai vescovi italiani riuniti in assemblea, saranno forse il dossier più ostico, ma ci sono anche i rapporti politici, quelli dottrinali, quelli con la stessa curia romana. Per quanto Zuppi certamente si impegnerà, i riflettori saranno tutti puntati su di lui e ogni più piccola stecca sarà registrata dagli spettatori. Ecco allora che quello che veniva dato come il più forte candidato per succedere a Francesco, con questa «inattesa» elezione in qualche modo viene ridimensionato, insieme ai progetti di S. Egidio che secondo diverse interpretazioni da tempo è impegnata a lavorare al prossimo conclave. Nulla è compromesso in linea di principio, ma è evidente che Zuppi presidente della Cei è una grossa novità sul ruolo dei papabili di un futuro conclave.Sembrava proprio che il Papa fosse orientato sul cardinale Lojudice, pensando per lui anche un ritorno a Roma in veste di vicario, invece, il Papa, forse un po’ a sorpresa, ha scelto Zuppi, probabilmente rispondendo alla messe di voti che lo ha indicato come numero 1 della terna.Perché l’incontro a porte chiuse di lunedì è stata luogo di molti mal di pancia, tanto che la frase di Francesco che invitava a «votare liberamente» è suonata nelle orecchie di molti vescovi dal sapore retorico, visto che è arrivata dopo una tirata del Papa che ha affossato senza mezzi termini la candidatura di monsignor Erio Castellucci, vescovo di Modena. «So che è un bravo vescovo e che è il candidato di Bassetti», avrebbe detto Francesco, «ma io preferisco un cardinale». L’ex presidente Bassetti, che già è uscito di scena senza troppi complimenti, trovandosi accolte senza colpo ferire anche le sue dimissioni da vescovo di Perugia, ha incassato così un altro bel «buffetto» papale. A questo punto si dice che un vescovo sia intervenuto in aula chiedendo direttamente al Papa a cosa servisse tutto questo sfoggio di democrazia, se l’elezione di fatto era già orientata verso i nomi di Zuppi e Lojudice. Una domanda, se veramente c’è stata, che ha una sua innegabile dose di buon senso. Che il mal di pancia abbia preso molti vescovi lunedì è testimoniato dal fatto che monsignor Castellucci, nonostante il netto niet del Papa espresso davanti a tutti, sembra abbia preso parecchi voti nelle prima tornata di ieri mattina, salvo poi ritirarsi proprio perché memore della tirata papale nei suoi confronti. Ecco allora che il Papa potrebbe aver scelto Zuppi anziché Lojudice per dare atto del rispetto di una certa democraticità dell’elezione: il cardinale di Bologna è quello che ha preso più voti e il Papa ha «ratificato».«Cercherò di fare del mio meglio, ce la metterò tutta», sono le prime parole del neo presidente dei vescovi italiani. Ma il primo ad essere sorpreso per questa elezioni è forse lo stesso Zuppi, che di imbarcarsi in questa avventura pare non avesse tanta voglia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-papa-blinda-la-cei-e-incastra-zuppi-laspirante-pontefice-2657387352.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="filo-rosso-con-sardine-e-santegidio-e-la-vittoria-dellala-vicina-a-pechino" data-post-id="2657387352" data-published-at="1653486432" data-use-pagination="False"> Filo rosso con sardine e Sant’Egidio. È la vittoria dell’ala vicina a Pechino L’ascesa dell’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, a nuovo presidente della Cei è un elemento da considerare (anche) sotto il profilo della geopolitica vaticana: soprattutto alla luce del fatto che Papa Francesco in persona sembrerebbe aver giocato un ruolo cruciale nel processo che ha portato alla scelta del cardinale. Alla luce di ciò, la nomina di Zuppi deve probabilmente essere inserita nel più ampio contesto della distensione che, ormai da alcuni anni, la Santa sede sta portando avanti nei confronti della Repubblica popolare cinese. Non dimentichiamo infatti che il cardinale intrattiene strettissimi legami con la Comunità di Sant’Egidio: un’organizzazione che è nota sostenitrice della nuova Ostpolitik vaticana. Nel settembre 2018, il fondatore della Comunità, Andrea Riccardi, elogiò sul Corriere della Sera il controverso accordo tra Vaticano e Cina, che era stato appena siglato e che sarebbe stato rinnovato per altri due anni nell’ottobre 2020. Era invece il 2019, quando Riccardi presenziò alla presentazione romana di L’accordo fra la Santa Sede e la Cina. I cattolici cinesi tra passato e futuro: libro, curato da Agostino Giovagnoli ed Elisa Giunipero: due accademici legati alla Comunità di Sant’Egidio, che fanno tra l’altro parte del comitato scientifico dell’Istituto Confucio dell’Università Cattolica. Non solo: a quella presentazione presero parte, tra gli altri, monsignor Claudio Maria Celli e Romano Prodi. L’ex premier, in particolare, è uno storico sostenitore del «dialogo» tra Occidente e Cina, oltre a essere considerato – come lo stesso Zuppi – vicino al movimento delle sardine. Tra l’altro, lo scorso settembre, proprio Giovagnoli moderò un dibattito online che si intitolava significativamente «Occidente e Cina: dialogo e collaborazione tra XX e XXI secolo». A quell’evento prese parte, tra gli altri, il vice capo missione dell’ambasciata cinese in Italia Zheng Xuan, mentre inviarono i loro saluti il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin. Quello stesso Parolin che, oltre ad essere piuttosto vicino a Sant’Egidio, è stato uno dei principali artefici dell’accordo tra Santa sede e Cina, difendendolo a spada tratta due anni fa dalle critiche dell’amministrazione Trump. Celli è stato invece stretto collaboratore del defunto cardinale Achille Silvestrini: protagonista dell’Ostpolitik vaticana, costui fu mentore di quel Giuseppe Conte che, da premier, ha avvicinato notevolmente l’Italia alla Cina. D’altronde, i legami giallorossi non si fermano qui. Fu infatti proprio Goffredo Bettini (notorio tessitore, non esattamente atlantista, dell’alleanza tra Pd e Movimento 5 Stelle) a proporre per primo Riccardi come presidente della Repubblica lo scorso gennaio, parlando al Corriere della Sera. E proprio Riccardi venne presentato come candidato al Quirinale in un primo momento da Enrico Letta. Il network di Sant’Egidio trova quindi i propri riferimenti coesivi su svariati piani: l’alleanza giallorossa a livello politico; il terzomondismo e il cattolicesimo progressista a livello ideologico; la distensione con la Cina a livello internazionale. Ora, va da sé che il ruolo di presidente della Cei ha un carattere prevalentemente nazionale. Scegliere Zuppi (per cui il pontefice ha appositamente creato il titolo cardinalizio di Sant’Egidio nel 2019) può però avere anche un risvolto geopolitico, perché significa rafforzare indirettamente un’organizzazione già di per sé influente, oltre che significativamente favorevole all’avvicinamento tra il Vaticano e Pechino. Un segnale inviato probabilmente alla Repubblica popolare e (forse) anche a quei settori della Chiesa che mal digeriscono questa distensione filocinese. Un segnale arrivato a neanche due settimane dall’arresto del cardinale Joseph Zen.
Il modulo Halo della stazione Lunar Gateway in costruzione alla Thales Alenia di Torino (Getty Images)
«L’Italia metà dovere/e metà fortuna/Viva l’Italia/L’Italia sulla Luna…». Così cantava Francesco de Gregori nel 1979. Oggi si può dire che quei versi siano diventati la realtà con le missioni Artemis, alle quali l’industria aerospaziale italiana e l’Agenzia Spaziale Italiana hanno dato un contributo essenziale per il programma di ritorno e la successiva colonizzazione della Luna.
La missione Artemis II si è conclusa l’11 aprile 2026 con un successo. Dopo 9 giorni in cui gli astronauti hanno orbitato attorno al satellite terrestre, il rientro (la fase più pericolosa della missione) è avvenuto senza incidenti per il modulo spaziale, dopo l’impatto con l’atmosfera terrestre a 40.000 km/h. Nella progettazione di Orion, il vettore di Artemis, tanta tecnologia italiana nell’ESM, (European Service Module) il modulo di servizio.
Thales Alenia Space (consorzio tra Thales e Leonardo) ha realizzato a Torino la struttura metallica del modulo, lo scheletro in grado di reggere alle incredibili sollecitazioni e di supportare tutti gli elementi che lo compongono, grazie allla struttura composta da una serie di pannelli sandwich con pelli in fibra di carbonio e un'anima a nido d'ape in alluminio. Anche il sistema di raffreddamento, che previene il surriscaldamento della struttura e dei componenti elettronici è stata realizzata a Torino. Le piastre di raffreddamento, parte del sistema, sono invece nate a Modena, realizzate dalla Dtm Technologies, da 25 anni specializzata in costruzioni dedicate al settore aerospaziale, presente anche nelle missioni dello Space Shuttle e della Stazione spaziale internazionale (Iss).
L’industria italiana, si può dire, ha contribuito anche alla corretta ossigenazione dell’aria respirata dall’equipaggio di Artemis II, grazie alle valvole realizzate dalla CrioTec di Chivasso. Sempre in provincia di Torino, a Sommariva del Bosco, Alfa Meccanica ha fornito i 4 serbatoi da 80 litri d’acqua come riserva per gli astronauti durante i 9 giorni della missione. A poca distanza da Alfa Meccanica, a Pianezza (Torino), la Aviotec ha realizzato le reti a ragnatela chiamate «spidernets» che reggono la copertura in kevlar della parte inferiore del modulo ESM.
A Nerviano, nell’hinterland milanese, sono nati i pannelli solari che garantiscono al modulo l’alimentazione elettrica. Leonardo ha fornito le 4 «ali» composte a loro volta da 3 pannelli lunghi 7 metri ciascuno, che garantiscono una produzione di elettricità da 11 kilowatt.
Oltre alla realizzazione del modulo ESM, l’industria italiana sta contribuendo attivamente alle missioni Artemis anche per quanto riguarda le fasi future, vale a dire il prossimo allunaggio e i progetti di colonizzazione stabile del suolo lunare. Dal 2020, anno degli accordi di intesa tra Asi e Nasa sul programma spaziale dedicato alla Luna, l’industria aerospaziale italiana si è dedicata non soltanto alla realizzazione dei vettori, ma anche agli strumenti e alle strutture progettate per una presenza stabile dell’uomo sul satellite della Terra.
A Bassano del Grappa (Vicenza) ha preso forma uno strumento molto importante per le comunicazioni Terra-Luna, dopo gli accordi tra Asi e Nasa. Alla Quascom, in collaborazione con il Politecnico di Torino, è stato realizzato il LuGRE (Lunar Gnss Receiver Experiment), uno strumento tutto made in Italy in grado di captare ed amplificare i segnali satellitari sulla superficie della Luna, uno degli aspetti più problematici nelle fasi preliminari delle missioni Artemis, dato che i segnali sono fino a 10.000 volte più deboli di quelli captati sulla Terra dal Gps e dai satelliti come Galileo. Lo strumento si trova attualmente nel Mare delle Crisi sulla superficie lunare, dopo l’allunaggio avvenuto il 2 marzo 2025. Il LuGRE ha acquisito per la prima volta i segnali GPS oltre i 200.000 chilometri dalla Terra e di Galileo oltre l’orbita terrestre.
Un altro programma delle missioni Artemis parla italiano: si tratta di Halo. Il primo modulo abitativo cislunare agganciato a Lunar Gateway, stazione spaziale nell’orbita lunare per gli astronauti in viaggio, una collaborazione tra Nasa e l’Agenzia Spaziale Europea, dove l’Italia è partner principale. Costituito da 7 moduli simili a quelli della Iss, il Lunar Gateway permetterà agli astronauti di risiedere nell’orbita lunare anche per scopi scientifici per una permanenza fino a 3 mesi. Halo rappresenta il modulo abitativo della stazione, realizzato a Torino da Thales Alenia in collaborazione con l’americana Northrop Grumman. Sul progetto, attualmente gravano molte incertezze perché i tagli (circa il 24% del budget) decisi dall’attuale amministrazione Usa hanno temporaneamente congelato i piani riguardo al Lunar Gateway, indicando una priorità alla realizzazione di una base direttamente sulla superficie lunare, fatto che richiederebbe una totale riprogettazione dei componenti della stazione, Halo compreso.Continua a leggereRiduci
Domenico Dolce e Stefano Gabbana (Ansa)
Perché qui non siamo più al romanzo fashion degli anni Ottanta, quando Domenico Dolce e Stefano Gabbana, ragazzi originari di Polizzi Generosa, Madonie, provincia di Palermo, si incontrano in un ufficio stile di Milano. La madre di Domenico fa la sarta. Cuce vestiti e prepara rammendi. Introduce il figlio ai segreti dell’ago e del filo. I due ragazzi si innamorano, fondano un marchio e conquistano il mondo a colpi di Sicilia, pizzi, vedove nere e sensualità mediterranea. Vecchi ricordi perché adesso siamo all’ultima stagione, quella dove i conti correnti fanno più paura delle recensioni dei giornali di moda.
Il segnale è arrivato: Stefano Gabbana si è dimesso dalla presidenza del gruppo. Ufficialmente, «una naturale evoluzione della governance». Qualcosa si muove. Ma non per preparare la collezione autunno-inverno.
Il punto è che quando uno dei due fondatori, dopo oltre quarant’anni di sodalizio professionale (e una storia sentimentale finita ma mai archiviata), lascia la poltrona e contemporaneamente valuta la cessione del suo 40%, non siamo davanti a un semplice riassetto. Siamo alla vigilia del divorzio. Non più solo sentimentale, come vent’anni fa. Ma industriale. Finanziario. Definitivo. Il marchio Dolce & Gabbana potrebbe diventare davvero Dolce end Gabbana. Ognuno per conto proprio. Oppure, più brutalmente, Dolce senza Gabbana. Un marchio monco, come suggerisce con ironia involontaria anche il rilancio del profumo «The One»: l’unico. Già, ma quale dei due? E pensare che tutto era cominciato sotto una stella. Anzi, sotto una popstar. Perché se oggi parliamo di un impero da circa due miliardi di fatturato, lo dobbiamo anche a quella scena quasi mitologica: Madonna che irrompe a una loro sfilata milanese. Erano quasi sconosciuti. Diventano un fenomeno globale. Una benedizione laica. Un’investitura pop. Il momento in cui il brand smette di essere un sogno italiano e diventa una macchina internazionale. Madonna li ha lanciati. Madonna è tornata al Metropol in viale Piave a Milano per l’ultima sfilata. Madonna è il testimonial del profumo. Quasi un cerchio che si chiude. O forse un cappio che si stringe.
Perché nel frattempo, dietro le luci, c’è il lato meno glamour della moda: il debito. E qui i numeri non sono accessori, sono protagonisti: 450 milioni di esposizione. Trattative in corso con le banche. Richiesta di nuova liquidità fino a 150 milioni. Ipotesi di cessione di immobili per fare cassa.
Altro che abiti sartoriali: qui si sta cucendo un vestito finanziario su misura, con il rischio che non basti il filo.
La crisi globale del lusso, aggravata dalle tensioni geopolitiche – vedi la guerra in Iran – ha fatto il resto. Meno domanda, margini sotto pressione, scadenze che diventano più pesanti di una pelliccia in agosto.
E allora il gioco cambia: non si tratta più solo di creare desiderio, ma di convincere i creditori. Nel nuovo fashion system, i creativi sono seduti nei consigli di amministrazione delle banche.
Rothschild & Co. è già al tavolo. I negoziati sono aperti. E quando entrano in scena certi nomi, significa che la partita è seria. Molto seria. Nel frattempo, Alfonso Dolce fratelli di Domenicoprende la presidenza, mentre si prepara l’arrivo di manager pesanti come Stefano Cantino, ex Gucci. Segno che la casa sta cercando una nuova struttura, più manageriale, meno romantica. La difficoltà di Dolce & Gabbana non è un caso isolato. È un nuovo sintomo della crisi del fashion “made in Italy. Il messaggio è chiaro: l’indipendenza nel lusso sta diventando un lusso. Chi vuole restare solo, deve avere spalle molto larghe. O conti molto solidi. Meglio entrambe.
E allora eccoci al punto: cosa diventerà Dolce & Gabbana? Ancora D&G, come lo abbiamo conosciuto? Oppure D&D, Dolce & Debito, marchio simbolo di una stagione che cambia? O ancora, Dolce end Gabbana, con tanto di titoli di coda su uno dei sodalizi più iconici della moda italiana? Perché il vero spettacolo non è mai solo sulla passerella. È dietro le quinte.
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Ansa
Perché l’aumento delle riserve non coincide con la capacità di trattenerle per distribuirle. Le paratie dei bacini vengono aperte per evitare la tracimazione e la risorsa viene lasciata scivolare via, letteralmente, verso il mare. Uno spreco che nasce da limiti infrastrutturali, non dalla mancanza d’acqua. È il paradosso certificato dall’Osservatorio dell’Anbi, l’associazione che tutela i Consorzi di bonifica italiani: dighe al limite della capienza e, nello stesso momento, territori che continuano a fare i conti con una gestione fragile, incompleta, a tratti inefficace.
Gli invasi sono pieni e devono rilasciare acqua per ragioni di sicurezza. Così una parte consistente della risorsa viene dispersa. In Molise la diga del Liscione ha aperto le paratie scaricando 240 metri cubi al secondo. In Puglia la diga di Occhito, che disseta la piana del Tavoliere, ha aumentato il proprio volume di 69 milioni di metri cubi in appena due giorni. In Basilicata (Regione che lo scorso anno ha dovuto fronteggiare una importante crisi idrica) lo sbarramento di Monte Cotugno, sul fiume Sinni, ha superato i 240 metri, arrivando oltre la quota di sicurezza. Ma è in Sicilia che il cortocircuito diventa evidente. Da una parte bacini potenzialmente capaci di contenere 1 miliardo di metri cubi d’acqua, sufficienti al fabbisogno dell’intera isola. Dall’altra una realtà in cui ne viene trattenuta solo la metà. Il motivo è noto: mancano collaudi, manutenzioni, interventi strutturali. Solo 25 delle 45 dighe siciliane possono funzionare a pieno regime. Più della metà del sistema è, di fatto, limitato o addirittura inutilizzabile. Non a caso il primo provvedimento firmato dal nuovo Commissario all’emergenza idrica nazionale Fabio Ciciliano prolunga il funzionamento del dissalatore di Porto Empedocle. Eppure la versione ufficiale è diversa.
«Nessuna situazione critica negli invasi siciliani, come è facile evincere dal report, aggiornato al primo marzo e appena pubblicato dall’Autorità di bacino della Regione. L’interpretazione dei dati fatta da alcuni di organi di stampa, infatti, è fuorviante e non restituisce il quadro reale», afferma Carmelo Frittitta, segretario generale dell’Autorità di bacino siciliana. E spiega: «Gli invasi registrano un livello di acqua superiore del 57 per cento rispetto al 2025 e del 38 rispetto al mese scorso, un incremento significativo che testimonia un netto miglioramento della disponibilità idrica grazie alle abbondanti piogge e ai lavori che hanno consentito di captare maggiormente questa acqua». A queste riserve idriche si aggiungono, inoltre, gli oltre 2.000 litri al secondo, che diventeranno presto 4.000, già recuperati grazie alle centinaia di interventi della Regione sui pozzi e reti, oltre all’apporto dei tre dissalatori costruiti a Trapani, Porto Empedocle e Gela. Ma basta leggere i numeri fino in fondo per capire che il problema resta.
Secondo il report dell’Autorità di Bacino, a fronte di una capacità di circa 1 miliardo di metri cubi, le dighe ne contengono 536,11 milioni. E dentro questi numeri c’è un’altra verità: circa 160 milioni di metri cubi sono in realtà sabbia e terra accumulati negli anni. Spazio sottratto all’acqua. La risorsa davvero utilizzabile scende così a circa 370 milioni, poco più di un terzo della capacità. Il dato reale è quindi molto più basso di quello apparente. E i numeri delle singole dighe sono altrettanto indicativi. La Garcia, nel Palermitano, ha accumulato 30 milioni su una capacità di 80. La Nicoletti 8,54 su 20,20. La Pozzillo 53 su 150. Non è solo una questione di pioggia. Infrastrutture che non rendono quanto potrebbero. Il nodo è strutturale e viene da lontano. «La verità è che le dighe sono state considerate contenitori a perdere e gli enti hanno rinunciato a pulirle perché ormai è troppo costoso e svuotare del fango un invaso oggi costa quanto costruirne uno nuovo», spiega l’ingegner Leonardo Santoro, alla guida dell’Autorità di bacino fino al febbraio scorso. La lista degli interventi necessari è chiara: «Sfangamento, interventi di riduzione dell’apporto solido, riefficientamento impiantistico, idraulico, consolidamenti statici e collaudi».
Dopo la crisi degli ultimi due anni, la Regione guidata da Renato Schifani ha stanziato circa 170 milioni. Ma le misure si sono concentrate soprattutto su nuovi pozzi e sulla riduzione delle perdite della rete: circa 2.000 litri al secondo recuperati, con altri 1.500 previsti entro sei mesi e 500 entro due anni. Soluzioni che tamponano l’emergenza ma che non si presentano come risolutive. Tutto è demandato alla clemenza del meteo. Come nel Lazio, dove calano i livelli dei laghi Albano e Nemi, mentre il Tevere aumenta la portata e il Velino resta sotto media. In Abruzzo si registrano piogge fino al 400 per cento sopra la media lungo la costa, con quasi 300 millimetri a Ortona, mentre nell’entroterra si scende a 20 millimetri. In Campania crescono i livelli dei fiumi Sele e Volturno, ma gli invasi del Velia sono già colmi. La soluzione: paratie aperte. Anche se in vista c’è la prossima crisi idrica estiva. Perché il sistema continuerà a rincorrere l’acqua, anche quando l’acqua c’è.
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Quell’esortazione è un grido di dolore delle cantine che tra capo e collo si vedono arrivare dall’Europa l’ennesima tegola. Scrive la commissione Salute dell’Europarlamento, smentendo una deliberazione presa dal plenum dell’aula appena tre anni fa che promuoveva il consumo responsabile, che la «Commissione deve accelerare l’iter legislativo per mettere sulle etichette gli health warning» perché in consonanza con il documento Be.Ca (le politiche anticancro dell’Europa) e in accordo con l’Oms bisogna dire che l’alcol uccide».
Vogliono che le bottiglie abbiano immagini e scritte esplicative del tipo: il vino fa male. Si fa fatica a immaginare una bottiglia di Solaia, di Masseto, di Sassicaia, di Barolo Sperss (che sono gioielli) con la scritta «non lo bevete perché vi ammazza». Ma a Bruxelles si preoccupano della nostra salute. Nulla, però, dicono delle bevande energetiche che fanno sballare gli adolescenti, sui cibi ultraprocessati responsabili di una serie terribile di malattie non trasmissibili.
Perché? Il bilancio di uno solo dei bibitari vale quanto tutto il fatturato del vino italiano e, a Bruxelles, a certe cose stanno attenti. Ursula von der Leyen del resto, in barba a qualsiasi trattato, autorizzò l’Irlanda a pretendere le etichette allarmistiche sul vino, poi a Dublino ci hanno ripensato. Il presidente dell’Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi, ha protestato: «È una impostazione quella dell’Ue che rischia di alimentare un approccio ideologico e punitivo anziché fondato su evidenze scientifiche e distinzione tra abuso e consumo responsabile». L’europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint rincara: «Dopo il Green deal, la nuova frontiera della follia ideologica Ue punta ad attaccare la filiera vitivinicola. La Lega si oppone a questa folle proposta». I francesi sono già sulle barricate: da loro la crisi fa spavento, hanno spiantato 30.000 ettari di vigne e perfino lo Campagne fa fatica.
Vedremo che ne pensa il ministro per l’Agricoltura e la Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida atteso domenica a inaugurare il Vinitaly; a Verona nei tre giorni arriverà mezzo governo e forse anche Giorgia Meloni. Peraltro, il l’esecutivo ha varato diversi provvedimenti a sostegno del settore, non ultimo il via libera ai vini dealcolati o a bassissimo grado che restano però nell’alveo della produzione agricola. È un segmento destinato a crescere ed è uno degli argomenti di punta del Vinitaly: per ora si parla di meno di 7 milioni di bottiglie su 2,2 miliardi limitandosi solo ai vini a denominazione. Che il governo punti sul vino è testimoniato anche dall’enorme bottiglia di 30 metri che campeggia su tutta la Fiera. L’ha voluta Lollobrigida per dire: c’è dentro l’Italia. Si coniuga il vino con la cucina italiana patrimonio Unesco, col paesaggio per riaffermare il successo dell’enoturismo e dare continuità alla campagna di comunicazione di sostegno al prodotto italiano.
A Verona le facce sono assai preoccupate. Nelle cantine ci sono 70 milioni di ettolitri invenduti, i consumi sono crollati, l’export ha fatto meno 3,7% e siamo scesi a 7,8 miliardi col mercato Usa, nostro primo cliente, in contrazione. Il vino comunque è il primo motore della nostra agricoltura, fattura 14 miliardi, ci campano sopra trecentomila aziende con 1,2 milioni di occupati diretti. Da Vinitaly si aspettano risposte considerando che alcune note positive ci sono: i vini di altissimo pregio reggono, gli spumanti continuano a tirare. Le 4.400 aziende che espongono a Verona sembrano Diogene in cerca del cliente. Dicono di voler innovare, ma a leggere la valanga di comunicati stampa che sono fotocopia uno dell’altro sembrano guardare nello specchietto retrovisore. Forse è il caso di parlare un po’ di più di economia e accorgersi che succedono cose importanti. Come ad esempio il gruppo Angelini che continua a investire ed entra nel capitale della Arnaldo Caprai per rilanciare la cantina che ha imposto il Sagrantino nel mondo. Dice Marco Caprai: «Bisogna fare qualità, vendere valore e non inseguire il mercato». D’accordo Sandro Boscaini, mister Amarone: «Di crisi anche peggiori il vino ne ha superate molte, dobbiamo osservare meglio il mercato: dobbiamo dare vini di pronta beva come i nostri Fresco di Masi, ma non abdicare ai nostri must come l’Amarone». Riccardo Cotarella (è il presidente mondiale degli enologi) insiste: «Si devono fare vini buoni e accessibili e non è vero che i giovani non vogliono più il vino, forse è il vino che non parla ai giovani». Suo fratello Renzo - è l’anima della più blasonata dinastia del vino d’Italia la Antinori - guarda oltre: «Non ci sono solo i vini icona, devono esserci anche i vini piacere». Giusto; è anche quello che manca al Vinitaly: il piacere di venirci.
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