True
2022-05-25
Il Papa blinda la Cei e «incastra» Zuppi, l’aspirante pontefice
Matteo Maria Zuppi (Imagoeconomica)
«I vescovi devono sentirsi liberi di votare». Questo avrebbe detto papa Francesco lunedì mattina, in un incontro a porte chiuse con i vescovi italiani che, dai resoconti trapelati, risulta essere stato scoppiettante. Impegnati nell’Assemblea generale i presuli italiani sono stati appunto chiamati ad eleggere il successore del presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, e lo hanno fatto ieri mattina individuando la terna di nomi da sottoporre poi al Papa per la scelta definitiva. E alla fine il Papa ha scelto come nuovo presidente della Cei il cardinale di Bologna, Matteo Maria Zuppi, 66 anni, già figura di punta dell’Onu di Trastevere, la Comunità di S. Egidio, e vescovo ausiliare di Roma dal 2012, quindi successore del cardinale Carlo Caffarra a Bologna per espressa volontà di Francesco.
Ma il voto dei vescovi riuniti in assemblea più che libero è stato ampiamente indirizzato dal Papa stesso, tanto che la terna uscita ieri dalle urne è stata quasi perfettamente corrispondente alle attese, fatto salvo il terzo nome indicato, quello di monsignor Antonino Raspanti, 62 anni, vescovo di Acireale (avrebbe incassato 21 voti). Ma si trattava di un outsider, gli altri due nomi sono stati, nell’ordine delle preferenze ricevute, quelli dei cardinali Matteo Maria Zuppi, 66 anni, arcivescovo di Bologna (108 voti), e Augusto Paolo Lojudice, 57 anni, vescovo di Siena (41 voti), cioè i due profili chiaramente emersi dai desiderata papali come espressi anche nell’intervista da lui concessa al direttore del Corriere qualche settimana fa. «Preferisco che sia un cardinale», aveva detto papa Bergoglio a Luciano Fontana, aggiungendo in altra occasione che lo voleva anche sufficientemente giovane da non superare l’età canonica per la pensione, i 75 anni, prima della scadenza del quinquennio nel 2027. I nomi di Zuppi e Lojudice quindi sono gli unici che, come ampiamente atteso, rispondevano all’identikit, con l’aggiunta di essere particolarmente vicini allo stile e alla mens di Francesco.
I due sono considerati pastori in uscita, come si dice secondo un ritornello caro al pontefice, e due preti di strada, secondo un altro mantra di moda, ma tra loro sembrava essere in pole il cardinale di Siena, sebbene con un profilo meno «politico» di quello di chi viene dalla scuola di S. Egidio, la comunità fondata a Roma dal professor Andrea Riccardi nel 1968. Secondo molte indiscrezioni il cardinale Zuppi recalcitrava all’idea di impegnarsi nella presidenza Cei, anche perché è dato da più parti come uno dei candidati forti per un prossimo conclave e l’idea di assumere le tante beghe che un capo dei vescovi deve prendersi sulle spalle, non appare propriamente come una vetrina utile allo scopo. Le patate bollenti di cui si dovrà occupare Zuppi, in primis la questione spinosa degli abusi del clero, come si può già intravedere da quanto accaduto in Francia e Spagna, e dalle pressioni esterne che proprio in questi giorni sono arrivate ai vescovi italiani riuniti in assemblea, saranno forse il dossier più ostico, ma ci sono anche i rapporti politici, quelli dottrinali, quelli con la stessa curia romana. Per quanto Zuppi certamente si impegnerà, i riflettori saranno tutti puntati su di lui e ogni più piccola stecca sarà registrata dagli spettatori. Ecco allora che quello che veniva dato come il più forte candidato per succedere a Francesco, con questa «inattesa» elezione in qualche modo viene ridimensionato, insieme ai progetti di S. Egidio che secondo diverse interpretazioni da tempo è impegnata a lavorare al prossimo conclave. Nulla è compromesso in linea di principio, ma è evidente che Zuppi presidente della Cei è una grossa novità sul ruolo dei papabili di un futuro conclave.
Sembrava proprio che il Papa fosse orientato sul cardinale Lojudice, pensando per lui anche un ritorno a Roma in veste di vicario, invece, il Papa, forse un po’ a sorpresa, ha scelto Zuppi, probabilmente rispondendo alla messe di voti che lo ha indicato come numero 1 della terna.
Perché l’incontro a porte chiuse di lunedì è stata luogo di molti mal di pancia, tanto che la frase di Francesco che invitava a «votare liberamente» è suonata nelle orecchie di molti vescovi dal sapore retorico, visto che è arrivata dopo una tirata del Papa che ha affossato senza mezzi termini la candidatura di monsignor Erio Castellucci, vescovo di Modena. «So che è un bravo vescovo e che è il candidato di Bassetti», avrebbe detto Francesco, «ma io preferisco un cardinale». L’ex presidente Bassetti, che già è uscito di scena senza troppi complimenti, trovandosi accolte senza colpo ferire anche le sue dimissioni da vescovo di Perugia, ha incassato così un altro bel «buffetto» papale.
A questo punto si dice che un vescovo sia intervenuto in aula chiedendo direttamente al Papa a cosa servisse tutto questo sfoggio di democrazia, se l’elezione di fatto era già orientata verso i nomi di Zuppi e Lojudice. Una domanda, se veramente c’è stata, che ha una sua innegabile dose di buon senso. Che il mal di pancia abbia preso molti vescovi lunedì è testimoniato dal fatto che monsignor Castellucci, nonostante il netto niet del Papa espresso davanti a tutti, sembra abbia preso parecchi voti nelle prima tornata di ieri mattina, salvo poi ritirarsi proprio perché memore della tirata papale nei suoi confronti. Ecco allora che il Papa potrebbe aver scelto Zuppi anziché Lojudice per dare atto del rispetto di una certa democraticità dell’elezione: il cardinale di Bologna è quello che ha preso più voti e il Papa ha «ratificato».
«Cercherò di fare del mio meglio, ce la metterò tutta», sono le prime parole del neo presidente dei vescovi italiani. Ma il primo ad essere sorpreso per questa elezioni è forse lo stesso Zuppi, che di imbarcarsi in questa avventura pare non avesse tanta voglia.
Filo rosso con sardine e Sant’Egidio. È la vittoria dell’ala vicina a Pechino
L’ascesa dell’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, a nuovo presidente della Cei è un elemento da considerare (anche) sotto il profilo della geopolitica vaticana: soprattutto alla luce del fatto che Papa Francesco in persona sembrerebbe aver giocato un ruolo cruciale nel processo che ha portato alla scelta del cardinale. Alla luce di ciò, la nomina di Zuppi deve probabilmente essere inserita nel più ampio contesto della distensione che, ormai da alcuni anni, la Santa sede sta portando avanti nei confronti della Repubblica popolare cinese.
Non dimentichiamo infatti che il cardinale intrattiene strettissimi legami con la Comunità di Sant’Egidio: un’organizzazione che è nota sostenitrice della nuova Ostpolitik vaticana. Nel settembre 2018, il fondatore della Comunità, Andrea Riccardi, elogiò sul Corriere della Sera il controverso accordo tra Vaticano e Cina, che era stato appena siglato e che sarebbe stato rinnovato per altri due anni nell’ottobre 2020. Era invece il 2019, quando Riccardi presenziò alla presentazione romana di L’accordo fra la Santa Sede e la Cina. I cattolici cinesi tra passato e futuro: libro, curato da Agostino Giovagnoli ed Elisa Giunipero: due accademici legati alla Comunità di Sant’Egidio, che fanno tra l’altro parte del comitato scientifico dell’Istituto Confucio dell’Università Cattolica. Non solo: a quella presentazione presero parte, tra gli altri, monsignor Claudio Maria Celli e Romano Prodi. L’ex premier, in particolare, è uno storico sostenitore del «dialogo» tra Occidente e Cina, oltre a essere considerato – come lo stesso Zuppi – vicino al movimento delle sardine.
Tra l’altro, lo scorso settembre, proprio Giovagnoli moderò un dibattito online che si intitolava significativamente «Occidente e Cina: dialogo e collaborazione tra XX e XXI secolo». A quell’evento prese parte, tra gli altri, il vice capo missione dell’ambasciata cinese in Italia Zheng Xuan, mentre inviarono i loro saluti il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin. Quello stesso Parolin che, oltre ad essere piuttosto vicino a Sant’Egidio, è stato uno dei principali artefici dell’accordo tra Santa sede e Cina, difendendolo a spada tratta due anni fa dalle critiche dell’amministrazione Trump. Celli è stato invece stretto collaboratore del defunto cardinale Achille Silvestrini: protagonista dell’Ostpolitik vaticana, costui fu mentore di quel Giuseppe Conte che, da premier, ha avvicinato notevolmente l’Italia alla Cina.
D’altronde, i legami giallorossi non si fermano qui. Fu infatti proprio Goffredo Bettini (notorio tessitore, non esattamente atlantista, dell’alleanza tra Pd e Movimento 5 Stelle) a proporre per primo Riccardi come presidente della Repubblica lo scorso gennaio, parlando al Corriere della Sera. E proprio Riccardi venne presentato come candidato al Quirinale in un primo momento da Enrico Letta. Il network di Sant’Egidio trova quindi i propri riferimenti coesivi su svariati piani: l’alleanza giallorossa a livello politico; il terzomondismo e il cattolicesimo progressista a livello ideologico; la distensione con la Cina a livello internazionale.
Ora, va da sé che il ruolo di presidente della Cei ha un carattere prevalentemente nazionale. Scegliere Zuppi (per cui il pontefice ha appositamente creato il titolo cardinalizio di Sant’Egidio nel 2019) può però avere anche un risvolto geopolitico, perché significa rafforzare indirettamente un’organizzazione già di per sé influente, oltre che significativamente favorevole all’avvicinamento tra il Vaticano e Pechino. Un segnale inviato probabilmente alla Repubblica popolare e (forse) anche a quei settori della Chiesa che mal digeriscono questa distensione filocinese. Un segnale arrivato a neanche due settimane dall’arresto del cardinale Joseph Zen.
Continua a leggereRiduci
Francesco ha orientato l’assemblea verso i nomi a lui più graditi. Promosso il cardinale di Bologna: per lui si complica il Conclave.Il prelato ha legami con la comunità di Andrea Riccardi, sostenitrice di un’apertura alla Cina.Lo speciale contiene due articoli.«I vescovi devono sentirsi liberi di votare». Questo avrebbe detto papa Francesco lunedì mattina, in un incontro a porte chiuse con i vescovi italiani che, dai resoconti trapelati, risulta essere stato scoppiettante. Impegnati nell’Assemblea generale i presuli italiani sono stati appunto chiamati ad eleggere il successore del presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, e lo hanno fatto ieri mattina individuando la terna di nomi da sottoporre poi al Papa per la scelta definitiva. E alla fine il Papa ha scelto come nuovo presidente della Cei il cardinale di Bologna, Matteo Maria Zuppi, 66 anni, già figura di punta dell’Onu di Trastevere, la Comunità di S. Egidio, e vescovo ausiliare di Roma dal 2012, quindi successore del cardinale Carlo Caffarra a Bologna per espressa volontà di Francesco.Ma il voto dei vescovi riuniti in assemblea più che libero è stato ampiamente indirizzato dal Papa stesso, tanto che la terna uscita ieri dalle urne è stata quasi perfettamente corrispondente alle attese, fatto salvo il terzo nome indicato, quello di monsignor Antonino Raspanti, 62 anni, vescovo di Acireale (avrebbe incassato 21 voti). Ma si trattava di un outsider, gli altri due nomi sono stati, nell’ordine delle preferenze ricevute, quelli dei cardinali Matteo Maria Zuppi, 66 anni, arcivescovo di Bologna (108 voti), e Augusto Paolo Lojudice, 57 anni, vescovo di Siena (41 voti), cioè i due profili chiaramente emersi dai desiderata papali come espressi anche nell’intervista da lui concessa al direttore del Corriere qualche settimana fa. «Preferisco che sia un cardinale», aveva detto papa Bergoglio a Luciano Fontana, aggiungendo in altra occasione che lo voleva anche sufficientemente giovane da non superare l’età canonica per la pensione, i 75 anni, prima della scadenza del quinquennio nel 2027. I nomi di Zuppi e Lojudice quindi sono gli unici che, come ampiamente atteso, rispondevano all’identikit, con l’aggiunta di essere particolarmente vicini allo stile e alla mens di Francesco.I due sono considerati pastori in uscita, come si dice secondo un ritornello caro al pontefice, e due preti di strada, secondo un altro mantra di moda, ma tra loro sembrava essere in pole il cardinale di Siena, sebbene con un profilo meno «politico» di quello di chi viene dalla scuola di S. Egidio, la comunità fondata a Roma dal professor Andrea Riccardi nel 1968. Secondo molte indiscrezioni il cardinale Zuppi recalcitrava all’idea di impegnarsi nella presidenza Cei, anche perché è dato da più parti come uno dei candidati forti per un prossimo conclave e l’idea di assumere le tante beghe che un capo dei vescovi deve prendersi sulle spalle, non appare propriamente come una vetrina utile allo scopo. Le patate bollenti di cui si dovrà occupare Zuppi, in primis la questione spinosa degli abusi del clero, come si può già intravedere da quanto accaduto in Francia e Spagna, e dalle pressioni esterne che proprio in questi giorni sono arrivate ai vescovi italiani riuniti in assemblea, saranno forse il dossier più ostico, ma ci sono anche i rapporti politici, quelli dottrinali, quelli con la stessa curia romana. Per quanto Zuppi certamente si impegnerà, i riflettori saranno tutti puntati su di lui e ogni più piccola stecca sarà registrata dagli spettatori. Ecco allora che quello che veniva dato come il più forte candidato per succedere a Francesco, con questa «inattesa» elezione in qualche modo viene ridimensionato, insieme ai progetti di S. Egidio che secondo diverse interpretazioni da tempo è impegnata a lavorare al prossimo conclave. Nulla è compromesso in linea di principio, ma è evidente che Zuppi presidente della Cei è una grossa novità sul ruolo dei papabili di un futuro conclave.Sembrava proprio che il Papa fosse orientato sul cardinale Lojudice, pensando per lui anche un ritorno a Roma in veste di vicario, invece, il Papa, forse un po’ a sorpresa, ha scelto Zuppi, probabilmente rispondendo alla messe di voti che lo ha indicato come numero 1 della terna.Perché l’incontro a porte chiuse di lunedì è stata luogo di molti mal di pancia, tanto che la frase di Francesco che invitava a «votare liberamente» è suonata nelle orecchie di molti vescovi dal sapore retorico, visto che è arrivata dopo una tirata del Papa che ha affossato senza mezzi termini la candidatura di monsignor Erio Castellucci, vescovo di Modena. «So che è un bravo vescovo e che è il candidato di Bassetti», avrebbe detto Francesco, «ma io preferisco un cardinale». L’ex presidente Bassetti, che già è uscito di scena senza troppi complimenti, trovandosi accolte senza colpo ferire anche le sue dimissioni da vescovo di Perugia, ha incassato così un altro bel «buffetto» papale. A questo punto si dice che un vescovo sia intervenuto in aula chiedendo direttamente al Papa a cosa servisse tutto questo sfoggio di democrazia, se l’elezione di fatto era già orientata verso i nomi di Zuppi e Lojudice. Una domanda, se veramente c’è stata, che ha una sua innegabile dose di buon senso. Che il mal di pancia abbia preso molti vescovi lunedì è testimoniato dal fatto che monsignor Castellucci, nonostante il netto niet del Papa espresso davanti a tutti, sembra abbia preso parecchi voti nelle prima tornata di ieri mattina, salvo poi ritirarsi proprio perché memore della tirata papale nei suoi confronti. Ecco allora che il Papa potrebbe aver scelto Zuppi anziché Lojudice per dare atto del rispetto di una certa democraticità dell’elezione: il cardinale di Bologna è quello che ha preso più voti e il Papa ha «ratificato».«Cercherò di fare del mio meglio, ce la metterò tutta», sono le prime parole del neo presidente dei vescovi italiani. Ma il primo ad essere sorpreso per questa elezioni è forse lo stesso Zuppi, che di imbarcarsi in questa avventura pare non avesse tanta voglia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-papa-blinda-la-cei-e-incastra-zuppi-laspirante-pontefice-2657387352.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="filo-rosso-con-sardine-e-santegidio-e-la-vittoria-dellala-vicina-a-pechino" data-post-id="2657387352" data-published-at="1653486432" data-use-pagination="False"> Filo rosso con sardine e Sant’Egidio. È la vittoria dell’ala vicina a Pechino L’ascesa dell’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, a nuovo presidente della Cei è un elemento da considerare (anche) sotto il profilo della geopolitica vaticana: soprattutto alla luce del fatto che Papa Francesco in persona sembrerebbe aver giocato un ruolo cruciale nel processo che ha portato alla scelta del cardinale. Alla luce di ciò, la nomina di Zuppi deve probabilmente essere inserita nel più ampio contesto della distensione che, ormai da alcuni anni, la Santa sede sta portando avanti nei confronti della Repubblica popolare cinese. Non dimentichiamo infatti che il cardinale intrattiene strettissimi legami con la Comunità di Sant’Egidio: un’organizzazione che è nota sostenitrice della nuova Ostpolitik vaticana. Nel settembre 2018, il fondatore della Comunità, Andrea Riccardi, elogiò sul Corriere della Sera il controverso accordo tra Vaticano e Cina, che era stato appena siglato e che sarebbe stato rinnovato per altri due anni nell’ottobre 2020. Era invece il 2019, quando Riccardi presenziò alla presentazione romana di L’accordo fra la Santa Sede e la Cina. I cattolici cinesi tra passato e futuro: libro, curato da Agostino Giovagnoli ed Elisa Giunipero: due accademici legati alla Comunità di Sant’Egidio, che fanno tra l’altro parte del comitato scientifico dell’Istituto Confucio dell’Università Cattolica. Non solo: a quella presentazione presero parte, tra gli altri, monsignor Claudio Maria Celli e Romano Prodi. L’ex premier, in particolare, è uno storico sostenitore del «dialogo» tra Occidente e Cina, oltre a essere considerato – come lo stesso Zuppi – vicino al movimento delle sardine. Tra l’altro, lo scorso settembre, proprio Giovagnoli moderò un dibattito online che si intitolava significativamente «Occidente e Cina: dialogo e collaborazione tra XX e XXI secolo». A quell’evento prese parte, tra gli altri, il vice capo missione dell’ambasciata cinese in Italia Zheng Xuan, mentre inviarono i loro saluti il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin. Quello stesso Parolin che, oltre ad essere piuttosto vicino a Sant’Egidio, è stato uno dei principali artefici dell’accordo tra Santa sede e Cina, difendendolo a spada tratta due anni fa dalle critiche dell’amministrazione Trump. Celli è stato invece stretto collaboratore del defunto cardinale Achille Silvestrini: protagonista dell’Ostpolitik vaticana, costui fu mentore di quel Giuseppe Conte che, da premier, ha avvicinato notevolmente l’Italia alla Cina. D’altronde, i legami giallorossi non si fermano qui. Fu infatti proprio Goffredo Bettini (notorio tessitore, non esattamente atlantista, dell’alleanza tra Pd e Movimento 5 Stelle) a proporre per primo Riccardi come presidente della Repubblica lo scorso gennaio, parlando al Corriere della Sera. E proprio Riccardi venne presentato come candidato al Quirinale in un primo momento da Enrico Letta. Il network di Sant’Egidio trova quindi i propri riferimenti coesivi su svariati piani: l’alleanza giallorossa a livello politico; il terzomondismo e il cattolicesimo progressista a livello ideologico; la distensione con la Cina a livello internazionale. Ora, va da sé che il ruolo di presidente della Cei ha un carattere prevalentemente nazionale. Scegliere Zuppi (per cui il pontefice ha appositamente creato il titolo cardinalizio di Sant’Egidio nel 2019) può però avere anche un risvolto geopolitico, perché significa rafforzare indirettamente un’organizzazione già di per sé influente, oltre che significativamente favorevole all’avvicinamento tra il Vaticano e Pechino. Un segnale inviato probabilmente alla Repubblica popolare e (forse) anche a quei settori della Chiesa che mal digeriscono questa distensione filocinese. Un segnale arrivato a neanche due settimane dall’arresto del cardinale Joseph Zen.
Dalle primarie a Trump, dai casi Epstein-Gates al boom dell’IA, un Paese in campagna elettorale e attraversato da nuove fratture.
Marcello Dell'Utri (Imagoeconomica)
Dal decreto, ancora parzialmente coperto da omissis, emerge con chiarezza quella che appare la motivazione centrale della decisione: «Mancano elementi concreti su contatti o rapporti diretti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi». Si tratta della sesta archiviazione in circa 30 anni di indagini sul medesimo filone investigativo. Un dato che, al di là delle inevitabili letture politiche, impone alcune riflessioni.
La prima riguarda il funzionamento del sistema giudiziario. Al di là degli esiti referendari e delle contrapposizioni ideologiche, è difficile sostenere che la giustizia italiana possa considerarsi pienamente efficiente quando sono necessari tre decenni per giungere a una conclusione che potrebbe essere definitiva su una vicenda tanto delicata per la storia della Repubblica.
Accertare se un leader politico che ha guidato il Paese per quattro volte, restando a Palazzo Chigi per oltre nove anni complessivi, abbia avuto o meno rapporti con la criminalità mafiosa non può essere considerato un tema marginale. In uno Stato maturo, una questione di tale rilevanza dovrebbe trovare una risposta certa in tempi ragionevoli. Il fatto che ciò non sia avvenuto rappresenta di per sé un elemento di riflessione. Sei archiviazioni e 30 anni di indagini appaiono un periodo eccessivo, persino considerando che Berlusconi è stato uno degli uomini politici più indagati della storia italiana.
Vi è poi un ulteriore aspetto che merita attenzione. La possibilità di mantenere aperti filoni investigativi per decenni attraverso successivi sviluppi procedurali solleva interrogativi sul piano delle garanzie individuali. La continua riapertura delle indagini, il periodico riaffiorare di vecchie dichiarazioni accusatorie e di nuove presunte acquisizioni probatorie, spesso a distanza di molti anni dai fatti, rischiano di produrre un effetto permanente di sospensione del giudizio, alimentando nell’opinione pubblica anticipazioni di colpevolezza che possono rivelarsi infondate. È un’impressione che ho maturato anche sul piano personale. Nelle occasioni in cui ho avuto modo di incontrare e confrontarmi con Berlusconi negli ultimi anni della sua vita, non ho mai percepito, neppure lontanamente, l’immagine dell’uomo cui, nel tempo, sono state attribuite le accuse più gravi. Le nostre conversazioni iniziavano spesso con un misto di comprensibile amarezza per gli oltre 100 procedimenti giudiziari affrontati e di sincera stima verso quella parte della magistratura che, con professionalità, dedizione e talvolta sacrificio personale, svolge quotidianamente il proprio compito al servizio della giustizia.
Alla luce dell’ennesima archiviazione, caratterizzata da motivazioni particolarmente nette, quelle parole appaiono oggi ancora più autentiche. Restituiscono il senso della sofferenza di un uomo che si è sempre dichiarato estraneo ad accuse gravissime e che ha vissuto per decenni sotto il peso di sospetti mai tradotti in prove sufficienti. Da uomo delle istituzioni e da osservatore della vita pubblica, non posso non rilevare come questa vicenda lasci l’impressione di una giustizia arrivata troppo tardi: una giustizia che, per molti aspetti, ha dato una risposta definitiva soltanto dopo la morte del diretto interessato.
Al di là delle simpatie o delle antipatie che ciascuno può nutrire nei confronti dell’uomo o del politico, questa storia dovrebbe offrire un insegnamento più generale. È interesse di tutti rendere il sistema giudiziario italiano più efficiente, più rapido e più equilibrato. Un sistema nel quale possano susseguirsi per 30 anni indagini, intercettazioni, interrogatori e inevitabili esposizioni mediatiche non rappresenta un modello auspicabile per nessun cittadino. Personalmente, avevo auspicato che un percorso di riforma potesse prendere avvio attraverso la revisione costituzionale proposta negli ultimi anni. Ciò non è avvenuto. Resta però la necessità di proseguire lungo la strada delle riforme, nella prospettiva di un processo capace di fornire risposte autorevoli in tempi ragionevoli.
Perché la credibilità della giustizia non è una questione che riguarda soltanto i tribunali. È uno dei pilastri della democrazia e della lotta alla criminalità organizzata.
Viene spontaneo chiedersi quanti autentici mafiosi abbiano potuto prosperare mentre energie investigative venivano impiegate nel tentativo di dimostrare una presunta contiguità mafiosa che, dopo decenni di accertamenti, non ha trovato conferma. E viene altrettanto spontaneo interrogarsi su quale percezione possano maturare i cittadini davanti a vicende processuali di durata così straordinaria. Come esce da tutto questo il sistema giustizia nel suo complesso? Se si vuole individuare un elemento positivo, esso risiede forse nella chiusura di una delle pagine più controverse della storia repubblicana recente. Una pagina che, almeno sul piano giudiziario, sembra mettere la parola fine alle insinuazioni relative ai presunti rapporti tra un ex premier e la criminalità mafiosa. Resta tuttavia un interrogativo che non può essere ignorato: dopo sei archiviazioni, questa vicenda può dirsi davvero conclusa oppure esiste il rischio che nuovi sviluppi investigativi la riportino ancora una volta al centro del dibattito pubblico e giudiziario? È proprio questa incertezza, protratta per decenni, a rappresentare uno degli aspetti più problematici dell’intera vicenda.
Resta ora una sfida importante per la magistratura: recuperare pienamente autorevolezza e credibilità agli occhi dell’opinione pubblica, anche alla luce delle difficoltà e delle polemiche che hanno interessato il settore negli ultimi anni. Solo attraverso una collaborazione leale tra tutte le istituzioni sarà possibile costruire una giustizia più giusta, più rapida e più credibile. Una giustizia all’altezza delle aspettative dei cittadini e delle esigenze di uno Stato democratico.
Continua a leggereRiduci
Paolo Zangrillo (Imagoeconomica)
«Ma mi lasci dire che se siamo riusciti a chiudere tutti i rinnovi 2022-2024 della Pa e abbiamo iniziato già con la tornata successiva, quella 2025-27, il merito è anche dell’atteggiamento del governo che ha mantenuto quanto promesso alle controparti. Ha avuto credibilità e questa credibilità è stata premiata. Anche la Cgil ha condiviso la bontà di questo percorso».
Il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo è reduce dall’ennesima intesa chiusa in tempi record. Sul tavolo il nuovo contratto (2025-2027) per circa 200.000 dipendenti di ministeri e agenzie fiscali. In soldoni, un incremento medio di 162 euro mensili lordi che vanno ad aggiungersi agli aumenti ricevuti non molti mesi fa per la tornata 2022-2024. Complessivamente, nelle due tornate, le retribuzioni sono lievitate di oltre il 12%, solo per la parte tabellare. Ma non c’è solo l’aspetto economico. Perché, per certi versi, l’aspetto normativo, dalla regolamentazione dell’IA all’ipotesi di un tavolo salva-inflazione, rappresenta la vera novità.
Ministro, mi lasci mettere un po’ di veleno. Vero che Landini ieri ha firmato, ma fosse stato per lui, che ha boicottato l’intesa precedente, il nuovo tavolo per il rinnovo degli statali non ci sarebbe stato.
«Guardi, io le posso dire che in questa tornata contrattuale l’atteggiamento della Cgil è stato costruttivo. Infatti ha firmato anche il contratto dell’Istruzione e ricerca. Penso si siano resi conto che la continuità della contrattazione, tre contratti negli ultimi 4 anni, è un valore importante per i dipendenti del settore. Se poi andiamo a vedere gli andamenti delle retribuzioni di fatto - indennità di settore, premi di produzione - alla fine i lavoratori si trovano davanti a incrementi salariali del 13%...».
Hanno cambiato idea per il malcontento della base?
«Credo si faccia fatica a spiegare a lavoratori e delegati perché si respinge un contratto che aumenta del 13% la busta paga. E apre le porte ai rinnovi successivi».
O Landini si è arreso quando la Commissione Ue ha vidimato i progressi della Pa?
«Landini non mi sembra tipo da arrendersi. Io so che il Country report 2026 della Commissione dice che nel periodo che va dal 2023 al 2025 la percezione dei cittadini italiani rispetto alla Pa è migliorata del 14%. È il cambiamento più significativo in Europa, un cambiamento che ci porta nella media Ue. Un premio, se mi consente, non solo al rinnovo dei contratti ma anche alla riforma sul sistema di reclutamento, alle iniziative sulla formazione, al disegno di legge sul merito che settimana prossima arriva in Senato e alla digitalizzazione dei servizi».
E per la prima volta avete normato l’uso dell’Intelligenza artificiale nell’organizzazione dello Stato. Le regole bastano per controllare l’IA?
«Non bastano ma sono essenziali. Abbiamo introdotto un principio di trasparenza a garanzia dei dipendenti. Nei nostri processi, soprattutto nella gestione del capitale umano, ciascun lavoratore ha piena visibilità di quello che fanno gli algoritmi».
È sufficiente per trovare un equilibrio tra codici e uomo?
«No. Noi abbiamo adottato un approccio antropocentrico, la macchina deve restare un supporto dell’uomo. Non potrà mai sostituirlo per la parte che attiene alla responsabilità e all’aspetto decisionale».
Ci faccia un esempio.
«Se un dirigente deve valutare un dipendente e decidere magari se promuoverlo avrà l’ausilio dell’intelligenza artificiale nel fissare gli obiettivi e analizzare i dati, ma la decisione finale e la responsabilità per quella scelta resta sua. E nessuno potrà contestarlo se il suo verdetto - condizionato da sensazioni ed emozioni che spesso prescindono dai numeri - sarà diverso da quello indicato dalla macchina».
A chi vi siete ispirati?
«Tra gli altri anche all’ultima enciclica del Papa che ci ha ricordato come la macchina non abbia la capacità di discernimento che invece appartiene all’uomo».
È abbastanza?
«Non siamo ingenui. Siamo consapevoli di essere all’inizio di un processo epocale che prevede tra le altre cose tanta formazione e capacità di adattamento. Un recente studio del World Economic Forum prevede che da qui al 2030 nasceranno 78 milioni di nuovi posti di lavoro e alcuni di questi mestieri oggi non esistono. Ecco, anche nella Pa dovremo essere bravi a individuarli e a formare in quella direzione il capitale umano per tempo».
Nel nuovo contratto è sancita una clausola proteggi inflazione, la potremmo definire salva-Hormuz. Anche questa è una novità. Ci spiega?
Non c’è nessun automatismo, ma l’Aran (che rappresenta lo Stato nelle tratttaive ndr) si impegna a sedersi intorno a un tavolo con i sindacati entro luglio 2027 per verificare quali sono stati gli andamenti delle retribuzioni e gli eventuali scostamenti rispetto all’inflazione reale... Come per esempio è successo con il Covid. Una sorta di sentinella del carovita».
Il carovita richiama alla politica. Cosa ci dice l’ultima tornata elettorale?
«Il significato è semplice: chi sperava che il risultato del referendum corrispondesse a quello politico si è sbagliato di grosso. Il centrodestra regge alla grande».
C’è la mina vagante Vannacci. Risorsa o problema?
«Lo deve decidere lui. Io direi che in questo momento sta facendo più il gioco del campo largo che quello centrodestra. Però Vannacci sa che per diventare un’opportunità basta rispettare i principi che hanno da sempre caratterizzato il centrodestra».
Per esempio l’appoggio all’Ucraina?
«Per esempio».
Nel centro sembrano esserci più leader che elettori.
«Guardi un partito di centro aggregatore c’è già ed è Forza Italia. Tutti gli esperimenti diversi, pensi a Renzi più Calenda, sono falliti miseramente».
E il centrodestra lo accoglierebbe Calenda?
«Calenda è sicuramente un riformista che non ama gli estremi. Un uomo di contenuti con idee spesso condivisibili. Sta a lui decidere cosa vuol fare da grande. Continuare a rimanere isolato con una postura che difficilmente avrà rilevanza o fare il grande passo ed entrare in una coalizione che si avvicina di più ai suoi valori».
Continua a leggereRiduci