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2018-06-15
Il Nobel Stiglitz sull’euro parla come Savona
ANSA
«Il contraccolpo in Italia è un altro episodio prevedibile (e predetto) della lunga saga di un sistema monetario costruito male, in cui il potere dominante, cioè la Germania, ostacola le necessarie riforme e insiste su politiche che esacerbano i problemi». Utilizzando i criteri recentemente esposti da Sergio Mattarella, il premio Nobel 2001 per l'Economia, Joseph Stiglitz, non potrebbe guidare il Tesoro del governo italiano. La frase qui riportata è infatti dello studioso americano, che su Project Syndicate ha appena pubblicato il breve saggio «Can the euro be saved?» («Si può salvare l'euro?», testo completo gratuito leggibile su goo.gl/yL6AYy). Un contrappunto casuale ma durissimo se paragonato alle parole con cui, inevitabilmente, Mario Draghi ha difeso l'euro come «irreversibile», circostanza che rende «di nessun beneficio il discuterne». Di contro, uno dei massimi economisti viventi parla della moneta unica quasi al passato.
Draghi ha un passaggio che, non suonasse paradossale, potrebbe essere tacciato di populismo: «L'euro è irreversibile perché è una moneta forte e la gente lo vuole» («People want it», ha scandito). Tale considerazione «vale in entrambi i sensi», ha detto ancora, e cioè sia nei confronti di movimenti euroscettici in Italia sia a riguardo del dibattito aperto in Germania dall'economista Clement Fuest, che con altri colleghi ha chiesto l'introduzione di clausole per un'uscita ordinata dalla moneta unica.
Stiglitz la vede in modo diverso, ed è difficile relegarlo a posizioni di retroguardia o di speculazione politica. Peraltro il Nobel si diffonde ampiamente sul nostro Paese, smentendo la convinzione che la moneta unica «protegga» e rafforzi le economie: «L'Italia fatica dall'introduzione dell'euro. Il suo Pil reale del 2016 era ai livelli del 2001. Ma neppure l'eurozona se la passa bene. [...] Nel 2000, l'economia statunitense era del 13% più grande di quella dell'eurozona; nel 2016 la differenza è stata del 26%. Se un Paese va male, la colpa è del Paese; se molti Paesi vanno male, la colpa è del sistema. E l'euro è un sistema quasi destinato al fallimento. Ha tolto ai governi i principali meccanismi di aggiustamento (tassi di interesse e di cambio), e anziché creare nuove istituzioni che aiutassero i Paesi a gestire le nuove situazioni, ha imposto restrizioni - spesso basate su teorie economico politiche screditate - su deficit, debito, e anche riforme strutturali».
Da una sponda dell'Atlantico dunque, l'invito a non discutere di ciò che è irreversibile, dall'altra una sentenza non certo nuova al mainstream economico (anzi: solo sui giornali italiani si parla di Savona come di «eretico»), ma comunque pesante: «L'euro avrebbe dovuto portare ricchezza condivisa, che avrebbe spinto l'integrazione europea, ma ha fatto l'opposto». La radice del problema, a giudizio del Nobel che sarebbe comunque favorevole al «salvataggio» della moneta unica, è politica. «Il problema centrale in un'area monetaria è come correggere i disallineamenti del cambio, come quello che sta colpendo l'Italia. La risposta della Germania è di caricare il fardello sui Paesi deboli, già provati da alta disoccupazione e bassa crescita. Sappiamo a cosa porta una scelta simile: più dolore, più sofferenza, più disoccupazione, e ancora minor crescita».
La parte finale, poi, è ancora più centrata sull'Italia e sulla situazione creatasi con il nuovo governo gialloblù. «Qui il sentimento antieuro arriva sia da destra sia da sinistra. [...] Salvini potrebbe utilizzare le minacce negoziali che altrove politici con meno esperienza hanno avuto paura di mettere sul tavolo». Quindi, la parte più intrigante, che sembra quasi contenere un riferimento al progetto dei miniBot di cui La Verità ha spesso parlato, prima che finissero nel programma del centrodestra e in quello di governo. Dice Stiglitz: «L'Italia è sufficientemente grande, e ha economisti sufficientemente bravi e creativi, da studiare un'uscita de facto, introducendo in sostanza una doppia moneta flessibile che potrebbe aiutare a recuperare ricchezza. Questo violerebbe le regole dell'eurozona, ma la responsabilità di un'uscita de jure, con tutte le sue conseguenze, sarebbe scaricata su Bruxelles e Francoforte, con l'Italia che conterebbe sulla paralisi dell'Unione europea per scongiurare la rottura finale. Qualunque fosse l'esito, comunque l'eurozona sarebbe a pezzi». La chiusa è ancora più malinconica del timbro del recente libro di Stiglitz (Come una moneta unica minaccia il futuro dell'Europa, Einaudi 2017): «La Germania e gli altri Paesi possono salvare l'euro [...] Ma, visti i precedenti, non mi aspetto che cambino rispetto al passato».
Ovviamente chi abbia ragione tra Draghi e Stiglitz lo dirà solo il tempo. Resta il fatto che, mentre i massimi vertici del pensiero economico mondiale discutono apertamente di una possibile frammentazione dell'eurozona con meno danni possibili, proprio le classi dirigenti più direttamente interessate sembrano considerare un'eresia il solo valutare il problema. Problema che pure investe drammaticamente la sicurezza dei Paesi, del lavoro e del risparmio di milioni di persone. Con un corollario: così facendo, si rischia di dar ragione a chi sostiene che la moneta unica - così com'è - sia incompatibile con la democrazia.
Draghi fa l’equilibrista con il Qe Il paracadute si chiuderà a metà
L'evento più atteso dagli operatori finanziari e dai lavoratori dipendenti (che usano una buona fetta del proprio stipendio per pagare il mutuo) ha lasciato tutti un po' delusi. La Bce ha annunciato una volta per tutte la fine del quantitative easing, il programma di acquisto titoli di debito dell'eurozona. Non ha però sganciato la bomba. Mario Draghi durante la conferenza stampa ha spiegato che ridurrà gli acquisti a 15 miliardi al mese da ottobre a dicembre, per poi portarli a zero da gennaio 2019. Il bazooka, però, resterà nella cassetta degli attrezzi della Bce, pronto per essere riutilizzato in caso di necessità. Al tempo stesso i tassi resteranno invariati e vicino allo zero per molto tempo. Draghi ha così deluso gli speculatori che si attendevano un cambio di passo brusco e un rialzo dei tassi in grado di spostare la liquidità dalle Borse al mercato dei bond al tempo stesso ha deluso chi sperava che il paracadute dei debiti pubblici rimanesse aperto all'infinito.
«Le decisioni prese alla riunione di Riga riflettono in parte un quadro macro ancora solido e un ritorno anche più rapido dell'inflazione al target rispetto a qualche mese fa», spiega Anna Maria Grimaldi della direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo. Le nuove stime dello staff hanno rivisto al 2,1% da 2,4% la crescita 2018 ma confermato le previsioni per il 2019 e il 2020 (rispettivamente all'1,9% e 1,7%).
L'inflazione è stata rivista al rialzo all'1,7% (da 1,4%) sia quest'anno che il prossimo, mentre la stima per il 2020 è confermata ancora all'1,7%. «Le previsioni di inflazione sono invariate, dal momento che l'accelerazione dell'inflazione complessiva è interamente spiegata dal rincaro del prezzo del petrolio», prosegue l'analista di Intesa. «Tuttavia, nel comunicato della Bce si legge che il Consiglio si aspetta, da fine anno, un rialzo più duraturo dei prezzi, dati i segnali di accelerazione dei salari». Draghi aveva infatti sottolineato che la bassa crescita salariale fosse l'anello mancante perché si potesse valutare il rialzo dei prezzi interni.
«Mantenere in vita il Qe nel contesto attuale non era più ipotizzabile», conclude la Grimaldi. La misura era stata lanciata quando l'area euro nel suo complesso era a rischio deflazione, rischio che è ormai del tutto scomparso dal radar della Bce». Durante la conferenza stampa è stato sollevato un dubbio sul timing della decisione dal momento che il comunicato introduttivo indica che il Consiglio valuta che i rischi per lo scenario macro siano ancora bilanciati ma che l'incertezza, legata al quadro geopolitico e alle politiche commerciali, è aumentata. In poche parole, i Paesi dell'eurozona - soprattutto l'Italia - restano senza paracadute, ma per il momento la Bce ha deciso di non scaraventare nessuno giù dall'area. Insomma, il paracadute si chiuderà a metà.
E non è un caso se il governatore della banca centrale durante la conferenza stampa da Riga abbia sminuito le reazioni dei mercati alle dichiarazioni anti euro di alcuni esponenti della Lega. Ha cercato di rassicurare i mercati sull'irreversibilità dell'euro, indicando che l'aumento del premio a rischio in Italia non ha innescato un rischio contagio.
In altre parole rispondendo a una domanda sulla possibilità che il ritorno delle tensioni sui titoli sovrani possa portare a una ridenominazione dell'euro, Draghi ha esplicitato: «La valuta è irreversibile perché è forte, perché la gente la vuole e perché non c'è alcun beneficio a discuterne l'esistenza. Non paga discutere di qualcosa che è irreversibile perché può fare solo danni». Risposta, quella di Draghi, riferita sia ai movimenti euroscettici in Italia che al dibattito aperto in Germania dall'economista Clement Fuest.
Mentre sul recente aumento di spread tra Btp e Bund ha spiegato: «Voglio sottolineare come a maggio gli acquisti di bond italiani siano stati pari a 3,6 miliardi di euro, superiori ai 3,4 miliardi di marzo e di gennaio. Dunque nessun complotto». Il numero uno della Bce ha spiegato come gli acquisti settimanali e mensili dipendano da diverse circostanze, come ad esempio l'ammontare dei bond che vanno a scadenza e dunque non bisogna trarre conclusioni affrettate dai singoli dati. È ormai chiaro che Draghi abbia scelto per l'ennesima volta di fare l'equilibrista. Da un lato il ciclo espansivo giustifica la fine rapida del Quantitative easing, dall'altro non si può non notare che un ciclo politico è arrivato al capolinea. Senza il bazooka di Draghi sarà difficile finanziare le politiche a debito e deficit. Dalle parole del governatore l'intento di stoppare il cosiddetto moral hazard è palese.
Claudio Antonelli
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Intervento dell'economista: «Le tensioni sull'Italia sono prevedibili, la moneta unica ha danneggiato tutti perché è costruita male e la Germania impedisce le necessarie riforme. Roma ha economisti bravi e creativi: può forzare la mano con una uscita di fatto».La Bce annuncia come previsto la graduale riduzione di acquisti sui titoli: lo stop completo a inizio 2019. Ma tassi fermi a lungo. Sull'Italia: nessun complotto né contagio; inutile discutere dell'euro, è irreversibile.Lo speciale contiene due articoli«Il contraccolpo in Italia è un altro episodio prevedibile (e predetto) della lunga saga di un sistema monetario costruito male, in cui il potere dominante, cioè la Germania, ostacola le necessarie riforme e insiste su politiche che esacerbano i problemi». Utilizzando i criteri recentemente esposti da Sergio Mattarella, il premio Nobel 2001 per l'Economia, Joseph Stiglitz, non potrebbe guidare il Tesoro del governo italiano. La frase qui riportata è infatti dello studioso americano, che su Project Syndicate ha appena pubblicato il breve saggio «Can the euro be saved?» («Si può salvare l'euro?», testo completo gratuito leggibile su goo.gl/yL6AYy). Un contrappunto casuale ma durissimo se paragonato alle parole con cui, inevitabilmente, Mario Draghi ha difeso l'euro come «irreversibile», circostanza che rende «di nessun beneficio il discuterne». Di contro, uno dei massimi economisti viventi parla della moneta unica quasi al passato.Draghi ha un passaggio che, non suonasse paradossale, potrebbe essere tacciato di populismo: «L'euro è irreversibile perché è una moneta forte e la gente lo vuole» («People want it», ha scandito). Tale considerazione «vale in entrambi i sensi», ha detto ancora, e cioè sia nei confronti di movimenti euroscettici in Italia sia a riguardo del dibattito aperto in Germania dall'economista Clement Fuest, che con altri colleghi ha chiesto l'introduzione di clausole per un'uscita ordinata dalla moneta unica.Stiglitz la vede in modo diverso, ed è difficile relegarlo a posizioni di retroguardia o di speculazione politica. Peraltro il Nobel si diffonde ampiamente sul nostro Paese, smentendo la convinzione che la moneta unica «protegga» e rafforzi le economie: «L'Italia fatica dall'introduzione dell'euro. Il suo Pil reale del 2016 era ai livelli del 2001. Ma neppure l'eurozona se la passa bene. [...] Nel 2000, l'economia statunitense era del 13% più grande di quella dell'eurozona; nel 2016 la differenza è stata del 26%. Se un Paese va male, la colpa è del Paese; se molti Paesi vanno male, la colpa è del sistema. E l'euro è un sistema quasi destinato al fallimento. Ha tolto ai governi i principali meccanismi di aggiustamento (tassi di interesse e di cambio), e anziché creare nuove istituzioni che aiutassero i Paesi a gestire le nuove situazioni, ha imposto restrizioni - spesso basate su teorie economico politiche screditate - su deficit, debito, e anche riforme strutturali».Da una sponda dell'Atlantico dunque, l'invito a non discutere di ciò che è irreversibile, dall'altra una sentenza non certo nuova al mainstream economico (anzi: solo sui giornali italiani si parla di Savona come di «eretico»), ma comunque pesante: «L'euro avrebbe dovuto portare ricchezza condivisa, che avrebbe spinto l'integrazione europea, ma ha fatto l'opposto». La radice del problema, a giudizio del Nobel che sarebbe comunque favorevole al «salvataggio» della moneta unica, è politica. «Il problema centrale in un'area monetaria è come correggere i disallineamenti del cambio, come quello che sta colpendo l'Italia. La risposta della Germania è di caricare il fardello sui Paesi deboli, già provati da alta disoccupazione e bassa crescita. Sappiamo a cosa porta una scelta simile: più dolore, più sofferenza, più disoccupazione, e ancora minor crescita».La parte finale, poi, è ancora più centrata sull'Italia e sulla situazione creatasi con il nuovo governo gialloblù. «Qui il sentimento antieuro arriva sia da destra sia da sinistra. [...] Salvini potrebbe utilizzare le minacce negoziali che altrove politici con meno esperienza hanno avuto paura di mettere sul tavolo». Quindi, la parte più intrigante, che sembra quasi contenere un riferimento al progetto dei miniBot di cui La Verità ha spesso parlato, prima che finissero nel programma del centrodestra e in quello di governo. Dice Stiglitz: «L'Italia è sufficientemente grande, e ha economisti sufficientemente bravi e creativi, da studiare un'uscita de facto, introducendo in sostanza una doppia moneta flessibile che potrebbe aiutare a recuperare ricchezza. Questo violerebbe le regole dell'eurozona, ma la responsabilità di un'uscita de jure, con tutte le sue conseguenze, sarebbe scaricata su Bruxelles e Francoforte, con l'Italia che conterebbe sulla paralisi dell'Unione europea per scongiurare la rottura finale. Qualunque fosse l'esito, comunque l'eurozona sarebbe a pezzi». La chiusa è ancora più malinconica del timbro del recente libro di Stiglitz (Come una moneta unica minaccia il futuro dell'Europa, Einaudi 2017): «La Germania e gli altri Paesi possono salvare l'euro [...] Ma, visti i precedenti, non mi aspetto che cambino rispetto al passato».Ovviamente chi abbia ragione tra Draghi e Stiglitz lo dirà solo il tempo. Resta il fatto che, mentre i massimi vertici del pensiero economico mondiale discutono apertamente di una possibile frammentazione dell'eurozona con meno danni possibili, proprio le classi dirigenti più direttamente interessate sembrano considerare un'eresia il solo valutare il problema. Problema che pure investe drammaticamente la sicurezza dei Paesi, del lavoro e del risparmio di milioni di persone. Con un corollario: così facendo, si rischia di dar ragione a chi sostiene che la moneta unica - così com'è - sia incompatibile con la democrazia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-nobel-stiglitz-sulleuro-parla-come-savona-2578120896.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="draghi-fa-lequilibrista-con-il-qe-il-paracadute-si-chiudera-a-meta" data-post-id="2578120896" data-published-at="1767840467" data-use-pagination="False"> Draghi fa l’equilibrista con il Qe Il paracadute si chiuderà a metà L'evento più atteso dagli operatori finanziari e dai lavoratori dipendenti (che usano una buona fetta del proprio stipendio per pagare il mutuo) ha lasciato tutti un po' delusi. La Bce ha annunciato una volta per tutte la fine del quantitative easing, il programma di acquisto titoli di debito dell'eurozona. Non ha però sganciato la bomba. Mario Draghi durante la conferenza stampa ha spiegato che ridurrà gli acquisti a 15 miliardi al mese da ottobre a dicembre, per poi portarli a zero da gennaio 2019. Il bazooka, però, resterà nella cassetta degli attrezzi della Bce, pronto per essere riutilizzato in caso di necessità. Al tempo stesso i tassi resteranno invariati e vicino allo zero per molto tempo. Draghi ha così deluso gli speculatori che si attendevano un cambio di passo brusco e un rialzo dei tassi in grado di spostare la liquidità dalle Borse al mercato dei bond al tempo stesso ha deluso chi sperava che il paracadute dei debiti pubblici rimanesse aperto all'infinito. «Le decisioni prese alla riunione di Riga riflettono in parte un quadro macro ancora solido e un ritorno anche più rapido dell'inflazione al target rispetto a qualche mese fa», spiega Anna Maria Grimaldi della direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo. Le nuove stime dello staff hanno rivisto al 2,1% da 2,4% la crescita 2018 ma confermato le previsioni per il 2019 e il 2020 (rispettivamente all'1,9% e 1,7%). L'inflazione è stata rivista al rialzo all'1,7% (da 1,4%) sia quest'anno che il prossimo, mentre la stima per il 2020 è confermata ancora all'1,7%. «Le previsioni di inflazione sono invariate, dal momento che l'accelerazione dell'inflazione complessiva è interamente spiegata dal rincaro del prezzo del petrolio», prosegue l'analista di Intesa. «Tuttavia, nel comunicato della Bce si legge che il Consiglio si aspetta, da fine anno, un rialzo più duraturo dei prezzi, dati i segnali di accelerazione dei salari». Draghi aveva infatti sottolineato che la bassa crescita salariale fosse l'anello mancante perché si potesse valutare il rialzo dei prezzi interni. «Mantenere in vita il Qe nel contesto attuale non era più ipotizzabile», conclude la Grimaldi. La misura era stata lanciata quando l'area euro nel suo complesso era a rischio deflazione, rischio che è ormai del tutto scomparso dal radar della Bce». Durante la conferenza stampa è stato sollevato un dubbio sul timing della decisione dal momento che il comunicato introduttivo indica che il Consiglio valuta che i rischi per lo scenario macro siano ancora bilanciati ma che l'incertezza, legata al quadro geopolitico e alle politiche commerciali, è aumentata. In poche parole, i Paesi dell'eurozona - soprattutto l'Italia - restano senza paracadute, ma per il momento la Bce ha deciso di non scaraventare nessuno giù dall'area. Insomma, il paracadute si chiuderà a metà. E non è un caso se il governatore della banca centrale durante la conferenza stampa da Riga abbia sminuito le reazioni dei mercati alle dichiarazioni anti euro di alcuni esponenti della Lega. Ha cercato di rassicurare i mercati sull'irreversibilità dell'euro, indicando che l'aumento del premio a rischio in Italia non ha innescato un rischio contagio. In altre parole rispondendo a una domanda sulla possibilità che il ritorno delle tensioni sui titoli sovrani possa portare a una ridenominazione dell'euro, Draghi ha esplicitato: «La valuta è irreversibile perché è forte, perché la gente la vuole e perché non c'è alcun beneficio a discuterne l'esistenza. Non paga discutere di qualcosa che è irreversibile perché può fare solo danni». Risposta, quella di Draghi, riferita sia ai movimenti euroscettici in Italia che al dibattito aperto in Germania dall'economista Clement Fuest. Mentre sul recente aumento di spread tra Btp e Bund ha spiegato: «Voglio sottolineare come a maggio gli acquisti di bond italiani siano stati pari a 3,6 miliardi di euro, superiori ai 3,4 miliardi di marzo e di gennaio. Dunque nessun complotto». Il numero uno della Bce ha spiegato come gli acquisti settimanali e mensili dipendano da diverse circostanze, come ad esempio l'ammontare dei bond che vanno a scadenza e dunque non bisogna trarre conclusioni affrettate dai singoli dati. È ormai chiaro che Draghi abbia scelto per l'ennesima volta di fare l'equilibrista. Da un lato il ciclo espansivo giustifica la fine rapida del Quantitative easing, dall'altro non si può non notare che un ciclo politico è arrivato al capolinea. Senza il bazooka di Draghi sarà difficile finanziare le politiche a debito e deficit. Dalle parole del governatore l'intento di stoppare il cosiddetto moral hazard è palese. Claudio Antonelli
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.