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2018-06-15
Il Nobel Stiglitz sull’euro parla come Savona
ANSA
«Il contraccolpo in Italia è un altro episodio prevedibile (e predetto) della lunga saga di un sistema monetario costruito male, in cui il potere dominante, cioè la Germania, ostacola le necessarie riforme e insiste su politiche che esacerbano i problemi». Utilizzando i criteri recentemente esposti da Sergio Mattarella, il premio Nobel 2001 per l'Economia, Joseph Stiglitz, non potrebbe guidare il Tesoro del governo italiano. La frase qui riportata è infatti dello studioso americano, che su Project Syndicate ha appena pubblicato il breve saggio «Can the euro be saved?» («Si può salvare l'euro?», testo completo gratuito leggibile su goo.gl/yL6AYy). Un contrappunto casuale ma durissimo se paragonato alle parole con cui, inevitabilmente, Mario Draghi ha difeso l'euro come «irreversibile», circostanza che rende «di nessun beneficio il discuterne». Di contro, uno dei massimi economisti viventi parla della moneta unica quasi al passato.
Draghi ha un passaggio che, non suonasse paradossale, potrebbe essere tacciato di populismo: «L'euro è irreversibile perché è una moneta forte e la gente lo vuole» («People want it», ha scandito). Tale considerazione «vale in entrambi i sensi», ha detto ancora, e cioè sia nei confronti di movimenti euroscettici in Italia sia a riguardo del dibattito aperto in Germania dall'economista Clement Fuest, che con altri colleghi ha chiesto l'introduzione di clausole per un'uscita ordinata dalla moneta unica.
Stiglitz la vede in modo diverso, ed è difficile relegarlo a posizioni di retroguardia o di speculazione politica. Peraltro il Nobel si diffonde ampiamente sul nostro Paese, smentendo la convinzione che la moneta unica «protegga» e rafforzi le economie: «L'Italia fatica dall'introduzione dell'euro. Il suo Pil reale del 2016 era ai livelli del 2001. Ma neppure l'eurozona se la passa bene. [...] Nel 2000, l'economia statunitense era del 13% più grande di quella dell'eurozona; nel 2016 la differenza è stata del 26%. Se un Paese va male, la colpa è del Paese; se molti Paesi vanno male, la colpa è del sistema. E l'euro è un sistema quasi destinato al fallimento. Ha tolto ai governi i principali meccanismi di aggiustamento (tassi di interesse e di cambio), e anziché creare nuove istituzioni che aiutassero i Paesi a gestire le nuove situazioni, ha imposto restrizioni - spesso basate su teorie economico politiche screditate - su deficit, debito, e anche riforme strutturali».
Da una sponda dell'Atlantico dunque, l'invito a non discutere di ciò che è irreversibile, dall'altra una sentenza non certo nuova al mainstream economico (anzi: solo sui giornali italiani si parla di Savona come di «eretico»), ma comunque pesante: «L'euro avrebbe dovuto portare ricchezza condivisa, che avrebbe spinto l'integrazione europea, ma ha fatto l'opposto». La radice del problema, a giudizio del Nobel che sarebbe comunque favorevole al «salvataggio» della moneta unica, è politica. «Il problema centrale in un'area monetaria è come correggere i disallineamenti del cambio, come quello che sta colpendo l'Italia. La risposta della Germania è di caricare il fardello sui Paesi deboli, già provati da alta disoccupazione e bassa crescita. Sappiamo a cosa porta una scelta simile: più dolore, più sofferenza, più disoccupazione, e ancora minor crescita».
La parte finale, poi, è ancora più centrata sull'Italia e sulla situazione creatasi con il nuovo governo gialloblù. «Qui il sentimento antieuro arriva sia da destra sia da sinistra. [...] Salvini potrebbe utilizzare le minacce negoziali che altrove politici con meno esperienza hanno avuto paura di mettere sul tavolo». Quindi, la parte più intrigante, che sembra quasi contenere un riferimento al progetto dei miniBot di cui La Verità ha spesso parlato, prima che finissero nel programma del centrodestra e in quello di governo. Dice Stiglitz: «L'Italia è sufficientemente grande, e ha economisti sufficientemente bravi e creativi, da studiare un'uscita de facto, introducendo in sostanza una doppia moneta flessibile che potrebbe aiutare a recuperare ricchezza. Questo violerebbe le regole dell'eurozona, ma la responsabilità di un'uscita de jure, con tutte le sue conseguenze, sarebbe scaricata su Bruxelles e Francoforte, con l'Italia che conterebbe sulla paralisi dell'Unione europea per scongiurare la rottura finale. Qualunque fosse l'esito, comunque l'eurozona sarebbe a pezzi». La chiusa è ancora più malinconica del timbro del recente libro di Stiglitz (Come una moneta unica minaccia il futuro dell'Europa, Einaudi 2017): «La Germania e gli altri Paesi possono salvare l'euro [...] Ma, visti i precedenti, non mi aspetto che cambino rispetto al passato».
Ovviamente chi abbia ragione tra Draghi e Stiglitz lo dirà solo il tempo. Resta il fatto che, mentre i massimi vertici del pensiero economico mondiale discutono apertamente di una possibile frammentazione dell'eurozona con meno danni possibili, proprio le classi dirigenti più direttamente interessate sembrano considerare un'eresia il solo valutare il problema. Problema che pure investe drammaticamente la sicurezza dei Paesi, del lavoro e del risparmio di milioni di persone. Con un corollario: così facendo, si rischia di dar ragione a chi sostiene che la moneta unica - così com'è - sia incompatibile con la democrazia.
Draghi fa l’equilibrista con il Qe Il paracadute si chiuderà a metà
L'evento più atteso dagli operatori finanziari e dai lavoratori dipendenti (che usano una buona fetta del proprio stipendio per pagare il mutuo) ha lasciato tutti un po' delusi. La Bce ha annunciato una volta per tutte la fine del quantitative easing, il programma di acquisto titoli di debito dell'eurozona. Non ha però sganciato la bomba. Mario Draghi durante la conferenza stampa ha spiegato che ridurrà gli acquisti a 15 miliardi al mese da ottobre a dicembre, per poi portarli a zero da gennaio 2019. Il bazooka, però, resterà nella cassetta degli attrezzi della Bce, pronto per essere riutilizzato in caso di necessità. Al tempo stesso i tassi resteranno invariati e vicino allo zero per molto tempo. Draghi ha così deluso gli speculatori che si attendevano un cambio di passo brusco e un rialzo dei tassi in grado di spostare la liquidità dalle Borse al mercato dei bond al tempo stesso ha deluso chi sperava che il paracadute dei debiti pubblici rimanesse aperto all'infinito.
«Le decisioni prese alla riunione di Riga riflettono in parte un quadro macro ancora solido e un ritorno anche più rapido dell'inflazione al target rispetto a qualche mese fa», spiega Anna Maria Grimaldi della direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo. Le nuove stime dello staff hanno rivisto al 2,1% da 2,4% la crescita 2018 ma confermato le previsioni per il 2019 e il 2020 (rispettivamente all'1,9% e 1,7%).
L'inflazione è stata rivista al rialzo all'1,7% (da 1,4%) sia quest'anno che il prossimo, mentre la stima per il 2020 è confermata ancora all'1,7%. «Le previsioni di inflazione sono invariate, dal momento che l'accelerazione dell'inflazione complessiva è interamente spiegata dal rincaro del prezzo del petrolio», prosegue l'analista di Intesa. «Tuttavia, nel comunicato della Bce si legge che il Consiglio si aspetta, da fine anno, un rialzo più duraturo dei prezzi, dati i segnali di accelerazione dei salari». Draghi aveva infatti sottolineato che la bassa crescita salariale fosse l'anello mancante perché si potesse valutare il rialzo dei prezzi interni.
«Mantenere in vita il Qe nel contesto attuale non era più ipotizzabile», conclude la Grimaldi. La misura era stata lanciata quando l'area euro nel suo complesso era a rischio deflazione, rischio che è ormai del tutto scomparso dal radar della Bce». Durante la conferenza stampa è stato sollevato un dubbio sul timing della decisione dal momento che il comunicato introduttivo indica che il Consiglio valuta che i rischi per lo scenario macro siano ancora bilanciati ma che l'incertezza, legata al quadro geopolitico e alle politiche commerciali, è aumentata. In poche parole, i Paesi dell'eurozona - soprattutto l'Italia - restano senza paracadute, ma per il momento la Bce ha deciso di non scaraventare nessuno giù dall'area. Insomma, il paracadute si chiuderà a metà.
E non è un caso se il governatore della banca centrale durante la conferenza stampa da Riga abbia sminuito le reazioni dei mercati alle dichiarazioni anti euro di alcuni esponenti della Lega. Ha cercato di rassicurare i mercati sull'irreversibilità dell'euro, indicando che l'aumento del premio a rischio in Italia non ha innescato un rischio contagio.
In altre parole rispondendo a una domanda sulla possibilità che il ritorno delle tensioni sui titoli sovrani possa portare a una ridenominazione dell'euro, Draghi ha esplicitato: «La valuta è irreversibile perché è forte, perché la gente la vuole e perché non c'è alcun beneficio a discuterne l'esistenza. Non paga discutere di qualcosa che è irreversibile perché può fare solo danni». Risposta, quella di Draghi, riferita sia ai movimenti euroscettici in Italia che al dibattito aperto in Germania dall'economista Clement Fuest.
Mentre sul recente aumento di spread tra Btp e Bund ha spiegato: «Voglio sottolineare come a maggio gli acquisti di bond italiani siano stati pari a 3,6 miliardi di euro, superiori ai 3,4 miliardi di marzo e di gennaio. Dunque nessun complotto». Il numero uno della Bce ha spiegato come gli acquisti settimanali e mensili dipendano da diverse circostanze, come ad esempio l'ammontare dei bond che vanno a scadenza e dunque non bisogna trarre conclusioni affrettate dai singoli dati. È ormai chiaro che Draghi abbia scelto per l'ennesima volta di fare l'equilibrista. Da un lato il ciclo espansivo giustifica la fine rapida del Quantitative easing, dall'altro non si può non notare che un ciclo politico è arrivato al capolinea. Senza il bazooka di Draghi sarà difficile finanziare le politiche a debito e deficit. Dalle parole del governatore l'intento di stoppare il cosiddetto moral hazard è palese.
Claudio Antonelli
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Intervento dell'economista: «Le tensioni sull'Italia sono prevedibili, la moneta unica ha danneggiato tutti perché è costruita male e la Germania impedisce le necessarie riforme. Roma ha economisti bravi e creativi: può forzare la mano con una uscita di fatto».La Bce annuncia come previsto la graduale riduzione di acquisti sui titoli: lo stop completo a inizio 2019. Ma tassi fermi a lungo. Sull'Italia: nessun complotto né contagio; inutile discutere dell'euro, è irreversibile.Lo speciale contiene due articoli«Il contraccolpo in Italia è un altro episodio prevedibile (e predetto) della lunga saga di un sistema monetario costruito male, in cui il potere dominante, cioè la Germania, ostacola le necessarie riforme e insiste su politiche che esacerbano i problemi». Utilizzando i criteri recentemente esposti da Sergio Mattarella, il premio Nobel 2001 per l'Economia, Joseph Stiglitz, non potrebbe guidare il Tesoro del governo italiano. La frase qui riportata è infatti dello studioso americano, che su Project Syndicate ha appena pubblicato il breve saggio «Can the euro be saved?» («Si può salvare l'euro?», testo completo gratuito leggibile su goo.gl/yL6AYy). Un contrappunto casuale ma durissimo se paragonato alle parole con cui, inevitabilmente, Mario Draghi ha difeso l'euro come «irreversibile», circostanza che rende «di nessun beneficio il discuterne». Di contro, uno dei massimi economisti viventi parla della moneta unica quasi al passato.Draghi ha un passaggio che, non suonasse paradossale, potrebbe essere tacciato di populismo: «L'euro è irreversibile perché è una moneta forte e la gente lo vuole» («People want it», ha scandito). Tale considerazione «vale in entrambi i sensi», ha detto ancora, e cioè sia nei confronti di movimenti euroscettici in Italia sia a riguardo del dibattito aperto in Germania dall'economista Clement Fuest, che con altri colleghi ha chiesto l'introduzione di clausole per un'uscita ordinata dalla moneta unica.Stiglitz la vede in modo diverso, ed è difficile relegarlo a posizioni di retroguardia o di speculazione politica. Peraltro il Nobel si diffonde ampiamente sul nostro Paese, smentendo la convinzione che la moneta unica «protegga» e rafforzi le economie: «L'Italia fatica dall'introduzione dell'euro. Il suo Pil reale del 2016 era ai livelli del 2001. Ma neppure l'eurozona se la passa bene. [...] Nel 2000, l'economia statunitense era del 13% più grande di quella dell'eurozona; nel 2016 la differenza è stata del 26%. Se un Paese va male, la colpa è del Paese; se molti Paesi vanno male, la colpa è del sistema. E l'euro è un sistema quasi destinato al fallimento. Ha tolto ai governi i principali meccanismi di aggiustamento (tassi di interesse e di cambio), e anziché creare nuove istituzioni che aiutassero i Paesi a gestire le nuove situazioni, ha imposto restrizioni - spesso basate su teorie economico politiche screditate - su deficit, debito, e anche riforme strutturali».Da una sponda dell'Atlantico dunque, l'invito a non discutere di ciò che è irreversibile, dall'altra una sentenza non certo nuova al mainstream economico (anzi: solo sui giornali italiani si parla di Savona come di «eretico»), ma comunque pesante: «L'euro avrebbe dovuto portare ricchezza condivisa, che avrebbe spinto l'integrazione europea, ma ha fatto l'opposto». La radice del problema, a giudizio del Nobel che sarebbe comunque favorevole al «salvataggio» della moneta unica, è politica. «Il problema centrale in un'area monetaria è come correggere i disallineamenti del cambio, come quello che sta colpendo l'Italia. La risposta della Germania è di caricare il fardello sui Paesi deboli, già provati da alta disoccupazione e bassa crescita. Sappiamo a cosa porta una scelta simile: più dolore, più sofferenza, più disoccupazione, e ancora minor crescita».La parte finale, poi, è ancora più centrata sull'Italia e sulla situazione creatasi con il nuovo governo gialloblù. «Qui il sentimento antieuro arriva sia da destra sia da sinistra. [...] Salvini potrebbe utilizzare le minacce negoziali che altrove politici con meno esperienza hanno avuto paura di mettere sul tavolo». Quindi, la parte più intrigante, che sembra quasi contenere un riferimento al progetto dei miniBot di cui La Verità ha spesso parlato, prima che finissero nel programma del centrodestra e in quello di governo. Dice Stiglitz: «L'Italia è sufficientemente grande, e ha economisti sufficientemente bravi e creativi, da studiare un'uscita de facto, introducendo in sostanza una doppia moneta flessibile che potrebbe aiutare a recuperare ricchezza. Questo violerebbe le regole dell'eurozona, ma la responsabilità di un'uscita de jure, con tutte le sue conseguenze, sarebbe scaricata su Bruxelles e Francoforte, con l'Italia che conterebbe sulla paralisi dell'Unione europea per scongiurare la rottura finale. Qualunque fosse l'esito, comunque l'eurozona sarebbe a pezzi». La chiusa è ancora più malinconica del timbro del recente libro di Stiglitz (Come una moneta unica minaccia il futuro dell'Europa, Einaudi 2017): «La Germania e gli altri Paesi possono salvare l'euro [...] Ma, visti i precedenti, non mi aspetto che cambino rispetto al passato».Ovviamente chi abbia ragione tra Draghi e Stiglitz lo dirà solo il tempo. Resta il fatto che, mentre i massimi vertici del pensiero economico mondiale discutono apertamente di una possibile frammentazione dell'eurozona con meno danni possibili, proprio le classi dirigenti più direttamente interessate sembrano considerare un'eresia il solo valutare il problema. Problema che pure investe drammaticamente la sicurezza dei Paesi, del lavoro e del risparmio di milioni di persone. Con un corollario: così facendo, si rischia di dar ragione a chi sostiene che la moneta unica - così com'è - sia incompatibile con la democrazia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-nobel-stiglitz-sulleuro-parla-come-savona-2578120896.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="draghi-fa-lequilibrista-con-il-qe-il-paracadute-si-chiudera-a-meta" data-post-id="2578120896" data-published-at="1775881572" data-use-pagination="False"> Draghi fa l’equilibrista con il Qe Il paracadute si chiuderà a metà L'evento più atteso dagli operatori finanziari e dai lavoratori dipendenti (che usano una buona fetta del proprio stipendio per pagare il mutuo) ha lasciato tutti un po' delusi. La Bce ha annunciato una volta per tutte la fine del quantitative easing, il programma di acquisto titoli di debito dell'eurozona. Non ha però sganciato la bomba. Mario Draghi durante la conferenza stampa ha spiegato che ridurrà gli acquisti a 15 miliardi al mese da ottobre a dicembre, per poi portarli a zero da gennaio 2019. Il bazooka, però, resterà nella cassetta degli attrezzi della Bce, pronto per essere riutilizzato in caso di necessità. Al tempo stesso i tassi resteranno invariati e vicino allo zero per molto tempo. Draghi ha così deluso gli speculatori che si attendevano un cambio di passo brusco e un rialzo dei tassi in grado di spostare la liquidità dalle Borse al mercato dei bond al tempo stesso ha deluso chi sperava che il paracadute dei debiti pubblici rimanesse aperto all'infinito. «Le decisioni prese alla riunione di Riga riflettono in parte un quadro macro ancora solido e un ritorno anche più rapido dell'inflazione al target rispetto a qualche mese fa», spiega Anna Maria Grimaldi della direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo. Le nuove stime dello staff hanno rivisto al 2,1% da 2,4% la crescita 2018 ma confermato le previsioni per il 2019 e il 2020 (rispettivamente all'1,9% e 1,7%). L'inflazione è stata rivista al rialzo all'1,7% (da 1,4%) sia quest'anno che il prossimo, mentre la stima per il 2020 è confermata ancora all'1,7%. «Le previsioni di inflazione sono invariate, dal momento che l'accelerazione dell'inflazione complessiva è interamente spiegata dal rincaro del prezzo del petrolio», prosegue l'analista di Intesa. «Tuttavia, nel comunicato della Bce si legge che il Consiglio si aspetta, da fine anno, un rialzo più duraturo dei prezzi, dati i segnali di accelerazione dei salari». Draghi aveva infatti sottolineato che la bassa crescita salariale fosse l'anello mancante perché si potesse valutare il rialzo dei prezzi interni. «Mantenere in vita il Qe nel contesto attuale non era più ipotizzabile», conclude la Grimaldi. La misura era stata lanciata quando l'area euro nel suo complesso era a rischio deflazione, rischio che è ormai del tutto scomparso dal radar della Bce». Durante la conferenza stampa è stato sollevato un dubbio sul timing della decisione dal momento che il comunicato introduttivo indica che il Consiglio valuta che i rischi per lo scenario macro siano ancora bilanciati ma che l'incertezza, legata al quadro geopolitico e alle politiche commerciali, è aumentata. In poche parole, i Paesi dell'eurozona - soprattutto l'Italia - restano senza paracadute, ma per il momento la Bce ha deciso di non scaraventare nessuno giù dall'area. Insomma, il paracadute si chiuderà a metà. E non è un caso se il governatore della banca centrale durante la conferenza stampa da Riga abbia sminuito le reazioni dei mercati alle dichiarazioni anti euro di alcuni esponenti della Lega. Ha cercato di rassicurare i mercati sull'irreversibilità dell'euro, indicando che l'aumento del premio a rischio in Italia non ha innescato un rischio contagio. In altre parole rispondendo a una domanda sulla possibilità che il ritorno delle tensioni sui titoli sovrani possa portare a una ridenominazione dell'euro, Draghi ha esplicitato: «La valuta è irreversibile perché è forte, perché la gente la vuole e perché non c'è alcun beneficio a discuterne l'esistenza. Non paga discutere di qualcosa che è irreversibile perché può fare solo danni». Risposta, quella di Draghi, riferita sia ai movimenti euroscettici in Italia che al dibattito aperto in Germania dall'economista Clement Fuest. Mentre sul recente aumento di spread tra Btp e Bund ha spiegato: «Voglio sottolineare come a maggio gli acquisti di bond italiani siano stati pari a 3,6 miliardi di euro, superiori ai 3,4 miliardi di marzo e di gennaio. Dunque nessun complotto». Il numero uno della Bce ha spiegato come gli acquisti settimanali e mensili dipendano da diverse circostanze, come ad esempio l'ammontare dei bond che vanno a scadenza e dunque non bisogna trarre conclusioni affrettate dai singoli dati. È ormai chiaro che Draghi abbia scelto per l'ennesima volta di fare l'equilibrista. Da un lato il ciclo espansivo giustifica la fine rapida del Quantitative easing, dall'altro non si può non notare che un ciclo politico è arrivato al capolinea. Senza il bazooka di Draghi sarà difficile finanziare le politiche a debito e deficit. Dalle parole del governatore l'intento di stoppare il cosiddetto moral hazard è palese. Claudio Antonelli
Ford Puma Gen-E
Il modello è equipaggiato con una serie avanzata di Adas (Advanced driver assistance systems) abbastanza affidabile: pre-collision assist per intervenire in situazioni critiche; lane keeping system per mantenere la traiettoria; cruise control adattivo con riconoscimento dei segnali stradali; camera a 360°. Il motore promette, secondo la Casa, 523 km di autonomia nel ciclo urbano e 376 km in quello combinato. Dalle prove fatte, se nel ciclo urbano più o meno ci siamo, per quello misto il valore è leggermente inferiore al dichiarato. Onesta la velocità di ricarica: il produttore dichiara dal 10 all’80% in soli 23 minuti, a patto che si utilizzi una stazione di ricarica da 100 kW.
I PRO
Innanzitutto, la linea: la Puma è un’auto che piace agli italiani: lo scorso anno ha venduto, in tutte le sue motorizzazioni, oltre 25.000 esemplari. Non ci sono parti in plastica non verniciata all’esterno e questo, se da un lato rende più filante la linea, dall’altro espone le zone più critiche, come passaruota e fascioni anteriori e posteriori, a rischio di grattata. L’abitacolo è fatto bene: comodi ed esteticamente belli i sedili, gradevole il rivestimento in finta pelle di parte del cruscotto. Molto luminose le luci a led per illuminare l’abitacolo. Sorprende la capacità di carico: tra bagagliaio, profondissimo box immediatamente sotto (basta alzare il pianale per accedervi) e box ricavato nella parte anteriore, si raggiungono oltre 550 litri di spazio. Abbattendo i sedili posteriori (nella configurazione 60-40) si possono superare i 1.300 litri. Comodo e completo il grande quadro strumenti digitale da 12,8 pollici dietro al volante: tutte le informazioni sono al posto giusto e facilmente adocchiabili. Buona l’abitabilità: gli ingegneri Ford hanno saputo realizzare un piccolo capolavoro sfruttando ogni centimetro di spazio per rendere gradevole il soggiorno a bordo. Fanno egregiamente il loro lavoro i fari a led. Comodo il tunnel centrale a due piani, con tanti spazi dove riporre oggetti pure voluminosi e l’ormai immancabile piastra per la ricarica wireless dello smartphone.
I CONTRO
I tasti fisici sono ridotti al lumicino: ce ne sono soltanto quattro, il più utilizzabile è quello delle frecce d’emergenza. Per il resto, ci si deve affidare al grande display touch da 12 pollici centrale che non è immediatamente intuitivo: per trovare i vari comandi, ci si deve distrarre un po’ troppo dalla guida. Scomoda anche la manopola per la gestione delle luci: troppo nascosta dietro al volante e alla leva dei tergicristalli. Se si è un po’ alti, vedere che comando è impostato è un’impresa. Croccanti, come dicono gli esperti di auto, alcune plastiche all’interno. Divertente, ma forse troppo a rischio «deposito di polvere» la grande soundbar integrata sopra il cruscotto del sistema audio firmato da Bang & Olufsen da 575 watt. Altra pecca, l’utilizzo del nero lucido sul tunnel centrale: troppo a rischio graffio.
CONCLUSIONI
Le conclusioni si traggono sempre guardando il prezzo. La Puma Gen-E parte, con il modello base, da 27.250 euro (prezzo in promozione, il listino schizza a 33.250 euro) con già una buona dotazione di serie (fari proiettori e luci diurne a led, cerchi in lega da 17 pollici, gigabox posteriore, climatizzatore automatico). Per il modello definito «Premium» si spendono 2.000 euro in più. Grazie al cumulo tra incentivo statale (fino a 11.000 euro con rottamazione e Isee basso) e lo sconto Ford, il prezzo d’attacco può scendere sotto i 18.000 euro. Una quota che rende l’acquisto molto, molto interessante.
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Cassa Depositi e Prestiti archivia il 2025 con risultati senza precedenti, consolidando il suo ruolo di pilastro strategico per l’economia italiana. Nel primo anno del Piano Strategico 2025-2027, la Cassa ha raggiunto l’utile netto più alto della sua storia, toccando quota 3,4 miliardi di euro, in crescita del 3% rispetto all’anno precedente.
Un dato che non è solo un record finanziario, ma il motore di una potenza di fuoco che ha permesso di impegnare risorse per circa 29,5 miliardi di euro, attivando investimenti complessivi per oltre 73 miliardi grazie a un effetto leva di 2,5 volte.
«Il primo anno del nuovo Piano si chiude con un risultato storico che conferma l’efficacia della nostra strategia», ha sottolineato l’amministratore delegato Dario Scannapieco, in conferenza stampa durante la presentazione dei dati 2025 a Roma.
«Euphoria» (Sky)
Dopo quattro anni torna Euphoria con otto nuovi episodi su Sky. La terza stagione segue Rue cinque anni dopo, tra dipendenze e tentativi di rinascita, mentre i personaggi affrontano il passaggio all’età adulta e la possibilità di un futuro diverso.
Dopo quattro anni di silenzio, il gran ritorno. Euphoria, venticinque nomination agli Emmy e nove vittorie, è pronta a debuttare su Sky, con otto episodi inediti. La terza stagione dello show, incensato unanimemente per la capacità di esporre la realtà dei giovani, quella scomoda e poco patinata, sarà disponibile a partire dalla prima serata di lunedì 13 aprile. Giorno storico che, per chi abbia seguito lo show fin dal principio, legandosi a personaggi che poco hanno di iperbolico o cinematografico.
Rue Bennett, personaggio che ha eletto Zendaya icona globale, è un'adolescente tossica. Sulla carta, dovrebbe rappresentare un'eccezione, diversa dalla miriade di adolescenti che cerca di imbroccare la strada giusta per il mondo dei grandi. Eppure, nelle sue fragilità, opportunamente romanzate per tener viva la narrazione televisiva, riesce a ricalcare le difficoltà dei ragazzi di oggi: la fatica nel costruire un'identità propria, estranea alle pressioni della società e al bisogno quasi epidermico di sentirsi parte di un tutto, le insicurezze, la scarsa fiducia nel domani. Rue Bennett è una tossicodipendente dei sobborghi californiani, figlia di una madre che non ha granché da offrirle. Ed è, però, quel che tanti, tantissimi adolescenti sono.
Euphoria l'ha trovata così, la sua forza: ricalcando con mano pesante la vita vera, le difficoltà comuni a tanti, quelle che, spesso, vengono derubricate a facezie. Ha individuato i problemi dei giovani e, su questi, ha costruito un impianto narrativo che potesse farli sentire visti, ascoltati, capiti. Dunque, mai soli. Anche in età semi-adulta.La terza stagione dello show, difatti, prosegue oltre l'adolescenza, e Rue la trova in Messico, cinque anni più tardi rispetto ai fatti narrati nelle prime stagioni. Cresciuta, ma non cambiata, ha ancora problemi di droga e dipendenza. Ha debiti e una vita segnata dall'improvvisazione, quella che di romantico ha poco. I suoi amici sono cresciuti. Qualcuno sembra avercela fatta, qualcun altro no. Uno è a un passo dalle nozze, un altro iscritto ad una scuola d'arte. Sono distanti, ma chiamati, tutti, a confrontarsi con la fede: non quella religiosa, ma quella che porta a credere che un domani migliore sia cosa possibile e che le risorse per attuarlo siano intrinseche all'essere umano. Anche a Rue, chiamata a scegliere fra paura e coraggio.
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