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2018-06-15
Il Nobel Stiglitz sull’euro parla come Savona
ANSA
«Il contraccolpo in Italia è un altro episodio prevedibile (e predetto) della lunga saga di un sistema monetario costruito male, in cui il potere dominante, cioè la Germania, ostacola le necessarie riforme e insiste su politiche che esacerbano i problemi». Utilizzando i criteri recentemente esposti da Sergio Mattarella, il premio Nobel 2001 per l'Economia, Joseph Stiglitz, non potrebbe guidare il Tesoro del governo italiano. La frase qui riportata è infatti dello studioso americano, che su Project Syndicate ha appena pubblicato il breve saggio «Can the euro be saved?» («Si può salvare l'euro?», testo completo gratuito leggibile su goo.gl/yL6AYy). Un contrappunto casuale ma durissimo se paragonato alle parole con cui, inevitabilmente, Mario Draghi ha difeso l'euro come «irreversibile», circostanza che rende «di nessun beneficio il discuterne». Di contro, uno dei massimi economisti viventi parla della moneta unica quasi al passato.
Draghi ha un passaggio che, non suonasse paradossale, potrebbe essere tacciato di populismo: «L'euro è irreversibile perché è una moneta forte e la gente lo vuole» («People want it», ha scandito). Tale considerazione «vale in entrambi i sensi», ha detto ancora, e cioè sia nei confronti di movimenti euroscettici in Italia sia a riguardo del dibattito aperto in Germania dall'economista Clement Fuest, che con altri colleghi ha chiesto l'introduzione di clausole per un'uscita ordinata dalla moneta unica.
Stiglitz la vede in modo diverso, ed è difficile relegarlo a posizioni di retroguardia o di speculazione politica. Peraltro il Nobel si diffonde ampiamente sul nostro Paese, smentendo la convinzione che la moneta unica «protegga» e rafforzi le economie: «L'Italia fatica dall'introduzione dell'euro. Il suo Pil reale del 2016 era ai livelli del 2001. Ma neppure l'eurozona se la passa bene. [...] Nel 2000, l'economia statunitense era del 13% più grande di quella dell'eurozona; nel 2016 la differenza è stata del 26%. Se un Paese va male, la colpa è del Paese; se molti Paesi vanno male, la colpa è del sistema. E l'euro è un sistema quasi destinato al fallimento. Ha tolto ai governi i principali meccanismi di aggiustamento (tassi di interesse e di cambio), e anziché creare nuove istituzioni che aiutassero i Paesi a gestire le nuove situazioni, ha imposto restrizioni - spesso basate su teorie economico politiche screditate - su deficit, debito, e anche riforme strutturali».
Da una sponda dell'Atlantico dunque, l'invito a non discutere di ciò che è irreversibile, dall'altra una sentenza non certo nuova al mainstream economico (anzi: solo sui giornali italiani si parla di Savona come di «eretico»), ma comunque pesante: «L'euro avrebbe dovuto portare ricchezza condivisa, che avrebbe spinto l'integrazione europea, ma ha fatto l'opposto». La radice del problema, a giudizio del Nobel che sarebbe comunque favorevole al «salvataggio» della moneta unica, è politica. «Il problema centrale in un'area monetaria è come correggere i disallineamenti del cambio, come quello che sta colpendo l'Italia. La risposta della Germania è di caricare il fardello sui Paesi deboli, già provati da alta disoccupazione e bassa crescita. Sappiamo a cosa porta una scelta simile: più dolore, più sofferenza, più disoccupazione, e ancora minor crescita».
La parte finale, poi, è ancora più centrata sull'Italia e sulla situazione creatasi con il nuovo governo gialloblù. «Qui il sentimento antieuro arriva sia da destra sia da sinistra. [...] Salvini potrebbe utilizzare le minacce negoziali che altrove politici con meno esperienza hanno avuto paura di mettere sul tavolo». Quindi, la parte più intrigante, che sembra quasi contenere un riferimento al progetto dei miniBot di cui La Verità ha spesso parlato, prima che finissero nel programma del centrodestra e in quello di governo. Dice Stiglitz: «L'Italia è sufficientemente grande, e ha economisti sufficientemente bravi e creativi, da studiare un'uscita de facto, introducendo in sostanza una doppia moneta flessibile che potrebbe aiutare a recuperare ricchezza. Questo violerebbe le regole dell'eurozona, ma la responsabilità di un'uscita de jure, con tutte le sue conseguenze, sarebbe scaricata su Bruxelles e Francoforte, con l'Italia che conterebbe sulla paralisi dell'Unione europea per scongiurare la rottura finale. Qualunque fosse l'esito, comunque l'eurozona sarebbe a pezzi». La chiusa è ancora più malinconica del timbro del recente libro di Stiglitz (Come una moneta unica minaccia il futuro dell'Europa, Einaudi 2017): «La Germania e gli altri Paesi possono salvare l'euro [...] Ma, visti i precedenti, non mi aspetto che cambino rispetto al passato».
Ovviamente chi abbia ragione tra Draghi e Stiglitz lo dirà solo il tempo. Resta il fatto che, mentre i massimi vertici del pensiero economico mondiale discutono apertamente di una possibile frammentazione dell'eurozona con meno danni possibili, proprio le classi dirigenti più direttamente interessate sembrano considerare un'eresia il solo valutare il problema. Problema che pure investe drammaticamente la sicurezza dei Paesi, del lavoro e del risparmio di milioni di persone. Con un corollario: così facendo, si rischia di dar ragione a chi sostiene che la moneta unica - così com'è - sia incompatibile con la democrazia.
Draghi fa l’equilibrista con il Qe Il paracadute si chiuderà a metà
L'evento più atteso dagli operatori finanziari e dai lavoratori dipendenti (che usano una buona fetta del proprio stipendio per pagare il mutuo) ha lasciato tutti un po' delusi. La Bce ha annunciato una volta per tutte la fine del quantitative easing, il programma di acquisto titoli di debito dell'eurozona. Non ha però sganciato la bomba. Mario Draghi durante la conferenza stampa ha spiegato che ridurrà gli acquisti a 15 miliardi al mese da ottobre a dicembre, per poi portarli a zero da gennaio 2019. Il bazooka, però, resterà nella cassetta degli attrezzi della Bce, pronto per essere riutilizzato in caso di necessità. Al tempo stesso i tassi resteranno invariati e vicino allo zero per molto tempo. Draghi ha così deluso gli speculatori che si attendevano un cambio di passo brusco e un rialzo dei tassi in grado di spostare la liquidità dalle Borse al mercato dei bond al tempo stesso ha deluso chi sperava che il paracadute dei debiti pubblici rimanesse aperto all'infinito.
«Le decisioni prese alla riunione di Riga riflettono in parte un quadro macro ancora solido e un ritorno anche più rapido dell'inflazione al target rispetto a qualche mese fa», spiega Anna Maria Grimaldi della direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo. Le nuove stime dello staff hanno rivisto al 2,1% da 2,4% la crescita 2018 ma confermato le previsioni per il 2019 e il 2020 (rispettivamente all'1,9% e 1,7%).
L'inflazione è stata rivista al rialzo all'1,7% (da 1,4%) sia quest'anno che il prossimo, mentre la stima per il 2020 è confermata ancora all'1,7%. «Le previsioni di inflazione sono invariate, dal momento che l'accelerazione dell'inflazione complessiva è interamente spiegata dal rincaro del prezzo del petrolio», prosegue l'analista di Intesa. «Tuttavia, nel comunicato della Bce si legge che il Consiglio si aspetta, da fine anno, un rialzo più duraturo dei prezzi, dati i segnali di accelerazione dei salari». Draghi aveva infatti sottolineato che la bassa crescita salariale fosse l'anello mancante perché si potesse valutare il rialzo dei prezzi interni.
«Mantenere in vita il Qe nel contesto attuale non era più ipotizzabile», conclude la Grimaldi. La misura era stata lanciata quando l'area euro nel suo complesso era a rischio deflazione, rischio che è ormai del tutto scomparso dal radar della Bce». Durante la conferenza stampa è stato sollevato un dubbio sul timing della decisione dal momento che il comunicato introduttivo indica che il Consiglio valuta che i rischi per lo scenario macro siano ancora bilanciati ma che l'incertezza, legata al quadro geopolitico e alle politiche commerciali, è aumentata. In poche parole, i Paesi dell'eurozona - soprattutto l'Italia - restano senza paracadute, ma per il momento la Bce ha deciso di non scaraventare nessuno giù dall'area. Insomma, il paracadute si chiuderà a metà.
E non è un caso se il governatore della banca centrale durante la conferenza stampa da Riga abbia sminuito le reazioni dei mercati alle dichiarazioni anti euro di alcuni esponenti della Lega. Ha cercato di rassicurare i mercati sull'irreversibilità dell'euro, indicando che l'aumento del premio a rischio in Italia non ha innescato un rischio contagio.
In altre parole rispondendo a una domanda sulla possibilità che il ritorno delle tensioni sui titoli sovrani possa portare a una ridenominazione dell'euro, Draghi ha esplicitato: «La valuta è irreversibile perché è forte, perché la gente la vuole e perché non c'è alcun beneficio a discuterne l'esistenza. Non paga discutere di qualcosa che è irreversibile perché può fare solo danni». Risposta, quella di Draghi, riferita sia ai movimenti euroscettici in Italia che al dibattito aperto in Germania dall'economista Clement Fuest.
Mentre sul recente aumento di spread tra Btp e Bund ha spiegato: «Voglio sottolineare come a maggio gli acquisti di bond italiani siano stati pari a 3,6 miliardi di euro, superiori ai 3,4 miliardi di marzo e di gennaio. Dunque nessun complotto». Il numero uno della Bce ha spiegato come gli acquisti settimanali e mensili dipendano da diverse circostanze, come ad esempio l'ammontare dei bond che vanno a scadenza e dunque non bisogna trarre conclusioni affrettate dai singoli dati. È ormai chiaro che Draghi abbia scelto per l'ennesima volta di fare l'equilibrista. Da un lato il ciclo espansivo giustifica la fine rapida del Quantitative easing, dall'altro non si può non notare che un ciclo politico è arrivato al capolinea. Senza il bazooka di Draghi sarà difficile finanziare le politiche a debito e deficit. Dalle parole del governatore l'intento di stoppare il cosiddetto moral hazard è palese.
Claudio Antonelli
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Intervento dell'economista: «Le tensioni sull'Italia sono prevedibili, la moneta unica ha danneggiato tutti perché è costruita male e la Germania impedisce le necessarie riforme. Roma ha economisti bravi e creativi: può forzare la mano con una uscita di fatto».La Bce annuncia come previsto la graduale riduzione di acquisti sui titoli: lo stop completo a inizio 2019. Ma tassi fermi a lungo. Sull'Italia: nessun complotto né contagio; inutile discutere dell'euro, è irreversibile.Lo speciale contiene due articoli«Il contraccolpo in Italia è un altro episodio prevedibile (e predetto) della lunga saga di un sistema monetario costruito male, in cui il potere dominante, cioè la Germania, ostacola le necessarie riforme e insiste su politiche che esacerbano i problemi». Utilizzando i criteri recentemente esposti da Sergio Mattarella, il premio Nobel 2001 per l'Economia, Joseph Stiglitz, non potrebbe guidare il Tesoro del governo italiano. La frase qui riportata è infatti dello studioso americano, che su Project Syndicate ha appena pubblicato il breve saggio «Can the euro be saved?» («Si può salvare l'euro?», testo completo gratuito leggibile su goo.gl/yL6AYy). Un contrappunto casuale ma durissimo se paragonato alle parole con cui, inevitabilmente, Mario Draghi ha difeso l'euro come «irreversibile», circostanza che rende «di nessun beneficio il discuterne». Di contro, uno dei massimi economisti viventi parla della moneta unica quasi al passato.Draghi ha un passaggio che, non suonasse paradossale, potrebbe essere tacciato di populismo: «L'euro è irreversibile perché è una moneta forte e la gente lo vuole» («People want it», ha scandito). Tale considerazione «vale in entrambi i sensi», ha detto ancora, e cioè sia nei confronti di movimenti euroscettici in Italia sia a riguardo del dibattito aperto in Germania dall'economista Clement Fuest, che con altri colleghi ha chiesto l'introduzione di clausole per un'uscita ordinata dalla moneta unica.Stiglitz la vede in modo diverso, ed è difficile relegarlo a posizioni di retroguardia o di speculazione politica. Peraltro il Nobel si diffonde ampiamente sul nostro Paese, smentendo la convinzione che la moneta unica «protegga» e rafforzi le economie: «L'Italia fatica dall'introduzione dell'euro. Il suo Pil reale del 2016 era ai livelli del 2001. Ma neppure l'eurozona se la passa bene. [...] Nel 2000, l'economia statunitense era del 13% più grande di quella dell'eurozona; nel 2016 la differenza è stata del 26%. Se un Paese va male, la colpa è del Paese; se molti Paesi vanno male, la colpa è del sistema. E l'euro è un sistema quasi destinato al fallimento. Ha tolto ai governi i principali meccanismi di aggiustamento (tassi di interesse e di cambio), e anziché creare nuove istituzioni che aiutassero i Paesi a gestire le nuove situazioni, ha imposto restrizioni - spesso basate su teorie economico politiche screditate - su deficit, debito, e anche riforme strutturali».Da una sponda dell'Atlantico dunque, l'invito a non discutere di ciò che è irreversibile, dall'altra una sentenza non certo nuova al mainstream economico (anzi: solo sui giornali italiani si parla di Savona come di «eretico»), ma comunque pesante: «L'euro avrebbe dovuto portare ricchezza condivisa, che avrebbe spinto l'integrazione europea, ma ha fatto l'opposto». La radice del problema, a giudizio del Nobel che sarebbe comunque favorevole al «salvataggio» della moneta unica, è politica. «Il problema centrale in un'area monetaria è come correggere i disallineamenti del cambio, come quello che sta colpendo l'Italia. La risposta della Germania è di caricare il fardello sui Paesi deboli, già provati da alta disoccupazione e bassa crescita. Sappiamo a cosa porta una scelta simile: più dolore, più sofferenza, più disoccupazione, e ancora minor crescita».La parte finale, poi, è ancora più centrata sull'Italia e sulla situazione creatasi con il nuovo governo gialloblù. «Qui il sentimento antieuro arriva sia da destra sia da sinistra. [...] Salvini potrebbe utilizzare le minacce negoziali che altrove politici con meno esperienza hanno avuto paura di mettere sul tavolo». Quindi, la parte più intrigante, che sembra quasi contenere un riferimento al progetto dei miniBot di cui La Verità ha spesso parlato, prima che finissero nel programma del centrodestra e in quello di governo. Dice Stiglitz: «L'Italia è sufficientemente grande, e ha economisti sufficientemente bravi e creativi, da studiare un'uscita de facto, introducendo in sostanza una doppia moneta flessibile che potrebbe aiutare a recuperare ricchezza. Questo violerebbe le regole dell'eurozona, ma la responsabilità di un'uscita de jure, con tutte le sue conseguenze, sarebbe scaricata su Bruxelles e Francoforte, con l'Italia che conterebbe sulla paralisi dell'Unione europea per scongiurare la rottura finale. Qualunque fosse l'esito, comunque l'eurozona sarebbe a pezzi». La chiusa è ancora più malinconica del timbro del recente libro di Stiglitz (Come una moneta unica minaccia il futuro dell'Europa, Einaudi 2017): «La Germania e gli altri Paesi possono salvare l'euro [...] Ma, visti i precedenti, non mi aspetto che cambino rispetto al passato».Ovviamente chi abbia ragione tra Draghi e Stiglitz lo dirà solo il tempo. Resta il fatto che, mentre i massimi vertici del pensiero economico mondiale discutono apertamente di una possibile frammentazione dell'eurozona con meno danni possibili, proprio le classi dirigenti più direttamente interessate sembrano considerare un'eresia il solo valutare il problema. Problema che pure investe drammaticamente la sicurezza dei Paesi, del lavoro e del risparmio di milioni di persone. Con un corollario: così facendo, si rischia di dar ragione a chi sostiene che la moneta unica - così com'è - sia incompatibile con la democrazia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-nobel-stiglitz-sulleuro-parla-come-savona-2578120896.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="draghi-fa-lequilibrista-con-il-qe-il-paracadute-si-chiudera-a-meta" data-post-id="2578120896" data-published-at="1773049230" data-use-pagination="False"> Draghi fa l’equilibrista con il Qe Il paracadute si chiuderà a metà L'evento più atteso dagli operatori finanziari e dai lavoratori dipendenti (che usano una buona fetta del proprio stipendio per pagare il mutuo) ha lasciato tutti un po' delusi. La Bce ha annunciato una volta per tutte la fine del quantitative easing, il programma di acquisto titoli di debito dell'eurozona. Non ha però sganciato la bomba. Mario Draghi durante la conferenza stampa ha spiegato che ridurrà gli acquisti a 15 miliardi al mese da ottobre a dicembre, per poi portarli a zero da gennaio 2019. Il bazooka, però, resterà nella cassetta degli attrezzi della Bce, pronto per essere riutilizzato in caso di necessità. Al tempo stesso i tassi resteranno invariati e vicino allo zero per molto tempo. Draghi ha così deluso gli speculatori che si attendevano un cambio di passo brusco e un rialzo dei tassi in grado di spostare la liquidità dalle Borse al mercato dei bond al tempo stesso ha deluso chi sperava che il paracadute dei debiti pubblici rimanesse aperto all'infinito. «Le decisioni prese alla riunione di Riga riflettono in parte un quadro macro ancora solido e un ritorno anche più rapido dell'inflazione al target rispetto a qualche mese fa», spiega Anna Maria Grimaldi della direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo. Le nuove stime dello staff hanno rivisto al 2,1% da 2,4% la crescita 2018 ma confermato le previsioni per il 2019 e il 2020 (rispettivamente all'1,9% e 1,7%). L'inflazione è stata rivista al rialzo all'1,7% (da 1,4%) sia quest'anno che il prossimo, mentre la stima per il 2020 è confermata ancora all'1,7%. «Le previsioni di inflazione sono invariate, dal momento che l'accelerazione dell'inflazione complessiva è interamente spiegata dal rincaro del prezzo del petrolio», prosegue l'analista di Intesa. «Tuttavia, nel comunicato della Bce si legge che il Consiglio si aspetta, da fine anno, un rialzo più duraturo dei prezzi, dati i segnali di accelerazione dei salari». Draghi aveva infatti sottolineato che la bassa crescita salariale fosse l'anello mancante perché si potesse valutare il rialzo dei prezzi interni. «Mantenere in vita il Qe nel contesto attuale non era più ipotizzabile», conclude la Grimaldi. La misura era stata lanciata quando l'area euro nel suo complesso era a rischio deflazione, rischio che è ormai del tutto scomparso dal radar della Bce». Durante la conferenza stampa è stato sollevato un dubbio sul timing della decisione dal momento che il comunicato introduttivo indica che il Consiglio valuta che i rischi per lo scenario macro siano ancora bilanciati ma che l'incertezza, legata al quadro geopolitico e alle politiche commerciali, è aumentata. In poche parole, i Paesi dell'eurozona - soprattutto l'Italia - restano senza paracadute, ma per il momento la Bce ha deciso di non scaraventare nessuno giù dall'area. Insomma, il paracadute si chiuderà a metà. E non è un caso se il governatore della banca centrale durante la conferenza stampa da Riga abbia sminuito le reazioni dei mercati alle dichiarazioni anti euro di alcuni esponenti della Lega. Ha cercato di rassicurare i mercati sull'irreversibilità dell'euro, indicando che l'aumento del premio a rischio in Italia non ha innescato un rischio contagio. In altre parole rispondendo a una domanda sulla possibilità che il ritorno delle tensioni sui titoli sovrani possa portare a una ridenominazione dell'euro, Draghi ha esplicitato: «La valuta è irreversibile perché è forte, perché la gente la vuole e perché non c'è alcun beneficio a discuterne l'esistenza. Non paga discutere di qualcosa che è irreversibile perché può fare solo danni». Risposta, quella di Draghi, riferita sia ai movimenti euroscettici in Italia che al dibattito aperto in Germania dall'economista Clement Fuest. Mentre sul recente aumento di spread tra Btp e Bund ha spiegato: «Voglio sottolineare come a maggio gli acquisti di bond italiani siano stati pari a 3,6 miliardi di euro, superiori ai 3,4 miliardi di marzo e di gennaio. Dunque nessun complotto». Il numero uno della Bce ha spiegato come gli acquisti settimanali e mensili dipendano da diverse circostanze, come ad esempio l'ammontare dei bond che vanno a scadenza e dunque non bisogna trarre conclusioni affrettate dai singoli dati. È ormai chiaro che Draghi abbia scelto per l'ennesima volta di fare l'equilibrista. Da un lato il ciclo espansivo giustifica la fine rapida del Quantitative easing, dall'altro non si può non notare che un ciclo politico è arrivato al capolinea. Senza il bazooka di Draghi sarà difficile finanziare le politiche a debito e deficit. Dalle parole del governatore l'intento di stoppare il cosiddetto moral hazard è palese. Claudio Antonelli
Donald Trump (Ansa)
Non esclude neppure l’uso di truppe di terra, è convinto che la capacità di resistenza delle forze armate di Teheran sia al lumicino e rivendica il diritto di essere consultato sulla scelta della nuova «Guida» dell’Iran.
Ieri c’è stato un botta e risposta (assai timida da parte del britannico) tra Trump e Keir Starmer mentre emerge la totale irrilevanza dell’Europa proprio nella «difesa» di Cipro. Oggi a Larnaca è atteso Macron che sta cercando nuovo protagonismo con la difesa dell’isola bersagliata dagli iraniani. È quasi un’opera buffa considerando che un pezzo dell’isola è occupato dalla Turchia da oltre mezzo secolo, senza che l’Ue, di cui ora Cipro è presidente di turno, sia mai riuscita a comporre la crisi. Forse perché Tayyip Recep Erdogan ha il secondo esercito della Nato. Macron, che ieri ha avuto colloqui con il leader egiziano al-Sisi, il quale gli ha espresso preoccupazioni sia per il mercato dell’energia sia per il timore di un allargamento del conflitto nell’area mediorientale sollecitando un’ iniziativa diplomatica per frenare gli attacchi israelo-americani, prova ad accreditare la Francia come prima (e unica) potenza nucleare europea. Ha inviato Fabien Mandon, il capo di Stato maggiore transalpino, a Beirut, e lui oggi vedrà Nikos Christodoulides suo omologo cipriota, e Kyriakos Mitsotakis, il premier greco, per illustrare la solidarietà militante dei Paesi europei verso Cipro.
C’è una cintura navale di protezione a cui partecipano oltre alla Francia, l’Italia con la fregata Martinengo, la Spagna e l’Olanda, ma i primi ad arrivare sono stati i britannici. E proprio sull’impegno tardivo di Londra si appuntano le maggiori critiche di Trump, apparso addirittura sprezzante verso Starmer, che ieri ha fatto un punto ad ampio spettro sul conflitto iraniano. Parlando alla Cbs, The Donald ha scandito: «Stiamo vincendo a livelli mai visti prima e velocemente: è stato incredibile il lavoro che abbiamo fatto. I missili iraniani esplodono in mille pezzi. Ne sono rimasti pochissimi. I droni saltano in aria. Le fabbriche stanno saltando in aria mentre parliamo. La Marina è andata in fondo al mare. L’Aeronautica è andata. Ogni singolo elemento del loro esercito è andato. La loro leadership è andata. Non c’è niente che non sia andato». Poi, sempre riferendosi al teatro operativo, il presidente americano intervenendo ad Abc News ha ribadito: «Tutto è sul tavolo, non escludo l’invio di truppe sul terreno per recuperare l’uranio arricchito: il loro piano era chiaro, volevano attaccare tutto il Medio Oriente, ma ora sono una tigre di carta».
È però sul versante politico e di relazioni internazionali che Trump è stato molto drastico. Per quel che riguarda l’Iran, a seguito dell’annuncio che gli ayatollah avrebbero scelto la nuova Guida suprema, è stato chiarissimo: «Non durerà a lungo se non avrà la nostra approvazione, siamo anche disposti a lavorare con quelli rimasti del vecchio regime, ma ci vogliamo assicurare di non dover tornare qui ogni dieci anni, quando magari non avrete un presidente come me che è disposto a farlo - ha spiegato ad Abc News - non voglio che tra cinque anni si debba tornare a fare la stessa cosa, o peggio ancora lasciare che abbiano un’arma nucleare».
È seguita la «botta» a Starmer. Trump ha pubblicato su Truth un messaggio inequivocabile: «Il Regno Unito, il nostro un tempo grande alleato, sta finalmente considerando di inviare due portaerei in Medio Oriente. Va bene, primo ministro Starmer, non ne abbiamo più bisogno. Ma ce lo ricorderemo. Non abbiamo bisogno di persone che si uniscono alle guerre dopo che abbiamo già vinto». Così ieri l’inquilino di Downing Street è corso ai ripari e ha telefonato al presidente americano a cui ha espresso il suo cordoglio per la morte di sei marine. Con l’intesa di risentirsi presto Starmer ha messo sul tavolo la possibilità dell’uso delle basi della Raf per la difesa comune in Medio Oriente. Insomma, anche Londra s’adegua a Trump. Chi fa un passo avanti, invece, nel conflitto sono gli Emirati Arabi Uniti. Secondo fonti israeliane, smentite però da Abu Dhabi, gli Emirati avrebbero bombardato un impianto di desalinizzazione in Iran. Gli emiratini hanno però accompagnato la smentita con la sottolineatura: «Rivendichiamo il diritto a difenderci» anche perché solo ieri sono stati intercettati 17 missili balistici e 117 droni.
L’Iran per il momento ha continuato gli attacchi verso i paesi del Golfo. Il che fa dire, a Benjamin Netanyahu: «Abbiamo un piano specifico con molteplici opzioni per indebolire il regime iraniano e portare un cambiamento». Come detto il lavoro «sporco» tocca a Israele che è intenzionato a finirlo in fretta.
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Celebrazioni a Teheran per Mojtaba Khamenei (Ansa)
La Repubblica islamica dell’Iran sostiene di aver già individuato la figura destinata a succedere alla guida del Paese dopo la morte dell’ayatollah Ali Khamenei, ma ufficialmente, al momento di andare in stampa, il nome del nuovo leader supremo non è stato ancora reso pubblico. Un silenzio che riflette le profonde tensioni politiche e istituzionali che attraversano il sistema di potere iraniano in uno dei momenti più delicati della sua storia recente. A confermare che una decisione sarebbe stata presa è stato un membro dell’Assemblea degli esperti, l’organo religioso incaricato dalla Costituzione di designare la Guida suprema; l’ayatollah Mohammad-Mahdi Mirbagheri ha dichiarato che all’interno dell’Assemblea sono stati compiuti «grandi sforzi per determinare la Guida» e che sarebbe stato raggiunto «un parere decisivo e unanime». Un altro membro dell’Assemblea, Hojjatoleslam Jafari, rappresentante della provincia di Zanjan, ha espresso l’auspicio che la decisione venga resa nota al più presto. «Il ritardo nell’elezione del terzo leader è amaro e indesiderato per tutti», ha spiegato, invitando tuttavia la popolazione a non perdere fiducia nei rappresentanti religiosi chiamati a prendere una decisione così delicata.
Nel frattempo, un altro religioso dell’Assemblea ha assicurato che il nome di Khamenei come leader dell’Iran «continuerà a esistere», sottolineando come la futura guida della Repubblica islamica dovrà muoversi nel solco politico e ideologico tracciato dal defunto ayatollah. Secondo la Costituzione, spetta all’Assemblea degli esperti - composta da 88 religiosi - scegliere la Guida suprema quando la carica rimane vacante. È quanto accaduto dopo i quasi 37 anni di leadership di Ali Khamenei, morto a seguito di un attacco Usa a Teheran lo scorso 28 febbraio. La successione rappresenta quindi uno dei passaggi più sensibili nella storia politica della Repubblica islamica.
Il dibattito interno è reso ancora più complesso dalla possibile candidatura di Mojtaba Khamenei, figlio della precedente Guida suprema e da tempo indicato come uno dei principali pretendenti alla successione. La sua nomina, osteggiata dal presidente statunitense Donald Trump secondo il quale «sarebbe inaccettabile», garantirebbe continuità con la linea politica del padre e lascerebbe campo libero ai pasdaran, principali sponsor della sua ascesa.
Il prezzo, secondo molti osservatori, lo pagherebbe la popolazione iraniana, che potrebbe trovarsi di fronte a una repressione ancora più dura mentre il conflitto in corso rischierebbe di intensificarsi ulteriormente. Secondo alcune informazioni circolate nelle ultime ore, Mojtaba Khamenei sarebbe inoltre rimasto gravemente ferito nei raid che hanno colpito la città di Qom alla fine di febbraio e si troverebbe attualmente ricoverato in ospedale. Un altro membro dell’Assemblea, l’ayatollah Mohsen Heidari Alekasir, ha dichiarato che il candidato prescelto sarebbe stato individuato anche tenendo conto delle indicazioni lasciate dallo stesso Khamenei prima della morte. Secondo il religioso, il nuovo leader dovrebbe essere una figura «odiata dal nemico», aggiungendo che «persino il Grande Satana» avrebbe già fatto il suo nome. Ovvio il riferimento a Mojtaba Khamenei. All’interno del clero non mancano le pressioni per accelerare la decisione. L’ayatollah ha chiesto di rendere pubblico al più presto il nome del «giurista a pieno titolo» selezionato dall’Assemblea. Rahim Tavakol, altro membro dell’organismo religioso, ha assicurato che l’assemblea ha già svolto il proprio compito e che «presto verrà annunciato il successore» di Khamenei. Tuttavia diversi osservatori ritengono che il ritardo possa essere legato anche a questioni procedurali e di sicurezza. Secondo alcuni giuristi iraniani, la Costituzione prevede che almeno due terzi dei membri dell’Assemblea partecipino fisicamente alla deliberazione. In mancanza di questa condizione, qualsiasi decisione rischierebbe di non avere piena validità legale.
Emergono anche divisioni all’interno dell’establishment. Alcune fonti sostengono che il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Ali Larijani, si sarebbe opposto alla nomina di Mojtaba Khamenei, preferendo invece la candidatura del fratello Sadeq Larijani, ex capo della magistratura e figura influente dell’apparato religioso e politico iraniano. Per l’esercito israeliano, invece, non è importante chi verrà nominato: «Continueremo a colpire chiunque tenti di assumere o designare la carica di Guida Suprema» ha affermato l’Idf in una nota.
La guerra «sotterranea» dell’acqua
L’escalation militare in Medio Oriente continua ad allargarsi mentre il confronto tra Iran, Israele e Stati Uniti apre nuovi fronti di tensione in tutta la regione. A Teheran la situazione appare sempre più critica dopo una serie di raid che hanno colpito infrastrutture energetiche della capitale provocando incendi di vaste proporzioni. Il corrispondente della Cnn Frederik Pleitgen ha raccontato dalla città uno scenario che ha definito «apocalittico». Gli attacchi israeliani hanno centrato diversi impianti petroliferi causando roghi che, a distanza di oltre 12 ore, continuavano ancora a bruciare. Colonne di fumo nero si sono alzate sopra la capitale mentre la pioggia, mescolata ai residui di petrolio dispersi nell’aria, è ricaduta sulle strade.
Nel frattempo il comando militare Usa per il Medio Oriente ha diffuso un messaggio diretto alla popolazione iraniana invitando i civili a restare nelle proprie abitazioni: «State a casa. Il regime sta consapevolmente mettendo in pericolo le vite dei civili», si legge nell’avviso diffuso dallo Us central command. Nel comunicato si accusa inoltre Teheran di utilizzare quartieri densamente abitati per operazioni militari, compreso il lancio di droni d’attacco e missili balistici. Washington ha tuttavia precisato di non essere coinvolta negli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane.
Il segretario statunitense all’Energia, Chris Wright, intervistato dalla Cnn, ha dichiarato che gli Stati Uniti non intendono colpire l’industria petrolifera o del gas della Repubblica islamica. Secondo Wright gli obiettivi dei raid riguarderebbero depositi di carburante utilizzati per rifornire le stazioni di benzina della capitale. Il segretario ha riconosciuto l’impatto degli attacchi sulla qualità dell’aria a Teheran, aggiungendo, tuttavia, che «alcuni giorni di qualità dell’aria peggiore non sono nulla rispetto a ciò che il popolo iraniano ha sofferto sotto il regime». La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, intervistata da Fox News, ha spiegato che la strategia dell’amministrazione guidata da Donald Trump resta concentrata su una campagna di bombardamenti aerei. «Il dispiegamento di truppe a terra non rientra nel piano attuale ma il presidente non ha rimosso l’opzione dal tavolo», ha dichiarato.
Le tensioni si estendono anche al Golfo. Le autorità del Bahrein hanno denunciato un attacco con drone attribuito all’Iran contro un impianto di desalinizzazione nei pressi della capitale Manama. In una nota ufficiale il governo ha riferito che l’azione ha colpito obiettivi civili causando danni materiali alla struttura. L’Autorità elettrica e idrica del Paese ha tuttavia assicurato che l’incidente non ha interrotto la distribuzione dell’acqua potabile. Il tema resta particolarmente delicato perché nei Paesi del Golfo la sopravvivenza delle città dipende in larga parte dagli impianti di desalinizzazione.
Proprio gli Emirati Arabi Uniti sono finiti al centro di nuove polemiche diplomatiche. Secondo indiscrezioni riportate dal quotidiano israeliano Ynet, Abu Dhabi avrebbe valutato la possibilità di colpire un impianto di desalinizzazione in Iran come segnale politico. Negli Emirati cresce però la rabbia per le notizie diffuse dai media israeliani. Secondo quanto riferito da Channel 12, fonti vicine alla leadership emiratina ritengono che rivelazioni pubbliche di questo tipo possano compromettere un delicato equilibrio regionale. Sul piano diplomatico Teheran continua intanto a ribadire la propria determinazione a resistere. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, intervistato dalla Nbc, ha affermato che la cooperazione con la Russia «non è una novità né un segreto» e che l’Iran continuerà a difendere il proprio territorio: «La nostra dignità non è in vendita», ha dichiarato. Resta instabile anche il fronte libanese. Secondo le Forze di difesa israeliane, negli ultimi giorni oltre 200 membri di Hezbollah e di altri gruppi armati sarebbero stati uccisi durante le operazioni militari in Libano. Il ministero della Salute libanese ha riferito che i bombardamenti della scorsa settimana hanno provocato almeno 394 morti, confermando come il conflitto stia assumendo dimensioni sempre più ampie.
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Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia cerca sempre di dare un aiuto». E Poi: «Giorgia è un’ottima leader ed è una mia amica». Le dichiarazioni che Donald Trump ha rilasciato al Corriere della Sera a sostegno del presidente del Consiglio Giorgia Meloni hanno provocato moltissime proteste da parte dell’opposizione.«L’Italia non è parte del conflitto, non intende essere parte del conflitto. Noi ci stiamo limitando a rafforzare la nostra presenza nei Paesi del Golfo che sono stati attaccati dall’Iran con missili, con droni, ma solo a scopo difensivo». La risposta di Meloni a chi accusa l’esecutivo di essere entrato in guerra arriva su Rete 4 in un’intervista rilasciata a Mario Giordano, nella puntata di ieri di Fuori dal coro. «Una decisione che nasce dal bisogno che noi abbiamo di proteggere le decine di migliaia di italiani che sono presenti nell’area, oltre che i nostri contingenti militari», ha puntualizzato il premier, spiegando che «noi abbiamo circa 2.000 soldati dislocati in quella regione. Dopodiché quelle sono anche nazioni con le quali noi abbiamo sicuramente ottimi rapporti, ma che sono anche vitali per i nostri interessi energetici». E poi ha ribadito: «Però non intendiamo entrare in guerra e non ci entreremo».
Sulle parole del presidente degli Stati Uniti era già intervenuto anche il ministro degli Interni Antonio Tajani. «Quella del presidente Donald Trump al Corriere della sera è una dichiarazione più politica e non credo che ci sia nulla da chiarire». E poi sulle contestazioni arrivate da Pd, Avs e Movimento 5 stelle ha detto: «Le opposizioni fanno la loro parte, mi pare che adesso in questo momento non ci sia nulla da commentare», ha spiegato. «Tutto quello che si sta facendo si è fatto, si farà, è stato detto in Parlamento, quindi, non c’è null’altro per quanto mi riguarda da aggiungere».
Sulla guerra, Meloni da Giordano ha insistito: «La guerra ovviamente non piace a nessuno e nessuno sottovaluta i rischi e le difficoltà che ne seguono, però neanche l’alternativa è rassicurante. Che è la ragione per cui noi ci siamo spesi moltissimo per arrivare a un accordo sul nucleare iraniano, cioè per avere certezza che l’Iran rinuncia all’atomica, che però sono falliti. E quindi adesso, secondo me, la priorità è capire se ci siano i margini per riprendere quei negoziati. E se ci fossero, ovviamente l’Italia intende lavorare su questo, cioè al ritorno della diplomazia».
Sull’Iran, poi, attacca le opposizioni che accusa di fare «propaganda spicciola» e si chiede «se davvero sia questo il momento». Anche perché «noi dobbiamo fare i conti con un quadro nel quale sono oggettivamente saltate le regole del diritto internazionale».
La guerra preoccupa anche per le possibili conseguenze a livello di terrorismo ma Meloni ha rassicurato: «Non ci sono particolari allarmi in questo momento, ma sicuramente noi, a scopo di prevenzione, siamo mobilitatissimi», anche perché, ha spiegato, «il Comitato antiterrorismo e il Comitato nazionale difesa e sicurezza, sono praticamente convocati a oltranza». Guerra, terrorismo e rincaro dei prezzi inevitabile. Questo preoccupa le persone e il premier ha consigliato «prudenza» a chi specula «perché non escludo di aumentare le tasse a quelle aziende che si dovessero rendere responsabili della speculazione e dell’aumento dei prezzi». Sui rincari della benzina ha detto che intende valutare «di attivare le cosiddette accise mobili, un meccanismo che esiste dal 2008 e che noi abbiamo reso più efficace con il nostro provvedimento sui carburanti nel 2023», perché «se i prezzi dovessero aumentare in modo stabile, questo meccanismo consentirebbe di utilizzare la parte di maggiore Iva che arriva dall’aumento per calmierare i prezzi riducendo le accise».
Inevitabile un passaggio sul referendum a poco meno di due settimane dal voto: «Se non partiamo dalla base, non possiamo risolvere i problemi. Sono convinta che la riforma della giustizia interviene anche su materie come immigrazione e sicurezza». Meloni, infatti, ha ricordato che questi due temi viaggiano su tre livelli: le leggi «messe a disposizione» anche dal governo, il lavoro delle forze dell’ordine e la «magistratura che fa rispettare le leggi». «Se uno dei tre livelli non funziona il meccanismo si inceppa e io conosco moltissimi casi nei quali il meccanismo si è inceppato», ha spiegato Meloni, citando le «devastazioni dei centri sociali a Roma e a Torino, dove non c’è stato alcun seguito giudiziario e addirittura i giudici hanno annullato il Daspo fatto agli antagonisti».
Sull’immigrazione ha ricordato «le continue interpretazioni forzate delle norme per impedirci di governare il fenomeno dell’immigrazione». Infine, un appello per il Sì al referendum del 22 e del 23 marzo: «Non avremo altre occasioni» di riformare la giustizia. «Se vogliamo far camminare questa nazione, dobbiamo avere il coraggio di modernizzarla. Di cambiare quello che non funziona».
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