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2020-05-03
«Il no alle messe è incostituzionale». I giuristi cattolici ricorrono al Tar
Ansa
Un'altra domenica di messe in streaming, un'altra domenica di chiesa «virtuale», per usare un termine che papa Francesco stigmatizzò in una sua omelia. E probabilmente non sarà l'ultima. Perché per i cattolici la cosiddetta fase 2 dell'emergenza Covid-19, per ora, prevede solo la possibilità dei funerali con, oltre al defunto, 15 partecipanti. Così contro l'ultimo Dpcm di Giuseppe Conte il Centro studi Livatino presenta ricorso al Tar del Lazio per la parte che ancora chiude alla messe con popolo. Il gruppo di giuristi cattolici chiede conto di quella che ritiene essere una «grave compressione della libertà religiosa», perché, si legge nel ricorso, il Dpcm «se da un lato consente di tornare in fabbriche e uffici, entrare in negozi piccoli e grandi di ogni tipo, andare in parchi e giardini…, dall'altro lato ancora non permette la partecipazione alle cerimonie religiose (eccezion fatta per i funerali con 15 persone) e dunque alla messa domenicale».
La querelle tra Chiesa e governo è scoppiata domenica scorsa, quando Giuseppi ha presentato la fase 2 in conferenza stampa e ha dato il niet alle messe con popolo per volontà della task force guidata da Vittorio Colao. Di lì a poco un comunicato durissimo della Cei ha portato a più miti consigli Conte, il quale ha dichiarato che si sarebbe presto arrivati a studiare un modo idoneo per tornare alle messe con popolo. Papa Francesco martedì, durante una preghiera a Santa Marta, ha poi offerto il salvagente a Giuseppi parlando di «prudenza» e «obbedienza alle disposizioni perché la pandemia non torni». Tra telefonate vere o presunte fra la residenza Santa Marta e Palazzo Chigi per il lancio di questo salvagente, restano però le veementi prese di posizione di moltissimi vescovi italiani.
Ma dalle risposte alle domande frequenti sul Dpcm per la fase 2, le Faq diffuse ieri da alcuni quotidiani on line con un file bozza, pare che di ponti gettati da Conte per le messe con popolo non ve ne siano tanti. In quel file alla domanda se si possono celebrare messe, matrimoni, funerali o altri riti civili e religiosi, la risposta è che sono «sospese». Nel senso che, come già detto, si possono fare i funerali con al massimo 15 parenti e poi «è sospesa la celebrazione in presenza di una significativa pluralità di fedeli della messa». Cosa si intenda qui per «significativa pluralità di fedeli» è ascrivibile alla categoria dei misteri della fede: 10, 20, 30 fedeli? Due ogni metro quadro? A scacchiera? Uno per panca?
Il mistero è talmente profondo che curiosamente si infittisce con un giallo. Perché la domanda con questa risposta, presente nel file bozza comparso su alcuni quotidiani on line come Faq del nuovo Dpcm, stranamente non compare nella versione definitiva sul sito ufficiale del governo. La bozza non teneva forse conto della querelle fra le due sponde del Tevere? O non teneva conto dei nuovi ponti gettati da Giuseppi in vista della celebrazioni all'aperto, che dovrebbero essere autorizzate dal prossimo 11 maggio? Certo è che sulle messe con popolo ormai siamo al genere comico.
Violazione del Concordato e della Costituzione segnala il Livatino nel ricorso presentato al Tar del Lazio. «Violazione del principio di proporzionalità; eccesso di potere per illogicità; difetto di istruttoria e motivazione; disparità di trattamento», è parte della litania di rilievi che vengono fatti al governo sulla questione libertà religiosa e culto pubblico dal Centro studi Livatino. «Sarebbe stato sufficiente, infatti e come già detto, stilare un protocollo, d'intesa con le autorità ecclesiastiche - cosa che […] sarebbe stato nella sostanza proposto e che è stato fatto per altre parti sociali - per garantire il rispetto delle norme igieniche al fine di soddisfare adeguatamente la giusta esigenza di tutelare la salute pubblica e dei singoli».
Non è una pia richiesta questa del Livatino, visto che perfino l'Oms ha stabilito un protocollo per definire quando le celebrazioni religiose possono ritenersi in sicurezza sanitaria. Da un tavolo che includeva cattolici e altre organizzazioni cristiane, musulmane, buddiste, è uscito un paper che riporta indicazioni utili quali il numero contingentato dei partecipanti ai riti, la garanzia della distanza tra le persone, l'areazione quando i culti avvengano al chiuso, utilizzo di dispositivi di protezione. Insomma, tutte cose di cui i vescovi avevano ampiamente dato rilievo al governo che stava predisponendo la fase 2.
Per ora però solo funerali e con una serie di regole, tra cui anche la misurazione delle temperatura con termoscanner ai 15 parenti ammessi. Con più di 37,5° di temperatura il parente deve andare a casa. Le regole, spiegate ai parroci con una nota di monsignor Stefano Russo, segretario della Cei, vanno dalla preferenza delle celebrazioni all'aperto, fino al modo in cui eventualmente distribuire l'eucaristia. Insomma, si può fare. Basta volerlo. E basta crederci, perché anche in casa cattolica la prudenza di alcuni sembra quella del don Abbondio manzoniano e sarebbe da raccontare ai martiri, quelli che per la fede ci hanno rimesso la vita.
Accade nella diocesi di Chieti-Vasto dove il vescovo, Bruno Forte, ha diramato una comunicazione in cui, vista «l'età avanzata di molti sacerdoti della Arcidiocesi» e «l'impossibilità per molte delle nostre piccole parrocchie di ottemperare a tutte le condizioni elencate», non si celebrano nemmeno i funerali. Si «continuerà, fino a nuova comunicazione, a benedire la salma come fatto finora».
«Multato e redarguito per una preghiera. Non c’è libertà di culto»
L'offensiva contro i fedeli prosegue e in tanti sono stati puniti solo per aver cercato di recitare una preghiera in totale solitudine. Come è capitato a Maurizio Marsigli, 65 anni, di Solarolo (Ravenna). Una figlia e una laurea in geologia, ora in pensione dopo aver svolto molti lavori, multato il giorno di Pasquetta.
Che cosa è successo?
«Facciamo una premessa: da bambino ho avuto la poliomielite e la mia gamba destra è rimasta paralizzata, per di più da poco ho dovuto mettere una protesi all'anca sinistra. Però ho sempre condotto una vita attiva: sono stato campione paralimpico di bici, ho fatto alpinismo, tuttora sono istruttore di arrampicata. Muovermi è una necessità perché se resto fermo a lungo la mia salute e la funzionalità della gamba potrebbero peggiorare. Così, cerco di prendere la bici almeno per andare a comprare il giornale nella piazza del paese. Il giorno di Pasquetta ho deciso di uscire verso sera, quando non c'era nessuno in giro visto che vivo in campagna, per fare una pedalata e dire una preghiera davanti al santuario della Madonna della salute, che si trova a circa un chilometro da casa mia, alla stessa distanza rispetto alla chiesa principale. Prima dell'epidemia magari non andavo a messa tutte le domeniche, ma in questo momento sento il bisogno di un momento di conforto. Visto che sono una persona precisa ho chiesto ai vigili urbani, secondo i quali non avrei avuto nessun problema».
Però è stato sanzionato dai carabinieri, esatto?
«Ero quasi arrivato quando, davanti a un cimiterino a 50 metri dalla chiesa, sono stato fermato. Mi hanno multato e non è servito a nulla ricordare che, secondo le indicazioni della presidenza del Consiglio, avevo il diritto di andare in una chiesa in prossimità della mia abitazione. D'altra parte, il termine “in prossimità" è talmente vago che ognuno lo interpreta come vuole. Non solo mi hanno fermato, appioppandomi 400 euro di multa, ma mi hanno anche impedito di proseguire fino al santuario, dicendo che mi avrebbero fatto un secondo verbale con una sanzione più alta in quanto recidivo. Mi hanno impedito di esercitare la libertà di culto. Mi chiedo: vogliono arrivare a una dittatura? Sto rileggendo 1984 di George Orwell e trovo similitudini assurde».
Ha provato a tornare alla chiesa della Madonna della salute o ha paura?
«Ho fatto ricorso al prefetto, ma non sono tornato. Visto che rimanere fermo per me è un serio rischio, ho studiato un percorso da fare in bici senza allontanarmi mai più di 250 metri da casa. Fino al santuario non vado per timore di nuove multe, al massimo mi fermo per una veloce preghiera nella chiesa in centro quando vado a comprare il giornale. Sono arrabbiato perché sono molto ligio alle regole: la spesa la faccio una volta ogni due settimane, anche se potrei andare al supermercato più spesso e nessuno mi potrebbe dire niente…».
Dal 4 maggio le regole saranno meno severe. Si sentirà più sicuro?
«Teoricamente dovrei, però nel discorso di Giuseppe Conte ho sentito dei grandi “vediamo", “per quanto possibile" e così via. Prima di decidere se rischiare voglio leggere bene il testo di tutti i decreti, dei regolamenti e delle varie ordinanze».
Lei è sempre stato credente o ha riscoperto la fede in questo momento?
«Ho un amico con cui ultimamente affronto spesso questa questione. Tra l'altro lui vive a Malta: se mi fanno uscire, lo raggiungo e chiedo asilo politico… Comunque, lui ha ritrovato una certa spiritualità e ci confrontavamo spesso sul tema. Quando sono rimasto chiuso in casa, con l'idea che sarei potuto morire, è rinata in me la speranza che ci sia qualcosa oltre. Ho studiato in scuole religiose e una parte di quegli insegnamenti è rimasta nel mio intimo. La Madonna della salute, un nome evocativo, è un simbolo. Una situazione come quella che stiamo vivendo avvicina l'uomo a qualcosa di superiore, che esiste».
Cosa pensa dello scontro fra la Cei e il governo?
«Penso che i giallorossi abbiamo prima usato i cattolici per poi rimetterli al loro posto. Lenin, riferendosi ai cattocomunisti, avrebbe parlato di “utili idioti"».
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Per il Centro studi Livatino il governo ha calpestato Carta e Concordato. Il testo lamenta «eccessi di potere» e «disparità di trattamento». Il capitolo sui riti sparisce dalla bozza dell'esecutivo sulle domande frequenti.L'ex campione paralimpico Maurizio Marsigli: «Ho una gamba paralizzata e devo muovermi. Andare in chiesa mi è costato 400 euro».Lo speciale contiene due articoli.Un'altra domenica di messe in streaming, un'altra domenica di chiesa «virtuale», per usare un termine che papa Francesco stigmatizzò in una sua omelia. E probabilmente non sarà l'ultima. Perché per i cattolici la cosiddetta fase 2 dell'emergenza Covid-19, per ora, prevede solo la possibilità dei funerali con, oltre al defunto, 15 partecipanti. Così contro l'ultimo Dpcm di Giuseppe Conte il Centro studi Livatino presenta ricorso al Tar del Lazio per la parte che ancora chiude alla messe con popolo. Il gruppo di giuristi cattolici chiede conto di quella che ritiene essere una «grave compressione della libertà religiosa», perché, si legge nel ricorso, il Dpcm «se da un lato consente di tornare in fabbriche e uffici, entrare in negozi piccoli e grandi di ogni tipo, andare in parchi e giardini…, dall'altro lato ancora non permette la partecipazione alle cerimonie religiose (eccezion fatta per i funerali con 15 persone) e dunque alla messa domenicale».La querelle tra Chiesa e governo è scoppiata domenica scorsa, quando Giuseppi ha presentato la fase 2 in conferenza stampa e ha dato il niet alle messe con popolo per volontà della task force guidata da Vittorio Colao. Di lì a poco un comunicato durissimo della Cei ha portato a più miti consigli Conte, il quale ha dichiarato che si sarebbe presto arrivati a studiare un modo idoneo per tornare alle messe con popolo. Papa Francesco martedì, durante una preghiera a Santa Marta, ha poi offerto il salvagente a Giuseppi parlando di «prudenza» e «obbedienza alle disposizioni perché la pandemia non torni». Tra telefonate vere o presunte fra la residenza Santa Marta e Palazzo Chigi per il lancio di questo salvagente, restano però le veementi prese di posizione di moltissimi vescovi italiani. Ma dalle risposte alle domande frequenti sul Dpcm per la fase 2, le Faq diffuse ieri da alcuni quotidiani on line con un file bozza, pare che di ponti gettati da Conte per le messe con popolo non ve ne siano tanti. In quel file alla domanda se si possono celebrare messe, matrimoni, funerali o altri riti civili e religiosi, la risposta è che sono «sospese». Nel senso che, come già detto, si possono fare i funerali con al massimo 15 parenti e poi «è sospesa la celebrazione in presenza di una significativa pluralità di fedeli della messa». Cosa si intenda qui per «significativa pluralità di fedeli» è ascrivibile alla categoria dei misteri della fede: 10, 20, 30 fedeli? Due ogni metro quadro? A scacchiera? Uno per panca? Il mistero è talmente profondo che curiosamente si infittisce con un giallo. Perché la domanda con questa risposta, presente nel file bozza comparso su alcuni quotidiani on line come Faq del nuovo Dpcm, stranamente non compare nella versione definitiva sul sito ufficiale del governo. La bozza non teneva forse conto della querelle fra le due sponde del Tevere? O non teneva conto dei nuovi ponti gettati da Giuseppi in vista della celebrazioni all'aperto, che dovrebbero essere autorizzate dal prossimo 11 maggio? Certo è che sulle messe con popolo ormai siamo al genere comico.Violazione del Concordato e della Costituzione segnala il Livatino nel ricorso presentato al Tar del Lazio. «Violazione del principio di proporzionalità; eccesso di potere per illogicità; difetto di istruttoria e motivazione; disparità di trattamento», è parte della litania di rilievi che vengono fatti al governo sulla questione libertà religiosa e culto pubblico dal Centro studi Livatino. «Sarebbe stato sufficiente, infatti e come già detto, stilare un protocollo, d'intesa con le autorità ecclesiastiche - cosa che […] sarebbe stato nella sostanza proposto e che è stato fatto per altre parti sociali - per garantire il rispetto delle norme igieniche al fine di soddisfare adeguatamente la giusta esigenza di tutelare la salute pubblica e dei singoli».Non è una pia richiesta questa del Livatino, visto che perfino l'Oms ha stabilito un protocollo per definire quando le celebrazioni religiose possono ritenersi in sicurezza sanitaria. Da un tavolo che includeva cattolici e altre organizzazioni cristiane, musulmane, buddiste, è uscito un paper che riporta indicazioni utili quali il numero contingentato dei partecipanti ai riti, la garanzia della distanza tra le persone, l'areazione quando i culti avvengano al chiuso, utilizzo di dispositivi di protezione. Insomma, tutte cose di cui i vescovi avevano ampiamente dato rilievo al governo che stava predisponendo la fase 2. Per ora però solo funerali e con una serie di regole, tra cui anche la misurazione delle temperatura con termoscanner ai 15 parenti ammessi. Con più di 37,5° di temperatura il parente deve andare a casa. Le regole, spiegate ai parroci con una nota di monsignor Stefano Russo, segretario della Cei, vanno dalla preferenza delle celebrazioni all'aperto, fino al modo in cui eventualmente distribuire l'eucaristia. Insomma, si può fare. Basta volerlo. E basta crederci, perché anche in casa cattolica la prudenza di alcuni sembra quella del don Abbondio manzoniano e sarebbe da raccontare ai martiri, quelli che per la fede ci hanno rimesso la vita. Accade nella diocesi di Chieti-Vasto dove il vescovo, Bruno Forte, ha diramato una comunicazione in cui, vista «l'età avanzata di molti sacerdoti della Arcidiocesi» e «l'impossibilità per molte delle nostre piccole parrocchie di ottemperare a tutte le condizioni elencate», non si celebrano nemmeno i funerali. 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Che cosa è successo? «Facciamo una premessa: da bambino ho avuto la poliomielite e la mia gamba destra è rimasta paralizzata, per di più da poco ho dovuto mettere una protesi all'anca sinistra. Però ho sempre condotto una vita attiva: sono stato campione paralimpico di bici, ho fatto alpinismo, tuttora sono istruttore di arrampicata. Muovermi è una necessità perché se resto fermo a lungo la mia salute e la funzionalità della gamba potrebbero peggiorare. Così, cerco di prendere la bici almeno per andare a comprare il giornale nella piazza del paese. Il giorno di Pasquetta ho deciso di uscire verso sera, quando non c'era nessuno in giro visto che vivo in campagna, per fare una pedalata e dire una preghiera davanti al santuario della Madonna della salute, che si trova a circa un chilometro da casa mia, alla stessa distanza rispetto alla chiesa principale. Prima dell'epidemia magari non andavo a messa tutte le domeniche, ma in questo momento sento il bisogno di un momento di conforto. Visto che sono una persona precisa ho chiesto ai vigili urbani, secondo i quali non avrei avuto nessun problema». Però è stato sanzionato dai carabinieri, esatto? «Ero quasi arrivato quando, davanti a un cimiterino a 50 metri dalla chiesa, sono stato fermato. Mi hanno multato e non è servito a nulla ricordare che, secondo le indicazioni della presidenza del Consiglio, avevo il diritto di andare in una chiesa in prossimità della mia abitazione. D'altra parte, il termine “in prossimità" è talmente vago che ognuno lo interpreta come vuole. Non solo mi hanno fermato, appioppandomi 400 euro di multa, ma mi hanno anche impedito di proseguire fino al santuario, dicendo che mi avrebbero fatto un secondo verbale con una sanzione più alta in quanto recidivo. Mi hanno impedito di esercitare la libertà di culto. Mi chiedo: vogliono arrivare a una dittatura? Sto rileggendo 1984 di George Orwell e trovo similitudini assurde». Ha provato a tornare alla chiesa della Madonna della salute o ha paura? «Ho fatto ricorso al prefetto, ma non sono tornato. Visto che rimanere fermo per me è un serio rischio, ho studiato un percorso da fare in bici senza allontanarmi mai più di 250 metri da casa. Fino al santuario non vado per timore di nuove multe, al massimo mi fermo per una veloce preghiera nella chiesa in centro quando vado a comprare il giornale. Sono arrabbiato perché sono molto ligio alle regole: la spesa la faccio una volta ogni due settimane, anche se potrei andare al supermercato più spesso e nessuno mi potrebbe dire niente…». Dal 4 maggio le regole saranno meno severe. Si sentirà più sicuro? «Teoricamente dovrei, però nel discorso di Giuseppe Conte ho sentito dei grandi “vediamo", “per quanto possibile" e così via. Prima di decidere se rischiare voglio leggere bene il testo di tutti i decreti, dei regolamenti e delle varie ordinanze». Lei è sempre stato credente o ha riscoperto la fede in questo momento? «Ho un amico con cui ultimamente affronto spesso questa questione. Tra l'altro lui vive a Malta: se mi fanno uscire, lo raggiungo e chiedo asilo politico… Comunque, lui ha ritrovato una certa spiritualità e ci confrontavamo spesso sul tema. Quando sono rimasto chiuso in casa, con l'idea che sarei potuto morire, è rinata in me la speranza che ci sia qualcosa oltre. Ho studiato in scuole religiose e una parte di quegli insegnamenti è rimasta nel mio intimo. La Madonna della salute, un nome evocativo, è un simbolo. Una situazione come quella che stiamo vivendo avvicina l'uomo a qualcosa di superiore, che esiste». Cosa pensa dello scontro fra la Cei e il governo? «Penso che i giallorossi abbiamo prima usato i cattolici per poi rimetterli al loro posto. Lenin, riferendosi ai cattocomunisti, avrebbe parlato di “utili idioti"».
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Dal diritto di Israele a esistere alla repressione dei dissidenti iraniani, fino alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz: le contraddizioni dell’Occidente e l’ambiguità europea davanti a Teheran.
Ci sono alcune scomode verità che raramente sono evocate nelle discussioni pubbliche nei salotti televisivi. La prima. La pace in Medio Oriente, cioè, non potrà essere raggiunta finché una parte continuerà a negare all’altra il diritto stesso di esistere. Finché insomma l’Iran e le sue articolazioni armate all’estero — Hamas, Hezbollah, Houthi — continueranno a proclamare, ufficialmente e pubblicamente, la distruzione dello Stato di Israele, ogni trattativa sarà destinata a produrre non la pace, ma solo una pausa, non una soluzione del conflitto, ma un semplice rinvio delle ostilità.
La seconda. La voce sofferente del popolo iraniano sembra essere svanita nel nulla! Un grido di dolore che è stato progressivamente soffocato, ignorato, archiviato. Un mare di lutti dimenticato. In Europa ci si mobilita — giustamente! — per la libertà dell’Ucraina. S’invocano principi sacrosanti e intangibili: democrazia, libertà, diritti umani. Ma quegli stessi principi sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando si tratta dell’Iran, quando si mercanteggia con i Pasdaran. È una contraddizione che non può non colpire: si finisce per essere, di fatto, più indulgenti verso i Guardiani della Rivoluzione che verso un popolo assetato di libertà e terrorizzato da una repressione sanguinaria.
La terza. Lo Stretto di Hormuz è spesso considerato come se fosse una proprietà iraniana. Sappiamo invece che non lo è. Il diritto internazionale — sia convenzionale sia consuetudinario — è chiarissimo: nelle acque internazionali degli Stretti vige il principio del passaggio inoffensivo. Le navi di tutti i Paesi hanno diritto a transitare liberamente, salvo ovviamente le unità nemiche dei Paesi costieri in caso di conflitto. Teheran non può, dunque, imporre un blocco generalizzato. Farlo significa violare norme fondamentali su cui si regge l’intero sistema della navigazione globale.
Ma se quello Stretto è essenziale, vitale, per l’economia mondiale — e certamente lo è — perché la sua sicurezza dovrebbe essere garantita solo dopo la crisi, e magari con il consenso del Paese che pretende (senza basi giuridiche) di esercitarvi la propria sovranità? E se la crisi durasse anni? La presenza militare internazionale, in quell’area, non sarebbe in definitiva una provocazione. Sarebbe un sostegno all’economia globale del pianeta.
A questo punto tuttavia, l’obiezione arriva inevitabile: questo discorso non tiene, perché alla radice di tutto c’è l’intervento americano, da molti considerato illegittimo. È stato dunque Washington ad aver acceso la miccia e ad aver provocato una situazione dagli sviluppi imprevedibili. Si stava tanto bene prima! Prima che gli americani intervenissero. Con il governo iraniano che aveva ripreso i suoi progetti atomici, che eliminava migliaia di oppositori pacifici, che inviava regolarmente centinaia di missili sulla testa degli israeliani. Lo Stretto di Hormuz però era aperto! Gli iraniani, bontà loro, facevano passare il loro petrolio destinato ai nostri porti. Gli affari andavano bene. Insomma questi americani di che cosa s’impicciano?
È questa una lettura diffusa, prevalente, ma è anche una lettura parziale. Gli Stati Uniti — piaccia o no — non sono intervenuti nel vuoto, né per un capriccio geopolitico, né perché Trump sia pazzo. Il loro obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. E qui il ragionamento si fa meno ideologico e più concreto. Un Iran nucleare, con la sua permanente minaccia contro Israele, non rappresenta un pericolo solo teorico, ma un rischio reale per la pace mondiale.
Il paradosso è tutto qui: si condanna l’intervento americano perché «illegittimo», ma si tende a ignorare lo scenario che quell’intervento mirava a evitare. Si contesta il mezzo, senza interrogarsi troppo sul fine.
E l’Europa in tutto questo? Divisa, esitante, spesso è apparsa più incline a prendere le distanze che a condividere responsabilità. Non solo non ha sostenuto politicamente le posizioni americane, ma in alcuni casi è apparsa addirittura ostile, più vicina alle ragioni di Teheran. Alla fine, tutto si riduce a una sola parola: coerenza! Non si può difendere la libertà a Kiev e ignorarla a Teheran. Non si può invocare il diritto internazionale (contro gli Usa) e poi relativizzarlo (in favore di Teheran) quando si parla dello Stretto di Hormuz. Non si può infine parlare seriamente di pace senza affrontare la questione pregiudiziale evocata all’inizio: il riconoscimento reciproco Iran/Israele. Senza questo passaggio, tutto il resto rischia di essere retorica.
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Alice Buonguerrieri, capogruppo Fdi in commissione Covid, spiega cosa non torna nelle ricostruzioni di Giuseppe Conte su lockdown e mascherine. E perché si rifiuta di presentarsi in aula a raccontare la verità.
I militari del Comando Provinciale della Guardia di finanza di Torino, coordinati dalla Procura della Repubblica, hanno eseguito un sequestro preventivo emesso dal Gip del Tribunale di Torino con riferimento a disponibilità per circa € 7 milioni relativi al profitto illecito derivato dall’indebito utilizzo di crediti d’imposta fittizi, generati attraverso frodi in materia di «Superbonus 110%».
Al centro delle vicende che hanno portato all’adozione del provvedimento cautelare è una società edile del capoluogo piemontese, la quale - in ipotesi di accusa - avrebbe emesso fatture per operazioni inesistenti a fronte di lavori di efficientamento energetico («Ecobonus») e di riduzione del rischio sismico («Sismabonus») su un condominio torinese e risultati in realtà mai effettuati. Ciò grazie all’utilizzo di false attestazioni e asseverazioni sottoscritte da professionisti riconducibili alla medesima società, che ha così potuto disporre di crediti per interventi energetici e sismici non eseguiti.
Le responsabilità per gli illeciti rilevati riguardano l’amministratore di fatto della società coinvolta e 4 professionisti (due architetti di Torino, un ingegnere di Milano e un commercialista di Napoli Nord), incaricati degli adempimenti connessi alla pratica edilizia per il beneficio del Superbonus, del rilascio delle occorrenti asseverazioni, della progettazione e della direzione dei lavori nonché degli adempimenti fiscali e del rilascio del visto di conformità. Nei loro confronti - fatta salva la presunzione di innocenza - sono a vario titolo contestati i delitti di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, emissione di fatture per operazioni inesistenti e riciclaggio. Contestualmente, alla società edile vengono contestate le relative responsabilità dipendenti dai reati commessi a suo vantaggio.
Gli approfondimenti investigativi svolti hanno consentito di rilevare, innanzitutto su basi documentali, come i soggetti responsabili abbiano prospettato ai condomini del complesso immobiliare torinese l’esecuzione di interventi edilizi «a costo zero» (mediante sconto in fattura e cessione alla società del credito da Superbonus), inducendoli a stipulare un contratto di appalto per lavori da concludersi entro il 31 dicembre 2023.
La mancata effettuazione dei lavori pattuiti nei termini previsti e i successivi tentativi di porvi rimedio, con l’incremento sproporzionato dell’importo complessivo delle opere, hanno poi indotto il condominio interessato ad assumere iniziative di giudiziarie.
Nonostante la mancata esecuzione dei lavori, la società edile ha comunque emesso le relative fatture nei confronti del condominio, con l'intento di indurre in errore l’Agenzia delle entrate circa la spettanza di crediti fiscali per quasi 7 milioni di euro.
Le condotte contestate sono state rese possibili anche grazie al concorso dei professionisti indagati, mediante: le false asseverazioni circa l’avvenuta esecuzione dei lavori, attraverso le quali la società ha potuto costituire i presupposti per la fraudolenta generazione e attribuzione dei crediti di imposta; il mendace visto di conformità sui presupposti che danno diritto all’agevolazione fiscale e la trasmissione all’Agenzia delle entrate della documentazione necessaria per il riconoscimento del contributo da Superbonus sotto forma di sconto in fattura.
I crediti di imposta falsi così generati, una volta entrati nel patrimonio della società, sono stati in parte ceduti a terzi e in parte sono rimasti nella sua disponibilità, per la successiva cessione o per l’utilizzo in compensazione con le imposte dovute.
Su queste basi il Giudice per le indagini preliminari ha disposto il sequestro preventivo, anche per equivalente, di beni della società (con prioritario riferimento ai crediti di imposta ancora nella sua disponibilità) e degli indagati per circa € 7 milioni complessivi, come profitto dei reati contestati.
L’esecuzione del provvedimento è stata curata dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Torino, che ha provveduto alla tempestiva e accurata ricostruzione dei crediti d’imposta ancora nella disponibilità della società coinvolta, in efficace raccordo con gli Uffici dell’Agenzia delle entrate.
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