True
2020-01-17
Il massacro degli armeni nascosto dall'Azerbaijan
True
Gettyimages
Sono passati ormai trent'anni, ma l'Azerbaijan continua a nascondere la verità. Trenta anni fa, infatti, tra il 13 e il 19 gennaio 1990, a Baku, furono realizzati i massacri e le deportazioni degli armeni residenti nella capitale dell' Azerbaijan per un unico motivo: la loro appartenenza etnica. I massacri erano organizzati dal Fronte Popolare azerbaijano ed erano sponsorizzati dalle autorità azere. Sebbene gli armeni di Baku fossero stati costretti a abbandonare le loro case a causa delle persecuzioni e delle repressioni nei confronti degli armeni in tutto il territorio dell'Azerbaijan dopo i massacri degli armeni a Sumgait del 1988, all'inizio del 1990 circa 40.000 armeni ancora vivevano a nella capitale. Tra gli armeni rimasti c'erano non solo molti anziani, malati e disabili che non potevano fuggire, ma anche semplici persone che non volevano lasciare la città.
Non è stato possibile stabilire il numero esatto degli armeni uccisi e delle persone morte giorni dopo i massacri di Baku per via dell'occultamento dei fatti da parte delle autorità azere. Secondo le stime fatte anche da alcune organizzazioni internazionali per i diritti umani, ci sono state più di 450 vittime. Migliaia di armeni hanno perso tutti i loro beni mobili e immobili che sono stati saccheggiati dalla folla. Alcuni testimoni oculari hanno affermato che anche molti ebrei, russi e persone di altre etnie, sono state vittime di questi atti di violenza solo perché avevano una certa somiglianza con gli armeni. Tutti gli armeni sopravvissuti alle barbarie hanno lasciato Baku per via dell'imminente minaccia dello sterminio fisico e si sono rifugiati nei vari paesi del mondo.
Nel corso della storia sempre nella capitale azera hanno avuto luogo almeno tre massacri ai danni degli armeni, negli anni 1905, 1918 e 1990. In questa città dove da sempre c'è stata una presenza armena, alla fine degli anni '80 vivevano circa 300.000 armeni. Nonostante gli armeni non abbiano mai costituito la maggioranza della popolazione, a Baku gli armeni hanno da sempre avuto un importante status sociale, hanno ricoperto posizioni di rilievo, hanno svolto notevole attività nel campo dell'architettura, della costruzione, nonché economico-commerciale e, in particolare, nel settore petrolifero. Il primo pozzo petrolifero, nel 1869, apparteneva a Ibrahim Mirzoyev, un armeno. A Baku c'erano molte istituzioni e centri culturali armeni che sono stati chiusi all'inizio degli anni '80.
Il Parlamento europeo ha condannato i massacri degli armeni con le Risoluzioni approvate nel 1988, 1990 e 1991. Le stragi di civili sono state confermate nel 2002 dal presidente della Commissione per i rifugiati degli Stati Uniti, Bill Frelick. Il 27 luglio 1990 il New York Times ha pubblicato una lettera aperta indirizzata alla comunità internazionale, firmata da 133 eminenti studiosi e attivisti per i diritti umani provenienti dall'Europa, dal Canada e dagli Stati Uniti che denunciavano le uccisioni e i massacri degli armeni a Baku.
L'Azerbaijan celebra il 20 gennaio ("il gennaio nero") come giorno della memoria degli azeri morti durante gli scontri con le truppe sovietiche nei giorni successivi al massacro degli armeni. Le autorità di Baku presentano gli eventi del 20 gennaio 1990 come risultato di provocazioni da parte degli armeni facendo così un tentativo di nascondere i crimini e le atrocità di massa, che continuano a vivere non solo nella memoria dei sopravvissuti e di quanti li hanno accolto fuori dal territorio della Repubblica Socialista di Azerbaijan, ma anche nei materiali documentari e nelle cronache della stampa internazionale.
Contrariamente ai fatti registrati dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani, le autorità azere continuano a insabbiare le loro azioni di genocidio e a distorcere i fatti per evitarne la responsabilità. Le autorità azere distorcono non solo l'essenza del "gennaio nero", ma, attraverso il silenzio e l'oblio, anche la storia della "capitale dei tre massacri" tentando, così, di cancellare dalla memoria le conseguenze della politica di pulizia etnica, delle deportazioni e dei massacri degli armeni avvenuti a Baku nel 1905, nel 1918 e 1990.
I pogrom di Baku del 1990 sono una continuazione dei massacri precedenti perpetrati nel 1905 e nel 1918 e della politica di pulizia etnica effettuata nell'era sovietica nella regione di Nakhijevan, nella Repubblica di Artsakh (Nagorno Karabakh) e in altre aree. La propaganda anti-armena nella società azera si è manifestata fortemente durante l'aggressione dell'Azerbaijan contro Artsakh dell'aprile 2016: in quei giorni gli azeri hanno commesso gravi violazioni del diritto umanitario internazionale con brutali uccisioni di civili e di militari, con decapitazioni, torture, mutilazioni e con altri crimini di guerra.
Continua a leggere
Riduci
Trenta anni fa, tra il 13 e il 19 gennaio 1990, a Baku, furono realizzati omicidi e deportazioni della popolazione armena residente nella capitale solo per un unico motivo: la loro appartenenza etnica.Sono passati ormai trent'anni, ma l'Azerbaijan continua a nascondere la verità. Trenta anni fa, infatti, tra il 13 e il 19 gennaio 1990, a Baku, furono realizzati i massacri e le deportazioni degli armeni residenti nella capitale dell' Azerbaijan per un unico motivo: la loro appartenenza etnica. I massacri erano organizzati dal Fronte Popolare azerbaijano ed erano sponsorizzati dalle autorità azere. Sebbene gli armeni di Baku fossero stati costretti a abbandonare le loro case a causa delle persecuzioni e delle repressioni nei confronti degli armeni in tutto il territorio dell'Azerbaijan dopo i massacri degli armeni a Sumgait del 1988, all'inizio del 1990 circa 40.000 armeni ancora vivevano a nella capitale. Tra gli armeni rimasti c'erano non solo molti anziani, malati e disabili che non potevano fuggire, ma anche semplici persone che non volevano lasciare la città.Non è stato possibile stabilire il numero esatto degli armeni uccisi e delle persone morte giorni dopo i massacri di Baku per via dell'occultamento dei fatti da parte delle autorità azere. Secondo le stime fatte anche da alcune organizzazioni internazionali per i diritti umani, ci sono state più di 450 vittime. Migliaia di armeni hanno perso tutti i loro beni mobili e immobili che sono stati saccheggiati dalla folla. Alcuni testimoni oculari hanno affermato che anche molti ebrei, russi e persone di altre etnie, sono state vittime di questi atti di violenza solo perché avevano una certa somiglianza con gli armeni. Tutti gli armeni sopravvissuti alle barbarie hanno lasciato Baku per via dell'imminente minaccia dello sterminio fisico e si sono rifugiati nei vari paesi del mondo.Nel corso della storia sempre nella capitale azera hanno avuto luogo almeno tre massacri ai danni degli armeni, negli anni 1905, 1918 e 1990. In questa città dove da sempre c'è stata una presenza armena, alla fine degli anni '80 vivevano circa 300.000 armeni. Nonostante gli armeni non abbiano mai costituito la maggioranza della popolazione, a Baku gli armeni hanno da sempre avuto un importante status sociale, hanno ricoperto posizioni di rilievo, hanno svolto notevole attività nel campo dell'architettura, della costruzione, nonché economico-commerciale e, in particolare, nel settore petrolifero. Il primo pozzo petrolifero, nel 1869, apparteneva a Ibrahim Mirzoyev, un armeno. A Baku c'erano molte istituzioni e centri culturali armeni che sono stati chiusi all'inizio degli anni '80. Il Parlamento europeo ha condannato i massacri degli armeni con le Risoluzioni approvate nel 1988, 1990 e 1991. Le stragi di civili sono state confermate nel 2002 dal presidente della Commissione per i rifugiati degli Stati Uniti, Bill Frelick. Il 27 luglio 1990 il New York Times ha pubblicato una lettera aperta indirizzata alla comunità internazionale, firmata da 133 eminenti studiosi e attivisti per i diritti umani provenienti dall'Europa, dal Canada e dagli Stati Uniti che denunciavano le uccisioni e i massacri degli armeni a Baku.L'Azerbaijan celebra il 20 gennaio ("il gennaio nero") come giorno della memoria degli azeri morti durante gli scontri con le truppe sovietiche nei giorni successivi al massacro degli armeni. Le autorità di Baku presentano gli eventi del 20 gennaio 1990 come risultato di provocazioni da parte degli armeni facendo così un tentativo di nascondere i crimini e le atrocità di massa, che continuano a vivere non solo nella memoria dei sopravvissuti e di quanti li hanno accolto fuori dal territorio della Repubblica Socialista di Azerbaijan, ma anche nei materiali documentari e nelle cronache della stampa internazionale. Contrariamente ai fatti registrati dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani, le autorità azere continuano a insabbiare le loro azioni di genocidio e a distorcere i fatti per evitarne la responsabilità. Le autorità azere distorcono non solo l'essenza del "gennaio nero", ma, attraverso il silenzio e l'oblio, anche la storia della "capitale dei tre massacri" tentando, così, di cancellare dalla memoria le conseguenze della politica di pulizia etnica, delle deportazioni e dei massacri degli armeni avvenuti a Baku nel 1905, nel 1918 e 1990. I pogrom di Baku del 1990 sono una continuazione dei massacri precedenti perpetrati nel 1905 e nel 1918 e della politica di pulizia etnica effettuata nell'era sovietica nella regione di Nakhijevan, nella Repubblica di Artsakh (Nagorno Karabakh) e in altre aree. La propaganda anti-armena nella società azera si è manifestata fortemente durante l'aggressione dell'Azerbaijan contro Artsakh dell'aprile 2016: in quei giorni gli azeri hanno commesso gravi violazioni del diritto umanitario internazionale con brutali uccisioni di civili e di militari, con decapitazioni, torture, mutilazioni e con altri crimini di guerra.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
Continua a leggere
Riduci
Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
Continua a leggere
Riduci
Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.