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2019-01-02
Al mago del Papa non riesce il primo trucco
C'è una guerra aperta all'interno del sistema mass mediatico della Santa Sede, aggravatasi dopo la nomina di Andrea Tornielli a direttore editoriale di tutti i media vaticani. Lo avevamo già scritto sulla Verità a proposito del metodo con cui è stato defenestrato l'ex direttore dell'Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian. Ma il 31 dicembre 2018 sono scoppiate altre bombe: Greg Burke, direttore della Sala stampa vaticana, e la sua vice, Paloma García Ovejero, hanno rassegnato le dimissioni dall'incarico a cui erano stati nominati da papa Francesco nel luglio 2016. Solo un anno e mezzo. Un attimo se lo confrontiamo con i 22 di Joaquín Navarro Valls e i dieci di padre Federico Lombardi. Segno che, anche se qualcuno finge di averlo già dimenticato, il caso aperto dall'esplosivo memoriale dell'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò, non è ancora chiuso.
Burke, membro dell'Opus dei e già reporter per Fox news, fu chiamato in Vaticano da Benedetto XVI nel 2012 come super consulente per le comunicazioni e in aiuto dell'allora direttore della Sala stampa, padre Lombardi, a cui subentrò, appunto, nel 2016. La García, invece, è stata la prima donna impegnata in questo ruolo; i due sono stati apprezzati in questi anni di servizio anche per aver internazionalizzato il servizio della Sala stampa. «Paloma e io», ha scritto l'ormai ex portavoce Burke sul suo profilo Twitter, «ci siamo dimessi con effetto dal primo gennaio. In questo momento di transizione nelle comunicazioni vaticane, pensiamo che sia meglio che il Santo Padre sia completamente libero di riunire una nuova squadra». Francesco ha accettato le dimissioni e «ha nominato direttore ad interim della Sala stampa della Santa Sede il dottor Alessandro Gisotti, finora coordinatore dei social media del Dicastero per la comunicazione». Ma qualcuno vocifera che questa di Gisotti rappresenti una soluzione ponte per consegnare poi tutto nelle mani del nuovo plenipotenziario Tornielli.
Come avevamo raccontato sulla Verità, la «promozione» di Vian a direttore emerito del giornale del Papa aveva acceso le prime micce, tanto che Francesco è dovuto intervenire pubblicamente con una gentile lettera di ringraziamento all'ex direttore, sostituito dall'insegnante di religione Andrea Monda (pare su consiglio al Pontefice di padre Antonio Spadaro e Tornielli). Il defenestramento di Vian, avvenuto senza preavviso alcuno, aveva causato mal di pancia anche alla terza loggia del Palazzo apostolico, quello della Segreteria di Stato. Infatti, la tradizionale cinghia di trasmissione che dalla Segreteria andava al quotidiano e alla Sala stampa, dopo l'avvento di Tornielli, veniva a essere quantomeno depotenziata, per non dire recisa. Il neo direttore editoriale, nella chiara veste di spin doctor del Papa, ha assunto un ruolo «politico» che riduce di fatto quello fino a ieri occupato da Burke a poca cosa.
Il gelido comunicato di Paolo Ruffini, prefetto del super dicastero della comunicazioni, la dice lunga sulla sorpresa generata dalle dimissioni dei vertici della Sala stampa. «Oggi», ha scritto Ruffini il 31 dicembre dopo aver ringraziato Burke e la García, «di fronte a quella che è una loro autonoma e libera scelta, non posso che rispettare la decisione che hanno preso». Da parte sua Burke commenta laconico su Twitter: «Nuovo anno, nuove avventure», dopo aver ringraziato il Papa per i due anni e mezzo di esperienza alla Sala stampa.
Quindi, con la nomina di Tornielli le operazioni di accentramento verticistico delle comunicazioni vaticane arrivano in porto, creando un ufficio che da solo coordina e dirige, in accordo diretto con il Papa, il taglio e i contenuti di tutti i media. Un assetto mai dato all'interno delle comunicazioni della Santa Sede: Burke e la García, che pensavano di far parte di una struttura pluriforme con diversi gradi di autonomia, probabilmente hanno avuto uno scatto di orgoglio. Nonostante tutti gettino acqua sul fuoco e affermino che le dimissioni non sono frutto dei nuovi assetti, il messaggio dei due è chiaro: noi a queste condizioni non ci stiamo.
Il prefetto Ruffini avvisa che il 2019 sarà un anno «denso», che richiede «un massimo sforzo di comunicazione». Immediato pensare alla situazione abusi del clero che nel 2018 è esplosa causando una forte crisi del papato di Francesco. Ora tutti gli occhi sono puntati sull'incontro del prossimo febbraio, dove i capi dei vescovi del mondo converranno a Roma insieme al Papa per affrontare la questione. La nomina di Tornielli a direttore editoriale sembra essere una mossa per rispondere punto su punto e in modo unitario alle eventuali questioni, ma rivela anche qualcos'altro e che può spiegare ciò che accade tra le mura leonine.
Papa Francesco conduce la sua riforma della curia, su cui tanto ha puntato, e per cui molti cardinali lo hanno votato nel Conclave del 2013, in modo molto particolare. Da una parte crea dicasteri e nomina prefetti e segretari, ma dall'altra ascolta in modo diretto una serie di uomini di cui si fida e con cui supera spesso gli uffici e gli uomini di curia che sarebbero preposti a consigliarlo e a lavorare per lui. Ciò accade da tempo sui temi della comunicazione proprio con Andrea Tornielli, vaticanista di lungo corso con la passione per i giochi di prestigio, in servizio alla Stampa prima dell'incarico ufficiale, ma con accesso diretto a Francesco fin dalla sua elezione. E accade con padre Antonio Spadaro, influente e incisivo direttore della rivista dei gesuiti La Civiltà cattolica. Ma anche in altri ambiti, come quello dottrinario, in cui il Papa ascolta l'amico fidato Víctor Manuel Fernández, oggi vescovo di La Plata, e ghostwriter di Francesco in vari documenti, tra cui Laudato sii e Amoris laetitia, e lascia da parte il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. E si potrebbe continuare. Il Papa ha tutto il diritto di ascoltare chi vuole e quando vuole, poi però qualcuno non ci sta. Perché magari ritiene di non poter svolgere in piena coscienza la sua professione.
«Abusi sessuali in seminario». L’Argentina ha il suo McCarrick?
Un'inchiesta del quotidiano argentino El Tribuno del Salta ha svelato che il vescovo di Orano, Gustavo Zanchetta, che ha rinunciato al governo della diocesi nel luglio 2017 per imprecisati «problemi di salute», in realtà sarebbe stato costretto ad allontanarsi a causa di denunce che lo accusavano di diversi tipi di abuso, tra cui quelli sessuali e di potere all'interno del seminario. Il punto è che dopo appena quattro mesi da quella misteriosa rinuncia, papa Francesco ha nominato Zanchetta assessore dell'Amministrazione del patrimonio della sede apostolica (Apsa), una della più importanti casseforti del Vaticano insieme allo Ior, oggi presieduta dall'ex segretario della Cei, Nunzio Galantino.
Al momento della misteriosa rinuncia di Zanchetta per «problemi di salute», i giornali argentini descrivevano lo stato disastroso dal punto di vista amministrativo in cui versava la diocesi di Oran, al pari di come era accaduto nella diocesi di cui era stato in precedenza vicario, quella di Quilmes. Ora viene a galla qualcosa di più importante. Una fonte vicina al clero della regione di Salta ha parlato con il quotidiano argentino Clarin, lanciando accuse pesanti nei confronti di Zanchetta, e si è detta convinta che «papa Francesco sappia degli abusi sessuali e di potere» commessi dal vescovo e nonostante questo lo abbia nominato assessore all'Apsa. Sempre secondo questa fonte, il Papa avrebbe portato Zanchetta a Roma per «controllarlo» più da vicino.
Il presunto abuso commesso dal vescovo argentino verso giovani seminaristi adulti sarebbe avvenuto, scrive sempre il Clarin che cita questa fonte anonima, con «masturbazione, manipolazione, pressione psicologica e potere attraverso estorsioni o stimolandoli con doni». Peraltro, si dice che una prova rivelatrice di questa sua attività omosessuale sia giunta fino ai vertici ecclesiastici, attraverso la provata visita di siti porno gay da parte del prelato, con scambio di sue foto nudo.
Le denunce di abuso sono state fatte alla Nunziatura apostolica di Buenos Aires, ma non si tratta di una denuncia penale perché chi l'ha fatta teme per la sua incolumità. Zanchetta avrebbe buone coperture in Argentina e non solo, nel governo e nella Chiesa. Dopo il suo abbandono per presunti «problemi di salute» è andato a riposarsi all'arcidiocesi di Corrientes, dal suo amico monsignor Andrés Stanovnik, e due mesi dopo era già fotografato a Madrid, ospite del neo cardinale Carlos Osoro, mentre partecipava a un corso accademico presso l'università ecclesiastica di San Damaso. Poi il 17 dicembre 2017 la nomina improvvisa di Zanchetta da parte del Papa come consigliere dell'Apsa e residenza in Vaticano. Inoltre, l'inchiesta argentina svela che dopo l'allontanamento di Zanchetta altri tre sacerdoti sono stati allontanati dalla diocesi, tre sacerdoti però che avevano denunciato il vescovo per abusi sessuali a tre seminaristi e l'abuso di potere contro altri dieci, crimini che si sarebbero realizzati tra il 2014 e il 2015.
A questo punto l'allontanamento di Zanchetta da Orano rischia di sembrare purtroppo una di quelle coperture che la Chiesa dice di voler estirpare: si allarga così il numero di domande a cui Francesco deve rispondere, oltre a quelle inevase del memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò, per fare chiarezza sullo scandalo abusi. Il Papa sapeva della accuse che gravavano sul vescovo argentino? Nel caso, perché Zanchetta è stato nominato consigliere di un organismo importante come l'Apsa? La speranza è che la giustizia ecclesiastica faccia il suo corso, come quella civile, al fine di poter dare un messaggio chiaro all'opinione pubblica e ai fedeli.
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A pochi giorni dalla nomina di Andrea Tornielli a direttore dei media saltano i portavoce Georg Burke e Paloma García Ovejero, in carica da meno di 2 anni.«Abusi sessuali in seminario». L'Argentina ha il suo McCarrick? Accuse al vescovo Gustavo Zanchetta, ritiratosi nel 2017 e poi voluto da Bergoglio all'Apsa.Lo speciale contiene due articoli.C'è una guerra aperta all'interno del sistema mass mediatico della Santa Sede, aggravatasi dopo la nomina di Andrea Tornielli a direttore editoriale di tutti i media vaticani. Lo avevamo già scritto sulla Verità a proposito del metodo con cui è stato defenestrato l'ex direttore dell'Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian. Ma il 31 dicembre 2018 sono scoppiate altre bombe: Greg Burke, direttore della Sala stampa vaticana, e la sua vice, Paloma García Ovejero, hanno rassegnato le dimissioni dall'incarico a cui erano stati nominati da papa Francesco nel luglio 2016. Solo un anno e mezzo. Un attimo se lo confrontiamo con i 22 di Joaquín Navarro Valls e i dieci di padre Federico Lombardi. Segno che, anche se qualcuno finge di averlo già dimenticato, il caso aperto dall'esplosivo memoriale dell'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò, non è ancora chiuso. Burke, membro dell'Opus dei e già reporter per Fox news, fu chiamato in Vaticano da Benedetto XVI nel 2012 come super consulente per le comunicazioni e in aiuto dell'allora direttore della Sala stampa, padre Lombardi, a cui subentrò, appunto, nel 2016. La García, invece, è stata la prima donna impegnata in questo ruolo; i due sono stati apprezzati in questi anni di servizio anche per aver internazionalizzato il servizio della Sala stampa. «Paloma e io», ha scritto l'ormai ex portavoce Burke sul suo profilo Twitter, «ci siamo dimessi con effetto dal primo gennaio. In questo momento di transizione nelle comunicazioni vaticane, pensiamo che sia meglio che il Santo Padre sia completamente libero di riunire una nuova squadra». Francesco ha accettato le dimissioni e «ha nominato direttore ad interim della Sala stampa della Santa Sede il dottor Alessandro Gisotti, finora coordinatore dei social media del Dicastero per la comunicazione». Ma qualcuno vocifera che questa di Gisotti rappresenti una soluzione ponte per consegnare poi tutto nelle mani del nuovo plenipotenziario Tornielli. Come avevamo raccontato sulla Verità, la «promozione» di Vian a direttore emerito del giornale del Papa aveva acceso le prime micce, tanto che Francesco è dovuto intervenire pubblicamente con una gentile lettera di ringraziamento all'ex direttore, sostituito dall'insegnante di religione Andrea Monda (pare su consiglio al Pontefice di padre Antonio Spadaro e Tornielli). Il defenestramento di Vian, avvenuto senza preavviso alcuno, aveva causato mal di pancia anche alla terza loggia del Palazzo apostolico, quello della Segreteria di Stato. Infatti, la tradizionale cinghia di trasmissione che dalla Segreteria andava al quotidiano e alla Sala stampa, dopo l'avvento di Tornielli, veniva a essere quantomeno depotenziata, per non dire recisa. Il neo direttore editoriale, nella chiara veste di spin doctor del Papa, ha assunto un ruolo «politico» che riduce di fatto quello fino a ieri occupato da Burke a poca cosa.Il gelido comunicato di Paolo Ruffini, prefetto del super dicastero della comunicazioni, la dice lunga sulla sorpresa generata dalle dimissioni dei vertici della Sala stampa. «Oggi», ha scritto Ruffini il 31 dicembre dopo aver ringraziato Burke e la García, «di fronte a quella che è una loro autonoma e libera scelta, non posso che rispettare la decisione che hanno preso». Da parte sua Burke commenta laconico su Twitter: «Nuovo anno, nuove avventure», dopo aver ringraziato il Papa per i due anni e mezzo di esperienza alla Sala stampa. Quindi, con la nomina di Tornielli le operazioni di accentramento verticistico delle comunicazioni vaticane arrivano in porto, creando un ufficio che da solo coordina e dirige, in accordo diretto con il Papa, il taglio e i contenuti di tutti i media. Un assetto mai dato all'interno delle comunicazioni della Santa Sede: Burke e la García, che pensavano di far parte di una struttura pluriforme con diversi gradi di autonomia, probabilmente hanno avuto uno scatto di orgoglio. Nonostante tutti gettino acqua sul fuoco e affermino che le dimissioni non sono frutto dei nuovi assetti, il messaggio dei due è chiaro: noi a queste condizioni non ci stiamo.Il prefetto Ruffini avvisa che il 2019 sarà un anno «denso», che richiede «un massimo sforzo di comunicazione». Immediato pensare alla situazione abusi del clero che nel 2018 è esplosa causando una forte crisi del papato di Francesco. Ora tutti gli occhi sono puntati sull'incontro del prossimo febbraio, dove i capi dei vescovi del mondo converranno a Roma insieme al Papa per affrontare la questione. La nomina di Tornielli a direttore editoriale sembra essere una mossa per rispondere punto su punto e in modo unitario alle eventuali questioni, ma rivela anche qualcos'altro e che può spiegare ciò che accade tra le mura leonine.Papa Francesco conduce la sua riforma della curia, su cui tanto ha puntato, e per cui molti cardinali lo hanno votato nel Conclave del 2013, in modo molto particolare. Da una parte crea dicasteri e nomina prefetti e segretari, ma dall'altra ascolta in modo diretto una serie di uomini di cui si fida e con cui supera spesso gli uffici e gli uomini di curia che sarebbero preposti a consigliarlo e a lavorare per lui. Ciò accade da tempo sui temi della comunicazione proprio con Andrea Tornielli, vaticanista di lungo corso con la passione per i giochi di prestigio, in servizio alla Stampa prima dell'incarico ufficiale, ma con accesso diretto a Francesco fin dalla sua elezione. E accade con padre Antonio Spadaro, influente e incisivo direttore della rivista dei gesuiti La Civiltà cattolica. Ma anche in altri ambiti, come quello dottrinario, in cui il Papa ascolta l'amico fidato Víctor Manuel Fernández, oggi vescovo di La Plata, e ghostwriter di Francesco in vari documenti, tra cui Laudato sii e Amoris laetitia, e lascia da parte il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. E si potrebbe continuare. Il Papa ha tutto il diritto di ascoltare chi vuole e quando vuole, poi però qualcuno non ci sta. Perché magari ritiene di non poter svolgere in piena coscienza la sua professione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-mago-del-papa-scatena-il-fuggifuggi-dalla-sala-stampa-2624879336.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="abusi-sessuali-in-seminario-largentina-ha-il-suo-mccarrick" data-post-id="2624879336" data-published-at="1780127632" data-use-pagination="False"> «Abusi sessuali in seminario». L’Argentina ha il suo McCarrick? Un'inchiesta del quotidiano argentino El Tribuno del Salta ha svelato che il vescovo di Orano, Gustavo Zanchetta, che ha rinunciato al governo della diocesi nel luglio 2017 per imprecisati «problemi di salute», in realtà sarebbe stato costretto ad allontanarsi a causa di denunce che lo accusavano di diversi tipi di abuso, tra cui quelli sessuali e di potere all'interno del seminario. Il punto è che dopo appena quattro mesi da quella misteriosa rinuncia, papa Francesco ha nominato Zanchetta assessore dell'Amministrazione del patrimonio della sede apostolica (Apsa), una della più importanti casseforti del Vaticano insieme allo Ior, oggi presieduta dall'ex segretario della Cei, Nunzio Galantino. Al momento della misteriosa rinuncia di Zanchetta per «problemi di salute», i giornali argentini descrivevano lo stato disastroso dal punto di vista amministrativo in cui versava la diocesi di Oran, al pari di come era accaduto nella diocesi di cui era stato in precedenza vicario, quella di Quilmes. Ora viene a galla qualcosa di più importante. Una fonte vicina al clero della regione di Salta ha parlato con il quotidiano argentino Clarin, lanciando accuse pesanti nei confronti di Zanchetta, e si è detta convinta che «papa Francesco sappia degli abusi sessuali e di potere» commessi dal vescovo e nonostante questo lo abbia nominato assessore all'Apsa. Sempre secondo questa fonte, il Papa avrebbe portato Zanchetta a Roma per «controllarlo» più da vicino. Il presunto abuso commesso dal vescovo argentino verso giovani seminaristi adulti sarebbe avvenuto, scrive sempre il Clarin che cita questa fonte anonima, con «masturbazione, manipolazione, pressione psicologica e potere attraverso estorsioni o stimolandoli con doni». Peraltro, si dice che una prova rivelatrice di questa sua attività omosessuale sia giunta fino ai vertici ecclesiastici, attraverso la provata visita di siti porno gay da parte del prelato, con scambio di sue foto nudo. Le denunce di abuso sono state fatte alla Nunziatura apostolica di Buenos Aires, ma non si tratta di una denuncia penale perché chi l'ha fatta teme per la sua incolumità. Zanchetta avrebbe buone coperture in Argentina e non solo, nel governo e nella Chiesa. Dopo il suo abbandono per presunti «problemi di salute» è andato a riposarsi all'arcidiocesi di Corrientes, dal suo amico monsignor Andrés Stanovnik, e due mesi dopo era già fotografato a Madrid, ospite del neo cardinale Carlos Osoro, mentre partecipava a un corso accademico presso l'università ecclesiastica di San Damaso. Poi il 17 dicembre 2017 la nomina improvvisa di Zanchetta da parte del Papa come consigliere dell'Apsa e residenza in Vaticano. Inoltre, l'inchiesta argentina svela che dopo l'allontanamento di Zanchetta altri tre sacerdoti sono stati allontanati dalla diocesi, tre sacerdoti però che avevano denunciato il vescovo per abusi sessuali a tre seminaristi e l'abuso di potere contro altri dieci, crimini che si sarebbero realizzati tra il 2014 e il 2015. A questo punto l'allontanamento di Zanchetta da Orano rischia di sembrare purtroppo una di quelle coperture che la Chiesa dice di voler estirpare: si allarga così il numero di domande a cui Francesco deve rispondere, oltre a quelle inevase del memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò, per fare chiarezza sullo scandalo abusi. Il Papa sapeva della accuse che gravavano sul vescovo argentino? Nel caso, perché Zanchetta è stato nominato consigliere di un organismo importante come l'Apsa? La speranza è che la giustizia ecclesiastica faccia il suo corso, come quella civile, al fine di poter dare un messaggio chiaro all'opinione pubblica e ai fedeli.
Il capo di Confindustria, Emanuele Orsini (Ansa)
Soprattutto da quando Bruxelles si è data la mission di «salvare il pianeta» con un processo di decarbonizzazione a marce forzate. È una posizione trasversale, è la reazione di gran parte del mondo produttivo che percepisce l’Europa più come una camicia di forza che come un volano. L’ultima critica, in ordine di tempo, è venuta dall’assemblea di Confindustria, dove il presidente, Emanuele Orsini, pur ribadendo di «credere nell’Europa», ha sottolineato che «Bruxelles non ha chiaro cosa significhi competitività», artefice di una burocrazia «lunare» che mette sotto scacco le istituzioni del Vecchio continente. E, come esempio, ha citato le 72 condizioni poste dalla Commissione per il via libera al decreto Bollette, definendole come «l’ultima conferma» della sua tesi. Di qui l’appello: «Fermatela!».
In trincea è soprattutto l’automotive, prima del Green deal fiore all’occhiello dell’industria europea, ora ruota di scorta delle case cinesi. A più riprese le associazioni di categoria, a cominciare da quelle tedesche, hanno evidenziato come le tempistiche per l’elettrificazione forzata non siano compatibili con la realtà e che la politica Ue abbia causato l’invasione di prodotti cinesi. Critiche alla mobilità sostenibile, come riferisce Politico, sono venute perfino dai commissari dell’Ue, che hanno manifestato profonda irritazione per i disagi logistici legati all’uso di auto elettriche durante gli spostamenti da Bruxelles a Strasburgo. Questo mentre la Commissione valuta l’introduzione di regole stringenti per costringere le grandi imprese ad acquistare o a prendere a noleggio a lungo termine quote elevate di auto a corrente.
Gli effetti delle rigidità normative di Bruxelles si fanno sentire anche sull’agricoltura e scatenano le proteste delle associazioni di categoria. La Coldiretti ha lanciato un forte appello alla Commissione europea per la sospensione del Cbam (Carbon border adjustment mechanism) e del sistema Ets (il sistema di scambio di quote di emissione di CO2), due pilastri del Green deal ritenuti oggi insostenibili. Per Coldiretti la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, non è assolutamente in grado di gestire il ruolo istituzionale che ricopre mentre oggi c’è bisogno di un’Europa diversa, più coraggiosa, meno ideologica e più vicina ai problemi reali.
Contro la Commissione si è mobilitata l’industria del tabacco dopo l’accelerazione dell’Unione europea sulla revisione della direttiva che regola produzione, etichettatura e vendita di sigarette, elettroniche incluse. La revisione legislativa è attesa entro fine anno. Troppo presto, dice la filiera. Il cambiamento dell’attuale assetto regolatorio metterebbe a repentaglio un comparto strategico dal punto di vista economico e occupazionale.
Sul piede di guerra pure i sindacati. La Ces, la Confederazione europea dei sindacati, punta l’indice contro i piani della Commissione europea di consentire alle imprese di registrarsi in Paesi con standard inferiori, compromettendo in questo modo i diritti dei lavoratori europei. «Secondo la proposta della Commissione, esiste il forte rischio che i lavoratori siano tutelati dalla legislazione del lavoro del Paese di registrazione dell’impresa, e non da quella del Paese di impiego», ammonisce la Ces.
Il settore siderurgico e metallurgico è tra i più critici. Il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, ha sempre detto che «la riduzione delle emissioni attribuita ai settori Ets è fuorviante: il calo deriva in gran parte dalla generazione elettrica, che ha avuto accesso a incentivi alle rinnovabili estranei all’Ets».
Le norme green impattano anche sul settore immobiliare. L’Ance, l’Associazione dei costruttori, contesta la perentorietà delle scadenze per l’efficientamento energetico del patrimonio immobiliare. Senza massicci incentivi pubblici europei i costi ricadranno su imprese e proprietari.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Intanto, Giorgia Meloni chiede che al prossimo Consiglio europeo del 18 e 19 giugno in programma a Bruxelles si parli di regole comuni in tema di vigilanza sanitaria sugli ingressi dalle zone colpite dal virus Ebola, mentre Raffaele Fitto insiste con l’idea di utilizzare per far fronte alla crisi energetica i Fondi di coesione, ovvero le risorse destinate a ridurre i divari economici, sociali e territoriali tra le diverse regioni europee, ma la sua idea non entusiasma: arriva un secco «no» sia dalle stesse regioni dell’Unione che da esponenti politici italiani di maggioranza e opposizione, tra i quali Letizia Moratti di Forza Italia, Enzo Amendola del Pd e Roberto Fico del M5s. Intanto, non viene accolta (almeno per il momento) la richiesta di Giorgia Meloni di concedere agli Stati membri della Ue margini di flessibilità sui vincoli economici per affrontare l’aumento dei prezzi dei carburanti.
Iniziamo dai contentini: la Commissione Ue, nell’Analisi sugli squilibri macroeconomici, consultata dall’Ansa, mette nero su bianco giudizi lusinghieri per il governo italiano: «L’Italia», si legge nel documento, «ha continuato ad attuare misure che migliorano la qualità delle finanze pubbliche, ridurre l’evasione fiscale e sostenere la sostenibilità di bilancio. Inoltre ha introdotto diverse misure contro l’evasione fiscale negli ultimi anni», attraverso «un sistema completo di compliance fiscale digitale», che si basa su fatturazione elettronica e trasmissione digitale dei dati. «Sono attesi ulteriori miglioramenti nella riscossione nel medio termine», si legge ancora e non mancano i complimenti sul rafforzamento del settore bancario e i «livelli record» del mercato del lavoro.
Manco a dirlo, però, arrivano pure le bacchettate: secondo la Commissione, «ulteriori interventi di politica economica dovrebbero dare priorità a tre obiettivi fondamentali: favorire la crescita delle imprese e le fusioni tra piccole e medie imprese, professionalizzandone la gestione e riducendo le soglie normative e gli incentivi legati alla dimensione che incoraggiano le aziende a rimanere piccole».
Per quel che riguarda la richiesta italiana di discutere di vigilanza sanitaria sugli ingressi dalle zone colpite da Ebola, Bruxelles fa sapere che «la tutela della salute pubblica è la priorità assoluta della Commissione. Stiamo seguendo da vicino», sottolinea Eva Hrncirova, portavoce della Commissione, «l’evolversi della situazione. Si tratta di una situazione che richiede vigilanza e coordinamento. Disponiamo dei canali e degli strumenti necessari per agire rapidamente. L’Ue sta mobilitando aiuti, risorse logistiche, supporto di esperti e strumenti di sicurezza sanitaria per aiutare i Paesi colpiti a contenere l’epidemia e a ridurre il rischio di ulteriore trasmissione».
Continua a suscitare perplessità, invece, la proposta del Commissario europeo, Raffaele Fitto, di utilizzare i fondi di coesione, quelli destinati alle regioni europee più disagiate, per affrontare il caro-carburanti. A Fitto aveva risposto duramente la presidente del Comitato europeo delle Regioni, Kata Tutto: «I fondi di coesione non sono un bancomat e sono già stati impegnati». Ieri sono piovute critiche da altri esponenti politici: «Proporre di toccare i fondi Ue di coesione per far fronte alla crisi energetica», dice il deputato Pd Enzo Amendola, ex ministro degli Affari europei, a La7, «è come dire allora siamo alla frutta perché più di questo Bruxelles non può fare. La lettera di Fitto agli Stati membri, per Amendola «conferma che l’Unione europea non può concedere scostamenti di bilancio, invitando quindi a utilizzare tutte le risorse che si hanno: è come dire vi abbiamo dato miliardi di euro per le politiche di coesione e miliardi con il Pnrr, e più di questo non si può fare».
Perplessità sull’idea di Fitto anche da parte di Letizia Moratti, eurodeputata di Forza Italia: «Le preoccupazioni espresse dalle Regioni europee», argomenta la Moratti, «meritano grande attenzione. Le risorse della politica di coesione sono nate per ridurre i divari territoriali, sostenere la competitività, favorire l’innovazione, le infrastrutture, la formazione e lo sviluppo locale. Deviare tali fondi verso finalità diverse rischia di mettere in seria difficoltà amministrazioni regionali, imprese, artigiani e intere filiere produttive che hanno programmato investimenti e progetti sulla base di risorse già assegnate».
Un secco «no» arriva anche dal presidente della regione Campania, Roberto Fico, del M5s: «Io credo che quei fondi vadano usati per altri scopi e quindi non condivido questa proposta. Non penso», aggiunge Fico, «che sia una proposta adeguata al raggiungimento dell’obiettivo».
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Qui, più o meno un alunno su tre è arabo o bengalese e pochi anni fa la comunità islamica aveva chiesto la somministrazione a scuola di carne halal, ottenendo in cambio un’ampia disponibilità ad assicurare tutti i pasti vegetariani necessari. Non solo, ma a Mestre è attivo un servizio di recupero del cibo scolastico che avanza ogni giorno, gestito dal sindacato cattolico delle Acli, che ha fatto una vasta opera di sensibilizzazione nella lotta contro gli sprechi alimentari.
In questo contesto non poteva passare sotto silenzio quanto accaduto mercoledì scorso, puntualmente raccontato dal Gazzettino di Venezia. Quel giorno era l’Eid al-Ahda, o «Festa del sacrificio» e a Mestre si sono ritrovati centinaia di pasti non ritirati, totalmente a sorpresa. Il dirigente delle scuole primarie Grimani e Visintini di Marghera, Massimo Cono Pietropaolo, non ha chinato la testa e ha preso carta e penna. «Oggi, mercoledì 27 maggio, il servizio mensa dell’Ic Grimani ha buttato via oltre 200 pasti a causa delle assenze di bambine e bambini che non erano state comunicate, con un evidente sperpero di risorse pubbliche che ricadono anche sulla comunità», ha scritto in una lettera ai genitori. Duecento è solo un numero di partenza, perché nelle due scuole ci sono 600 bambini, ma non sono le uniche. Tanto per chiarire lo spirito della missiva, il preside ha aggiunto: «Sia chiaro che si tratta di un discorso che vale per qualsiasi religione e per qualunque assenza. La nostra scuola ha una procedura interna per la mensa che deve essere rispettata, proprio con l’obiettivo di evitare gli sprechi». Ogni famiglia ha a disposizione un’app per la refezione, con la quale basta un clic per bloccare il servizio di giorno in giorno. E si può avvertire anche a scuola, telefonando entro le nove di mattina del giorno stesso. Insomma, non avvertire è proprio sciatteria.
Il servizio mensa è gestito da una controllata del Comune di Venezia (Ames spa), che lo ha ceduto in appalto a una ditta esterna: costa mediamente sui cinque euro a pasto e viene proposto a quattro. Maika Canton, architetto e assessore con delega alle politiche educative di Fdi, ha annunciato verifiche scuola per scuola su quanto è accaduto e ha sottolineato: «Si è trattato di uno spreco assurdo. Eticamente trovo profondamente scorretto dover buttare via del cibo per una mancanza di questo tipo». Di fronte alla figuraccia, almeno una voce critica si è alzata dalla comunità islamica. È quella di Kamrul Islam Regan, papà di una bambina della Grimani, uno dei leader locali della comunità del Bangladesh, che ha un negozio di servizi internet e ha sposato una donna italiana. «Qui non ci sono vacanze da scuola nei giorni dell’Eid (le feste islamiche, ndr)», ha scritto, «ma la maggior parte delle famiglie musulmane non manda i propri figli a scuola. Sia che tu abbia cibo gratis o che paghi, pensaci prima che il cibo venga sprecato».
Già, perché la beffa nella beffa, se di beffa si è trattato, è che il Comune di Venezia da tempo appoggia il progetto «La mensa che non spreca» per recuperare il cibo dalle scuole. Un progetto che a Mestre tutti conoscono, che è molto rodato, ma non è attrezzato per gestire un simile evento imprevisto, anche solo per mancanza di celle frigorifere.
Lo scorso mese di marzo le Acli provinciali, insieme ad Ames, hanno fatto un appello per la ricerca di nuovi volontari, dotati anche di patente auto. I pasti recuperati nelle scuole finiscono ogni sera nelle mense solidali gestite dalla Casa dell’Ospitalità, dai frati Cappuccini e dalla Caritas di Venezia e di Marghera. Nella sola Marghera, partecipano al progetto sei istituti scolastici comprensivi e, secondo i dati forniti dalle Acli, nel 2024-2025 sono stati recuperati 5.737 chilogrammi di eccedenze, che sono divenuti circa 21.000 pasti, serviti a una media di 150 persone al giorno.
Mestre è dunque una piazza di buon esempio, anche se non tutti, evidentemente, l’hanno colto appieno. Per il resto, com’è noto, ha subito un’immigrazione pesante. E il caso di questi giorni riporta alla memoria la singolare richiesta che a settembre del 2019 fu avanzata dai genitori bengalesi musulmani: carne halal nelle mense scolastiche. I presidi di alcune scuole risposero: fate richiesta di menù alternativi alla carne e verrete accontentati. Poi si mise di traverso la Lega e cercò di spiegare che pretendere la propria carne «purificata» non era integrazione. Alla fine, probabilmente, si trattava solo del tentativo di una comunità islamica di piantare una bandiera. I volontari delle Acli e della Caritas non lo fanno e questo, evidentemente, viene scambiato per un segno di debolezza.
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Ansa
Tragedia sfiorata a Mazara del Vallo (Trapani), dove l’impatto molto violento ha fatto ribaltare il mezzo scolastico con effetti impressionanti: 19 feriti, 14 dei quali sono i piccoli allievi delle scuole elementari Santa Gemma-Boscarino-Pirandello, più due insegnanti, un genitore accompagnatore e l’autista del bus. Nessuno è in pericolo di vita, due bimbi ricoverati all’ospedale di Mazara hanno subìto traumi non banali. Tutti sono sotto choc.
Il conto dei feriti fa 18 perché il diciannovesimo è il conducente dell’auto che alle 14.30 di ieri è andata dritta allo stop lungo la strada della Borgata Costiera. A guidare la Nissan Qashqai era un uomo di 51 anni senza patente, con l’assicurazione scaduta, che ha scambiato la provinciale per un autoscontro. Per dare l’ultimo tocco surreale all’incidente va aggiunto che sulla vettura c’erano la moglie incinta (seduta sul sedile di fianco all’improvvisato stuntman) e cinque bambini pigiati sul sedile posteriore. Totale sette, con il codice stradale che ne prevede al massimo cinque. Un incosciente. La donna è stata trasportata all’ospedale di Palermo per precauzione, lui a quello di Mazara. Con la polizia che piantona la stanza in attesa di conoscere i risultati dell’alcoltest, conseguenza immediata e doverosa di un simile scempio della ragione.
Giornata di apprensione, giornata di telefonate e di lacrime. I due bambini più sfortunati hanno subìto una frattura scomposta al polso e un trauma toracico; entrambi sono stati stabilizzati e trasferiti all’Ospedale dei Bambini di Palermo in eliambulanza. Immaginiamo l’unico momento catartico, da ricordare negli anni, della loro disavventura fra le lamiere contorte dello scuolabus. Per gli altri 12 bambini solo escoriazioni e quindi niente volo. All’ospedale di Mazara, ieri pomeriggio c’è stata una processione istituzionale: il sindaco Salvatore Quinci e gli assistenti sociali del Comune hanno avuto carezze per tutti e parole di conforto per l’incolpevole autista del mezzo scolastico, Giuseppe Di Stefano, che non si capacitava dell’accaduto. Alla fine il sindaco ha detto: «Una guida imprudente ha rischiato di provocare una tragedia».
Senza patente, senza assicurazione, forse alticcio (ma non abbiamo conferme), con la moglie incinta e cinque bimbi a bordo: una prestazione fuori scala per il pirata del venerdì che ora rischia incriminazione, processo e tutto ciò che merita davanti a un giudice. I poliziotti interventi hanno confermato che «l’auto ha saltato lo stop». Tutto ciò con una variabile: il conducente potrebbe essere stato vittima a sua volta di un improvviso malore. Ma le verifiche sono appena iniziate. Anche quelle dell’incrocio: la segnaletica verticale è inequivocabile mentre il semaforo lampeggiava col giallo perché rotto.
Dalle modalità si può arguire che ai bambini di Mazara del Vallo è andata benissimo; la tragedia era a un millimetro da loro e non ci sarebbe stato nessun Dino Buzzati dentro e fuori l’Ordine dei Giornalisti in grado di affrescare con dolcezza e umanità il dramma dei piccoli circondati dal pianto dei famigliari. Come seppe fare il grande inviato nel 1947, quando arrivò sul posto del naufragio ad Albenga di un battello con una scolaresca in gita.
Per capire ciò che poteva essere (e per fortuna non è stato) è sufficiente rispolverare qualche numero: in media in Italia si registrano 173.000 incidenti stradali all’anno, con oltre 3.000 morti e circa 234.000 feriti (475 sinistri e otto vittime al giorno). Con un’aggravante per il nostro Paese: rispetto agli altri Paesi dell’Unione europea siamo più pericolosi per noi stessi e per gli altri. La media Ue è di 45 vittime per milione di abitanti, l’Italia è al 19° posto con 52. Secondo i dati della Polizia stradale e dell’Aci le cause principali sono la distrazione alla guida, l’eccesso di velocità e il mancato rispetto della precedenza. Lo stuntman di Mazara avrebbe fatto l’en plein: tre cause su tre. Per nulla frenato o dissuaso dalla presenza della moglie in gravidanza accanto a lui.
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