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2019-01-02
Al mago del Papa non riesce il primo trucco
C'è una guerra aperta all'interno del sistema mass mediatico della Santa Sede, aggravatasi dopo la nomina di Andrea Tornielli a direttore editoriale di tutti i media vaticani. Lo avevamo già scritto sulla Verità a proposito del metodo con cui è stato defenestrato l'ex direttore dell'Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian. Ma il 31 dicembre 2018 sono scoppiate altre bombe: Greg Burke, direttore della Sala stampa vaticana, e la sua vice, Paloma García Ovejero, hanno rassegnato le dimissioni dall'incarico a cui erano stati nominati da papa Francesco nel luglio 2016. Solo un anno e mezzo. Un attimo se lo confrontiamo con i 22 di Joaquín Navarro Valls e i dieci di padre Federico Lombardi. Segno che, anche se qualcuno finge di averlo già dimenticato, il caso aperto dall'esplosivo memoriale dell'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò, non è ancora chiuso.
Burke, membro dell'Opus dei e già reporter per Fox news, fu chiamato in Vaticano da Benedetto XVI nel 2012 come super consulente per le comunicazioni e in aiuto dell'allora direttore della Sala stampa, padre Lombardi, a cui subentrò, appunto, nel 2016. La García, invece, è stata la prima donna impegnata in questo ruolo; i due sono stati apprezzati in questi anni di servizio anche per aver internazionalizzato il servizio della Sala stampa. «Paloma e io», ha scritto l'ormai ex portavoce Burke sul suo profilo Twitter, «ci siamo dimessi con effetto dal primo gennaio. In questo momento di transizione nelle comunicazioni vaticane, pensiamo che sia meglio che il Santo Padre sia completamente libero di riunire una nuova squadra». Francesco ha accettato le dimissioni e «ha nominato direttore ad interim della Sala stampa della Santa Sede il dottor Alessandro Gisotti, finora coordinatore dei social media del Dicastero per la comunicazione». Ma qualcuno vocifera che questa di Gisotti rappresenti una soluzione ponte per consegnare poi tutto nelle mani del nuovo plenipotenziario Tornielli.
Come avevamo raccontato sulla Verità, la «promozione» di Vian a direttore emerito del giornale del Papa aveva acceso le prime micce, tanto che Francesco è dovuto intervenire pubblicamente con una gentile lettera di ringraziamento all'ex direttore, sostituito dall'insegnante di religione Andrea Monda (pare su consiglio al Pontefice di padre Antonio Spadaro e Tornielli). Il defenestramento di Vian, avvenuto senza preavviso alcuno, aveva causato mal di pancia anche alla terza loggia del Palazzo apostolico, quello della Segreteria di Stato. Infatti, la tradizionale cinghia di trasmissione che dalla Segreteria andava al quotidiano e alla Sala stampa, dopo l'avvento di Tornielli, veniva a essere quantomeno depotenziata, per non dire recisa. Il neo direttore editoriale, nella chiara veste di spin doctor del Papa, ha assunto un ruolo «politico» che riduce di fatto quello fino a ieri occupato da Burke a poca cosa.
Il gelido comunicato di Paolo Ruffini, prefetto del super dicastero della comunicazioni, la dice lunga sulla sorpresa generata dalle dimissioni dei vertici della Sala stampa. «Oggi», ha scritto Ruffini il 31 dicembre dopo aver ringraziato Burke e la García, «di fronte a quella che è una loro autonoma e libera scelta, non posso che rispettare la decisione che hanno preso». Da parte sua Burke commenta laconico su Twitter: «Nuovo anno, nuove avventure», dopo aver ringraziato il Papa per i due anni e mezzo di esperienza alla Sala stampa.
Quindi, con la nomina di Tornielli le operazioni di accentramento verticistico delle comunicazioni vaticane arrivano in porto, creando un ufficio che da solo coordina e dirige, in accordo diretto con il Papa, il taglio e i contenuti di tutti i media. Un assetto mai dato all'interno delle comunicazioni della Santa Sede: Burke e la García, che pensavano di far parte di una struttura pluriforme con diversi gradi di autonomia, probabilmente hanno avuto uno scatto di orgoglio. Nonostante tutti gettino acqua sul fuoco e affermino che le dimissioni non sono frutto dei nuovi assetti, il messaggio dei due è chiaro: noi a queste condizioni non ci stiamo.
Il prefetto Ruffini avvisa che il 2019 sarà un anno «denso», che richiede «un massimo sforzo di comunicazione». Immediato pensare alla situazione abusi del clero che nel 2018 è esplosa causando una forte crisi del papato di Francesco. Ora tutti gli occhi sono puntati sull'incontro del prossimo febbraio, dove i capi dei vescovi del mondo converranno a Roma insieme al Papa per affrontare la questione. La nomina di Tornielli a direttore editoriale sembra essere una mossa per rispondere punto su punto e in modo unitario alle eventuali questioni, ma rivela anche qualcos'altro e che può spiegare ciò che accade tra le mura leonine.
Papa Francesco conduce la sua riforma della curia, su cui tanto ha puntato, e per cui molti cardinali lo hanno votato nel Conclave del 2013, in modo molto particolare. Da una parte crea dicasteri e nomina prefetti e segretari, ma dall'altra ascolta in modo diretto una serie di uomini di cui si fida e con cui supera spesso gli uffici e gli uomini di curia che sarebbero preposti a consigliarlo e a lavorare per lui. Ciò accade da tempo sui temi della comunicazione proprio con Andrea Tornielli, vaticanista di lungo corso con la passione per i giochi di prestigio, in servizio alla Stampa prima dell'incarico ufficiale, ma con accesso diretto a Francesco fin dalla sua elezione. E accade con padre Antonio Spadaro, influente e incisivo direttore della rivista dei gesuiti La Civiltà cattolica. Ma anche in altri ambiti, come quello dottrinario, in cui il Papa ascolta l'amico fidato Víctor Manuel Fernández, oggi vescovo di La Plata, e ghostwriter di Francesco in vari documenti, tra cui Laudato sii e Amoris laetitia, e lascia da parte il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. E si potrebbe continuare. Il Papa ha tutto il diritto di ascoltare chi vuole e quando vuole, poi però qualcuno non ci sta. Perché magari ritiene di non poter svolgere in piena coscienza la sua professione.
«Abusi sessuali in seminario». L’Argentina ha il suo McCarrick?
Un'inchiesta del quotidiano argentino El Tribuno del Salta ha svelato che il vescovo di Orano, Gustavo Zanchetta, che ha rinunciato al governo della diocesi nel luglio 2017 per imprecisati «problemi di salute», in realtà sarebbe stato costretto ad allontanarsi a causa di denunce che lo accusavano di diversi tipi di abuso, tra cui quelli sessuali e di potere all'interno del seminario. Il punto è che dopo appena quattro mesi da quella misteriosa rinuncia, papa Francesco ha nominato Zanchetta assessore dell'Amministrazione del patrimonio della sede apostolica (Apsa), una della più importanti casseforti del Vaticano insieme allo Ior, oggi presieduta dall'ex segretario della Cei, Nunzio Galantino.
Al momento della misteriosa rinuncia di Zanchetta per «problemi di salute», i giornali argentini descrivevano lo stato disastroso dal punto di vista amministrativo in cui versava la diocesi di Oran, al pari di come era accaduto nella diocesi di cui era stato in precedenza vicario, quella di Quilmes. Ora viene a galla qualcosa di più importante. Una fonte vicina al clero della regione di Salta ha parlato con il quotidiano argentino Clarin, lanciando accuse pesanti nei confronti di Zanchetta, e si è detta convinta che «papa Francesco sappia degli abusi sessuali e di potere» commessi dal vescovo e nonostante questo lo abbia nominato assessore all'Apsa. Sempre secondo questa fonte, il Papa avrebbe portato Zanchetta a Roma per «controllarlo» più da vicino.
Il presunto abuso commesso dal vescovo argentino verso giovani seminaristi adulti sarebbe avvenuto, scrive sempre il Clarin che cita questa fonte anonima, con «masturbazione, manipolazione, pressione psicologica e potere attraverso estorsioni o stimolandoli con doni». Peraltro, si dice che una prova rivelatrice di questa sua attività omosessuale sia giunta fino ai vertici ecclesiastici, attraverso la provata visita di siti porno gay da parte del prelato, con scambio di sue foto nudo.
Le denunce di abuso sono state fatte alla Nunziatura apostolica di Buenos Aires, ma non si tratta di una denuncia penale perché chi l'ha fatta teme per la sua incolumità. Zanchetta avrebbe buone coperture in Argentina e non solo, nel governo e nella Chiesa. Dopo il suo abbandono per presunti «problemi di salute» è andato a riposarsi all'arcidiocesi di Corrientes, dal suo amico monsignor Andrés Stanovnik, e due mesi dopo era già fotografato a Madrid, ospite del neo cardinale Carlos Osoro, mentre partecipava a un corso accademico presso l'università ecclesiastica di San Damaso. Poi il 17 dicembre 2017 la nomina improvvisa di Zanchetta da parte del Papa come consigliere dell'Apsa e residenza in Vaticano. Inoltre, l'inchiesta argentina svela che dopo l'allontanamento di Zanchetta altri tre sacerdoti sono stati allontanati dalla diocesi, tre sacerdoti però che avevano denunciato il vescovo per abusi sessuali a tre seminaristi e l'abuso di potere contro altri dieci, crimini che si sarebbero realizzati tra il 2014 e il 2015.
A questo punto l'allontanamento di Zanchetta da Orano rischia di sembrare purtroppo una di quelle coperture che la Chiesa dice di voler estirpare: si allarga così il numero di domande a cui Francesco deve rispondere, oltre a quelle inevase del memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò, per fare chiarezza sullo scandalo abusi. Il Papa sapeva della accuse che gravavano sul vescovo argentino? Nel caso, perché Zanchetta è stato nominato consigliere di un organismo importante come l'Apsa? La speranza è che la giustizia ecclesiastica faccia il suo corso, come quella civile, al fine di poter dare un messaggio chiaro all'opinione pubblica e ai fedeli.
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A pochi giorni dalla nomina di Andrea Tornielli a direttore dei media saltano i portavoce Georg Burke e Paloma García Ovejero, in carica da meno di 2 anni.«Abusi sessuali in seminario». L'Argentina ha il suo McCarrick? Accuse al vescovo Gustavo Zanchetta, ritiratosi nel 2017 e poi voluto da Bergoglio all'Apsa.Lo speciale contiene due articoli.C'è una guerra aperta all'interno del sistema mass mediatico della Santa Sede, aggravatasi dopo la nomina di Andrea Tornielli a direttore editoriale di tutti i media vaticani. Lo avevamo già scritto sulla Verità a proposito del metodo con cui è stato defenestrato l'ex direttore dell'Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian. Ma il 31 dicembre 2018 sono scoppiate altre bombe: Greg Burke, direttore della Sala stampa vaticana, e la sua vice, Paloma García Ovejero, hanno rassegnato le dimissioni dall'incarico a cui erano stati nominati da papa Francesco nel luglio 2016. Solo un anno e mezzo. Un attimo se lo confrontiamo con i 22 di Joaquín Navarro Valls e i dieci di padre Federico Lombardi. Segno che, anche se qualcuno finge di averlo già dimenticato, il caso aperto dall'esplosivo memoriale dell'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò, non è ancora chiuso. Burke, membro dell'Opus dei e già reporter per Fox news, fu chiamato in Vaticano da Benedetto XVI nel 2012 come super consulente per le comunicazioni e in aiuto dell'allora direttore della Sala stampa, padre Lombardi, a cui subentrò, appunto, nel 2016. La García, invece, è stata la prima donna impegnata in questo ruolo; i due sono stati apprezzati in questi anni di servizio anche per aver internazionalizzato il servizio della Sala stampa. «Paloma e io», ha scritto l'ormai ex portavoce Burke sul suo profilo Twitter, «ci siamo dimessi con effetto dal primo gennaio. In questo momento di transizione nelle comunicazioni vaticane, pensiamo che sia meglio che il Santo Padre sia completamente libero di riunire una nuova squadra». Francesco ha accettato le dimissioni e «ha nominato direttore ad interim della Sala stampa della Santa Sede il dottor Alessandro Gisotti, finora coordinatore dei social media del Dicastero per la comunicazione». Ma qualcuno vocifera che questa di Gisotti rappresenti una soluzione ponte per consegnare poi tutto nelle mani del nuovo plenipotenziario Tornielli. Come avevamo raccontato sulla Verità, la «promozione» di Vian a direttore emerito del giornale del Papa aveva acceso le prime micce, tanto che Francesco è dovuto intervenire pubblicamente con una gentile lettera di ringraziamento all'ex direttore, sostituito dall'insegnante di religione Andrea Monda (pare su consiglio al Pontefice di padre Antonio Spadaro e Tornielli). Il defenestramento di Vian, avvenuto senza preavviso alcuno, aveva causato mal di pancia anche alla terza loggia del Palazzo apostolico, quello della Segreteria di Stato. Infatti, la tradizionale cinghia di trasmissione che dalla Segreteria andava al quotidiano e alla Sala stampa, dopo l'avvento di Tornielli, veniva a essere quantomeno depotenziata, per non dire recisa. Il neo direttore editoriale, nella chiara veste di spin doctor del Papa, ha assunto un ruolo «politico» che riduce di fatto quello fino a ieri occupato da Burke a poca cosa.Il gelido comunicato di Paolo Ruffini, prefetto del super dicastero della comunicazioni, la dice lunga sulla sorpresa generata dalle dimissioni dei vertici della Sala stampa. «Oggi», ha scritto Ruffini il 31 dicembre dopo aver ringraziato Burke e la García, «di fronte a quella che è una loro autonoma e libera scelta, non posso che rispettare la decisione che hanno preso». Da parte sua Burke commenta laconico su Twitter: «Nuovo anno, nuove avventure», dopo aver ringraziato il Papa per i due anni e mezzo di esperienza alla Sala stampa. Quindi, con la nomina di Tornielli le operazioni di accentramento verticistico delle comunicazioni vaticane arrivano in porto, creando un ufficio che da solo coordina e dirige, in accordo diretto con il Papa, il taglio e i contenuti di tutti i media. Un assetto mai dato all'interno delle comunicazioni della Santa Sede: Burke e la García, che pensavano di far parte di una struttura pluriforme con diversi gradi di autonomia, probabilmente hanno avuto uno scatto di orgoglio. Nonostante tutti gettino acqua sul fuoco e affermino che le dimissioni non sono frutto dei nuovi assetti, il messaggio dei due è chiaro: noi a queste condizioni non ci stiamo.Il prefetto Ruffini avvisa che il 2019 sarà un anno «denso», che richiede «un massimo sforzo di comunicazione». Immediato pensare alla situazione abusi del clero che nel 2018 è esplosa causando una forte crisi del papato di Francesco. Ora tutti gli occhi sono puntati sull'incontro del prossimo febbraio, dove i capi dei vescovi del mondo converranno a Roma insieme al Papa per affrontare la questione. La nomina di Tornielli a direttore editoriale sembra essere una mossa per rispondere punto su punto e in modo unitario alle eventuali questioni, ma rivela anche qualcos'altro e che può spiegare ciò che accade tra le mura leonine.Papa Francesco conduce la sua riforma della curia, su cui tanto ha puntato, e per cui molti cardinali lo hanno votato nel Conclave del 2013, in modo molto particolare. Da una parte crea dicasteri e nomina prefetti e segretari, ma dall'altra ascolta in modo diretto una serie di uomini di cui si fida e con cui supera spesso gli uffici e gli uomini di curia che sarebbero preposti a consigliarlo e a lavorare per lui. Ciò accade da tempo sui temi della comunicazione proprio con Andrea Tornielli, vaticanista di lungo corso con la passione per i giochi di prestigio, in servizio alla Stampa prima dell'incarico ufficiale, ma con accesso diretto a Francesco fin dalla sua elezione. E accade con padre Antonio Spadaro, influente e incisivo direttore della rivista dei gesuiti La Civiltà cattolica. Ma anche in altri ambiti, come quello dottrinario, in cui il Papa ascolta l'amico fidato Víctor Manuel Fernández, oggi vescovo di La Plata, e ghostwriter di Francesco in vari documenti, tra cui Laudato sii e Amoris laetitia, e lascia da parte il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. E si potrebbe continuare. Il Papa ha tutto il diritto di ascoltare chi vuole e quando vuole, poi però qualcuno non ci sta. Perché magari ritiene di non poter svolgere in piena coscienza la sua professione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-mago-del-papa-scatena-il-fuggifuggi-dalla-sala-stampa-2624879336.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="abusi-sessuali-in-seminario-largentina-ha-il-suo-mccarrick" data-post-id="2624879336" data-published-at="1777586602" data-use-pagination="False"> «Abusi sessuali in seminario». L’Argentina ha il suo McCarrick? Un'inchiesta del quotidiano argentino El Tribuno del Salta ha svelato che il vescovo di Orano, Gustavo Zanchetta, che ha rinunciato al governo della diocesi nel luglio 2017 per imprecisati «problemi di salute», in realtà sarebbe stato costretto ad allontanarsi a causa di denunce che lo accusavano di diversi tipi di abuso, tra cui quelli sessuali e di potere all'interno del seminario. Il punto è che dopo appena quattro mesi da quella misteriosa rinuncia, papa Francesco ha nominato Zanchetta assessore dell'Amministrazione del patrimonio della sede apostolica (Apsa), una della più importanti casseforti del Vaticano insieme allo Ior, oggi presieduta dall'ex segretario della Cei, Nunzio Galantino. Al momento della misteriosa rinuncia di Zanchetta per «problemi di salute», i giornali argentini descrivevano lo stato disastroso dal punto di vista amministrativo in cui versava la diocesi di Oran, al pari di come era accaduto nella diocesi di cui era stato in precedenza vicario, quella di Quilmes. Ora viene a galla qualcosa di più importante. Una fonte vicina al clero della regione di Salta ha parlato con il quotidiano argentino Clarin, lanciando accuse pesanti nei confronti di Zanchetta, e si è detta convinta che «papa Francesco sappia degli abusi sessuali e di potere» commessi dal vescovo e nonostante questo lo abbia nominato assessore all'Apsa. Sempre secondo questa fonte, il Papa avrebbe portato Zanchetta a Roma per «controllarlo» più da vicino. Il presunto abuso commesso dal vescovo argentino verso giovani seminaristi adulti sarebbe avvenuto, scrive sempre il Clarin che cita questa fonte anonima, con «masturbazione, manipolazione, pressione psicologica e potere attraverso estorsioni o stimolandoli con doni». Peraltro, si dice che una prova rivelatrice di questa sua attività omosessuale sia giunta fino ai vertici ecclesiastici, attraverso la provata visita di siti porno gay da parte del prelato, con scambio di sue foto nudo. Le denunce di abuso sono state fatte alla Nunziatura apostolica di Buenos Aires, ma non si tratta di una denuncia penale perché chi l'ha fatta teme per la sua incolumità. Zanchetta avrebbe buone coperture in Argentina e non solo, nel governo e nella Chiesa. Dopo il suo abbandono per presunti «problemi di salute» è andato a riposarsi all'arcidiocesi di Corrientes, dal suo amico monsignor Andrés Stanovnik, e due mesi dopo era già fotografato a Madrid, ospite del neo cardinale Carlos Osoro, mentre partecipava a un corso accademico presso l'università ecclesiastica di San Damaso. Poi il 17 dicembre 2017 la nomina improvvisa di Zanchetta da parte del Papa come consigliere dell'Apsa e residenza in Vaticano. Inoltre, l'inchiesta argentina svela che dopo l'allontanamento di Zanchetta altri tre sacerdoti sono stati allontanati dalla diocesi, tre sacerdoti però che avevano denunciato il vescovo per abusi sessuali a tre seminaristi e l'abuso di potere contro altri dieci, crimini che si sarebbero realizzati tra il 2014 e il 2015. A questo punto l'allontanamento di Zanchetta da Orano rischia di sembrare purtroppo una di quelle coperture che la Chiesa dice di voler estirpare: si allarga così il numero di domande a cui Francesco deve rispondere, oltre a quelle inevase del memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò, per fare chiarezza sullo scandalo abusi. Il Papa sapeva della accuse che gravavano sul vescovo argentino? Nel caso, perché Zanchetta è stato nominato consigliere di un organismo importante come l'Apsa? La speranza è che la giustizia ecclesiastica faccia il suo corso, come quella civile, al fine di poter dare un messaggio chiaro all'opinione pubblica e ai fedeli.
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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