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2019-01-02
Al mago del Papa non riesce il primo trucco
C'è una guerra aperta all'interno del sistema mass mediatico della Santa Sede, aggravatasi dopo la nomina di Andrea Tornielli a direttore editoriale di tutti i media vaticani. Lo avevamo già scritto sulla Verità a proposito del metodo con cui è stato defenestrato l'ex direttore dell'Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian. Ma il 31 dicembre 2018 sono scoppiate altre bombe: Greg Burke, direttore della Sala stampa vaticana, e la sua vice, Paloma García Ovejero, hanno rassegnato le dimissioni dall'incarico a cui erano stati nominati da papa Francesco nel luglio 2016. Solo un anno e mezzo. Un attimo se lo confrontiamo con i 22 di Joaquín Navarro Valls e i dieci di padre Federico Lombardi. Segno che, anche se qualcuno finge di averlo già dimenticato, il caso aperto dall'esplosivo memoriale dell'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò, non è ancora chiuso.
Burke, membro dell'Opus dei e già reporter per Fox news, fu chiamato in Vaticano da Benedetto XVI nel 2012 come super consulente per le comunicazioni e in aiuto dell'allora direttore della Sala stampa, padre Lombardi, a cui subentrò, appunto, nel 2016. La García, invece, è stata la prima donna impegnata in questo ruolo; i due sono stati apprezzati in questi anni di servizio anche per aver internazionalizzato il servizio della Sala stampa. «Paloma e io», ha scritto l'ormai ex portavoce Burke sul suo profilo Twitter, «ci siamo dimessi con effetto dal primo gennaio. In questo momento di transizione nelle comunicazioni vaticane, pensiamo che sia meglio che il Santo Padre sia completamente libero di riunire una nuova squadra». Francesco ha accettato le dimissioni e «ha nominato direttore ad interim della Sala stampa della Santa Sede il dottor Alessandro Gisotti, finora coordinatore dei social media del Dicastero per la comunicazione». Ma qualcuno vocifera che questa di Gisotti rappresenti una soluzione ponte per consegnare poi tutto nelle mani del nuovo plenipotenziario Tornielli.
Come avevamo raccontato sulla Verità, la «promozione» di Vian a direttore emerito del giornale del Papa aveva acceso le prime micce, tanto che Francesco è dovuto intervenire pubblicamente con una gentile lettera di ringraziamento all'ex direttore, sostituito dall'insegnante di religione Andrea Monda (pare su consiglio al Pontefice di padre Antonio Spadaro e Tornielli). Il defenestramento di Vian, avvenuto senza preavviso alcuno, aveva causato mal di pancia anche alla terza loggia del Palazzo apostolico, quello della Segreteria di Stato. Infatti, la tradizionale cinghia di trasmissione che dalla Segreteria andava al quotidiano e alla Sala stampa, dopo l'avvento di Tornielli, veniva a essere quantomeno depotenziata, per non dire recisa. Il neo direttore editoriale, nella chiara veste di spin doctor del Papa, ha assunto un ruolo «politico» che riduce di fatto quello fino a ieri occupato da Burke a poca cosa.
Il gelido comunicato di Paolo Ruffini, prefetto del super dicastero della comunicazioni, la dice lunga sulla sorpresa generata dalle dimissioni dei vertici della Sala stampa. «Oggi», ha scritto Ruffini il 31 dicembre dopo aver ringraziato Burke e la García, «di fronte a quella che è una loro autonoma e libera scelta, non posso che rispettare la decisione che hanno preso». Da parte sua Burke commenta laconico su Twitter: «Nuovo anno, nuove avventure», dopo aver ringraziato il Papa per i due anni e mezzo di esperienza alla Sala stampa.
Quindi, con la nomina di Tornielli le operazioni di accentramento verticistico delle comunicazioni vaticane arrivano in porto, creando un ufficio che da solo coordina e dirige, in accordo diretto con il Papa, il taglio e i contenuti di tutti i media. Un assetto mai dato all'interno delle comunicazioni della Santa Sede: Burke e la García, che pensavano di far parte di una struttura pluriforme con diversi gradi di autonomia, probabilmente hanno avuto uno scatto di orgoglio. Nonostante tutti gettino acqua sul fuoco e affermino che le dimissioni non sono frutto dei nuovi assetti, il messaggio dei due è chiaro: noi a queste condizioni non ci stiamo.
Il prefetto Ruffini avvisa che il 2019 sarà un anno «denso», che richiede «un massimo sforzo di comunicazione». Immediato pensare alla situazione abusi del clero che nel 2018 è esplosa causando una forte crisi del papato di Francesco. Ora tutti gli occhi sono puntati sull'incontro del prossimo febbraio, dove i capi dei vescovi del mondo converranno a Roma insieme al Papa per affrontare la questione. La nomina di Tornielli a direttore editoriale sembra essere una mossa per rispondere punto su punto e in modo unitario alle eventuali questioni, ma rivela anche qualcos'altro e che può spiegare ciò che accade tra le mura leonine.
Papa Francesco conduce la sua riforma della curia, su cui tanto ha puntato, e per cui molti cardinali lo hanno votato nel Conclave del 2013, in modo molto particolare. Da una parte crea dicasteri e nomina prefetti e segretari, ma dall'altra ascolta in modo diretto una serie di uomini di cui si fida e con cui supera spesso gli uffici e gli uomini di curia che sarebbero preposti a consigliarlo e a lavorare per lui. Ciò accade da tempo sui temi della comunicazione proprio con Andrea Tornielli, vaticanista di lungo corso con la passione per i giochi di prestigio, in servizio alla Stampa prima dell'incarico ufficiale, ma con accesso diretto a Francesco fin dalla sua elezione. E accade con padre Antonio Spadaro, influente e incisivo direttore della rivista dei gesuiti La Civiltà cattolica. Ma anche in altri ambiti, come quello dottrinario, in cui il Papa ascolta l'amico fidato Víctor Manuel Fernández, oggi vescovo di La Plata, e ghostwriter di Francesco in vari documenti, tra cui Laudato sii e Amoris laetitia, e lascia da parte il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. E si potrebbe continuare. Il Papa ha tutto il diritto di ascoltare chi vuole e quando vuole, poi però qualcuno non ci sta. Perché magari ritiene di non poter svolgere in piena coscienza la sua professione.
«Abusi sessuali in seminario». L’Argentina ha il suo McCarrick?
Un'inchiesta del quotidiano argentino El Tribuno del Salta ha svelato che il vescovo di Orano, Gustavo Zanchetta, che ha rinunciato al governo della diocesi nel luglio 2017 per imprecisati «problemi di salute», in realtà sarebbe stato costretto ad allontanarsi a causa di denunce che lo accusavano di diversi tipi di abuso, tra cui quelli sessuali e di potere all'interno del seminario. Il punto è che dopo appena quattro mesi da quella misteriosa rinuncia, papa Francesco ha nominato Zanchetta assessore dell'Amministrazione del patrimonio della sede apostolica (Apsa), una della più importanti casseforti del Vaticano insieme allo Ior, oggi presieduta dall'ex segretario della Cei, Nunzio Galantino.
Al momento della misteriosa rinuncia di Zanchetta per «problemi di salute», i giornali argentini descrivevano lo stato disastroso dal punto di vista amministrativo in cui versava la diocesi di Oran, al pari di come era accaduto nella diocesi di cui era stato in precedenza vicario, quella di Quilmes. Ora viene a galla qualcosa di più importante. Una fonte vicina al clero della regione di Salta ha parlato con il quotidiano argentino Clarin, lanciando accuse pesanti nei confronti di Zanchetta, e si è detta convinta che «papa Francesco sappia degli abusi sessuali e di potere» commessi dal vescovo e nonostante questo lo abbia nominato assessore all'Apsa. Sempre secondo questa fonte, il Papa avrebbe portato Zanchetta a Roma per «controllarlo» più da vicino.
Il presunto abuso commesso dal vescovo argentino verso giovani seminaristi adulti sarebbe avvenuto, scrive sempre il Clarin che cita questa fonte anonima, con «masturbazione, manipolazione, pressione psicologica e potere attraverso estorsioni o stimolandoli con doni». Peraltro, si dice che una prova rivelatrice di questa sua attività omosessuale sia giunta fino ai vertici ecclesiastici, attraverso la provata visita di siti porno gay da parte del prelato, con scambio di sue foto nudo.
Le denunce di abuso sono state fatte alla Nunziatura apostolica di Buenos Aires, ma non si tratta di una denuncia penale perché chi l'ha fatta teme per la sua incolumità. Zanchetta avrebbe buone coperture in Argentina e non solo, nel governo e nella Chiesa. Dopo il suo abbandono per presunti «problemi di salute» è andato a riposarsi all'arcidiocesi di Corrientes, dal suo amico monsignor Andrés Stanovnik, e due mesi dopo era già fotografato a Madrid, ospite del neo cardinale Carlos Osoro, mentre partecipava a un corso accademico presso l'università ecclesiastica di San Damaso. Poi il 17 dicembre 2017 la nomina improvvisa di Zanchetta da parte del Papa come consigliere dell'Apsa e residenza in Vaticano. Inoltre, l'inchiesta argentina svela che dopo l'allontanamento di Zanchetta altri tre sacerdoti sono stati allontanati dalla diocesi, tre sacerdoti però che avevano denunciato il vescovo per abusi sessuali a tre seminaristi e l'abuso di potere contro altri dieci, crimini che si sarebbero realizzati tra il 2014 e il 2015.
A questo punto l'allontanamento di Zanchetta da Orano rischia di sembrare purtroppo una di quelle coperture che la Chiesa dice di voler estirpare: si allarga così il numero di domande a cui Francesco deve rispondere, oltre a quelle inevase del memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò, per fare chiarezza sullo scandalo abusi. Il Papa sapeva della accuse che gravavano sul vescovo argentino? Nel caso, perché Zanchetta è stato nominato consigliere di un organismo importante come l'Apsa? La speranza è che la giustizia ecclesiastica faccia il suo corso, come quella civile, al fine di poter dare un messaggio chiaro all'opinione pubblica e ai fedeli.
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A pochi giorni dalla nomina di Andrea Tornielli a direttore dei media saltano i portavoce Georg Burke e Paloma García Ovejero, in carica da meno di 2 anni.«Abusi sessuali in seminario». L'Argentina ha il suo McCarrick? Accuse al vescovo Gustavo Zanchetta, ritiratosi nel 2017 e poi voluto da Bergoglio all'Apsa.Lo speciale contiene due articoli.C'è una guerra aperta all'interno del sistema mass mediatico della Santa Sede, aggravatasi dopo la nomina di Andrea Tornielli a direttore editoriale di tutti i media vaticani. Lo avevamo già scritto sulla Verità a proposito del metodo con cui è stato defenestrato l'ex direttore dell'Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian. Ma il 31 dicembre 2018 sono scoppiate altre bombe: Greg Burke, direttore della Sala stampa vaticana, e la sua vice, Paloma García Ovejero, hanno rassegnato le dimissioni dall'incarico a cui erano stati nominati da papa Francesco nel luglio 2016. Solo un anno e mezzo. Un attimo se lo confrontiamo con i 22 di Joaquín Navarro Valls e i dieci di padre Federico Lombardi. Segno che, anche se qualcuno finge di averlo già dimenticato, il caso aperto dall'esplosivo memoriale dell'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò, non è ancora chiuso. Burke, membro dell'Opus dei e già reporter per Fox news, fu chiamato in Vaticano da Benedetto XVI nel 2012 come super consulente per le comunicazioni e in aiuto dell'allora direttore della Sala stampa, padre Lombardi, a cui subentrò, appunto, nel 2016. La García, invece, è stata la prima donna impegnata in questo ruolo; i due sono stati apprezzati in questi anni di servizio anche per aver internazionalizzato il servizio della Sala stampa. «Paloma e io», ha scritto l'ormai ex portavoce Burke sul suo profilo Twitter, «ci siamo dimessi con effetto dal primo gennaio. In questo momento di transizione nelle comunicazioni vaticane, pensiamo che sia meglio che il Santo Padre sia completamente libero di riunire una nuova squadra». Francesco ha accettato le dimissioni e «ha nominato direttore ad interim della Sala stampa della Santa Sede il dottor Alessandro Gisotti, finora coordinatore dei social media del Dicastero per la comunicazione». Ma qualcuno vocifera che questa di Gisotti rappresenti una soluzione ponte per consegnare poi tutto nelle mani del nuovo plenipotenziario Tornielli. Come avevamo raccontato sulla Verità, la «promozione» di Vian a direttore emerito del giornale del Papa aveva acceso le prime micce, tanto che Francesco è dovuto intervenire pubblicamente con una gentile lettera di ringraziamento all'ex direttore, sostituito dall'insegnante di religione Andrea Monda (pare su consiglio al Pontefice di padre Antonio Spadaro e Tornielli). Il defenestramento di Vian, avvenuto senza preavviso alcuno, aveva causato mal di pancia anche alla terza loggia del Palazzo apostolico, quello della Segreteria di Stato. Infatti, la tradizionale cinghia di trasmissione che dalla Segreteria andava al quotidiano e alla Sala stampa, dopo l'avvento di Tornielli, veniva a essere quantomeno depotenziata, per non dire recisa. Il neo direttore editoriale, nella chiara veste di spin doctor del Papa, ha assunto un ruolo «politico» che riduce di fatto quello fino a ieri occupato da Burke a poca cosa.Il gelido comunicato di Paolo Ruffini, prefetto del super dicastero della comunicazioni, la dice lunga sulla sorpresa generata dalle dimissioni dei vertici della Sala stampa. «Oggi», ha scritto Ruffini il 31 dicembre dopo aver ringraziato Burke e la García, «di fronte a quella che è una loro autonoma e libera scelta, non posso che rispettare la decisione che hanno preso». Da parte sua Burke commenta laconico su Twitter: «Nuovo anno, nuove avventure», dopo aver ringraziato il Papa per i due anni e mezzo di esperienza alla Sala stampa. Quindi, con la nomina di Tornielli le operazioni di accentramento verticistico delle comunicazioni vaticane arrivano in porto, creando un ufficio che da solo coordina e dirige, in accordo diretto con il Papa, il taglio e i contenuti di tutti i media. Un assetto mai dato all'interno delle comunicazioni della Santa Sede: Burke e la García, che pensavano di far parte di una struttura pluriforme con diversi gradi di autonomia, probabilmente hanno avuto uno scatto di orgoglio. Nonostante tutti gettino acqua sul fuoco e affermino che le dimissioni non sono frutto dei nuovi assetti, il messaggio dei due è chiaro: noi a queste condizioni non ci stiamo.Il prefetto Ruffini avvisa che il 2019 sarà un anno «denso», che richiede «un massimo sforzo di comunicazione». Immediato pensare alla situazione abusi del clero che nel 2018 è esplosa causando una forte crisi del papato di Francesco. Ora tutti gli occhi sono puntati sull'incontro del prossimo febbraio, dove i capi dei vescovi del mondo converranno a Roma insieme al Papa per affrontare la questione. La nomina di Tornielli a direttore editoriale sembra essere una mossa per rispondere punto su punto e in modo unitario alle eventuali questioni, ma rivela anche qualcos'altro e che può spiegare ciò che accade tra le mura leonine.Papa Francesco conduce la sua riforma della curia, su cui tanto ha puntato, e per cui molti cardinali lo hanno votato nel Conclave del 2013, in modo molto particolare. Da una parte crea dicasteri e nomina prefetti e segretari, ma dall'altra ascolta in modo diretto una serie di uomini di cui si fida e con cui supera spesso gli uffici e gli uomini di curia che sarebbero preposti a consigliarlo e a lavorare per lui. Ciò accade da tempo sui temi della comunicazione proprio con Andrea Tornielli, vaticanista di lungo corso con la passione per i giochi di prestigio, in servizio alla Stampa prima dell'incarico ufficiale, ma con accesso diretto a Francesco fin dalla sua elezione. E accade con padre Antonio Spadaro, influente e incisivo direttore della rivista dei gesuiti La Civiltà cattolica. Ma anche in altri ambiti, come quello dottrinario, in cui il Papa ascolta l'amico fidato Víctor Manuel Fernández, oggi vescovo di La Plata, e ghostwriter di Francesco in vari documenti, tra cui Laudato sii e Amoris laetitia, e lascia da parte il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. E si potrebbe continuare. Il Papa ha tutto il diritto di ascoltare chi vuole e quando vuole, poi però qualcuno non ci sta. Perché magari ritiene di non poter svolgere in piena coscienza la sua professione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-mago-del-papa-scatena-il-fuggifuggi-dalla-sala-stampa-2624879336.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="abusi-sessuali-in-seminario-largentina-ha-il-suo-mccarrick" data-post-id="2624879336" data-published-at="1771126391" data-use-pagination="False"> «Abusi sessuali in seminario». L’Argentina ha il suo McCarrick? Un'inchiesta del quotidiano argentino El Tribuno del Salta ha svelato che il vescovo di Orano, Gustavo Zanchetta, che ha rinunciato al governo della diocesi nel luglio 2017 per imprecisati «problemi di salute», in realtà sarebbe stato costretto ad allontanarsi a causa di denunce che lo accusavano di diversi tipi di abuso, tra cui quelli sessuali e di potere all'interno del seminario. Il punto è che dopo appena quattro mesi da quella misteriosa rinuncia, papa Francesco ha nominato Zanchetta assessore dell'Amministrazione del patrimonio della sede apostolica (Apsa), una della più importanti casseforti del Vaticano insieme allo Ior, oggi presieduta dall'ex segretario della Cei, Nunzio Galantino. Al momento della misteriosa rinuncia di Zanchetta per «problemi di salute», i giornali argentini descrivevano lo stato disastroso dal punto di vista amministrativo in cui versava la diocesi di Oran, al pari di come era accaduto nella diocesi di cui era stato in precedenza vicario, quella di Quilmes. Ora viene a galla qualcosa di più importante. Una fonte vicina al clero della regione di Salta ha parlato con il quotidiano argentino Clarin, lanciando accuse pesanti nei confronti di Zanchetta, e si è detta convinta che «papa Francesco sappia degli abusi sessuali e di potere» commessi dal vescovo e nonostante questo lo abbia nominato assessore all'Apsa. Sempre secondo questa fonte, il Papa avrebbe portato Zanchetta a Roma per «controllarlo» più da vicino. Il presunto abuso commesso dal vescovo argentino verso giovani seminaristi adulti sarebbe avvenuto, scrive sempre il Clarin che cita questa fonte anonima, con «masturbazione, manipolazione, pressione psicologica e potere attraverso estorsioni o stimolandoli con doni». Peraltro, si dice che una prova rivelatrice di questa sua attività omosessuale sia giunta fino ai vertici ecclesiastici, attraverso la provata visita di siti porno gay da parte del prelato, con scambio di sue foto nudo. Le denunce di abuso sono state fatte alla Nunziatura apostolica di Buenos Aires, ma non si tratta di una denuncia penale perché chi l'ha fatta teme per la sua incolumità. Zanchetta avrebbe buone coperture in Argentina e non solo, nel governo e nella Chiesa. Dopo il suo abbandono per presunti «problemi di salute» è andato a riposarsi all'arcidiocesi di Corrientes, dal suo amico monsignor Andrés Stanovnik, e due mesi dopo era già fotografato a Madrid, ospite del neo cardinale Carlos Osoro, mentre partecipava a un corso accademico presso l'università ecclesiastica di San Damaso. Poi il 17 dicembre 2017 la nomina improvvisa di Zanchetta da parte del Papa come consigliere dell'Apsa e residenza in Vaticano. Inoltre, l'inchiesta argentina svela che dopo l'allontanamento di Zanchetta altri tre sacerdoti sono stati allontanati dalla diocesi, tre sacerdoti però che avevano denunciato il vescovo per abusi sessuali a tre seminaristi e l'abuso di potere contro altri dieci, crimini che si sarebbero realizzati tra il 2014 e il 2015. A questo punto l'allontanamento di Zanchetta da Orano rischia di sembrare purtroppo una di quelle coperture che la Chiesa dice di voler estirpare: si allarga così il numero di domande a cui Francesco deve rispondere, oltre a quelle inevase del memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò, per fare chiarezza sullo scandalo abusi. Il Papa sapeva della accuse che gravavano sul vescovo argentino? Nel caso, perché Zanchetta è stato nominato consigliere di un organismo importante come l'Apsa? La speranza è che la giustizia ecclesiastica faccia il suo corso, come quella civile, al fine di poter dare un messaggio chiaro all'opinione pubblica e ai fedeli.
Gli svizzeri Marco Odermatt e Loic Meillard applaudono il brasiliano Lucas Pinheiro-Braathen durante la cerimonia di premiazione per lo slalom Gigante maschile delle gare di sci alpino ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Durante la pausa aveva detto: «Quest’anno ho già fatto delle belle rimonte, bisogna tirare fuori tutto, vado all-in». Invece è out. Lo sguardo finisce su Giovanni Franzoni, cognome che finora ha significato salvezza. Niente da fare, il bresciano è sfinito (24º), l’argento nella Libera può bastare. «Sono esausto, non vedo l’ora di staccare un po’ a casa. Gli avversari erano più freschi, mi è uscita la spalla prima di partire, sono al limite. La mia priorità è la velocità, in gigante non mi sono allenato molto. Ho dato tutto e va bene, prima olimpiade positiva, mi darei 8,5».
Archiviata la pratica italiana rimane una gara storica, con la prima medaglia d’oro del Brasile sugli sci: la ghermisce come un’aquila reale Luca Pinheiro-Braaten, superfigo in tuta, con due manche da guerriero delle Alpi come Alberto Tomba, capace di tenersi dietro nella tormenta Marco Odermatt e l’altro svizzero Loic Meillard. Padre norvegese e madre brasiliana, Pinheiro-Braaten ha trascorso i suoi primi 25 anni di vita a fare la spola fra le due sponde dell’Atlantico: a Oslo quando i genitori erano insieme, a San Paolo dopo la separazione, di nuovo in Norvegia per gareggiare con la squadra più organizzata. Ma tre anni fa, per una questione legata agli sponsor, ecco la rottura con la federazione, la fuga in Brasile da mamma Alessandra, un anno per riorganizzarsi e l’invenzione della samba bianca. Bohèmien, casinista il giusto nelle notti di Coppa del Mondo (sei vittorie sempre fra i pali), Pinheiro-Braaten si percepisce manager etico di se stesso. E al traguardo, prima di mettersi l’oro al collo, ha pure il tempo per un messaggio gandhiano: «Spero che i brasiliani capiscano che la differenza è un superpotere. Non importa il background, il colore della pelle, da dove arrivi. Se credi fortemente nel tuo sogno, lo realizzi». Lo diceva già Ayrton Senna, ma va bene uguale. Facile ripeterlo per lui, che guadagna milioni dagli sponsor, può permettersi di pagare uno staff personale da paura, investe in immobili e ha preso casa a Milano: «Dell’Italia amo tutto, le montagne, il sistema di vita, questa città così creativa». Tomba lo chiama al telefono: «Sei il migliore, adesso ci credi?». Il brasiliano piange di gioia. Si scende da Bormio con l’illusione che quell’exploit sia anche un po’ nostro.
Un angelo vola, un angelo cade. È il Superman del pattinaggio artistico, lo statunitense Ilia Malinin (genitori uzbeki), presentato come un genio assoluto, l’oro più scontato (non perdeva dal 2023) con copertina su Sport Illustrated, l’imperatore del quadruplo Axel, un Rudolf Nureyev con le lame sotto i piedi. Morale: ottavo nella gara della vita dopo due cadute rovinose. Un incubo psicologico lo accompagnava da giorni, era obbligato a vincere ed è crollato. Se la testa non è fredda, lo Sport diventa una scimmia sulla schiena; ora il suo mental coach avrà di che lavorare. Mentre l’Italia di hockey subisce una dura lezione dalla Finlandia (11-0) e va a casa con tre sconfitte, contiamo le altre ferite di giornata. Solo dignitosa la staffetta femminile di Fondo (6ª), delude il Biathlon donne sprint dove Lisa Vittozzi non riesce a ripetere l’impresa di una settimana fa e arriva quinta mentre la leader più accreditata Dorothea Wierer scompare nelle retrovie dopo sequenze imbarazzanti al poligono. Oro alla norvegese Maren Kirkeide. Neppure sulla pista milanese di Pattinaggio velocità va meglio: nella 500 maschile Jeffrey Rosanelli sbiadisce al 17º posto nella gara dominata dal fuoriclasse statunitense Jordan Stolz (già oro nei 1000). Ci va male anche in allenamento: ieri la mascotte italiana, la napoletana di 16 anni Giada D’Antonio cade in slalom e si rompe un legamento crociato. Adieu.
È una giornata così, sarà il clima di San Valentino distrutto a colpi di insulti nel curling, dove gli svedesi sconfitti accusano due volte i canadesi di aver toccato la stone con una mano dopo il lancio. Il FairPlay va a farsi benedire e il Var non c’è. Allora ci pensa il capitano canadese Marc Kennedy a chiudere la polemica con un «Fuck you, la scopa puoi mettertela…» che ci costringe a ripensamenti sulla proverbiale compostezza anglosassone.
Oggi riparte la caccia al record delle 20 medaglie di Lillehammer. Per l’Italia tornano in pista i grossi calibri: Federica Brignone e Sofia Goggia (Gigante), Michela Moioli (Snowboard) e Francesca Lollobrigida (Pattinaggio), obiettivi preferiti dei fotografi. Ieri a Bormio non si capiva perché i paparazzi girassero attorno al gigantista argentino Tiziano Gravier, finito nelle retrovie. È il figlio dell’ex modella Valeria Mazza, cercavano tutti la mamma.
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