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2020-01-18
Il magistrati concedono alle Ong il diritto di speronare motovedette
Ansa
Prima ha forzato un blocco della guardia di finanza, poi ha speronato due motovedette, infine è approdata a Lampedusa carica di migranti. Carola Rackete, per la vulgata buonista, è da tempo un'eroina. Da ieri, secondo la giustizia italiana, è pure una capitana senza macchia. È l'intrepida che, a dispetto di leggi inumane e regole scriteriate, ha tratto in salvo 53 disperati. La corte di Cassazione ha difatti respinto il ricorso della Procura di Agrigento contro l'ordinanza che, lo scorso 2 luglio, aveva rimesso in libertà la comandante della Sea Watch 3, ormai celebre nave dell'omonima Ong tedesca.
Insomma, la gip Alessandra Vella, che non aveva convalidato l'arresto della ragazza, era nel giusto. Non c'è stata nessuna resistenza e violenza a nave da guerra. I reati contestati inizialmente alla Rackete sono stati un abbaglio dei pm. Carola non andava fermata, ma forse ringraziata per la sua prodezza.La prima a rallegrarsene è l'indomita attivista.
Il suo tweet non cela l'entusiasmo per la decisione degli ermellini: «Questo è un verdetto importante per tutti gli attivisti impegnati nel salvataggio in mare! Nessuno dovrebbe essere perseguito perché aiuta le persone in difficoltà. La direttiva Ue sui crimini di solidarietà necessita di essere riformata». Nell'attesa, la decisione di ieri è destinata a fare scuola. Le procure siciliane hanno aperto, negli ultimi tempi, molte inchieste sulle Ong. Che fine faranno adesso?
Se la capitana tedesca esulta, il capitano leghista mastica però amarissimo: «È incredibile l'ingiustizia in Italia» assalta Matteo Salvini, l'ex ministro dell'Interno che bloccò la Sea Watch 3. «Si ritiene che una signorina tedesca, che ha rischiato di uccidere dei militari italiani, non debba essere processata. E invece» prosegue riferendosi al caso della nave Gregoretti «si vuole processare un ministro che ha difeso i confini del suo Paese. Lo facciano ma ci sarà bisogno di un tribunale molto grande, perché penso che la stragrande maggioranza del popolo italiano sarà con me».
Carola e Matteo, del resto, non si sono mai amati. «Sbruffoncella», «viziata comunista», «speronatrice di navi militari» e «traghettatrice di immigrati». Il leader della Lega non si è risparmiato. Mentre lei, dopo la bravata marittima, faceva di tutto pur di guadagnarsi fama mediatica e aurea da intrepida. Certo, temeraria ma permalosetta. Difatti, dopo la revoca dei domiciliari, decide di querelare Salvini, chiedendo addirittura di oscurare i suoi account Facebook. Segue immancabile inchiesta per diffamazione sulle frasi del leghista, che replica: «Per me è una medaglia». La decisione della Cassazione, intanto, chiude ogni pendenza giudiziaria sul caso. Risale allo scorso giugno.
La comandante, dopo l'approdo a Lampedusa, finisce in manette. Lei si difende: ha compiuto quei reati perché era in «uno stato di necessità». I pm di Agrigento sono però di diverso avviso: «Non risulta che i fatti siano stati compiuti in presenza di una causa di giustificazione o di non punibilità». Il procuratore, Luigi Patronaggio, spiega: «Le situazioni di emergenza a bordo erano state fronteggiate con forme di assistenza sanitaria ai migranti, con sbarco a terra dei casi di pericolo di danno grave alla persona». Insomma, era tutto sotto controllo. Le quaranta persone rimaste a bordo non correvano rischi.
Il 3 luglio 2019 la gip di Agrigento revoca però l'arresto della capitana. Resistenza a pubblico ufficiale? Violenza a una nave da guerra? Macché. L'audace manovra di Carola viene giustificata «dall'adempimento di un dovere»: quello di salvare vite umane in mare. La giudice chiarisce che quell'operazione di soccorso non si esauriva «nella mera presa a bordo dei naufraghi, ma nella loro conduzione fino al più volte citato porto sicuro», identificato in quello di Lampedusa. E non è stata, aggiunge, una scelta strumentale bensì obbligatoria: attraccare in Libia o in Tunisia era rischioso. «Sono sollevata dalla decisione» commenta all'epoca la comandante della nave tedesca. «È una grande vittoria della solidarietà verso i migranti e rifugiati e contro la criminalizzazione di chi vuole aiutarli». Al contrario, Salvini ovviamente ribolle: «Quella di Agrigento è una sentenza politica. Purtroppo in Italia i delinquenti sono protetti dalla legge. Autorizziamo tutti a non rispettare le forze dell'ordine». Il leader della Lega quella volta viene spalleggiato dall'allora alleato, e ora arcinemico, Luigi Di Maio. Il capo politico dei 5 stelle si dice sorpreso dalla scarcerazione: «Ribadisco la mia vicinanza alla Guardia di finanza. Ad ogni modo, se confischiamo subito l'imbarcazione, la prossima volta non possono tornare in mare e provocare il nostro paese e le nostre leggi».
Altri tempi. Fuori i crudeli gialloblù, adesso è il turno degli accoglienti giallorossi. Carola vive e lotta insieme a loro.
Nel frattempo i colleghi della «capitana» ne scaricano 119 a Taranto
Cambiano le coste e la nazionalità ma continuano gli sbarchi di immigrati nei porti italiani. Stavolta, però, c'è anche un arresto. La polizia di Taranto, infatti, nelle operazioni di sbarco dei 119 migranti dalla Sea Watch 3, al molo San Cataldo, ha individuato e fermato lo scafista di 22 anni, che appartiene alle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani dalla Libia. Il giovane, gambiano, aveva condotto il gommone carico di migranti, tra cui 41 minori, partito dalle coste africane, e poi soccorso in 3 distinte operazione in acque maltesi. Gli investigatori con l'analisi delle foto e di alcuni video in possesso dell'equipaggio della nave, hanno visto che durante le fasi di salvataggio, il giovane dava ordini con modi autorevoli ai migranti che peraltro, durante l'avvicinamento della Sea Watch, presi dall'euforia, si erano mossi in modo tale da mettere in serio pericolo la stabilità del gommone, già insicuro per il suo eccessivo carico.
Le forze dell'ordine hanno anche accertato che il gambiano, riconosciuto da alcuni migranti come lo scafista di un precedente viaggio, era parte attiva dell'organizzazione e che in più occasioni, durante la lunga permanenza degli stranieri sbarcati nei campi libici era stato visto in compagnia di componenti dell'organizzazione criminale del Paese. Inoltre, in brevi immagini acquisite dal suo telefonino, si vede mentre maneggia una grossa mazzetta di denaro. Ora si trova nel carcere di Taranto.
I 41 minorenni non accompagnati sbarcati sono stati trasferiti in strutture comunali tra Taranto e provincia, Mesagne, Foggia e Potenza, mentre gli altri saranno dislocati nei centri di accoglienza nazionali ed esteri, avendo dato disponibilità ad accogliere i richiedenti asilo Francia, Germania, Portogallo e Irlanda. Nel frattempo si non si fermano gli arrivi «fantasma» di algerini in Sardegna. Ieri mattina i carabinieri hanno rintracciato altri 42 giovani algerini vicino alla località balneare di Porto Pino, a Sant'Anna Arresi. I 42 si sommano al numero considerevole di algerini approdati in questi primi 17 giorni dell'anno sulle coste del Sulcis, «abbastanza vicine» all'Algeria. Giovedì notte invece due barchini con a bordo complessivamente 22 migranti erano stati intercettati dalla Guardia di finanza al largo di Capo Teulada. Poco prima 5 uomini erano stati fermati a Carloforte mentre altri 15 erano stati rintracciati a Sant'Antioco e altri 19 in località Giunco. Sono proprio gli algerini, secondo i dati riportati dal Viminale, a rappresentare la nazionalità più presente tra coloro che sono arrivati irregolarmente in Italia: 200 su 678 migranti approdati in Sardegna. Sono tutti arrivati lungo le coste meridionali dell'isola, in modo più o meno autonomo o fantasma, seguendo una rotta molto più corta rispetto quella libica o tunisina e quindi con rischi minori. Cosa che comunque appare piuttosto strana, considerando che in Algeria non c'è alcuna guerra da cui scappare ma semplicemente una fase politica difficile che dura però da oltre un anno, ovvero dalle proteste contro l'ex presidente Bouteflika. Intanto a Macomer, nel centro della Sardegna, promosso dal ministero dell'Interno, lunedì aprirà il Cpr, centro regionale per permanenza e rimpatrio dei migranti irregolari che potrà ospitare fino a 100 persone. Lunedì ne arriveranno una cinquantina. È stato già attivato il servizio di sicurezza, affidato al commissariato locale, assieme alla Questura di Nuoro. I carabinieri, invece, svolgeranno il servizio di sorveglianza, anche attraverso il battaglione di Cagliari. Mobilitato inoltre l'esercito, che vigilerà davanti alla struttura, mentre si attende il ritorno a Macomer della guardia di finanza, come prevedono gli accordi. A gestire la struttura è la Ors Italia srl, una società con sede in Svizzera, che ha vinto la gara europea bandita dalla prefettura di Nuoro. Mentre aumentano gli sbarchi fantasma di algerini, si registra una drastica riduzione di immigrati in arrivo dalla Tunisia. Infatti, sempre dall'inizio di quest'anno sono 31 i tunisini arrivati a Lampedusa dove dal 1 gennaio c'è stato un solo sbarco.
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Respinta l'opposizione della Procura contro l'ordinanza che lo scorso 2 luglio ha rimesso in libertà Carola Rackete: «La comandante non andava arrestata». In fondo aveva solo rischiato di uccidere dei finanzieri italiani...Nel frattempo i colleghi della «capitana» ne scaricano 119 a Taranto. Sbarchi ormai senza sosta. La Sea Watch approda in Puglia mentre in Sardegna continuano gli arrivi di barchini algerini.Lo speciale comprende due articoli. Prima ha forzato un blocco della guardia di finanza, poi ha speronato due motovedette, infine è approdata a Lampedusa carica di migranti. Carola Rackete, per la vulgata buonista, è da tempo un'eroina. Da ieri, secondo la giustizia italiana, è pure una capitana senza macchia. È l'intrepida che, a dispetto di leggi inumane e regole scriteriate, ha tratto in salvo 53 disperati. La corte di Cassazione ha difatti respinto il ricorso della Procura di Agrigento contro l'ordinanza che, lo scorso 2 luglio, aveva rimesso in libertà la comandante della Sea Watch 3, ormai celebre nave dell'omonima Ong tedesca. Insomma, la gip Alessandra Vella, che non aveva convalidato l'arresto della ragazza, era nel giusto. Non c'è stata nessuna resistenza e violenza a nave da guerra. I reati contestati inizialmente alla Rackete sono stati un abbaglio dei pm. Carola non andava fermata, ma forse ringraziata per la sua prodezza.La prima a rallegrarsene è l'indomita attivista. Il suo tweet non cela l'entusiasmo per la decisione degli ermellini: «Questo è un verdetto importante per tutti gli attivisti impegnati nel salvataggio in mare! Nessuno dovrebbe essere perseguito perché aiuta le persone in difficoltà. La direttiva Ue sui crimini di solidarietà necessita di essere riformata». Nell'attesa, la decisione di ieri è destinata a fare scuola. Le procure siciliane hanno aperto, negli ultimi tempi, molte inchieste sulle Ong. Che fine faranno adesso?Se la capitana tedesca esulta, il capitano leghista mastica però amarissimo: «È incredibile l'ingiustizia in Italia» assalta Matteo Salvini, l'ex ministro dell'Interno che bloccò la Sea Watch 3. «Si ritiene che una signorina tedesca, che ha rischiato di uccidere dei militari italiani, non debba essere processata. E invece» prosegue riferendosi al caso della nave Gregoretti «si vuole processare un ministro che ha difeso i confini del suo Paese. Lo facciano ma ci sarà bisogno di un tribunale molto grande, perché penso che la stragrande maggioranza del popolo italiano sarà con me». Carola e Matteo, del resto, non si sono mai amati. «Sbruffoncella», «viziata comunista», «speronatrice di navi militari» e «traghettatrice di immigrati». Il leader della Lega non si è risparmiato. Mentre lei, dopo la bravata marittima, faceva di tutto pur di guadagnarsi fama mediatica e aurea da intrepida. Certo, temeraria ma permalosetta. Difatti, dopo la revoca dei domiciliari, decide di querelare Salvini, chiedendo addirittura di oscurare i suoi account Facebook. Segue immancabile inchiesta per diffamazione sulle frasi del leghista, che replica: «Per me è una medaglia». La decisione della Cassazione, intanto, chiude ogni pendenza giudiziaria sul caso. Risale allo scorso giugno. La comandante, dopo l'approdo a Lampedusa, finisce in manette. Lei si difende: ha compiuto quei reati perché era in «uno stato di necessità». I pm di Agrigento sono però di diverso avviso: «Non risulta che i fatti siano stati compiuti in presenza di una causa di giustificazione o di non punibilità». Il procuratore, Luigi Patronaggio, spiega: «Le situazioni di emergenza a bordo erano state fronteggiate con forme di assistenza sanitaria ai migranti, con sbarco a terra dei casi di pericolo di danno grave alla persona». Insomma, era tutto sotto controllo. Le quaranta persone rimaste a bordo non correvano rischi. Il 3 luglio 2019 la gip di Agrigento revoca però l'arresto della capitana. Resistenza a pubblico ufficiale? Violenza a una nave da guerra? Macché. L'audace manovra di Carola viene giustificata «dall'adempimento di un dovere»: quello di salvare vite umane in mare. La giudice chiarisce che quell'operazione di soccorso non si esauriva «nella mera presa a bordo dei naufraghi, ma nella loro conduzione fino al più volte citato porto sicuro», identificato in quello di Lampedusa. E non è stata, aggiunge, una scelta strumentale bensì obbligatoria: attraccare in Libia o in Tunisia era rischioso. «Sono sollevata dalla decisione» commenta all'epoca la comandante della nave tedesca. «È una grande vittoria della solidarietà verso i migranti e rifugiati e contro la criminalizzazione di chi vuole aiutarli». Al contrario, Salvini ovviamente ribolle: «Quella di Agrigento è una sentenza politica. Purtroppo in Italia i delinquenti sono protetti dalla legge. Autorizziamo tutti a non rispettare le forze dell'ordine». Il leader della Lega quella volta viene spalleggiato dall'allora alleato, e ora arcinemico, Luigi Di Maio. Il capo politico dei 5 stelle si dice sorpreso dalla scarcerazione: «Ribadisco la mia vicinanza alla Guardia di finanza. Ad ogni modo, se confischiamo subito l'imbarcazione, la prossima volta non possono tornare in mare e provocare il nostro paese e le nostre leggi». Altri tempi. Fuori i crudeli gialloblù, adesso è il turno degli accoglienti giallorossi. Carola vive e lotta insieme a loro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-magistrati-concedono-alle-ong-il-diritto-di-speronare-motovedette-2644843928.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nel-frattempo-i-colleghi-della-capitana-ne-scaricano-119-a-taranto" data-post-id="2644843928" data-published-at="1779615464" data-use-pagination="False"> Nel frattempo i colleghi della «capitana» ne scaricano 119 a Taranto Cambiano le coste e la nazionalità ma continuano gli sbarchi di immigrati nei porti italiani. Stavolta, però, c'è anche un arresto. La polizia di Taranto, infatti, nelle operazioni di sbarco dei 119 migranti dalla Sea Watch 3, al molo San Cataldo, ha individuato e fermato lo scafista di 22 anni, che appartiene alle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani dalla Libia. Il giovane, gambiano, aveva condotto il gommone carico di migranti, tra cui 41 minori, partito dalle coste africane, e poi soccorso in 3 distinte operazione in acque maltesi. Gli investigatori con l'analisi delle foto e di alcuni video in possesso dell'equipaggio della nave, hanno visto che durante le fasi di salvataggio, il giovane dava ordini con modi autorevoli ai migranti che peraltro, durante l'avvicinamento della Sea Watch, presi dall'euforia, si erano mossi in modo tale da mettere in serio pericolo la stabilità del gommone, già insicuro per il suo eccessivo carico. Le forze dell'ordine hanno anche accertato che il gambiano, riconosciuto da alcuni migranti come lo scafista di un precedente viaggio, era parte attiva dell'organizzazione e che in più occasioni, durante la lunga permanenza degli stranieri sbarcati nei campi libici era stato visto in compagnia di componenti dell'organizzazione criminale del Paese. Inoltre, in brevi immagini acquisite dal suo telefonino, si vede mentre maneggia una grossa mazzetta di denaro. Ora si trova nel carcere di Taranto. I 41 minorenni non accompagnati sbarcati sono stati trasferiti in strutture comunali tra Taranto e provincia, Mesagne, Foggia e Potenza, mentre gli altri saranno dislocati nei centri di accoglienza nazionali ed esteri, avendo dato disponibilità ad accogliere i richiedenti asilo Francia, Germania, Portogallo e Irlanda. Nel frattempo si non si fermano gli arrivi «fantasma» di algerini in Sardegna. Ieri mattina i carabinieri hanno rintracciato altri 42 giovani algerini vicino alla località balneare di Porto Pino, a Sant'Anna Arresi. I 42 si sommano al numero considerevole di algerini approdati in questi primi 17 giorni dell'anno sulle coste del Sulcis, «abbastanza vicine» all'Algeria. Giovedì notte invece due barchini con a bordo complessivamente 22 migranti erano stati intercettati dalla Guardia di finanza al largo di Capo Teulada. Poco prima 5 uomini erano stati fermati a Carloforte mentre altri 15 erano stati rintracciati a Sant'Antioco e altri 19 in località Giunco. Sono proprio gli algerini, secondo i dati riportati dal Viminale, a rappresentare la nazionalità più presente tra coloro che sono arrivati irregolarmente in Italia: 200 su 678 migranti approdati in Sardegna. Sono tutti arrivati lungo le coste meridionali dell'isola, in modo più o meno autonomo o fantasma, seguendo una rotta molto più corta rispetto quella libica o tunisina e quindi con rischi minori. Cosa che comunque appare piuttosto strana, considerando che in Algeria non c'è alcuna guerra da cui scappare ma semplicemente una fase politica difficile che dura però da oltre un anno, ovvero dalle proteste contro l'ex presidente Bouteflika. Intanto a Macomer, nel centro della Sardegna, promosso dal ministero dell'Interno, lunedì aprirà il Cpr, centro regionale per permanenza e rimpatrio dei migranti irregolari che potrà ospitare fino a 100 persone. Lunedì ne arriveranno una cinquantina. È stato già attivato il servizio di sicurezza, affidato al commissariato locale, assieme alla Questura di Nuoro. I carabinieri, invece, svolgeranno il servizio di sorveglianza, anche attraverso il battaglione di Cagliari. Mobilitato inoltre l'esercito, che vigilerà davanti alla struttura, mentre si attende il ritorno a Macomer della guardia di finanza, come prevedono gli accordi. A gestire la struttura è la Ors Italia srl, una società con sede in Svizzera, che ha vinto la gara europea bandita dalla prefettura di Nuoro. Mentre aumentano gli sbarchi fantasma di algerini, si registra una drastica riduzione di immigrati in arrivo dalla Tunisia. Infatti, sempre dall'inizio di quest'anno sono 31 i tunisini arrivati a Lampedusa dove dal 1 gennaio c'è stato un solo sbarco.
Il Kennedy Space Center della Nasa a Titusville in Florida (Ansa)
Aziende private lanciano satelliti, gestiscono costellazioni e offrono servizi che un tempo erano appannaggio esclusivo dei governi. In particolare, aziende private - come Space X e Blue Origin - stanno abbattendo i costi di accesso allo Spazio, passando da sistemi di proprietà governativa a un mercato commerciale e competitivo.
In tutto questo, dove si colloca l’Europa? Riuscirà a mantenere un ruolo sostanziale senza dipendere da tecnologie prodotte altrove? Mentre procediamo verso quella che la Nasa ha definito la «seconda era spaziale», l’autonomia strategica diventa improvvisamente centrale per l’Ue. Ed è sempre più essenziale che l’Europa possa raggiungere, controllare e proteggere i propri sistemi spaziali, senza vincoli. Lo Spazio un tempo era principalmente legato alla scienza o al business, ma ora è una risorsa di fondamentale importanza per l’Ue. Quasi tutto - finanza, comunicazioni, trasporti, sicurezza - dipende dalla tecnologia spaziale. Ma c’è un problema: molti componenti e servizi cruciali provengono ancora da fuori Europa. Questo tipo di dipendenza non è sostenibile se si vuole esercitare una reale influenza globale, in un contesto dove chi controlla le infrastrutture detta legge. La governance spaziale europea è invece frammentata tra le istituzioni dell’Ue, l’Agenzia spaziale europea, i Paesi membri e le aziende. Anche i finanziamenti mostrano criticità: i bilanci europei sono (notevolmente) inferiori a quelli di Usa e Cina, soprattutto in materia di difesa e sicurezza. Inoltre, la cultura imprenditoriale europea è restia a farsi coinvolgere, dato che l’industria e le startup non godono della stessa propensione al rischio che troverebbero Oltreoceano. L’Europa deve ridurre al più presto la sua dipendenza, concentrandosi sullo sviluppo delle proprie catene di approvvigionamento per tecnologie come chip speciali, sistemi di propulsione avanzati, crittografia e infrastrutture di terra sicure. L’Europa dovrebbe inoltre incrementare gli sforzi della ricerca privata, soprattutto in settori come i sistemi di lancio riutilizzabili, i servizi in orbita e la sicurezza informatica dei satelliti. Tutto questo richiede investimenti: bisogna quindi creare strumenti finanziari che combinino fondi dell’Unione europea, nazionali e privati per aiutare le nuove aziende spaziali europee a crescere.
Un’opportunità emergente è quella dello Spazio cislunare. Parliamo della regione dello Spazio tra la Terra e la Luna, generalmente considerato poco più di un corridoio. Ma ora gli Usa ne hanno fatto un pivot di competizione strategica. Al momento, non esiste un piano per amministrare o difendere quella che sta diventando una delle aree spaziali più importanti. Gli attuali sistemi di controllo sono inadatti a monitorare le attività in questo sistema che si sta trasformando in un ambiente affollato da molteplici attori statali, commerciali e ibridi, con una vasta gamma di idee e obiettivi. Queste attività spaziano dalla ricerca, allo sviluppo e all’esplorazione, fino alla raccolta di informazioni di intelligence, alla trasmissione sicura di dati e a operazioni di prossimità ambigue che confondono il confine tra uso pacifico e militare.
La prospettiva di un conflitto nello Spazio cislunare non è più quindi puramente teorica, ma sempre più plausibile. I conflitti «terrestri» perdono di rilevanza, rispetto a questo nuovo scenario. E questo è uno dei messaggi in filigrana emersi dal recente incontro tra Donald Trump e Xi Jinping. La scelta non è tra militarizzare lo Spazio o preservare un bene comune pacifico. L’unica scelta è tra amministrare deliberatamente lo Spazio cislunare o permettere ad altri di definire un proprio ordine. Per questo il nuovo amministratore Nasa, nel presentare ai primi di marzo Ignition - la nuova strategia Usa per lo Spazio - ha parlato della competizione in atto con il «vero rivale geopolitico» - la Cina - rimarcando che «la differenza tra successo e fallimento si misurerà in mesi, non in anni. Potremmo arrivare presto, ma la storia recente suggerisce che potremmo arrivare tardi». Uno degli elementi principali dei piani presentati a Ignition è stato il blocco del progetto del Lunar gateway (parte centrale del programma Artemis), delegandone l’eventuale costruzione e gestione ai privati, e orientandosi verso la costruzione di una base lunare, con tanto di centrale nucleare e strutture di deposito per i dati della Intelligenza artificiale. I partner internazionali sono stati colti alla sprovvista: lo smantellamento del Gateway significa incertezza sugli investimenti realizzati per Artemis, e molti elementi già progettati potrebbero non essere riutilizzabili per una base lunare.
A prescindere dal danno economico e dallo scompiglio generato, tutto questo deve portarci a interrogarci sul senso della collaborazione con gli Usa. Siamo partner o comprimari irrilevanti? Su tutto questo la politica tace o è assente. Qualcuno dovrebbe risvegliarla. La seconda era spaziale non aspetterà l’Europa. L’Europa deve decidere. Vuole essere leader o limitarsi a osservare da bordo campo? È ancora possibile permettersi di non avere una politica industriale spaziale ben definita e attentamente monitorata? Occorre apportare cambiamenti significativi e velocemente. L’Ue deve agire ora: deve investire in modo ambizioso, innovare con urgenza, governare in modo coeso e sviluppare capacità spaziali indipendenti e resilienti. L’opportunità per l’Europa di assumere un ruolo guida è aperta. Ma si sta chiudendo rapidamente.
di Mariano Bizzarri, Coordinatore scientifico del comitato interministeriale per lo Spazio
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Ansa
Ieri il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha annunciato che droni dei servizi di sicurezza hanno raggiunto e colpito un importante impianto chimico russo, implicato in produzioni a scopo militare, situato a 1.700 km dal confine. È la Metafrax Chemicals di Gubakha, nella regione di Perm, presso la catena dei monti Urali. Ha detto il leader di Kiev: «Sono grato al Servizio di sicurezza dell’Ucraina per aver colpito una delle più importanti imprese militar-industriali della Russia. I prodotti della Metafrax Chemicals supportano dozzine di altre industrie militari russe inclusi quelli di equipaggiamento d’aviazione e droni, motori di missili ed esplosivi». L’attacco è avvenuto nella notte fra venerdì e sabato e ha causato la sospensione della produzione. L’impianto produce precursori di esplosivi e di carburanti di razzi, come ammoniaca, urea e melammina, e ha una capacità quotidiana di 900 tonnellate di ammoniaca e 1.600 tonnellate di urea.
La Metafrax era stata attaccata già lo scorso 17 febbraio e in quell’occasione erano stati impiegati droni An-196 Liutyi prodotti dalla celebre azienda aeronautica Antonov. Probabilmente è lo stesso drone usato anche per l’azione di ieri. È tra i mezzi più efficaci del servizio di sicurezza Sbu, il servizio segreto di Kiev che ha il monopolio degli attacchi in profondità. Lungo 4,4 metri e con apertura alare di 6,7 metri, il Liutyi è spinto da un motore a elica importato dalla Germania, un Hirth F-23 da 50 cavalli, e pesa al decollo 300 kg di cui fra 50 e 75 kg, a seconda della missione, spettanti alla testata esplosiva. Il suo raggio d’azione arriva fino a 2.000 km. Il sistema di guida s’avvale dell’intelligenza artificiale, un settore in cui l’Ucraina ha investito molto nell’ambito del suo piano di produzione di droni, ma anche della guida satellitare tipo Gps o Glonass. È solo uno degli ordigni che gli ucraini hanno sviluppato dal 2022 per portare la guerra nel cuore della Russia.
L’Sbu ha colpito una volta di più Mosca, domenica, utilizzando altri due tipi di droni, il Fire Point FP-1 e l’RS-1 Bars, più un terzo tipo di cui si sa ancora poco, il Bars-SM Gladiator. Giovedì è stata centrata la sede del servizio segreto russo Fsb nella regione annessa di Kherson, dove si sono avuti 100 morti. Poi nella notte fra giovedì e venerdì è stato bombardato il dormitorio studentesco di Starobilsk, nella regione ucraina russofona di Lugansk, annessa alla Russia. Raid il cui bilancio è arrivato ieri a 18 morti e 42 feriti. Dalle macerie sono stati estratti corpi di quattro bambini. Gli ucraini sostengono che l’edificio celasse un centro di guida di droni russi dell’unità Rubicon. Putin, invece, ha annunciato una rappresaglia, con Zelensky che ha avvisato i cittadini ucraini di un possibile attacco con missili Oreshnik. Sabato altri droni di Kiev hanno incendiato il terminal petrolifero di Sheskharis e il deposito di greggio di Grushovaya, nella regione di Novorossiysk, nonché la nave cisterna Chrysalis, reputata da Kiev parte della «flotta ombra».
Per gli attacchi a lungo raggio gli ucraini hanno messo a punto vari sistemi di guida dei velivoli oltre la linea dell’orizzonte, ovviando alla curvatura terrestre che limita i segnali diretti da stazioni terrestri. Sono stati usati droni ripetitori che, volando ad alta quota, fanno da ponte radio per rimandare i segnali guida da terra. L’uso dell’IA permette inoltre ad alcuni di questi tipi di orientarsi sulla base di una mappa memorizzata. Molto importante s’è dimostrato anche lo sfruttamento della rete telefonica cellulare russa per inviare segnali di guida a una scheda Sim installata sul drone stesso. In certe occasioni, magari per la guida terminale vicino dall’obbiettivo, possono essere stati utilizzati segnali, radio o forse laser, mandati da terra da agenti dell’Sbu infiltrati in Russia. Il che spiega anche perché proprio un’agenzia di spionaggio, più che l’Aeronautica di Kiev, sia responsabile di tali raid.
L’invio dei droni kamikaze su obbiettivi non solo militari ma anche civili in larga parte della Russia non ha solo lo scopo di rispondere alle massicce incursioni che gli stessi russi compiono. È anche una forma di pressione politica, come lo stesso Zelensky ha rimarcato, definendo i raid su strutture produttive ed energetiche «le nostre sanzioni a lungo raggio» e affermando che «occorre far capire a Mosca che continuare la guerra costa caro».
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Hanno suonato all’improvviso degli amici per un tè di pomeriggio. In casa non c’era quasi niente e allora aguzziamo l’ingegno ed ecco una trovata che si fa in fretta super gustosa e dal costo irrisorio. L’ispirazione è venuta da una confezione di pasta fillo che sonnecchiava in frigorifero in attesa di farsi involtini Primavera e che invece si è trasformata in una delizi di stagione. E allora diamo luogo alla dolcezza.
Ingredienti – Una confezione di pasta fillo, una decina di fragole di dimensioni generose, tre o quattro cucchiai di pinoli (vanno bene anche le mandorle o le nocciole in quel caso fatele a granella grossa), 100 gr di burro di primo affioramento, 2 cucchiai rasi di farina 00, due cucchiai colmi di zucchero semolato, 500 ml di latte, 2 uova, un cucchiaio di zucchero a velo, un limone non trattato.
Preparazione - Per prima cosa fate la crema. Battete a bianco le uova con lo zucchero, poi in un pentolino scaldate senza farlo bollire il latte, aggiungete le uova e la farina, la buccia del limone (attenti a non intaccare l’albedo) e procedete come per fare una besciamella girando sempre con una frusta per evitare che si formino grumi. Ora lavate le fragole e fatele in tre fettine per il verso della lunghezza. Fate sciogliere il burro che deve diventare liquido. Ora in una tortiera stendete un primo strato di fogli di pasta fillo, nappateli di burro con un pennello. Poi stendete un secondo strato in modo da incrociarlo col primo (per capirci prima in verticale poi in orizzontale) lasciando sborsare i fogli dalla teglia. Ora che la crema si è intiepidita, togliete le bucce di limone, versatela sopra i fogli di pasta fillo e aggiungete un po’ di pinoli qua e là e chiudete la pasta fillo a scrigno. Prendete i fogli di pasta rimanenti accartocciateli e sistemateli sopra la torta. Negli spazi che si creano tra un foglio arricciato e l’altro sistemate le fettine di fragola e poi fate cadere qua e là altri pinoli. Completate nappando appena con il burro rimasto, Infornate a 180 gradi per circa una ventina di minuti. Vedrete che si forma una bella crosta dorata e croccante. Servite dopo aver spolverizzato di zucchero a velo.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di arricciare i fogli di pasta fillo e di sistemare le fragole.
Abbinamento – Ottimo il Recioto della Valpolicella, in alternativa un Sagrantino passito o una Vernaccia nera di Serrapetrona passita.
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