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2020-01-18
Il magistrati concedono alle Ong il diritto di speronare motovedette
Ansa
Prima ha forzato un blocco della guardia di finanza, poi ha speronato due motovedette, infine è approdata a Lampedusa carica di migranti. Carola Rackete, per la vulgata buonista, è da tempo un'eroina. Da ieri, secondo la giustizia italiana, è pure una capitana senza macchia. È l'intrepida che, a dispetto di leggi inumane e regole scriteriate, ha tratto in salvo 53 disperati. La corte di Cassazione ha difatti respinto il ricorso della Procura di Agrigento contro l'ordinanza che, lo scorso 2 luglio, aveva rimesso in libertà la comandante della Sea Watch 3, ormai celebre nave dell'omonima Ong tedesca.
Insomma, la gip Alessandra Vella, che non aveva convalidato l'arresto della ragazza, era nel giusto. Non c'è stata nessuna resistenza e violenza a nave da guerra. I reati contestati inizialmente alla Rackete sono stati un abbaglio dei pm. Carola non andava fermata, ma forse ringraziata per la sua prodezza.La prima a rallegrarsene è l'indomita attivista.
Il suo tweet non cela l'entusiasmo per la decisione degli ermellini: «Questo è un verdetto importante per tutti gli attivisti impegnati nel salvataggio in mare! Nessuno dovrebbe essere perseguito perché aiuta le persone in difficoltà. La direttiva Ue sui crimini di solidarietà necessita di essere riformata». Nell'attesa, la decisione di ieri è destinata a fare scuola. Le procure siciliane hanno aperto, negli ultimi tempi, molte inchieste sulle Ong. Che fine faranno adesso?
Se la capitana tedesca esulta, il capitano leghista mastica però amarissimo: «È incredibile l'ingiustizia in Italia» assalta Matteo Salvini, l'ex ministro dell'Interno che bloccò la Sea Watch 3. «Si ritiene che una signorina tedesca, che ha rischiato di uccidere dei militari italiani, non debba essere processata. E invece» prosegue riferendosi al caso della nave Gregoretti «si vuole processare un ministro che ha difeso i confini del suo Paese. Lo facciano ma ci sarà bisogno di un tribunale molto grande, perché penso che la stragrande maggioranza del popolo italiano sarà con me».
Carola e Matteo, del resto, non si sono mai amati. «Sbruffoncella», «viziata comunista», «speronatrice di navi militari» e «traghettatrice di immigrati». Il leader della Lega non si è risparmiato. Mentre lei, dopo la bravata marittima, faceva di tutto pur di guadagnarsi fama mediatica e aurea da intrepida. Certo, temeraria ma permalosetta. Difatti, dopo la revoca dei domiciliari, decide di querelare Salvini, chiedendo addirittura di oscurare i suoi account Facebook. Segue immancabile inchiesta per diffamazione sulle frasi del leghista, che replica: «Per me è una medaglia». La decisione della Cassazione, intanto, chiude ogni pendenza giudiziaria sul caso. Risale allo scorso giugno.
La comandante, dopo l'approdo a Lampedusa, finisce in manette. Lei si difende: ha compiuto quei reati perché era in «uno stato di necessità». I pm di Agrigento sono però di diverso avviso: «Non risulta che i fatti siano stati compiuti in presenza di una causa di giustificazione o di non punibilità». Il procuratore, Luigi Patronaggio, spiega: «Le situazioni di emergenza a bordo erano state fronteggiate con forme di assistenza sanitaria ai migranti, con sbarco a terra dei casi di pericolo di danno grave alla persona». Insomma, era tutto sotto controllo. Le quaranta persone rimaste a bordo non correvano rischi.
Il 3 luglio 2019 la gip di Agrigento revoca però l'arresto della capitana. Resistenza a pubblico ufficiale? Violenza a una nave da guerra? Macché. L'audace manovra di Carola viene giustificata «dall'adempimento di un dovere»: quello di salvare vite umane in mare. La giudice chiarisce che quell'operazione di soccorso non si esauriva «nella mera presa a bordo dei naufraghi, ma nella loro conduzione fino al più volte citato porto sicuro», identificato in quello di Lampedusa. E non è stata, aggiunge, una scelta strumentale bensì obbligatoria: attraccare in Libia o in Tunisia era rischioso. «Sono sollevata dalla decisione» commenta all'epoca la comandante della nave tedesca. «È una grande vittoria della solidarietà verso i migranti e rifugiati e contro la criminalizzazione di chi vuole aiutarli». Al contrario, Salvini ovviamente ribolle: «Quella di Agrigento è una sentenza politica. Purtroppo in Italia i delinquenti sono protetti dalla legge. Autorizziamo tutti a non rispettare le forze dell'ordine». Il leader della Lega quella volta viene spalleggiato dall'allora alleato, e ora arcinemico, Luigi Di Maio. Il capo politico dei 5 stelle si dice sorpreso dalla scarcerazione: «Ribadisco la mia vicinanza alla Guardia di finanza. Ad ogni modo, se confischiamo subito l'imbarcazione, la prossima volta non possono tornare in mare e provocare il nostro paese e le nostre leggi».
Altri tempi. Fuori i crudeli gialloblù, adesso è il turno degli accoglienti giallorossi. Carola vive e lotta insieme a loro.
Nel frattempo i colleghi della «capitana» ne scaricano 119 a Taranto
Cambiano le coste e la nazionalità ma continuano gli sbarchi di immigrati nei porti italiani. Stavolta, però, c'è anche un arresto. La polizia di Taranto, infatti, nelle operazioni di sbarco dei 119 migranti dalla Sea Watch 3, al molo San Cataldo, ha individuato e fermato lo scafista di 22 anni, che appartiene alle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani dalla Libia. Il giovane, gambiano, aveva condotto il gommone carico di migranti, tra cui 41 minori, partito dalle coste africane, e poi soccorso in 3 distinte operazione in acque maltesi. Gli investigatori con l'analisi delle foto e di alcuni video in possesso dell'equipaggio della nave, hanno visto che durante le fasi di salvataggio, il giovane dava ordini con modi autorevoli ai migranti che peraltro, durante l'avvicinamento della Sea Watch, presi dall'euforia, si erano mossi in modo tale da mettere in serio pericolo la stabilità del gommone, già insicuro per il suo eccessivo carico.
Le forze dell'ordine hanno anche accertato che il gambiano, riconosciuto da alcuni migranti come lo scafista di un precedente viaggio, era parte attiva dell'organizzazione e che in più occasioni, durante la lunga permanenza degli stranieri sbarcati nei campi libici era stato visto in compagnia di componenti dell'organizzazione criminale del Paese. Inoltre, in brevi immagini acquisite dal suo telefonino, si vede mentre maneggia una grossa mazzetta di denaro. Ora si trova nel carcere di Taranto.
I 41 minorenni non accompagnati sbarcati sono stati trasferiti in strutture comunali tra Taranto e provincia, Mesagne, Foggia e Potenza, mentre gli altri saranno dislocati nei centri di accoglienza nazionali ed esteri, avendo dato disponibilità ad accogliere i richiedenti asilo Francia, Germania, Portogallo e Irlanda. Nel frattempo si non si fermano gli arrivi «fantasma» di algerini in Sardegna. Ieri mattina i carabinieri hanno rintracciato altri 42 giovani algerini vicino alla località balneare di Porto Pino, a Sant'Anna Arresi. I 42 si sommano al numero considerevole di algerini approdati in questi primi 17 giorni dell'anno sulle coste del Sulcis, «abbastanza vicine» all'Algeria. Giovedì notte invece due barchini con a bordo complessivamente 22 migranti erano stati intercettati dalla Guardia di finanza al largo di Capo Teulada. Poco prima 5 uomini erano stati fermati a Carloforte mentre altri 15 erano stati rintracciati a Sant'Antioco e altri 19 in località Giunco. Sono proprio gli algerini, secondo i dati riportati dal Viminale, a rappresentare la nazionalità più presente tra coloro che sono arrivati irregolarmente in Italia: 200 su 678 migranti approdati in Sardegna. Sono tutti arrivati lungo le coste meridionali dell'isola, in modo più o meno autonomo o fantasma, seguendo una rotta molto più corta rispetto quella libica o tunisina e quindi con rischi minori. Cosa che comunque appare piuttosto strana, considerando che in Algeria non c'è alcuna guerra da cui scappare ma semplicemente una fase politica difficile che dura però da oltre un anno, ovvero dalle proteste contro l'ex presidente Bouteflika. Intanto a Macomer, nel centro della Sardegna, promosso dal ministero dell'Interno, lunedì aprirà il Cpr, centro regionale per permanenza e rimpatrio dei migranti irregolari che potrà ospitare fino a 100 persone. Lunedì ne arriveranno una cinquantina. È stato già attivato il servizio di sicurezza, affidato al commissariato locale, assieme alla Questura di Nuoro. I carabinieri, invece, svolgeranno il servizio di sorveglianza, anche attraverso il battaglione di Cagliari. Mobilitato inoltre l'esercito, che vigilerà davanti alla struttura, mentre si attende il ritorno a Macomer della guardia di finanza, come prevedono gli accordi. A gestire la struttura è la Ors Italia srl, una società con sede in Svizzera, che ha vinto la gara europea bandita dalla prefettura di Nuoro. Mentre aumentano gli sbarchi fantasma di algerini, si registra una drastica riduzione di immigrati in arrivo dalla Tunisia. Infatti, sempre dall'inizio di quest'anno sono 31 i tunisini arrivati a Lampedusa dove dal 1 gennaio c'è stato un solo sbarco.
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Respinta l'opposizione della Procura contro l'ordinanza che lo scorso 2 luglio ha rimesso in libertà Carola Rackete: «La comandante non andava arrestata». In fondo aveva solo rischiato di uccidere dei finanzieri italiani...Nel frattempo i colleghi della «capitana» ne scaricano 119 a Taranto. Sbarchi ormai senza sosta. La Sea Watch approda in Puglia mentre in Sardegna continuano gli arrivi di barchini algerini.Lo speciale comprende due articoli. Prima ha forzato un blocco della guardia di finanza, poi ha speronato due motovedette, infine è approdata a Lampedusa carica di migranti. Carola Rackete, per la vulgata buonista, è da tempo un'eroina. Da ieri, secondo la giustizia italiana, è pure una capitana senza macchia. È l'intrepida che, a dispetto di leggi inumane e regole scriteriate, ha tratto in salvo 53 disperati. La corte di Cassazione ha difatti respinto il ricorso della Procura di Agrigento contro l'ordinanza che, lo scorso 2 luglio, aveva rimesso in libertà la comandante della Sea Watch 3, ormai celebre nave dell'omonima Ong tedesca. Insomma, la gip Alessandra Vella, che non aveva convalidato l'arresto della ragazza, era nel giusto. Non c'è stata nessuna resistenza e violenza a nave da guerra. I reati contestati inizialmente alla Rackete sono stati un abbaglio dei pm. Carola non andava fermata, ma forse ringraziata per la sua prodezza.La prima a rallegrarsene è l'indomita attivista. Il suo tweet non cela l'entusiasmo per la decisione degli ermellini: «Questo è un verdetto importante per tutti gli attivisti impegnati nel salvataggio in mare! Nessuno dovrebbe essere perseguito perché aiuta le persone in difficoltà. La direttiva Ue sui crimini di solidarietà necessita di essere riformata». Nell'attesa, la decisione di ieri è destinata a fare scuola. Le procure siciliane hanno aperto, negli ultimi tempi, molte inchieste sulle Ong. Che fine faranno adesso?Se la capitana tedesca esulta, il capitano leghista mastica però amarissimo: «È incredibile l'ingiustizia in Italia» assalta Matteo Salvini, l'ex ministro dell'Interno che bloccò la Sea Watch 3. «Si ritiene che una signorina tedesca, che ha rischiato di uccidere dei militari italiani, non debba essere processata. E invece» prosegue riferendosi al caso della nave Gregoretti «si vuole processare un ministro che ha difeso i confini del suo Paese. Lo facciano ma ci sarà bisogno di un tribunale molto grande, perché penso che la stragrande maggioranza del popolo italiano sarà con me». Carola e Matteo, del resto, non si sono mai amati. «Sbruffoncella», «viziata comunista», «speronatrice di navi militari» e «traghettatrice di immigrati». Il leader della Lega non si è risparmiato. Mentre lei, dopo la bravata marittima, faceva di tutto pur di guadagnarsi fama mediatica e aurea da intrepida. Certo, temeraria ma permalosetta. Difatti, dopo la revoca dei domiciliari, decide di querelare Salvini, chiedendo addirittura di oscurare i suoi account Facebook. Segue immancabile inchiesta per diffamazione sulle frasi del leghista, che replica: «Per me è una medaglia». La decisione della Cassazione, intanto, chiude ogni pendenza giudiziaria sul caso. Risale allo scorso giugno. La comandante, dopo l'approdo a Lampedusa, finisce in manette. Lei si difende: ha compiuto quei reati perché era in «uno stato di necessità». I pm di Agrigento sono però di diverso avviso: «Non risulta che i fatti siano stati compiuti in presenza di una causa di giustificazione o di non punibilità». Il procuratore, Luigi Patronaggio, spiega: «Le situazioni di emergenza a bordo erano state fronteggiate con forme di assistenza sanitaria ai migranti, con sbarco a terra dei casi di pericolo di danno grave alla persona». Insomma, era tutto sotto controllo. Le quaranta persone rimaste a bordo non correvano rischi. Il 3 luglio 2019 la gip di Agrigento revoca però l'arresto della capitana. Resistenza a pubblico ufficiale? Violenza a una nave da guerra? Macché. L'audace manovra di Carola viene giustificata «dall'adempimento di un dovere»: quello di salvare vite umane in mare. La giudice chiarisce che quell'operazione di soccorso non si esauriva «nella mera presa a bordo dei naufraghi, ma nella loro conduzione fino al più volte citato porto sicuro», identificato in quello di Lampedusa. E non è stata, aggiunge, una scelta strumentale bensì obbligatoria: attraccare in Libia o in Tunisia era rischioso. «Sono sollevata dalla decisione» commenta all'epoca la comandante della nave tedesca. «È una grande vittoria della solidarietà verso i migranti e rifugiati e contro la criminalizzazione di chi vuole aiutarli». Al contrario, Salvini ovviamente ribolle: «Quella di Agrigento è una sentenza politica. Purtroppo in Italia i delinquenti sono protetti dalla legge. Autorizziamo tutti a non rispettare le forze dell'ordine». Il leader della Lega quella volta viene spalleggiato dall'allora alleato, e ora arcinemico, Luigi Di Maio. Il capo politico dei 5 stelle si dice sorpreso dalla scarcerazione: «Ribadisco la mia vicinanza alla Guardia di finanza. Ad ogni modo, se confischiamo subito l'imbarcazione, la prossima volta non possono tornare in mare e provocare il nostro paese e le nostre leggi». Altri tempi. Fuori i crudeli gialloblù, adesso è il turno degli accoglienti giallorossi. Carola vive e lotta insieme a loro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-magistrati-concedono-alle-ong-il-diritto-di-speronare-motovedette-2644843928.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nel-frattempo-i-colleghi-della-capitana-ne-scaricano-119-a-taranto" data-post-id="2644843928" data-published-at="1776588100" data-use-pagination="False"> Nel frattempo i colleghi della «capitana» ne scaricano 119 a Taranto Cambiano le coste e la nazionalità ma continuano gli sbarchi di immigrati nei porti italiani. Stavolta, però, c'è anche un arresto. La polizia di Taranto, infatti, nelle operazioni di sbarco dei 119 migranti dalla Sea Watch 3, al molo San Cataldo, ha individuato e fermato lo scafista di 22 anni, che appartiene alle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani dalla Libia. Il giovane, gambiano, aveva condotto il gommone carico di migranti, tra cui 41 minori, partito dalle coste africane, e poi soccorso in 3 distinte operazione in acque maltesi. Gli investigatori con l'analisi delle foto e di alcuni video in possesso dell'equipaggio della nave, hanno visto che durante le fasi di salvataggio, il giovane dava ordini con modi autorevoli ai migranti che peraltro, durante l'avvicinamento della Sea Watch, presi dall'euforia, si erano mossi in modo tale da mettere in serio pericolo la stabilità del gommone, già insicuro per il suo eccessivo carico. Le forze dell'ordine hanno anche accertato che il gambiano, riconosciuto da alcuni migranti come lo scafista di un precedente viaggio, era parte attiva dell'organizzazione e che in più occasioni, durante la lunga permanenza degli stranieri sbarcati nei campi libici era stato visto in compagnia di componenti dell'organizzazione criminale del Paese. Inoltre, in brevi immagini acquisite dal suo telefonino, si vede mentre maneggia una grossa mazzetta di denaro. Ora si trova nel carcere di Taranto. I 41 minorenni non accompagnati sbarcati sono stati trasferiti in strutture comunali tra Taranto e provincia, Mesagne, Foggia e Potenza, mentre gli altri saranno dislocati nei centri di accoglienza nazionali ed esteri, avendo dato disponibilità ad accogliere i richiedenti asilo Francia, Germania, Portogallo e Irlanda. Nel frattempo si non si fermano gli arrivi «fantasma» di algerini in Sardegna. Ieri mattina i carabinieri hanno rintracciato altri 42 giovani algerini vicino alla località balneare di Porto Pino, a Sant'Anna Arresi. I 42 si sommano al numero considerevole di algerini approdati in questi primi 17 giorni dell'anno sulle coste del Sulcis, «abbastanza vicine» all'Algeria. Giovedì notte invece due barchini con a bordo complessivamente 22 migranti erano stati intercettati dalla Guardia di finanza al largo di Capo Teulada. Poco prima 5 uomini erano stati fermati a Carloforte mentre altri 15 erano stati rintracciati a Sant'Antioco e altri 19 in località Giunco. Sono proprio gli algerini, secondo i dati riportati dal Viminale, a rappresentare la nazionalità più presente tra coloro che sono arrivati irregolarmente in Italia: 200 su 678 migranti approdati in Sardegna. Sono tutti arrivati lungo le coste meridionali dell'isola, in modo più o meno autonomo o fantasma, seguendo una rotta molto più corta rispetto quella libica o tunisina e quindi con rischi minori. Cosa che comunque appare piuttosto strana, considerando che in Algeria non c'è alcuna guerra da cui scappare ma semplicemente una fase politica difficile che dura però da oltre un anno, ovvero dalle proteste contro l'ex presidente Bouteflika. Intanto a Macomer, nel centro della Sardegna, promosso dal ministero dell'Interno, lunedì aprirà il Cpr, centro regionale per permanenza e rimpatrio dei migranti irregolari che potrà ospitare fino a 100 persone. Lunedì ne arriveranno una cinquantina. È stato già attivato il servizio di sicurezza, affidato al commissariato locale, assieme alla Questura di Nuoro. I carabinieri, invece, svolgeranno il servizio di sorveglianza, anche attraverso il battaglione di Cagliari. Mobilitato inoltre l'esercito, che vigilerà davanti alla struttura, mentre si attende il ritorno a Macomer della guardia di finanza, come prevedono gli accordi. A gestire la struttura è la Ors Italia srl, una società con sede in Svizzera, che ha vinto la gara europea bandita dalla prefettura di Nuoro. Mentre aumentano gli sbarchi fantasma di algerini, si registra una drastica riduzione di immigrati in arrivo dalla Tunisia. Infatti, sempre dall'inizio di quest'anno sono 31 i tunisini arrivati a Lampedusa dove dal 1 gennaio c'è stato un solo sbarco.
Copiamo, ma solo un po’, dalla cucina cinese che nella nostra città è praticata al massimo livello da dei ragazzi che hanno fatto anni e anni di esperienza nella “città proibita”. Così rubacchiando qualche segreto abbiamo messo a punto una ricettina italo-cinese niente male. Si fa presto a farla, è molto appetitosa, di sicura riuscita ed è proprio di stagione.
Ingredienti – Una confezione di pasta fillo, una decina di asparagi, due cipollotti di Tropea freschi, due carote, 150 gr di provolone dolce o scamorza bianca, 6 cucchiai di olio di semi (girasole alto oleico spremuto a freddo) o di riso, un cucchiaino di peperoncino in polvere, 4 cucchiaini di paprika dolce, un cucchiaio di semini di sesamo, zenzero fresco o sott’aceto 20 gr, sale e salsa di soia qb.
Procedimento – Fate a fettine i cipollotti, tenendo da parte le foglie verdi, a tocchetti fini le carote, a rondelle piccole gli asparagi. Nella wok fate scaldare 3 cucchiai di olio di semi, aggiungete le verdure e fatele andare a fuoco allegro aggiungendo, se serve, un po’ d’acqua. Aggiustate di peperoncino, paprika e zenzero tritate so sottaceto o grattugiato fresco, continuate a stufare le verdure e quando sono quasi cotte aggiungete abbondante salsa di soia, un pizzico di sale, fate tirare e spegnete il fuoco. Fate a tocchetti piccoli il formaggio. Ora prendete un canovaccio pulito e inumiditelo. Prendendo un foglio di carta fillo alla volta piegatelo in due stendetelo sul canovaccio e poi spennellate con un po’ d’acqua tutto il perimetro del rettangolo che avete ottenuto. Sistemate a circa due centimetri dal bordo inferiore e corto del rettangolo di carta fillo una cucchiaiata di verdure poi un po’ di formaggio e arrotolate facendo compiere solo un giro. Ora rincalzate a destra e a sinistra i bordi della pasta fillo ripiegandoli verso l’interno in modo da serrare il fagottino e arrotolate tutto l’involtino. Ripetete l’operazione per tutti i fogli di pasta fillo. Prendete una capace padella, ungetela con l’olio di semi rimasto e adagiate sul fondo gli involtini. Fate prendere colore da una parte e dall’altra e vedrete che diventeranno croccanti. A fuoco spento fate cadere abbondanti semi di sesamo e poi servendo aggiungete la parte verde dei cipollotti tritata finemente come si fa con il prezzemolo. Servite accompagnando con altra salsa di soia a parte. State attenti al sale perché la salsa di soia è sufficientemente sapida.
Come far divertire i bambini – Insegnate loro a chiudere gli involtini
Abbinamento – Abbiamo pensato a un vino “orientale” nel senso che ha avuto fin dal Medioevo rapporti con l’Oriente: la Vernaccia di San Gimignano DOCG. Va bene qualsiasi altro bianco purché ben minerale o semi-aromatico.
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Papa Leone XIV (Ansa)
«Si è diffusa una certa narrazione, non del tutto accurata, a causa della situazione politica creatasi quando, il primo giorno del viaggio, il presidente degli Stati Uniti ha rilasciato alcune dichiarazioni su di me», ha spiegato il Santo Padre. Con rammarico, Leone XIV ha osservato come gran parte del dibattito mediatico si sia concentrato su sterili polemiche: «Ciò che è stato scritto da allora non è altro che un commento su commento, nel tentativo di interpretare quanto è stato detto». Il Papa ha citato come esempio il suo discorso all’Incontro di preghiera per la pace del 16 aprile, chiarendo che esso «era stato preparato due settimane prima, ben prima che il presidente commentasse su di me e sul messaggio di pace che sto promuovendo. Eppure, è stato interpretato come se stessi cercando di dibattere nuovamente con il presidente, cosa che non è affatto nel mio interesse».
Queste precisazioni servono a riaffermare l’identità profonda della sua missione: Leone XIV non viaggia come un attore politico in cerca di scontro, ma come pastore e capo della Chiesa cattolica, giunto in Africa per incoraggiare e accompagnare i fedeli. In questo solco si inserisce la denuncia verso un mondo minacciato da logiche di potere; il Papa ha ribadito che il suo monito contro chi pensa di dominare i popoli non era un attacco personale a Trump, ma un richiamo universale rivolto a chiunque preferisca la violenza e il soggiogamento al servizio del bene comune.
Il legame tra missione spirituale e impegno civile è stato al centro dell’omelia pronunciata all’aeroporto di Yaoundé prima di lasciare il Camerun. Qui il Papa ha ricordato che «la fede non separa lo spirituale dal sociale, anzi dà al cristiano la forza di interagire con il mondo, per rispondere ai bisogni degli altri, specialmente dei più deboli». Per Leone XIV, la fede e la teologia non sono astrazioni lontane dalla realtà, ma dimensioni che devono informare la politica intesa come ricerca della giustizia e dell’ordine sociale. La Chiesa non mira a occupare spazi di potere, ma a formare le coscienze affinché i cristiani, specialmente i laici, possano agire nella sfera pubblica illuminati da criteri morali solidi e razionali.
Il Papa è atterrato in un’Angola dai forti contrasti: se da un lato la capitale Luanda mostra il volto moderno dei grattacieli e del lungomare, dall’altro le sue periferie sono segnate da strade sterrate e una povertà estrema, dove la popolazione vive di piccoli espedienti. In questo contesto, la Chiesa angolana opera come «terra di missione», occupandosi di istruzione e assistenza in quartieri dove spesso mancano infrastrutture e servizi.
Accolto dal presidente João Manuel Gonçalves Lourenço, Leone XIV ha poi rivolto alle autorità un discorso denso di speranza e avvertimenti. Ha elogiato la gioia del popolo angolano, definendola una virtù «politica»; ha denunciato con forza la «logica estrattivistica» che alimenta modelli di sviluppo escludenti e causa catastrofi sociali. Infine, ha rivolto un appello alla classe dirigente affinché non tema il dissenso e sappia trasformare i conflitti in percorsi di rinnovamento, mettendo il bene comune sopra gli interessi di parte.
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Matteo Salvini alla manifestazione dei Patrioti a Milano (Ansa)
A Milano, sotto la Madonnina, il leader della Lega, Matteo Salvini, ha provato a dare alla piazza dei Patrioti un respiro più largo della sola battaglia sull’immigrazione, incorniciando la manifestazione dentro una critica complessiva a Bruxelles, alle sue politiche economiche, energetiche e militari.
Dal palco di piazza Duomo, il ministro ai Trasporti ha attaccato la linea europea sulla crisi energetica, accusando l’Ue di voler affrontare l’emergenza con «un nuovo lockdown» e sostenendo che, per reagire davvero, bisogna prima di tutto sospendere le regole del Patto di stabilità e permettere di usare «i soldi degli italiani per aiutare gli italiani in difficoltà». Salvini ha richiamato anche le parole del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini («Bisogna cambiare chi governa questa Europa») per rafforzare l’idea di una rottura ormai necessaria con l’attuale classe dirigente europea. Da qui la proposta politica più netta: se gli Stati Uniti hanno sospeso fino al 16 maggio le sanzioni che bloccavano commercio e acquisto di petrolio russo, allora deve farlo anche Bruxelles. «Se lo fanno a Washington, lo devono fare anche a Bruxelles», ha detto, rilanciando la richiesta di tornare a prendere gas e petrolio da tutto il mondo, «Russia compresa», pur di non chiudere scuole, fabbriche e ospedali e non scaricare la crisi su famiglie e imprese.
Nello stesso passaggio Salvini ha confermato anche il suo no all’esercito europeo e ha attaccato Commissione europea e Fondo monetario internazionale, definiti una «accoppiata malefica». Piazza Duomo è gremita, ci sono almeno 10.000 persone. «Più di quante ci aspettavamo», dicono gli organizzatori. Ci sono anche storici leghisti come Roberto Calderoli, che compie 70 anni, Luca Zaia, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga.
Ma quel quadro economico e geopolitico serviva in realtà a introdurre il cuore ideologico della manifestazione: la convinzione, ripetuta in forme diverse da quasi tutti gli ospiti, che l’Europa stia vivendo una crisi di civiltà e che il punto da cui ripartire sia la difesa della propria identità storica e cristiana contro l’immigrazione di massa, contro l’islam politico e contro il progressismo culturale che avrebbe disarmato il continente. La piazza dei Patrioti ha tenuto insieme tutto questo, trasformando l’area davanti al Duomo in una vetrina europea della destra sovranista e identitaria, dove ogni intervento ha aggiunto un tassello a una stessa narrazione.
Il ministro Giuseppe Valditara ha dato a questo impianto la forma più istituzionale. Ha parlato dell’«orgoglio di una patria», della sua difesa come «sacro dovere» e di un «sano patriottismo» distinto dal nazionalismo aggressivo. Poi ha legato il tema dell’integrazione al rispetto delle leggi e delle regole, fino all’attacco contro schwa, asterischi e generi neutri, giudicati un’offesa alla dignità di uomini e donne. Il giornalista Mario Giordano ha usato, invece, il registro più duro e polemico. Ha contestato la retorica dell’immigrazione come risorsa, l’ha definita un vantaggio per trafficanti, mafie e per il «business della solidarietà», e ha parlato dell’Europa cristiana come di una civiltà che non può accettare la sostituzione delle sue chiese e dei suoi simboli con moschee e sharia. Geert Wilders ha costruito tutto il suo intervento nel nome di Oriana Fallaci, presentata come la voce che aveva capito tutto con decenni di anticipo. Ha parlato di città europee ormai divise in «città nella città» governate dal Corano, ha evocato la jihad come minaccia e ha chiuso con il doppio richiamo alla Fallaci e a Giovanni Paolo II, trasformando la sua presenza in un manifesto di resistenza identitaria. Tom Van Grieken ha parlato di un’Europa che si sta spegnendo e ha citato Milano come città dove una giovane donna ha paura a tornare a casa da sola. Andrej Babiš ha insistito su confini e sovranità, Jordan Bardella ha richiamato le radici comuni di Francia e Italia annunciando che, alle prossime presidenziali, Emmanuel Macron sarà spazzato via dal Rassemblment National; Martin Helme ha denunciato l’Europa delle interferenze contro i governi sovranisti, mentre Afroditi Latinopoulou ha liquidato la sinistra come «un cancro».
A tirare le somme è stato ancora Salvini, che ha parlato dei Patrioti come di «una famiglia», ha ricordato Umberto Bossi e salutato Viktor Orbán. Ma il punto finale non era l’Europa astratta: era Milano, vera protagonista implicito della giornata, raccontata dalla destra come città insicura, snaturata e ostaggio del degrado. I segnali si erano visti già nel corteo partito da Porta Venezia, tra slogan come «Europa cristiana, mai musulmana», attacchi a Von der Leyen e il passaggio davanti a Palazzo Marino, quando Alessandro Corbetta aveva lanciato dal megafono il suo «un bel saluto a Beppe Sala». Da lì in poi, lo scontro con l’amministrazione milanese è entrato nel cuore del comizio. Salvini ha attaccato «certa sinistra che ha l’aggettivo democratico nel nome», ha salutato polemicamente «il sindaco Sala e i centri sociali» e nel finale dal palco è stato scandito il coro «Sala, Sala, vaffanculo». La chiusura è stata netta: «Da milanese, non mi basterà vincere le elezioni politiche». Il vero obiettivo, ha detto, è tornare a vincere le comunali e governare Palazzo Marino dopo 15 anni.
Vandalismi e bottigliate agli agenti. Triste show dei fan dei clandestini
Scene di ordinaria follia cadenzate da momenti in cui la tensione e la preoccupazione hanno raggiunto l’apice. Atti vandalici contro le forze dell’ordine, lancio di bottiglie, di fumogeni, scritte oltraggiose contro il vicepremier Matteo Salvini e contro la polizia. È questo il triste bilancio dello «scontro» tra i manifestanti di area antagonista e le forze dell’ordine, avvenuto nel corso del corteo contro il raduno dei Patrioti europei in corso in piazza Duomo.
Tre contro-manifestazioni hanno preso il via ieri per «bloccare» l’iniziativa della Lega in piazza Duomo partendo da tre luoghi diversi per poi confluire in un unico punto. Ma sin dai primi istanti si è registrata un’escalation della tensione. In particolare, all’angolo tra via Mascagni e via Visconti di Modrone, i manifestanti, oltre 500, hanno proseguito dritto verso il centro, in largo Toscanini, blindato con i mezzi alari. A un certo punto, gli antagonisti in testa, incappucciati e coperti da un lungo striscione protettivo con scritto «Ieri partigiani oggi antifascisti», hanno lanciato fumogeni e bottiglie di vetro contro le forze dell’ordine, inneggiando cori contro la polizia. Gli agenti sono riusciti a bloccare oltre 100 manifestanti soltanto con gli idranti. Loro, intanto, proseguivano urlando «Servi dello Stato» e «Fuori i fascisti da Milano».
Ma le tensioni non sono finite. Infatti, dietro uno striscione rinforzato, un gruppo formato da militanti dei centri sociali Lambretta e Zam ha cercato in ogni modo di avvicinarsi allo sbarramento che si trovava in via Borgogna ,all’altezza di piazza San Babila. I manifestanti hanno iniziato a lanciare petardi e fumogeni in direzione delle barriere mobili e dei mezzi blindati. Diversi i cori di insulti alle forze dell’ordine intonati durante i cortei. Il momento di tensione è durato qualche minuto prima che il serpentone ripartisse su via Visconti di Modrone. Dopo il collegamento avvenuto davanti al tribunale di Milano, i manifestanti hanno raggiunto la biblioteca Sormani. Subito dopo hanno fatto una sosta e alcuni attivisti hanno lanciato messaggi di dissenso con il megafono. E sui muri dei palazzi che si affacciano sulle vie attraversate dal corteo, sono apparse alcune scritte ingiuriose nei confronti del ministro Salvini e anche contro la polizia, frasi del tipo «Salvini appeso» e «celerini lapidati».
Tutto è iniziato nelle prime ore del pomeriggio di ieri quando i manifestanti si sono dati appuntamento in tre punti diversi della città. All’altezza del palazzo di giustizia, gli antagonisti si sono uniti con i collettivi studenteschi e con i gruppi pro Pal, partiti da luoghi diversi. Il primo, in arrivo da piazza Cinque giornate, si è mosso intorno alle 14 da piazza Lima, formato da centinaia di esponenti dei centri sociali, collettivi studenteschi, Avs e Rifondazione comunista, oltre allo spezzone pro Pal che si era ritrovato in piazza Argentina. I manifestanti, in totale, sono stati circa 10.000. Il secondo corteo, in cui sfilava l’ala antagonista, era partito invece da piazza Tricolore poco prima delle 15. Dopo aver percorso via Mascagni, i manifestanti hanno proseguito su via Borgogna, bloccata dai mezzi alari del reparto mobile di Milano. Ed è stato in quel momento che sono esplose le tensioni con le forze dell’ordine con lanci di fumogeni e bottiglie. La polizia aveva predisposto un cordone con le camionette per evitare che potessero proseguire su corso Venezia e avvicinarsi a piazza Duomo. Il gruppo avrebbe poi dovuto raggiungere viale Majno, ma alcuni manifestanti hanno dato vita a un «contro cordone» all’inizio di corso Venezia. A quel punto, qualcuno ha esploso dei fuochi d’artificio, altri hanno iniziato a scrivere sull’asfalto con bombolette di spray rosso con frasi come «Milano antifascista». Poi tutto è ripreso senza disordini e il corteo ha raggiunto corso di Porta Vittoria, dove si è unito all’altro gruppo di manifestanti. Verso le 18.30, in piazza Medaglie d’Oro è giunto anche lo spezzone pro Pal. I tre cortei si sono ricomposti in un blocco unico. Davanti a Palazzo di giustizia, i manifestanti hanno scritto «Salvini ti vogliamo qui» e «Solo sì è sì», con riferimento al Ddl Bongiorno. Gli attivisti, prima di lasciare la piazza, hanno fatto sentire la loro voce: «Abbiamo bloccato la città, siamo tutti antifascisti», hanno detto al megafono.
Alla fine, hanno lanciato anche l’appuntamento con il corteo per il 25 aprile: «Ci vediamo tutti in piazza perché Milano, oggi più che mai, ha bisogno di partigiani e partigiane».
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