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2020-01-18
Il magistrati concedono alle Ong il diritto di speronare motovedette
Ansa
Prima ha forzato un blocco della guardia di finanza, poi ha speronato due motovedette, infine è approdata a Lampedusa carica di migranti. Carola Rackete, per la vulgata buonista, è da tempo un'eroina. Da ieri, secondo la giustizia italiana, è pure una capitana senza macchia. È l'intrepida che, a dispetto di leggi inumane e regole scriteriate, ha tratto in salvo 53 disperati. La corte di Cassazione ha difatti respinto il ricorso della Procura di Agrigento contro l'ordinanza che, lo scorso 2 luglio, aveva rimesso in libertà la comandante della Sea Watch 3, ormai celebre nave dell'omonima Ong tedesca.
Insomma, la gip Alessandra Vella, che non aveva convalidato l'arresto della ragazza, era nel giusto. Non c'è stata nessuna resistenza e violenza a nave da guerra. I reati contestati inizialmente alla Rackete sono stati un abbaglio dei pm. Carola non andava fermata, ma forse ringraziata per la sua prodezza.La prima a rallegrarsene è l'indomita attivista.
Il suo tweet non cela l'entusiasmo per la decisione degli ermellini: «Questo è un verdetto importante per tutti gli attivisti impegnati nel salvataggio in mare! Nessuno dovrebbe essere perseguito perché aiuta le persone in difficoltà. La direttiva Ue sui crimini di solidarietà necessita di essere riformata». Nell'attesa, la decisione di ieri è destinata a fare scuola. Le procure siciliane hanno aperto, negli ultimi tempi, molte inchieste sulle Ong. Che fine faranno adesso?
Se la capitana tedesca esulta, il capitano leghista mastica però amarissimo: «È incredibile l'ingiustizia in Italia» assalta Matteo Salvini, l'ex ministro dell'Interno che bloccò la Sea Watch 3. «Si ritiene che una signorina tedesca, che ha rischiato di uccidere dei militari italiani, non debba essere processata. E invece» prosegue riferendosi al caso della nave Gregoretti «si vuole processare un ministro che ha difeso i confini del suo Paese. Lo facciano ma ci sarà bisogno di un tribunale molto grande, perché penso che la stragrande maggioranza del popolo italiano sarà con me».
Carola e Matteo, del resto, non si sono mai amati. «Sbruffoncella», «viziata comunista», «speronatrice di navi militari» e «traghettatrice di immigrati». Il leader della Lega non si è risparmiato. Mentre lei, dopo la bravata marittima, faceva di tutto pur di guadagnarsi fama mediatica e aurea da intrepida. Certo, temeraria ma permalosetta. Difatti, dopo la revoca dei domiciliari, decide di querelare Salvini, chiedendo addirittura di oscurare i suoi account Facebook. Segue immancabile inchiesta per diffamazione sulle frasi del leghista, che replica: «Per me è una medaglia». La decisione della Cassazione, intanto, chiude ogni pendenza giudiziaria sul caso. Risale allo scorso giugno.
La comandante, dopo l'approdo a Lampedusa, finisce in manette. Lei si difende: ha compiuto quei reati perché era in «uno stato di necessità». I pm di Agrigento sono però di diverso avviso: «Non risulta che i fatti siano stati compiuti in presenza di una causa di giustificazione o di non punibilità». Il procuratore, Luigi Patronaggio, spiega: «Le situazioni di emergenza a bordo erano state fronteggiate con forme di assistenza sanitaria ai migranti, con sbarco a terra dei casi di pericolo di danno grave alla persona». Insomma, era tutto sotto controllo. Le quaranta persone rimaste a bordo non correvano rischi.
Il 3 luglio 2019 la gip di Agrigento revoca però l'arresto della capitana. Resistenza a pubblico ufficiale? Violenza a una nave da guerra? Macché. L'audace manovra di Carola viene giustificata «dall'adempimento di un dovere»: quello di salvare vite umane in mare. La giudice chiarisce che quell'operazione di soccorso non si esauriva «nella mera presa a bordo dei naufraghi, ma nella loro conduzione fino al più volte citato porto sicuro», identificato in quello di Lampedusa. E non è stata, aggiunge, una scelta strumentale bensì obbligatoria: attraccare in Libia o in Tunisia era rischioso. «Sono sollevata dalla decisione» commenta all'epoca la comandante della nave tedesca. «È una grande vittoria della solidarietà verso i migranti e rifugiati e contro la criminalizzazione di chi vuole aiutarli». Al contrario, Salvini ovviamente ribolle: «Quella di Agrigento è una sentenza politica. Purtroppo in Italia i delinquenti sono protetti dalla legge. Autorizziamo tutti a non rispettare le forze dell'ordine». Il leader della Lega quella volta viene spalleggiato dall'allora alleato, e ora arcinemico, Luigi Di Maio. Il capo politico dei 5 stelle si dice sorpreso dalla scarcerazione: «Ribadisco la mia vicinanza alla Guardia di finanza. Ad ogni modo, se confischiamo subito l'imbarcazione, la prossima volta non possono tornare in mare e provocare il nostro paese e le nostre leggi».
Altri tempi. Fuori i crudeli gialloblù, adesso è il turno degli accoglienti giallorossi. Carola vive e lotta insieme a loro.
Nel frattempo i colleghi della «capitana» ne scaricano 119 a Taranto
Cambiano le coste e la nazionalità ma continuano gli sbarchi di immigrati nei porti italiani. Stavolta, però, c'è anche un arresto. La polizia di Taranto, infatti, nelle operazioni di sbarco dei 119 migranti dalla Sea Watch 3, al molo San Cataldo, ha individuato e fermato lo scafista di 22 anni, che appartiene alle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani dalla Libia. Il giovane, gambiano, aveva condotto il gommone carico di migranti, tra cui 41 minori, partito dalle coste africane, e poi soccorso in 3 distinte operazione in acque maltesi. Gli investigatori con l'analisi delle foto e di alcuni video in possesso dell'equipaggio della nave, hanno visto che durante le fasi di salvataggio, il giovane dava ordini con modi autorevoli ai migranti che peraltro, durante l'avvicinamento della Sea Watch, presi dall'euforia, si erano mossi in modo tale da mettere in serio pericolo la stabilità del gommone, già insicuro per il suo eccessivo carico.
Le forze dell'ordine hanno anche accertato che il gambiano, riconosciuto da alcuni migranti come lo scafista di un precedente viaggio, era parte attiva dell'organizzazione e che in più occasioni, durante la lunga permanenza degli stranieri sbarcati nei campi libici era stato visto in compagnia di componenti dell'organizzazione criminale del Paese. Inoltre, in brevi immagini acquisite dal suo telefonino, si vede mentre maneggia una grossa mazzetta di denaro. Ora si trova nel carcere di Taranto.
I 41 minorenni non accompagnati sbarcati sono stati trasferiti in strutture comunali tra Taranto e provincia, Mesagne, Foggia e Potenza, mentre gli altri saranno dislocati nei centri di accoglienza nazionali ed esteri, avendo dato disponibilità ad accogliere i richiedenti asilo Francia, Germania, Portogallo e Irlanda. Nel frattempo si non si fermano gli arrivi «fantasma» di algerini in Sardegna. Ieri mattina i carabinieri hanno rintracciato altri 42 giovani algerini vicino alla località balneare di Porto Pino, a Sant'Anna Arresi. I 42 si sommano al numero considerevole di algerini approdati in questi primi 17 giorni dell'anno sulle coste del Sulcis, «abbastanza vicine» all'Algeria. Giovedì notte invece due barchini con a bordo complessivamente 22 migranti erano stati intercettati dalla Guardia di finanza al largo di Capo Teulada. Poco prima 5 uomini erano stati fermati a Carloforte mentre altri 15 erano stati rintracciati a Sant'Antioco e altri 19 in località Giunco. Sono proprio gli algerini, secondo i dati riportati dal Viminale, a rappresentare la nazionalità più presente tra coloro che sono arrivati irregolarmente in Italia: 200 su 678 migranti approdati in Sardegna. Sono tutti arrivati lungo le coste meridionali dell'isola, in modo più o meno autonomo o fantasma, seguendo una rotta molto più corta rispetto quella libica o tunisina e quindi con rischi minori. Cosa che comunque appare piuttosto strana, considerando che in Algeria non c'è alcuna guerra da cui scappare ma semplicemente una fase politica difficile che dura però da oltre un anno, ovvero dalle proteste contro l'ex presidente Bouteflika. Intanto a Macomer, nel centro della Sardegna, promosso dal ministero dell'Interno, lunedì aprirà il Cpr, centro regionale per permanenza e rimpatrio dei migranti irregolari che potrà ospitare fino a 100 persone. Lunedì ne arriveranno una cinquantina. È stato già attivato il servizio di sicurezza, affidato al commissariato locale, assieme alla Questura di Nuoro. I carabinieri, invece, svolgeranno il servizio di sorveglianza, anche attraverso il battaglione di Cagliari. Mobilitato inoltre l'esercito, che vigilerà davanti alla struttura, mentre si attende il ritorno a Macomer della guardia di finanza, come prevedono gli accordi. A gestire la struttura è la Ors Italia srl, una società con sede in Svizzera, che ha vinto la gara europea bandita dalla prefettura di Nuoro. Mentre aumentano gli sbarchi fantasma di algerini, si registra una drastica riduzione di immigrati in arrivo dalla Tunisia. Infatti, sempre dall'inizio di quest'anno sono 31 i tunisini arrivati a Lampedusa dove dal 1 gennaio c'è stato un solo sbarco.
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Respinta l'opposizione della Procura contro l'ordinanza che lo scorso 2 luglio ha rimesso in libertà Carola Rackete: «La comandante non andava arrestata». In fondo aveva solo rischiato di uccidere dei finanzieri italiani...Nel frattempo i colleghi della «capitana» ne scaricano 119 a Taranto. Sbarchi ormai senza sosta. La Sea Watch approda in Puglia mentre in Sardegna continuano gli arrivi di barchini algerini.Lo speciale comprende due articoli. Prima ha forzato un blocco della guardia di finanza, poi ha speronato due motovedette, infine è approdata a Lampedusa carica di migranti. Carola Rackete, per la vulgata buonista, è da tempo un'eroina. Da ieri, secondo la giustizia italiana, è pure una capitana senza macchia. È l'intrepida che, a dispetto di leggi inumane e regole scriteriate, ha tratto in salvo 53 disperati. La corte di Cassazione ha difatti respinto il ricorso della Procura di Agrigento contro l'ordinanza che, lo scorso 2 luglio, aveva rimesso in libertà la comandante della Sea Watch 3, ormai celebre nave dell'omonima Ong tedesca. Insomma, la gip Alessandra Vella, che non aveva convalidato l'arresto della ragazza, era nel giusto. Non c'è stata nessuna resistenza e violenza a nave da guerra. I reati contestati inizialmente alla Rackete sono stati un abbaglio dei pm. Carola non andava fermata, ma forse ringraziata per la sua prodezza.La prima a rallegrarsene è l'indomita attivista. Il suo tweet non cela l'entusiasmo per la decisione degli ermellini: «Questo è un verdetto importante per tutti gli attivisti impegnati nel salvataggio in mare! Nessuno dovrebbe essere perseguito perché aiuta le persone in difficoltà. La direttiva Ue sui crimini di solidarietà necessita di essere riformata». Nell'attesa, la decisione di ieri è destinata a fare scuola. Le procure siciliane hanno aperto, negli ultimi tempi, molte inchieste sulle Ong. Che fine faranno adesso?Se la capitana tedesca esulta, il capitano leghista mastica però amarissimo: «È incredibile l'ingiustizia in Italia» assalta Matteo Salvini, l'ex ministro dell'Interno che bloccò la Sea Watch 3. «Si ritiene che una signorina tedesca, che ha rischiato di uccidere dei militari italiani, non debba essere processata. E invece» prosegue riferendosi al caso della nave Gregoretti «si vuole processare un ministro che ha difeso i confini del suo Paese. Lo facciano ma ci sarà bisogno di un tribunale molto grande, perché penso che la stragrande maggioranza del popolo italiano sarà con me». Carola e Matteo, del resto, non si sono mai amati. «Sbruffoncella», «viziata comunista», «speronatrice di navi militari» e «traghettatrice di immigrati». Il leader della Lega non si è risparmiato. Mentre lei, dopo la bravata marittima, faceva di tutto pur di guadagnarsi fama mediatica e aurea da intrepida. Certo, temeraria ma permalosetta. Difatti, dopo la revoca dei domiciliari, decide di querelare Salvini, chiedendo addirittura di oscurare i suoi account Facebook. Segue immancabile inchiesta per diffamazione sulle frasi del leghista, che replica: «Per me è una medaglia». La decisione della Cassazione, intanto, chiude ogni pendenza giudiziaria sul caso. Risale allo scorso giugno. La comandante, dopo l'approdo a Lampedusa, finisce in manette. Lei si difende: ha compiuto quei reati perché era in «uno stato di necessità». I pm di Agrigento sono però di diverso avviso: «Non risulta che i fatti siano stati compiuti in presenza di una causa di giustificazione o di non punibilità». Il procuratore, Luigi Patronaggio, spiega: «Le situazioni di emergenza a bordo erano state fronteggiate con forme di assistenza sanitaria ai migranti, con sbarco a terra dei casi di pericolo di danno grave alla persona». Insomma, era tutto sotto controllo. Le quaranta persone rimaste a bordo non correvano rischi. Il 3 luglio 2019 la gip di Agrigento revoca però l'arresto della capitana. Resistenza a pubblico ufficiale? Violenza a una nave da guerra? Macché. L'audace manovra di Carola viene giustificata «dall'adempimento di un dovere»: quello di salvare vite umane in mare. La giudice chiarisce che quell'operazione di soccorso non si esauriva «nella mera presa a bordo dei naufraghi, ma nella loro conduzione fino al più volte citato porto sicuro», identificato in quello di Lampedusa. E non è stata, aggiunge, una scelta strumentale bensì obbligatoria: attraccare in Libia o in Tunisia era rischioso. «Sono sollevata dalla decisione» commenta all'epoca la comandante della nave tedesca. «È una grande vittoria della solidarietà verso i migranti e rifugiati e contro la criminalizzazione di chi vuole aiutarli». Al contrario, Salvini ovviamente ribolle: «Quella di Agrigento è una sentenza politica. Purtroppo in Italia i delinquenti sono protetti dalla legge. Autorizziamo tutti a non rispettare le forze dell'ordine». Il leader della Lega quella volta viene spalleggiato dall'allora alleato, e ora arcinemico, Luigi Di Maio. Il capo politico dei 5 stelle si dice sorpreso dalla scarcerazione: «Ribadisco la mia vicinanza alla Guardia di finanza. Ad ogni modo, se confischiamo subito l'imbarcazione, la prossima volta non possono tornare in mare e provocare il nostro paese e le nostre leggi». Altri tempi. Fuori i crudeli gialloblù, adesso è il turno degli accoglienti giallorossi. Carola vive e lotta insieme a loro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-magistrati-concedono-alle-ong-il-diritto-di-speronare-motovedette-2644843928.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nel-frattempo-i-colleghi-della-capitana-ne-scaricano-119-a-taranto" data-post-id="2644843928" data-published-at="1781240548" data-use-pagination="False"> Nel frattempo i colleghi della «capitana» ne scaricano 119 a Taranto Cambiano le coste e la nazionalità ma continuano gli sbarchi di immigrati nei porti italiani. Stavolta, però, c'è anche un arresto. La polizia di Taranto, infatti, nelle operazioni di sbarco dei 119 migranti dalla Sea Watch 3, al molo San Cataldo, ha individuato e fermato lo scafista di 22 anni, che appartiene alle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani dalla Libia. Il giovane, gambiano, aveva condotto il gommone carico di migranti, tra cui 41 minori, partito dalle coste africane, e poi soccorso in 3 distinte operazione in acque maltesi. Gli investigatori con l'analisi delle foto e di alcuni video in possesso dell'equipaggio della nave, hanno visto che durante le fasi di salvataggio, il giovane dava ordini con modi autorevoli ai migranti che peraltro, durante l'avvicinamento della Sea Watch, presi dall'euforia, si erano mossi in modo tale da mettere in serio pericolo la stabilità del gommone, già insicuro per il suo eccessivo carico. Le forze dell'ordine hanno anche accertato che il gambiano, riconosciuto da alcuni migranti come lo scafista di un precedente viaggio, era parte attiva dell'organizzazione e che in più occasioni, durante la lunga permanenza degli stranieri sbarcati nei campi libici era stato visto in compagnia di componenti dell'organizzazione criminale del Paese. Inoltre, in brevi immagini acquisite dal suo telefonino, si vede mentre maneggia una grossa mazzetta di denaro. Ora si trova nel carcere di Taranto. I 41 minorenni non accompagnati sbarcati sono stati trasferiti in strutture comunali tra Taranto e provincia, Mesagne, Foggia e Potenza, mentre gli altri saranno dislocati nei centri di accoglienza nazionali ed esteri, avendo dato disponibilità ad accogliere i richiedenti asilo Francia, Germania, Portogallo e Irlanda. Nel frattempo si non si fermano gli arrivi «fantasma» di algerini in Sardegna. Ieri mattina i carabinieri hanno rintracciato altri 42 giovani algerini vicino alla località balneare di Porto Pino, a Sant'Anna Arresi. I 42 si sommano al numero considerevole di algerini approdati in questi primi 17 giorni dell'anno sulle coste del Sulcis, «abbastanza vicine» all'Algeria. Giovedì notte invece due barchini con a bordo complessivamente 22 migranti erano stati intercettati dalla Guardia di finanza al largo di Capo Teulada. Poco prima 5 uomini erano stati fermati a Carloforte mentre altri 15 erano stati rintracciati a Sant'Antioco e altri 19 in località Giunco. Sono proprio gli algerini, secondo i dati riportati dal Viminale, a rappresentare la nazionalità più presente tra coloro che sono arrivati irregolarmente in Italia: 200 su 678 migranti approdati in Sardegna. Sono tutti arrivati lungo le coste meridionali dell'isola, in modo più o meno autonomo o fantasma, seguendo una rotta molto più corta rispetto quella libica o tunisina e quindi con rischi minori. Cosa che comunque appare piuttosto strana, considerando che in Algeria non c'è alcuna guerra da cui scappare ma semplicemente una fase politica difficile che dura però da oltre un anno, ovvero dalle proteste contro l'ex presidente Bouteflika. Intanto a Macomer, nel centro della Sardegna, promosso dal ministero dell'Interno, lunedì aprirà il Cpr, centro regionale per permanenza e rimpatrio dei migranti irregolari che potrà ospitare fino a 100 persone. Lunedì ne arriveranno una cinquantina. È stato già attivato il servizio di sicurezza, affidato al commissariato locale, assieme alla Questura di Nuoro. I carabinieri, invece, svolgeranno il servizio di sorveglianza, anche attraverso il battaglione di Cagliari. Mobilitato inoltre l'esercito, che vigilerà davanti alla struttura, mentre si attende il ritorno a Macomer della guardia di finanza, come prevedono gli accordi. A gestire la struttura è la Ors Italia srl, una società con sede in Svizzera, che ha vinto la gara europea bandita dalla prefettura di Nuoro. Mentre aumentano gli sbarchi fantasma di algerini, si registra una drastica riduzione di immigrati in arrivo dalla Tunisia. Infatti, sempre dall'inizio di quest'anno sono 31 i tunisini arrivati a Lampedusa dove dal 1 gennaio c'è stato un solo sbarco.
Giorgia Meloni (Ansa)
«Per ben sei volte avere votato la fiducia contro questo governo, assieme a Elly Schlein, Giuseppe Conte, Matteo Renzi e compagnia». Un’accusa nel merito, come a sottolineare un tradimento. Tutto avviene in pochi minuti, durante le repliche alla discussione sulle comunicazioni in vista del Consiglio europeo della prossima settimana. La premier, che annovera fra le doti la schiettezza, non si trattiene. «Collega Pozzolo, mi dispiace francamente che abbia cambiato idea sul tema dell’interesse nazionale, perché quello che stiamo facendo noi a tutela dell’interesse nazionale è quello che c’è scritto nel nostro programma. Programma per realizzare il quale lei e altri siete stati eletti all’interno delle fila del centrodestra in questo Parlamento».
Il riferimento al giro di valzer dei parlamentari usciti dalla maggioranza per passare con Futuro nazionale è puramente voluto. La piccola diaspora è stata vissuta con dispiacere, quello che Vannacci definisce orgogliosamente «la mia sporca dozzina», per gli alleati è un gruppo inaffidabile. Ma Meloni non ha finito. «Votare contro la fiducia a un governo, per chi ci ascolta significa votare per mandare a casa quel governo (applausi forzati da sinistra, ndr). Esatto, bene. Io penso, collega, che fare quello che serve alla sinistra non sia mai difendere l’interesse nazionale. Quindi, di grazia, non mi si parli di vera destra, perché la vera destra non è mai funzionale alla sinistra (applausi scroscianti dal centrodestra, ndr)».
È improbabile che «Giorgia sia terrorizzata da Vannacci», come ha commentato Pozzolo nel corridoio dei Passi perduti. Quella che molti commentatori stanno già definendo (con malcelato giubilo) una linea rossa - la stessa che Vannacci cita spesso per delimitare il perimetro dei valori autenticamente di destra - in realtà è un ponte, un richiamo all’identità e a responsabilità politiche macro per non consegnare il Paese al campo (santo) largo. La premier sa che il nuovo partito vale il 4,8% a salire, sa che con il generale in casa Forza Italia starebbe sull’uscio, sa che Matteo Salvini (colui che ha inventato politicamente l’ex numero uno della Folgore) sta perdendo consensi in suo favore. Morale, Meloni aveva bisogno di marcare un distinguo a beneficio degli elettori per poi cominciare a trattare. Perché i sondaggi parlano chiaro: senza Vannacci il centrodestra è al 42%, la partita rischia il pareggio e fra un anno il Quirinale potrebbe dare le carte.
Lo showdown in Aula era prevedibile per rispondere a Vannacci e non lasciarlo «ballare da solo» troppo a lungo. I colpi più dolorosi all’alleanza sono stati tre. Il primo sull’identità: «Non sarò io a fa perdere la destra, ma è questa alleanza di centrodestra che si sta comportando come la sinistra. Questo è un governo molto slavato, ha sbagliato candeggio. Futuro nazionale è come un sestante. L’imbarcazione ha perso la rotta, noi vogliamo riportarla verso destra». Il secondo direttamente a Forza Italia: «Guardate come vota in Europa, guardate cosa dice sullo ius scholae. A Bruxelles sta già con il Pd». La terza caramella al veleno è per la Lega: «È sovranista a giorni alterni, io no».
Uscito vittorioso anche dalle trappole di Lilli Gruber, Vannacci è sulla cresta dell’onda. È pur vero che Futuro nazionale ha votato sei volte con la sinistra. Si è messo di traverso soprattutto sugli aiuti all’Ucraina (tema sul quale il Pd non ha ancora deciso cosa fare da grande) e sulla nuova legge elettorale. Riguardo allo «Stabilicum» il generale è stato parecchio aggressivo: «Si parla di ballottaggio, premio di maggioranza e correttivi tecnici tra Camera e Senato. Ma delle preferenze non c’è traccia. Il centrosinistra deve stare zitto perché questa legge elettorale Rosatellum senza preferenze è stata scritta proprio da loro. Noi siamo gli unici a volere ridare la sovranità al popolo italiano».
Da tempo Vannacci picconava le fondamenta del tempio, una risposta era nelle cose. La frase meloniana «Siete funzionali alla sinistra» ha due obiettivi: far sapere agli italiani che le divisioni possono portare a disastri e far sapere al generale (ferratissimo in storia degli antichi romani) che dopo la «pars destruens» deve arrivare la «pars construens». Più politica, più raffinata. Quella in cui i punti in comune - ancora granitici - possono diventare pietre angolari per un’alleanza decisiva. Per non concedere spazi di manovra alle quattro sinistre tenute insieme solo dall’appiccicosa acquolina delle poltrone. E neppure al presidente Sergio Mattarella, pronto ad architettare micidiali «larghe intese», democristiane e cupamente renziane. Con tutti i difetti, sparare alla schiena non è mai stato un valore di destra.
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Kaja Kallas (Ansa)
Da Catherine Ashton a Federica Mogherini, per finire a Josep Borrell, di loro restano solo le grandi chiacchiere. Non meglio è andata a Kaja Kallas, ex premier estone che da dicembre del 2024 ricopre il delicato incarico. Nonostante ogni giorno le redazioni siano inondate di sue dichiarazioni sull’universo, non risulta che l’Europa abbia migliorato le proprie relazioni diplomatiche. Anzi, semmai quelle con Israele, Stati Uniti e pure Russia sono, se possibile, perfino peggiorate. Figlia d’arte (il padre era un ufficiale del Pcus diventato poi, con la dissoluzione dell’Unione sovietica, commissario europeo), Kallas non perde occasione per mettere in guardia la Ue dal pericolo russo e dunque non pare la persona più adatta a tentare di negoziare con Mosca una tregua o un cessate il fuoco.
Di quanto sia inutile, se non controproducente, l’attività della Kallas però ora paiono essersene resi conto anche a Bruxelles, dove addirittura più d’uno starebbe valutando la possibilità di revocare i poteri dell’Alta rappresentante della Ue, per riaffidarli alla Commissione o ai Paesi membri.
Una marcia indietro che riconoscerebbe nei fatti che a fare la politica estera dell’Unione continuino a essere i premier dei singoli Paesi. A rivelare l’intenzione di smontare il baraccone ora affidato alla Kallas, dirottando altrove i fondi, è il Financial Times, che in un lungo articolo attribuisce l’intenzione di liquidare l’ex premier estone e il suo staff alla Germania e alla Francia. Del resto, il servizio diplomatico della Ue oltre a costare non fa altro. Prendete anche le riunioni di questi giorni, in cui un gruppo di volenterosi costituito da Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer, discute di come porre fine alla guerra scatenata dall’invasione russa dell’Ucraina. Non risulta che Kallas sia stata invitata. Anche a Tivat, in Montenegro, dove i vertici europei si sono incontrati per parlare dei Balcani, si segnala per la sua assenza.
Secondo il quotidiano finanziario inglese, la struttura affidata all’ex premier estone non funzionerebbe. E tra le ipotesi prese in esame in un documento predisposto dal governo francese e condiviso anche da altri Stati Ue ci sarebbe la riduzione dell’autonomia di Kallas e un alleggerimento del suo controllo sulla rete di oltre 140 delegazioni diplomatiche nel mondo. Già, perché non c’è angolo del globo dove l’Unione non abbia piantato la sua bandiera. Ma nonostante la penetrazione e soprattutto i costi (la spesa supera il miliardo l’anno), il ruolo della Ue è praticamente inesistente. «Le capitali sono irritate e vogliono uno strumento più efficace per agire sulla scena internazionale», ha confidato un funzionario al Financial Times, aggiungendo che «esiste un rischio concreto che il Seae, servizio europeo per l’azione esterna, sia smembrato. I Paesi dell’Unione lamenterebbero gli alti costi, ma soprattutto le sovrapposizioni con i ministeri esteri nazionali, con le sedi diplomatiche dei singoli Paesi e perfino con gli uffici della stessa presidenza Ue». Già, perché Kallas e Ursula von der Leyen si muovono quasi sempre in competizione. Insomma, l’attivismo dell’ex premier estone al servizio dell’Europa potrebbe avere vita breve. Ma forse potrebbe anche significare che a Bruxelles qualche cosa si muove, soprattutto sul fronte orientale. Aver lasciato la crisi dell’Ucraina nelle mani di un’acerrima nemica di Mosca finora non ha aiutato. Pensionare Kallas (anche se ha meno di cinquant’anni) o per lo meno ridimensionarla forse potrebbe facilitare i colloqui. Perché è evidente che prima o poi con la Russia si deve parlare e, quasi certamente, trattare. Lo ha fatto capire la stessa Giorgia Meloni ieri, aprendo uno spiraglio sulla fine delle sanzioni e su possibili rinunce ucraine. La sola a non aver ancora capito che la soluzione del conflitto passa dalla trattativa è Kallas, Alta rappresentante non si sa di quali affari esteri. Di sicuro non della nostra politica di sicurezza.
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Il deputato del Movimento 5 stelle Francesco Silvestri (Ansa)
«C’è chi fa politica con gli insulti e la volgarità. E chi risponde con la propria storia». Lo ha scritto su X il premier Giorgia Meloni in un post in cui ha allegato il video della sua replica al deputato Francesco Silvestri. Capogruppo M5s in commissione Esteri, Silvestri era intervenuto così durante le comunicazioni in vista del prossimo Consiglio europeo: «Dopo il referendum si è detto che la linea del governo era di raddrizzare la schiena, rialzarsi da una posizione supina che aveva avuto nei confronti di Netanyahu e di Trump, lei non ha rialzato la schiena, ha semplicemente indossato delle ginocchiere per stare più comoda. Noi abbiamo bisogno di un leader in una condizione sociale completamente diversa e spero che tra qualche mese arriverà». Nella replica, palesemente adirata, Meloni ha risposto così: «Quello che voi non riuscite ad accettare è che c’è una persona che senza mai indossare delle ginocchiere è arrivata dove è arrivata, senza aiuti, senza favoritismi e senza scorciatoie, vi dà fastidio che la prima donna presidente del Consiglio in Italia sia arrivata dalla destra perché voi non siete stati capaci a proporla. Non ho mai indossato ginocchiere». Non è la prima volta che al presidente del consiglio vengono rivolte frasi ed epiteti sessisti e di pessimo gusto, basti pensare al leader della Cgil Maurizio Landini che definì Meloni «la cortigiana di Trump». L’intervento di Silvestri ieri ha scatenato numerose polemiche, a partire da deputato di Fdi Paolo Trancassini che ha sollevato per primo la questione chiedendo di aprire una istruttoria: «Si sa cosa si intende quando si dice che una donna, di fronte a un uomo, si è messa le ginocchiere», ha dichiarato. Invece il capogruppo Galeazzo Bignami ha aggiunto: «Le parole pronunciate da Silvestri sulle ginocchiere rappresentano un livello di confronto politico inaccettabile e indegno delle istituzioni repubblicane» e chiede alla Camera l’applicazione di sanzioni e la sospensione del deputato M5s mentre Augusta Montaruli ha chiesto al presidente Giuseppe Conte di espellere Silvestri. Invece per il leader M5s «è stata una critica politica legata alla subalternità della premier, non c’è nulla su cui speculare». Deborah Bergamini, vicesegretaria di Forza Italia, ha detto: «È evidente che il cosiddetto campo largo è stra-diviso sulla politica estera ma anche sul fronte del rispetto delle donne, dal campo largo arrivano allusioni indegne di sottomissione che non possono essere tollerate in questa Aula».
Ma il grillino della prima ora si è difeso di nuovo accusando: «Ho visto che si è alzato un grande polverone per le mie parole nella discussione generale sul termine ginocchiera, che è stato associato evidentemente in mala fede a una questione sessista, che non è. Innanzitutto perché basta ascoltare i secondi precedenti e mi sembra più che evidente che fosse legata alla postura politica del governo e non a una questione sessista, anche perché faccio notare che la storia del nostro Paese è fatta sì di persone che si sono inginocchiate politicamente, ma soprattutto sono stati uomini. Trancassini ha chiesto di aprire un’istruttoria, io verrò con molto piacere a difendermi, non ho problemi. Conosco benissimo il gioco della speculazione politica. Ma come diceva Michelangelo, “la malizia è negli occhi di chi la guarda” e non posso farci davvero nulla».
Ma stavolta l’intervento sessista e volgare non è piaciuto nemmeno ai suoi «alleati» del Pd. Lia Quartapelle ha espresso la sua solidarietà con una nota: «Scurrile invitare la presidente del Consiglio a usare le ginocchiere. Ci sono molti modi, duri ed efficaci, per criticare Giorgia Meloni, le espressioni sessiste non sono tra questi. Solidarietà alla premier». La vicepresidente dem della Camera, Anna Ascani, ha aggiunto: «Approfitto di essere tornata a presiedere per scusarmi con l’Aula: se avessi colto nelle parole dell’onorevole Silvestri il senso che qui è stato poi descritto naturalmente sarei intervenuta. Mi scuso per quello che evidentemente è stato colto come una mia mancanza».
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