True
2020-01-18
Il magistrati concedono alle Ong il diritto di speronare motovedette
Ansa
Prima ha forzato un blocco della guardia di finanza, poi ha speronato due motovedette, infine è approdata a Lampedusa carica di migranti. Carola Rackete, per la vulgata buonista, è da tempo un'eroina. Da ieri, secondo la giustizia italiana, è pure una capitana senza macchia. È l'intrepida che, a dispetto di leggi inumane e regole scriteriate, ha tratto in salvo 53 disperati. La corte di Cassazione ha difatti respinto il ricorso della Procura di Agrigento contro l'ordinanza che, lo scorso 2 luglio, aveva rimesso in libertà la comandante della Sea Watch 3, ormai celebre nave dell'omonima Ong tedesca.
Insomma, la gip Alessandra Vella, che non aveva convalidato l'arresto della ragazza, era nel giusto. Non c'è stata nessuna resistenza e violenza a nave da guerra. I reati contestati inizialmente alla Rackete sono stati un abbaglio dei pm. Carola non andava fermata, ma forse ringraziata per la sua prodezza.La prima a rallegrarsene è l'indomita attivista.
Il suo tweet non cela l'entusiasmo per la decisione degli ermellini: «Questo è un verdetto importante per tutti gli attivisti impegnati nel salvataggio in mare! Nessuno dovrebbe essere perseguito perché aiuta le persone in difficoltà. La direttiva Ue sui crimini di solidarietà necessita di essere riformata». Nell'attesa, la decisione di ieri è destinata a fare scuola. Le procure siciliane hanno aperto, negli ultimi tempi, molte inchieste sulle Ong. Che fine faranno adesso?
Se la capitana tedesca esulta, il capitano leghista mastica però amarissimo: «È incredibile l'ingiustizia in Italia» assalta Matteo Salvini, l'ex ministro dell'Interno che bloccò la Sea Watch 3. «Si ritiene che una signorina tedesca, che ha rischiato di uccidere dei militari italiani, non debba essere processata. E invece» prosegue riferendosi al caso della nave Gregoretti «si vuole processare un ministro che ha difeso i confini del suo Paese. Lo facciano ma ci sarà bisogno di un tribunale molto grande, perché penso che la stragrande maggioranza del popolo italiano sarà con me».
Carola e Matteo, del resto, non si sono mai amati. «Sbruffoncella», «viziata comunista», «speronatrice di navi militari» e «traghettatrice di immigrati». Il leader della Lega non si è risparmiato. Mentre lei, dopo la bravata marittima, faceva di tutto pur di guadagnarsi fama mediatica e aurea da intrepida. Certo, temeraria ma permalosetta. Difatti, dopo la revoca dei domiciliari, decide di querelare Salvini, chiedendo addirittura di oscurare i suoi account Facebook. Segue immancabile inchiesta per diffamazione sulle frasi del leghista, che replica: «Per me è una medaglia». La decisione della Cassazione, intanto, chiude ogni pendenza giudiziaria sul caso. Risale allo scorso giugno.
La comandante, dopo l'approdo a Lampedusa, finisce in manette. Lei si difende: ha compiuto quei reati perché era in «uno stato di necessità». I pm di Agrigento sono però di diverso avviso: «Non risulta che i fatti siano stati compiuti in presenza di una causa di giustificazione o di non punibilità». Il procuratore, Luigi Patronaggio, spiega: «Le situazioni di emergenza a bordo erano state fronteggiate con forme di assistenza sanitaria ai migranti, con sbarco a terra dei casi di pericolo di danno grave alla persona». Insomma, era tutto sotto controllo. Le quaranta persone rimaste a bordo non correvano rischi.
Il 3 luglio 2019 la gip di Agrigento revoca però l'arresto della capitana. Resistenza a pubblico ufficiale? Violenza a una nave da guerra? Macché. L'audace manovra di Carola viene giustificata «dall'adempimento di un dovere»: quello di salvare vite umane in mare. La giudice chiarisce che quell'operazione di soccorso non si esauriva «nella mera presa a bordo dei naufraghi, ma nella loro conduzione fino al più volte citato porto sicuro», identificato in quello di Lampedusa. E non è stata, aggiunge, una scelta strumentale bensì obbligatoria: attraccare in Libia o in Tunisia era rischioso. «Sono sollevata dalla decisione» commenta all'epoca la comandante della nave tedesca. «È una grande vittoria della solidarietà verso i migranti e rifugiati e contro la criminalizzazione di chi vuole aiutarli». Al contrario, Salvini ovviamente ribolle: «Quella di Agrigento è una sentenza politica. Purtroppo in Italia i delinquenti sono protetti dalla legge. Autorizziamo tutti a non rispettare le forze dell'ordine». Il leader della Lega quella volta viene spalleggiato dall'allora alleato, e ora arcinemico, Luigi Di Maio. Il capo politico dei 5 stelle si dice sorpreso dalla scarcerazione: «Ribadisco la mia vicinanza alla Guardia di finanza. Ad ogni modo, se confischiamo subito l'imbarcazione, la prossima volta non possono tornare in mare e provocare il nostro paese e le nostre leggi».
Altri tempi. Fuori i crudeli gialloblù, adesso è il turno degli accoglienti giallorossi. Carola vive e lotta insieme a loro.
Nel frattempo i colleghi della «capitana» ne scaricano 119 a Taranto
Cambiano le coste e la nazionalità ma continuano gli sbarchi di immigrati nei porti italiani. Stavolta, però, c'è anche un arresto. La polizia di Taranto, infatti, nelle operazioni di sbarco dei 119 migranti dalla Sea Watch 3, al molo San Cataldo, ha individuato e fermato lo scafista di 22 anni, che appartiene alle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani dalla Libia. Il giovane, gambiano, aveva condotto il gommone carico di migranti, tra cui 41 minori, partito dalle coste africane, e poi soccorso in 3 distinte operazione in acque maltesi. Gli investigatori con l'analisi delle foto e di alcuni video in possesso dell'equipaggio della nave, hanno visto che durante le fasi di salvataggio, il giovane dava ordini con modi autorevoli ai migranti che peraltro, durante l'avvicinamento della Sea Watch, presi dall'euforia, si erano mossi in modo tale da mettere in serio pericolo la stabilità del gommone, già insicuro per il suo eccessivo carico.
Le forze dell'ordine hanno anche accertato che il gambiano, riconosciuto da alcuni migranti come lo scafista di un precedente viaggio, era parte attiva dell'organizzazione e che in più occasioni, durante la lunga permanenza degli stranieri sbarcati nei campi libici era stato visto in compagnia di componenti dell'organizzazione criminale del Paese. Inoltre, in brevi immagini acquisite dal suo telefonino, si vede mentre maneggia una grossa mazzetta di denaro. Ora si trova nel carcere di Taranto.
I 41 minorenni non accompagnati sbarcati sono stati trasferiti in strutture comunali tra Taranto e provincia, Mesagne, Foggia e Potenza, mentre gli altri saranno dislocati nei centri di accoglienza nazionali ed esteri, avendo dato disponibilità ad accogliere i richiedenti asilo Francia, Germania, Portogallo e Irlanda. Nel frattempo si non si fermano gli arrivi «fantasma» di algerini in Sardegna. Ieri mattina i carabinieri hanno rintracciato altri 42 giovani algerini vicino alla località balneare di Porto Pino, a Sant'Anna Arresi. I 42 si sommano al numero considerevole di algerini approdati in questi primi 17 giorni dell'anno sulle coste del Sulcis, «abbastanza vicine» all'Algeria. Giovedì notte invece due barchini con a bordo complessivamente 22 migranti erano stati intercettati dalla Guardia di finanza al largo di Capo Teulada. Poco prima 5 uomini erano stati fermati a Carloforte mentre altri 15 erano stati rintracciati a Sant'Antioco e altri 19 in località Giunco. Sono proprio gli algerini, secondo i dati riportati dal Viminale, a rappresentare la nazionalità più presente tra coloro che sono arrivati irregolarmente in Italia: 200 su 678 migranti approdati in Sardegna. Sono tutti arrivati lungo le coste meridionali dell'isola, in modo più o meno autonomo o fantasma, seguendo una rotta molto più corta rispetto quella libica o tunisina e quindi con rischi minori. Cosa che comunque appare piuttosto strana, considerando che in Algeria non c'è alcuna guerra da cui scappare ma semplicemente una fase politica difficile che dura però da oltre un anno, ovvero dalle proteste contro l'ex presidente Bouteflika. Intanto a Macomer, nel centro della Sardegna, promosso dal ministero dell'Interno, lunedì aprirà il Cpr, centro regionale per permanenza e rimpatrio dei migranti irregolari che potrà ospitare fino a 100 persone. Lunedì ne arriveranno una cinquantina. È stato già attivato il servizio di sicurezza, affidato al commissariato locale, assieme alla Questura di Nuoro. I carabinieri, invece, svolgeranno il servizio di sorveglianza, anche attraverso il battaglione di Cagliari. Mobilitato inoltre l'esercito, che vigilerà davanti alla struttura, mentre si attende il ritorno a Macomer della guardia di finanza, come prevedono gli accordi. A gestire la struttura è la Ors Italia srl, una società con sede in Svizzera, che ha vinto la gara europea bandita dalla prefettura di Nuoro. Mentre aumentano gli sbarchi fantasma di algerini, si registra una drastica riduzione di immigrati in arrivo dalla Tunisia. Infatti, sempre dall'inizio di quest'anno sono 31 i tunisini arrivati a Lampedusa dove dal 1 gennaio c'è stato un solo sbarco.
Continua a leggereRiduci
Respinta l'opposizione della Procura contro l'ordinanza che lo scorso 2 luglio ha rimesso in libertà Carola Rackete: «La comandante non andava arrestata». In fondo aveva solo rischiato di uccidere dei finanzieri italiani...Nel frattempo i colleghi della «capitana» ne scaricano 119 a Taranto. Sbarchi ormai senza sosta. La Sea Watch approda in Puglia mentre in Sardegna continuano gli arrivi di barchini algerini.Lo speciale comprende due articoli. Prima ha forzato un blocco della guardia di finanza, poi ha speronato due motovedette, infine è approdata a Lampedusa carica di migranti. Carola Rackete, per la vulgata buonista, è da tempo un'eroina. Da ieri, secondo la giustizia italiana, è pure una capitana senza macchia. È l'intrepida che, a dispetto di leggi inumane e regole scriteriate, ha tratto in salvo 53 disperati. La corte di Cassazione ha difatti respinto il ricorso della Procura di Agrigento contro l'ordinanza che, lo scorso 2 luglio, aveva rimesso in libertà la comandante della Sea Watch 3, ormai celebre nave dell'omonima Ong tedesca. Insomma, la gip Alessandra Vella, che non aveva convalidato l'arresto della ragazza, era nel giusto. Non c'è stata nessuna resistenza e violenza a nave da guerra. I reati contestati inizialmente alla Rackete sono stati un abbaglio dei pm. Carola non andava fermata, ma forse ringraziata per la sua prodezza.La prima a rallegrarsene è l'indomita attivista. Il suo tweet non cela l'entusiasmo per la decisione degli ermellini: «Questo è un verdetto importante per tutti gli attivisti impegnati nel salvataggio in mare! Nessuno dovrebbe essere perseguito perché aiuta le persone in difficoltà. La direttiva Ue sui crimini di solidarietà necessita di essere riformata». Nell'attesa, la decisione di ieri è destinata a fare scuola. Le procure siciliane hanno aperto, negli ultimi tempi, molte inchieste sulle Ong. Che fine faranno adesso?Se la capitana tedesca esulta, il capitano leghista mastica però amarissimo: «È incredibile l'ingiustizia in Italia» assalta Matteo Salvini, l'ex ministro dell'Interno che bloccò la Sea Watch 3. «Si ritiene che una signorina tedesca, che ha rischiato di uccidere dei militari italiani, non debba essere processata. E invece» prosegue riferendosi al caso della nave Gregoretti «si vuole processare un ministro che ha difeso i confini del suo Paese. Lo facciano ma ci sarà bisogno di un tribunale molto grande, perché penso che la stragrande maggioranza del popolo italiano sarà con me». Carola e Matteo, del resto, non si sono mai amati. «Sbruffoncella», «viziata comunista», «speronatrice di navi militari» e «traghettatrice di immigrati». Il leader della Lega non si è risparmiato. Mentre lei, dopo la bravata marittima, faceva di tutto pur di guadagnarsi fama mediatica e aurea da intrepida. Certo, temeraria ma permalosetta. Difatti, dopo la revoca dei domiciliari, decide di querelare Salvini, chiedendo addirittura di oscurare i suoi account Facebook. Segue immancabile inchiesta per diffamazione sulle frasi del leghista, che replica: «Per me è una medaglia». La decisione della Cassazione, intanto, chiude ogni pendenza giudiziaria sul caso. Risale allo scorso giugno. La comandante, dopo l'approdo a Lampedusa, finisce in manette. Lei si difende: ha compiuto quei reati perché era in «uno stato di necessità». I pm di Agrigento sono però di diverso avviso: «Non risulta che i fatti siano stati compiuti in presenza di una causa di giustificazione o di non punibilità». Il procuratore, Luigi Patronaggio, spiega: «Le situazioni di emergenza a bordo erano state fronteggiate con forme di assistenza sanitaria ai migranti, con sbarco a terra dei casi di pericolo di danno grave alla persona». Insomma, era tutto sotto controllo. Le quaranta persone rimaste a bordo non correvano rischi. Il 3 luglio 2019 la gip di Agrigento revoca però l'arresto della capitana. Resistenza a pubblico ufficiale? Violenza a una nave da guerra? Macché. L'audace manovra di Carola viene giustificata «dall'adempimento di un dovere»: quello di salvare vite umane in mare. La giudice chiarisce che quell'operazione di soccorso non si esauriva «nella mera presa a bordo dei naufraghi, ma nella loro conduzione fino al più volte citato porto sicuro», identificato in quello di Lampedusa. E non è stata, aggiunge, una scelta strumentale bensì obbligatoria: attraccare in Libia o in Tunisia era rischioso. «Sono sollevata dalla decisione» commenta all'epoca la comandante della nave tedesca. «È una grande vittoria della solidarietà verso i migranti e rifugiati e contro la criminalizzazione di chi vuole aiutarli». Al contrario, Salvini ovviamente ribolle: «Quella di Agrigento è una sentenza politica. Purtroppo in Italia i delinquenti sono protetti dalla legge. Autorizziamo tutti a non rispettare le forze dell'ordine». Il leader della Lega quella volta viene spalleggiato dall'allora alleato, e ora arcinemico, Luigi Di Maio. Il capo politico dei 5 stelle si dice sorpreso dalla scarcerazione: «Ribadisco la mia vicinanza alla Guardia di finanza. Ad ogni modo, se confischiamo subito l'imbarcazione, la prossima volta non possono tornare in mare e provocare il nostro paese e le nostre leggi». Altri tempi. Fuori i crudeli gialloblù, adesso è il turno degli accoglienti giallorossi. Carola vive e lotta insieme a loro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-magistrati-concedono-alle-ong-il-diritto-di-speronare-motovedette-2644843928.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nel-frattempo-i-colleghi-della-capitana-ne-scaricano-119-a-taranto" data-post-id="2644843928" data-published-at="1768141311" data-use-pagination="False"> Nel frattempo i colleghi della «capitana» ne scaricano 119 a Taranto Cambiano le coste e la nazionalità ma continuano gli sbarchi di immigrati nei porti italiani. Stavolta, però, c'è anche un arresto. La polizia di Taranto, infatti, nelle operazioni di sbarco dei 119 migranti dalla Sea Watch 3, al molo San Cataldo, ha individuato e fermato lo scafista di 22 anni, che appartiene alle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani dalla Libia. Il giovane, gambiano, aveva condotto il gommone carico di migranti, tra cui 41 minori, partito dalle coste africane, e poi soccorso in 3 distinte operazione in acque maltesi. Gli investigatori con l'analisi delle foto e di alcuni video in possesso dell'equipaggio della nave, hanno visto che durante le fasi di salvataggio, il giovane dava ordini con modi autorevoli ai migranti che peraltro, durante l'avvicinamento della Sea Watch, presi dall'euforia, si erano mossi in modo tale da mettere in serio pericolo la stabilità del gommone, già insicuro per il suo eccessivo carico. Le forze dell'ordine hanno anche accertato che il gambiano, riconosciuto da alcuni migranti come lo scafista di un precedente viaggio, era parte attiva dell'organizzazione e che in più occasioni, durante la lunga permanenza degli stranieri sbarcati nei campi libici era stato visto in compagnia di componenti dell'organizzazione criminale del Paese. Inoltre, in brevi immagini acquisite dal suo telefonino, si vede mentre maneggia una grossa mazzetta di denaro. Ora si trova nel carcere di Taranto. I 41 minorenni non accompagnati sbarcati sono stati trasferiti in strutture comunali tra Taranto e provincia, Mesagne, Foggia e Potenza, mentre gli altri saranno dislocati nei centri di accoglienza nazionali ed esteri, avendo dato disponibilità ad accogliere i richiedenti asilo Francia, Germania, Portogallo e Irlanda. Nel frattempo si non si fermano gli arrivi «fantasma» di algerini in Sardegna. Ieri mattina i carabinieri hanno rintracciato altri 42 giovani algerini vicino alla località balneare di Porto Pino, a Sant'Anna Arresi. I 42 si sommano al numero considerevole di algerini approdati in questi primi 17 giorni dell'anno sulle coste del Sulcis, «abbastanza vicine» all'Algeria. Giovedì notte invece due barchini con a bordo complessivamente 22 migranti erano stati intercettati dalla Guardia di finanza al largo di Capo Teulada. Poco prima 5 uomini erano stati fermati a Carloforte mentre altri 15 erano stati rintracciati a Sant'Antioco e altri 19 in località Giunco. Sono proprio gli algerini, secondo i dati riportati dal Viminale, a rappresentare la nazionalità più presente tra coloro che sono arrivati irregolarmente in Italia: 200 su 678 migranti approdati in Sardegna. Sono tutti arrivati lungo le coste meridionali dell'isola, in modo più o meno autonomo o fantasma, seguendo una rotta molto più corta rispetto quella libica o tunisina e quindi con rischi minori. Cosa che comunque appare piuttosto strana, considerando che in Algeria non c'è alcuna guerra da cui scappare ma semplicemente una fase politica difficile che dura però da oltre un anno, ovvero dalle proteste contro l'ex presidente Bouteflika. Intanto a Macomer, nel centro della Sardegna, promosso dal ministero dell'Interno, lunedì aprirà il Cpr, centro regionale per permanenza e rimpatrio dei migranti irregolari che potrà ospitare fino a 100 persone. Lunedì ne arriveranno una cinquantina. È stato già attivato il servizio di sicurezza, affidato al commissariato locale, assieme alla Questura di Nuoro. I carabinieri, invece, svolgeranno il servizio di sorveglianza, anche attraverso il battaglione di Cagliari. Mobilitato inoltre l'esercito, che vigilerà davanti alla struttura, mentre si attende il ritorno a Macomer della guardia di finanza, come prevedono gli accordi. A gestire la struttura è la Ors Italia srl, una società con sede in Svizzera, che ha vinto la gara europea bandita dalla prefettura di Nuoro. Mentre aumentano gli sbarchi fantasma di algerini, si registra una drastica riduzione di immigrati in arrivo dalla Tunisia. Infatti, sempre dall'inizio di quest'anno sono 31 i tunisini arrivati a Lampedusa dove dal 1 gennaio c'è stato un solo sbarco.
(IStock)
Così, mentre il reddito di cittadinanza usciva di scena con molti applausi, l’Italia scopriva di essere improvvisamente diventata un Paese più fragile, più claudicante, più psicologicamente provato. Non povero, attenzione: invalido. Civilmente invalido, per la precisione.
A sollevare il velo su questo prodigio statistico è l’ultimo rapporto dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che pone una domanda semplice: la cancellazione del reddito di cittadinanza ha aumentato il numero delle pensioni di invalidità civile?
La risposta ufficiale è un diplomatico «non si sa». Quella ufficiosa, invece, è un eloquente alzare di sopracciglia. I numeri, del resto, non gridano: strizzano l’occhio.
Al 31 dicembre 2024 le pensioni di invalidità erogate in Italia sono 4.313.351. Di queste, 899.344 sono prestazioni previdenziali, in calo netto (-14,5% tra il 2020 e il 2024). Le altre, 3.414.007, sono pensioni di invalidità civile, quelle non legate ai contributi ma allo stato di salute certificato. E qui la musica cambia: +7,4% nello stesso periodo, con una crescita concentrata soprattutto tra il 2022 e il 2024 (+6,2%).
Gli anni in cui, guarda caso, il reddito di cittadinanza veniva prima smontato, poi abolito. Coincidenze? Forse.
Ufficialmente le due misure non c’entrano nulla. Il reddito di cittadinanza doveva combattere la povertà e favorire l’inclusione lavorativa; la pensione di invalidità tutela chi ha limitazioni fisiche o psichiche riconosciute. Due mondi distinti, due universi morali separati. Eppure, abolito il primo, l’altro ha preso sempre più spazio. E così, in assenza di lavoro, politiche attive e servizi sociali efficienti, l’invalidità civile è diventata la soluzione.
Un salvagente da 501 euro al mese. Non una fortuna, certo. Ma meglio di niente. E soprattutto stabile, sicuro, indicizzato, non condizionato a corsi di formazione ancorchè farlocchi.
Il fenomeno non è distribuito in modo uniforme. Il Mezzogiorno, che ha tre quarti della popolazione del Nord, eroga 500.000 pensioni di invalidità civile in più. Una sproporzione che non può essere spiegata solo con il clima o con una misteriosa epidemia a sud del Garigliano. Tra il 2020 e il 2024 l’aumento più consistente si registra proprio nel Mezzogiorno: +8,4%, con un’accelerazione impressionante tra il 2022 e il 2024 (+7,2%). Nessun’altra area del Paese mostra incrementi simili. La popolazione meridionale è di 19,7 milioni di persone; quella del Nord di 26,3 milioni. Eppure gli invalidi civili sono di più al Sud. Scendendo nel dettaglio, il quadro diventa ancora più pittoresco. La Calabria guida la classifica: ogni cento abitanti poco più di tredici hanno problemi che impediscono di lavorare. Seguono Puglia (11,6), Umbria (11,3) unica eccezione a nord del Garigliano e Sardegna (10,7). In coda Piemonte, Lombardia e Veneto, inchiodate a un modesto 5,1%.A livello provinciale svetta Reggio Calabria: quasi 15 pensioni ogni 100 abitanti. Ora, qualcuno obietterà — giustamente — che invalidità non significa truffa. Ed è vero. Ma fingere che le truffe non esistano sarebbe altrettanto errato. Le cronache raccontano di frodi diffuse. L’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani ha quantificato in quasi 48 milioni di euro le frodi accertate dalla Guardia di Finanza tra il 2020 e l’agosto 2021. E qui arriva il capolavoro del sistema: chi decide e chi paga. Le pensioni di invalidità civile, infatti sono a carico dell’Inps. Ma a stabilire chi è invalido sono le commissioni mediche delle Asl cioè strutture regionali. Le Regioni concedono, l’Inps paga. E il conto, come sempre, finisce sulle spalle di tutti i contribuenti. È il welfare clientelare perfetto: consenso politico a livello locale, spesa scaricata altrove. Un meccanismo difficilissimo da scardinare.
Nel 2024 la spesa complessiva per le pensioni di invalidità ha toccato 34 miliardi. Di questi, 21 miliardi solo per le invalidità civili. Quasi la metà — il 46,6% — finisce nel Mezzogiorno. La Campania guida la classifica con 2,73 miliardi, seguita da Lombardia e Lazio. E mentre la Puglia segna un +14,1% di assegni in quattro anni, Basilicata e Calabria non restano indietro. Dimostrare una correlazione diretta tra fine del reddito di cittadinanza e boom delle invalidità è difficile, ammette onestamente la Cgia. Mancano i dati comparabili, il tema è delicato, ci sono di mezzo diritti fondamentali e condizioni sanitarie reali. Tutto vero. Ma il dubbio resta. E in certe zone del Paese diventa quasi una certezza sociologica.
Continua a leggereRiduci
Emmanuel Macron (Ansa)
I contorni delle iniziative promosse dai diplomatici anglofrancesi, tuttavia, rimangono piuttosto vaghi.
La Francia, in particolare, sta lavorando a un piano per l’invio di circa 6.000 soldati in Ucraina una volta raggiunto un cessate il fuoco. Questo contingente avrebbe il compito di fungere da forza di «rassicurazione» e stabilizzazione, dispiegata lontano dalla linea del fronte e concentrata nelle retrovie, con funzioni di deterrenza simbolica, supporto logistico e assistenza alle forze ucraine. Parigi insiste sul fatto che non si tratterebbe di una missione di combattimento, ma di una presenza militare volta a dare credibilità alle garanzie di sicurezza occidentali nel dopoguerra.
Pochi giorni fa, peraltro, il Times aveva rivelato che anche il Regno Unito starebbe valutando il dispiegamento di circa 7.500 militari nell’ambito di una forza multinazionale a guida franco-britannica. E ieri, non a caso, Londra ha deciso di stanziare 200 milioni di sterline per preparare le proprie forze a un’eventuale missione. Tuttavia, al di là dei numeri sbandierati e dei fondi messi a bilancio, l’impressione diffusa è che questi «sforzi» anglofrancesi siano il classico specchietto per le allodole utile sul piano interno e propagandistico, ma difficilmente in grado di incidere davvero sugli equilibri strategici senza un coinvolgimento diretto e sostanziale degli Stati Uniti.
Proprio questa narrazione europea, peraltro, è bastata a far scattare la dura reazione di Mosca. Con toni volutamente caustici, Dmitrij Medvedev ha liquidato il progetto come l’ennesima prova che «i governanti idioti europei continuano a cercare la guerra in Europa». In un messaggio pubblicato su X, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo ha ribadito che il Cremlino non accetterà «né truppe europee né della Nato in Ucraina», attaccando direttamente Emmanuel Macron per aver rilanciato l’idea di una forza multinazionale nonostante i ripetuti avvertimenti di Mosca. Il post si è chiuso con una minaccia esplicita - «bene, lasciateli venire: ecco cosa li aspetta» - accompagnata da un video del bombardamento su Kiev costato quattro morti e una ventina di feriti, nel quale è stato impiegato anche un missile ipersonico Oreshnik. Un messaggio che chiarisce come, dal punto di vista russo, qualsiasi presenza militare occidentale su suolo ucraino - foss’anche etichettata come missione di stabilizzazione - verrebbe trattata non come garanzia di pace, ma come atto ostile.
Lo stesso Volodymyr Zelensky, del resto, pare abbia capito che, in questa fase, ha poco senso avventurarsi in ipotesi poco futuribili, che non fanno altro che ostacolare le trattative di pace. Ieri, infatti, il presidente ucraino ha fatto sapere che «continuiamo a comunicare con la parte americana ogni giorno», in particolare tramite il segretario del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale dell’Ucraina, Rustem Umerov. «Questo è il nostro compito strategico: il dialogo con l’America», ha affermato Zelensky, «deve essere al 100% costruttivo. L’Ucraina non è mai stata e non sarà un ostacolo alla diplomazia, e la nostra efficienza nel lavoro con i partner è sempre al più alto livello. E continuerà a esserlo».
Nel frattempo, Kiev sta tentando di consolidare il legame con Washington anche in vista della ricostruzione. In un’intervista a Bloomberg, Zelensky ha rilanciato l’ipotesi di un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, presentandolo come uno strumento capace non solo di accompagnare la ripresa postbellica, ma anche di offrire all’Ucraina una forma di sicurezza economica che possa rendere meno volatile il sostegno occidentale. L’obiettivo dichiarato è creare un regime a dazi zero che renda competitive le aree industriali devastate dal conflitto e che favorisca l’ingresso strutturale di capitali e imprese americane, riducendo la dipendenza di Kiev dagli aiuti straordinari.
Accanto a questa idea, in ogni caso, è allo studio un progetto di dimensioni ancora più vaste, anticipato dal Telegraph: un maxi accordo da circa 800 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Ucraina, distribuito su più anni e destinato a infrastrutture, energia e apparato industriale, con un coinvolgimento massiccio del settore privato americano. La firma dell’intesa potrebbe arrivare a Davos, a margine del Forum economico mondiale, in un incontro diretto tra Zelensky e Donald Trump. Nelle speranze dei diplomatici ucraini, questa mossa trasformerà sul lungo periodo la ricostruzione economica in una vera leva geopolitica, ancorando definitivamente Kiev agli Stati Uniti e all’intero Occidente.
Continua a leggereRiduci
La protesta dei trattori a Milano contro il Mercosur (Ansa)
Un recente studio pubblicato sul sito del Parlamento europeo dal titolo «Un aggiornamento sugli effetti economici, di sostenibilità e regolamentari della parte commerciale dell’Accordo di partenariato Ue-Mercosur», fa sapere che «gli impatti economici per l’Ue-27 sono modesti. La simulazione prevede un aumento dello 0,1% del Pil e del benessere, insieme a una crescita marginale delle importazioni complessive (0,2%) e delle esportazioni (0,1%). I salari reali dei lavoratori qualificati e non qualificati aumentano leggermente (0,1%), con un effetto trascurabile sul rendimento del capitale. Tra gli Stati membri, i risultati variano. Belgio e Paesi Bassi registrano incrementi relativamente più elevati in termini di benessere e rendimenti del capitale rispetto ad altri paesi, probabilmente grazie alle loro economie fortemente orientate al commercio». Invece, si legge nell’analisi ufficiale dell’europarlamento, «Germania e Italia beneficiano di aumenti moderati dei flussi commerciali (le importazioni e le esportazioni crescono rispettivamente dello 0,3% e dello 0,2%), in linea con il loro ruolo di principali esportatori dell’Ue. Per economie più piccole come Portogallo e Slovenia, i guadagni sono trainati dalla specializzazione settoriale, in particolare nelle esportazioni, che aumentano rispettivamente dello 0,4% e dello 0,2%».
E qual è l’impatto sul Pil per i Paesi sudamericani? «Il Mercosur, considerato come blocco, sperimenta benefici economici relativamente maggiori rispetto all’Ue. La simulazione indica un aumento dello 0,3% del Pil e una crescita dello 0,2% del benessere (in percentuale del Pil). Tali guadagni sono principalmente trainati dall’espansione degli scambi, con importazioni ed esportazioni in aumento rispettivamente del 3,1% e del 3,6%. I lavoratori qualificati e non qualificati registrano aumenti dei salari reali pari rispettivamente allo 0,3% e allo 0,4%. Tra i singoli paesi, l’Argentina guida con un incremento del Prodotto interno lordo dello 0,4%. Il Brasile registra guadagni moderati in termini di Pil (0,3%) e commercio, mentre l’Uruguay beneficia di una crescita più elevata dei salari reali sia per i lavoratori qualificati (0,5%) sia per quelli non qualificati (0,6%). Il Paraguay, invece, sperimenta lievi diminuzioni del Pil (-0,1%) e del benessere (-0,2%».
Insomma, su un Pil della Ue che ammonta a 17.900 miliardi di euro (dati del 2024), il valore positivo dell’accordo col Mercosur vale 17,9 miliardi l’anno, appunto un più 0,1%. Ciò nonostante, Ursula von der Leyen ha promesso di rinforzare la dote di sussidi agli agricoltori, attraverso la Pac, a 293,7 miliardi per il bilancio 2028-2034. In sostanza sono circa 42 miliardi l’anno per il settennato del nuovo budget in favore delle aziende del primario europee. Anche un bambino della materna capirebbe che forse il gioco - ovvero l’accordo tra Unione Europea e Sudamerica - non vale la candela: per crescere di 17 miliardi di Pil l’anno si spendono 42 miliardi di soldi pubblici a conforto di chi sarà danneggiato dallo stesso accordo. È o non è un controsenso? Anche perché quei fondi Pac alla fine non servono per aiutare veramente gli agricoltori ma solo a compensare decisioni politiche sbagliate. Come accade con le politiche green: si impongono da Bruxelles divieti, aumenti di costi, nuove regole burocratiche e dopo si studiano ristori per chi viene colpito dal cambio di rotta.
Sul Mercosur il ministro Francesco Lollobrigida ha portato a casa più fondi Pac, una tutela maggiore per i prodotti agricoli Dop e Igp, ha ottenuto che la clausola di salvaguardia scatti dopo una variazione dei prezzi del 5% e non del 10%, nel senso che la Commissione Ue avvierà una indagine per tutelare produttori puniti da una concorrenza low cost se il prezzo importato è inferiore di oltre il 5% a parità di prodotto.
Il ministro dell’Agricoltura italiano ha pure incassato maggiori controlli doganali per evitare che – ad esempio – il riso uruguagio coltivato senza rispettare le norme green possa essere parificato a quello italiano, che invece è sottoposto a una marea di pratiche in nome dell’ambiente. Insomma, Lollobrigida, ha fatto il massimo con un dossier ereditato che è lì sul tavolo da oltre 20 anni. Il problema però, considerati appunto i numeri, è un altro: la Ue traccia linee irrealistiche, sigla alleanze, non calcola gli effetti negativi, tanto poi risolve tutto con sussidi o deroghe. Col risultato di sprecare soldi pubblici, aumentare i documenti da compilare per evitare multe e appesantire così le possibilità di crescita europea. Nel terzo trimestre 2025 la produttività dei lavoratori Ue è leggermente calata, mentre negli Usa è salita del 4,9%. I numeri, anche in questo caso, parlano chiaro su che fine stiamo facendo.
Continua a leggereRiduci
Delcy Rodriguez (Ansa)
Tra l’altro, stando a quanto rivelato da Reuters, sono rientrate nelle acque territoriali almeno quattro petroliere fantasma, di cui due battenti bandiera panamense e una battente bandiera delle Isole Cook. Le navi erano salpate, cariche, dalle coste del Venezuela all’inizio del mese con i transponder disattivati.
E se Caracas non si trova nella posizione di rifiutare la collaborazione con gli Stati Uniti, dall’altra parte, i colossi petroliferi americani temporeggiano sul fronte degli investimenti. Durante la riunione alla Casa Bianca indetta da Trump per far sì che le aziende americane assumano un ruolo chiave nel petrolio venezuelano, diverse major hanno mostrato cautela sulla possibilità di investire miliardi di dollari nel Paese Sudamericano. Il più critico è stato il Ceo di ExxonMobil, Darren Woods, che ha sottolineato: «È impossibile investire lì» anche perché «i nostri beni sono stati sequestrati due volte». Per sbloccare la situazione, secondo Woods, dovrebbero essere «stabiliti» diversi «quadri giuridici e commerciali». Eni ha invece accolto l’invito di Trump: l’ad della società, Claudio Descalzi, presente all’incontro, ha annunciato che «Eni è pronta a investire in Venezuela» e a «lavorare con le compagnie americane». Ha poi ricordato: «Abbiamo oggi nel Paese circa 500 persone» e «possediamo circa 4 miliardi di barili di riserve». Dall’altra parte, il presidente americano ha cercato di fornire alcune rassicurazioni, spiegando che le compagnie tratterebbero «direttamente» con gli Stati Uniti. Ha poi rivelato che, siccome Washington è «aperta agli affari», «la Cina e la Russia» possono «comprare tutto il petrolio che vogliono». Trump ha anche firmato un ordine esecutivo per far sì che le entrate petrolifere venezuelane depositate nei conti del Tesoro americano siano salvaguardate da «sequestri o procedimenti giudiziari». Lo scopo sarebbe quello di «garantire la stabilità economica e politica in Venezuela».
Sul fronte delle relazioni bilaterali tra la Casa Bianca e il governo ad interim, il tycoon ha rivelato che «molto presto» vedrà «i rappresentanti» dell’esecutivo venezuelano, visto che ha «un rapporto molto buono con chi governa». Anche il presidente ad interim, Delcy Rodriguez, ha confermato di aver scelto la via diplomatica «per proteggere» il Paese. Ma ha anche detto che si tratta di «una strada» per «assicurare il ritorno del presidente Nicolás Maduro». Non stupisce quindi che Rodriguez si sia sentita telefonicamente con i presidenti della Colombia e del Brasile e con il primo ministro spagnolo per condividere i dettagli sulla «grave aggressione» condotta dagli Stati Uniti. Quel che è certo è che il leader dell’opposizione venezuelana, Maria Corina Machado, sarà ricevuta alla Casa Bianca «martedì o mercoledì».
E proprio un alleato di Machado è stato scarcerato: si tratta di Virgilio Laverde, coordinatore giovanile, nello Stato di Bolivar, di Vente Venezuela, ovvero la piattaforma guidata dal leader dell’opposizione. La stessa sorte non è ancora toccata a tanti altri prigionieri politici. E proprio per questo continuano le veglie e le preghiere delle famiglie dei detenuti di fronte alle prigioni, tra cui i centri dell’Helicoide e di El Rodeo a Caracas.
Continua a leggereRiduci